Afghanistan, si fa presto a dire democrazia

Sabato 5 aprile si è votato in Afghanistan per eleggere il nuovo presidente che andrà a sostituire Hamid Karzai, eletto per la prima volta nel 2004 ma di fatto in carica dalla fine del 2001, dopo la caduta del regime dei talebani. La partecipazione al voto è stata molto bassa nelle zone rurali, dominate dai talebani. C’è stata una grande affluenza, invece, nelle città, dove gli aventi diritto si sono recati in massa alle urne, tanto che molti seggi hanno dovuto essere urgentemente riforniti di schede vista l’insufficienza di quelle già predisposte.

La grande attesa che circonda le elezioni presidenziali afghane è dovuta principalmente al fatto che si tratterà del primo esperimento di passaggio dei poteri da un presidente all’altro tramite elezioni.  Le presidenziali in Afghanistan sono considerate tra le elezioni più importanti del 2014: il loro esito non è importante solo per la politica afghana, ma anche per gli effetti che potrebbero prodursi sui soldati statunitensi ancora sul territorio afghano – che dovrebbero completare il ritiro entro la fine dell’anno – e più in generale su alcuni temi di importanza mondiale, come la lotta al terrorismo. 

Se paragonate a quelle del 2009, queste elezioni sono state un successo. Tuttavia si è votato in un clima di alta tensione, dovuto all’omicidio della fotografa tedesca Anja Niederghaus, già Premio Pulitzer, e alle minacce dei talebani. In tutto il paese si sono verificati episodi di violenza: un seggio su dieci non è stato aperto per motivi di sicurezza, nonostante fossero stati dispiegati circa 200 mila soldati per garantire la regolarità delle operazioni. Inoltre sono già 162 i ricorsi presentati per denunciare varie irregolarità nello svolgimento delle votazioni: riguardano il mancato accesso ai seggi, la mancanza di schede, l’esistenza di schede false e anche la denuncia di pressioni operate dai leader politici locali. In realtà le denunce di irregolarità sono state oltre mille. Continua a leggere

In Tagikistan trionfa lo status quo

Emomali Rahmon è stato rieletto presidente del Tagikistan per la quarta volta. Secondo la Commissione elettorale centrale, il capo di Stato ha ottenuto l’84% dei suffragi, in una consultazione dove i votanti sono stati l’87% degli aventi diritto. Come per la maggior parte delle precedenti consultazioni elettorali dell’area post-sovietica, l’Osce ha definito le presidenziali tagike “non libere e trasparenti” in quanto caratterizzate da episodi di voto multiplo e irregolarità.

Il Tagikistan, ex repubblica sovietica incastonata in Asia centrale e divisa dalle catene montuose dell’Alai e del Pamir, che per lunghi periodi dell’anno fungono da naturale confine interno, è un Paese affetto da un endemico sottosviluppo: il suo pil pro capite è tra i più bassi al mondo e la sua unica risorsa (oltre alla scarsa attività agricola, visto solo il 7% della superficie è coltivabile, e alla pastorizia), è quella del narcotraffico. Il territorio impervio, la povertà e la debole legislazione hanno infatti reso Dushanbe un avamposto strategico del narcotraffico dei traffici illeciti da e verso l’Afghanistan, con il quale i tagiki condividono un confine di 1.200 chilometri.

A ciò si aggiunga che il Paese è retto da un regime palesemente corrotto ed inefficiente, attraversato da tensioni etniche sempre sul punto di sfociare in una guerra civile, alle prese con relazioni problematiche con i vicini, in particolare con l’Uzbekistan.

In realtà, esattamente come nel vicino Kazakistan, nessuno si cura delle lacune democratiche del regime tagiko, visto che in gioco c’è molto di più. Finora la progressiva instabilità del Tagikistan e del vicino Kirghizistan hanno suscitato l’interesse dell’Occidente solo perché Stati Uniti e Nato hanno basi logistiche nel Paese e la zona è via di passaggio per raggiungere le forze in Afghanistan. La questione afgana e la lotta al terrorismo, costantemente all’ordine del giorno presso le cancellerie occidentali, hanno sempre fatto chiudere un occhio sulle contraddizioni tagike, concedendo così a Rahmon l’opportunità di stabilizzare il proprio potere. Ora che la missione ISAF sta per concludersi, americani, russi e cinesi si contendono i favori di Dushanbe per garantirsi un posto al sole in Asia centrale. Secondo Limes:

Nello scacchiere geopolitico centroasiatico, il Tagikistan rappresenta una delle pedine più fragili: la pericolosa combinazione di autoritarismo, povertà, minacce alla sicurezza interna (come i sanguinosi combattimenti della Rasht Valley nel 2010 e nell’oblast autonomo del Gorno-Badakhshan nel 2012) e minacce derivanti dal vicino Afghanistan (con le infiltrazioni terroristico-jihadiste e il traffico di droga e armi attraverso il confine) mettono in serio pericolo la stabilità di questa repubblica.

Ciononostante, considerato il fatto che preservare la stabilità e la sicurezza regionale rappresenta un obiettivo condiviso di  Stati Uniti, Cina e Russia, il Tagikistan potrebbe beneficiare del loro attivismo locale al fine di vedersi garantita la propria sopravvivenza.

Nell’ottica statunitense, la stabilità del Tagikistan è funzionale al ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan nel 2014 in quanto parte del Northern distribution network – l’attuale corridoio di approvvigionamento per le truppe impegnate a Kabul – che sarà destinato a operare in senso inverso per completare il ritiro. Per la Cina, è una garanzia per preservare lo Xinjang da pericolose infiltrazioni terroristiche e per incrementare proficue relazioni economico-commercali bilaterali. Per la Russia, infine, rappresenta un argine al proliferare dell’islamismo radicale afghano lungo le proprie frontiere meridionali e al traffico di stupefacenti. Mosca prevede infatti di includere Dushambe all’interno dell’Unione Euroasiatica, così da consolidare la sua influenza nello spazio post sovietico.

Di fronte a questa situazione, il Tagikistan intende ricavare i maggiori vantaggi possibili attraverso una politica estera multivettoriale. Ma la sua debolezza economica e geopolitica, di fatto, vanifica ogni aspirazione.

Rahmon sarebbe infatti propenso ad accettare la proposta di Washington di ospitare una base militare statunitense nel territorio tagiko (ricavandone i proventi dell’affitto, cooperazione militare e maggiore peso politico regionale), tanto più a seguito dell’annunciata chiusura della base kirghisa di Manas.

Tuttavia, non ha la forza di superare la netta opposizione di Mosca, che si appella alla decisione comune assunta in ambito Otsc (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva) secondo la quale è fatto divieto, ai paesi membri, di ospitare basi militari di paesi terzi nel proprio territorio.

Sempre Limes, in luglio:

Mentre Washington probabilmente guarda a Tashkent come partner privilegiato e attende con qualche ansia lo sviluppo dei rapporti russo-tagiki anche alla luce della quasi certa chiusura della base kirghiza di Manas, la Cina ha sviluppato nel corso di questi anni una strategia di avvicinamento culminata nell’incontro del 19-20 giugno tra Rahmon e Xi Jinping a Pechino. Strategia che ha fatto titolare all’autorevole Jamestown Foundation questo commento sul summit: “China as lender of the last resort”.

Il Tagikistan è l’unico Stato con il quale la Cina ha sottoscritto un trattato che, previa restituzione di piccole porzioni di territorio, ha sanato la ferita ancora aperta dei famosi “trattati ineguali” di fine Ottocento. Poiché il paese è privo di risorse naturali, le avance di Pechino hanno esclusiva valenza geopolitica con l’intuibile scopo di aprire una crepa (oltre Myanmar) in un futuribile containment russo-statunitense.

Quanto al post-Isaf, sembra che la preoccupazione nata con l’intervento americano sia minore di quella della sua fine. In ogni caso, una propagazione del terrorismo di marca salafita con una destabilizzazione degli Stati centroasiatici non è tra i desiderata di nessuno dei tre grandi attori geopolitici così come un ulteriore aumento del già intenso traffico di armi e droga che vede come principali terminali le economie e le società degli stessi paesi.

Per Pechino, Mosca e Washington è probabilmente più logico preferire la stabilità dei regimi autoritari confinanti con Kabul ad un cambio di governo dalle conseguenze imprevedibili.

Cresce comunque la dipendenza di Dushanbe da Pechino. Nel 2011 i due Paesi hanno raggiunto un accordo per la ridefinizione dei rispettivi confini che prevedeva la cessione da parte del Tajikistan di un’area di 1.158 chilometri quadrati del Pamir, parte di una porzione più vasta che Pechino rivendicava da un centinaio d’anni. Da allora l’economia tagika è diventata sempre più legata agli investimenti cinesi, fino a diventarne succube. In settembre, ad esempio, la Cina ha siglato un accordo sulla fornitura di gas naturale al Tajikistan per 25-50 miliardi di metri cubi. Un progetto che secondo il governo tagiko permetterà di attrarre più di 3 milioni di dollari di investimenti. Ed è solo l’inizio.

Afghanistan, dove la droga ha vinto

Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo “Afghanistan Opium Risk Assessment 2013“, pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando  i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani.
Il documento dell’Onu prevede aumenti delle coltivazioni in 12 delle 34 province afgane. Soltanto nella provincia di Herat si segnala un trend negativo, mentre le regioni libere dal papavero saranno appena 14, in calo rispetto alle 17 dell’anno scorso e alle 20 del 2010. L’Afghanistan è già il maggiore produttore di oppio al mondo, come aveva rilevato un altro rapporto dell’agenzia dello scorso novembre (si veda anche qui).
Il prezzo, nota il New York Times, è al massimo e decisamente più redditizio rispetto altre colture. Agli agricoltori vanno 203 dollari al chilo contro i 43 centesimo per il grano e 1,25 dollari per il riso.
Sotto silenzio è un grave effetto collaterale del conflitto: l’elevato numero di bambini resi dipendenti dalla sostanza.

Secondo Globalist:

Analizzando i dati si osserva un incremento tendenziale delle aree di coltivazione, mentre l’andamento dei prezzi negli ultimi tre anni si sviluppa a serpente: nel 2010 l’oppio afghano costava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e il 600 dollari, mentre l’oscillazione tra il 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo.
Esponenti di Ong che lavorano coi contadini afghani su progetti per la produzione di colture alternative all’oppio sostengono che il problema principale sia l’accesso ai mercati, che resta proibitivo, almeno se comparato agli oppiacei. Non è certo contro i contadini afghani che si può puntare il dito per questa situazione, ma al fallimento delle politiche adottate (o non adottate) per affrontare il problema. Una responsabilità che ricade in primis sul governo di Kabul, ma che allo stesso tempo evidenza il fallimento, almeno nelle zone in cui la produzione di oppio è aumentata, dell’azione svolta dalla macchina di assistenza internazionale.
Le strategie di stop alla produzione di oppio messe in piedi negli anni scorsi hanno avuto l’effetto di rendere i contadini afghani schiavi dei signori della guerra, che oggi ancora lucrano sull’incremento della produzione di oppio di cui parla il rapporto Onu. Quando le colture oppiacee sono state distrutte i contadini si sono trovati con debiti fino al collo da ripagare alla malavita afghana. Vittime di questa situazione sono state le figlie dei produttori “consegnate” a criminali e trafficanti come spose o schiave per saldare i debiti. Sul fenomeno è stato realizzato un film dal titolo “Opium-brides”.
Già nel 2008 un rapporto di Iom (International Organization for Migration) parlava della pratica del “debt marriage” legato alla produzione e al traffico di sostanze oppiacee. Nello stesso anno il Presidente Hamid Karzai, sostenuto dalla Comunità internazionale ma non riconosciuto come un leader credibile da molta parte della popolazione afghana, che guarda al governo di Kabul come la testa del pesce da cui derivano i soprusi e la corruzione dilaganti nel paese, condannava l’uso di ragazze come merce di scambio tra contadini e trafficanti. A parole Karzai è bravo, i fatti però gli sbattono in faccia che sulla produzione di oppio, con tutte le conseguenze del caso, ha fallito nel modo più totale. Sarà anche perché secondo alcune stime la produzione di oppio in Afghanistan conta tra il 15 e il 20 per cento del Pil?.

Secondo Osservatorio Iraq:

Nel complesso, le province di Farah, Baghdis e Nimroz sono quelle in cui è stato registrato un incremento moderato nella produzione di oppio, mentre un aumento significativo ha caratterizzato la provincia di Herat (area di Shindand).
In sintesi, riporta lo studio dell’Onu, le aree rurali classificate come “meno sicure” hanno una probabilità maggiore di coltivare l’oppio di quelle con migliori condizioni di sicurezza.
Le comunità rurali periferiche, dovendo scegliere tra il debole governo afghano e gli insorti, sulla base dei benefit e delle politiche adottate dall’uno e dagli altri, tenderebbero ad optare per la parte che è davvero in grado di sostenere l’economia locale.

L’Afghanistan produce il 90% di tutte le droghe oppiacee al mondo, sebbene sino a tempi recenti non ne fosse un importante consumatore.
Al contempo, in un anno la produzione di eroina è aumentata del 18%, portando da 131.000 a oltre 154.000 gli ettari di terreno agricolo dedicati alla coltivazione del papavero da oppio.

Secondo stime della Nato, metà dei fondi a disposizione dell’insurrezione proverrebbe proprio dal narcotraffico.
Oggi l’economia afghana dipende, quasi esclusivamente, da due fonti di reddito: gli aiuti concessi dalla comunità internazionale e il traffico dell’oppio.
Il paese, con una popolazione teorica di 35 milioni di abitanti, presenta un preoccupante livello di tossicodipendenza: oltre un milione di individui – poco meno della metà (40%) sarebbero donne e minori.
Le ragioni di questo fenomeno?
Data l’elevata quantità, l’oppio è un diversivo a buon mercato – meno di cinque euro/grammo (il prezzo dell’oppio grezzo è di poco superiore ai 200 euro al chilogrammo): domanda e offerta si incontrano sostenendosi vicendevolmente.
A poco, o nulla, sono serviti i numerosi tentativi di sostituirlo con altri prodotti agricoli: al fine di limitare la produzione di oppio, nella seconda metà del 2010 sono state distribuite oltre 50 tonnellate di bulbi di zafferano (a cura del Provincial reconstruction team italiano di Herat), destinate alla coltivazione di almeno trenta ettari.
I risultati sono stati tutt’altro che soddisfacenti:
- produzione, lavorazione e mercato dello zafferano non sono stati sviluppati in maniera coordinata;
- l’assenza di specifici processi di trattamento – causa della perdita di colore e profumo dello zafferano – ne ha precluso la vendita all’estero (a fronte di una sostanziale assenza di mercato interno);
- le vie di accesso ai mercati regionali e internazionali sono limitate e di difficile praticabilità;
- gli aiuti economici promessi ai coltivatori afghani sono stati disattesi – convincendo molti di questi a proseguire o a riavviare la coltura dell’oppio.
In sintesi, “l’offensiva dello zafferano” è fallita.

Circa il 15% del PNL afghano dipende dall’esportazione di droga, per un totale di 2,4 miliardi di dollari l’anno (fonte Onu).

Secondo il Servizio federale russo per il controllo degli stupefacenti (Fskn), la produzione di eroina in Afghanistan è aumentata di 40 volte dall’inizio dell’operazione della Nato in questo Paese nel 2001.
Ancora oggi l’oppio è il migliore alleato dei talebani, e non vi è dubbio che il ritiro delle truppe internazionali nel 2014, porterà un’ulteriore impennata di questo commercio. Il rapporto Undoc citato all’inizio mostra peraltro una correlazione tra l’andamento delle coltivazioni e l’insicurezza nel Paese, oltre che con la mancanza di politiche agricole di sostegno.
Il generale Fernando Termentini spiega che gli USA nemmeno distruggono più i campi di coltivazione. Anzi, pare che le forze armate americane restino attivamente a guardia di quei campi di papaveroPossibile? Sì.
Un anno fa spiegavo:

Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

La cosa non dovrebbe stupirci. Controllare il commercio globale della droga, significa controllare la liquidità nei circuiti bancari mondiali. E controllare i flussi finanziari, vuol dire controllare il mondo.
In ogni caso, l’unico vero vincitore del conflitto afghano è e resta il narcotraffico.

Afghanistan: partiti gli americani, arriveranno i cinesi

Con la prospettiva della partenza dei soldati occidentali prevista per il 2014, la concorrenza per un posto al sole in  Afghanistan si sta facendo serrata. Allo stesso tempo, il governo afgano ha cercato di rafforzare i suoi legami con i Paesi vicini.
La Repubblica Popolare Cinese condivide solo pochi km di confine con Kabul, ma è già in prima fila per acquisire una significativa influenza nell’Afghanistan del dopo NATO. Si spiega così la visita a sorpresa a Kabul di Zhou Yongkang, capo della sicurezza interna cinese, nel corso della quale i due Paesi hanno sottoscritto un action plan che impegna la Cina a fornire al governo locale 150 milioni di dollari in aiuti alla ricostruzione e in assistenza tecnico-economica, oltre che ad addestrare la polizia afghana.

Da tempo gli analisti ripetono che la prima a beneficiare del ritiro americano sarà proprio Pechino. Perché l’obiettivo della Cina sono le ricche concessioni minerarie che il governo di Kabul è pronto a mettere all’asta: ne avevo già parlato qui; per contributi più recenti si veda qui e qui.
L’Afghanistan lasciato solo, finirà per buttarsi nelle braccia dei cinesi“, secondo il noto analista Ahmed Rashid. Per adesso pare essere proprio così. Dopo tutto, neppure i più ingenui avevano creduto che gli aiuti “disinteressati” (sic) promessi da Pechino al governo afghano nei mesi scorsi potessero essere veramente tali.

In questi anni, mentre gli USA perdevano soldi, soldati e popolarità, i cinesi si assicuravano importanti contratti e concessioni estrattive per le proprie companies. Massimo risultato col minimo sforzo. Ma l’Afghanistan non è ancora pacificato e questo potrebbe mettere gli investimenti di Pechino a rischio. Si spiega così, secondo Luigi Spera su Limes, la mano tesa verso l’Alleanza Atlantica:

La Cina ha assunto in Afghanistan un atteggiamento molto opportunista. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, Pechino non ha fatto mai mancare il suo appoggio alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, per Enduring Freedom prima e per Isaf poi. La Cina si è tenuta apparentemente fuori da quello che sembrava un nuovo ‘grande gioco’ nell’area, facendo un lavoro tra le linee e puntando ai vantaggi che pure le sono venuti.
Ora che la strada è tracciata, gli investimenti ci sono e le aziende appaiono ‘esposte’ su un territorio dove la sicurezza resta una grande incognita, Pechino ha rivisitato la sua agenda afgana. Di fronte al fallimento di una missione che solo i governi impegnati maggiormente continuano a definire un successo e al rischio di una deriva balcanica dopo il ritiro nel 2014, la Cina ha mostrato il suo volto benevolo all’Occidente, dando a intendere negli ultimi mesi di essere pronta a correre in soccorso degli americani e della Nato. Come a dire che se finora le imprese e gli avamposti cinesi hanno beneficiato della sicurezza dovuta a un’occupazione che ne ha salvaguardato gli investimenti, ora si muovono per proteggere i propri interessi con il minimo sforzo economico e militare.
Così aiuterebbero sia loro stessi sia i governi occidentali, impegnati in una complessa ‘exit strategy’ elaborata per limitare l’enorme dispendio economico che le nazioni del Patto Atlantico – ma non solo – non sono più in grado di sostenere.
L’avvicinamento cinese alla Nato è qualcosa di effettivo, anche se ancora allo stato embrionale. Ma quello atlantico non è l’unico piano dove opera Pechino, che fa manovre anche in chiave regionale sfruttando principalmente le strutture dellaShangai Cooperation Organization (Sco), di cui sono membri Cina, Russia e quattro repubbliche centroasiatiche ex sovietiche: tutti paesi che hanno dato il loro benvenuto all’Afghanistan come osservatore (lo erano già anche India e Pakistan) solo pochi mesi fa.
In questo ambito, con il motivo ufficiale della lotta al traffico di droga e al terrorismo, i paesi dello Sca hanno collaborato principalmente con il governo Karzai e indirettamente con Nato e Stati Uniti. Appellandosi proprio alla stabilità dell’Asia centrale e alla lotta al fondamentalismo religioso (interessante per i cinesi anche in chiave di contrasto anti-islamico nello Xinjiang), Cina e Afghanistan hanno sottoscritto un accordo di collaborazione strategica per combattere il terrorismo e rafforzare la cooperazione nel settore della sicurezza.
Ma non è con la collaborazione nella Sco che Pechino e Kabul hanno iniziato a fare affari. Basti pensare all’attività estrattiva nel bacino dell’Amu, l’investimento cinese che sfiorerà i 400 milioni di dollari per la costruzione di pozzi e raffinerie e che vedrà finire il 70% dei profitti nelle casse dell’asfittica economia afghana senza che questi soldi passino per la popolazione. Proprio ciò che gli afghani debolmente e con voce solo raramente amplificata dai media contestano: l’abitudine cinese, molto visibile anche in Africa e Sudamerica, di impiegare manodopera formata da connazionali, senza dare di fatto beneficio al paese ospitante.
Le vecchie abitudini restano, ma in Afghanistan la Cina sperimenta anche una nuova dottrina di un’ambivalenza evidente: quella della mano tesa dal punto di vista strategico diplomatico e dello sfruttamento spinto sul versante economico-produttivo. Una strategia che rimescola le carte in tavola, mentre il riposizionamento strategico militare degli Stati Uniti nell’area rimane poco chiaro.

A Kabul i maligni dicono che dietro i recenti attacchi possa esserci anche la mano degli americani, che non apprezzano il protagonismo del Dragone in Afghanistan. Certo la partita afghana è solo un tassello nel più ampio mosaico di relazioni tra Stati Uniti e Cina, impegnate – in nome della corsa alle materie prime – in una corsa frenetica per estendere la propria influenza nei quattro angoli del globo: dall’Africa all’America Latina, dalle acque del Pacifico ai ghiacci del Polo, passando per le steppe dell’Asia Centrale. Senza mai dimenticare che Pechino è e rimane il primo creditore di Washington.
Tuttavia, costatare che la Cina fa affari in terra afghana, mentre lì l’America ha sprecato vite e denaro, e che ora chiede addirittura la protezione NATO per preservare i propri business, fa un pò effetto. Soprattutto se si ripensa alle speculazioni che si leggevano dieci anni fa sugli interessi petroliferi, minerari e infrastrutturali americani sottesi alla “guerra sporca di Bush” in quel di Kabul. Altri tempi, altre storie.

Violenti scontri in Tajikistan

A quindici anni dalla fine della guerra civile che l’aveva insanguinata per un quinquennio, nella regione del Gorno-Badakhshan (Tajikistan) si registrano nuovi incidenti tra estremisti islamici ed esercito governativo:

 (ASCA) – Roma, 25 lug – Sono almeno 42 le vittime sinora accertate delle violenze fra esercito del Tajikistan e milizie ribelli islamiche nella regione semi-autonoma del Gorno-Badakhshan, provincia montagnosa nella zona orientale del Paese, nei pressi del confine con l’Afghanistan.
Il bilancio ufficiale diffuso ieri parla di 12 soldati governativi e 30 estremisti uccisi nei combattimenti e il governo ha dichiarato un temporaneo cessate il fuoco per avviare dei colloqui fra il ministro della Difesa Sherali Khayrulloyev e i rappresentanti della citta’ di Khorog, epicentro degli scontri degli ultimi giorni. L’area e’ abitata dalla minoranza etnica Pamiri ed e’ considerata una roccaforte della milizia islamica. Gli ultimi episodi di violenza sono divampati in seguito all’omicidio, avvenuto lo scorso 21 luglio, del generale Abdullo Nazarov, responsabile locale del Comitato per la sicurezza nazionale. (fonte AFP).

Secondo la BBC, le vittime potrebbero essere 200.

Raggiunto un cessate il fuoco, le forze governative hanno chiesto ai comandanti ribelli la consegna di Tolib Ayombekov, ex signore della guerra e, almeno secondo il governo, responsabile della morte di Nazarov. Per agevolare la trattativa, il governo ha offerto l’amnistia a tutti i ribelli ad eccezione dei quattro combattenti, tra i quali lo stesso Ayombekov. Quest’ultimo ha negato il proprio coinvolgimento nella morte del generale. Intervistato da Associated Press per telefono prima dello scoppio dei combattimenti, Ayombekov aveva detto che l’operazione di sicurezza era stata finalizzata esclusivamente a arrestare gli ex comandanti della guerra civile.
A causa delle operazioni militari dei giorni scorsi, il Tagikistan ha chiuso tutti i valichi di frontiera con l’Afghanistan, consentendo il passaggio solo ai rifornimenti della NATO verso Kabul.
Le comunicazioni tra la città di Khorog – capoluogo del Gorno-Badakhshan – e l’esterno sono state interrotte.

Eurasianet propone questa utile analisi per comprendere gli eventi in corso.
In sintesi, il Badakhshan è una regione montuosa e isolata di circa 250.000 abitanti – quasi tutti di etnia pamira -, situata nel Sudest del Tagikistan, che condivide una frontiera lunga – e praticamente sguarnita – con Afghanistan, Kirghizistan e Cina. Per questo rappresenta un corridoio per il traffico illegale di merci e stupefacenti, in particolare di eroina afgana. La  popolazione è costituita in gran parte da musulmani sciiti della setta ismailita, mentre il resto del Tagikistan è a maggioranza sunnita. A causa del suo isolamento, la regione è poco controllabile e dunque intrinsecamente instabile. Una vulnerabilità acuita dalle influenze destabilizzanti che provengono dal vicino teatro afghano.
Al di là delle divergenze di ordine etnico e religioso,  i motivi dell’attuale conflitto sono gli interessi economici e di potere rimasti irrisolti dai tempi della guerra civile. Dopo la pace del 1997, il governo aveva cercato di integrare le principali figure dell’opposizione nella propria struttura di potere, lasciando che gli ex capi ribelli potessero esercitare un’influenza sulle loro terre d’origine in cambio della fedeltà al regime. Ma ciò non è bastato a mantenere un equilibrio tra ex combattenti e funzionari governativi.
Per approfondire si veda questa dettagliata analisi della Jamestown Foundation.

Se la comunità internazionale non presterà sufficiente attenzione a questo angolo di mondo, i fatti in Badakhshan potrebbero avere pericolose ripercussioni di lunga durata. Non dimentichiamo che l’Afghanistan è a due passi, ed è probabile che i signori locali, approfittando del ritiro delle truppe NATO nel 2014, cercheranno di espandere la propria influenza di una regione di per sé instabile.

SCO, il condominio russo-cinese nel cuore dell’Asia

Il dodicesimo vertice della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha avuto luogo la settimana a Pechino. Il risultato più evidente  è stata l’ammissione dell’Afghanistan come Paese osservatore e della Turchia come partner di dialogo.
Limesonline fa un ottima sintesi di tutte le altre decisioni:

La Federazioe Russa e la Repubblica Popolare Cinese, potenze egemoni di questo gruppo, hanno sfruttato l’incontro per proporre – partendo dall’analisi dei temi regionali – una visione del mondo alternativa a quella dell’Occidente.
Alla fine del vertice è stato infatti dichiarato che:

  • Nessuno Stato della Sco dovrà entrare in un’alleanza mirata contro un altro membro dell’organizzazione – ossia i vari “stan” devono tenersi alla larga dalla Nato.
  • L’implementazione unilaterale di un sistema missilistico di difesa da parte di un paese o di un gruppo di paesi minaccia la sicurezza e la stabilità strategica – ossia la Sco si oppone allo scudo missilistico della Nato in Europa Orientale [carta].
  • Eventuali crisi regionali vanno risolte tramite la consultazione tra paesi dell’area e successivamente tra questi e gli organismi internazionali.
  • La Sco sostiene l’Afghanistan nel suo tentativo di diventare “indipendente, neutrale e pacifico” e gli conferisce lo status di osservatore. Kabul diversifica il proprio portafoglio di potenze cui chiedere soldi e si prepara al futuro post-Nato. Difficile che dopo il ritiro delle truppe dell’Alleanza Atlantica (2014) la Sco insista ancora la neutralità afghana: l’obiettivo russo-cinese è sottrarre il paese asiatico all’influenza Usa.
  • La situazione in Nord Africa e Asia Occidentale – quella che in Occidente chiamiamo “primavera araba” – desta preoccupazione. La Sco si richiama ai principi della carta dell’Onu e del diritto internazionale che prescrivono il rispetto delle scelte indipendenti di ogni paese. A scanso di equivoci, dal comunicato: “Gli Stati membri si oppongono a interventi armati o operazioni di regime change indotto e non approvano le sanzioni unilaterali”.
  • Ogni tipo di violenza in Siria deve finire – non solo quella governativa, quindi. Con il dialogo politico (che per Mosca dovrebbe coinvolgere anche l’Iran) si può raggiungere una soluzione che giovi al popolo siriano e a tutta la comunità internazionale. La presunta apertura della Russia a un futuro senza Assad “se è quello che vogliono i siriani” è pura apparenza.
  • Qualsiasi tentativo di risolvere il dossier iraniano con la forza è “inaccettabile”. La Sco plaude ai negoziati tra il 5+1 e l’Iran e si augura che quest’ultimo svolga un ruolo importante per mantenere la pace e la prosperità internazionale. Russia e Cina non vogliono che Teheran si doti dell’atomica – minaccerebbe la stabilità regionale e il territorio russo – né che Israele e/o gli Usa intervengano militarmente, danneggiando un regime amico e uno dei maggiori fornitori di petrolio di Pechino.
  • Aumenterà la cooperazione economica tra gli Stati membri. In attesa della nascita di una Banca dello sviluppo della Sco, la Cina ha garantito allo scopo prestiti per 10 miliardi di dollari. Mosca rimane il maggior partner commerciale dei paesi centroasiatici.
  • C’è bisogno di una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che tenga conto dei molteplici interessi e raggiunga il più vasto consenso possibile – ma non c’è fretta.
  • La Turchia diviene il terzo “partner di dialogo” della Sco, dopo Bielorussia e Sri Lanka. La Shanghai Cooperation Organization allarga il proprio raggio d’azione mentre Ankara, come Kabul, amplia il proprio portafoglio di interlocutori. Sarà interessante vedere come evolverà questa relazione, dato che la Turchia, membro della Nato, è coinvolta attivamente nello scudo missilistico contestato dalla Russia.
  • Nessuna accelerazione sull’ammissione di India e Pakistan: i due paesi sono candidati, come la Mongolia e l’Iran, che però a cause delle sanzioni Onu cui è sottoposto non può al momento – secondo lo statuto della Sco – aspirare alla membership. L’ingresso di due rivali strategici e potenze nucleari come New Delhi (la più grande democrazia del mondo, che finirebbe in un club di autarchi) e Islamabad altererebbe l’equilibrio di potenza dell’organizzazione.

L’agenzia di stampa cinese Xinhua riporta che gli Stati membri hanno concluso 10 accordi, tra i quali sono compresi la Dichiarazione di costruzione di un’area con pace duratura e comune prosperità durature, il Piano Strategico di Sviluppo della SCO per il medio termine, e i Regolamenti sulle misure politiche e diplomatiche e del Meccanismo di risposta agli eventi che mettono a repentaglio la pace regionale, sicurezza e stabilità.
A parte questo, il ruolo geopolitico dello SCO è ancora da definire. Sebbene l’organizzazione sia nata con lo scopo di promuovere e coordinare iniziative comuni tra gli Stati membri in tema di sicurezza, è difficile dire cosa essa faccia effettivamente. Il gruppo è impegnato sul tema dell’Afghanistan e ha già svolto esercitazioni militari congiunte, ma come tengono a sottolineare i cinesi, si tratta di un partenariato, non di un’alleanza come la NATO.
Il presidente Hu Jintao, piuttosto attivo, ha sottolineato che la SCO sostiene “un nuovo concetto di sicurezza che consente ai suoi Stati membri di mantenere con fermezza i propri interessi, esplorare percorsi di sviluppo che sono adatti alle loro condizioni individuali e lottare contro l’interventismo“. Il messaggio all’Occidente è chiaro.
Il presidente cinese ha parlato anche di Afghanistan. Gli Stati membri vogliono tracciare una road map per il futuro futuro di Kabul post-NATO, al fine di scoongiurare il rischio di una nuova guerra civile che potrebbe far sentire la sua onda lunga nel cuore dell’Asia. Non dimentichiamo che anche Pechino deve fare i conti con una minoranza musulmana all’interno dei suoi confini, gli uiguri. Inoltre, la Cina cerca di stabilire un partenariato strategico con Kabul per salvaguardare i propri interessi economici nel Paese, inerenti la costruzione di infrastrutture e lo sfruttamento di risorse minerarie.

Molto si è scritto sulla tacita rivalità tra Cina e Russia, potenze dominanti del gruppo. Benché i due Paesi abbiano concluso 10 contratti commerciali e creato un fondo d’investimento bilaterale di 4 miliardi di dollari, le divergenze (e diffidenze) rimangono. Questo articolo sul South China Morning Post ricorda che la Russia ha cercato di accrescere l’influenza di altri raggruppamenti regionali come l’Unione Eurasiatica (e, vorrei aggiungere, la Collective Security Treaty Organization), che escludono la Cina e che avrebbe messo barriere commerciali tra l’ex repubbliche sovietiche e Pechino, di fatto svuotando la SCO di gran parte del proprio contenuto. Inoltre, Russia e Cina non hanno trovato un accordo per la creazione di una Banca di Sviluppo per l’organizzazione, considerata una delle priorità del gruppo.

Non è un mistero che gli Stati dell’Asia centrale sentano la pressione dei due giganti, in competizione sia sul fronte politico che economico, con la Russia che fornisce denaro e armi ed esercita influenza, e la Cina che promette aiuti e infrastrutture in cambio di risorse naturali, generi alimentari e accordi commerciali.
In ogni caso, al momento sia Mosca che Pechino hanno bisogno della SCO, che di fatto amministrano quasi fosse un duopolio (come Francia e Germania fanno con la UE) allo scopo di mantenere lo status quo e contrastare la crescita dell’influenza statunitense nella regione. Il ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan è previsto per la fine del 2014, ma è probabile che per le forze Usa si tratterà solo di un cambio di campo in vita di un nuovo riposizionamento in Asia centrale:

la corsa al cuore del continente vede impegnate le grandi potenze globali. Usa, Russia e Cina scaldano i motori. Delle tre, Washington sembra partire svantaggiata, sia per la logistica (non ha contiguità con l’area) che per le crescenti ristrettezze di mezzi; Mosca esercita un’influenza in quanto ex madrepatria e principale sovventore dei governi coinvolti; Pechino promette e promuove sviluppo attraverso progetti finanziati con valanghe di denaro.

Una cosa però è certa. Per l’America, l’atteso addio all’Afghanistan nel 2014 non si tradurrà nell’abbandono del cuore dell’Asia. Russia, Cina e crisi economica permettendo.

Quello che i media non dicono sull’Afghanistan

Dopo mesi di trattative sottobanco (ma ben note ai meglio informati), nell’anniversario della morte di bin Laden i presidenti Obama e Karzai hanno sottoscritto un accordo in base al quale l’impegno militare degli Stati Uniti si estende fino al 2024.
A parte l’iniziale cortocircuito comunicativo dello staff della Casa Bianca – che prima nega e poi ammette l’arrivo di Obama a Kabul, senza spiegare il perché della bugia -, nel merito l’accordo offre più domande che risposte.
Se da un lato gli USA forniranno un sostegno allo sviluppo delle forze di sicurezza afghane, dall’altro non c’è nessun aiuto finanziario concreto per il bilancio della difesa di Kabul. Ancora, si dice che l’Afghanistan si impegna a fornire accesso alle proprie basi oltre il 2014, ma non è chiaro se gli americani manterranno delle basi permanenti nel Paese – un’ambiguità non certo casuale: benché i funzionari USA insistano che il ritiro definitivo sarà completato entro il 2014, la realtà sul campo dice gli americani resteranno ben oltre tale data.
Un anno fa scrivevo che per l’America il ritiro dall’Afghanistan comporterà solo un riposizionamento delle truppe nel cuore dell’Asia Centrale:

Contrariamente a quanto sostenuto da Obama, secondo Mosca gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di ritirarsi dall’Asia centrale. Anzi, la Casa Bianca starebbe cercando di rinforzare la propria presenza nella regione trasferendovi parte delle strutture militari ora d’istanza a Kabul.
La presunta trattativa con le maggiori fazioni dei taliban volta a negoziare la fine del conflitto, in linea con la strategia del Grande Medio Oriente voluta dagli Usa, comporterà un profondo riassestamento dentro e fuori i confini del Paese. Nel primo caso, si va verso una ripartizione di fatto dell’Afghanistan sulla base di principi etnici; nel secondo, gli americani manterranno la propria influenza in loco da una nuova posizione, proprio dirimpetto ai giganti Russia e Cina.
L’offerta alle repubbliche ex sovietiche di un ruolo di sostegno alla coalizione in Afghanistan non sarebbe che il primo passo verso il collocamento di contingenti supplementari proprio nel cuore della regione. Un progetto noto fin dal settembre del 2009 e confermato da una successione di elementi circostanziali, di cui il potenziamento delle rotte verso Kabul è solo il più recente.

Insomma la longa manus del Pentagono non lascerà la regione.  C’è chi parla dell’Afghanistan come di una nuova OkinawaCome mai per l’America è così importante rimanere in Afghanistan? Per rispondere a questa domanda è necessario indagare sul campo. Intendo dire, su ciò che sta realmente accadendo sul campo, oltre le considerazioni di carattere strategico segnalate su tutti i siti e blog che si occupano di geopolitica.
Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

Fantascienza? No, se pensiamo che l’America, sia pur indirettamente, sta ricoprendo un ruolo tutt’altro che secondario nella narcoguerra in Messico. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che agenti della Dea americana (Drug Enforcement Administration) e forze dell’ordine messicane hanno aiutato i cartelli della droga messicani a riciclare denaro proveniente dal traffico di droga, nel tentativo di infiltrarsi nel cartello. Denaro riciclato anche grazie alla compiacenza delle banche USA.
Ancora. Contrariamente da quanto affermato in questa ricostruzione, in Afghanistan alcune risorse naturali ci sono eccome. Come scrivevo mesi orsono, secondo alcune ricerche della US Geological Survey il Paese costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra:

Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell'Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].

Nel sottosuolo afghano c’è praticamente di tutto. Mancherebbe solo il petrolio. Sorpresa: c’è anche quello!
La presenza di oro nero nel Paese è stata accertata fin dal 1959, come spiegato dalla US Geological Survey in questa pagina – visibile solo tramite Wayback Machine, perché l’originale è stata rimossa. Che motivo c’era di occultarla?
Il governo Karzai ha concesso le prime licenze d’esplorazione già nel 2010 (interessante questa analisi della Reuters). I giacimenti di oro nero hanno una consistenza stimata di circa 1,6 miliardi di barili: non è molto, ma abbastanza per promuovere dei progetti di estrazione.
Paresntesi. Fino ad oggi l’importanza dell’Afghanistan sotto il punto di vista energetico era nota come luogo di transito per oleodotti o gasdotti. Progetti come la Trans-Afghanistan Pipeline e Afghanistan Oil Pipeline che vedevano coinvolta la compagnia UNOCAL, di cui l’attuale presidente afghano Karzai era stato consulente e collaboratore. Il triangolo Bush-Karzai-UNOCAL è illustrato su Globalresearch, dove si spiega che la scelta di Karzai alla guida del Paese era stata dettata proprio dai suoi trascorsi nella compagnia.
Meno note, per l’appunto, sono le potenzialità del Paese come produttore di idrocarburi. Ragione alla base della frenetica attività diplomatica per dare stabilità alla neonata democrazia afghana, secondo questa analisi pubblicata dieci anni fa – in tempi non sospetti:

As the war in Afghanistan unfolds, there is frantic diplomatic activity to ensure that any post-Taliban government will be both democratic and pro-West. Hidden in this explosive geo-political equation is the sensitive issue of securing control and export of the region’s vast oil and gas reserves. The Soviets estimated Afghanistan’s proven and probable natural gas reserves at 5 trillion cubic feet – enough for the United Kingdom’s requirement for two years – but this remains largely untapped because of the country’s civil war and poor pipeline infrastructure.
More importantly, according to the U.S. government, “Afghanistan’s significance from an energy standpoint stems from its geographical position as a potential transit route for oil and natural gas exports from central Asia to the Arabian Sea.”
To the north of Afghanistan lies the Caspian and central Asian region, one of the world’s last great frontiers for the oil industry due to its tremendous untapped reserves. The U.S. government believes that total oil reserves could be 270 billion barrels. Total gas reserves could be 576 trillion cubic feet.

Il paradigma è sempre lo stesso. Esportiamo la “democrazia”, in cambio di gas e petrolio.
Gli USA hanno fretta che questa “democratizzazione” dia i suoi frutti perché non sono gli unici ad essere a conoscenza del petrolio afghano. Lo scorso dicembre la Cina National Petroleum Corporation è diventata la prima azienda straniera ad ottenere una concessione per l’estrazione di petrolio e gas in Afghanistan. I funzionari stimano che l’accordo potrebbe essere un valore di oltre 700 milioni di dollari (dieci volte tanto, secondo altre stime).
Non c’è da stupirsi come mai gli americani puntino a rimanere inchiodati a Kabul il più a lungo possibile.

Gli attacchi talebani e la sicurezza (che non c’è) in Afghanistan

afghan interactive

Dopo alcuni mesi di relativa calma, i taliban hanno alzato di nuovo la testa. In una serie di attacchi a Kabul e in alcune province dell’est (Logar, Paktia e Nangarhar), i ribelli hanno nuovamente dimostrato la propria capacità di infiammare l’Afghanistan anche in quelle zone che fino a due settimane fa sembravano apparentemente sicure, come il centro della capitale.
Una sintesi dei fatti si trova su Slate. Qui una cronologia.
Anche se il numero di morti complessivo è stato relativamente contenuto – solo un civile ucciso a Kabul, ma 11 in totale di cui la metà bambini – si tratta in ogni caso di un episodio inquietante. Gli attacchi di per sé sono degni di nota, ma la natura tempestiva e coordinata dell’assalto testimonia che la capacità bellica degli insorti non è ancora stata smorzata. Ad aver mostrato una defaillance, se mai, è il sistema di sicurezza delle forze afghane. Una combinazione di eventi che solleva seri dubbi circa le prospettive di pace per il dopo 2014, quando le forze occidentali si saranno ritirate.
Dubbi palesati anche dal New York Times:

For the Haqqani network, a family of border criminals and smugglers that has gained an astonishing notoriety in recent years as a leading killer of allied troops in Afghanistan, the attacks on Sunday represented more than just the ability to paralyze the mostly tightly secured districts of Kabul for hours. They were proof that the Taliban offshoot could create the vast network of logistical support and planning needed to mount terrorist attacks without anything leaking to the intelligence groups so tightly focused on it.

Si sa per certo che la rete di Haqqani gode di rifugi sicuri nel Nord Waziristan, dove nonostante i droni sparino addosso a tutto ciò che abbia la barba la minaccia dell’insorgenza non è mai stata debellata.
Sventato l’attacco, i funzionari americani hanno fatto di tutto per sottolineare che l’offensiva non avrebbe comunque modificato la strategia degli Stati Uniti a Kabul. Una frase già sentita altre volte, come da copione. Chi invece ha rilasciato una dichiarazione concreta è l’Australia, che ha annunciato il ritiro delle proprie truppe con un anno d’anticipo.
BBC commenta i fatti ponendo alcune domande, ancora senza risposta:

  • Come mai ribelli sono riusciti a stoccare grandi quantità di armi e munizioni all’interno dell’edificio usato per lanciare gli attacchi;
  • Come mai un così gran numero di miliziani sono riusciti a penetrare nel cuore della città, sulla falsariga di un’operazione che deve aver richiesto mesi di pianificazione;
  • Se gli insorti hanno comunicato tra loro durante l’attacco.

I taliban hanno agito nel cuore della capitale afghana nonostante la presenza dei militari e dell’intelligence occidentale. La possibilità di ottenere armi ed esplosivi in questa zona non sarebbe stato possibile senza l’aiuto del personale di sicurezza afghano. Ipotesi più che probabile, considerate la corruzione diffusa e le infiltrazioni di insorti all’interno delle forze armate regolari.
Significativo che l’attacco sia arrivato un mese dopo l’annuncio dei taliban di sospendere le trattative di pace, e appena un giorno dopo la nomina di Salahuddin Rabbani a capo del Consiglio per la pace in Afghanistan. Rabbani, che ha il compito di cercare di trovare un terreno per la riconciliazione, è il figlio dell’ex presidente afghano e Presidente del Consiglio di pace afghano Burhanuddin Rabbani, ucciso l’anno scorso.
Probabilmente l’operazione intendeva infliggere all’Occidente un colpo psicologico, più che fisico, minando gli sforzi negoziali degli USA per raggiungere un accordo entro il 2014.
Al 2014 mancano meno di due anni. Ma ogni giorno che passa l’Afghanistan scivola sempre di più in un abisso di incertezza, e sempre e più velocemente.

Cina, India, Occidente. Le miniere afghane sono una torta e tutti ne vogliono una fetta

In attesa di calare il sipario sulla missione Isaf nel 2014, le potenze occidentali sono già pronte a sollevarne un altro, quello sui ricchi giacimenti nel sottosuolo afghano.
Non tutti sanno che l’Afghanistan costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra. Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell'Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].
Non va infine sottovalutato il ruolo logistico dell’Afghanistan per il transito di futuri gasdotti (come il TAP) e oleodotti provenienti dai ricchi giacimenti dell’Asia centrale e diretti ai terminal sull’Oceano Indiano.

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Ecco che fine fanno i fondi Usa destinati all’Afghanistan


How U.S. money ends up in Taliban hands

U.S. military and government investigators found that money paid to four of the eight contractors hired to transport military supplies across Afghanistan ended up with criminal networks and insurgents. Investigators developed case studies to show how the system works. Here is one example.

Luca Troiano

1. Lo scorso novembre avevo parlato di come il racket sui trasporti in Afghanistan sia un’indiretta fonte di finanziamento per i gruppi di insorti. È solo un esempio di come una parte degli aiuti americani a Kabul vada a rimpinguare le casse sbagliate.
Partiamo da un fatto. Domenica il Washington Post ha reso noto che circa 2,16 miliardi di dollari di fondi governativi per promuovere lo sviluppo in Afghanistan sarebbero finiti nelle mani dei taliban. Questo perché otto società di trasporto afghane sul libro paga degli Usa sarebbero direttamente o indirettamente coinvolte in affari con gli insorti. È ciò che emerge da un’inchiesta militare che ha esaminato i tracciati di alcuni pagamenti eseguiti in favore delle suddette aziende.
Secondo la relazione, attraverso un giro di appalti, subappalti e depositi, e con la complicità di funzionari locali corrotti, ingenti somme sarebbero state reimpiegate in pratiche fraudolente, quando non addirittura a supporto dell’insorgenza (si veda il grafico).
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