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Il primo luglio di quest’anno la Croazia diventerà il 28esimo Stato membro dell’Unione Europea. Eppure il matrimonio tra Bruxelles e Zagabria, non ancora celebrato, è già in crisi. Crisi come quella – economica - dalla quale la Croazia non riesce ad uscire.
Secondo Stefano Giantin:

Ma che cosa porta in dote Zagabria all’Europa? L’orgoglio di avercela fatta, fresche energie. E nuovi problemi.

Problemi perché l’ex repubblica jugoslava issa la bandiera blu a dodici stelle dopo quattro anni di recessione, con un Pil in flessione nel 2012 del 2% e crescita zero nel 2013, causa consumi, investimenti ed export al palo. Una recessione gravissima che, malgrado il florido settore turistico, ha portato a un crollo complessivo del Pil dell’11% dal 2008 a oggi, «la seconda più grave contrazione registrata nel mondo», sottolinea un rapporto Barclays. Come se non bastasse, Zagabria paga l’onta dello stigma di “spazzatura” assegnato ai suoi bond da due agenzie di rating su tre. E in valigia il Paese balcanico nasconde anche una seria questione sociale, con una disoccupazione da codice rosso che ha superato il 18% secondo i dati Eurostat, il 21% secondo quelli dell’omologo locale dell’Istat. Peggio fanno solo Grecia e Spagna, altre nazioni che condividono simili affanni, come l’alto deficit trainato da sanità e pensioni, bassa competitività, un ipertrofico settore pubblico.

Non proprio un quadro roseo. Così, mentre si attendono gli ultimi benestare dei Ventisette al trattato d’adesione di Zagabria – in primis quello di una riluttante Berlino, fra le prime capitali a riconoscere l’indipendenza croata e oggi fra gli ultimi Paesi Ue a ratificarne l’ingresso – non ci si può non interrogare. La Croazia è veramente pronta?

In Germania c’è anche la stampa ad esprimere una certa perplessità. Il tabloid Bild dubita fortemente che l’Unione tragga un vantaggio dall’ammissione della Croazia. “Bruxelles ha già pagato un miliardo abbondante in aiuti per l’adesione al governo di Zagabria”, ricorda il quotidiano, prevedendo che “gli euro scorreranno a fiumi anche dopo l’adesione, perché i croati sperano di mettere le mani su almeno tre miliardi provenienti dalle casse UE”.

La diffidenza tedesca  ha finito per contagiare anche Bruxelles – di cui Berlino è, assieme a Parigi, azionista di maggioranza. La Germania oggi è la capofila di un gruppo di paesi scettici nei confronti dell’allargamento dell’UE, perché è insoddisfatta della situazione di alcuni dei paesi entrati di recente a far parte dell’Unione.
Dopo le adesioni rapide degli anni scorsi, le brutte esperienze hanno suggerito ai 27 un approccio più prudente al processo di apertura verso i Paesi candidati. Il caso limite è stata l’adesione di Romania e Bulgaria all’inizio del 2007: all’ingresso nel club europeo Sofia e Bucarest erano ancora lontane dal raggiungimento dei requisiti richiesti, specialmente in termini di legalità e lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Per colmare il ritardo accumulato rispetto agli impegni presi, la Commissione europea ha dovuto improvvisare un “meccanismo di cooperazione e di controllo”, ma ancora oggi Bulgaria e Romania non sono in grado di entrare nell’area Schengen.

Per evitare il ripetersi di una tale situazione, Bruxelles ha instaurato un “meccanismo specifico di rafforzamento continuo” che permetta alla Commissione di valutare il rispetto degli impegni presi nel corso dei negoziati.
La Croazia è stata il primo Paese a subire gli effetti di questa lezione: è stata sottoposta a criteri di adesione molto più rigidi, (che se fossero stati applicati in precedenza, alcuni Paesi attualmente membri dell’UE non vi sarebbero mai entrati. E questo spiega perché il processo di adesione di Zagabria sia durato dieci anni.

Nel frattempo, l’entusiasmo per l’imminente ingresso nell’Unione si è raffreddato. E non soltanto in ragione della lunga attesa. La Croazia, come illustrato nell’articolo di Giantin, soffre una grave recessione, come ricordato anche dal Bild che la considera già alla stregua dei Piigs.
Sulle difficoltà vissute dal Paese avevo già scritto due anni fa. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma pare anche aver spento le speranze che i croati riponevano nelle opportunità conseguenti all’ingresso nella UE.
Il primo atto concreto di partecipazione al processo europeo, ossia le prime elezioni europee nella storia del Paese in aprile, si sono rivelate un autentico flop: ha votato solo il 20,7% degli aventi diritto. “Vi presentiamo i dodici eletti per i quali probabilmente non avete votato“, esordiva il quotidiano Večernji List, commentando con sarcasmo il dato sull’affluenza. Per la cronaca, il voto ha segnato la vittoria della coalizione guidata dall’Unione democratica croata (HDZ, di destra) la sconfitta della coalizione del Partito socialdemocratico (SPD) del primo ministro Zoran Milanović (che ha ottenuto il peggior risultato dalle legislative del 2008).
In realtà, è improprio parlare di una vittoria del HDZ. La scelta dei cittadini di premiare il partito all’opposizione testimonia più che altro la sempre maggiore frustrazione dei croati verso una classe politica incapace di tirare fuori il Paese dalla crisi.
La Croazia perché aderirà nel corso di una delle più gravi crisi finanziarie europee, mentre le misure d’austerità stanno portando alla rinascita dei nazionalismi - emblematico il caso della Catalogna.

Infine, dopo l’adesione alla UE, la Croazia spera di entrare nello spazio Schengen entro il 2015. Tuttavia Zagabria si troverebbe ad essere la frontiera esterna dello spazio di libera circolazione, la gestione della quale rappresenta una grossa sfida per il Paese in termini di mezzi e personale.

Tutto male, allora? Per fortuna no.

Il processo di adesione ha svolto un ruolo decisivo nella risoluzione dell’annoso contenzioso con la vicina Slovenia. Inoltre, sono in via di definizione anche i rapporti con la vicina Serbia: la visita del vice primo ministro serbo Aleksandar Vučić a Zagabria il 29 aprile è il segno di un disgelo nelle relazioni tra i due ex rivali.

“In questo periodo di crisi del progetto europeo, i paesi dei Balcani occidentali ci mostrano che l’Unione europea conserva ancora un po’ del suo soft power”, commenta Eric Maurice su Presseurop ricordando anche l’accordo sulla normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo e la richiesta di perdono del presidente serbo Tomislav Nikolić per i crimini di Srebrenica, Un segnale incoraggiante che però impone a Bruxelles definire una linea di sviluppo mettendo al tempo stesso dei limiti, per preparare meglio l’accoglienza dei nuovi membri ed evitare delusioni future.

A cominciare dalla Croazia, che se dal matrimonio con l’Europa non si aspetta più una luna di miele, confida almeno in un’opportunità per uscire finalmente dalla crisi.

La violenza nel quartiere di Husby di Stoccolma (mappa), dove l’80% degli abitanti del quartiere non è di origine svedese, è esplosa dopo che il 13 maggio un uomo di 69 anni è stato ucciso dai poliziotti dopo averli minacciati.
I primi incidenti si sono verificati la sera di domenica 19 maggio e sono durati per più di quattro ore, mentre nella capitale si festeggiava la vittoria della Svezia ai campionati mondiali di hockey su ghiaccio. Il capo della polizia locale, Daniel Mattsson, ha detto che per le strade erano presenti più di trecento ragazzi, ma che hanno partecipato attivamente alla rivolta tra i 60 e i 100.

Anziché placarsi, le violenze sono proseguite, arrivando a diffondersi in diversi quartieri periferici della capitale. Nel quartiere di Rinkeby sono state bruciate sei auto, altre tre a Norsborg, nel sud; un principio di incendio si è verificato anche in una stazione di polizia, a Älvsjö, e in due diverse scuole, a Tensta e a Kista, vicino a Husby.

Il 22 maggio un gruppo di genitori di Husby e rappresentanti delle associazioni ha manifestato contro il vandalismo dei giovani e contro la violenza delle polizia. La polizia, dal canto suo, ha annunciato che chiederà rinforzi da altre parti della Svezia, e gruppi di cittadini si sono organizzati autonomamente per pattugliare le strade.

Tra le cause della rivolta ci sono anche la segregazione e la disoccupazione. Secondo le cifre dell’agenzia per l’occupazione svedese riferite al 2010, il 20 per cento dei giovani di Husby non svolgeva alcuna attività e un ragazzo tra i 16 e i 19 anni su cinque era senza lavoro o non andava a scuola.
“Queste reazioni avvengono quando non c’è uguaglianza tra le persone, ed è quello che sta succedendo in Svezia”, ha detto al quotidiano svedese The Local Rami al Khamisi, uno studente di legge fondatore del movimento giovanile Megafonen. Secondo un rapporto dell’Ocse pubblicato a metà maggio, infatti, la Svezia è il Paese dove lo scarto tra i redditi cresce più rapidamente tra i 34 membri dell’organizzazione, sebbene rimanga comunque uno dei 10 più egualitari – questo punto necessita però una precisazione, per cui rimando a qualche riga più in basso.

La vicenda ha così rilanciato il dibattito sull’integrazione degli immigrati e sul modello sociale svedese. In Svezia, grazie a una politica molto liberale, gli immigrati di prima generazione rappresentano circa il 10% della popolazione mentre è difficile quantificare quante siano le persone nate in Svezia da genitori stranieri. Gli immigrati arrivano principalmente da Turchia, Libano, Somalia, ma negli ultimi anni anche da zone di guerra: Iraq, Afghanistan e Siria. La loro integrazione all’interno della società risulta molto difficile, nonostante i numerosi programmi statali volti a favorirla. Nonostante le iniziative dello Stato sociale, tra gli immigrati il tasso di disoccupazione è del 16%, dieci punti in più rispetto agli svedesi, e il livello di scolarizzazione molto basso. Quello che sembra non funzionare più sono i parametri delle politiche di integrazione.
Secondo i media svedesi, il dibattito sulla situazione nei quartieri poveri svedesi ricorda “in modo inquietante” quello che si è svolto in Danimarca alla fine degli anni novanta, dopo che la politica aveva rifiutato per troppo tempo di affrontare il problema dell’integrazione.

Presseurop cerca di approfondire la vicenda proponendo due contributi della stampa locale.
Nel primo, tratto dal quotidiano Aftonblandet, si spiega come i disordini alla periferia di Stoccolma dimostrino il fallimento dell’integrazione degli immigrati e il disinteresse del governo in materia di istruzione e impiego:

Le periferie che accolgono molti immigrati richiedono un’attenzione enorme. Un’attenzione che i politici non hanno voluto dare loro. Purtroppo questo problema di gestione non è nuovo e si è curiosamente preferito far finta di niente. A lungo non abbiamo neanche avuto il diritto di dire che un quartiere che conta non meno di 114 nazionalità diverse richiedeva più risorse e più attenzione di altri quartieri meno cosmopoliti. Al contrario, le periferie con un’alta densità di immigrati erano presentate come dei luoghi esotici dove si poteva comprare verdura a buon prezzo.
Il problema non sarà risolto dall’oggi al domani e sarà necessario stanziare risorse considerevoli nel settore dell’istruzione, fin dalla scuola materna. Quando si comincia a prendere una brutta strada fin dall’adolescenza, come nel caso dei ragazzi che sono stati fermati, le possibilità di tornare sulla buona strada sono molto basse. Quando i propri genitori e quelli degli amici sono senza lavoro può sembrare perfettamente normale non lavorare. Quando la scuola sembra un paese straniero è facile abbandonarla.
A Husby il tasso di attività è intorno al 40 per cento, rispetto al 65 per cento su scala nazionale. È in questo dato che risiede il male – o piuttosto il peggiore dei mali.

Nel secondo, tratto dal Göteborgs-Posten, si spiega che in Svezia, Paese simbolo dello sviluppo sociale armonioso, le disparità di reddito aumentano sì rapidamente, ma correggere un modello che non premiava abbastanza il lavoro era necessario per la tenuta del Paese stesso:

Il 14 marzo scorso in Svezia la notizia ha avuto l’effetto di un bomba: le disuguaglianze sono in rapido aumento nel paese. Il raddoppio del numero di poveri negli ultimi anni nel paese ha suscitato grandi dibattiti. Queste informazioni provengono da un rapporto pubblicato di recente dall’Ocse sui divari di reddito nei 34 paesi membri dell’organizzazione. Ma questo documento non parla di un peggioramento del livello di vita dei cittadini.
Al contrario, sul lungo periodo tutte le fasce della popolazione hanno registrato un miglioramento delle loro condizioni di vita. Ma alcuni gruppi sono stati più favoriti di altri e questo si è tradotto in un aumento delle disuguaglianze, soprattutto tra chi lavora e chi non esercita alcuna attività professionale. Il risultato è che la Svezia è passata dal primo al 14° posto della classifica dei paesi più egualitari.
In effetti l’obiettivo delle diverse riforme fiscali intraprese negli ultimi tempi era proprio quello di ricompensare il lavoro. Il divario di reddito tra i lavoratori con gli stipendi più bassi e le persone che non esercitano alcuna attività professionale era poco significativo e questo poneva diversi problemi.
Questa situazione non era giusta. Bisognava adottare delle misure per spingere la gente a lasciare gli aiuti dello stato ed essere autosufficiente. Anche se una lunga serie di variabili determinano le scelte degli individui, il parametro finanziario non deve essere sottovalutato. Più si incentiva la gente a lavorare e meglio è. Dopo tutto sono i contributi della popolazione attiva che ci permettono di vivere. Per questo motivo i cambiamenti evidenziati dall’Ocse sono in ultima analisi un risultato positivo.
Si potrebbe ovviamente obiettare che è inaccettabile che il numero di poveri sia in aumento. E in effetti è inaccettabile, se si considerano poveri dei cittadini che non hanno abbastanza soldi per mangiare né un tetto per dormire. O anche se il livello di vita fosse troppo basso rispetto a quello di uno svedese medio. Tuttavia l’Ocse non ha preso in considerazione questo tipo di povertà – la povertà assoluta – ma quella relativa. Una nozione che in realtà è un artificio contabile. La povertà relativa non tiene conto della qualità di vita della gente, ma solo dei divari di reddito: in un mondo di miliardari i milionari sarebbero considerati poveri!
Un altro concetto di moda è quello di “privazione materiale”. Secondo questa definizione è povero chi per esempio non possiede né lavatrice né automobile e non ha i mezzi per andare in vacanza all’estero. È ovvio che questa concezione di povertà è estremamente discutibile.
Non dobbiamo dimenticare che la Svezia rimane ancora un paese ugualitario. Gli unici che non ne fanno parte sono un piccolo gruppo di individui molto ricchi. Inoltre il livello di base è relativamente alto, ed è questa la cosa più importante. Quello che conta non è che tutti gli svedesi vivano benissimo, ma che nessuno viva male.

Il problema è che, se da un lato sarà pur vero che nessuno svedese vive male, dall’altro non si può dire la stessa degli immigrati.

In nota, che in Svezia ci sia un problema di tolleranza verso le minoranze è testimoniato dal fatto che il razzismo sembra non essere l’unico fenomeno ad aver raggiunto i livelli di guardia. Gli ebrei di Malmö stanno lasciando la città in cui vivono da generazioni a causa del crescente antisemitismo. E loro sono cittadini svedesi, non stranieri.

Nei giorni scorsi premier cinese Li Keqiang si è recato in visita a Delhi per risolvere la questione dello sconfinamento dell’Esercito di Liberazione del Popolo (Pla) di circa 20 chilometri oltre la Line of actual control (Lac) che separa i due Paesi sull’Himalaya.

Dall’incontro tra il primo ministro di Pechino e il suo omologo indiano, Manmohan Singh, è scaturita una dichiarazione congiunta che impegna India e Cina ad affrontare con minor belligeranza le dispute territoriali sull’Himalaya, allo stesso tempo intensificando il commercio e gli investimenti congiunti.
Il documento, redatto in otto punti,  si concentra sul miglioramento delle transazioni economiche e dell’import-export fra i due Paesi. Si parla di un possibile interscambio, entro il 2015, di 100 miliardi di dollari rispetto ai 66,5 miliardi del 2012. E’ emersa anche la disponibilità da parte della Cina ad aprire maggiormente i mercati ai prodotti indiani. Le complementarietà tra le due economie sono reali: se di Pechino è la potenza industriale, è altrettanto riconosciuta l’importanza dell’India come esportatrice di derrate agricole ma anche prodotti avanzati come software.

Gli altri punti prevedono l’incremento delle traduzioni reciproche di classici letterari, l’accordo sul pellegrinaggio Kailash Mansarovar Yatra, che prevede la visita da parte di devoti indiani ad alcuni templi tibetani e, tema caro all’India, la promessa cinese di inviare quotidiane informazioni all’India sul livello delle acque nel fiume Brahmaputra, che nasce in Tibet (dove è chiamato Yarlung Zangpo) e che sarà presto parzialmente bloccato da tre nuove dighe in costruzione dal lato cinese. Aspetto che lascia però in sospeso la richiesta indiana di creare una «commissione sull’acqua» fra India e Cina, ma che crea maggiore comunicazione fra i due partner.

Tuttavia le reciproche diffidenze permangono, così come le divergenze geopolitiche e strategiche.

Come nota Giorgio Cuscito su Limes, malgrado gli accordi economici i due Paesi rimangono rivali strategici. M

ettendo da parte le tensioni storiche, Li e Singh hanno tranquillizzato l’opinione pubblica e confermato la volontà di entrambi i governi di risolvere il problema dei confini tramite il dialogo.

Gli interessi economici hanno pertanto stroncato sul nascere nuove tensioni tra i due giganti.

Tuttavia sul piano strategico le parti restano distanti, se non altro nel rapporto con gli USA e per il fatto che la Cina è uno storico alleato del Pakistan, nemico di Delhi per antonomasia. Pertanto è improbabile che il consenso tra i due Paesi vada oltre la stretta collaborazione economica.

Tra le cause di tensione latente tra le due nazioni c’è l’acqua, più ancora dell’energia – che pure i due Paesi si contendono in Medio Oriente come nel resto del mondo. I grandi fiumi che irrigano l’India nascono tutti dallo stesso “serbatoio” che è l’Himalaya, in gran parte sotto la sovranità di Pechino. E con lo scioglimento dei ghiacciai, la regolarità dei corsi di quei fiumi per il futuro prossimo è in forse. Per questo le dispute territoriali (che cinquant’anni fa sfociarono in una guerra aperta), nascondono una posta in gioco molto concreta.

In conclusione, qualche anno fa si parlava di “Cindia” più per il piacere di coniare neologismi pop che non per una qualche fondatezza logica nella definizione (su questo blog è infatti usata solo a fini tassonomici). Ma se Cindia è una sintesi efficace per descrivere relazioni e complementarità tra le due più popolose nazioni del pianeta, da qui a trasformarla in un’alleanza geostrategica ce ne corre.

 

L’Australia è un Paese dalle dimensioni e la varietà di un continente, ma qualcosa in questa definizione parrebbe sul punto di cambiare. Se da un lato il continente resterebbe sempre uno, dall’altro le nazioni potrebbero diventare due. Ecco perché.

Al momento dell’arrivo degli inglesi in Australia c’erano ben 500 Stati indipendenti, ognuno dotato di una struttura politica ed istituzionale ben definita. Tra questi c’era la Repubblica di Murrawarri, entità che – secondo la filosofia aborigena – prosperava in armonia col territorio e la natura. Il Murrawarri Peoples Council afferma che le terre, all’arrivo degli inglesi nel Settecento, furono soltanto date “in prestito” alla regina, e che “il popolo Murrawarri non ha mai alienato la sua sovranità sulle terre, sulle acque, sullo spazio aereo e sulle risorse naturali del proprio territorio, […] ma ne ha ceduto in concessione il mero esercizio alla corona britannica”.
Da qui l’iniziativa del MPC volta ad ottenere, anche attraverso una formale richiesta alle Nazioni Unite, il riconoscimento del Murrawarri come Stato sovrano.

Secondo Fabrizio Maronta su Limes:

La Repubblica di Murrawarri sarà pure il paese più giovane del mondo, ma per i suoi abitanti è antico di millenni.
Il suo territorio occupa una regione di circa 81 mila km² nell’Outback australiano, nota come regione del fiume Culgoa, che insiste sul distretto sudoccidentale del Queensland e sul distretto di Orana del New South Wales. Da quando gli inglesi misero piede sul continente, queste terre sarebbero “in prestito” e la loro mancata restituzione, dietro esplicita richiesta dei suoi abitanti originari, configurerebbe un’occupazione abusiva.
È quanto sostiene il Murrawarri Peoples Council in una missiva del 3 aprile scorso indirizzata alla regina Elisabetta d’Inghilterra, al primo ministro dell’Australia e ai premier del Queensland e del New South Wales.
Nella lettera si dichiara l’indipendenza della nazione Murrawarri dal Commonwealth britannico, sulla scorta del fatto che “il popolo Murrawarri non ha mai alienato la sua sovranità sulle terre, sulle acque, sullo spazio aereo e sulle risorse naturali del proprio territorio, […] ma ne ha ceduto in concessione il mero esercizio alla corona britannica” e può dunque chiederla indietro in qualsiasi momento.
Quel momento è arrivato. La lettera chiedeva provocatoriamente alla corona inglese di produrre “trattati che attestino la sovranità britannica sulle terre in questione o […] documenti attestanti una esplicita dichiarazione di guerra da parte della corona britannica contro la nazione murrawarri.”
In sostanza, si tratta di un escamotage mirante a dimostrare che gli aborigeni non si sono mai sottomessi volontariamente a Londra e non ne sono mai stati conquistati con la forza; ma anche di una contestazione del principio secondo cui, all’arrivo degli inglesi, quelle australiane erano terrae nullius. In mancanza di tale documentazione, la sovranità sul territorio della neonata Repubblica è da intendersi in capo alla stessa, che dunque si attiverà per vedersela formalmente riconosciuta con un’apposita azione presso le Nazioni Unite.
La missiva indicava un termine di 28 giorni per produrre i documenti richiesti. Il silenzio sarebbe equivalso a un’ammissione implicita che “la Repubblica Murrawarri è da considerarsi uno Stato libero e indipendente, in linea con le norme e le convenzioni internazionali.” Il termine è scaduto l’8 maggio, sicché domenica 12 maggio il Murrawarri Peoples Council ha dato ufficialmente via alla campagna di riconoscimento presso l’Onu.
Nelle intenzioni, sembra tutto fuorché un esercizio di stile. Dalla dichiarazione di “continuata indipendenza” di aprile, il Peoples Council si è attivato per creare strutture istituzionali di transizione, tra cui tribunali locali, un ministero dell’Industria e uno della Difesa civile. I suoi rappresentanti parlano di incentivi fiscali per i cittadini murrawarri e confidano che la loro mossa inneschi un revival dell’indipendentismo aborigeno.
È presto per dire quale esito avrà l’azione presso le Nazioni Unite. Di certo, non sono le dimensioni (modeste) né il potenziale economico (altrettanto limitato) della piccola repubblica a poter impensierire Canberra.
Tuttavia, l’iniziativa dimostra che i rapporti tra governo australiano e comunità aborigene restano problematici e che quella delle rivendicazioni politiche dei nativi resta una questione aperta.

Riccardo Venturi su Il referendum:

La dichiarazione di indipendenza degli aborigeni Murrawarri potrebbe costituire un pericoloso precedente per l’Australia. Nessuno sembra prenderli sul serio, ma i nativi, abitanti di una porzione di deserto al confine tra il Queensland e il New South Wales, rivendicano la sovranità su un territorio di circa ottantamila chilometri quadrati, a detta loro, mai formalmente sottoposto al controllo del Commonwealth britannico. La dichiarazione di indipendenza del Murrawarri People’s Council, datata il 30 marzo scorso, sarebbe, più precisamente, una dichiarazione di continuazione di indipendenza. Secondo gli aborigeni, prima della colonizzazione ad opera del Regno Unito, l’Australia ospitava più di cinquecento nazioni indipendenti, fra le quali quella di Murrawarri. La Corona inglese avrebbe preso possesso dei territori dell’Outback australiano in base al principio di diritto internazionale di “terra nullius, negando i diritti degli indigeni.

Al contrario, dal 1992, la dichiarazione di continuata indipendenza troverebbe il suo fondamento giuridico nella sentenza della High Court australiana che invalida tale principio. La decisione storica della Corte rientrava in un contesto di pacificazione avviato dal governo australiano nei confronti delle popolazioni locali che, fino agli anni sessanta, erano state private dei diritti civili e politici fondamentali. Ecco perché, sempre secondo il neo-istituito Murrawarri People’s Council, gli europei e i loro discendenti occupano le terre aborigene senza alcun diritto. Ad aprile, il Consiglio ha inviato una lettera alla Regina Elisabetta e al Primo Ministro australiano, con lo scopo di ottenere il riconoscimento dell’indipendenza della Repubblica di Murrawarri. Nella comunicazione viene affermato che né il Regno Unito ha mai dichiarato formalmente una guerra (e quindi conquistato il territorio conteso), né i Murrawarri hanno firmato trattati sulla cessione dello stesso, portando come “prove” vari documenti ufficiali.

Ciò che emerge da questa strana vicenda di diritto internazionale va oltre l’inedita dimensione giuridica e indipendentista ed è l’emblema della complessa problematica dei diritti delle minoranze aborigene. Se c’è chi lo considera uno scherzo, c’è anche chi applaude l’iniziativa dei Murrawarri, reputandola l’unica arma in mano agli aborigeni per farsi sentire. Negli scorsi due secoli, svariate centinaia di popoli che vivono all’interno del Continente australiano hanno subìto una brutale colonizzazione che ha causato massacri e violenze e che ha ridotto la popolazione indigena del novanta percento. Con la modernità e con il graduale riconoscimento dei diritti, le loro condizioni non sempre sono migliorate: molti aborigeni subiscono forme di ghettizzazione e sono spesso abbandonati alla disoccupazione o ad un crescente disagio sociale. Tuttavia, nel 2008 è stato fatto il primo passo ufficiale in termini di presa di coscienza da parte di un governo australiano che, con l’ex Premier laburista Kevin Rudd, ha chiesto ufficialmente scusa agli aborigeni per i torti del passato e per i crimini subiti dalla cosiddetta “Stolen Generation”, istituendo il National Sorry Day. Non abbastanza per rimuovere la “Aboriginal Tent Embassy”, la tenda-ambasciata a difesa dei diritti politici e civili delle comunità aborigene, situata di fronte al parlamento australiano, né per evitare rivendicazioni come quella dei Murrawarri.

Dello stesso avviso è Mauro Indelicato de Il Faro sul mondo, secondo cui dalla vicenda

 si possono trarre almeno tre importanti considerazioni:

La prima riguarda la situazione interna dell’Australia, che evidentemente non è riuscita a risolvere la questione degli aborigeni; a nulla sono valsi gli spot delle Olimpiadi di Sydney 2000, in cui Katy Freeman, atleta aborigena, ha acceso il calderone olimpico ed è stata l’ultima tedofora, così come a poco e nulla sono serviti i tanti buoni propositi della classe politica australiana sui tentativi di riconciliazione con le popolazioni originarie dell’isola. Adesso, l’indipendenza di Murrawarri, anche se da un punto di vista economico porta via poco vista l’esiguità della grandezza del territorio, in realtà preoccupa e non poco per il timore di un effetto di emulazione degli altri popoli aborigeni presenti nel centro del paese.

L’altra considerazione ha invece un respiro più internazionale e riguarda, in generale, l’apertura forse di un’epoca in cui, sfruttando anche la debolezza dell’occidente rispetto a qualche anno fa, i popoli colonizzati vivano una stagione di emancipazione dalla madrepatria e, dopo l’indipendenza di tante colonie avvenute nell’immediato dopoguerra, adesso si arrivi all’autodeterminazione di tanti popoli inclusi all’interno del territorio della nazione dominante.

Infine, l’ultima e forse la più importante considerazione, è inerente al fatto che, in un periodo in cui si vuole mettere in crisi in tutto il mondo la funzione dello Stato nazione, visto come impedimento alla formazione del nuovo ordine mondiale ed in cui si fanno scellerati tentativi di formazione di entità sovranazionali, c’è chi ancora invece crede nella propria autodeterminazione, nel valore che può assumere un proprio Stato e resiste ai tentativi di creazione di un’unica ed universale cultura mondiale.

Il contributo più lungo e completo, comprensivo della dichiarazione d’indipendenza tradotta e nonché di opinioni che aiutano ad inquadrare la questione, è firmato da Luca Fusari su L’indipendenza, di cui segnalo questo passaggio conclusivo:

Secondo lo storico Henry Reynolds (nella foto a sinistra) la questione della sovranità aborigena non è mai stata decisa dai giudici australiani, in quanto nelle precedenti rivendicazioni i giudici hanno stabilito che essi non sono attrezzati per emettere una sentenza; la posizione dei giudici si basa sulla considerazione che la pretesa sovranità non può essere soggetta ad una decisione al di là della rivendicazione di essa. In pratica la perdita di sovranità aborigena non può essere spiegata dalla legge australiana.

Ciò nonostante per il professore, la maggior parte degli australiani accetterebbe che i popoli aborigeni avessero avuto una loro sovranità prima dell’arrivo degli inglesi e una loro definizione standard di sovranità. «Nel diritto, l’unico modo in cui la sovranità può essere persa è con la conquista mediante l’uso della forza o con un trattato, che è quanto accaduto in Nuova Zelanda con il Trattato di Waitangi. Nella legge australiana, non si afferma che l’Australia sia stata conquistata, abbiamo semplicemente evitato l’idea, così pure non ci sono mai stati dei trattati. Quindi c’è questo problema fondamentale. Qualora un gruppo di aborigeni affronti questo problema, come sembra in questo caso, un modo è quello di chiedere ai giudici australiani di dimostrare quando e come hanno perso la loro sovranità e penso che ciò sia un problema che debba semplicemente essere affrontato dai tribunali australiani».

Reynolds ritiene infine, che sia il governo australiano medesimo o una delle più grandi organizzazioni dei diritti umani possano chiedere un parere alla Corte Internazionale di Giustizia nonché fare appelli alle Nazioni Unite per dirimere la questione. Ma a suo dire, il problema in realtà dovrebbe essere affrontato dall’Alta Corte. «Ci sono voluti solo Eddie Mabo e altri due Murri Islanders per ribaltare 200 anni di leggi in materia di proprietà (Decisione Mabo Alta Corte). Non ci vogliono grandi numeri per andare in tribunale. Non riesco a vedere cosa potrebbe succedere politicamente affinché le cose cambino in poco tempo, ma i giudici possono avere a che fare con tale questione prendendo una decisione. In un certo senso, quello che ora stanno dicendo è che la più alta corte in Australia non è in grado di prendere una decisione su una questione giuridica fondamentale, il che è un atteggiamento stranamente coloniale verso il problema e penso che alla fine sia lecito aspettarsi che gli aborigeni vogliano sapere un responso su come e quando hanno perso la loro sovranità e se vi sono alcune persone disponenti residualmente di essa».

In definitiva, le rivendicazioni degli aborigeni sono una questione seria, non una goliardata come la dichiarazione d’indipendenza della Padania. Difficile dire se il tentativo avrà successo; di certo il potenziale economico e politico della Repubblica sarebbe ridottissimo, vista la sua posizione geografica (essendo l’Outback una zona prevalentemente desertica dell’entroterra australiano), pertanto non cambierebbe nulla negli equilibri politici di Canberra. Tuttavia ciò rappresenterebbe uno smacco pesante dal punto di vista dell’immagine. In ogni caso la vicenda conferma che i rapporti tra australiani ed aborigeni continuino ad essere tribolati, e non è da escludere che questa rivendicazione apra la porta a nuove pretese territoriali da parte degli antichi abitanti dell’isola o, peggio ancora, costituisca un precedente per analoghe rimostranze in Africa, America Latina o altre aree  del mondo dove i confini statuali sono stati tracciati dalla volontà dei colonizzatori, prescindendo da quella dei nativi.
Scoperchiare il vaso di Pandora della storia è sempre un grosso rischio.

Per tutti gli aggiornamenti documentali si veda su Indymedia.

Presidente del Ciad Idriss Deby ha proclamato per lunedì 13 maggio una giornata di festa nazionale per celebrare il ritorno dei primi 700 soldati inviati in Mali. Nella capitale N’ Djamena la folla si è riversata in strada per accogliere i propri militari.
Ma, a parte questo, il Ciad ha ben poco da festeggiare.

Secondo Persone e dignità, il blog di Amnesty International sul Corriere della Sera:

Decine e decine di parlamentari, giornalisti, militari e semplici cittadini colpevoli di aver espresso critiche nei confronti del governo sono stati arrestati in Ciad all’indomani di un presunto tentativo di colpo di stato denunciato e neutralizzato dal governo del presidente Idriss Dèby. Non sarebbe la prima volta dall’ascesa al potere di Dèby, autore a sua volta di un colpo di stato nel 1990.

La vicenda è comunque oscura. Quello che appare certo è che il 1° maggio, nella capitale N’Djamena, sono morte almeno otto persone. Di lì a poco, sono iniziate le retate.

Non è chiaro quanti siano gli arrestati e dove si trovino. La maggior parte di loro, denunciano gli attivisti locali per i diritti umani, sono detenuti in isolamento e non possono incontrare familiari, avvocati e medici.

Agli arresti, già dalla sera del 1° maggio, sono finiti molti esponenti dell’opposizione parlamentare.

Arrestati anche due alti generali e un deputato vicino al presidente Deby. Il quale vede nemici ovunque.
In marzo i ribelli dell’Unione delle Forze di Resistenza (UFR), che avevano deposto le armi nel 2010, hanno minacciato di riaccendere le ostilità se il governo ciadiano non riaprirà presto i negoziati di pace.
La settimana scorsa, Deby ha accusato la vicina Libia di aver permesso a un gruppo di mercenari ciadiani di installare un campo di addestramento proprio a ridosso dei confini, in vista di un’eventuale offensiva ai danni di N’Djamena. Accusa che le autorità di Tripoli hanno respinto.

A parte i nemici (veri o presunti), Deby sa però di avere un fedele alleato. Quella Francia - che dispone ancora di una base militare in territorio ciadiano – ora in debito con l’ex colonia per aver sostenuto attivamente l’operazione Serval nel Nord del Mali.
Non c’è allora da stupirsi che Parigi, per bocca del Ministro degli Esteri Laurent Fabius, si sia  limitata ad “esprimere preoccupazione” per l’ondata di arresti in corso a N’Djamena.

Ad ogni modo, la notizia del tentato golpe ha stupito gli analisti della politica ciadiana. L’ipotesi più probabile è che il presidente stia dunque sfruttando il suo coinvolgimento militare in Mali e il riconoscimento internazionale che ne deriva per continuare a governare il Paese col pugno di ferro.

Dal 1990, quando ha assunto le redini del potere (anche lui) attraverso un colpo di stato militare, il presidente Deby sempre ha cercato di porsi come un  un leader democratico a capo di un Paese stabile. Un’immagine fasulla, visto che è la storia stessa a descrivere il Ciad come una nazione intrinsecamente instabile e che, sotto il regime di Deby, povertà e corruzione sono costantemente aumentate. Una situazione peggiorata dalle gravi crisi umanitarie che premono ai confini: in Libia, in Mali e nel Sahel in generale. Gli scioperi dei mesi scorsi testimoniano l’insoddisfazione sociale che serpeggia nella capitale.

Le prime elezioni a segnare il primo passaggio da un governo democratico a un altro senza l’intermezzo di una dittatura militare hanno premiato Nawaz Sharif, che dunque sarà primo ministro per la terza volta.

Che campagna elettorale è stata?

Internazionale offre una panoramica della vigilia, comprensiva di partiti in lizza e temi caldi. A caratterizzare queste elezioni sono stati anche:

  1. l’arresto dell’ex dittatore Musharraf;
  2. il diritto di voto concesso per la prima volta ai trangender;
  3. la scia di sangue (2.700 morti, 2.500 feriti, quasi 1.200 episodi di violenza solo negli ultimi quattro mesi e mezzo) con cui i taliban hanno cercato di sospendere la campagna e orientare il voto, arrivando a spazzare via a suon di bombe un intero partito, l’Awami National Party (Anp) di Peshawar.

Dai risultati del voto dipenderà anche il futuro del presidente Asif Ali Zardari, il cui mandato scade alla fine dell’anno.

Che governo sarà?

Francesca Marino, direttrice di Stringer Asia e profonda conoscitrice della realtà politica di Islamabad, scrive su Limes che con Sharif ha vinto il “vecchio” Pakistan:

A vantaggio di Sharif ha giocato sicuramente l’aver incentrato la sua campagna elettorale sulla ripresa economica e gli accordi presi con grandi industriali, banchieri e latifondisti vari. La lotta contro la corruzione del povero Imran, in confronto, non poteva reggere: senza mazzette, sorry, ma in Pakistan non si fanno affari e Sharif lo sa molto bene.
Passata l’euforia elettorale, però, visto che Nawaz Sharif è il primo politico nella storia pakistana a essere stato eletto premier per la terza volta, sul tappeto rimane la dura realtà. Nawaz e suo fratello Shahbaz, Chief Minister del Punjab per anni, sono dichiaratamente vicini agli integralisti islamici e proteggono da tempo, finanziando con denaro pubblico anche la madrasa di Muridke che alleva jihadi per la Lashkar-i-Toiba, Mohammed Hafeez Saeed e altre organizzazioni ‘benefiche’ come la Sipah-i-Saba e la Jaish-i-Mohammed.
Sharif ha cavalcato in campagna elettorale l’onda dell’antiamericanismo per poi scendere, una volta assicuratosi la vittoria, a più miti consigli: gli serve un prestito del Fondo monetario internazionale per tentare di far ripartire l’economia.

Intanto, nelle altre provincie cresce la rabbia contro la ‘dominazione punjabi’. Nel Sindh, tradizionale feudo dei Bhutto, ha vinto il Ppp pur non avendo fatto campagna elettorale. Karachi si è trasformata nel set di un brutto film di gangster e in alcune circoscrizioni si è dovuto ripetere il voto a causa dei brogli documentati.

Morale della favola: la situazione interna rimane esplosiva, l’esercito un’incognita da tenere d’occhio, la politica estera una potenziale bomba a orologeria. Con Sharif al governo e Imran Khan a Peshawar gli scenari geopolitici potrebbero cambiare di molto, con serie conseguenze per l’Occidente e per i paesi confinanti.
E forse lo spettro Usa della bomba in mano ai jihadi appare un passo più vicino. 

Se qui in Italia il responso delle urne ci ha consegnato uno scenario politico inedito e complesso, di certo in Bulgaria non se la passano meglio.

Alle legislative anticipate del 12 maggio il Movimento Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria (GERB), formazione di centro-destra guidata dall’ex premier Boyko Borisovha ottenuto il 30,1%, assicurandosi 98 seggi su 240. I socialisti di Sergej Stanichev hanno raggiunto il 26,1%, con 86 seggi. Al terzo posto c’è il Movimento per i diritti e le libertà, il partito della minoranza turca (33 seggi), e gli ultranazionalisti di Ataka (23 seggi).

E’ la prima volta che un partito bulgaro viene rieletto dal dopoguerra, ma per Borisov c’è poco da festeggiare. Il suo partito non avrà comunque una maggioranza parlamentare. E la possibilità di un governo di coalizione si annuncia difficile, dopo le tensioni della campagna elettorale  fondata più sul regolamento di conti tra socialisti e conservatori che a rispondere ai bisogni dei cittadini. Anche per questo la metà degli elettori ha preferito disertare le urne. Ha votato infatti solo il 50% dei 6,9 milioni di aventi diritto, contro il 60,2% delle scorse elezioni.

Dopo le grandi manifestazioni dello scorso inverno, che avevano portato alla caduta del governo, nemmeno il voto è bastato a tirare fuori il Paese dallo stallo politico, sottolinea il quotidiano bulgaro Standart, secondo cui “la costituzione del nuovo governo sarà un puzzle molto complicato” in quanto nessun partito ha abbastanza voti per governare da solo e nessuno vuole allearsi con il GERB. Questo in conseguenza dello scandalo delle intercettazioni telefoniche che il partito avrebbe compiuto nei confronti di avversari politici, imprenditori e giornalisti. Per questi fatti è stato accusato l’allora ministro dell’interno Tsvetan Tsvetanov.

E a Sofia non possono permettersi di “fare come il Belgio”. La Bulgaria è il Paese più povero dell’Unione Europea, e l’instabilità politica non può che far peggiorare un’economia con un tasso di crescita fermo allo 0,8%, mentre la disoccupazione supera il 20% e il lavoro nero rappresenta il 30%del PIL.

Come racconta l‘Osservatorio Balcani e Caucaso, per superare lo stallo i socialisti vogliono un “governo di programma” che però si prospetta fragile. Nel frattempo, le forze emerse dalle proteste di piazza dei mesi scorsi restano fuori dal parlamento.

Nessuna maggioranza ma tre minoranze, scandalo intercettazioni, economia a picco, campagna elettorale fatta di insulti più che di proposte, forte calo dell’affluenza.

E le analogie con l’Italia non finiscono qui.

Se dopo lo scrutinio non verrà formato alcun governo, resterà probabilmente al potere l’attuale governo tecnico, guidato dal diplomatico Marin Raykov, in attesa di un nuovo voto in autunno.

Due ultime notazioni.

La prima è che dal dibattito politico è totalmente scomparsa l’Unione Europea. Dopo il fallimento dell’adesione, la gente è disillusa e ai partiti interessa solo mettere le mani sulla pioggia di fondi comunitari.

Infine, Narcomafie ci ricorda che il GERB è un partito pesantemente coinvolto in casi di corruttele nonché in torbidi rapporti con la criminalità organizzata.
Non proprio il miglior biglietto da visita per chi potrebbe essere chiamato a guidare nuovamente il Paese in un momento così delicato.

Roberto Carvalho de Azevêdo, brasiliano, 55 anni, è il nuovo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), per i prossimi 4 anni. Succederà al francese Pascal Lamy, il cui mandato termina il primo settembre. Azevêdo l’ha spuntata sul messicano Herminio Blanco, al termine di una consultazione durata quattro mesi. Alla fine Azevêdo ha conquistato il consenso della maggioranza dei 157 membri dell’organizzazione, aggiudicandosi così il prestigioso incarico.

Il Brasile conquista così un’altra importante tribuna della scena internazionale, dopo l’elezione di José Graziano Da Silva alla guida della FAO nel 2011. Ma è dal 2003 che il Brasile ha assunto un ruolo chiave all’interno della WTO, dove è diventato uno dei grandi negoziatori assieme all’Unione Europea, agli USA, al Giappone, e ai BRICS le nuove potenze emergenti.
Che il Paese verdeoro sia sugli scudi non è comunque una novità. Basti ricordare che la trasformazione di un semplice acronimo in un forum per il dialogo e il coordinamento tra Brasile, Russia, India e Cina, allargato in seguito al Sudafrica, avvenuta dietro il decisivo impulso del governo Lula, con l’obiettivo di identificare le possibili convergenze nelle agende dei rispettivi governi e le eventuali azioni coordinate prevalentemente sui temi di carattere economico.
Sempre più, Brasilia sta dunque acquisendo un ruolo di primo piano sul piano geopolitico, grazie a un lavoro diplomatico paziente e meticoloso, teso a rafforzare alleanze con gli altri Paesi del Sud del mondo in tutti gli scacchieri che contano a livello internazionale. Un lavoro che mette il Brasile in prima fila per la conquista di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza ONU (se mai la sempre annunciata riforma dell’organismo dovesse concretizzarsi), e che, dal nostro punto di vista, pone inoltre una questione generale di ridisegno dei meccanismi di governance globale che va al di là della riforma delle Nazioni Unite.

Come è spiegato su Limes, pur senza essere stata particolarmente combattuta, l’elezione di Azevêdo è stata una battaglia diplomatica, e come ogni battaglia, lascia sul campo vincitori e vinti. Tra i primi c’è indubbiamente il Brasile, e di riflesso i BRICS (ma solo sul piano simbolico, visto che Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono riusciti a dare un segnale d’unità  solo in un secondo momento). Tra i secondi, invece, c’è innanzitutto il Messico, patria del candidato sconfitto, ma anche Stati Uniti ed Europa, che lo avrebbero preferito rispetto al brasiliano.
E qui tocchiamo un punto fondamentale: quello di adeguare le istituzioni globali a una geografia economica e politica mutata, dove il peso dell’economia del pianeta si sta spostando verso Est e verso Sud. Verso un sistema di rappresentanza dove inevitabilmente i nuovi equilibri trovano espressione negli incarichi, e nella mutata provenienza di coloro che sono chiamati a ricoprirli.

La nomina di un direttore brasiliano conferma dunque la lenta, ma inevitabile ridefinizione degli assetti internazionali. Dopo le tensioni provocate dalla nomina di Christine Lagarde (francese) alla direzione generale del Fondo Monetario Internazionale (a seguito dell’affaire Strauss Khan) la presidenza della Banca Mondiale è stata assegnata ad un coreano (seppure cittadino statunitense); nel contempo sono cambiate le quote decisionali all’interno dell’istituzione per consentire alle nuove potenze, Cina in primis, di acquisire posizioni più confacenti alle loro dimensioni. Si tratta di passa avanti significati, se pensiamo che finora ai paesi in via di sviluppo era riservata la carica di segretario generale delll’ONU: una posizione di prestigio ma dal contenuto meramente simbolico, poiché soggetta ai veti delle cancellerie occidentali.

Al di là dei simbolismi, fino a ieri il versante economico è sempre stato saldamente in mano ad Europa e Stati Uniti. Oggi invece si scorgono segnali di un reale cambiamento. La nomina del direttore generale del WTO, come quella dell’analogo incarico del FMI o della Banca Mondiale, sono sempre passate attraverso negoziazioni ad alto livello tra i governi europei e quello americano. Adesso è il momento di farla finita con la screditata logica politica che sta dietro a decisioni di questo tipo, volta solo a favorire gli interessi del Nord del mondo e perciò aggravando le già misere condizioni in cui versava il Sud.
Il Sole 24 ore ci ricorda che il WTO è stata l’organizzazione più odiata perché vittima dei suoi stessi “successi”: primo fra tutti la liberalizzazione nei settori manifatturieri, a causa della aziende con lavoratori privi di tutele sono entrati in concorrenza con imprese che occupavano operai e tecnici più garantiti. Ciò che messo d’accordo gli interessi di tutti -dei Paesi richi che volevano ridurre il costo del lavoro e di quelli poveri che volevano crare posti di lavoro – ma non è stata curata l’efficienza degli interventi, che sono stati disarmonici. In un contesto di cambi fissi o quasi-fissi, che impedivano ogni riequilibrio, gli effetti sono stati molto casi pesanti, accentuando le diseguaglianze e dando l’avvio alla crisi globale da cui non siamo ancora riusciti a tirarci fuori. Pertanto, secondo la testata, ci sarà anche bisogno di una nuova WTO, che non si faccia “odiare”. Il cui primo compito sarà rilanciare il ciclo di negoziati del Doha Round, lanciato nel 2001 e arenato per assenza di un accordo.

Il WTO ha bisogno di un direttore generale che vada al di là delle logiche politiche e che possa tracciare i principi economici di un nuovo ordine globale. Il mandato di Azevêdo rappresenta una sfida difficile. Non soltanto per lui. Le sue qualità sono indiscutibili, così come l’importanza del Paese da cui proviene, anche se tutto questo sbiadisce di fronte alla fatidica ineluttabilità decisionale che l’ha condotto al vertice dell’organizzazione: la presa d’atto che i vecchi equilibri sono definitivamente saltati.

Il senatore Andreotti risponde dinanzi alla Storia, scrivevano i giudici della Corte nell’epilogo del processo per mafia che lo vide coinvolto. Nessuno più di Andreotti è stato sospettato di complotti e macchinazioni. Ed è per questo che tutti, dai giornalisti più autorevoli fino ai dilettanti della rete, si dilettano in questi giorni a cercare una risposta alla più retorica delle domande – quale posto gli riserverà la storia? – senza rendersi conto della vacuità di qualunque analisi che tratti la figura di Andreotti prescindendo dal contesto storico in cui essa ha operato. Quello che in virtù degli accordi di Jalta vedeva l’Italia assegnata alla sfera occidentale del mondo.

Secondo Lucio Caracciolo, Andreotti  ha incarnato perfettamente l’Italia della Guerra fredda: un paese a sovranità limitata, stretto tra i due blocchi. Non è stato un politico visionario, ma un raffinato gestore dello status quo. Immobilismo dettato dalla necessità di allontanare il Paese dalle sirene dell’Est, oltre la Cortina di ferro.

Nella visione andreottiana, l’interesse nazionale consisteva in un difficile gioco d’equilibrio tra l’inevitabilità di mantenere l’Italia saldamente al guinzaglio degli USA – e dell’Europa, motori della nostra rinascita economica -, cercando tuttavia di ampliare i margini d’azione del nostro Paese. Per questo mentì a Washington per vendere un centinaio di carri armati a Gheddafi, allo scopo di favorire l’ENI nelle concessioni petrolifere in Libia, e dopo la strage di Fiumicino (17 dicembre 1973: 32 morti e 15 feriti provocati da un commando di cinque terroristi palestinesi) strinse una serie di taciti accordi con i palestinesi e gli stati mediorientali per tener fuori l’Italia dalle operazioni terroristiche.

E sempre per questo, comprese l’indispensabilità di trattare anche con la mafia (fino al 1980, secondo quanto ricostruito dai giudici), di cui egli rappresentava la parte più debole: lo Stato. Perché se la mafia aveva bisogno dello Stato per continuare i suoi affari, lo Stato aveva bisogno della mafia per tenere l’elettorato meridionale nell’orbita democristiana, o comunque alla larga dalle tentazioni comuniste. Nel 1994 il giudice Luca Pastorelli raccontava sulle pagine di Limes:

Il crollo della Prima Repubblica travolge definitivamente l’equilibrio geopolitico che per quasi mezzo secolo, dall’epoca dello sbarco americano in Sicilia, aveva strutturato la precaria coesistenza fra Stato e Cosa Nostra. I politici siciliani che avevano operato come luogotenenti del Palazzo non sono più in grado di garantire il patto di non belligeranza che, quasi come una legge non scritta ma molto più cogente di qualsiasi codice, aveva legato Roma e Palermo. In sostanza: nel mondo diviso dalla frattura Est-Ovest, comunismo-anticomunismo, alla mafia spettava di orientare il voto e il potere politico siciliano per evitare rischi di slittamento verso il campo comunista. In cambio, il potere centrale evitava con cura di stimolare lo sviluppo economico e sociale dell’isola, e del Sud in genere, che considerava un serbatoio di voti essenziale per bilanciare l’avanzata delle sinistre al Nord. Di questo scambio geopolitico hanno fruito per decenni i potenti di Roma, i loro rappresentanti a Palermo e naturalmente Cosa Nostra.

La storia (ripeto: a prescindere di quale posto gli riserverà) non glielo perdonerà mai. Ma lui era un pragmatico, e del resto la realtà dei tempi lo richiedeva. Lui che è stato simbolo di un potere che ha lentamente logorato il nostro Paese. Il monologo dell’Andreotti – magistralmente interpretato da Toni Servillo – ne Il Divo esprime tutta l’essenza di questo freddo pragmatismo:

“Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io.”

Per riassumere l‘idea che aveva dello Stato e delle sue regole basterebbe comunque una frase sola: l‘infelice battuta con cui commentò l’omicidio Ambrosoli. Se l’è andata a cercare. Come dire che, pur di sopravvivere, tanto vale affidarsi a qualsiasi persona che “non se le va a cercare” e quindi disponibile a scendere a patti con chiunque e con qualsiasi cosa. Tutto in nome del pragmatismo. In nome della Guerra fredda. Dell’interesse (inter)nazionale che lui declinava come lo status quo a tutti i costi. Economici, sociali e umani compresi.

D’altra parte, era lui a dire che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

Le recenti crisi a Cipro e in Slovenia ci hanno fatto dimenticare di uno dei primi fronti dell’eurocrisi: l’Irlanda.

Dal 2008, i contribuenti Irlandesi hanno già pagato 64 miliardi sotto forma di debito pubblico per nazionalizzare e ricapitalizzare le loro banche. Denari che pesano sui conti dello Stato che si fece carico, allo scoppio della bolla immobiliare, degli enormi passivi degli istituti. Da allora l’Irlanda è stata costretta a chiedere aiuto alla troika - 67,5 miliardi in tre anni concessi a fine 2010 - e ad accettare un faticoso programma di risanamento, per cui Dublino è condizionata dalla supervisione di FMI, BCE e Commissione Europea nella gestione della sua finanza pubblica. Le misure di austerity già costate 25 miliardi di sacrifici (a cui si aggiungeranno i 3,5 del nuovo budget varato a fine 2012).

Il 5 marzo l’Unione europea ha concesso una proroga a Irlanda e Portogallo per il rimborso dei prestiti contratti nell’ambito del bailout. Ma non lo ha fatto “gratis”: solo due giorni dopo, infatti, il presidente della BCE Mario Draghi ha invitato il governo irlandese ad “accelerare il ritmo delle riforme bancarie“.
Inoltre, il controllo esterno a cui lo Stato è sottoposto, anziché allentarsi, sembra irrigidirsi ancora di più. Ad esempio, il governo irlandese dovrà fornire alla troika dei rapporti mensili sulle spese sanitarie nel quadro del processo di riduzione dei costi. Questo perché, secondo un rapporto confidenziale preparato dalla Commissione europea, i creditori internazionali sono preoccupati dalle spese sanitarie eccessive, dalla quantità di mutui non pagati e dal persistere di alti livelli di disoccupazione.

Un controllo così stringente che pochi giorni fa il presidente Michael Higgins è finito nell’occhio del ciclone dopo aver rilasciato un’intervista al Financial Times in cui dichiarava che l’UE è una forza “egemonica” e attraversa una “crisi morale” tanto quanto economica.

Purtroppo, le cattive notizie non finiscono qui. E nemmeno i sacrifici. Secondo Rischio Calcolato:

alle crisi bancarie non c’è limite. La notizia bomba della settimana la scrive il giornalista Dan White sull’Irish Indipendent: Taxpayer beware! Irish banks need another €30bn at least

L’inchiesta del giornalista Dan White parte dai pessimi risultati di Danske Bank in Irlanda, la banca danese ancora una volta ha svalutato i propri crediti (specie ipotecari) aprendo ancora una volta una stagione di svalutazioni che potrebbero portare ad almeno altri 30 mld di capitale fresco necessario per ri-capitalizzare il sistema bancario Irlandese.

Ovvero un 18-20% di debito in più rispetto al Pil.

Meno male che, secondo certa stampa, infatti, il Paese stava uscendo dalla crisi. Anzi, in questo senso Dublino era considerata un paradigma di successo nel quadro delle politiche di austerità necessarie al risanamento dei conti pubblici.

Secondo altre voci, l’Irlanda avrebbe sconfitto la crisi economica diventando “green“, ossia puntando sulle energie rinnovabili. Ma ad una analisi più attenta, la svolta “green” della ex tigre celtica più che una rivoluzione sembra uno specchietto per le allodole per convincere gli altri Paesi a seguire la stessa strada di austerità.
Se mai, la vera svolta sul piano energetico è stata la scoperta di un giacimento di petrolio a largo della località di Cork, che dovrebbe produrre circa 280 milioni di barili. Ma per dare il via al progetto servono un miliardo e mezzo di euro.

La realtà mostra un altro Paese rispetto ai ritratti a tinte rosee che i giornali cercano (inconsapevolmente?) di proporre. Un recente report a firma di Anthony Doyle, team fixed income M&G, sintetizzato su Investire Oggi, ci conferma la crisi irlandese è tutt’altro che conclusa.

In Malesia, il Barisan Nasional (Fronte Nazionale) ottiene la 13esima vittoria consecutiva alle elezioni generali, scatenando le dure proteste dell’opposizione che speravano in un cambiamento.

YouTrend:

Alle elezioni Malaysiane del 5 Maggio il Barisan Nasional (Fronte Nazionale) ha perso per la prima volta dal 1974 la maggioranza assoluta dei voti popolari, scendendo al 46,6%. Il Fronte, guidato dal Primo Ministro uscente Najib Razak, è però riuscito a beffare le opposizioni del Pakatan Rakyat (Alleanza del Popolo) che, pur ottenendo il 50,1% dei voti hanno conquistato solo 89 seggi su 244 alla Camera dei Rappresentanti, lasciandone 133 al Fronte. I nazionalisti hanno ottenuto questo risultato grazie ad una legge elettorale che assegna il numero dei parlamentari eletti in un determinato stato in maniera non proporzionale alla popolazione. Per esempio, nello stato del Sarawak (2,4 milioni di abitanti) ha ottenuto 25 dei 31 seggi disponibili, mentre nello stato del Selangor (con una popolazione di 5,4 milioni di persone) ha ottenuto solo 5 seggi su 23.

La coalizione del Fronte Nazionale ha tradizionalmente dominato la politica malaysiana ma è in realtà molto frammentata al suo interno: al partito liberal-islamista United Malays National Organization si affiancano due importanti partiti etnici, che rappresentano indiani e cinesi (Malaysian Chinese Association, MAC), più una serie di partiti minori divisi sia per ideologia che per base etnico-geografica. Nonostante questo, il Fronte ha guidato il paese dagli anni ’60 distanziando i propri oppositori di decine di punti percentuali.

Questo almeno fino alle elezioni del 2008, quando il Barisan è sceso ad “appena” il 50,27%, senza ottenere la maggioranza dei due terzi dei seggi necessaria per modificare la Costituzione. Per la prima volta nel 2008 le opposizioni si sono riunite nell’Alleanza. Una coalizione, per la verità, eterogenea quanto gli avversari del Fronte. L’Alleanza raggruppa, infatti, i liberal-democratici del Democratic Action Party (DAP), i social-democratici del People’s Justice Party e dal Pan Malaysian Islamic Party, favorevoli all’applicazione della Shar’ia per i cittadini islamici.

Asia News:

La coalizione di governo ha vinto le elezioni politiche in Malaysia con una maggioranza risicata, sufficiente però a confermare una permanenza al potere che dura da 56 anni. Il leader dell’opposizione Anwar Ibrahim denuncia brogli diffusi e sembra intenzionato a contestare la legittimità del voto. Secondo i risultati forniti dalla Commissione elettorale, il partito del premier Najib Razak Barisan Nasional (Bn, Fronte nazionale) ha ottenuto un totale di 133 seggi sui 222 in palio, il peggior risultato nella sua storia. Di contro, il movimento di opposizione – formato da tre diversi partiti – ha conquistato 89 seggi, sette in più del precedente Parlamento.

Nelle scorse settimane personalità cattoliche interpellate da AsiaNews hanno confermato il quadro di incertezza politica, in un Paese in cui nazionalismo e identità islamica sono tuttora tematiche “più forti dell’economia”. In previsione del voto, si era ipotizzato come scenario più probabile la vittoria dell’esecutivo uscente “pur con un margine minimo”, grazie anche alle tematiche legate “alla conservazione della razza Malay” usata dal governo come mezzo per attirare il consenso delle masse.

Asia Times (tradotto da Terre Sotto Vento):

Najib, indipendentemente dalle proteste dell’opposizione contro il risultato elettorale, vede il proprio futuro politico in bilico. Fu nominato primo ministro del 2009 dopo il risultato elettorale brutto del premier Badawi nelle elezioni del 2008. Il pericolo è che come Badawi potrebbe essere rimosso dalla presidenza dell’UMNO che di tradizione porta con sé la carica di primo ministro dopo un risultato elettorale anche peggiore.

Questi risultati mostrano una divisione città mondo rurale più pronunciata nei comportamenti di voto. Gli elettori delle città sono apparsi più disposti a lasciar perdere le barriere razziali e religiose per porre l’attenzione sulla “politica nuova” delle riforme democratiche e del buon governo che il PR aveva promesso se avesse vinto. Nelle aree rurali, tagliate fuori dall’accesso alla rete e dalle sue fonti critiche, continua ad affidarsi ai media ufficiali di proprietà del BN e ha votato di conseguenza.

Per quelli che speravano che le elezioni di domenica avrebbero significato una spinta nella nuova politica, caratterizzata dall’attenzione alle riforme democratiche e da un governo responsabile che si allontana dalle istanze etnico religiose, la vittoria del BN rinforzerà lo status quo. Prima delle elezioni lo slogan “cambiamento” si era diffuso come un fuoco incontrollabile lungo le aree urbane della costa occidentale della penisola, portando in tanti a credere che il PR avesse una possibilità di lotta di formare il nuovo governo. Ma irregolarità elettorali diffuse e una politica di manovra delle circoscrizioni ha lasciato molti malesi con un senso palpabile che al PR è stato negato ingiustamente il governo federale specialmente dopo aver conquistato il voto popolare.
Chi ha fatto politica secondo una linea apertamente razziale ha comunque avuto un cattivo risultato. I capi del gruppo etno-razzista pro Malay Perkasa sono stati sconfitti laddove sono stati presenti. In modo simile. i candidati indipendenti Indù (Hindraf) che un tempo catturavano l’immaginario degli indiani malesi con la difesa zelante dei loro interessi per poi allinearsi al BN hanno in modo analogo perso.

BN forse è tornato al potere ma la coalizione di governo trova che la sua base tradizionale rurale si assottiglia con l’emigrazione verso i centri urbani e la differente percezione del suo governo grazie a notizie indipendenti online. Non solo il BN ha perso il voto popolare, la l’energia creativa e il dinamismo giovanile delle aree urbane del paese si sono con decisione spostate verso il PR. Mentre un sistema elettorale ha permesso al BN di vincere queste elezioni controverse, il numero di votanti in cerca di una nuova Malesia dove non esistano più vecchie barriere di etnia e religione è chiaramente in ascesa.

Non è stato un buon primo maggio, per la Slovenia. Il giorno prima, l’agenzia Moody’s aveva declassato Lubiana di 2 gradini, facendo precipitare i suoi titoli pubblici a livello di Junk Bond. Il che significa, ad esempio che molti munifici fondi pensione stranieri non potranno più comprarne tale debito per statuto.

La doppia retrocessione non ha impedito a Lubiana, pochi giorni dopo, di mettere sul mercato buoni per 3,5 miliardi (denominati in dollari): i titoli sono stati tutti collocati a un tasso d’interesse del 4,75% sulla tranche di titoli a cinque anni e del 5,85% su quella a 10 anni. Gli analisti sloveni hanno parlato di una richiesta sorprendente nei confronti dei titoli, con circa 15-16 miliardi di dollari prenotati rispetto a un’offerta di 3,5. Un risultato “positivo sul breve periodo“.

E qui finiscono le buone notizie.

Grazie all’ultima emissione, la Slovenia dovrebbe riuscire a rimanere a galla fino a fine annoMa il Paese rimane avvolto dalla crisi, le finanze pubbliche continuano a deteriorarsi, e il sistema bancario continua a passarsela molto male. Per evitare il baratro, Lubiana deve convincere Bruxelles che ce la farà da sola senza fare ricorso al bailout. Il 9 maggio è la data stabilita per presentare all’UE il pacchetto di riforme promesso dal premier Alenka Bratusek.

In questo senso si inserirebbe il piano di privatizzazioni che il governo  dovrebbe presentare a luglio: prevista la vendita della seconda banca del Paese, la Nova Kreditna Banka Maribor, della sua principale azienda di telecomunicazioniTelekom,  e forse di altre due compagnie statali.

Inoltre sarà introdotto il cosiddetto “debito di crisi”, ossia il prelievo obbligatorio dell’1% da tutte le buste paga, saranno innalzate le tasse sui beni immobili (leggi case in primis), l’innalzamento dell’Iva (dal 20% al 22% per l’aliquota più alta e dall’8,5% al 9,5% per quella agevolata).

Nei giorni scorsi, il dibattito politico è stato caratterizzato dagli aspri contrasti tra maggioranza e opposizione in merito alle riforme da presentare entro la data limite.
Ci sono poi due punti su cui la politica non è compatta, ovvero l’opportunità di modificare la Costituzione sia per introdurre la norma del pareggio del bilancio, e che per rivedere (in senso più restrittivo) la disciplina sul referendum.

Intanto, la gente continua a scendere in piazza a protestare. Più in generale, i’opinione pubblica non ripone molta fiducia nelle scelte del governo. Secondo un sondaggio, il 57% degli intervistati ritiene che, nonostante gli sforzi del governo, alla fine la Slovenia dovrà rivolgersi alla troika per aiuti finanziari. Con le conseguenze che tutti possiamo immaginare.

Neppure la formazione di un nuovo governo e la fine dei lungi bisticci con la Croazia sono bastati a riportare la serenità sotto i cieli di Lubiana.

Una postilla sulla scelta di prelevare l’uno per cento da tutti gli stipendi. Se dopo Cipro i contribuenti del Sud Europa erano spaventati circa il destino dei propri conti correnti (complice l’infelice uscita di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, che aveva parlato del prelievo forzoso come di un “modello esportabile”), i nostri vicini sloveni hanno preferito adottare il paradigma più classico, ossia mettere le mani direttamente nelle busta paga dei cittadini.

Che ancora una volta saranno i primi a pagare il conto di una crisi provocata da altri.

L‘attentato all’ambasciata francese di Tripoli ci ricorda che, ancora a due anni dalla rivoluzione, la Libia respira un’atmosfera di tranquillità solo apparente. Il Paese non riesce ad uscire dalla fase d’instabilità che ne ha finora penalizzato la già complicata transizione. Le milizie sono sempre al loro posto: il governo non è riuscito a disarmarle, e neppure la loro assimilazione nelle forze di sicurezza procede secondo i piani.
Così, in questa normalità fatta di caos e scarsa chiarezza su chi eserciti il monopolio della forza, e nel bel mezzo di un complesso processo di ricostruzione delle istituzioni, l’esecutivo si trova ora stretto tra due fuochi. Da un lato le milizie, che continuano ad esercitare un’influenza sulle autorità centrali, e dall’altro il Dipartimento di Stato USA, che chiede maggiori sforzi per arginare la crescente radicalizzazione all’interno dei gruppi salafiti.
Intanto, gli episodi di violenza si susseguono. Ne sono un esempio i ripetuti attacchi alla minoranza copta, perpetuati nell’indifferenza delle forze di sicurezza del governo. Ma anche le stesse istituzioni sono ostaggio dei ricatti delle milizie. L’ultimo caso è proprio di oggi, martedì 30 aprile: un gruppo di uomini a bordo di un camion armato con cannoni antiaerei ha occupato il Ministero di Giustizia, costringendo il personale a lasciare l’edificio.

Secondo Linkiesta, l

’attentato di ieri ai danni dell’ambasciata francese a Tripoli è solo l’ultimo di una serie di incidenti che testimoniano una crescente saldatura tra elementi jihadisti e alcuni gruppi salafiti:

Al Qaeda cerca di saldare due ideologie in parte contrapposte: la lotta locale dei miliziani salafiti che hanno come obiettivo un “emirato” libico (o Cirenaico) e il jihad globale. Inoltre cerca di far interagire i due fronti: la Cirenaica, di cui si è detto, e il Fezzan nuova retrovia strategica di Aqim (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e degli altri gruppi jihadisti sahariani. Qui Aqim, grazie alla benevolenza di alcune tribù locali in affari con i gruppi terroristici, sembra aver posizionato la propria base logistica e organizzativa.
L’attentato di Tripoli, per come si è verificato (un’autobomba) e per le rivendicazioni appare come un segnale della probabile saldatura tra queste componenti. Tripoli non era mai stata oggetto di attentati di questo tipo. L’operazione segna certamente un’escalation della tensione anche in funzione anti-francese dopo l’intervento del governo di Hollande in Mali.

Benché le voci di una crescente minaccia islamista continuino a rincorrersi, secondo il reporter Cristiano Tinazzi, invece, il problema non è al-Qa’ida o lo jhadismo in generale, bensì l’incapacità del potere centrale di assicurarsi e gestire legittimamente il monopolio della forza.
Come spiega in un passaggio della sua corrispondenza su Limes:

Oltre a molteplici milizie che ancora oggi si comportano come gruppi di autodifesa locale, come a Misurata e in altre località libiche, c’è da fare i conti con il Libian shield, una sigla “ombrello” all’interno della quale operavano durante il conflitto decine di katibe. Oggi diversi gruppi dello Shield lavorano a stretto contatto con gli americani, tanto che l’organizzazione stessa avrebbe inviato un’unità speciale di recupero alla missione diplomatica americana di Bengasi attaccata l’11 settembre 2012- quando morirono l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani.
Delle forze speciali quindi, i cui membri sarebbero stati selezionati dalla Cia e ai quali sarebbero andati parte degli 8 milioni di dollari destinati dall’amministrazione statunitense alla costituzione di forze antiterrorismo in Libia. Rischiando un parallelismo, potrebbero essere accostati alla Sawha o Sons of Iraq irachena, delle milizie filo-Usa.
Nella nuova Libia abbiamo così due poteri ufficiali, esercito e polizia, e due poteri paralleli molto più forti che li affiancano, Libyan shield e Ssc, spesso in conflitto tra loro. Il Supreme security council dipende dal ministero degli Interni, il Libyan shield dalla Difesa. I due gruppi talvolta si scontrano anche militarmente. Le milizie dello “Scudo libico” avrebbero condotto anche l’ultimo assedio a Bani Walid lo scorso novembre 2012, sotto gli occhi impotenti delle autorità centrali. In realtà, la confluenza o meno nella Ssc non implica necessariamente una collisione con le milizie dello Scudo, come dimostra la katiba dei “Martiri di Souq el Jumaa”, facente parte della Brigata Tripoli (nel Ssc) ma in strettissimi rapporti con diverse milizie di Misurata.
Le possibilità che ha al Qaida di attecchire nel contesto dell’estremismo religioso nel quale operano diversi gruppi di ispirazione salafita (ma tutti o quasi i libici, a parte una piccola percentuale di sufi, sono salafiti senza per questo essere estremisti) sono scarse.

Guarda caso, l’attentato all’ambasciata francese a Tripoli proprio nei giorni i cui il premier libico Ali Zidan annunciava la nascita di una Guardia nazionale, legata al ministero della Difesa e allo Stato maggiore libico, indipendente da gruppi politici e religiosi.

Riportare al potere i partiti responsabili dello sfacelo socio-economico non è un difetto solo italiano. In Islanda le elezioni legislative hanno premiato la destra euroscettica, la stessa protagonista della crisi del 2008.

In sintesi, il Partito dell’Indipendenza ha ottenuto il 26% dei voti (19 seggi su 63 all’interno dell’Althing, il parlamento unicamerale). Questo risultato dovrebbe quindi consentire a Bjarni Benediktsson (43 anni, ex calciatore professionista) di diventare il nuovo primo ministro.
In alternativa, l’incarico toccherà a Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, 38 anni, leader del Partito Progressista (24% dei voti e 18 seggi), alleato del partito di Benediktsson. I due partiti potranno quindi contare su un’ampia maggioranza (37 seggi) come era stato previsto dai sondaggi nell’ultima settimana.
L’Alleanza Socialdemocratica, che aveva vinto le precedenti elezioni nel 2009, ha ottenuto solo il 13% dei voti (nove seggi), mentre il suo ex alleato di governo, il Movimento Sinistra-Verdi, ne avrà appena sette. La metà di quanti ne avevano in precedenza.

Se nel 2008 il popolo islandese ha avuto il coraggio di prendere in mano il proprio destino prima che fosse troppo tardi (al di là delle bufale che la vicenda ha ispirato), è comunque singolare che oggi abbia deciso di riconsegnarlo nelle mani della stessa forza politica che quel disastro l’aveva provocato.
Secondo Lettera43:

Un voto che ha punito così la coalizione di centrosinistra uscente, le cui ricette economiche ispirate al rigore avevano permesso all’isola di uscire dalla recessione, con un Pil in salita e una disoccupazione in calo. Ma l’austerità non è piaciuta al popolo, che si è ‘vendicato’ appena chiamato alle urne.

La campagna elettorale è stata dominata dal malcontento degli islandesi, in particolare sulla questione del loro indebitamento: statistiche ufficiali parlano di una famiglia su 10 in ritardo nei pagamenti dei mutui per la casa o nei rimborsi di prestiti immobiliari.

Il primo ministro uscente, Jóhanna Sigurðardóttir, ha chiuso il mandato sottoscrivendo il primo accordo di libero scambio con la Cina firmato da un Paese europeo – col Dragone che ignorava l’omosessualità della rappresentante politica.
Rimane il fatto che i socialdemocratici hanno deluso. Se da una parte hanno arginato la disoccupazione, dall’altra non hanno bloccato la fuga dei giovani all’estero. E soprattutto hanno promesso di entrare nell’Unione Europea (ma i negoziati sono ancora in sospeso), proprio quando Bruxelles iniziava la lunga via crucis che tutti conosciamo. Il voto, peraltro, è giunto a un mese dalla querelle su Cipro, condita dalla vicenda del prelievo forzoso sui conti, che non ha certo contribuito ad aumentare la popolarità della UE.
L’economia islandese, del resto, dopo un periodo di tre anni in assistenza del Fondo Monetario Internazionale finito nel 2011, è ancora in precarie condizioni: il Paese è tornato a crescere, ma il valore complessivo dei mutui a carico dei cittadini ammonta a 11 miliardi di dollari, a fronte di un PIL di circa 13 miliardi. 
Una crisi economica diventata velocemente emergenza sociale e fallimento di un’intera classe dirigente. Che però è di nuovo ai posti di comando, come nella migliore tradizione italiana.

Una ventina di giorni fa la Serbia aveva detto no all’accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. I negoziati sono però proseguiti e il 19 aprile, sotto gli auspici dell’UE, Belgrado e Pristina hanno finalmente raggiunto un’intesa, accolta con sollievo dalla stampa di entrambi i Paesi.

East Journal riporta i 15 punti dell’”Accordo sui principi che disciplinano la normalizzazione delle relazioni”, benché tale versione non sia ancora ufficialmente confermata.
Sul triangolo Belgrado-Pristina-Bruxelles si veda anche questa interessante analisi sulla stessa testata.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina.
Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

L’accordo in questione regola l’autonomia dei serbi all’interno del Kosovo, il che in pratica significa che non saranno parte della Serbia. Verrà costituita un’Unione dei comuni serbi che godrà di un suo statuto, ma la cui esistenza sarà garantita dalle leggi del Kosovo, e non da quelle della Repubblica di Serbia. Questa Unione, quindi, sarà parte del sistema giuridico del Kosovo e non di quello della Serbia.
I serbi nella futura Unione dei comuni serbi del Kosovo avranno una propria polizia la cui composizione rispetterà la composizione etnica dei comuni. Proporranno i comandanti della polizia sul territorio di questi comuni, ma questi verranno formalmente nominati da Pristina, scegliendo uno dei candidati proposti dai comuni serbi. In Kosovo, quindi, formalmente non esisterà altra polizia oltre a quella kosovara e la polizia nei comuni serbi godrà di una sorta di autonomia e si atterrà alle leggi del Kosovo.
Detto in parole chiare, la parte serba ha mantenuto l’ingerenza in loco, ossia nei comuni serbi, mentre il governo kosovaro ha ottenuto una soluzione che gli offre lo spazio per potere trattare formalmente i comuni serbi come parte del Kosovo. Questa sorta di politica di scambio è davvero il massimo che entrambe le parti in gioco potevano ottenere in questo momento. A Pristina è chiaro che prendere i comuni serbi con la forza non sarebbe stata una buona opzione, e Belgrado comprende che della sovranità sul Kosovo non c’è più niente e che la situazione in Serbia degenererebbe rapidamente se non si accettasse di migliorare le relazioni con Pristina.

Sul piano internazionale, l’accordo schiude a entrambe le porte dell’Unione.

Ancora secondo l’OBC, l’intesa tra Belgrado e Pristina rappresenta un successo per la diplomazia europea oltreché l’unica scelta pragmatica che Belgrado e Pristina potevano fare. Si tratta di un passo fondamentale sia per la Serbia, perché cade il principale ostacolo all’integrazione europea, che per il Kosovo, che può concentrarsi sulla qualità delle proprie istituzioni.

Tutti contenti, allora? Non proprio.

Innanzitutto perché non tutta l’opinione pubblica ha apprezzato la conclusione dell’accordo. A cominciare dai nazionalisti serbi, che hanno organizzato delle manifestazioni di protesta a Belgrado – però in gran parte disattese dalla cittadinanza -, seguiti da altri attori tradizionalmente conservatori, come la Chiesa ortodossa serba, che hanno condannato duramente il patto.

Inoltre, in concreto l’accordo non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.
Secondo Linkiesta, resta il fatto che i grandi sconfitti del negoziato sono proprio serbi dell’enclave, visto che gli accordi si sono svolti senza di loro.
La testata sottolinea poi che se da un lato un riconoscimento formale dell’indipendenza della provincia è da escludere per Belgrado, dall’altro la conclusione dell’accordo la riduce a una mera formalità. Eppure questa formalità avrà il suo peso nel cammino di Belgrado verso Bruxelles. Un ostacolo a cui vanno aggiunte le evidenti riluttanze di Francia e Germania ad accogliere lo Stato serbo nella grande famiglia europea.

Le recenti scuse del presidente serbo Nikolic per il massacro di Srebrenica rappresentano forse l’ennesimo gesto di buona volontà per ammorbidire le posizioni di Parigi e Berlino; in ogni caso la prospettiva di adesione della Serbia ai 27 resta ancora lontana.

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