Egitto, la rivoluzione che non c’è mai stata

ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī è il nuovo presidente dell’Egitto. Fin qui nulla che non fosse già nell’aria. La vera notizia è che l’annuncio è arrivato già il giorno seguente alla chiusura dei seggi (29 maggio), in largo anticipo rispetto alla data preventivata del 5 giugno. Il generale, già Ministro della Difesa, ha ottenuto 23,8 milioni di consensi: con una percentuale pari al 96,9%, degna dell’era Mubarak, il neo presidente ha sbaragliato una concorrenza ridotta al solo Hamdeen Sabahi, a cui sono attribuiti circa 757 mila voti (il 3,1% del totale). L’uomo forte del Cairo, protagonista della cacciata dei Fratelli musulmani lo scorso luglio, si prende dunque il Paese dei faraoni, nonostante gli appelli al boicottaggio da parte delle opposizioni – in primis, proprio dalla Fratellanza – e la sfiducia nell’attuale situazione abbiano portato l’astensionismo a livelli record.

Con l’elezione del generale al-Sīsī la rivoluzione egiziana, iniziata il 25 gennaio 2011 con la cacciata di Hosni Mubarak, può dirsi ufficialmente conclusa. Sempre ammesso che sia mai davvero iniziata. La realtà che per tre anni gli osservatori esterni sembrano aver negato è che le Forze armate non solo hanno riconquistato il potere, ma non lo hanno neppre mai abbandonato, nonostante i riflettori fossero tutti puntati sulle manifestazioni di Piazza Taḥrīr. Da sempre l’Egitto soffre una crisi relazionale tra civili e militari. I partiti espressione di istanze fuori dalla cerchia dell’esercito – in particolare quelli islamisti – possono vincere le elezioni ma non viene concessa loro la possibilità di governare. Come notava Lucio Caracciolo su Repubblica un anno fa: “Se nei paesi della “primavera araba” vuoi far votare il popolo, preparati a un probabile governo islamista. Se non vuoi gli islamisti, vai sul sicuro e non far votare il popolo. Se poi il popolo ha votato e rivotato gli islamisti e tu sei abbastanza certo di non poter mai vincere un’elezione, scatena la piazza, accendi la mischia e chiama i militari a scioglierla. [...] Siccome errare è umano, perseverare diabolico, s’immagina che se e quando gli egiziani saranno richiamati alle urne, verranno prese le opportune misure perché il risultato non costringa i militari a ulteriori chirurgie d’urgenza.” Poco importa che gli islamisti godano di grande popolarità tra le classi medio-basse, se poi quelle dominanti tramano per la loro esclusione e repressione. Così il potenziale rivoluzionario dei movimenti di piazza viene lentamente azzerato, ripristinando quello status quo che i giovani di Taḥrīr hanno cercato di cambiare a costo della propria vita. Continua a leggere

L’Ucraina nella morsa tra separatisti e oligarchi

Non poteva chiudersi peggio questo convulso mese di maggio sotto il sole d’Ucraina. Se da domenica sera alla Bankova c’è nuovo capo di Stato democraticamente eletto – il magnate Petro Poroshenko – nell’Est del Paese regna il caos più totale, a dispetto di quell’accordo di pace firmato in aprile che tutti oggi sembrano aver dimenticato. Gli oligarchi, intanto, studiano le contromosse in difesa dei loro interessi. Si consuma così la guerra “in” e “per” l’Ucraina, tra chi vorrebbe dividerla e chi invece ha interesse a tenerla unita per salvaguardare i propri interessi.

Partiamo da un fatto. Oggi la stampa internazionale nota che prima di Poroshenko nessun presidente nella breve storia dell’Ucraina indipendente era mai stato eletto al primo turno, ma chi oggi sottolinea questo dato dimentica che si è trattato di un’elezione praticamente a candidato unico. Il magnate del cioccolato gareggiava con due sfidanti, Yulia Tymoshenko e l’ex pugile Vitaly Klytchko, che si erano defilati dalla corsa già all’inizio. Inoltre, curiosità statistiche a parte, resta il fatto che circa un decimo della popolazione non ha potuto esprimere il proprio voto. Si tratta dei cittadini della Crimea e di quelli del Donbas: i primi passati sotto la bandiera russa dopo il referendum di marzo; i secondi in procinto di seguire la stessa direzione e al momento sotto il fuoco incrociato di una guerra civile dagli esiti tuttora incerti.

Normalmente ci si chiederebbe quale credibilità possa avere un’elezione svolta in queste condizioni; invece Stati Uniti ed Europa considerano la consultazione come valida e regolare. E come invece non considerano il referendum indipendentista di due settimane prima, stravinto dai “sì” con percentuali del 90%. Nel caso caso l’Occidente plaude ad una democrazia azzoppata nell’illusione che il nuovo governo ristabilisca l’unità del Paese; nel secondo la volontà popolare è stata brandita come un’arma per contribuire alla sua disgregazione. Continua a leggere

Grandi manovre nel Golfo. Chi vince e chi perde tra Arabia Saudita e Qatar

Il 5 marzo Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar in seguito ad una spaccatura senza precedenti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Ufficialmente, la ragione è la mancata applicazione, da parte di Doha, dell’accordo di sicurezza approvato dal Consiglio durante un vertice a Riyad nel maggio 2012. In realtà la questione è più articolata e investe la ridefinizione dei rapporti di forza nel quadrante della Penisola arabica.

Nei primi mesi del 2011, quanto il vento delle Primavere arabe soffiava impetuoso su tutta la regione mediorientale, l’opposizione al cambiamento in nome dell’ancient régime aveva cementato i rapporti tra le petromonarchie del Golfo in una sorta di Santa alleanza contro le aspirazioni di libertà dei rispettivi popoli: si pensi a quanto accadde nel Bahrein, quando la Peninsula shield force (organo militare del Ccg) intervenne militarmente su richiesta di Manama per sedare la sollevazione della maggioranza sciita. Ma quella fase non poteva durare per sempre. Spenti i focolai di protesta, il vincolo di solidarietà tra le monarchie sunnite ha dovuto fare un passo indietro rispetto ai contrapposti interessi geopolitici degli attori in gioco. Da un lato la monarchia saudita, vicina ai movimenti salafiti, da sempre in buoni rapporti con la vecchia dirigenza dell’Egitto dei militari e attorno alla quale gravitano un po’ tutti gli altri Stati della Penisola, animati dal comune obiettivo comune del contenimento della Fratellanza musulmana e delle sue istanze riformiste; dall’altro il piccolo e facoltoso emirato del Qatar, principale sponsor dei Fratelli e potente influencer dell’opinione pubblica internazionale grazie al network Al Jazeera.  Continua a leggere

Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

Ottenere il rimborso degli interessi sul mutuo è possibile!

Originally posted on La mia banca è prepotente!:

Hai contratto un mutuofinanziamento, per i quali ti affanni a pagare le rate ogni mese? Oppure hai avuto un’apertura di credito in conto corrente? Se la risposta è così, cosa faresti se ti dicessi che d’ora in poi potresti non pagare più gli interessi, e addirittura ottenere il rimborso dalla banca quelli già pagati?

Non è uno scherzo. E’ quanto previsto dalla sentenza 350/2013 della Corte di Cassazione in presenza di determinate condizioni.

Nella sentenza Suprema Corte teorizza il concetto di usura “contrattualizzata”: si condanna cioè il comportamento scorretto di alcune banche che, con l’applicazione di tassi usurari, hanno messo in difficoltà molte famiglie, costrette a volte a vedere la propria casa all’asta perché i ritardo sui pagamenti delle rate del mutuo.

La questione – definita rivoluzionaria anche se, di fatto, passata in sordina - è anche stata oggetto di un servizio delle Iene.

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Anche la Cina alle prese con la minaccia jihadista

Contrariamente a quanto si pensi, il fondamentalismo islamico non rappresenta un pericolo solo per gli Stati Uniti e l’Occidente: anche la Cina deve fare i conti con questa minaccia.

Il 1° marzo, presso la stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia dello Yunnan, otto uomini armati di coltelli si sono scagliati contro la folla, compiendo in pochi minuti una strage: 33 morti e 143 feriti. L’agenzia di stampa Xinhua lo ha definito l’11 settembre della Cina. Alcuni mesi prima, precisamente il 28 ottobre, nella celeberrima piazza Tienanmen, a Pechino, una jeep si è lanciata a tutta velocità contro i passanti che si trovavano di fronte all’ingresso principale della Città Proibita, provocando la morte di cinque persone (i tre attentatori e due turisti). In un primo momento si era parlato di un attentato legato alla repressione cinese in Tibet, ma nei giorni seguenti la polizia ha arrestato cinque sospetti militanti islamici di etnia uigura.

Pechino gli uiguri, una convivenza difficile

Su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, la Cina conta circa 20 milioni di musulmani: meno del 2% della popolazione. Tra essi primeggiano proprio gli uiguri, un popolo concentrato nella regione dello Xinjiang. Attualmente costituiscono uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dal governo cinese: nonostante ci sia incertezza sui numeri, si può ragionevolmente supporre che 8 milioni circa risiedano in patria e 3 milioni all’estero.

Lo Xinjiang – “Nuova frontiera” in lingua cinese – comprende gli aridi deserti occidentali del Paese. Molti fattori ne indicano il forte collegamento con l’Asia centrale: cultura, economia, lingua e religione. Gli uiguri sono infatti una popolazione di stirpe mongola, turcofona e musulmana. Secondo la storiografia cinese contemporanea, lo Xinjiang rappresenta una inalienabile parte della Cina da più di un millennio, ma la sua conquista definitiva è avvenuta solo nel 1759. In seguito, nella regione si istituì un governo integrato nel sistema imperiale cinese e cominciò una massiccia immigrazione di funzionari e lavoratori Han da ogni parte del Paese. Un processo d’integrazione che avrebbe conosciuto un punto di svolta con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese da Con e le riforme di Mao Zedong. In analogia alle politiche etniche già attuate in Unione Sovietica, volte a spezzare l’omogeneità culturale, religiosa e storica delle minoranze interne con le popolazioni turche stanziate in Asia Centrale, l’identità uigura venne definitivamente codificata in una serie di provvedimenti legislativi, la cui attuazione venne affidata ai funzionari locali inviati dalla capitale. Continua a leggere

La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”. Continua a leggere