Per fermare l’ISIS, Siria e Iran bombardano l’Iraq

La mattina del 24 giugno, alcuni caccia non identificati hanno bombardato un mercato nella città islamista-detenuto di Al Qa’im nel nord-ovest dell’Iraq. Si tratta di una località prossima al confine siriano, recentemente caduta nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Data la prossimità con la Siria, si è pensato che si trattasse di velivoli dell’aviazione di Damasco, e due giorni dopo il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha confermato questa voce. Il premier ha detto di non aver chiesto l’intervento dell’esercito siriano, ma di aver accolto con favore la notizia del bombardamento. “Ogni aiuto contro l’Isil è il benvenuto”, ha dichiarato.

E aiuti, a quanto pare, ne stanno arrivando. Oltre alla Siria, anche l’Iran è pienamente coinvolto nella controffensiva per arginare i jihadisti.  Secondo il New York Times, l’Iran sta fornendo armi al governo iracheno per contrastare i ribelli. Non solo. Fin dai giorni scorsi, alcuni droni iraniani decollano da un aeroporto vicino Baghdad e per sorvolare l’Iraq in missioni segrete di sorveglianza, circostanza nota anche ai funzionari della difesa statunitense. Quindi il sostegno del Paese dei mullah non si limita all’invio di consiglieri militari già annunciato nei giorni scorsi, ma si sta sviluppando in una partecipazione diretta alle sorti del conflitto. Non dimentichiamo che nei giorni scorsi l’ISIS ha preso di mira una località (Qasre Shirin) alla frontiera tra i due Paesi, uccidendo due funzionari iraniani. Continua a leggere

Argentina vicina al (settimo) default

Chissà se l’Argentina vincerà il suo terzo titolo mondiale di calcio; per saperlo dovremo attendere la finale in programma per il 13 luglio, sempre che Messi e compagni ci arrivino. Nel frattempo il Paese potrebbe centrare un altro primato, meno appetibile del primo: quello di nazione più volte “fallita” della storia. Per saperlo ci basterà aspettare il 30 giugno, termine ultimo per pagare alcune vecchie pendenze legate al default del 2001.

Il 16 giugno scorso la Corte suprema di Washington ha respinto l’appello presentato dal governo di Buenos Aires contro una sentenza di Thomas Poole Griesa, giudice federale di New York che nel 2012 aveva avallato le richieste di alcuni fondi (tra i quali Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP., pari al 7,6% dei creditori totali) che dopo aver fatto incetta di bond argentini, svalutati per via delle ristrutturazioni del 2001, ne avevano chiesto il rimborso integrale. L’Argentina era così stata condannata a risarcire 1,33 miliardi di dollari ai richiedenti. La decisione prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default.

Ultima chiamata: 30 giugno Continua a leggere

Per la Spagna è la fine di un’era

È un tipico esercizio della stampa, quello di mettere in relazione eventi superficialmente simili, ancorché distinti e privi di qualunque nesso funzionale, per renderli meglio fruibili al grande pubblico. Non ha fatto eccezione la recente doppia “abdicazione” spagnola, ossia quella di re Juan Carlos ha cui ha fatto seguito l’uscita di scena della Nazionale di calcio dai Mondiali in Brasile. Al di là della scontata, e se vogliamo ingenua tendenza dei cronisti a cedere alla seduzione di certe analogie, i due eventi testimoniano un cambiamento di portata molto più ampia di quanto immaginiamo. Non si tratta solo del fatto che adesso la Spagna abbia un nuovo re e non sia più Campione del mondo; la vera notizia è che essa non sarà più come l’abbiamo conosciuta fino oggi.

Juan Carlos aveva molte buone ragioni per abdicare: al peso degli anni si era aggiunto quello, meno sopportabile, degli scandali; negli ultimi tempi la caduta di consensi era stata inversamente proporzionale al numero degli acciacchi fisici. Nel suo ultimo discorso, il monarca ha parlato della necessità di lasciare spazio alla generazione giovane «che merita di andare avanti», indicando nel figlio Felipe la figura migliore per affrontare le sfide del presente. Ad esempio la crisi economica, oppure – ma questo il re non poteva dirlo – la conservazione stessa della monarchia. Al di là delle spinte indipendentiste della Catalogna, infatti, molti osservatori non nascondono che in Spagna più che la monarchia fosse popolare Juan Carlos e ora mettono in dubbio che l’istituzione possa sopravvivere all’uscita di scena di quello che era stato ribattezzato “il re repubblicano”. La Spagna si scopre dunque un Paese diviso tra regioni che vogliono andarsene e altre che invece dettano le proprie condizioni per restare; tra chi acclama il nuovo re e chi aspira invece ad eleggere un presidente.

Passando dal trono ai campi da gioco, perfino gli analisti allergici al pallone concordano come lo spirito della Spagna si rifletta appieno nel suo calcio. Fino al trionfo negli Europei del 2008, la Nazionale iberica ha sempre presentato una singolare contraddizione. Da una parte vantava alcuni tra i più forti giocatori nel panorama calcistico internazionale ed era solita i gironi di qualificazione per Europei/Mondiali a pieni punti segnando sempre valanghe di gol; dall’altra, nelle fasi finali delle grandi competizioni steccava sempre. La ragione, spiegavano gli esperti, rispecchiava un carattere di fondo dell’intera società spagnola: la divisione tra diverse anime al suo interno. Perché se la Spagna è politicamente unita fin dal matrimonio di Ferdinando e Isabella, rispettivamente sovrani d’Aragona e di Castiglia, gli spagnoli sono invece sempre stati divisi. Ci accorgiamo allora che, metafore a parte, un filo sottile lega l’uscita di scena del re a quella delle Furie rosse. Continua a leggere

ISIS lancia l’offensiva anche in Iran

Da giorni le tv di tutto il mondo ripetono come i militanti dell’ISIS proseguano la loro avanzata all’interno dell’Iraq, conquistando città e procedendo ad esecuzioni sommarie di militari e altri agenti di sicurezza catturati. Quello che quasi nessuno ha detto è che i jihadisti hanno sferrato un attacco anche alle guardie di frontiera iraniane vicino alla località diQasre Shirin, al confine con l’Iraq. Il fatto sarebbe avvenuto qualche giorno fa, ma si è saputo solo ieri attraverso il passaparola sui social media, stante la consueta censura di Teheran ogniqualvolta si verifichino incidenti di frontiera con Baghdad.

Tra le prove dell’avvenuto scontro circola questa fotografia dei corpi di due funzionari di Teheran uccisi. È probabile che sia stata anche la diffusione di questa immagine a convincere le autorità iraniane a fare chiarezza sui fatti di Qasre Shirin. Il primo a parlarne apertamente è stato Fath Allah Hosseini, deputato locale nel Parlamento iraniano, il quale tuttavia ha cercato di “minimizzare” la vicenda, ripetendo che le frontiere iraniane sono sicure e che in ogni caso i residenti di Qasre Shirin non temono un’avanzata dell’ISIS fino alla frontiera. In seguito, in una dichiarazione all’agenzia di stampa YJC, il generale di brigata Ahmad Reza Pourdastan ha confermato che l’incidente ha avuto luogo, aggiungendo però che gli aggressori appartenevano al Partito per la vita libera del Kurdistan, gruppo militante curdo conosciuto anche con l’acronimo Pejak. Continua a leggere

OT: In memoria di Alan Turing, scienziato della libertà

Possiamo vedere solo poco davanti a noi, ma possiamo vedere tante cose che bisogna fare.
Alan Turing

Il 23 giugno del 1912 nasceva Alan Turing, oggi considerato il padre del calcolo elettronico e dell’Intelligenza Artificiale. Morto suicida all’età di soli 41 anni, Alan Turing creò la macchina che consentì al controspionaggio britannico di decifrare i codici nazisti nel corso ella Seconda Guerra Mondiale. E’ stato proprio il suo decisivo contributo come crittoanalista a consegnare il suo nome alla storia.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i risultati fondamentali da egli ottenuti nella decrittazione finirono per condizionare l’esito della guerra, salvando la vita a migliaia di soldati alleati. I nazisti comunicavano attraverso codici prodotti da una macchina chiamata “Enigma”, che gli Alleati non erano in grado di decifrare. Ci riuscì proprio Turing, tramite una macchina – la “bomba” – messa a punto assieme ai suoi colleghi. Alla fine della guerra ne circolavano più di duecento esemplari. Grazie a questo prodigioso strumento, gli Alleati poterono decifrare le comunicazioni del Reich, riuscendo a trarli in inganno sulla data e il luogo dello sbarco in Normandia.

A onor del vero, gli storici hanno a lungo dibattuto sull’effettivo impatto delle intuizioni di Turing sull’organizzazione dello sbarco. La decisione del governo britannico di dichiarare la sua opera top secret impedì di svolgere un’analisi approfondita su tutta a vicenda, oltreché al grande pubblico di conoscere l’importanza del suo contributo. In ogni caso, per la Germania, la decrittazione dei messaggi targati Enigma sancì l’inizio della fine.

Invece di essere acclamato come un eroe, Turing fu perseguitato fino alla morte. Un giorno, dopo aver scoperto un’irruzione dei ladri nella sua casa, chiamò la polizia, la quale, nel corso dei sopralluoghi, trovò le prove della sua omosessualità, all’epoca considerata reato. Turing fu di fatto “scomunicato” dalle gerarchie accademiche. Nessuno volle più lavorare con lui. Subì un processo e fu condannato ad una terapia ormonale obbligatoria, che ebbe l’effetto di distruggerlo nel corpo e nella mente. Gli crebbe il seno e cominciò a soffrire di turbe psichiche. Alla fine, si uccise nel 1954 mangiando una mela intrisa di cianuro. Si dice – verità? Leggenda? La distinzione fa qualche differenza? – che il logo di Apple, una mela morsicata da un lato, sia un omaggio di Steve Jobs al genio di Turing, quando l’elogio pubblico del genio inglese era visto ancora come inopportuno. Continua a leggere

Egitto, la rivoluzione che non c’è mai stata

ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī è il nuovo presidente dell’Egitto. Fin qui nulla che non fosse già nell’aria. La vera notizia è che l’annuncio è arrivato già il giorno seguente alla chiusura dei seggi (29 maggio), in largo anticipo rispetto alla data preventivata del 5 giugno. Il generale, già Ministro della Difesa, ha ottenuto 23,8 milioni di consensi: con una percentuale pari al 96,9%, degna dell’era Mubarak, il neo presidente ha sbaragliato una concorrenza ridotta al solo Hamdeen Sabahi, a cui sono attribuiti circa 757 mila voti (il 3,1% del totale). L’uomo forte del Cairo, protagonista della cacciata dei Fratelli musulmani lo scorso luglio, si prende dunque il Paese dei faraoni, nonostante gli appelli al boicottaggio da parte delle opposizioni – in primis, proprio dalla Fratellanza – e la sfiducia nell’attuale situazione abbiano portato l’astensionismo a livelli record.

Con l’elezione del generale al-Sīsī la rivoluzione egiziana, iniziata il 25 gennaio 2011 con la cacciata di Hosni Mubarak, può dirsi ufficialmente conclusa. Sempre ammesso che sia mai davvero iniziata. La realtà che per tre anni gli osservatori esterni sembrano aver negato è che le Forze armate non solo hanno riconquistato il potere, ma non lo hanno neppre mai abbandonato, nonostante i riflettori fossero tutti puntati sulle manifestazioni di Piazza Taḥrīr. Da sempre l’Egitto soffre una crisi relazionale tra civili e militari. I partiti espressione di istanze fuori dalla cerchia dell’esercito – in particolare quelli islamisti – possono vincere le elezioni ma non viene concessa loro la possibilità di governare. Come notava Lucio Caracciolo su Repubblica un anno fa: “Se nei paesi della “primavera araba” vuoi far votare il popolo, preparati a un probabile governo islamista. Se non vuoi gli islamisti, vai sul sicuro e non far votare il popolo. Se poi il popolo ha votato e rivotato gli islamisti e tu sei abbastanza certo di non poter mai vincere un’elezione, scatena la piazza, accendi la mischia e chiama i militari a scioglierla. [...] Siccome errare è umano, perseverare diabolico, s’immagina che se e quando gli egiziani saranno richiamati alle urne, verranno prese le opportune misure perché il risultato non costringa i militari a ulteriori chirurgie d’urgenza.” Poco importa che gli islamisti godano di grande popolarità tra le classi medio-basse, se poi quelle dominanti tramano per la loro esclusione e repressione. Così il potenziale rivoluzionario dei movimenti di piazza viene lentamente azzerato, ripristinando quello status quo che i giovani di Taḥrīr hanno cercato di cambiare a costo della propria vita. Continua a leggere

L’Ucraina nella morsa tra separatisti e oligarchi

Non poteva chiudersi peggio questo convulso mese di maggio sotto il sole d’Ucraina. Se da domenica sera alla Bankova c’è nuovo capo di Stato democraticamente eletto – il magnate Petro Poroshenko – nell’Est del Paese regna il caos più totale, a dispetto di quell’accordo di pace firmato in aprile che tutti oggi sembrano aver dimenticato. Gli oligarchi, intanto, studiano le contromosse in difesa dei loro interessi. Si consuma così la guerra “in” e “per” l’Ucraina, tra chi vorrebbe dividerla e chi invece ha interesse a tenerla unita per salvaguardare i propri interessi.

Partiamo da un fatto. Oggi la stampa internazionale nota che prima di Poroshenko nessun presidente nella breve storia dell’Ucraina indipendente era mai stato eletto al primo turno, ma chi oggi sottolinea questo dato dimentica che si è trattato di un’elezione praticamente a candidato unico. Il magnate del cioccolato gareggiava con due sfidanti, Yulia Tymoshenko e l’ex pugile Vitaly Klytchko, che si erano defilati dalla corsa già all’inizio. Inoltre, curiosità statistiche a parte, resta il fatto che circa un decimo della popolazione non ha potuto esprimere il proprio voto. Si tratta dei cittadini della Crimea e di quelli del Donbas: i primi passati sotto la bandiera russa dopo il referendum di marzo; i secondi in procinto di seguire la stessa direzione e al momento sotto il fuoco incrociato di una guerra civile dagli esiti tuttora incerti.

Normalmente ci si chiederebbe quale credibilità possa avere un’elezione svolta in queste condizioni; invece Stati Uniti ed Europa considerano la consultazione come valida e regolare. E come invece non considerano il referendum indipendentista di due settimane prima, stravinto dai “sì” con percentuali del 90%. Nel caso caso l’Occidente plaude ad una democrazia azzoppata nell’illusione che il nuovo governo ristabilisca l’unità del Paese; nel secondo la volontà popolare è stata brandita come un’arma per contribuire alla sua disgregazione. Continua a leggere