OT: In memoria di Alan Turing, scienziato della libertà

Possiamo vedere solo poco davanti a noi, ma possiamo vedere tante cose che bisogna fare.
Alan Turing

Il 23 giugno del 1912 nasceva Alan Turing, oggi considerato il padre del calcolo elettronico e dell’Intelligenza Artificiale. Morto suicida all’età di soli 41 anni, Alan Turing creò la macchina che consentì al controspionaggio britannico di decifrare i codici nazisti nel corso ella Seconda Guerra Mondiale. E’ stato proprio il suo decisivo contributo come crittoanalista a consegnare il suo nome alla storia.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i risultati fondamentali da egli ottenuti nella decrittazione finirono per condizionare l’esito della guerra, salvando la vita a migliaia di soldati alleati. I nazisti comunicavano attraverso codici prodotti da una macchina chiamata “Enigma”, che gli Alleati non erano in grado di decifrare. Ci riuscì proprio Turing, tramite una macchina – la “bomba” – messa a punto assieme ai suoi colleghi. Alla fine della guerra ne circolavano più di duecento esemplari. Grazie a questo prodigioso strumento, gli Alleati poterono decifrare le comunicazioni del Reich, riuscendo a trarli in inganno sulla data e il luogo dello sbarco in Normandia.

A onor del vero, gli storici hanno a lungo dibattuto sull’effettivo impatto delle intuizioni di Turing sull’organizzazione dello sbarco. La decisione del governo britannico di dichiarare la sua opera top secret impedì di svolgere un’analisi approfondita su tutta a vicenda, oltreché al grande pubblico di conoscere l’importanza del suo contributo. In ogni caso, per la Germania, la decrittazione dei messaggi targati Enigma sancì l’inizio della fine.

Invece di essere acclamato come un eroe, Turing fu perseguitato fino alla morte. Un giorno, dopo aver scoperto un’irruzione dei ladri nella sua casa, chiamò la polizia, la quale, nel corso dei sopralluoghi, trovò le prove della sua omosessualità, all’epoca considerata reato. Turing fu di fatto “scomunicato” dalle gerarchie accademiche. Nessuno volle più lavorare con lui. Subì un processo e fu condannato ad una terapia ormonale obbligatoria, che ebbe l’effetto di distruggerlo nel corpo e nella mente. Gli crebbe il seno e cominciò a soffrire di turbe psichiche. Alla fine, si uccise nel 1954 mangiando una mela intrisa di cianuro. Si dice – verità? Leggenda? La distinzione fa qualche differenza? – che il logo di Apple, una mela morsicata da un lato, sia un omaggio di Steve Jobs al genio di Turing, quando l’elogio pubblico del genio inglese era visto ancora come inopportuno. Continua a leggere

Egitto, la rivoluzione che non c’è mai stata

ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī è il nuovo presidente dell’Egitto. Fin qui nulla che non fosse già nell’aria. La vera notizia è che l’annuncio è arrivato già il giorno seguente alla chiusura dei seggi (29 maggio), in largo anticipo rispetto alla data preventivata del 5 giugno. Il generale, già Ministro della Difesa, ha ottenuto 23,8 milioni di consensi: con una percentuale pari al 96,9%, degna dell’era Mubarak, il neo presidente ha sbaragliato una concorrenza ridotta al solo Hamdeen Sabahi, a cui sono attribuiti circa 757 mila voti (il 3,1% del totale). L’uomo forte del Cairo, protagonista della cacciata dei Fratelli musulmani lo scorso luglio, si prende dunque il Paese dei faraoni, nonostante gli appelli al boicottaggio da parte delle opposizioni – in primis, proprio dalla Fratellanza – e la sfiducia nell’attuale situazione abbiano portato l’astensionismo a livelli record.

Con l’elezione del generale al-Sīsī la rivoluzione egiziana, iniziata il 25 gennaio 2011 con la cacciata di Hosni Mubarak, può dirsi ufficialmente conclusa. Sempre ammesso che sia mai davvero iniziata. La realtà che per tre anni gli osservatori esterni sembrano aver negato è che le Forze armate non solo hanno riconquistato il potere, ma non lo hanno neppre mai abbandonato, nonostante i riflettori fossero tutti puntati sulle manifestazioni di Piazza Taḥrīr. Da sempre l’Egitto soffre una crisi relazionale tra civili e militari. I partiti espressione di istanze fuori dalla cerchia dell’esercito – in particolare quelli islamisti – possono vincere le elezioni ma non viene concessa loro la possibilità di governare. Come notava Lucio Caracciolo su Repubblica un anno fa: “Se nei paesi della “primavera araba” vuoi far votare il popolo, preparati a un probabile governo islamista. Se non vuoi gli islamisti, vai sul sicuro e non far votare il popolo. Se poi il popolo ha votato e rivotato gli islamisti e tu sei abbastanza certo di non poter mai vincere un’elezione, scatena la piazza, accendi la mischia e chiama i militari a scioglierla. [...] Siccome errare è umano, perseverare diabolico, s’immagina che se e quando gli egiziani saranno richiamati alle urne, verranno prese le opportune misure perché il risultato non costringa i militari a ulteriori chirurgie d’urgenza.” Poco importa che gli islamisti godano di grande popolarità tra le classi medio-basse, se poi quelle dominanti tramano per la loro esclusione e repressione. Così il potenziale rivoluzionario dei movimenti di piazza viene lentamente azzerato, ripristinando quello status quo che i giovani di Taḥrīr hanno cercato di cambiare a costo della propria vita. Continua a leggere

L’Ucraina nella morsa tra separatisti e oligarchi

Non poteva chiudersi peggio questo convulso mese di maggio sotto il sole d’Ucraina. Se da domenica sera alla Bankova c’è nuovo capo di Stato democraticamente eletto – il magnate Petro Poroshenko – nell’Est del Paese regna il caos più totale, a dispetto di quell’accordo di pace firmato in aprile che tutti oggi sembrano aver dimenticato. Gli oligarchi, intanto, studiano le contromosse in difesa dei loro interessi. Si consuma così la guerra “in” e “per” l’Ucraina, tra chi vorrebbe dividerla e chi invece ha interesse a tenerla unita per salvaguardare i propri interessi.

Partiamo da un fatto. Oggi la stampa internazionale nota che prima di Poroshenko nessun presidente nella breve storia dell’Ucraina indipendente era mai stato eletto al primo turno, ma chi oggi sottolinea questo dato dimentica che si è trattato di un’elezione praticamente a candidato unico. Il magnate del cioccolato gareggiava con due sfidanti, Yulia Tymoshenko e l’ex pugile Vitaly Klytchko, che si erano defilati dalla corsa già all’inizio. Inoltre, curiosità statistiche a parte, resta il fatto che circa un decimo della popolazione non ha potuto esprimere il proprio voto. Si tratta dei cittadini della Crimea e di quelli del Donbas: i primi passati sotto la bandiera russa dopo il referendum di marzo; i secondi in procinto di seguire la stessa direzione e al momento sotto il fuoco incrociato di una guerra civile dagli esiti tuttora incerti.

Normalmente ci si chiederebbe quale credibilità possa avere un’elezione svolta in queste condizioni; invece Stati Uniti ed Europa considerano la consultazione come valida e regolare. E come invece non considerano il referendum indipendentista di due settimane prima, stravinto dai “sì” con percentuali del 90%. Nel caso caso l’Occidente plaude ad una democrazia azzoppata nell’illusione che il nuovo governo ristabilisca l’unità del Paese; nel secondo la volontà popolare è stata brandita come un’arma per contribuire alla sua disgregazione. Continua a leggere

Quante “Europe” escono dalle europee?

È lecito domandarsi se le elezioni Europee siano veramente “europee” oppure no, visto che il Parlamento di Bruxelles non è scelto tramite un’elezione unica bensì attraverso 28 scrutini nazionali? Solitamente snobbate e buone solo a garantire un po’ di poltrone a politici di seconda fascia, le elezioni continentali sono sempre state sfruttate dalle classi politiche del continente solo per tastare il polso dell’opinione pubblica interna senza rischiare alcunché. Corollario di queste due premesse è che non solo non esiste un progetto di Europa condiviso, ma manca un’idea stessa di Europa poiché ciascuno ne coltiva idee diverse, più spesso nessuna idea. Ogni Paese si è recato alle urne spinto dalla necessità di rispondere ai problemi di casa propria, la cui origine è spesso e volentieri attribuita all’Europa stessa. Tralasciando la situazione italiana, dove la vittoria del centrosinistra resta un caso isolato a fronte di un imperioso avanzare delle destre, e per la quale sono state già spese troppe parole, quante “Europe” escono, allora, da queste elezioni europee? Continua a leggere

Grandi manovre nel Golfo. Chi vince e chi perde tra Arabia Saudita e Qatar

Il 5 marzo Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar in seguito ad una spaccatura senza precedenti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Ufficialmente, la ragione è la mancata applicazione, da parte di Doha, dell’accordo di sicurezza approvato dal Consiglio durante un vertice a Riyad nel maggio 2012. In realtà la questione è più articolata e investe la ridefinizione dei rapporti di forza nel quadrante della Penisola arabica.

Nei primi mesi del 2011, quanto il vento delle Primavere arabe soffiava impetuoso su tutta la regione mediorientale, l’opposizione al cambiamento in nome dell’ancient régime aveva cementato i rapporti tra le petromonarchie del Golfo in una sorta di Santa alleanza contro le aspirazioni di libertà dei rispettivi popoli: si pensi a quanto accadde nel Bahrein, quando la Peninsula shield force (organo militare del Ccg) intervenne militarmente su richiesta di Manama per sedare la sollevazione della maggioranza sciita. Ma quella fase non poteva durare per sempre. Spenti i focolai di protesta, il vincolo di solidarietà tra le monarchie sunnite ha dovuto fare un passo indietro rispetto ai contrapposti interessi geopolitici degli attori in gioco. Da un lato la monarchia saudita, vicina ai movimenti salafiti, da sempre in buoni rapporti con la vecchia dirigenza dell’Egitto dei militari e attorno alla quale gravitano un po’ tutti gli altri Stati della Penisola, animati dal comune obiettivo comune del contenimento della Fratellanza musulmana e delle sue istanze riformiste; dall’altro il piccolo e facoltoso emirato del Qatar, principale sponsor dei Fratelli e potente influencer dell’opinione pubblica internazionale grazie al network Al Jazeera.  Continua a leggere

Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

Ottenere il rimborso degli interessi sul mutuo è possibile!

Originally posted on La mia banca è prepotente!:

Hai contratto un mutuofinanziamento, per i quali ti affanni a pagare le rate ogni mese? Oppure hai avuto un’apertura di credito in conto corrente? Se la risposta è così, cosa faresti se ti dicessi che d’ora in poi potresti non pagare più gli interessi, e addirittura ottenere il rimborso dalla banca quelli già pagati?

Non è uno scherzo. E’ quanto previsto dalla sentenza 350/2013 della Corte di Cassazione in presenza di determinate condizioni.

Nella sentenza Suprema Corte teorizza il concetto di usura “contrattualizzata”: si condanna cioè il comportamento scorretto di alcune banche che, con l’applicazione di tassi usurari, hanno messo in difficoltà molte famiglie, costrette a volte a vedere la propria casa all’asta perché i ritardo sui pagamenti delle rate del mutuo.

La questione – definita rivoluzionaria anche se, di fatto, passata in sordina – è anche stata oggetto di un servizio delle Iene.

Scopri…

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