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	<title>GeoPoliticaMente</title>
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	<description>&#34;Siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte&#34; (K. Adenauer)</description>
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		<title>GeoPoliticaMente</title>
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		<title>Per favore non chiamatela primavera turca</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 09:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[L'Europa oltre l'Unione]]></category>
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		<description><![CDATA[La proverbiale disattenzione che i media nostrani riservano alla pagina degli esteri comporta, quando di ciò che accade nel mondo non si può proprio fare a meno di parlarne, una lettura degli eventi superficiale e per lo più legata ad una serie di cliché consolidati. Non c&#8217;è dunque da stupirsi che le manifestazioni in corso [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6145&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">La proverbiale disattenzione che i media nostrani riservano alla pagina degli esteri comporta, quando di ciò che accade nel mondo non si può proprio fare a meno di parlarne, una lettura degli eventi <strong>superficiale</strong> e per lo più legata ad una <strong>serie di <em>cliché</em></strong> consolidati.<br />
Non c&#8217;è dunque da stupirsi che le manifestazioni in corso in Turchia vengano interpretate alla luce di uno tra i paradigmi più temuti (e abusati) dei nostri tempi: la protesta contro il pericolo di<strong> re-</strong><strong>islamizzazione </strong>della società, a cui si contrappone lo spirito di autodeterminazione di una gioventù laica e cosmopolita. E non mancano poi gli audaci paragoni tra i giovani di piazza <strong>Taksim</strong> e quelli (non più fortunati) che due anni fa riempivano piazza <strong>Tahrir</strong>; paragoni dettati più dalla seducente assonanza tra i nomi che da una approfondita analisi sul campo.</p>
<p style="text-align:justify;">Detto questo, proviamo a guarda le cose per quelle che sono.</p>
<p style="text-align:justify;">Non è strano che la maggiore (ma <a href="http://www.lindro.it/politica/2013-03-15/74896-la-turchia-dellakp-critiche-liberali">non l&#8217;unica</a>) sfida all’autorità del primo ministro turco <strong>Recep Tayyip Erdoğan</strong> in quasi undici anni di potere sia cominciato come una piccola manifestazione ambientalista. <strong>Lo scontro sul parco Gezi nasconde infatti un regolamento di conti su altre questioni</strong>. Non soltanto il divieto sull’alcool, quello di baciarsi in pubblico o le altre manifestazioni di islamizzazione strisciante. A frustrare il presente della popolazione turca son piuttosto le pressioni sulle università, la repressione della libertà di espressione e <strong>in generale l’arroganza con cui il premier si è imposto pensando che <a href="http://www.lindro.it/politica/2012-12-19/62645-turchia-dittatura-della-maggioranza">il Paese gli appartenga solo perché ha avuto per tre volte la maggioranza dei voti</a></strong>.<br />
In Turchia (<a href="http://www.ilpost.it/2013/06/02/dietro-le-proteste-in-turchia/">qui</a> una breve guida alla storia recente) si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: <strong><a href="http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=76741&amp;typeb=0&amp;Loid=200&amp;Lettera-da-Istanbul-dalla-Turchia-al-mondo">il diritto a vivere in democrazia</a></strong>. Perché la Turchia governata dall’Akp è un caso da manuale di <a href="http://www.foreignpolicy.com/articles/2013/06/02/how_democratic_is_turkey">come funziona una <strong>democrazia svuotata</strong></a>.<br />
Gezi Park è la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un conflitto tra le componenti di una società spaccata <a href="http://www.lindro.it/politica/2012-10-31/11284-le-due-repubbliche-della-turchia">che si protrae già da lungo tempo</a>. Ma <strong>da qui a parlare di primavera turca ce ne corre</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Riporto qui alcuni contributi tra i (pochi) interessanti che si circolano in questi giorni.<span id="more-6145"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Nei primi di giugno Lorenzo Posocco su<em> <a href="http://temi.repubblica.it/limes/turchia-il-gezi-park-di-istanbul-e-soltanto-un-pretesto/47683">Limes</a></em> spiegava a caldo <strong>perché il Gezi Park è soltanto un pretesto</strong>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>È importante ripetere che questa rivolta consiste nella lotta contro le politiche del governo,</strong> nella paura che si possa andare alla deriva verso una Repubblica Islamica, nella perdita delle libertà di cui l’attuale costituzione, frutto di una guerra di liberazione, è diretta emanazione e garanzia. L&#8217;ultimo esempio riguarda le bevande alcoliche, prima aumentate di prezzo poi proibite tra le 22 e le 6 di mattina.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L’Atatürk Cultural Center (Akm), anch’esso in Taksim Square, dev’essere demolito,</strong> annuncia il premier. Il messaggio è chiaro a tutti: Atatürk è stato il fondatore della Repubblica e, nonostante la sua figura sia controversa, rimane il simbolo di una Turchia che guarda a Occidente, ispirata da valori democratici.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La sterzata non è soltanto islamica. </strong><a href="http://temi.repubblica.it/limes/i-bambini-della-vecchia-istanbul/38496">Come già scritto</a>, lo spazio urbano viene ripianificato secondo il modello americano. Siamo di fronte a un capitalismo di matrice islamica: un centro commerciale e una nuova moschea. Tra gli accademici si parla di postmoderno, di modello Akp, <em>fully modern and fully religious</em>, ma c’è una differenza tra la teoria e la pratica. I dimostranti parlano di dittatura, di repressione, di negazione dei diritti di espressione.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;editoriale di Eric Maurice su <em><a href="http://www.presseurop.eu/it/content/editorial/3857981-che-turchia-vogliamo">Presseurop</a> </em>spiega le <strong>differenze tra le proteste turche e le primavere arabe</strong>, nel quadro dei negoziati (infiniti) per l&#8217;adesione di Ankara alla UE:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">Assicurare la prosperità al suo popolo non gli è bastato a evitare la contestazione. Secondo le <a title="Opens in new window" href="http://europa.eu/rapid/press-release_IP-13-396_fr.htm?locale=EN" target="_blank">previsioni della Commissione europea</a> la Turchia dovrebbe registrare una crescita del 3,2 per cento nel 2013 e del 4 per cento nel 2014, contro una media dell’eurozona di -0,4 e +1,2 per cento, eppure centinaia di migliaia di turchi sono scesi in piazza per<a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/3837721-erdogan-assediato-nella-sua-torre-d-avorio">contestare</a> il loro primo ministro, Recep Tayyip Erdoğan. Le manifestazioni sembrano destinate a durare a lungo, anche senza le violenze eclatanti dei primi giorni.</p>
<p style="text-align:justify;">La situazione economica e sociale non è il primo motivo della protesta, scatenata da un progetto di riqualificazione urbana a Istanbul. Questa è la prima differenza tra le proteste turche e la primavera araba, a cui il movimento di piazza Taksim viene spesso paragonato.</p>
<p style="text-align:justify;">Una seconda differenza con le rivoluzioni arabe è che Erdoğan non è un tiranno che si è impossessato del potere per conto di un clan e senza riguardi per il benessere del paese. Il leader dell’Akp, il Partito giustizia e sviluppo, è stato eletto per tre volte consecutive con votazioni regolari, e gode di una popolarità che farebbe invidia a molti leader europei.</p>
<p style="text-align:justify;">Sembrerebbe paradossale identificare la situazione turca con quella del mondo arabo, soprattutto dopo aver sottolineato più volte la vocazione europea del paese. Il fatto è che da dieci anni i difensori dell’adesione della Turchia all’Ue confondono la politica di modernizzazione attuata da Erdoğan con un tentativo di europeizzare il paese.</p>
<p style="text-align:justify;">A meno che non vogliamo ridurre la civiltà europea alla crescita economica e alla costruzione di centri commerciali, o credere che l’Europa possieda il copyright sulla democrazia all’esterno dell’Ue, la politica del primo ministro turco non ha fatto del paese un candidato ideale all’adesione. I manifestanti di piazza Taksim ci hanno appena ricordato che il progetto dell’Akp è basato su un percorso particolare, conforme all’identità multipla e spesso contraddittoria della Turchia: un ponte tra due continenti, un incrocio di culture islamico, post-ottomano e kemalista.</p>
<p style="text-align:justify;">La politica di Erdoğan ha avuto il grande merito di far superare alla Turchia la condizione di pedina strategica della Nato e fornitore di manodopera a buon mercato. Oggi Ankara è un partner commerciale importante e una potenza politica affidabile. La diaspora turca, con i suoi giovani multiculturali e spesso con la doppia cittadinanza, può finalmente tornare indietro e trovare un paese dinamico.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma è proprio questa gioventù cosmopolita, che gode i frutti della crescita avviata da Erdoğan, a guidare la contestazione contro il primo ministro. I giovani aspirano a una qualità della vita che non si riduce alle opportunità, e insieme ai manifestanti di tutte le età che si sono uniti a loro parlano di ambiente e vogliono sfuggire al giogo della religione, essere ascoltati e rispettati dal potere.</p>
<p style="text-align:justify;">Per l’Unione europea, che quattro giorni prima delle manifestazioni a Istanbul <a title="Opens in new window" href="http://euobserver.com/tickers/120256" target="_blank">annunciava di voler discutere l’adesione</a> della Turchia, la situazione è scomoda. Davvero Erdoğan, che definisce “terroristi” i manifestanti e <a title="Opens in new window" href="http://www.project-syndicate.org/commentary/backsliding-on-human-rights-in-turkey-by-aryeh-neier" target="_blank">incarcera</a> più giornalisti di quanto non facciano la Cina o l’Iran, è ancora un garante credibile delle buone relazioni Ue-Turchia? Il suo interesse per i modelli <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/3347201-erdogan-guarda-est">russo e cinese</a> è ancora compatibile con gli obiettivi strategici e i principi dell’Ue?</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;"><em>Project Syndicate</em>, tradotto da <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/3850471-le-sorprese-della-democrazia"><em>Presseurop</em> </a>spiega come le manifestazioni in corso sia conseguenza di un <strong>conflitto tra classi sociali</strong>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">Le <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/3836151-benvenuti-resistambul">dimostrazioni antigovernative</a> in corso nelle città turche potrebbero essere interpretate come un’imponente protesta contro l’islam politico. Quella che era partita come una manifestazione contro la proposta, appoggiata dallo Stato, di radere al suolo un piccolo parco nel cuore di Istanbul per far posto a un centro commerciale di dubbio gusto, si è rapidamente trasformata in uno scontro di valori. La disputa sembra apparentemente riflettere due concezioni diverse e opposte della Turchia moderna: secolare e religiosa, democratica e autoritaria. Si sono fatti paragoni con “Occupy Wall Street”; si parla addirittura di una “primavera turca”.</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">All’apparenza, al cuore della questione turca vi sarebbe la religione. L’islam politico è considerato dai suoi oppositori come intrinsecamente antidemocratico.</p>
<p style="text-align:justify;">Naturalmente, però, la faccenda non è così semplice. Lo Stato secolare kemalista non era infatti meno autoritario del regime islamista populista di Erdoğan. Tutt’al più è vero il contrario. Ed è inoltre significativo il fatto che le prime proteste di piazza Taksim, a Istanbul, non siano sorte a causa di una moschea, ma di un centro commerciale. La paura della shari’asi accompagna alla rabbia suscitata dalla rapace volgarità dei costruttori e degli imprenditori sostenuti dal governo di Erdoğan. La primavera turca sembra animata da sentimenti di sinistra.</p>
<p style="text-align:justify;">Così, anziché soffermarsi sui problemi del moderno islam politico, che sono certo considerevoli, sarebbe forse più proficuo osservare i conflitti in atto in Turchia da una prospettiva diversa, e oggi decisamente fuori moda: quella legata alle classi sociali. I dimostranti, che si tratti di persone di ampie vedute o di gente di sinistra, appartengono di norma all’élite urbana, occidentalizzata, istruita e secolare. Erdoğan, dal canto suo, rimane invece assai popolare nelle zone rurali e provinciali del Paese, tra i cittadini meno scolarizzati, più poveri, più conservatori e più religiosi.</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">L’alleanza tra uomini d’affari e populisti religiosi non è certo un fenomeno esclusivamente turco. Molti dei nuovi imprenditori, così come le donne che si coprono il capo, provengono dai villaggi dell’Anatolia. Sono nuovi ricchi di provincia, e nutrono nei confronti della vecchia élite di Istanbul un risentimento paragonabile all’odio che un uomo d’affari del Texas o del Kansas prova nei confronti dell’élite liberal di New York e di Washington.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;"><em><a href="http://www.lindro.it/politica/2013-06-03/85019-turchia-ondata-di-proteste">L&#8217;Indro</a> </em>sottolinea gli <strong>scarsi meccanismi di partecipazione</strong> popolare nelle scelte di pianificazione urbanistica:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>Nei fatti, la qualità della democrazia turca non è particolarmente elevata: grandi progetti – come quello che interessa il parco di Taksim – vengono decisi senza una pianificazione razionale, con troppe concessioni al cemento e scarsa attenzione al verde, senza informare in modo adeguato la popolazione e senza attivare canali di feedback verso le istituzioni.</strong> Il sindaco di Istanbul, l&#8217;architetto <strong>Kadir Topbaş</strong>, lo ha riconosciuto pubblicamente, esprimendo timori che la candidatura a ospitare i giochi olimpici del 2020 possa naufragare. Ma ha anche aggiunto che le operazioni al momento previste – l&#8217;abbattimento di due alberi, il trasferimento di altri dieci – riguardano solo l&#8217;allargamento dell&#8217;area pedonale e che nessuna decisione è stata definitivamente presa sul progetto complessivo della zona (un tribunale amministrativo ne ha bloccato l&#8217;iter proprio in questi giorni). <strong>Erdoğan, nelle sue esternazioni, ha contribuito a creare confusione</strong>: confermando la ricostruzione della caserma, ma smentendo la destinazione esclusiva a centro commerciale (<em>«vi si potrebbe realizzare un museo di Istanbul»</em>); e ha anzi proposto in modo estemporaneo la distruzione dell&#8217;adiacente centro culturale Atatürk – dotato di teatro e altri spazi – per sostituirlo con un vero e proprio teatro d&#8217;opera e la costruzione di una moschea a ridosso della piazza.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>In effetti, la pur presente sensibilità ecologista passa in secondo piano davanti alla guerra dei simboli (politici) che si è scatenat</strong>a: perché piazza Taksim – il suo parco, il centro culturale che ha il nome del “padre dei turchi” – è <strong>percepito dalle fazioni kemaliste come l&#8217;incarnazione più visibile dei valori della repubblica laicista e nazionalista che l&#8217;Akp sta mettendo sempre più in discussione</strong>. La lista delle rimostranze si è allungata proprio negli ultimi due anni, dopo che l&#8217;ampio mandato elettorale – il 50% dei voti il 12 giugno 2011 – ha dato a Erdoğan legittimità e sfrontatezza: legge sull&#8217;insegnamento religioso nelle scuole, progressiva (ma ancora non completa) abolizione del divieto d&#8217;indossare il “velo” islamico per studenti universitarie e impiegate del settore pubblico, aumento della tassazione sulle bevande alcoliche e restrizioni sulla loro vendita, smantellamento dei rituali ufficiali appartenenti al regime autoritario kemalista, ridimensionamento del ruolo politico delle forze armate che di quel regime era il perno, avvio del processo di pace con il Pkk di Öcalan che secondo gli ambienti nazionalisti metterebbe a rischio l&#8217;unità del paese.</p>
<p style="text-align:justify;">Queste rimostranze hanno poche speranze di trovare ascolto: da una parte, le forze politiche che le condividono sono minoritarie nel Paese; dall&#8217;altra, lo stile di governo adottato dal leader dell&#8217;Akp non lascia troppo spazio alle manifestazioni di dissenso. <strong>Le proteste di piazza Taksim in sostanza saldano diversi punti di vista: quello ecologista</strong>, originario e minoritario, che punta a preservare la città da alcuni progetti molto discutibili (ma tra costoro c&#8217;è anche chi dice no per principio ai progetti infrastrutturali invece indispensabili); <strong>quello più ampio ma sempre spontaneo di chi vorrebbe l&#8217;emergere di una democrazia autenticamente avanzata e partecipata</strong>; <strong>quello ideologico</strong> delle forze politiche frustrate perché consapevoli di non poter diventare in tempi ragionevolmente brevi maggioranza: e che allora cercano la scorciatoia anti-democratica della piazza. <strong>La tenuta del governo non sembra al momento a rischio, ma solo un cambiamento di rotta – più democrazia, più libertà, più ascolto, più compromessi – potrà garantire all&#8217;Akp nuovi mandati</strong> per realizzare i grandi obiettivi di crescita, sviluppo, modernizzazione e pacificazione interna fissati per il 2023.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">Questa lunga analisi di Dario Cristiani su <em><a href="http://temi.repubblica.it/limes/il-problema-in-turchia-non-e-lislamismo-e-legemonia/48024">Limes</a> </em>spiega che le proteste non sono dovute a motivazioni ambientaliste o alla natura islamista dell&#8217;Akp, ma alla <strong>mancanza di alternanza politica al potere</strong><em>:</em></p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>La radice di questa protesta va cercata in una dinamica più propriamente politica</strong>, non legata alla natura islamista dell&#8217;attuale governo. Essa riguarda la totale mancanza da 10 anni a questa parte di contrappesi politici ed elettorali significativi, unita a un certo stile leaderistico e iperdecisionista di Recep Tayyip Erdoğan.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Questi elementi, nel corso degli ultimi anni, hanno esacerbato la sensazione</strong> che si fosse dinanzi a un crescente autoritarismo che si traduce in iniziative politiche audaci e divisive: non solo il piano di riconversione urbana del parco di Gezi, ma ad esempio la ben più grave detenzione di svariate decine di giornalisti accusati di appartenere ad<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ergenekon_%28organization%29" target="_blank">Ergenekon</a> e rei di aver criticato il governo sui propri giornali.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L&#8217;Akp è al potere da 11 anni, sostanzialmente incontrastato</strong>, con un&#8217;opposizione totalmente incapace di rappresentare una minaccia elettorale. Una situazione del genere farebbe emergere tendenze egemonico-decisioniste-autoritarie ovunque, non solo in Turchia. Quì, però, queste tendenze si sono declinate con un’asprezza difficilmente riscontrabile altrove.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L&#8217;adagio per cui “una democrazia funzionante necessità di un&#8217;opposizione funzionante”</strong> in sostanza si riferisce a questa dinamica perversa di autoritaritarizzazione di una democrazia in cui mancano alternanza e contrappesi. Da un punto di vista elettorale e di consenso, il partito di Erdoğan rimane estremamente saldo e gli eventi degli ultimi giorni non sembrano averne scalfito le certezze.</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Questo malcontento di una parte della popolazione è stato poi esacerbato</strong>ulteriormente da due elementi specifici legati al dispiegarsi delle dinamiche della protesta.</p>
<p style="text-align:justify;">•<strong> In primo luogo, la durezza dell&#8217;intervento della polizia ha causato la radicalizzazione dello scontro e dello scontento</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">• <strong>In secondo luogo, una certa reticenza delle emittenti televisive turche</strong> nel coprire gli eventi con dovizia di particolari e la crescente discrepanza che stava rapidamente emergendo tra le foto, i video e le testimonianze postate sui vari <em>social network</em> e la programmazione delle televisioni &#8211; bastava fare un po&#8217; di <em>zapping</em> tra i principali canali turchi la settimana scorsa per rendersene conto &#8211; ha in qualche modo gettato ulteriore benzina sul fuoco del discontento.</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La reticenza dei media nello scontentare i potenti non è esclusivamente turca</strong> o legata alla natura islamista dell&#8217;Akp: è una componente comune a tante democrazie in cui i media sono espressione di poteri economici le cui fortune dipendono in larga parta dalla relazione con il potere politico.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Questo fattore si collega alle tendenze egemoniche di cui sopra</strong>: se non esiste un&#8217;alternativa credibile che possa creare alternanza, la tentazione del <em>bandwagoning</em> - saltare sul carro del vincitore &#8211; rimane la più forte. Erdoğan, da estremista del pragmatismo e del consenso quale è (più che estremista islamista) cerca sempre di avere il carro più grande possibile per accogliere più &#8220;saltatori&#8221; possibili.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Tutto ciò però non ha nulla a che vedere </strong>con la natura conservatrice-islamista di Erdoğan e del suo partito. Vederla in questi termini significa ridurre orientalisticamente il campo politico turco a una frattura tra conservatori di stampo religioso e laici. Una frattura che certamente esiste, ma che è solo una delle tante e soprattutto è comune anche a paesi non islamici.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Quella di parco Gezi e di piazza Taksim </strong>è stata la reazione di una coalizione estremamente variegata di gruppi sociali turchi che non sempre trovano sfogo nei canali della politica parlamentare &#8211; anche a causa di un sistema elettorale con uno sbarramento del 10% &#8211; e che invece, dopo anni di un certo, strano silenzio di piazza, si sono risvegliati dal torpore.</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>È innegabile che la caratterizzazione dell&#8217;azione politica</strong> e la retorica di Erdoğan siano più conservatrici che in passato. Però questo non dipende staticamente dal fatto che l&#8217;Akp sia un partito di ispirazione islamista.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L&#8217;Akp è tutto tranne che un partito culturalmente e ideologicamente omogeneo e monolitico</strong>: al suo interno vi sono gruppi con ispirazioni e visioni politiche diversissime, in cui l&#8217;ispirazione islamista rappresenta solo una macrocornice dove al suo interno si declinano varie sensibilità.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Per esempio, molti membri dell&#8217;Akp sono contro l&#8217;applicazione della <em>sharia</em></strong> e hanno un approccio su determinate questioni di tipo sociale (dai diritti di genere alla caratterizzazione della morale nello spazio pubblico) eterodosso rispetto a subgruppi di ispirazione islamista più rigidi.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Questa eterogeneità è tenuta insieme dal carisma e dal pragmatismo di Erdoğan</strong>. Il suo piglio decisionista, il suo protagonismo personale e le venature populiste di molti suoi atteggiamenti &#8211; ad esempio la contrattazione pubblica durante le inaugurazioni dell&#8217;inizio dei lavori delle grandi opere con i gruppi che dovranno costruirle per ottenere l’opera in tempi più brevi del previsto, elemento che fa divertire molto anche i turchi che non lo amano &#8211; più che legati alla natura islamista della sua ideologia politica sono riconducibili a un fenomeno globale: la ventennale crescita della personalizzazione della politica.</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Il mito di una Turchia laica e secolare maggioritaria che si risveglia dal torpore</strong>dopo essere stata messa sotto scacco da una minoranza di fanatici religiosi, quello di un&#8217;improvvisa coscienza ambientalista che emerge rumorosamente, quello di Taksim come Tahrir o quello dell’inizio della fine di un partito che al momento rimane incontrastato elettoralmente non funzionano analiticamente.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Certamente, queste manifestazioni esprimono un malessere serio </strong>che ha trovato una valvola di sfogo nelle piazze e non in parlamento. Di sistemico, però, hanno ancora ben poco.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Il punto fondamentale che ha provocato tale risveglio è stato il crescente stile autoritario</strong> con cui Erdoğan si è mosso e le dinamiche di degenerazione della crisi hanno spinto gruppi sociali e politici anche distanti tra loro a unirsi contro tale deriva. La protesta della birra è folkore, niente di più.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La Turchia non è una dittatura né una teocrazia <em>in fieri</em></strong>: è solo una democrazia con limiti più evidenti di altre, i quali derivano dagli eventi storici che negli ultimi 200 anni ne hanno modellato il profilo sociale, politico, culturale e ideologico e dalla scarsa capacità strutturale di gestire, veicolare e assorbire il dissenso.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">Ricapitolando:</p>
<p style="text-align:justify;">1) <strong>Non è una Primavera turca</strong>, piazza Taksim non è piazza Tahrir;<br />
2) La Turchia è pur sempre una democrazia, benché più limitata di altre;<br />
3) Le proteste, più che all&#8217;islamizzazione propugnata dal premier, sono dovute alla <strong>deriva autoritaria del suo governo, </strong>le cui decisioni prescindono troppo spesso dalle reali esigenze della popolazione;<br />
3) Piazza Taksim è divisa: ci sono kemalisti ma anche curdi e altre minoranze, oltre ovviamente ai laici. Tutti insieme contro il governo, ma <strong>senza una leadership</strong> capace di comporre le varie anime della manifestazione traghettandole dalla protesta spontanea all&#8217;opposizione politica organizzata;<br />
6) <strong>Erdogan mantiene comunque un ampio consenso</strong>. Ha vinto le elezioni per tre volte, l&#8217;ultima delle quali superando di poco il 50% dei suffragi. E sebbene  gli ultimi provvedimenti legislativi  gli hanno alienato il favore di una parte della popolazione, il tasso di popolarità suo e del partito che rappresenta restano comunque molti alti. Come alto rimane saldo il consenso di quella larga fetta del tessuto economico che ha beneficiato della forte crescita economica dell&#8217;ultimo decennio.</p>
<p style="text-align:justify;">Come detto, <strong>da qui a parlare di una primavera turca ce ne corre</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">So di aver tralasciato un aspetto importante. <strong>Sulle proteste pesa anche la crisi siriana</strong>: l&#8217;onda d&#8217;urto della guerra civile in Siria si propaga fino ad Ankara, la quale non riesce ad attutirne i colpi. Ho spiegato più volte che <strong>la Turchia voleva porsi come modello</strong> per il dopo-primavere ma la situazione regionale ha preso un altro corso rispetto al previsto, aprendo la strada all&#8217;attivismo del Qatar per lasciare i turchi al palo.<br />
Delle ambizione neo ottomane di Erdogan, così come della dottrina &#8220;Zero problemi con i vicini&#8221; teorizzata dal Ministro degli Esteri <strong>Davutoglu</strong>, è rimasto ben poco, visto che nel giro di un paio d&#8217;anni Ankara si è ritrovata ad avere molti problemi con tutti i vicini.<br />
Tuttavia, in questo post ho preferito cercare di capire ciò che avviene in Turchia concentrandomi sulla situazione interna, senza per questo sminuire l&#8217;importanza dei fattori esterni.</p>
<p style="text-align:justify;">PS: concludo questa esposizione con una nota di casa nostra. Tempo fa <strong>Beppe Grillo</strong> ha rilasciato un&#8217;intervista alla tv di Stato turca. Com&#8217;è noto, Grillo non parla ai media italiani &#8221;<em>perché siamo 57esimi nella classifica mondiale della libertà di stampa</em>&#8221; di Reporter senza Frontiere. Bene, prescindendo dalla metodologia e da qualunque giudizio sull&#8217;attendibilità del rapporto di RsF, andate a vedere <strong><a href="http://www.linkiesta.it/blogs/kahlunnia/grillo-critica-la-stampa-italiana-e-si-fa-intervistare-da-quella-turca-dilloacrimi">quale posizione occupano i turchi nella stessa classifica</a></strong>. Quando si dice la coerenza.</p>
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		<title>Iran, con Rouhani è cambiato tutto perché nulla cambiasse</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 09:27:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Alì Khamenei]]></category>
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		<category><![CDATA[Guardiani della Rivoluzione]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;elezione di Hassan Rouhani (in farsi: حسن روحانی, le tralitterazioni Rouhani, Rohani o Rowhani sono equivalenti) ha stupito un po&#8217; tutti. In primo luogo, è stata una sorpresa per coloro che, da mesi, profetizzavano un’elezione pilotata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. In secondo luogo, lo è stata per tutti quelli che si aspettavano un&#8217;astensione di massa degli iraniani, che invece si [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6210&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">L&#8217;elezione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hassan_Rouhani"><strong>Hassan Rouhani</strong></a> (in farsi: حسن روحانی, le tralitterazioni Rouhani, Rohani o Rowhani sono equivalenti) ha stupito un po&#8217; tutti.<br />
In primo luogo, è stata una sorpresa per coloro che, da mesi, profetizzavano un’elezione pilotata dalla Guida Suprema <strong>Ali Khamenei</strong>. In secondo luogo, lo è stata per tutti quelli che si aspettavano un&#8217;astensione di massa degli iraniani, che invece si sono recati alle urne con un&#8217;<strong>affluenza superiore al 72%</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Per comprendere il background di queste elezioni presidenziali si veda <a href="http://temi.repubblica.it/limes/alle-presidenziali-in-iran-non-sono-da-escludere-sorprese/48457">qui</a> e <a href="http://temi.repubblica.it/limes/anche-khamenei-in-iran-ha-lincubo-dellastensionismo/48475">qui</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">In attesa di ulteriori approfondimenti, è comunque il caso di sgombrare il campo dagli eccessivi entusiasmi che la stampa internazionale sta manifestando a caldo sugli <strong>scenari della prossima presidenza iraniana</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">A prima vista,<strong> le articolate <a href="http://temi.repubblica.it/limes/presidenziali-in-iran-la-resa-dei-conti/46796">strategie di Ahmadi-Nejad e Khamenei</a> non sono bastate ad evitare sorprese</strong>: lo scontro tra filo-conservatori, moderati-riformisti e filo-nazionalisti ha visto prevalere un candidato formalmente lontano sia al presidente uscente che alla Guida Suprema. Rouhani ha vinto perché è riuscito a<strong> persuadere la giovane opposizione iraniana </strong>a recarsi alle urne</p>
<p style="text-align:justify;">Tuttavia, la vittoria del 64enne chierico sciita non significa certo la sconfitta del regime. <strong>Rouhani potrebbe essere stato la scelta razionale dei molteplici centri di potere della Repubblica Islamica</strong> per ricostruirsi un&#8217;immagine presentabile sia sul fronte interno che all&#8217;estero. L&#8217;appoggio formale immediatamente ricevuto da parte dei Guardiani della Rivoluzione la dice lunga in proposito.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo <em><a href="http://www.linkiesta.it/hassan-rouhani">Linkiesta</a>, </em>Rouhani non è un riformista, ma un conservatore dialogante. E con lui l’Iran non cambierà molto le sue politiche:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>«La teocrazia islamica esce rafforzata</strong> – afferma Pejman Abdolmohammadi, docente di storia e istituzioni dei Paesi islamici alla facoltà di scienze politiche all&#8217;Università di Genova – da questo risultato elettorale. Alla presidenza va una figura gradita all’establishment e gli oltre 35 milioni di voti espressi legittimano il sistema». Contrariamente a quanto viene spesso detto, Rouhani non è un riformista o un moderato. Molto vicino a Khomeini fin dagli anni Sessanta, si è occupato di “islamizzare” l’esercito dopo la rivoluzione e ha guidato i servizi di intelligence per 16 anni, prima di essere accantonato nel 2005 con l’arrivo di Ahmadinejad. Politicamente appartiene all’ala più dialogante dei conservatori ed è stato “preso a prestito” dai riformisti, che hanno sostenuto la sua candidatura in queste elezioni anche con gli endorsement dei leader Khatami e Rafsanjani.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">Come aggiunge Nicola Pedde su <em><a href="http://temi.repubblica.it/limes/rohani-presidente-liran-stupisce-ancora/48571">Limes</a></em>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>L’immagine di Khatami ieri, e di Rowhani oggi, come di politici ostili all’impianto della Repubblica Islamica</strong> è da rifiutarsi nel modo più netto e categorico. Questa immagine riflette purtroppo il limite della capacità interpretativa della comunità internazionale e di buona parte della diaspora iraniana, confondendo i desiderata con la realtà politica locale.<br />
<strong><br />
Hassan Rowhani è un militante clericale rivoluzionario della prima ora,</strong> un convinto assertore della bontà del messaggio e dell’azione politica dell’Ayatollah Khomeini (di cui è stato stretto e fidato collaboratore), espressione di quel grande ambito politico che ha maturato e condiviso l’esigenza di una evoluzione del sistema politico, non già di una sua eliminazione.</p>
<p><strong>Rowhani è ostile alla visione retrograda o radicale del governo islamico, ma non certo alla sua esistenza.</strong> Ha militato a lungo e attivamente per costruire il paese che ora è chiamato a presiedere; non bisogna incorrere nell’errore di considerare un riformista come un nemico dell’impianto istituzionale della Repubblica Islamica.</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Una prima analisi del voto dimostra con chiarezza</strong> come poco più di metà degli iraniani abbia votato per Rowhani, mentre l’altra metà ha distribuito il proprio voto in modo più o meno equivalente tra altri 5 candidati. Tra questi, i moderati hanno tuttavia ottenuto la maggioranza dei voti, dimostrando una netta propensione dell’elettorato a favore del cambiamento e della stabilità.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Questo significa chiaramente che anche i tanto temuti</strong> - quanto generici, nell’interpretazione attribuita in Occidente &#8211; Pasdaran hanno in larga misura votato e sostenuto la necessità di un processo di cambiamento radicale del paese. Come ai tempi di Khatami. Elemento di cui si dovrebbe tener conto in Europa e negli Stati Uniti, che dovrebbero avviare quel dialogo necessario a terminare l’inutile quanto stereotipata e anacronistica percezione dell’Iran.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">Aspettiamoci dunque <strong>alcuni mesi di distensione</strong>, in particolare sul dossier del nucleare. Prospettiva poco gradita da <strong>Israele</strong>, in quanto la retorica bellicosa di Netanyahu si nutre della presenza non solo di un Iran potenzialmente dotato del&#8217;arma atomica, ma di un Iran <strong>nemico</strong> e potenzialmente dotato dell&#8217;atomica. Nondimeno, almeno per adesso <strong>non è il caso di aspettarsi chissà quali cambiamenti</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Perché <strong>la Repubblica Islamica d&#8217;Iran presenta una <a href="http://temi.repubblica.it/limes/chi-comanda-in-iran/5086">struttura di potere talmente complessa</a> </strong>(per non dire opaca) da mettere il regime al riparo da ogni ipotesi di reale tentativo di svolta.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/uncategorized/'>Uncategorized</a> Tagged: <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/ali-khamenei/'>Alì Khamenei</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/elezioni/'>elezioni</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/guardiani-della-rivoluzione/'>Guardiani della Rivoluzione</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/iran/'>Iran</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/onda-verde/'>Onda verde</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/repubblica-islamica/'>Repubblica Islamica</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/rohani/'>Rohani</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/rouhani/'>Rouhani</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/rowhani/'>Rowhani</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6210&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">lucelontana</media:title>
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		<title>Si scrive Unione Europea, si legge divisione energetica</title>
		<link>http://geopoliticamente.wordpress.com/2013/06/15/si-scrive-unione-europea-si-legge-divisione-energetica/</link>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 21:48:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l&#8217;indipendenza economica; l&#8217;indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest&#8217;ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani. Per trovare un senso alle tante, troppe divisioni che lacerano l&#8217;Unione Europea dall&#8217;interno, riporto per [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=5932&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">L&#8217;indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l&#8217;indipendenza economica; l&#8217;indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest&#8217;ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.<br />
Per trovare un senso alle tante, troppe divisioni che lacerano l&#8217;Unione Europea dall&#8217;interno, riporto per intero questo <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/editorial/3830231-l-energia-e-politica">editoriale</a> di Gabriele Crescente su <em>Presseurop, </em>dal significativo titolo<em> L&#8217;energia è politica</em>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">A chi si chiede come mai il tentativo dell’Ue di trovare un accordo sull’embargo sulle armi alla Siria sia <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/3816631-ue-porte-aperte-alle-forniture-di-armi-ai-ribelli-siriani">fallito in modo cosi imbarazzante</a>, una piccola macchia sulle carte potrebbe offrire qualche risposta. È il gigantesco giacimento di gas <a title="Opens in new window" href="http://en.wikipedia.org/wiki/South_Pars_/_North_Dome_Gas-Condensate_field" target="_blank">South Pars/North Dome</a> nel Golfo persico, a metà tra le acque territoriali di Iran e Qatar. Teheran, alleata di Damasco, vuole costruire un gasdotto attraverso la Siria per raggiungere le sponde del Mediterraneo e il ricco mercato europeo. Doha, il principale sponsor dei ribelli, ha un <a title="Opens in new window" href="http://www.guardian.co.uk/environment/earth-insight/2013/may/13/1" target="_blank">progetto rivale</a> che attraverserebbe una Siria post-Assad e la Turchia con la stessa destinazione finale. Curiosamente, la degenerazione della crisi siriana all’inizio del 2011 è avvenuta pochi mesi dopo l’inizio dei negoziati per il progetto iraniano <a title="Opens in new window" href="http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/08/201285133440424621.html" target="_blank">alla fine del 2010</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Attraverso i loro campioni nazionali <a title="Opens in new window" href="http://www.gdfsuez.com/actualites/communiques-de-presse/gdf-suez-entre-dans-lexploration-production-au-qatar/" target="_blank">Gdf</a> e <a title="Opens in new window" href="http://www.shell.com/global/aboutshell/major-projects-2/qatargas.html" target="_blank">Shell</a>, Francia e Regno Unito sono tra i principali partner dell’industria gasifera del Qatar. La Russia ha da tempo stretto un patto d’acciaio con l’Iran per contrastare i tentativi dei paesi sunniti del Golfo e dei loro alleati occidentali di rompere il suo quasi monopolio sulle forniture all’Europa. La Germania è legata alla Russia dal gasdotto <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/38661-la-moravia-sottacqua">Nord Stream</a>, promosso dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, mentre l’italiana Eni è un <a title="Opens in new window" href="http://www.gazprom.com/press/news/2013/april/article159625/" target="_blank">partner chiave di Gazprom</a>. Che Parigi e Londra abbiano idee diverse rispetto a <a title="Opens in new window" href="http://www.reuters.com/video/2013/05/29/germanys-merkel-rules-out-sending-weapon?videoId=243045493&amp;videoChannel=1" target="_blank">Berlino</a> e <a title="Opens in new window" href="http://www.repubblica.it/esteri/2013/05/30/news/intervista_bonino-59961270/" target="_blank">Roma</a> sul futuro assetto della Siria sembra così un po’ meno sorprendente.</p>
<p style="text-align:justify;">La crisi siriana non è l’unico scenario in cui l’energia ha spaccato l’Unione europea ultimamente. Il dibattito sui rischi per l’ambiente e la salute legati allo <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/3825031-il-fracking-spacca-l-europa">sfruttamento delle riserve europee di gas di scisto</a> è sempre più pilotato dagli opposti interessi nazionali, e complicato dalle pressioni dell’industria nucleare russa e dalle incertezze della <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/2639791-addio-nucleare-bentornato-carbone">transizione energetica tedesca</a>. Questa settimana la posizione dell’Ue nella disputa commerciale con la Cina sui pannelli solari è stata <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/3820961-la-cina-spacca-l-europa">fortemente indebolita</a> dal disaccordo tra Francia e Germania sull’imposizione di tasse doganali sull’importa zione dei prodotti delle industrie cinesi sovvenzionate dallo stato.</p>
<p style="text-align:justify;">Dopo la smentita delle tradizionali teorie sul “peak oil”, il mondo sembra andare verso una rivoluzione energetica epocale. Gli investimenti nel gas di scisto e negli idrocarburi non convenzionali potrebbero rendere gli Stati Uniti autosufficienti entro il 2020, liberandoli dalle importazioni e dalle loro pesanti implicazioni geopolitiche. Lo scarso interesse di Washington per la crisi siriana ne è una prova. Se le recenti <a title="Opens in new window" href="http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2013/05/what-if-we-never-run-out-of-oil/309294/" target="_blank">notizie dal Giappone si rivelassero fondate</a>, lo sfruttamento dei diffusissimi idrati di metano potrebbe abbassare ulteriormente il prezzo dell’energia – per i paesi che vi hanno accesso.</p>
<p style="text-align:justify;">Entro allora il pericolante <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/3688321-libera-alle-emissioni">sistema europeo di riduzione delle emissioni di CO2</a> avrà perso ogni senso. Per l’Ue proteggere la competitività delle sue industrie di fronte a concorrenti che pagano metà delle bollette della luce sarà sempre più difficile, specialmente se non troverà il modo di rendere convenienti le energie pulite. Ma soprattutto, energia e politica diventeranno indistinguibili. Tutta la retorica sulla costruzione dell’unione politica si ridurrà a una barzelletta, come sta già accadendo al maldestro tentativo di creare una diplomazia comune. I governi europei devono sedersi a un tavolo insieme ai rappresentanti delle loro industrie energetiche per mettere a punto una visione coordinata. Se non lo faranno, non saranno solo i federalisti europei a piangerne le conseguenze.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">Sullo <strong>shale gas</strong> e delle <a href="http://geopoliticamente.wordpress.com/2013/06/13/come-lo-shale-gas-potrebbe-cambiare-gli-equilibri-geopolitici-mondiali-e-perche-non-cambiera-quelli-europei/">divisioni che sta generando</a> all&#8217;interno della UE ho già scritto. Per approfondire il tema della partita energetica in Siria si veda <em><a href="http://temi.repubblica.it/limes/strategie-energetiche-per-il-dopoguerra-in-siria/43385">Limes</a>, </em>dove si spiega come <strong>il futuro di Damasco sarà in buona misura determinato dagli idrocarburi</strong>.<br />
Per quanto riguarda, invece, le altre partite energetiche in corso in Europa, nella ricostruzione di <em>Presseurop</em> manca un tassello che penso sia il caso di aggiungere.</p>
<p style="text-align:justify;">A fine marzo ha sorpreso tutti l&#8217;improvviso clima di distensione tra <strong>Israele</strong> e <strong>Turchia</strong>. Dopo l&#8217;incidente della Mavi Marmara nel 2010 e le mancate scuse del governo israeliano, tra i due Paesi era sceso il gelo. Invece, nel corso della visita del presidente <strong>Obama</strong> a Tel Aviv, il premier <strong>Netanyahu</strong> ha contattato il suo omologo turco <strong>Erdogan</strong> per esprimergli le scuse del suo paese per l’accaduto di tre anni fa. Poco dopo un comunicato ufficiale del governo di Ankara dichiarava completamente normalizzate le relazioni tra i due Paesi.<br />
Tutto bene, se non fosse che la riconciliazione tra i due più potenti e stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, contrariamente a quanto <a href="http://www.linkiesta.it/obama-erdogan-netanyahu">sostenuto dai media</a>, <strong>non è stata merito di Obama</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">In ballo c&#8217;è ben altro, come l&#8217;accordo per un progetto congiunto turco-israeliano per la costruzione di un<b><a href="http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=52855"> gasdotto sottomarino che da Israele, via Turchia, esporti gas naturale verso l&#8217;Europa</a>. </b>Punto di partenza sarebbe proprio quel giacimento Leviathan che negli ultimi due anni ha contribuito non poco a rinfocolare le tensioni tra Gerusalemme e Ankara coinvolgendo anche Cipro.</p>
<p style="text-align:justify;">Non è allora un caso che la <a href="http://it.euronews.com/2013/03/23/turchia-israele-una-riconciliazione-vantaggiosa/">vantaggiosa</a> <a href="http://it.euronews.com/2013/03/23/turchia-israele-una-riconciliazione-vantaggiosa/">riconciliazione</a> Israele e Turchia sia giunta appena un mese dopo la notizia che il gruppo turco <strong>Zorlu</strong> avrebbe avanzato un&#8217;offerta a Gerusalemme per costruire il gasdotto in questione. Perché <strong>Israele, il suo gas, ha fretta di venderlo</strong>, e i turchi hanno fretta di fare affari.<br />
E non è un caso che<strong> <a href="http://farfalleetrincee.wordpress.com/2013/03/25/si-scrive-cipro-ma-si-legge-israele-storie-di-gas-al-tempo-della-crisi/">l&#8217;allentamento delle tensioni tra i due Paesi sia coinciso con la crisi di Cipro</a></strong>, che tra i due litiganti ha fatto fuori il terzo, rendendo possibile un negoziato bilaterale. Questo dopo che in un primo momento Tel Aviv e Nicosia avevano stretto accordi che avrebbero facilitato la ricerca congiunta di giacimenti, la perforazione, lo sfruttamento, la distribuzione e la protezione degli stessi. Probabilmente più per <strong>mettere fretta ai turchi</strong> che per una reale volontà di collaborazione con i ciprioti. Da qui l&#8217;offerta del gruppo Zorlu per la realizzazione del progetto.</p>
<p style="text-align:justify;">Con uno stato israeliano potenzialmente esportatore d&#8217;energia, le conseguenze geopolitiche nel levante Mediterraneo sarebbero notevoli. <a href="http://thefielder.net/18/02/2013/la-nuova-arma-di-israele/2/#.UbzbxueprKs"><strong>Gli idrocarburi diventerebbero per gli israeliani quell’arma strategica che non hanno mai avuto</strong></a> e che, viceversa, ha consentito ai Paesi arabi confinanti &#8211; notoriamente anti-israeliani &#8211; di avere uno strumento di pressione nello scacchiere geopolitico globale (chi non ricorda lo shock petrolifero del &#8217;73?), inducendo non poche nazioni a limitare il proprio sostegno nei confronti di Gerusalemme. Per l&#8217;Europa, invece, un tale scenario segnerebbe la nascita di nuove fratture diplomatiche tra i suoi membri.<br />
Con mezza Europa attaccata al rubinetto israeliano,<strong> </strong>dimezzato sarebbe anche<strong> il sostegno alla causa palestinese,</strong> di cui Bruxelles si è fatta carico con una piccola quota prevista nel bilancio comunitario, ma che potrebbe venire meno al primo pugno sul tavolo di Tel Aviv.</p>
<p style="text-align:justify;">Se l&#8217;energia è politica, non stupiamoci che l&#8217;Europa energeticamente litigiosa sia anche politicamente divisa.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/energia-temi-globali/'>Energia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/grande-medio-oriente/'>Grande Medio Oriente</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/grande-medio-oriente/israele-e-palestina/'>Israele e Palestina</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/leuropa-oltre-lunione/'>L'Europa oltre l'Unione</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/'>Temi Globali</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/leuropa-oltre-lunione/turchia/'>Turchia</a> Tagged: <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/cipro/'>Cipro</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/energia/'>energia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/gas-naturale/'>gas naturale</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/idrocarburi/'>idrocarburi</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/indipendenza-energetica/'>indipendenza energetica</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/israele/'>Israele</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/leviathan/'>Leviathan</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/siria/'>Siria</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/turchia/'>Turchia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/unione-europea/'>Unione Europea</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=5932&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Altro che prevenire il terrorismo, lo spionaggio dei metadati serve a manipolare le masse</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 14:13:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia e diritti]]></category>
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		<description><![CDATA[Il governo USA ha cercato di minimizzare lo scandalo Prism rassicurando che oggetto di rilevamento da parte dell&#8217;intelligence sono solo i &#8220;metadati&#8221;, ossia gli estremi inerenti al tempo, al luogo, alla provenienza e al destinatario delle chiamate, ma non l&#8217; effettivo contenuto delle chiamate stesse. In altre parole, cari amici, la NSA sa chi abbiamo chiamato, quando [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6181&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Il governo USA ha cercato di minimizzare lo scandalo Prism rassicurando che <strong>oggetto di rilevamento da parte dell&#8217;intelligence sono solo i &#8220;metadati&#8221;</strong>, ossia gli estremi inerenti al tempo, al luogo, alla provenienza e al destinatario delle chiamate, <strong>ma <a title="not the actual content of the calls" href="http://www.nytimes.com/2013/06/07/us/nsa-verizon-calls.html?_r=0">non l&#8217; effettivo <em>contenuto</em> delle chiamate</a> stesse</strong>. In altre parole, cari amici, la NSA sa chi abbiamo chiamato, quando e per quanto tempo, ma non cosa noi e il nostro interlocutore di turno ci siamo detti.</p>
<p style="text-align:justify;">Dobbiamo sentirci più sollevati? Non credo. Perché secondo <a href="https://www.eff.org/deeplinks/2013/06/why-metadata-matters">non pochi esperti di tecnologie informatiche</a> <strong>la sola conoscenza dei metadati delle nostre telefonate, email, e conversazioni in chat è sufficiente per risalire ad ogni aspetto della nostra vita familiare, lavorativa, sessuale e sociale</strong>. Come se fossimo seguiti ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro. A prescindere dal contenuto di tali comunicazioni.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Dimmi chi chiami e ti dirò chi sei</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Un esempio? <strong>David Petraues</strong>, ex direttore della CIA. La sua relazione extraconiugale con la giornalista <strong>Paula Broadwell</strong> è venuta alla luce dall&#8217;analisi delle email che si scambiavano. Per comunicare tra loro senza lasciare tracce, i due hanno utilizzato a lungo un metodo usato anche dalle cellule terroristiche: hanno creato un account di posta elettronica in comune sul quale si scrivevano dei <strong>messaggi tra le &#8220;bozze&#8221;</strong>, senza mai inviarli. E&#8217; dunque dalla lettura di quei messaggi che l&#8217;FBI ha avuto modo di svelare la liaison? Nient&#8217;affatto. <strong><a href="http://www.newscientist.com/article/dn22511-how-metadata-brought-down-cia-boss-david-petraeus.html#.Ubxi3OeprKs">Sono bastati i log di connessione</a></strong>. E&#8217; bastato notare che i messaggi venivano salvati da <a href="http://www.microsofttranslator.com/bv.aspx?from=&amp;to=it&amp;a=http%3A%2F%2Farticles.latimes.com%2F2012%2Fnov%2F11%2Fnation%2Fla-na-broadwell-profile-20121111">due postazioni diverse</a> per scoprire lo scandalo e per <a title="identify the mistress" href="http://www.microsofttranslator.com/bv.aspx?from=&amp;to=it&amp;a=http%3A%2F%2Fwww.washingtonpost.com%2Fblogs%2Fworldviews%2Fwp%2F2012%2F11%2F12%2Fheres-the-e-mail-trick-petraeus-and-broadwell-used-to-communicate%2F" target="_top">identificare l&#8217;amante</a> del generale.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo celebre caso dimostra come i metadati forniscano un contesto sufficiente per conoscere alcuni dei dettagli più intimi della nostra vita. E non è l&#8217;unico.<br />
Quando si prendono tutti i tabulati digitali di chi sta comunicando con chi, <a href="http://nymag.com/daily/intelligencer/2013/06/metadata-whats-in-your-phone-records.html">spiega il <em>New York Magazine</em></a>,<strong> è possibile ricostruire la vita sociale di qualunque persona sulla Terra, </strong>almeno tra quelle che usano il cellulare e un pc &#8211; in pratica <em>tutta l&#8217;umanità</em>, a parte gli aborigeni australiani e qualche altra comunità primitiva. Il <em>Guardian</em> <a title="reports" href="http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/06/phone-call-metadata-information-authorities" target="_blank">riporta</a> che una tale ricostruzione è possibile anche dall&#8217;analisi dei dati GPS raccolti da telefoni cellulari. Questa analisi su <a href="http://blogs.reuters.com/great-debate/2013/06/06/why-the-government-wants-your-metadata/"><em>Reuters</em></a> cita  uno studio del Massachusetts Institute of Technology di qualche anno fa che dimostrava come <strong>la semplice &#8220;osservazione&#8221; della rete di contatti sociali di un gruppo di individui era sufficiente a determinare l&#8217;orientamento sessuale di ciascuno</strong>.<br />
Il &#8220;chi,&#8221; il &#8220;dove&#8221;, il &#8220;quando&#8221; e la frequenza delle comunicazioni sono spesso <strong>più rivelatrici</strong> di ciò che è detto o scritto. E il governo USA non ha dato alcuna garanzia che questi dati non saranno mai messi in correlazione con altri in suo possesso, come gli estremi bancari o perfino il codice genetico.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Sono gli americani protetti dal Prism, o il Prism dagli americani?</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Chi avrà letto fin qui dirà: ok, neanche a me fa piacere che la NSA raccolga i miei dati e sappia tutto di me senza il mio consenso, ma almeno questa sorveglianza serve a prevenire la minaccia terroristica. Sbagliato! La strategia della megaraccolta dati è inefficace per due ragioni:</p>
<p style="text-align:justify;">1) La prima è di carattere tecnico: la mera analisi dei dati statistici, senza riscontri sul campo, genera facilmente <a href="http://management.fortune.cnn.com/2013/06/10/big-data-nsa-spying-is-not-even-an-effective-strategy/">distorsioni</a> e <a href="http://www.wired.com/opinion/2013/02/big-data-means-big-errors-people/">false informazioni</a>.<br />
Il professor Jonathan Turley, all&#8217;indomani dell&#8217;attentato di Boston (che per inciso il Prism non è riuscito a prevenire), <a href="http://jonathanturley.org/2013/04/19/pavlovian-politics-leaders-line-up-to-call-for-increased-surveillance-in-aftermath-of-boston-bombing/">ricordava</a> che neanche <strong>le nazioni più repressive e dotate dei servizi di sicurezza più invasivi, come la Cina e l&#8217;Iran, non sono stati in grado di fermare gli atti terroristici.<br />
</strong>Oltre agli attentatori di Boston, il Prism <a href="http://www.thegatewaypundit.com/2013/06/252236/">non ha fermato</a> neppure quelli alla metropolitana di New York nel 2009;<strong></strong></p>
<p style="text-align:justify;">2) La seconda è più sottile. <a href="http://www.nydailynews.com/opinion/worry-nsa-article-1.1369705">Secondo Richard Clarke</a>, tra i massimi funzionari dell&#8217;antiterrorismo sotto i presidenti Clinton e G. W. Bush, &#8220;<em>l&#8217;argomento che questa ricerca debba essere tenuta segreta per non allarmare terroristi è risibile. I terroristi sanno già che questo genere di operazioni viene praticato. <strong>Sono i cittadini americani onesti, quelli che rispettano la legge, ad essere stati beatamente ignari di quello che il loro governo stava facendo&#8221;</strong></em>.<br />
In pratica, ed è questo che si rimprovera oggi al governo americano, il governo pareva interessato più a <strong>proteggere il programma Prism dalla conoscenza dei cittadini</strong>, che i cittadini stessi attraverso tale programma. Tale opinione è confermata dall&#8217;ex funzionario dell&#8217;intelligence William Binney, in <a href="http://dailycaller.com/2013/06/10/what-do-they-know-about-you-an-interview-with-nsa-analyst-william-binney/3/">questa </a>e in quest&#8217;altra <a href="http://www.democracynow.org/2013/6/10/on_a_slippery_slope_to_a">intervista</a>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Sorvegliare la massa per manipolare le masse</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Ma allora a cosa serve davvero il Prism? <em><a href="http://temi.repubblica.it/limes/prism-il-grande-fratello-che-spia-gli-usa/48194">Limes</a> </em>spiega che  le rivelazioni di questi giorni non sono poi così inaspettate: la tendenza dell’<em>intelligence</em> statunitense a fare uso della raccolta massiccia di dati e metadati di telecomunicazione giustificata dall&#8217;esigenza di vigilare la minaccia terroristica era già stata <a href="http://temi.repubblica.it/limes/echelon-e-la-societa-del-futuro/9569">segnalata anni addietro</a> (si veda anche questo articolo sul <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jun/12/snowden-surveillance-subverting-constitution"><em>Guardian</em></a>). Tuttavia, sostiene la rivista di geopolitica, i dati così raccolti possono <strong>essere impiegati a fini di</strong> <strong>analisi strategiche e di <em>intelligence</em> economica</strong>.<br />
Inoltre, il monitoraggio continuo dei<em> social network</em> di una determinata area del mondo può essere usato anche per condurre <strong>operazioni psicologiche</strong>, immettendo in quei canali, notizie e informazioni (vere o false che siano) volte a influenzare le opinioni pubbliche locali.</p>
<p style="text-align:justify;">Pochi sanno che <strong><a title="70%" href="http://www.democracynow.org/2013/6/11/digital_blackwater_how_the_nsa_gives" target="_blank">il 70%</a> di quanto destinato dal bilancio federale alle attività di intelligence viene speso per sovvenzionare società di sicurezza private</strong>. In pratica gli Stati Uniti hanno appaltato quella che rappresenta una funzione sovrana di ciascuno Stato ad <a href="http://abcnews.go.com/US/secret-history-nsa-contractors/story?id=19366914&amp;singlePage=true#.UbZz79h32Sp">imprenditori privati</a>, i quali sono liberi di accedere ai dati personali dei cittadini USA e conservarli.</p>
<p style="text-align:justify;">E nell&#8217;ambito della raccolta dati, pubblico e privato lavorano addirittura a braccetto. E&#8217; <a href="http://www.aclu.org/files/pdfs/privacy/fusioncenter_20071212.pdf">nota da tempo</a> l&#8217;esistenza dei cd.<strong> Centri di Fusione</strong>, strutture di raccolta e osservazione dati <a href="http://www.aclu.org/node/20415/">disseminate un po&#8217; ovunque</a> negli States, frutto di una coproduzione tra il Dipartimento di Giustizia e quello di Sicurezza Interna ma <a href="http://www.counterpunch.org/2011/10/18/wall-street-firms-spy-on-protestors-in-tax-funded-center/">partecipate dai capitali privati di grandi imprese</a>. Le quali hanno dunque accesso ai dati di cittadini privati raccolti tramite degli enti &#8211; formalmente &#8211; pubblici.<br />
Ironia della sorte, le compagnie impegnate in tali partenariati di intelligence tra pubblico e privato sono spesso<strong> le stesse che furono oggetto di contestazione da parte del movimento Occupy Wall Street</strong>, <a href="http://www.alternet.org/how-our-massive-homeland-security-apparatus-does-bidding-big-banks">a cominciare dalle grandi banche</a> &#8211; quelle, per intenderci, <em>Too big to fail</em> &#8211; messe sotto accusa per le loro indebite influenza nelle funzioni pubbliche, dal finanziamento delle campagne elettorali all&#8217;opposizione contro determinati provvedimenti per mezzo della maggioranza repubblicana in Senato.<br />
Già nel 2011, ad esempio, un&#8217;inchiesta della <a href="http://www.reuters.com/article/2011/10/26/us-cybersecurity-banks-idUSTRE79P5E020111026"><em>Reuters</em></a> rivelò l&#8217;esistenza di uno <strong>scambio di dati informatici tra la NSA e le maggiori banche d&#8217;affari</strong> quotate a Wall Strett, in ragione della necessità di contrasto agli hacker. Quali hacker? Forse i manifestanti di OWS? Sta di fatto che, come emerso pochi giorni fa, che <strong><a href="http://www.salon.com/2013/06/06/security_expert_all_occupiers_phones_were_logged/">i telefonini di tutti i partecipanti a Occupy sono stati tracciati</a></strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">E che dire del <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cyber_Intelligence_Sharing_and_Protection_Act">CISPA</a></strong>? Questo provvedimento approvato dal Congresso lo scorso 18 aprile, ufficialmente pensato per contrastare gli attacchi hacker ma di fatto il <strong><a href="http://piazzadigitale.corriere.it/2013/04/23/cispa-la-legge-ammazza-privacy-che-fa-riflettere-sulle-liberta-digitali/">quarto disegno di legge</a> che riduce la copertura dei diritti fondamentali sulla rete in poco più di un anno</strong>, contiene alcuni disposizioni a dir poco discutibili. Non solo si prevede che, di fronte a una cyberminaccia, qualunque violazione della privacy non sarà perseguita, ma <a href="https://www.eff.org/cybersecurity-bill-faq#agencies">la definizione stessa di minaccia è talmente vaga</a> da <strong>permettere alle istituzioni di acquisire informazioni senza limiti, aggirando il normale iter legislativo</strong>. In pratica &#8220;cyberminaccia&#8221; significa ogni situazione in cui un&#8217;azienda abbia motivo di credere che un utente sta cercando di forzare il database, a prescindere da qualunque riscontro oggettivo. Per di più, le società non avranno l’obbligo di rimuovere i dati non rilevanti per le indagini. Saranno liberi di mantenerli &#8211; a quale scopo non è dato sapere.</p>
<p style="text-align:justify;">Insomma, i dati raccolti dall&#8217;intelligence, ufficialmente necessari alla prevenzione e al contrasto di attività terroristiche, possono essere<strong> condivisi con le grandi <em>corporations</em> private</strong>. Per <em>finalità</em> altrettanto private, che poco hanno a che vedere con la protezione dei cittadini da minacce esterne. E&#8217; peraltro inquietante che queste attività avvengano all&#8217;interno di strutture ibride pubblico-private<br />
E la vicenda Prism dimostra come, attraverso gli strumenti informatici, la NSA non persegua <strong>la sorveglianza di massa, ma la manipolazione delle masse</strong>. Con buona pace di <a href="http://www.linkiesta.it/1984-prism">George Orwell e del suo imperituro 1984</a>.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/democrazia-e-diritti/'>Democrazia e diritti</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/global-war-on-terror/'>Global war on terror</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/internet-e-comunicazioni/'>Internet e comunicazioni</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/'>Temi Globali</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/usa-dintorni/'>Usa &amp; dintorni</a> Tagged: <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/cyberspionaggio/'>cyberspionaggio</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/edward-snowden/'>Edward Snowden</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/intelligence/'>intelligence</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/metadati/'>metadati</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/nsa/'>NSA</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/petraeus/'>Petraeus</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/prism/'>Prism</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/sicurezza/'>sicurezza</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/spionaggio/'>spionaggio</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/william-binney/'>William Binney</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6181&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Come lo shale gas potrebbe cambiare gli equilibri geopolitici mondiali (e perché non cambierà quelli europei)</title>
		<link>http://geopoliticamente.wordpress.com/2013/06/13/come-lo-shale-gas-potrebbe-cambiare-gli-equilibri-geopolitici-mondiali-e-perche-non-cambiera-quelli-europei/</link>
		<comments>http://geopoliticamente.wordpress.com/2013/06/13/come-lo-shale-gas-potrebbe-cambiare-gli-equilibri-geopolitici-mondiali-e-perche-non-cambiera-quelli-europei/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 14:02:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo shale gas (gas di scisto) è stata la grande innovazione energetica degli ultimi anni. Benché scoperto agli inizi del secolo scorso, è solo dal 2000 che il suo utilizzo ha conosciuto una decisa accelerazione. Oggi la possibilità di sfruttarlo come fonte di energia potrebbe sconvolgere le dinamiche di mercato e rivoluzionare gli equilibri commerciali [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6103&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Lo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Shale_gas"><strong>shale gas</strong></a> (gas di scisto) è stata la grande innovazione energetica degli ultimi anni. Benché scoperto agli inizi del secolo scorso, è solo dal 2000 che il suo utilizzo ha conosciuto una decisa accelerazione. Oggi la possibilità di sfruttarlo come fonte di energia potrebbe <strong>sconvolgere le dinamiche di mercato e rivoluzionare gli equilibri commerciali e geopolitici a livello mondiale</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><em><strong>La rivoluzione dello shale</strong></em></p>
<p style="text-align:justify;">Secondo<em> <a href="http://temi.repubblica.it/limes/shale-gas-e-rivoluzione-energetica-leta-del-petrolio-non-e-ancora-finita/47049">Limes</a>, </em>sommando gli effetti della crescita della<strong> produzione petrolifera convenzionale e non</strong>, quattro Paesi mostrano il più alto potenziale in termini di <em>effective production capacity growth</em> (crescita della capacità di produzione effettiva): nell’ordine <strong>Iraq, Usa, Canada, e Brasile</strong>. Tre su quattro si trovano nell’emisfero occidentale, e solo uno &#8211; l’Iraq &#8211; in Medio Oriente, tradizionale centro di gravità del mondo petrolifero. Ma il dato più sorprendente è l’esplosione della produzione petrolifera degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>In particolare, l’utilizzo combinato di due tecnologie</strong> - <em>horizontal drilling</em> e<em> hydrofracking</em> - all’inizio pensate soprattutto per lo sfruttamento dei pozzi non convenzionali, si sta ora diffondendo anche allo sviluppo dei giacimenti convenzionali, con l’effetto di aumentare la redditività di pozzi già maturi, magari considerati già in via di esaurimento. Con tali tecnologie si prolunga di fatto la vita dei giacimenti e più in generale si accrescono le riserve disponibili di petrolio.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Gli USA potrebbero arrivare a produrre, entro il 2020, 11,6 milioni di barili/giorno</strong> di greggio e Ngls (Natural Gas Liquids), diventando il secondo più grande produttore petrolifero mondiale dopo l’Arabia Saudita. Se nel 2000 lo shale gas copriva appena l&#8217;1% del fabbisogno energetico statunitense, nel 2010 la quota era già cresciuta al 20% e si prevede toccherà<a href="http://www.chathamhouse.org/publications/papers/view/185311"> il 46% nel 2035</a>. Grazie alle riserve di petrolio e shale gas scoperte negli ultimi vent’anni <strong>gli Stati Uniti dovrebbero presto raggiungere l’autosufficienza energetica.<br />
</strong>Inoltre, secondo l’IEA (International Energy Agency), sempre per il 2020 gli USA diventeranno esportatori netti di metano. L&#8217;America tornerebbe così uno dei massimi fornitori di energia su scala globale come sono stati fino al 1949, quando il 60% del petrolio mondiale veniva estratto sul suolo degli States.</p>
<p style="text-align:justify;">Le formazioni di scisto, però, non sono presenti solo in Usa: sono state individuate in Europa, Africa, Canada, America del Sud e Cina. Alcune indagini preliminari hanno evidenziato che in ben 32 Stati il volume di gas di scisto “utilizzabile” supera di almeno sei volte quello degli Stati Uniti, anche se non è detto che si tratti di giacimenti di qualità. In <strong>Cina</strong>, dove <a href="http://www.eia.gov/analysis/studies/worldshalegas/">secondo le stime IEA</a> si trovano <strong>le maggiori riserve di shale a livello mondiale</strong> (il 50% in più degli USA), c’è già molto fermento attorno al tema.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Lo shale gas in Europa</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Conscia della propria insicurezza energetica, <strong>Bruxelles</strong> è da tempo alla ricerca di sempre <strong>nuove fonti di approvvigionamento</strong>. In questo senso, lo shale rappresenta un&#8217;opportunità da considerare con attenzione.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo alcuni esperti, per l&#8217;Europa lo shale gas <a href="http://www.forbes.com/sites/insead/2013/04/18/why-europe-needs-shale-gas/">potrebbe essere la via d&#8217;uscita dalla recessione</a>: con un costo del lavoro dalle 5 alle 18 volte maggiore a quello medio della Cina, <strong>l&#8217;abbattimento dei costi dell&#8217;energia</strong> rappresenterebbe una fondamentale opportunità per far sì che le merci <em>made in Europe</em> tornino a competere sui mercati globali.<br />
Secondo alcune stime, il gas di scisto potrebbe arrivare a coprire il <a href="http://www.greenstyle.it/shale-gas-coprira-il-45-della-produzione-di-gas-in-europa-41018.html">45% della produzione europea di gas entro il 2035</a>, cioè il 10% del totale.</p>
<p style="text-align:justify;">Oltre che ai vantaggi economici, lo shale avrebbe importanti riflessi geopolitici. In particolare, il <strong>Vecchio continente potrebbe finalmente uscire dallo scacco energetico russo</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Eppure l&#8217;ultimo vertice europeo dei capi di Stato e di Governo, in maggio, si è chiuso con una <a href="http://energia24club.it/articoli/0,1254,51_ART_154019,00.html">generica apertura</a> alle risorse non convenzionali. <strong>Non ci sarà, insomma, un invito esplicito a inseguire gli Stati Uniti nella rivoluzione dello shale gas</strong>, a causa delle divergenze di posizioni e di interessi tra i 27 Paesi membri, a dispetto delle maggiori compagnie energetiche europee che da tempo insistono per interventi urgenti.<br />
<strong>L&#8217;Europa è divisa,</strong> su questo come su qualunque altro argomento possibile. Il dibattito sullo <em>shale gas</em> vede dunque<a href="http://www.investireoggi.it/economia/europa-cina-e-shale-gas-euforia-o-rifiuto/"> <strong>un’Europa spaccata in due, fra euforia e rifiuto totale</strong></a>. Di diversa natura sono le resistenze allo sviluppo dello shale gas nel Vecchio continente.</p>
<p style="text-align:justify;">Da un parte, c&#8217;è la spinosa questione dell&#8217;impatto ambientale conseguente alle attività di <a href="http://scienza.panorama.it/green/fracking-cinque-cose-da-sapere">frantumazione idraulica (fracking)</a>, necessarie per produrre il gas di scisto. Il <strong>Vecchio continente teme i danni causati dall&#8217;estrazione</strong>.<br />
Già in settembre la commissione Industria ed Energia del Parlamento europeo aveva <a href="http://qualenergia.it/articoli/20120919-lo-shale-gas-da%20scisti-preoccupa-europa-e-germania-fracking">chiesto regole più severe</a> per lo sfruttamento del gas da scisti. La <strong>Germania</strong> è uno dei Paesi che con maggiore attenzione sta analizzando il problema: uno studio del ministero dell’Ambiente pubblicato alla fine del 2012 ha esaminato le conseguenze ecologiche del fracking, valutandone le insidie (compreso il possibile <a href="http://it.ibtimes.com/articles/49439/20130525/germania-fracking-birra-shale-gas.htm">inquinamento delle falde acquifere</a>) e imponendo una serie di obblighi nel caso di utilizzo.</p>
<p style="text-align:justify;">Dal punto di vista economico, poi, al di là delle rosse previsioni citate è difficile non riconoscere che <strong>le condizioni in Europa sono piuttosto diverse</strong> e probabilmente <a href="http://www.ecoblog.it/post/72195/lo-shale-gas-in-europa-non-e-conveniente-come-negli-usa">non potranno essere replicate</a> quelle di vantaggio ottenute negli Stati Uniti in merito all’abbassamento dei prezzi del gas. Più in generale, ci sono almeno <strong><a href="https://cleanenergysolutions.org/blogs/11/shale-gas-game-changer-europe">cinque ragioni</a> per cui lo shale gas non sarà un <em>game changer</em> nel quadro energetico europeo</strong>: 1) elevata densità della popolazione, causa di maggiori preoccupazioni ambientali rispetto agli Stati Uniti; 2) giacimenti situati ad una profondità maggiore rispetto a quelli in USA; 3) mancanza del necessario know-how; 4) normativa che non incentiva gli investimenti privati; 5) maggiore convenienza del Gnl (gas naturale liquefatto) e della rete gassifera esistente rispetto allo sviluppo dello shale.</p>
<p style="text-align:justify;"><em><strong>Perché lo shale (non) ci salverà da Mosca</strong></em></p>
<p style="text-align:justify;">Dall&#8217;altra, c&#8217;è la questione geopolitica. <strong>Con un’Europa forte energeticamente, il ruolo strategico della Russia nello scacchiere globale verrebbe <a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/7541/fracking-est-europa-indipendenza-energetica-possibile">notevolmente ridimensionato</a></strong>. Per questo la Russia è <a href="http://www.ft.com/cms/s/0/45ffb86e-9146-11e2-b839-00144feabdc0.html#axzz2UR45vYuW">molto preoccupata</a> per il possibile sviluppo dei giacimenti europei di scisto: l&#8217;indipendenza energetica europea <a href="http://www.lettera43.it/economia/industria/lo-shale-gas-spaventa-l-europa_4367582830.htm">porrebbe fine al monopolio di Gazprom</a>, e dunque all&#8217;influenza di Mosca su Bruxelles.</p>
<p style="text-align:justify;">Non è un caso che, tra i 27, il Paese europeo che più ha spinto e avallato il ricorso a tecniche non convenzionali sia <b>la Polonia,</b> da sempre rivale di Mosca. Il governo di Varsavia ha<b> predisposto una serie di riforme</b> sia di semplificazione nell’accesso alle concessioni che di sfruttamento delle stesse – allargando alcuni vincoli ambientali. Il risultato di questo mix è stato una <b>pioggia di investimenti attesi</b>: il Ministero dell’Ambiente si aspetta per quest’anno l’apertura di <b>39 pozzi perforativi. </b>Un&#8217;<a href="http://www.agienergia.it/Analisi.aspx?idd=210&amp;id=68&amp;ante=0">analisi</a> sul potenziale dello shale gas in Europa, redatta da Ruud Weijermars e Crispian McCredie, consulenti per Alboran energy Strategy, e pubblicata agli inizi dello scorso anno, spiega perché è più probabile che lo sviluppo europeo di questa risorsa venga guidato da Varsavia e non da Bruxelles. <b>Altro precursore europeo del fracking è</b> <i></i><b>l’Ucraina,</b> che non a caso rappresenta – esattamente come la Polonia – uno dei Paesi più energeticamente legati a Mosca.<br />
A fronte di chi tuttavia vorrebbe affrancarsi dal rubinetto russo, c&#8217;è invece vi rimane strenuamente attaccato per ragioni di strategie economiche (Germania)  e/o convenienza di varia natura (<strong>Italia: </strong>si vedano i rapporti tra ENI e Gazprom).</p>
<p style="text-align:justify;">In conclusione, la rivoluzione dello shale potrebbe davvero  rivoluzionare l’industria petrolifera &#8211; e la politica estera &#8211; americana e cinese, <strong><a href="http://www.greenstyle.it/shale-gas-boom-in-cina-e-russia-ma-non-in-europa-16654.html">ma non quella europea</a></strong>.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/energia-temi-globali/'>Energia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/'>Temi Globali</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/unione-europea/'>Unione Europea</a> Tagged: <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/bruxelles/'>Bruxelles</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/energia/'>energia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/europa/'>Europa</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/fracking/'>fracking</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/gas-di-scisto/'>gas di scisto</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/gazprom/'>Gazprom</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/indipendenza-energetica/'>indipendenza energetica</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/mosca/'>Mosca</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/politica-energetica/'>politica energetica</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/polonia/'>Polonia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/russia/'>Russia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/shale-gas/'>shale gas</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/unione-europea/'>Unione Europea</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6103&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La strana tempistica del caso Prism</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 12:57:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte il destino gioca davvero dei brutti scherzi. Lo scandalo Prism (&#8220;Datagate&#8221; è un neologismo adottato solo dalla stampa italiana), al di là dei pur considerevoli risvolti sulla privacy dei cittadini, comporta altresì delle rilevanti implicazioni geopolitiche. Per comprenderle, basta dare un&#8217;occhiata a un paio di coincidenze quanto meno sospette. Una porta fino in Cina, l&#8217;altra [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6174&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">A volte il destino gioca davvero dei brutti scherzi. <a href="http://geopoliticamente.wordpress.com/2013/06/07/attenti-americani-il-grande-fratello-obama-vi-spia/">Lo scandalo <strong>Prism</strong></a> (&#8220;Datagate&#8221; è un neologismo adottato solo dalla stampa italiana), al di là dei pur considerevoli risvolti sulla privacy dei cittadini, comporta altresì delle <strong>rilevanti implicazioni geopolitiche</strong>.<br />
Per comprenderle, basta dare un&#8217;occhiata a un paio di <strong>coincidenze quanto meno sospette</strong>. Una porta fino in <strong>Cina</strong>, l&#8217;altra in <strong>Europa</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>La prima</em><br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Le rivelazioni di <em>Verax,</em> al secolo <strong>Edward Snowden</strong>, ex membro della CIA attualmente <a href="http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=45251&amp;typeb=0&amp;Snowden-lavoro-per-la-Booz-Allen-colosso-high-tech">impiegato della Booz Allen Hamilton</a> (una delle aziende che producono e gestiscono i sistemi di intercettazione usati dall’intelligence Usa) presso l&#8217;Nsa Regional Security Operations Center di Kunia nelle Hawaii, sono giunte a pochissimi giorni dal vertice <a href="http://temi.repubblica.it/limes/xi-vince-ai-punti-lincontro-con-obama/48106">in California tra Obama e il presidente cinese Xi Jinping</a>, in cui uno degli argomenti in programma erano i (presunti?) <strong>atti di cyberspionaggio di Pechino</strong> contro interessi statunitensi.</p>
<p style="text-align:justify;">Nelle settimane precedenti, si erano diffusi articoli, inchieste ed anche un dossier governativo sui <strong>furti di dati e tecnologia sensibili attuati per via informatica e <a href="http://geopoliticamente.wordpress.com/2013/04/11/cina-vs-usa-la-cyberguerra-fredda/">attribuiti ad <em>hacker</em> cinesi</a></strong>. Elementi funzionali alla strategia del presidente Obama, che puntava ad ampliare il proprio margine negoziale nei confronti del suo omologo.</p>
<p>La pubblicazione delle attività di cyberspionaggio condotte dalla NSA ha però<strong> oscurato le notizie sulle azioni cinesi nello stesso campo</strong>. È evidente che la pubblicazione di questi documenti ha<strong> indebolito la posizione di Obama</strong> proprio alla vigilia di un incontro in cui il presidente si apprestava a chiedere conto a Xi Jinping delle operazioni di cyberspionaggio e di <em>cyberwarfare</em> cinesi.</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre, è singolare che, al momento delle sue rivelazioni,<strong> Edward Snowden</strong> si trovasse (ora non più) a <strong>Hong Kong</strong>, entità autonoma della Repubblica Popolare Cinese con cui gli USA hanno siglato un accordo di estradizione. L&#8217;ex agente CIA, che ha spiegato che le sue azioni sono motivate da considerazioni di carattere etico, potrebbe dunque essere arrestato e spedito negli States dove subirebbe un processo.<br />
I <strong>profili giuridici</strong> della vicenda sono analizzati dal <a href="http://world.time.com/2013/06/12/snowden-in-hong-kong-the-legal-complications-of-one-country-two-systems/"><em>Time</em></a>: l&#8217;art. 19 della Legge Fondamentale di Hong Kong (una sorta di Costituzione della Regione Amministrativa Speciale) protegge l&#8217;indipendenza del sistema giudiziario dalle interferenze di Pechino; tuttavia la Corte d&#8217;Apello di Ultima istanza della città potrebbe richiedere una reinterpretazione della norma al Congresso del Popolo di Pechino, passando il cerino all&#8217;autorità centrale.</p>
<p style="text-align:justify;">Più complessi i risvolti <strong>politici</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Una richiesta di estradizione metterebbe Obama in un serio imbarazzo</strong>. Dopo aver oiù volte cercato di pungolare la Cina sul tema dei diritti umani (si veda <a href="http://geopoliticamente.wordpress.com/2012/05/03/chen-e-il-difficile-equilibrio-tra-liberta-e-diplomazia/">il caso <strong>Chen Guangcheng</strong></a> dello scorso anno) e della libertà d&#8217;espressione, ora l&#8217;America &#8220;baluardo&#8221; della libertà potrebbe chiedere a all&#8217;autocratica Pechino la consegna di un uomo, colpevole di aver agito proprio in nome della libertà.</p>
<p style="text-align:justify;">Il tutto mentre è in corso il processo nei confronti di un altro celebre whistleblower, quel <strong>Bradley Manning</strong> artefice dello scandalo <strong><em>Wikileaks.</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>La seconda</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Come nota <strong><em>Le Monde</em></strong>, <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/3869791-le-spie-americane-sono-casa-loro-europa">tradotto da </a><em><a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/3869791-le-spie-americane-sono-casa-loro-europa">Presseurop</a>,</em> il dossier Prism è solo l’ultimo dei <strong>molti incidenti occorsi tra USA e UE su privacy e sorveglianza</strong>, dovuti soprattutto all’inettitudine di un&#8217;Europa sistematicamente in ritardo sugli avvenimenti e dotata di una capacità di azione limitata. Episodi simili erano gà avvenuti in passato.</p>
<p style="text-align:justify;">Non solo all&#8217;interno della UE. E&#8217; emerso, ad esempio,  che nel 2007 <strong>la NSA avrebbe <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/3868091-lo-spionaggio-di-stato-nuova-minaccia-le-banche-svizzere">incastrato un banchiere svizzero</a></strong> per ottenere “informazioni bancarie segrete”.</p>
<p style="text-align:justify;">Preoccupata dagli ultimi sviluppi, la cancelliera tedesca <strong>Angela Merkel ha promesso di <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/3867861-l-europa-chiede-risposte-obama-sulla-sorveglianza-da-parte-degli-stati-un">fare pressione su Obama</a></strong> per apprendere i dettagli del programma in occasione del vertice di Berlino della prossima settimana.</p>
<p style="text-align:justify;">C&#8217;è però un fatto.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel mese prossimo è previsto l&#8217;avvio dei <strong>negoziati commerciali</strong> per creare un&#8217;area di libero scambio tra Europa e USA. Il caso vuole che, in vista dell’inizio delle trattative, le compagnie tecnologiche e finanziarie americane abbiano <strong>fatto pressione per ottenere un allentamento delle restrizioni sulla condivisione dei dati</strong> tra le due sponde dell’Atlantico. Secondo il <em>Financial Times, </em>anche qui tradotto da<a href="http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/3865491-lo-scandalo-prism-minaccia-il-trattato-di-libero-scambio"><em> Presseurop</em></a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">L’anno scorso Bruxelles ha presentato <a title="Opens in new window" href="http://ec.europa.eu/justice/data-protection/index_en.htm" target="_blank">una bozza di legge sulla protezione dei dati</a> che concederebbe ai legislatori Ue il potere di rafforzare le <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/1440981-il-difficile-diritto-all-oblio">leggi sulla privacy</a>. Le compagnie Usa si oppongono a molte di queste misure per timore di un danno ai loro affari. La legislazione Ue sulla privacy deve ancora essere approvata dagli stati membri e dal Parlamento europeo, e gli Stati Uniti sperano ancora di annacquare la proposta attraverso i negoziati sull’accordo commerciale.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">La conclusione, secondo il quotidiano britannico, è che lo scandalo potrebbe <strong>aumentare le divergenze tra USA e UE in merito alla protezione dei dati</strong> che avrebbero dovuto essere affrontate durante il negoziato.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/estremo-oriente/cindia/'>Cindia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/democrazia-e-diritti/'>Democrazia e diritti</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/estremo-oriente/'>Estremo Oriente</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/internet-e-comunicazioni/'>Internet e comunicazioni</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/'>Temi Globali</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/unione-europea/'>Unione Europea</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/usa-dintorni/'>Usa &amp; dintorni</a> Tagged: <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/america/'>America</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/cina/'>Cina</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/cyberspionaggio/'>cyberspionaggio</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/edward-snowden/'>Edward Snowden</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/hong-kong/'>Hong Kong</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/prism/'>Prism</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/stati-uniti/'>Stati Uniti</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6174&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Buone notizie dalla Somalia, ma non troppe</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 08:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le attese erano alte nei confronti della conferenza per la “Ricostruzione della Somalia e l’Esibizione delle Opportunità di Investimento”, inaugurata a Nairobi il 28 maggio scorso. Ma i risultati, a parte le promesse dei donor, sono stati modesti, nonostante la propaganda del governo di Mogadiscio che, godendo del sostegno internazionale, crede nel riscatto dopo decenni di [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6169&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Le attese erano alte nei confronti della <strong>conferenza</strong> <strong>per la “Ricostruzione della Somalia e l’Esibizione delle Opportunità di Investimento”</strong>, <a href="http://allafrica.com/stories/201305300566.html">inaugurata a <strong>Nairobi</strong></a> il 28 maggio scorso. Ma i risultati, a parte le promesse dei donor, sono stati modesti, nonostante la propaganda del governo di Mogadiscio che, godendo del sostegno internazionale, crede nel riscatto dopo decenni di guerra civile.</p>
<p style="text-align:justify;">Molta strada deve essere ancora percorsa per<strong> stabilizzare definitivamente la Somalia</strong>, ma <a href="http://geopoliticamente.wordpress.com/2012/09/13/la-somalia-ha-un-nuovo-presidente-ma-la-transizione-non-e-ancora-finita/">i passi compiuti nel 2012 e nel 2013</a> sono stati per Shirdon assolutamente straordinari. La<strong> Somalia mostra dunque alcuni segni di miglioramento</strong>, come sottolineato in questa lunga analisi di Nicola Pedde su <em><a href="http://temi.repubblica.it/limes/poco-e-lentamente-ma-la-somalia-sta-meglio/47820">Limes</a></em><em>:</em></p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>Il problema della Somalia, tuttavia, è strutturale</strong>, e necessita di una soluzione di lungo periodo, garantita da ingenti investimenti internazionali e dall’impegno diretto, soprattutto in termini militari, delle nazioni africane che sino a oggi si sono alternate nell’ambito della missione umanitaria promossa dall’Unione Africana. Una combinazione di fattori estremamente complessa e di non facile realizzazione &#8211; soprattutto nel mezzo della più grave crisi finanziaria mondiale dell’ultimo secolo, che impedisce di individuare le risorse necessarie per il rilancio del paese.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">Scopo principale della conferenza era attrarre investimenti stranieri per realizzare infrastrutture. Missione rimasta incompiuta:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>Le ambizioni di una poderosa iniezione di capitali finalizzati al massiccio intervento infrastrutturale in Somalia</strong>, quindi, si sono dovute arrestare dinanzi all’evidenza di una fase di pianificazione ben più complessa di quella ingenuamente ignorata nel corso dei lavori preparatori della conferenza di Nairobi. Richiamando alla realtà le giovani autorità somale e imponendo ancora una volta una riflessione complessiva sul paese, come già emerso nell’ambito dei lavori della Conferenza di Londra sulla Somalia, tenutasi ai primi di maggio.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">Due sono gli attori che vorrebbero dalla Somalia un ritorno economico, avendo peraltro speso ingenti risorse per le operazioni militari. Sono il <strong>Kenya</strong> e l’<strong>Etiopia</strong>, che in Somalia giocano una partita per la supremazia regionale (ne parlavo <a href="http://geopoliticamente.wordpress.com/2011/10/23/kenya-e-turchia-invasioni-di-campo/">qui</a> e <a href="http://geopoliticamente.wordpress.com/2012/01/16/somalia-campo-di-battaglia-tra-etiopia-e-kenya/">qui</a>). Proprio nei giorni precedenti alla conferenza i rapporti tra Nairobi e Mogadiscio e Nairobi si sono fatti <a href="http://primavera-africana.blogautore.repubblica.it/2013/05/27/si-aggrava-la-crisi-tra-somalia-e-kenya/">improvvisamente più tesi</a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>Mogadiscio ha lamentato una progressiva ingerenza del Kenya sul proprio territorio.</strong> Nairobi avrebbe abusato del mandato conferito dalla missione dell’Unione Africana e si sarebbe rifiutata di riconoscere la sovranità del paese e delle sue Forze armate. Il Kenya è anche accusato di non voler trovare una formula equa e reciprocamente vantaggiosa nella definizione degli accordi bilaterali per la gestione delle attività di pesca e di esplorazione e produzione di idrocarburi, agendo &#8211; a detta di alcuni politici somali &#8211; come vera e propria forza di occupazione militare.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">Perché gli aiuti siano viabili occorre garantire una sicurezza che al momento, in molte zone del Paese, è ancora un miraggio. Oggi, però, le milizie al-Shabaab fanno meno paura <a href="http://geopoliticamente.wordpress.com/2012/10/02/il-kenya-conquista-chisimaio-ma-al-shabaab-non-e-ancora-sconfitta/">di un tempo</a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>Per quanto riguarda le milizie islamiste dell’Al Shabaab</strong>, dopo la cacciata da Chisimaio e l’iniziale vantaggio governativo e delle forze dell’Amisom nel costringerle alla fuga verso le aree rurali, alcuni gruppi sono riusciti a riorganizzarsi e a ristabilire nella regione del Basso Shabelle la propria operatività. La loro tattica è mutata nel tempo e oggi è più che altro limitata ad azioni fulminee contro convogli e pattuglie isolate, che mirano più al saccheggio che alla conquista del territorio.</p>
<p>&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Sebbene ancora presenti sul territorio</strong>, le forze dell’Al Shabaab non sono più in alcun modo paragonabili a quelle che sino allo scorso anno terrorizzarono la Somalia centro meridionale. La caduta di Chisimaio e la frammentazione in più gruppi, molto diversi tra loro per ideologia e finalità d’azione, ha determinato un complessivo indebolimento della minaccia da loro rappresentata, pur restando alta l’attenzione stante la mutata natura delle modalità di ingaggio delle forze governative e dell’Amisom.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong><strong>Al vertice di ciò che resta dell’Al Shabaab c’è di fatto una conflittuale diarchia</strong>: da una parte Ibrahim Haji Jama Mee’ad, detto &#8220;l’afghano&#8221; e teoricamente vertice ufficiale delle milizie; dall’altra parte l’ancora carismatica figura di Abu Zubeyr, noto anche come Ahmed Cabdi Godane, che ha tuttavia ulteriormente radicalizzato la gestione delle sue milizie dopo la caduta di Chisimaio e la fuga verso le aree periferiche.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">In ultimo, una nota dolente riguarda l&#8217;<strong>Italia</strong>, di cui l&#8217;articolo di Pedde rimarca il <a href="http://www.analisidifesa.it/2013/05/litalia-dispersa-in-somalia/">modesto ruolo</a> svolto a Nairobi a causa dell’<strong>immobilismo politico</strong> e della  più totale <strong>mancanza di pianificazione delle prerogative di politica estera</strong><b>:</b></p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>Il 2 giugno, un team di 23 militari italiani del Sset</strong> (Security Support Element) ha raggiunto Mogadiscio installandosi presso il quartier generale del Monitoring Advisoring Training Element (Mate-Hq).</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Sebbene numericamente limitato</strong>, <strong>il team italiano costituisce un elemento di particolare importanza</strong> nella gestione dell’impegno verso la Somalia. Intervento per lungo tempo pianificato e annunciato, ma sempre alla fine disatteso in conseguenza di una politica confusa e scarsamente coraggiosa nel perseguimento dei suoi interessi regionali. Basti ricordare la vicenda senza fine relativa all’apertura della missione diplomatica italiana nella capitale somala, rimasta sino a oggi sospesa a danno della capacità di intervento diretto del paese nella gestione dei progetti di ricostruzione e degli accordi bilaterali per lo sviluppo delle attività economiche.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;"> La Somalia riparte e l&#8217;Italia, che <a href="http://www.africanews.it/somalia-italia-puo-essere-protagonista-economia/">potrebbe essere protagonista</a> del rinascimento del Paese,  si lascia invece <a href="http://www.ilgiornale.it/news/esteri/ora-somalia-sta-ripartendo-e-litalia-si-lascia-tagliare-833698.html">tagliare fuori</a>. O almeno, l&#8217;Italia onesta. Perché la <strong>criminalità organizzata</strong>, al contrario, <strong>nel Corno d&#8217;Africa fa affari d&#8217;oro</strong>. Si veda <a href="http://www.meridianionline.org/2012/10/24/tante-italie-per-tante-somalie-diplomazia-fondamentalismo-e-mafie/">qui</a>, <a href="http://www.narcomafie.it/2012/06/27/legami-tra-mafia-italiana-e-pirateria-somala-lue-indaga/">qui</a>, <a href="http://www.lettera43.it/cronaca/possibili-legami-tra-mafia-italiana-e-pirati-somali_4367555147.htm">qui</a>, <a href="http://www.ilquintuplo.it/lultima-frontiera-della-mafia-si-chiama-somalia/">qui</a>, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Toxic_waste_dumping_by_the_'Ndrangheta">qui</a>, <a href="http://www.nigrizia.it/notizia/mafia-e-pirati-un-accordo-milionario">qui</a>, <a href="http://www.italosomali.org/Rifiuti.htm">qui</a>, <a href="http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/traffico-di-scorie-3.aspx">qui</a>, <a href="http://news.liberoreporter.eu/index.php/2012/07/primo-piano/pirateria-somala-e-la-mafia-italiana-ad-alimentarla.html">qui</a>, <a href="http://seeker401.wordpress.com/2009/04/10/somalia-the-mafia-the-nuclear-waste-dump-zone/">qui</a>, <a href="http://www.free-italia.net/2013/05/trapani-mogadiscio-un-intreccio-di.html">qui</a>.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/africa/'>Africa</a> Tagged: <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/ndrangheta/'>'Ndrangheta</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/italia/'>Italia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/kenya/'>Kenya</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/mafia/'>mafia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/mogadiscio/'>Mogadiscio</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/nairobi/'>Nairobi</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/somalia/'>Somalia</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6169&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Così la Cina sta accerchiando l&#8217;America</title>
		<link>http://geopoliticamente.wordpress.com/2013/06/09/cosi-la-cina-sta-accerchiando-lamerica/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 12:01:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cindia]]></category>
		<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Usa & dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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		<category><![CDATA[Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
		<category><![CDATA[pivot to Asia]]></category>
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		<category><![CDATA[Washington]]></category>
		<category><![CDATA[Xi Jinping]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;È una noia dover scrivere dell&#8217;incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne&#8221;, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la &#8220;noia&#8221; lamentata da Halevi, [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6163&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">&#8220;È una noia dover scrivere dell&#8217;incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne&#8221;, esordiva Joseph Halevi in un <a href="http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=36873">articolo sul Manifesto</a> agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la &#8220;noia&#8221; lamentata da Halevi, bensì il fatto che <strong>l&#8217;economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione.</strong> Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell&#8217;incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su <em>Foreign Policy</em>, tradotto da <em><a href="http://www.linkiesta.it/accordo-cina-stati-uniti">Linkiesta</a>, </em>l<strong>’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti</strong> dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l&#8217;interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno <strong>eroso la fiducia reciproca</strong>. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.</p>
<p style="text-align:justify;">Ciò che nell&#8217;articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un <strong>netto squilibrio verso Pechino</strong>. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui <strong>gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente</strong>, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l&#8217;intransigenza cinese sul da farsi in Siria.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Alla stampa italiana &#8211; ma non a <em>Limes</em>- è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in <strong>America Centrale</strong>. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (<strong>Trinidad &amp; Tobago, Costa Rica e Messico</strong>) siano tutti <a href="http://temi.repubblica.it/limes/gli-usa-tornano-in-america-latina/47761">politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti</a>, e che appena il mese scorso il presidente <strong>Obama</strong> sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente <strong>Biden</strong> ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell&#8217;arrivo di Xi.<br />
<em><a href="http://temi.repubblica.it/limes/il-viaggio-di-xi-jinping-in-america-centrale-e-un-messaggio-agli-usa/48078">Limes</a> </em>nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un <strong>chiaro messaggio alla Casa Bianca:</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">Il <em>pivot to Asia</em> di Obama sta creando <a href="http://temi.repubblica.it/limes-heartland/obama-and-china-21st-century-containment-in-three-moves/1888">una rete economico-politico-militare</a> di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l&#8217;area d&#8217;influenza di Pechino.<br />
<strong>ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama</strong> che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L&#8217;America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l&#8217;Asia Orientale.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">C&#8217;è dell&#8217;altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un<strong> <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Nicaragua_Canal">canale  in Nicaragua</a> che congiunga il Pacifico all&#8217;Atlantico</strong> al pari di quello esistente a <strong>Panama, </strong>storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione &#8211; dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari &#8211; e la gestione del canale <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/06/nicaragua-china-panama-canal">proprio ad un&#8217;azienda cinese</a>. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili <a href="http://www.ticotimes.net/More-news/News-Briefs/Winners-and-losers-in-Nicaragua-s-Grand-Canal-project_Monday-October-08-2012">aspetti controversi</a>, <strong>consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale</strong> indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align:justify;">Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><a href="http://articles.marketwatch.com/2012-05-08/commentary/31611887_1_northern-gateway-pipeline-oil-sands-oil-companies">La Cina vuole il petrolio del Canada</a></strong>, quello dello Stato dell&#8217;Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea <strong><a href="http://m.theglobeandmail.com/globe-investor/investment-ideas/streetwise/why-keystone-xl-might-be-canadian-oils-best-route-to-china/article2449216/?service=mobile">Keystone XL</a></strong> contro cui Obama si è battuto &#8211; senza successo &#8211; in Congresso. Il primo passo di questo &#8220;<a href="http://www.cnbc.com/id/48402564">accaparramento di petrolio</a>&#8221;  è stata l&#8217;acquisizione della compagnia canadese <strong>Nexen</strong> per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.<br />
Finora la maggioranza repubblicana al Senato &#8211; la quale ha l&#8217;acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil &#8211; ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: <a href="http://www.newsobserver.com/2013/03/10/2735671/canadian-oil-the-keystone-pipeline.html"><strong>se quel petrolio non andrà all&#8217;America, sarà la Cina ad acquistarlo</strong></a>. L&#8217;economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l&#8217;ambiente.<br />
Infine, con il recente ingresso &#8211; con lo <em>status</em> di osservatore &#8211; della<a href="http://temi.repubblica.it/limes/il-dragone-delle-nevi-la-cina-nel-consiglio-artico/46950"> Cina nel Consiglio Artico</a>, l&#8217;influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.</p>
<p style="text-align:justify;">Fino all&#8217;11 settembre l&#8217;America aveva tentato di contenere l&#8217;ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l&#8217;indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. <strong>Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici</strong>, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La <strong>Cina</strong>, al contrario, <strong>nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica</strong> e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.<br />
In altre parole, <strong><a href="http://temi.repubblica.it/limes/il-re-engagement-degli-usa-in-asia-e-nel-pacifico/29509">mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall&#8217;economia</a></strong>, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall&#8217;altra parte l&#8217;azione diplomatica di <strong>Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere</strong>. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all&#8217;influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in <strong>Nord America</strong>, nel cortile di casa degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align:justify;">Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se<i> </i>la guerra, sosteneva il  il generale <strong>von Clausevitz</strong>, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l&#8217;economia rispetto alla guerra. Non c&#8217;è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un&#8217;oculata <strong>strategia di politiche economiche e commerciali</strong>. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l&#8217;Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. <strong>Una guerra di fatto c&#8217;è già</strong>. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.<br />
In conclusione, se lo scopo del <strong><em>pivot to Asia</em></strong> avviato da Obama <a href="http://temi.repubblica.it/limes/il-containment-usa-contro-la-cina-e-lex-crisi-dellitalia/29369">due anni fa</a> era quello di contenere la Cina, ora l&#8217;America rischia di scoprirsi &#8220;contenuta&#8221; a sua volta.</p>
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		<title>Quanto pesano l&#8217;economia sommersa e quella criminale in Italia</title>
		<link>http://geopoliticamente.wordpress.com/2013/06/08/quanto-pesano-leconomia-sommersa-e-quella-criminale-in-italia/</link>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 10:18:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non poche polemiche suscitò un&#8217;analisi di Stratfor della scorso anno, secondo cui l&#8217;Italia tiene testa alla crisi grazie all&#8217;economia sommersa, considerata di fatto &#8220;una rete di sicurezza&#8221; che &#8220;le autorità, soprattutto a livello locale, tollerano e spesso incoraggiano per evitare il malcontento sociale e per guadagnare voti&#8220;. L’economia sommersa è l’insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6156&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Non poche polemiche suscitò un&#8217;<a href="http://www.italiaoggi.it/news/dettaglio_news.asp?id=201208170816145018&amp;chkAgenzie=ITALIAOGGI">analisi di <em>Stratfor</em></a> della scorso anno, secondo cui <strong>l&#8217;Italia tiene testa alla crisi grazie all&#8217;economia sommersa</strong>, considerata di fatto &#8220;<em>una rete di sicurezza</em>&#8221; che &#8220;<em>le autorità, soprattutto a livello locale, tollerano e spesso incoraggiano per evitare il malcontento sociale e per guadagnare voti</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L’economia sommersa</strong> è l’insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al prodotto interno lordo ufficialmente osservato, ma che non sono state registrate e quindi regolarmente tassate, con l’esclusione del giro d’affari delle attività criminali. In pratica, in base questa definizione possiamo dire che <strong>esistono tre PIL: quello ufficiale, quello sommerso e quello criminale</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Dando per certo il dato inerente al primo, cerchiamo di capire a quanto ammontino gli altri due.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Il PIL sommerso</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Partiamo da un fatto: <strong>i dati sui consumi delle famiglie italiane sono <a href="http://www.economy2050.it/italia-consumi-redditi-evasione-fiscale/">costantemente superiori a quelli sui redditi dichiarati</a></strong>, sintomo di una ampia diffusione dell’evasione fiscale, soprattutto al Sud.<br />
La distribuzione territoriale fa addirittura presumere che <a href="http://www.economy2050.it/numeri-evasione-fiscale-italia-europa/">l&#8217;economia meridionale riesca a sopravvivere proprio perché non paga le tasse</a>, posto che il divario economico e sociale con il Nord va sempre più allargandosi e che, <a href="http://www.economy2050.it/rapporto-formez-litalia-meridionale-sprofonda/">stando ai più recenti rapporti sul tema</a>, per il Mezzogiorno è difficile anche solo sperare in un futuro migliore.</p>
<p style="text-align:justify;">Passando ai numeri, le valutazioni di Banca d’Italia, Corte dei Conti, Istat  ed Eurispes sul sommerso vanno <strong>da un <a href="http://www.economy2050.it/stime-economia-sommersa-italia/">terzo a oltre metà del fatturato in chiaro</a> del settore privato.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Per la <strong>Banca d&#8217;Italia</strong>, che si <strong></strong>basa sull’analisi del flusso di denaro contante nel quadriennio tra il 2005-2008, l’economia inosservata (evasione più crimine) rappresenta il <strong>31,1% del PIL</strong>. In valore assoluto l’economia che sfugge alle statistiche ufficiali sfiora i 490 miliardi di euro, 290 dei quali dovuti all’evasione fiscale e contributiva e circa 187 all’economia criminale.</p>
<p style="text-align:justify;">Per la <strong>Corte dei Conti</strong> l&#8217;evasione si situa intorno al<strong> 18% del PIL,</strong> dato che pone l’Italia al secondo posto della graduatoria internazionale, dopo la Grecia. La Corte, a differenza di Bankitalia, piuttosto che valutare in modo sistematico il fenomeno del sommerso in termini di imponibile, valuta il <strong>mancato gettito</strong> e in particolare gli effetti perversi e pesanti della corruzione sul funzionamento della pubblica amministrazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo l’<strong>Istat</strong> &#8211; rapporto del 2010 in riferimento a dati del 2008 -  <strong><a href="http://www.economy2050.it/economia-sommersa-pil-istat/">il sommerso rappresenta tra il 16,3 e 17,5% del PIL</a>, ossia tra 255 e 275 miliardi di euro</strong>. Il dettaglio dell’evasione è così ripartito: 32% nel settore agricolo, 12,4% nell&#8217;industria e 20,9% nei servizi.</p>
<p style="text-align:justify;">Più pessimiste le stime dell&#8217;<strong>Eurispes:</strong> 540 miliardi di euro (<strong>35% del PIL ufficiale</strong>): circa 280 miliardi dovuti all&#8217;evasione fiscale e contributiva, circa 160 di lavoro nero nelle imprese, circa 100 di economia informale. Nello stesso anno il PILç criminale avrebbe superato i 200 miliardi di euro. Il dato si basa estendendo i risultati su oltre 700mila controlli  da effettuati presso le imprese  da parte della Guardia di Finanza &#8211; attraverso i quali sono stati riscontrati 27 miliardi di euro di base imponibile sottratta - ai circa quattro milioni di piccole e medie imprese. Da qui si arriva ai quasi 160 miliardi sopra indicati.<br />
Sommando i tre PIL (ufficale, sommerso e criminale) il prodotto interno italiano complessivo schizzerebbe a oltre 2.200 miliardi. Troppo per considerare le stime Eurispes coerenti con la realtà.</p>
<p><strong><em>Il PIL criminale</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">La quantificazione di fatturato e patrimonio delle mafie è molto difficoltosa: secondo  i diversi studi (Sos Impresa: Banca d&#8217;Italia e Transcrime),<a href="http://www.economy2050.it/fatturato-economia-criminale-italia/"><strong> si passa da 26 a 138 miliardi di euro</strong></a>. Di solito le stime si basano su valutazioni soggettive ritenute attendibili dalle fonti investigative istituzionali (denunce, sequestri e confische), ma si tratta di criteri basati su <strong>presunzioni assolute e molto approssimative</strong>: ad esempio si ritiene che i sequestri di droga siano in rapporto di uno a dieci rispetto al consumo reale.</p>
<p style="text-align:justify;">La fonte che di solito viene presa a riferimento per la quantificazione in termini economici delle attività criminali è il rapporto annuale di <strong>Sos Impresa</strong>, secondo il quale nel 2010 il fatturato delle mafie era stimato in 138 miliardi di euro, la liquidità disponibile in circa 65 miliardi, l’utile in 105 miliardi.<br />
Tuttavia le fonti utilizzate (rapporti ufficiali sui traffici illeciti che non sono oggetto dell’attività di Sos Impresa) e la metodologia impiegata (elaborazione di dati che provengono dai Rapporti semestrali della Dia, dai Bollettini della Banca d’Italia, da Unioncamere, oltre ai riscontri  dell’associazione sul territorio) non sono precisati con chiarezza, anzi le stime vengono definite “azzardate da un punto di vista prettamente scientifico” dalla stessa associazione.</p>
<p style="text-align:justify;">La <strong>Banca d&#8217;Italia</strong> ha effettuato una stima basandosi sulla domanda di contante integrata da informazioni sulle denunce per droga e prostituzione messe in relazione al PIL delle singole province italiane. Un  rapporto pubblicato nel 2012 attribuisce all’economia criminale  un valore pari al 10,9% del PIL nel periodo 2005-2008, ma in ascesa nell&#8217;ultimo anno preso in considerazione al 12,6%.</p>
<p style="text-align:justify;">Più contenuti i dati di <strong>Transcrime </strong>(centro di ricerca sul crimine transnazionale): il giro d’affari della criminalità organizzata ammonterebbe in media “solo” all’1,7% del PIL, con un fatturato che varia in un intervallo compreso<strong> tra i 17,7 e i 33,7 miliardi</strong>.<br />
L’ipotesi di fondo dello studio è che solo una fetta delle attività illegali sia controllata da organizzazioni criminali (ad eccezione delle estorsioni, tipiche del crimine organizzato): <strong>il fatturato delle mafie varierebbe tra il 32 e 51% del PIL illegale</strong>. Tuttavia elle cifre complessive non rientrano i ricavi da attività per cui non esistono dati ufficiali, come il gioco d’azzardo.</p>
<p style="text-align:justify;">Mentre sul fatturato delle mafie i dati risultano contrastanti e poco indicativi, viceversa sul <strong>patrimonio accumulato i numeri mancano del tutto</strong>, così come sulle infiltrazioni delle organizzazioni criminali nell&#8217;economia legale. L&#8217;unico dato certo è che il patrimonio sottratto fino a oggi alla criminalità organizzata e a disposizione dello Stato ammonta a circa <strong>20 miliardi</strong>.  In altre parole, <a href="http://www.economy2050.it/aspetti-opachi-economia-criminale-italia/"><strong>sugli aspetti più opachi dell’economia illegale non esistono analisi</strong></a>.<br />
Difficile, dunque, contrastare un fenomeno se non si riesce neanche a stimarne approssimativamente le dimensioni quantitative.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><em>N.B: I dati qui riportati sono tratti dalle analisi sul sito </em><strong><a href="http://www.economy2050.it">Economy 2050</a></strong><em>. Per approfondire, si veda anche </em><strong>La Voce.info</strong><em>, che raccoglie <a href="http://www.lavoce.info/tutto-il-nero-delleconomia-italiana/">qui</a> tutti gli articoli degli ultimi anni su lavoro nero, evasione fiscale, affari della criminalità organizzata e gli altri aspetti dell’economia sommersa e illegale che penalizzano pesantemente il nostro Paese.</em></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/italia-interni/'>Italia (interni)</a> Tagged: <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/banca-d-italia/'>banca d italia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/corte-dei-conti/'>corte dei conti</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/criminalita-organizzata/'>criminalità organizzata</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/economia-criminale/'>economia criminale</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/economia-sommersa/'>economia sommersa</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/evasione-fiscale/'>evasione fiscale</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/lavoro-nero/'>lavoro nero</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/mafia/'>mafia</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/sos-impresa/'>Sos Impresa</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/transcrime/'>Transcrime</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6156&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Attenti americani, il Grande fratello Obama vi spia</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 08:50:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>لوكا ترويانو</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Global war on terror]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e comunicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Temi Globali]]></category>
		<category><![CDATA[Usa & dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Associated Press]]></category>
		<category><![CDATA[FISA]]></category>
		<category><![CDATA[Guardian]]></category>
		<category><![CDATA[intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[intercettazioni]]></category>
		<category><![CDATA[national security agency]]></category>
		<category><![CDATA[NSA]]></category>
		<category><![CDATA[Patrioct Act]]></category>
		<category><![CDATA[spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[William Binney]]></category>

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		<description><![CDATA[La NSA può accedere direttamente al server centrale di 9 aziende leader in America nel settore interne – Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, AOL, Skype, YouTube, Apple – per estrarre documenti audio, video, fotografie, email, nonché controllare i registri di connessione. In tal modo, l&#8217;intelligence può conservare traccia dei movimenti e dei contatti di ogni [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6152&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><strong>La NSA può accedere direttamente al server centrale di 9 aziende leader in America nel settore interne</strong> – Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, AOL, Skype, YouTube, Apple – per estrarre documenti audio, video, fotografie, email, nonché controllare i registri di connessione. In tal modo, l&#8217;intelligence può <strong>conservare traccia dei movimenti e dei contatti</strong> di ogni persona presente sul territorio americano.<br />
Lo rivelano il <a href="http://www.washingtonpost.com/investigations/us-intelligence-mining-data-from-nine-us-internet-companies-in-broad-secret-program/2013/06/06/3a0c0da8-cebf-11e2-8845-d970ccb04497_story.html"><em>Washington Post</em></a> e il <em><a href="http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/06/us-tech-giants-nsa-data">Guardian</a>.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Secondo <a href="http://www.internazionale.it/news/stati-uniti/2013/06/06/lintelligence-controlla-i-telefoni-dei-cittadini/">Internazionale</a>:</em></p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">La National security agency (Nsa) controlla i tabulati telefonici di milioni di cittadini statunitensi. Lo rivela <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/06/nsa-phone-records-verizon-court-order">un’inchiesta del Guardian</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Il quotidiano britannico ha pubblicato un <a href="http://www.internazionale.it/il-documento-dellnsa-pubblicato-dal-guardian/">documento riservato</a>, inviato dal Foreign intelligence surveillance court (Fisa) all’azienda di telecomunicazioni Verizon. Il documento chiede all’azienda di fornire le informazioni su tutte le telefonate dei suoi abbonati “su base giornaliera”. Sono state messe sotto controllo le comunicazioni all’interno degli Stati Uniti e dagli Stati Uniti verso l’estero.</p>
<p style="text-align:justify;">La Casa Bianca però ha difeso questa scelta. L’amministrazione Obama ha dichiarato che l’iniziativa della Nsa è stata “uno strumento fondamentale per proteggere la nazione dalla minaccia del terrorismo”.</p>
<p style="text-align:justify;">La Fisa è stata istituita <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Foreign_Intelligence_Surveillance_Act">da una legge del 1978</a>, che regola le procedure per la sorveglianza dei cittadini statunitensi e che è stata più volte emendata dopo l’11 settembre. La Fisa ha dato l’autorizzazione all’Fbi per procedere alla raccolta dei tabulati il 25 aprile 2013. E ha dato al governo accesso illimitato ai dati per tre mesi, fino al 19 luglio.</p>
<p style="text-align:justify;">Tra le informazioni che vengono tracciate ci sono i numeri di telefono, il luogo, la durata e la provenienza delle chiamate. I contenuti delle conversazioni sono esclusi. La raccolta di grandi quantità di dati telefonici era già avvenuta durante l’amministrazione Bush.</p>
<p style="text-align:justify;">Scrive il Guardian: “Il documento mostra per la prima volta che sotto l’amministrazione di Barack Obama i tabulati di milioni di cittadini vengono raccolti in modo indiscriminato, a prescindere dal fatto che i cittadini siano sospettati di aver compiuto crimini”.</p>
<p style="text-align:justify;">La Casa Bianca e l’Nsa non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Non è ancora chiaro, fa notare il Guardian, se la Verizon sia l’unica azienda coinvolta.</p>
<p style="text-align:justify;">Sette cose da sapere sulla raccolta dei tabulati da parte dell’Fbi e della Nsa: <a href="http://newsfeed.time.com/2013/06/05/7-things-to-know-about-the-governments-secret-database-of-cellular-data/">un articolo di Time</a>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;">La NSA ha a lungo giustificato la propria facoltà di spionaggio sostenendo che il suo mandato consente la sorveglianza su soggetti residenti fuori degli Stati Uniti al fine di evitare le intrusioni nelle comunicazioni private di cittadini americani. Oggi invece si scopre che <strong>ad essere sotto controllo sono proprio i <a href="http://www.forbes.com/sites/andygreenberg/2013/06/05/nsas-verizon-spying-order-specifically-targeted-americans-not-foreigners/">cittadini americani residenti sul territorio degli USA</a>, con l&#8217;esclusione di chi vive all&#8217;estero</strong>.<br />
A poco è servita la precisazione che la raccolta di dati ha riguardato il tempo e il luogo delle chiamate e <a href="http://www.nytimes.com/2013/06/07/us/nsa-verizon-calls.html?_r=0">non l&#8217;effettivo contenuto delle stesse</a>. Da un lato perché non è bastata a rassicurare i cittadini americani che da oggi quando parleranno al telefono saranno un po&#8217; più circospetti.</p>
<p style="text-align:justify;">Dall&#8217;altro perché <em><strong>non è vero</strong></em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Appena un mese fa sempre il <em><a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/may/04/telephone-calls-recorded-fbi-boston">Guardian</a> </em>ha spiegato come tutte le conversazioni telefoniche e le comunicazioni digitali tra americani sul suolo USA siano <strong>registrate e automaticamente accessibili alle autorità di controllo</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Come nota l&#8217;<a href="http://www.theatlanticwire.com/politics/2013/06/nsa-spying-verizon-analysis/65963/"><em>Atlantic</em></a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">La tecnologia ha reso possibile al governo americano di spiare i cittadini in un modo che la Germania Est poteva solo sognare. Fondamentalmente tutto ciò che diciamo che può essere tracciato digitalmente e <a title="being collected" href="http://www.theatlanticwire.com/technology/2013/06/twitters-jaded-reaction-nsas-phone-records-collection-program/65951/">raccolto</a> dalla NSA.</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;"><em><a href="https://twitter.com/nbcnightlynews/status/342771225195597824">NBC News</a> </em>via Twitter:</p>
<blockquote><p><em>NBC News</em> ha appreso che sotto il <strong>Patriot Act</strong> post 11 settembre, il governo ha raccolto tracce su <strong>ogni telefonata fatta negli Stati Uniti</strong></p></blockquote>
<p style="text-align:justify;">Il rapporto FISA giunge ad appena tre settimane dalla <strong><a href="http://www.internazionale.it/news/stati-uniti/2013/05/14/lassociated-press-intercettata-dal-governo/">denuncia dell&#8217;agenzia di stampa <em>Associated Press</em></a></strong>, i cui telefoni erano stati segretamente messi sotto controllo dal governo statunitense per due mesi nel 2012.</p>
<p style="text-align:justify;">Alcuni mesi fa William Binney, ex funzionario della NSA, ha spiegato all&#8217;emittente <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=TuET0kpHoyM"><em>Russia Today</em></a> che<strong> l&#8217;intelligence americana raccoglie 100 miliardi di email al giorno</strong> e un totale di 20 trilioni di comunicazioni digitali all&#8217;anno. Una pervasività recentemente <a href="http://www.huffingtonpost.com/2013/06/06/nsa-spying-whistleblowers_n_3399258.html">confermata da altri ex funzionari dell&#8217;agenzia</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre la raccolta di dati da parte dell&#8217;intelligence non si limita alle chiamate telefoniche o alle email: oggetto di registrazione sono anche le <strong><a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324299104578529112289298922">transazioni finanziarie eseguite con carta di credito</a></strong>.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/democrazia-e-diritti/'>Democrazia e diritti</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/global-war-on-terror/'>Global war on terror</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/internet-e-comunicazioni/'>Internet e comunicazioni</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/temi-globali/'>Temi Globali</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/category/usa-dintorni/'>Usa &amp; dintorni</a> Tagged: <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/associated-press/'>Associated Press</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/fisa/'>FISA</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/guardian/'>Guardian</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/intelligence/'>intelligence</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/intercettazioni/'>intercettazioni</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/national-security-agency/'>national security agency</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/nsa/'>NSA</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/patrioct-act/'>Patrioct Act</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/spionaggio/'>spionaggio</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/stati-uniti/'>Stati Uniti</a>, <a href='http://geopoliticamente.wordpress.com/tag/william-binney/'>William Binney</a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geopoliticamente.wordpress.com&#038;blog=20224647&#038;post=6152&#038;subd=geopoliticamente&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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