Categoria: Usa & dintorni


Riprendo un passaggio del mio post sulla strage di Boston:

un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca.

Ora, benché legami tra i fratelli Tsarnaev (presunti attentatori) e il jihadismo caucasico siano ancora da dimostrare, come era nelle previsioni l’attentato della scorsa settimana sta già producendo delle importanti conseguenze politiche, sia interne che esterne agli Stati Uniti. E tutte sfavorevoli al presidente Obama.

Per cominciare, mercoledì 17 aprile il Senato ha bocciato gli emendamenti proposti alla legislazione sulle armi. Una sconfitta per la Casa Bianca e una vittoria per la National Rifle Association.
Inoltre, negli Stati Uniti gli armamenti registrano vendite record, come spesso avviene nei giorni che seguono simili tragici eventi.
Gli attacchi a Boston, in altre parole, stanno vanificando gli sforzi del presidente per porre un freno alla proliferazione delle armi da fuoco.

Sul piano della politica estera, dopo le bombe alla maratona Obama ha parlato al telefono con il suo omologo russo, Vladimir Putin, convenendo sulla necessità di “proseguire sulla via della cooperazione nella lotta al terrorismo e sui temi della sicurezza”. Washington potrebbe dunque schierarsi con Mosca in nome dell’antiterrorismo. Secondo Limes:

Nell’attesa che le indagini chiariscano questo e altri aspetti, si vanno delineando alcuni possibili risvolti della vicenda sui rapporti Usa-Russia. Alle soglie del nuovo millennio, una serie di attentati (tra cui quelli ad alcuni edifici di Mosca del 1999) fornì a Vladimir Putin un valido pretesto per scatenare la seconda guerra cecena e riacquistare il (pressoché) totale controllo del Caucaso settentrionale.
Malgrado le proteste degli attivisti per i diritti umani, in America e altrove, Washington non obiettò a una guerra il cui fine (dichiarato e reale) era la preservazione dell’unità territoriale russa e la lotta al terrorismo jihadista, che nel caso ceceno traeva alimento dalla lotta per l’indipendenza. Specialmente dopo l’11 settembre e l’inizio dell’intervento in Afghanistan, gli sforzi di Putin per sradicare la guerriglia islamica dal Caucaso verranno benedetti apertamente dalla Casa Bianca.
Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Soci, in programma per il 2014, Mosca è ansiosa di sradicare qualsiasi minaccia terroristica e a tal fine la vicenda di Boston sembra offrire una preziosa opportunità. La Russia ha a lungo sostenuto i legami dei jihadisti caucasici con al Qa’ida, trovando però nell’amministrazione Obama un interlocutore tiepido. Ora è possibile che queste tesi suscitino una rinnovata attenzione a Washington, cui Mosca ha già offerto piena assistenza alle indagini in corso.
L’esito finale potrebbe essere un incremento della cooperazione bilaterale in materia di antiterrorismo, peraltro funzionale all’auspicato riavvicinamento tra i due paesi, a lungo perseguito dall’amministrazione – da ultimo con la recente visita a Mosca del consigliere per la sicurezza nazionale Tom Donilon.
Sinora tali sforzi sono stati pregiudicati (tra l’altro) dalle divergenze sulla postura verso il regime siriano, dai propositi russi di riarmo e da episodi puntuali, come la vicenda delle adozioni statunitensi di bambini russi bloccate dal Cremlino, il giro di vite legislativo di Mosca verso le ong straniere e il parallelo processo all’attivista Viktor Navalnij. Ma anche dal Magnitskij Act, la legge con cui il Congresso statunitense ha inteso punire i russi accusati di violare i diritti umani.
Sulla scia dei fatti di Boston, alcune di queste divergenze potrebbero essere accantonate in nome del superiore interesse alla lotta al terrorismo. Purché la pista terroristica risulti effettivamente confermata e il Cremlino non interpreti eventuali aperture di credito americane come un’acquiescenza implicita a un inasprimento della repressione interna, specialmente (ma non solo) nel Caucaso settentrionale.

Per Obama si tratta di un’altra sconfitta: la proposta di cooperazione a Putin giunge proprio nei giorni in cui i rapporti con la Russia (mai del tutto normalizzati, a dispetto del “reset” annunciato nel 2009) registrano una nuova altalena di alti e bassi.

In queste settimane, schiaffi e carezze si sono susseguiti senza sosta. Dapprima la mini-guerra fredda sulle adozioni di bimbi russi da parte di famiglie americane. Poi la pubblicazione dell’americana lista Magnitskij per la messa al bando di 18 alti funzionari russi, seguita da quella russa contro altrettanti funzionari americani. Infine la visita a Mosca del consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, il quale ha consegnato ai suoi omologhi russi una lettera a firma del presidente Obama.
Adesso, la cooperazione tra i due Paesi in tema di sicurezza potrebbe scattare anche nelle indagini sugli attentati di Boston, sebbene i servizi segreti russi abbiano lasciato filtrare di non aver fornito alcuna informazione sui fratelli Tsarnaev.

Al di là di quelli che saranno i risultati finali, per Obama è l’implicita ammissione di non poter affrontare il problema della lotta al terrorismo prescindendo dall’aiuto di Mosca. E per Putin, l’occasione di incassare un tacito consenso alla repressione - di quel che resta – della guerriglia cecena, sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza delle Olimpiadi invernali di Soci 2014, a breve distanza dal nord del Caucaso.

Organizzare un attentato a Boston significa colpire un emblema della memoria patriottica americana: difficile ignorare il valore simbolico dl giorno e del luogo dell’atto terroristico, chiunque ne sia il responsabile.
Internazionale 
(qui il liveblog) ricorda che quello del 15 aprile a Boston è l’ultimo di una storia di attentati contro gli Stati Uniti. Non sorprendiamoci se ci sarà una prossima volta.
Una storia che l’America – 11 settembre a parte – sembrava aver rimosso. Come puntualizza Fulvio Scaglione su Avvenire:

sul termine “terrorismo”, così intensamente usato in queste ore, occorre intendersi. È chiaro che gli americani, dalle massime autorità al cittadino della strada, intendono soprattutto un attacco organizzato dall’esterno, se non proprio dall’estero. Da qualcuno che odia loro, il loro sistema e il loro Paese, e non da qualcuno che, dall’interno, detesta il governo o qualche sua decisione. Come furono, per fare solo un paio di esempi comunque legati alle bombe, Timothy McVeigh (168 morti a Oklahoma City nel 1995) o Eric Rudolph (1 morto ad Atlanta nel 1996). E questo è un lascito indubbio dell’11 settembre e della cicatrice che quegli attentati hanno lasciato nella coscienza collettiva degli Stati Uniti.
Una sicurezza, anzi, un’innocenza perduta ai propri occhi che le imponenti e peraltro efficaci misure dell’ultimo decennio non sono mai riuscite a ricostruire. Tra il 2001 e l’altro ieri, ben 380 individui sono stati arrestati per aver cercato di mettere a segno negli Usa attentati di stampo terroristico.

Secondo Linkiesta (che propone sia le immagini che la mappa dell’attentato), mentre sale la psicosi di altri attacchi in tutto il Paese, le piste più accreditate sembrano essere tre:

  1. un dilettante che ha operato in completa autonomia;
  2. un gruppo terroristico interno agli Stati Uniti, forse di estrema destra, come quello dei cosiddetti “white supremacists”, esponenti del “potere bianco;
  3. un gruppo legato ad al-Qa’ida.

Per qualche ora si era diffusa la notizia (poi smentita) del fermo di un cittadino saudita che si trovava sul luogo dell’attentato al momento dell’esplosione, senza che però ne fossero diffuse le generalità o altri particolari.
L’assenza, per il momento, di una rivendicazione della doppia esplosione alla maratona di Boston esclude una pista d’indagine esplicita per gli inquirenti. Pertanto non rimane che procedere per induzione.
In un primo momento si è pensato al nemico di sempre: al-Qa’ida. In particolare si è pensato all’iniziativa “spontanea” di uno o più soggetti, ispirati dall’organizzazione che fu di bin Laden o da gruppi che operano in franchising nell’ambito della stessa, come sostenuto da LimesQuella delle bombe in sequenza è una tecnica collaudata nelle file qaidiste e fra jihadisti solitari che si radicalizzano su internet, ma la scelta dei cestini della spazzatura appare inusuale. Secondo Paolo Magri, vicepresidente e direttore ISPI, in un’intervista rilasciata a Lettera 43, al-Qa’ida appare l’indiziata meno probabile poiché le bombe dei terroristi islamici in genere non sono rudimentali come quelle impiegate a Boston e, inoltre, la maratona non sembrava un obiettivo sensibile. Tuttavia l’ipotesi qaidista non può essere del tutto esclusa.
Gli inquirenti hanno allora ipotizzato una pista interna, studiando analogie con la strage di Oklahoma City o altri eventi sanguinosi come quelli di Columbine e Wako, avvenuti nella stessa settimana di quello di Boston.
Non è però da escludere che si sia trattato del gesto di un lupo solitario, un Giovanni Vantaggiato spinto da chissà quale motivazione. Non fosse altro perché le bombe sono il risultato dell’assemblaggio di ingredienti comuni del valore di 100 dollari in tutto.
Le ipotesi complottiste non sto nemmeno ad illustrarle.

Infine, un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca. Al momento l’unica certezza è che l’attacco ha centrato il suo obiettivo: produrre paura. Nel giro di un paio d’ore dopo le esplosioni Boston si è svuotata, si sono moltiplicati falsi allarmi bomba in tutti gli angoli della città, hanno evacuato piazze ed edifici. L’America si è così sentita ancora una volta vulnerabile, esposta a un male che credeva di avere debellato.

In febbraio, in occasione del discorso sullo stato dell’unione, Barack Obama ha annunciato un nuovo impegno nazionale per difendere l’America dagli attacchi informatici, volti a rubare segreti aziendali o a sabotare le infrastrutture energetiche. Chiaro riferimento alla Cina, pur non espressamente menzionata dal presidente.
Per tirare in ballo Pechino, Obama ha aspettato l’ultima decade di marzo, in seguito alla pubblicazione di un controverso rapporto sulla sicurezza informatica del Paese.

Con il termine Cyber Warfareanche detta guerra cibernetica, si intende l’alterazione e/o la distruzione dell’informazione e dei sistemi di comunicazioni nemici, paralizzandone o comunque limitandone il regolare flusso di informazioni. Per approfondire si veda l’esauriente pagina di Wikipedia. Secondo questa analisi su Linkiesta:

Secondo la definizione di Daniela Pistoia, vice presidente del settore ricerca e progettazione sistemi avanzati di Elettronica spa, «con il termine Cyber Warfare ci si riferisce al complesso di attività difensive (cyber-security) e offensive (cyber-attack) condotte mediante l’uso combinato e distribuito di tecnologie elettroniche, informatiche e infrastrutture di telecomunicazione. Che prevedono l’intercettazione, la manipolazione o la distruzione dell’informazione e dei sistemi di comunicazione degli avversari».

Il Cyber Warfare non si sta limitando però a cambiare il campo di battaglia: sta letteralmente ridisegnando la geopolitica delle superpotenze. Ne è fermamente convinto il professor Sergio Luigi Germani, direttore del Centro studi “Gino Germani” e condirettore scientifico della conferenza: «I Paesi occidentali sono in forte ritardo su questo fronte» dice. «Un ritardo – prosegue – determinato da un deficit concettuale di fondo: restiamo ancorati alle categorie dell’era nucleare, ormai obsolete. Ma lamentiamo anche il ritardo da parte del mondo dell’università e della ricerca, mentre potenze orientali come Cina, Russia e India vantano in questo settore chiave un profondo pensiero strategico».
In Cina, Russia e India la cyberguerra si combatte anche in tempi di pace. Attraverso la guerra psicologica, la guerra della disinformazione, l’intelligence, il sabotaggio e lo spionaggio digitale.

«Mentre in Occidente, ad esempio, consideriamo Cyber Warfare come qualcosa di differente e separato dal Cyber Crime, in Russia le realtà si trovano a convivere e viaggiare di pari passo: molto spesso, infatti, le autorità dello stato si avvalgono della preziosa collaborazione di hacker “patriottici” per mettere a segno attacchi decisivi».

Secondo Limes, che Cina e Stati Uniti si spiino non dovrebbe suscitare clamore. Pechino spia gli americani per rubare segreti tecnologici e accusa gli Stati Uniti di violare i siti governativi:

La questione cibernetica è emersa lo scorso novembre, quando il New York Times ha reso noto che le e-mail di alcuni suoi giornalisti erano stati violate da hackercinesi.
L’attacco si è verificato dopo la pubblicazione di un inchiesta sulle sconfinate ricchezze dell’ex primo ministro Wen Jiabao. I cinesi probabilmente volevano scoprire quali informazioni fossero nelle mani del giornale e chi le aveva fornite.
In seguito, i quotidiani americani hanno diffuso i contenuti di un rapporto dell’azienda di sicurezza informatica Mandiant intitolato “Apt1: Exposing One of China’s Cyber Espionage Units”, secondo cui il governo cinese è il diretto responsabile della maggior parte degli attacchi cibernetici subiti dalle imprese americane.
In particolare, la advanced persistent threat n.1 (Apt1) cinese è l’unità 61398dell’Esercito popolare di liberazione (Pla), responsabile della difesa (e dell’offesa) informatica del paese. L’unità fa capo alla terza sezione del Pla General staff department, dedicata alla sigint (signal intelligence, la raccolta d’informazioni attraverso l’intercettazione e l’analisi dei segnali trasmessi tra persone o macchine).

A onor del vero, non tutti sono convinti che gli attacchi siano di provenienza cinese. Linkiesta: Leggi l’articolo completo »

La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo -, Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

All’inizio di febbraio il governo del Niger ha autorizzato il dispiegamento dei droni USA per le operazioni di sorveglianza ed intelligence contro le milizie jihadiste attive nella regione del Sahel (si veda anche l’approfondimento di Antonio Mazzeo).

La notizia non sarebbe così sconvolgente, se non fosse solo la punta dell’iceberg di un programma molto più ampio e articolato.

Gli Stati Uniti stanno dispiegando truppe in 35 Paesi africani, a cominciare da Libia, Sudan, Algeria e appunto Niger. La notizia, annunciata dall’agenzia AP a Natale e passata pressoché inosservata sui principali organi d’informazione, pare gettare le basi per un futuro intervento americano nel Continente nero.
In particolare, reparti speciali delle forze armate USA, coadiuvati dagli eserciti locali, saranno in grado di partecipare a più di cento esercitazioni militari sul campo già dal prossimo anno.

Ufficialmente, Washington intende eradicare la minaccia terroristica nel Nord Africa. Lo stesso conflitto in Mali (d’iniziativa francese, ma col supporto americano) testimonia che una dozzina d’anni dopo l’11 settembre, la guerra al terrore ha inaugurato un nuovo fronte: quello del deserto.
Dunque il problema esiste.

Tuttavia, un tale dispiegamento di forze nel continente avrà l’effetto di rendere tutta l’Africa, e non solo la regione sahariana, un immenso teatro di operazioni militari degli Stati Uniti. Curioso, se pensiamo che la presenza di al-Qa’ida e affini non è segnalata in quasi nessuno dei 35 Paesi in questione.

Quasi tutti, però, sono in affari con aziende cinesi. E quasi tutti sono ricchi di risorse: petrolio, diamanti, rame, oro, ferro, cobalto, uranio, bauxite, argento, legname e frutti tropicali.
Ecco dunque il vero obiettivo dell’AFRICOM: eliminare l’influenza della Cina dalla regione.
Non bastando più il soft power (il Washington consensus è ormai un retaggio del passato), per vincere la sfida col Dragone cinese si ritorna alla muscolarità del caro vecchio hard power. Ma niente colpi di Stato stile Guerra Fredda, stavolta: è sufficiente dispiegare le proprie truppe in difesa del regime locale (quasi mai democraticamente eletto) contro i gruppi armati eventualmente attivi sul territorio. Obiettivo dei regimi: mantenere il potere. Obiettivo degli Stati Uniti: acquisire appalti e concessioni estrattive.

Come conferma Unimondo:

L’invasione non ha pressoché nulla a che fare con l’”islamismo”e quasi tutto a che fare con l’acquisizione di risorse, in particolare minerali, e con l’accelerazione della rivalità con la Cina.

Come nella guerra fredda, la divisione del lavoro prescrive che il giornalismo e la cultura popolare occidentali mettano a disposizione la copertura a una guerra santa contro un “arco minaccioso” di estremismo islamico, non diverso dalla fasulla “minaccia rossa” di una cospirazione mondiale comunista.

La vicenda Kony deve pur insegnarci qualcosa.

In principio fu il debt ceiling. Poi la volta del fiscal cliff. Infine del sequester. Sta di fatto che in questi giorni l’attenzione degli analisti economici di tutto il mondo è di nuovo concentrata sul debito pubblico americano. Per la terza volta in 18 mesi.
Sabato 2 marzo, fallita l’ultima possibilità di un accordo con i repubblicani, il presidente Barack Obama ha firmato il decreto che ha fatto scattare la dieta da 85 miliardi di dollari (0,5% del PIL) fino a settembre e 1.200 miliardi in 10 anni, prevista dall’accordo per l’aumento del tetto del debito del 2011. Ora i tagli automatici alla spesa sono entrati ufficialmente in vigore.

Fabrizio Goria su Linkiesta spiega cosa è il sequester:

Ma cosa è il sequester? In breve, è un taglio generalizzato della spesa pubblica. Secco e lineare, del valore di 85 miliardi l’anno fino al 2012, il sequester colpisce qualsiasi programma, progetto o attività federale, come spiega la legge che lo regolamenta, il Budget control act dell’agosto 2011. Si tratta dell’atto che ha permesso di innalzare il debt ceiling, il tetto del debito federale, sforato più volte negli ultimi due anni. In assenza di un deal fra democratici e repubblicani per tagli alla spesa pubblica (non lineari, ma mirati) da 1.200 miliardi di dollari, ecco che arriva il sequester a fare il suo dovere.
La banca d’affari J.P. Morgan lo ha definito «un immenso mostro, un blob che viaggia per gli Stati Uniti e taglia linearmente tutto quello che incontra, dalla difesa alla sanità». Non è la prima volta che gli Stati Uniti vanno nel panico per qualcosa di cui sarebbe facile trovare la soluzione. Così è stato per il debt ceiling. Nell’agosto 2011, proprio a seguito del mancato accordo fra democratici e repubblicani, è arrivato il primo downgrade del debito sovrano statunitense della storia. Standard & Poor’s tagliò il rating americano privandolo della tripla A, nonostante la confermata sicurezza dell’investimento nel debito Usa. Accordo trovato in extremis e poi via con il nuovo pericolo, il Fiscal cliff.
Il baratro fiscale da 600 miliardi di euro è stato per ora solo rimandato, ma a breve tornerà a farsi sentire nel dibattito politico americano.

In altre parole, per il 2013 i tagli sono stati firmati da Obama e saranno effettivi dai prossimi giorni, prosciugando 85 miliardi di dollari di spesa pubblica per gli Usa. La sensazione è che però sia il frutto di una prova di forza di Obama. Nonostante questo sia il suo ultimo mandato, e forse anche proprio per questo motivo, il presidente sta conducendo una battaglia serrata contro Boehner e i repubblicani, considerati troppo dogmatici da Washington. «È chiaro che vincerà Obama, ha il coltello dalla parte del manico e adesso scaricherà la firma dei primi tagli sui repubblicani, aizzando l’opinione pubblica contro di loro», spiega una nota mattutina di Goldman Sachs.
Chi invece non sembra risentire degli effetti del sequester è Wall Street.

Lettera43 cerca di analizzare le riduzioni nel dettaglio:

La cura dimagrante da 1.200 miliardi di dollari in 10 anni significa una riduzione di 109 miliardi di dollari all’anno. Valida per l’intero comparto dell’amministrazione federale, perché il congegno pensato nel 2011 decurta in maniera cieca su tutti i settori della spesa.
PENTAGONO: 492 MLD IN MENO. La contrazione più significativa, però, è destinata a subirla la Difesa: 47 miliardi per il 2013 e 492 miliardi nel prossimo decennio, una dieta pari a oltre il 10% del budget attuale.
I programmi d’acquisto di tank e sommergibili sono destinati a essere rivisti. Compreso il costosissimo programma degli F35, il cui costo dal primo contratto del 2001 è lievitato del 75%, per una spesa complessiva che secondo l’agenzia finanziaria Bloomberg è pari a 395,7 miliardi, di cui 9,4 solo nel 2013.
La sequestration non prevede la possibilità di ridurre il personale, voce che pesa per l’85% della spesa delle agenzie federali. Ma il Pentagono ha già pensato di ovviare all’ostacolo, mandando in congedo non pagato circa 800 mila dipendenti civili.
OBAMACARE, TAGLIO DI 7 MLD. Oltre alla Difesa, scatta la tagliola sulla Sanità. Il programma di assistenza medica per gli anziani, noto come Medicare, è destinato a perdere 10 miliardi nel 2013 e 123 fino al 2023: un calo pari a circa il 2% del budget. Le forbici colpiranno ospedali e medici, compagnie farmaceutiche e fornitori di servizi sanitari. Mentre altri 7 miliardi saranno decurtati dall’Obamacare, il nuovo sistema di assicurazione sanitaria, cavallo di battaglia del presidente Usa
Il bilancio degli altri comparti verrà ridotto complessivamente dell’8,2% circa: 322 miliardi in un decennio persi dall’educazione, dalle agenzie di sicurezza e di tutela del territorio.
La sequestration prevede anche una sforbiciata di 41 miliardi ai sussidi di disoccupazione percepiti per più di sei mesi (riguardano 3,8 milioni di persone), e risparmi sul sostegno all’agricoltura e ai servizi sociali, compreso un taglio di 1,3 miliardi al fondo per lo studio dell’infanzia in difficoltà.

Repubblicani e democratici non sono mai stati nemmeno vicini a trovare un’intesa. I primi si sono opposti a qualunque aumento di tasse, mentre per i secondi l’alternativa ai tagli doveva essere composto in parti uguali da riduzioni di spesa e aumento delle tasse ai ricchi – attraverso la “chiusura” delle cosiddette tax loopholes, le scorciatoie ed esenzioni fiscali che permettono sopratutto ai contribuenti più facoltosi di pagare aliquote molto basse.

La prossima giornata di passione sarà il 27 marzo. Entro tale data il Congresso dovrà votare il provvedimento che destinerà circa mille miliardi di dollari per mantenere l’amministrazione funzionante fino al 30 settembre. Se lo stanziamento sarà superiore a tale soglia, il budget federale sarà abbastanza grande da annullare i tagli del sequester, ma i repubblicani hanno già fatto sapere che approveranno la legge soltanto per una cifra inferiore. A questo punto, è probabile che i democratici cercheranno non di aggirare il sequester, bensì di rimodulare i tagli previsti in modo da e renderli più flessibili.
In ogni caso il prezzo più pesante di questo sterile braccio di ferro, come prevedibile, lo pagheranno le persone comuni: secondo Obama, i tagli alla spesa sono destinati ad avere un “effetto domino” sull’economia e porteranno alla perdita di 750.000 posti di lavoro.

E dire che non pochi ben pensanti (italiani) invitano a prendere l’America come esempio proprio perché lì “la politica pensa prima agli interessi del Paese e poi a quelli del partito”, come si è sentito ripetere anche in questa prima settimana post elettorale. 

La questione dei droni e degli omicidi mirati ha attirato sempre più critiche al presidente degli Stati Uniti, specie dopo un articolo del New York Times di giugno, secondo cui ogni martedì viene sottoposta a Obama una “Kill List”, ossia una lista di jihadisti e terroristi da eliminare redatta da cento alti funzionari di CIA e Pentagono. A Obama spetta l’ultima parola su chi uccidere e chi no, e in queste decisioni è aiutato dall’allora consigliere antiterrorismo John Brennan, da quello per la Sicurezza nazionale Tom Donilon e dal suo stratega politico David Axelrod.
In quei giorni scrivevo:

Obama crede nella pace, ma non è un pacifista. E’ sempre stato consapevole che  le belle parole da sole non sarebbero bastate ad estirpare il cancro del terrorismo. La sua idea politica è la perfetta applicazione del si vis pace, para bellum. Come scrivevo in ottobre:

Obama, nel suo discorso alla consegna del Nobel, riconosceva che: “Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un’esortazione. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato. Difficile immaginare una guerra più giusta [della Seconda Guerra Mondiale, nda]. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al-Qa’ida a deporre le armi. Dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta”, ammettendo così che i valori di pace e giustizia non possono realizzarsi senza una sana dose di pragmatismo.
Forse è per questo che l’America non era mai stata impegnata su così tanti fronti come da quando è guidata da Obama: due guerre in corso in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungono altre guerre fantasma(con i droni) in Pakistan, YemenSomaliaMessico e, ultimamente, Uganda. Eppure questo atteggiamento, discutibile su un piano ideale, si è rivelato più fruttuoso di quello viceversa (fin troppo) concreto di Bush: ques’ultimo ha sperperato miliardi di dollari nelle campagne mediorientali, gonfiando ildebito Usa e abdicando di fatto dal ruolo di unica superpotenza che l’ex governatore del Texas aveva ereditato da Clinton, con l’aggravante di quasi 5.000 soldati caduti 225.000 morti totali. Obama, invece, ha saputo togliere di mezzo tre nemici come Bin Laden, al-Awlaki e Gheddafi senza perdite umane.

L’aggressività mostrata nella lotta contro al-Qa’ida ha contrariato quanti credevano che la tortura e le guerre ombra fossero un ricordo del passato. Le azioni promosse o supervisionate da Obama sono spesso rimaste imperscrutabili, coperte dal silenzio e senza alcun avallo di quelle organizzazioni internazionali di cui lo stesso presidente aveva sempre esaltato il ruolo.
Interessante questo articolo di Linkiesta, dove si spiega che nessun presidente ha fatto ricorso all’omicidio segreto quanto Obama

Adesso quel John Brennan, che la Kill list l’aveva creata, sarà il nuovo direttore della CIA - in sostituzione di David Petraeus.
In generale, Brennan è stato una figura chiave dell’amministrazione Obama negli ultimi anni: come consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca, ha contribuito a pianificare il programma di eliminazione fisica dei terroristi più pericolosi per mezzo dei droni. Il Washington Post ne offre questo ritratto.
Quanto all’uso dei droni, prima visto con sospetto, ora asse portante della caccia ai jihadisti, Linkiesta racconta:

Per anni gli Usa hanno espresso perplessità sugli omicidi mirati operati da Israele. La situazione è cambiata con l’11 settembre. Tanto Bush quanto Obama hanno affermato il diritto degli Stati Uniti, in guerra con al Qaeda, di difendersi dai terroristi ad ogni latitudine, colpendoli ovunque si trovassero. Lo scorso marzo in un incontro con gli studenti della Northwestern University di Chicago il ministro della Giustizia Eric Holder ha spiegato la coerenza con il diritto internazionale di guerra di queste operazioni, comprese quelle che prendono di mira cittadini americani, come Anwar al Awlaki, ucciso in Yemen nel settembre 2011: «Ci sono casi in cui il governo ha l’autorità, o meglio la responsabilità, di difendere il Paese con l’uso appropriato e legale di forza letale». Washington, sostiene Holder, ha il diritto di intervenire quando la minaccia di attacco è imminente e quando la cattura del terrorista non è possibile.
Un’inchiesta comparsa a fine maggio sulle pagine del New York Times ha descritto l’ispirazione della strategia obamiana – l’adesione alla teoria della “guerra giusta” – e le procedure operative: ogni settimana, durante gli incontri del Terror Tuesday, al presidente viene sottoposta una “kill list” di jihadisti da eliminare, stilata col contributo decisivo di John Brennan – consigliere per l’anti-terrorismo, appena nominato da Obama capo della Cia – al termine di un processo di selezione che, fra servizi segreti e Pentagono, coinvolge circa cento alti funzionari.
Negli ultimi anni, però, c’è stato un salto di quantità nel livello degli strike: non più solo i leader operativi di al Qaeda, impegnati nell’organizzazione di attentati contro l’America – la cui rete, soprattutto in Pakistan, si va destrutturando – ma i militanti delle varie sigle estremiste, in lotta con i propri governi, e che spesso controllano intere regioni, del Pakistan, della Somalia, dello Yemen. Di qui la necessità, sottolineata dallo stesso Obama, di un rule book formale sull’utilizzo dei droni. «Creare una struttura legale, con una serie di processi e di controlli sull’utilizzo delle unmanned weapons è una sfida per me e per i miei successori», ha dichiarato il presidente in un’intervista con Mark Bowden, autore del libro “La cattura”, dedicato all’uccisione di Osama bin Laden.
Le Nazioni Unite sono in allarme, tanto da avere pianificato l’apertura di un’inchiesta sull’operato di Washington.

Anche la politica delle extraordinary renditions appare destinata a continuare.

In proposito, pochi giorni fa un tribunale americano ha condannato la Engility Holdings, una compagnia militare privata, a rimborsare 71 ex detenuti del carcere di Abu Ghraib, sottoposti a torture e abusi durante l’occupazione dell’Iraq.
Spicca  silenzio (assordante, come si dice in questi casi) di CIA, Pentagono e Casa Bianca.

1 gennaio 2013. Per tutti è il primo giorno del nuovo anno; per l’America potrebbe essere l’inizio di un incubo.

Il Post:

Con l’arrivo del nuovo anno, infatti, negli Stati Uniti entreranno in vigore automaticamente tagli alla spesa per un totale di 607 miliardi di dollari solo nel 2013, che andranno a colpire soprattutto i settori dei servizi sociali, della difesa e dell’istruzione. Inoltre, sempre il primo gennaio 2013 scadranno una serie di esenzioni e vantaggi fiscali in vigore da diversi anni. La famiglia media americana dall’oggi al domani si troverà a pagare oltre 3.000 dollari di tasse in più all’anno (alcuni collocano questa stima ancora più in alto). Come se non bastasse, il primo gennaio del 2013 scadrà anche il cosiddetto “tetto del debito” (ci arriviamo).

Perché si è arrivati a questa scadenza?
Parte delle esenzioni fiscali in scadenza sono quelle approvate da George W. Bush a favore delle fasce più ricche della popolazione. Contemporaneamente, però, scadranno una serie di esenzioni fiscali approvate dall’amministrazione Obama col pacchetto di stimolo all’economia approvato all’inizio del 2009, dirette soprattutto alla classe media e ai disoccupati.
Un’altra serie di tagli scatterà automaticamente in ragione dell’accordo raggiunto faticosamente durante l’estate del 2011 da democratici e repubblicani, quando si trattò di alzare il tetto fissato dalla legge per le dimensioni del debito pubblico americano, concedendo così al governo di continuare a prendere denaro in prestito. L’accordo prevedeva, tra le altre cose, che il Congresso avrebbe dovuto approvare tagli alla spesa per 98 miliardi entro la fine del 2012, altrimenti sarebbero entrati in vigore dei tagli automatici e lineari su due capitoli di spesa: servizi sociali e istruzione, cari ai democratici, e l’esercito, caro ai repubblicani. A tale scopo si insediò un cosiddetto “super comitato” – composto da 12 membri, 6 democratici e 6 repubblicani – che non riuscì a trovare un compromesso.

Di nuovo il tetto del debito
Un’altra scadenza si è accavallata a quelle di cui sopra: il ministro del Tesoro Timothy Geithner ha diffuso ieri una lettera in cui ha spiegato che il tetto massimo del debito pubblico statunitense, stabilito per legge a 16.394 miliardi di dollari, sarà raggiunto il 31 dicembre 2012 e non nel 2013, come era stato previsto mesi fa.

Perché è complicato trovare un accordo?
La ragione è semplice: perché dal 2010 negli Stati Uniti il Senato è a maggioranza democratica e la Camera è a maggioranza repubblicana, e un accordo per entrare in vigore dev’essere votato nella stessa forma da entrambi i rami del Congresso. Democratici e repubblicani devono mettersi d’accordo, insomma. La trattativa fin qui è stata condotta da Barack Obama e dai leader di maggioranza: John Boehner, speaker e capo dei repubblicani alla Camera, e Harry Reid, capo dei democratici al Senato.

Fabrizio Goria su Linkiesta:

I mercati finanziari, nel frattempo, sono sempre meno ottimisti. «Il baratro sarà realtà entro pochi giorni e poi si vedrà», diceva oggi una nota di Morgan Stanley. Una presa di coscienza verso quello uno scenario per ora difficile da prevedere. È facile, come spiega J.P. Morgan, che un accordo si trovi entro la fine del primo trimestre del 2013. In tempo utile, quindi, prima che si palesino gli effetti più devastanti dell’innalzamento delle imposte e l’arrivo dei tagli automatici alla spesa. Eppure, un rischio c’è. E quello di un ulteriore downgrade degli Stati Uniti. E si tratterebbe del secondo declassamento dopo quello di Standard & Poor’s avvenuto nell’agosto 2011, quando Washington perse il suo rating AAA.

L’America balla però su un altro burrone. Anzi, per la precisione, su un tetto. Si tratta del Debt ceiling, il tetto del debito. Nella notte scorsa il segretario del Tesoro Timothy Geithner ha comunicato al Congresso che il limite massimo del debito, già innalzato nel 2011, sarà superato nuovamente. Il 31 dicembre prossimo saranno sorpassati i 16.400 miliardi di dollari. E il Tesoro ha comunicato che è pronto il piano di contingenza per evitare il default americano. Ipotesi non troppo remota, come si è visto un anno e mezzo fa. Per la precisione, una volta che il Debt ceiling sarà infranto, il Tesoro avrà l’autorità per sospendere le emissioni di debito tramite due fondi specifici, il Civil service retirement and disability fund (Csrdf) e il Postal service retiree health benefits fund (Psrhbf). Nel caso particolare del Csrdf, il 31 dicembre dovrebbe esserci il pagamento di interessi per circa 16 miliardi di dollari verso il fondo stesso, che in genere sono reinvestiti. Il Tesoro potrebbe bloccarli per poter utilizzare quelle risorse per fare fronte ad altre voci di spesa più immediate. Allo stesso modo, Geithner ha specificato che potrebbe bloccare il reinvestimento quotidiano del Government securities investment fund (G Fund), che rientra nel Federal employees’ retirement system thrift savings plan. Il G Fund non è altro che il fondo monetario che utilizza i fondi pensionistici degli impiegati federali. Così facendo, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 156 miliardi di dollari a disposizione, l’intera somma del G Fund. Infine, la stessa misura potrebbe avvenire per l’Exchange stabilization fund, in modo da creare un cuscinetto di 23 miliardi di dollari.

In totale, se il Debt ceiling fosse superato, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 200 miliardi di dollari per sopravvivere in attesa di un altro accordo sul debito. Poco, specie considerando l’immensa macchina federale statunitense. Ancora meno considerando il Fiscal cliffCiò che accadrà oltreoceano da qui a capodanno ci riguarda molto da vicino. L’Unione Europea è il primo partner commerciale degli Stati Uniti per investimenti e volume di scambi (pari a circa un terzo del commercio globale).

Queste dinamiche d’oltreoceano ci riguardano molto da vicino. Se non corretti in tempo, il fiscal cliff e il debt ceiling causerebbero un effetto domino sulla già claudicante economia europea.
In questi mesi quello che davvero interessava l’Europa non era tanto il nome del prossimo presidente, quanto la risposta che l’America avrebbe dato al problema del baratro fiscale. Con l’Eurozona entrata in recessione per la seconda volta in tre anni, se questa risposta non arrivasse in tempo sarebbe un duro colpo per il Vecchio continente.

Lettera43 spiega quali sarebbero le conseguenze:

1) Il nodo degli investimenti, tra multinazionali e servizi finanziari
Gli Usa investono nel Vecchio continente cifre triple rispetto all’Asia. [...] In totale gli investimenti americani sono più del 40% del totale degli investimenti stranieri nell’Unione europea (dati Eurostat): circa 1.200 miliardi di euro. [...] Se l’America dovesse vivere l’ennesima crisi, il groviglio di interessi incrociati tra Usa e Ue potrebbe riservare amare sorprese.

2) Export: tremano Berlino, Parigi e Londra
L’Europa esporta negli Usa più di ciò che importa. Il segno meno nella bilancia commerciale Ue si è registrato solo nel 2007 e nel 2009: ovvero i due anni più neri della crisi statunitense. [...]
Le prime aziende che potrebbero essere colpite dalla contrazione americana sono quelle della meccanica e dei trasporti. Rappresentano il grosso della torta dell’export europeo negli Usa: una fetta del 40%, nutrita dai big tedeschi francesi e italiani e da una rete di competitive Piccole e medie imprese.
Poi c’è la chimica, pari al 16,5% del totale: si tratta soprattutto di fabbriche di gomma e plastica, e di fertilizzanti, detergenti e cosmetici. Infine, a fare le spese della nuova crisi c’è in generale tutta la manifattura.

3) Italia, rischi per Finmeccanica e Fiat e per l’agroalimentare
L’Italia è il 15esimo fornitore americano a livello globale. Nei primi tre mesi del 2012 il valore dell’export italiano verso gli Usa ha superato gli 8 mila milioni di dollari, con un aumento di 700 milioni sullo stesso periodo del 2011.
Stando ai dati della Italian trade commission del Dipartimento del Commercio americano, i settori di punta delle nostre esportazioni sono meccanica, moda e agroalimentare, con percentuali rispettivamente del 21,1 del 14,7, e del 10,3%.
Un calo delle vendite in Usa, potrebbe avere effetti sui colossi in affanno come Finmeccanica e Fiat, come sull’esercito dei piccoli e medi imprenditori.

Come tutti (gli esperti di questioni geopolitiche) sanno, l’economia cinese e quella americana sono complementari: l’apparato industriale sinico e quello finanziario di Wall Street si incastrano alla perfezione (benché le aziende USA, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, stiano adesso riportando la produzione in casa). Ma sia Pechino che Washington consumano molta energia. Troppa. Ed è qui che parte la competizione tra i due colossi, dove i colpi bassi non mancano. Le manovre intorno al boom petrolifero in Uganda ne sono un esempio.

Vi ricordate Kony?

In seguito alla campagna mediatica di Invisible Chidren – che peraltro non diceva tutta la verità sulla vicenda;  ecco la vera storia - molte forze sono state mobilitate contro Joseph Kony, leader del LRA, e qualche risultato in tal senso è pure stato ottenuto. Rimane però una domanda: ma se Kony era una spina nel fianco di Kampala da due decenni e mezzo, perché sia gli USA che Uganda hanno deciso di dargli la caccia solo pochi mesi fa?

Gli obiettivi nascosti della campagna sono spiegati in questo post di Davide Matteucci su Limes. In sintesi, alla base della campagna c’era la necessità degli USA di recuperare lo svantaggio nella competizione petrolifera con la Cina in Africa centrale. Sostenere il presidente ugandese Museveni nella caccia al nemico avrebbe garantiti alle Big Oil statunitensi un trattamento di favore in vista delle nuove concessioni estrattive. Anche lo stesso Museveni ne avrebbe beneficiato. Inoltre l’Uganda è un’importante attore locale nella lotta contro al-Shabaab in Somalia. Ecco ricostruito il quadro:

Le manovre interne di Museveni, la competizione per le risorse petrolifere, la crisi somala e le possibili ricadute di quella tra i due Sudan rappresentano quindi temi verosimilmente legati all’improvvisa accelerazione nella caccia a Kony. A essi va aggiunto l’avvicinarsi delle elezioni americane: la cattura del capo dei ribelli ugandesi sarebbe un importante successo per Obama. Seguendo questa lettura, c’è chi colloca la stessa iniziativa del video Kony2012, con tutte le sue numerose imprecisioni rispetto alle attuali dimensioni dell’Lra, all’interno di un disegno volto a nascondere obiettivi tutt’altro che umanitari dietro la necessità di fermare le atrocità commesse da Kony e dai suoi seguaci.

Nella visione strategica dell’America, l’Uganda ha un posto in prima fila. Sia per le riserve petrolifere che per la posizione chiave occupata da Kampala nel contesto regionale. Pensiamo al tour in Africa di Hillary Clinton nello scorso agosto: tra le altre cose, il segretario di Stato ha incontrato anche il presidente Museveni. La Clinton lo ha esortato a rafforzare l’avanzamento delle istituzioni democratiche onde garantire la stabilità del Paese (e dunque dei rapporti con gli USA) anche dopo le elezioni del 2016, benché il presidente abbia rimosso il limite del doppio mandato proprio per potersi ricandidare nuovamente. Tuttavia Washington sembra guardare verso un futuro post-Museveni.

Ha vinto la Cina

A quasi un anno dalla vicenda Kony, però, il piano degli USA per tenere lontana la Cina è fallito. L’Uganda intende seguire una politica di gestione del petrolio orientata allo sviluppo dell’economia locale, più che alle esportazioni. Tra le poche compagnie estere che beneficeranno dei diritti d’estrazione c’è la cinese CNOOC, a fronte di nessuna americana. L’Indro (dove si accenna anche all’ENI in modo tutt’altro che lusinghiero):

Durante il discorso il Presidente ha lanciato un duro monito alle multinazionali. Chi non si adegua con la politica nazionale petrolifera può abbandonare il mercato. Un attacco diretto è stato rivolto all’Italia e alla multinazionale ENI: “Il Governo ha preferito la multinazionale cinese CNOOC a quella italiana ENI non solo per motivi geopolitici. Sapete perché l’ENI è rimasta fuori?Sono venuti a trattare corrompendo il Primo Ministro Amana Mbabazi. Visto che odio la corruzione non ho concesso loro la licenza”. Trascurando l’ultima frase assai grottesca, in quanto Museveni fino al 2012 ha trasformato la corruzione in un metodo di gestione politica del potere, rimangono presso l’opinione pubblica ugandese forti sospetti di corruzione, smentiti  dalla multinazionale, ma riportate nel 2011 da vari media italiani. Secondo il Ministro ugandese degli interni la ragione principale dell’esclusione dell’ENI fu l’aver nascosto al Governo la compartecipazione della Libia di Gheddafi all’epoca in forti contrasti con l’Uganda. Prima della caduta del regime il leader libico possedeva il 2% delle azioni ENI e stava pianificando di aumentare la quota azionaria al 10%. Tale mossa finanziaria avrebbe permesso alla Libia di controllare indirettamente le risorse petrolifere ugandesi, vanificando gli sforzi del governo tesi a impedire la penetrazione economica libica in un settore di importanza strategica come il petrolio. L’attacco è stato diretto anche alla multinazionale Tullow sospettata di altrettanti atti di corruzione e la più acerrima oppositrice della costruzione di una raffineria. Nella tipica oratoria piena di buffe espressioni facciali, aneddoti, proverbi locali e scherzi, Museveni ha ricordato che l’Uganda deve sfruttare al meglio l’opportunità offerta dal petrolio visto che le riserve basteranno per solo 25 anni“Il petrolio non deve servire alla classe politica ugandese per gonfiare i salari ed abbandonarsi in spese stravaganti comprando whisky pregiato, profumi, vestiti di Armani e bambole gonfiabili. Deve servire per rafforzare l’agricoltura che non si esaurirà mai e l’Industria”, ha chiarito il Presidente facendo ironia sulla notizia recentemente pubblicata da alcuni giornali scandalistici riguardanti la particolare collezione privata di bambole gonfiabili sexy di un Ministro. Si prevede che la multinazionale Tullow possa ritirarsi dal mercato ugandese o sia costretta a farlo a causa del suo rifiuto riguardante la raffineria. Anche la Cinese CNOOC e la francese TOTAL non sono molto entusiaste di gestire il consumo regionale del greggio. Per prevenire eventuali difficoltà il Presidente Museveni sta aprendo il mercato alla Russia, ponendo le basi per importanti accordi durante la sua visita ufficiale a Mosca avvenuta il 11 dicembre scorso. Varie multinazionali russe si sono dimostrate interessate allo sfruttamento dei pozzi petroliferi e alla costruzione di una raffineria regionale in Uganda. Un mistero avvolge la quantità reale dei giacimenti petroliferi ugandesi. Dopo le stime ottimistiche degli anni duemila, ora la Tullow afferma che le riserve di 2,2 miliardi di barili in realtà sarebbero inferiori. Di parere contrario sono altre multinazionali tra cui russe che stimano le riserve ad oltre 3,4 miliardi di barili. Stima che potrebbe aumentare con le esplorazioni in atto sul Lago Alberto.

I contratti con le aziende estere erano già stati congelati un anno fa, sempre per ragioni legate a scandali per corruzione.

Le ragioni dell’Uganda sono comprensibili: due miliardi e mezzo di barili non spostano di una virgola gli equilibri del mercato petrolifero globale, ma sono per un piccolo Paese come l’Uganda rappresentano un vero e proprio tesoro. Meglio tenere il greggio in casa piuttosto che venderlo ad altri. Ma l’Uganda rivestirebbe una grande importanza anche come Paese di transito per il greggio estratto nel Sud Sudan e nel Nordest del Congo. Da qui le attenzioni di USA e Cina verso Kampala. E a un migliaio di chilometri a sudest c’è il Mozambico, dove Pechino si è già mossa in seguito alla scoperta di un grande giacimento di gas nell’Oceano Indiano (20 miliardi di m3) da parte dell’ENI. Oggi l’Africa orientale, dopo l’Artico, è considerata la nuova frontiera dell’energia globale. Una partita che Cina e America puntano entrambe a vincere. Il primo match sul neutro di Kampala lo ha già vinto Pechino. Evidentemente, a Washington, la “presenza” in campo di Kony non è bastata.

Un pool di analisti indipendenti è giunto alla conclusione che l’assalto al consolato americano di Bengasi nel quale ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens è stato reso possibile da una sistematica disorganizzazione e da condizioni di sicurezza totalmente inadeguate. Qui il rapporto completo. La sintesi de Il Post:

Nel proprio rapporto, la commissione ricorda che ben prima degli attacchi erano state inviate dall’ambasciata di Tripoli richieste al Dipartimento di Stato per aumentare le misure di sicurezza nel paese. L’intelligence è inoltre accusata di essersi dedicata all’analisi di singoli pericoli per i funzionari statunitensi in Libia senza tenere in considerazione un quadro più generale, dal quale emergeva con una certa evidenza il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Il rapporto cita come esempio diversi episodi avvenuti a Bengasi mesi prima dell’11 settembre come il crescente numero di omicidi, un attacco a un convoglio britannico e l’esplosione di un ordigno all’esterno di uno dei palazzi della missione diplomatica statunitense in Libia. Nei risultati dell’indagine ci sono anche critiche evidenti contro due uffici del Dipartimento, incaricati della sicurezza dei diplomatici statunitensi (“Diplomatic Security”) e dei rapporti con il vicino Oriente (“Near Eastern Affairs”), accusati di non essersi coordinati a sufficienza. Diversi funzionari sono stati anche accusati di avere svolto con scarsa efficacia le mansioni che erano state loro assegnate. Nella versione resa pubblica dell’indagine non ci sono comunque riferimenti a persone specifiche.

Chi ha negato aiuto?

Già qualche settimana fa Fox News ha rivelato che, durante l’assalto, gli uomini della CIA a Bengasi avevano chiesto rinforzi, ma qualcuno li ha negati. Secondo alcune voci, il presidente Obama avrebbe addirittura osservato l’attacco in tempo reale tramite le riprese dei droni dall’alto.

Nelle settimane seguenti, Limes ha rivelato che almeno una dozzina di velivoli da combattimento ha attraversato l’oceano nei giorni successivi all’assalto di Bengasi in direzione delle basi in Sicilia e a Creta. Gli Stati Uniti si tengono pronti per un attacco in Libia, ma l’operazione comporta rischi per almeno quattro motivi: non sa ancora bene chi colpire; c’è il rischio di alienarsi l’appoggio della Libia; manca una copertura legale per l’operazione; si potrebbe lasciare ai libici l’onere di occuparsi delle minacce libiche.

L’indagine indipendente commissionata dal Dipartimento di Stato ha già fatto cadere alcune teste. In seguito alla diffusione del rapporto, il responsabile della sicurezza per il corpo diplomatico del Dipartimento di stato americano, Eric Boswell, ha rassegnato le proprie dimissioni con effetto immediato. Secondo AP, si sono anche dimessi anche altri due funzionari del Dipartimento.

Il caso Petraeus

Inutile ricordare che le dimissioni più illustri sono state quelle del generale David Petraeus. Ufficialmente, l’uscita di scena di Petraeus è stata la conseguenza di un’indagine dell’FBI che voleva verificare una presunta violazione della sua casella email: sono state trovate così le missive con la sua biografa Paula Broadwell. Un terremoto partito dalle mail minatorie che la sua amante inviava a un’altra donna, percepita come una minaccia per la sua relazione. Il fatto è che i primi sospetti di una relazione con la Broadwell erano emersi già qualche mese fa; eppure il caso è scoppiato solo a novembre. Petraeus (qui la sua biografia mediatica) era un perfetto capro espiatorio nella vicenda dell’attacco dei jihadisti al consolato di Bengasi, utilizzando la giustificazione del tradimento coniugale tenuta a lungo nel cassetto. All’interno dell’agenzia si era fatto molti nemici, tutti avevano notato la sua assenza ai funerali di Stevens. Nella sua testimonianza, il generale ha puntato il dito sui vertici delle altre agenzie di intelligence federali, accusandole di aver modificato il primo rapporto CIA sui fatti di Bengasi in cui già si parlava di attacco terroristico.

Armi libiche verso la Siria

In realtà, c’è un motivo per cui tutti i rapporti che sull’affaire Bengasi sono così confusi. Oggi si sa che nella sede diplomatica agiva sotto copertura un nutrito staff della CIA, cui appartenevano ben 23 dei trenta funzionari in servizio presso il consolato (ammesso che fosse davvero un consolato). Gli altri erano in forza al Dipartimento di Stato. La missione, iniziata già poco dopo lo scoppio della rivolta nel febbraio 2011, aveva l’obiettivo di svolgere operazioni di antiterrorismo, oltre che di mettere in sicurezza gli armamenti pesanti rimasti (in)custoditi negli arsenali gheddafiani per evitare che cadessero nelle mani di jihadisti infiltratisi tra ribelli. Tuttavia quelle armi non sarebbero rimaste inutilizzate, poiché ci sono anche prove che i funzionari USA – in particolare, proprio l’ambasciatore Stevens – fossero a conoscenza dei flussi di armi pesanti dalla Libia ai ribelli siriani.

Ad esempio, si pensa ci sia qualche legame tra l’attentato di Bengasi e una nave libica con un carico di missili antiaerei SA-7-da 400 tonnellate, ancorata nel sud della Turchia, pronta per essere spedita ai ribelli siriani. L’uomo che ha organizzato la spedizione sarebbe Abdelhakim Belhadj, già noto alle cronache e collaboratore di Stevens durante la rivoluzione. Secondo Fox News, l’ultima riunione di Stevens prima di morire è stata con il console turco Ali Sait Akin per negoziare il trasferimento di tale carico. Poiché i funzionari intorno a Stevens erano quasi tutti agenti della CIA, l’agenzia di spionaggio era certamente a conoscenza del traffico di armi made in USA verso la Siria. E oggi si sa che i ribelli in lotta contro Assad sono composti in realtà al 95% da combattenti stranieri, anche qui con folte schiere di jihadisti al seguito (quiquiquiquiquiquiquiquiqui e qui), benché la presenza di al-Qa’ida sia ancora limitata (qui, qui e qui).

 

Molti hanno ipotizzato che la mancanza di misure di sicurezza adeguate fosse dovuta alla necessità per la CIA di mantenere un profilo basso, al fine di proteggere la propria copertura. I fatti hanno poi dimostrato come queste precauzioni sarebbero state necessarie tanto per l’ambasciatore Stevens quanto per la copertura stessa.

Sono le prime ore di mercoledì 7 novembre. Al McCormick Center di Chicago, Barack Obama ha appena finito di pronunciare il discorso della vittoria. Nel backstage, il presidente riceve l’abbraccio di Family and Friends, il gruppo di parenti e amici di una vita che è sempre intorno a lui nelle grandi occasioni della sua carriera. Tra i presenti, si staglia l’enorme figura di Allison Davis, l’avvocato dei diritti civili che molti anni fa accolse nella sua Law Firm il giovane Obama, fresco di laurea a Harvard. Il presidente lo indica agli altri: «Questo è l’uomo che mi ha assunto». Poi si abbracciano. «You made it», ce l’hai fatta, dice Davis. Obama lo guarda negli occhi, gli prende la mano stringendola forte e ribatte: «Allison, I don’t lose», io non perdo. Fa una pausa, poi ripete: «I don’t lose». Barack Obama è molto competitivo.
Paolo Valentino, «Io non perdo» Così Barack ai suoi amici, Corriere della Sera, 09/11/2012

Obama ce l’ha fatta. Sondaggisti e statistici (quelli seri, almeno), lo avevano previsto, ma lo psicodramma della rielezione (ce la farà? Non ce la farà?), su cui gli analisti di tutto il mondo si sono scervellati per due anni – dalla débacle delle elezioni di midterm del 2010 -, ha avuto il lieto fine solo nella notte di martedì 6 novembre. E’ il verdetto che esce da una tra le più drammatiche e combattute elezioni della storia recente degli Stati Uniti, in cui non sono mancate le accuse di frode e le minacce di strascichi giudiziari.
Il voto popolare mostra però un’America divisa esattamente in due: donne, giovani, afroamericani, ispanici sono tornati a votare il presidente democratico come quattro anni fa, ma rispetto ad allora la coalizione di gruppi che ne avevano decretato il trionfo ha perso molti pezzi. Tradotto in termini di voti, se il Senato resta sotto il controllo dei democratici, la Camera vede un rafforzamento della maggioranza dei repubblicani. Il che lascia a molti il dubbio se queste elezioni le abbia davvero vinte Obama o piuttosto le abbia perse Romney. E’ dunque probabile che i prossimi mesi presenteranno lo stesso panorama di divisioni e lotte che ha segnato questa campagna.
Una somma delle opinioni a caldo sulla conferma di Obama si trova su Internazionale Presseurop. Facciamo però un passo indietro e proviamo ad indagare sulle radici di questo risultato.

Di fatto, Obama resta alla guida di due nazioni ben distinte: l’America rurale bianca, profondamente conservatrice se non reazionaria, e quella urbana e cosmopolita che si è schierata con il presidente uscente. Che non è più lo stesso di quattro anni fa: nel 2008 Obama seppe comunque conquistare il cuore e la mente di tanti americani con il suo messaggio di cambiamento e di speranza, la bravura della sua squadra elettorale, le sue capacità oratorie, la sua immagine bella e vincente. Quattro anni dopo ha vinto un altro Obama: un presidente prudente e centrista, che ha dovuto gestire la peggiore crisi dal ’29 e che anche per questo, con la sola eccezione importante della riforma sanitaria, a dispetto delle attese non è stato artefice di nessuna rivoluzione.

Limes traccia un’anatomia della vittoria di Obama: il presidente ha vinto con un margine di voti minore rispetto a quattro anni fa, ma ha prevalso in tutti i battleground States: Colorado, Iowa, New Hampshire, Virginia, Wisconsin, Ohio e Massachussets – di cui Romney era stato governatore. Tuttavia il risultato non giustifica trionfalismi: al di là delle divisioni nel Congresso – preludio di un nuovo muro contro muro coi repubblicani a due mesi dalfiscal cliff -, la spaccatura è anche socioeconomica: avendo votato per Obama soprattutto i poveri e le minoranze, mentre Romney è stato preferito dalle fasce di reddito più alte e l’elettorato bianco. In generale, la chiave del successo di Obama sta nell’aver rimodulato il suo messaggio politico rispetto al trionfo del 2008: se la prima campagna faceva appello soprattutto alle emozioni, questa ha puntato in primo luogo sulle ragioni. E ha fatto centro.

Il risultato di queste elezioni era probabilmente inscritto nella mappa demografica del Paese: i repubblicani hanno ancora una volta fatto presa sugli uomo bianchi eterosessuali (il gruppo demografico che ha governato il paese dall’inizio); ma dall’altra parte, la maggiore partecipazione di nuovi gruppi etnici (ispanici) e sociali (gay, donne), insieme a giovani e afroamericani, prefigura la potenzialità di una maggioranza democratica stabile, una volta che essa sia sollecitata da opportune politiche e messaggi che vertono sui temi sociali. Non è infatti un mistero che Obama abbia riconquistato la Casa Bianca in virtù dell’attenzione mostrata per i diritti civili. Nello stesso tempo, con l’affermarsi di un movimento “da sinistra”  al suo interno, il Partito Democratico non è più il partito della mediazione, come era stato fin dai tempi di Lyndon Johnson.
Si segnalano comunque episodi di razzismo dopo la rielezione, a testimonianza del pericolo di polarizzazione nel mutato tessuto sociale americano.

Conclusa la sbornia elettorale, è già tempo di rimettersi al lavoro. E Obama ne ha molto. Foreign Policy individua i 14 temi principali che il rieletto presidente dovrà affrontare nel suo secondo mandato: dai cambiamenti climatici alla Cina, dal nucleare all’Africa, il settimanale ha sentito l’opinione di alcuni esperti.
In primo luogo ci sono i conti pubblici: il fiscal cliff vale 600 miliardi di dollari, fatti di aumenti fiscali e taglio di agevolazioni che scatteraanno automaticamente il 1 gennaio 2013 senza un accordo bipartisan; un termine che potrebbe far naufragare i suoi sforzi per risollevare l’economia e contenere un debito pubblico da 16.235 miliardi di dollari. Sempre spinoso il nodo del lavoro: Obama è il primo presidente Usa rieletto con un tasso di disoccupazione quasi all’8%.
In politica estera, il primo banco di prova è il Medio Oriente. Dove la crisi siriana, le trattative (segrete?) sul nucleare iraniano e i rapporti sempre più tesi con Israele (Netanyahu tifava per Romney) dipingono un quadro sempre più ingarbugliato per il presidente. Neppure la Cina non è contenta: la conferma di Obama significa stabilità, ma come ha sintetizzato il China daily «ha avanzato più critiche contro la Cina Obama in quattro anni che George W. Bush in due mandati».
C’è poi il tema dell’ambiente, trascurato da entrambi i candidati in campagna elettorale (nonostante i disastri del 2011 e la siccità dei mesi scorsi) ma tornato prepotentemente di scena dopo il devastante passaggio dell’uragano Sandy, che qualcuno considera la prova tangibile dei cambiamenti climatici in atto.
Sullo sfondo c’è sempre lo scenario di una guerra permanente contro il terrorismo, che nel Nord del Mali potrebbe vedere il suo prossimo palcoscenico.

Se dunque il meglio per l’America deve ancora venire, dall’altra parte le sfide che attendono il presidente sono tante e complicate. Buona fortuna, Barack. Ne avrai davvero bisogno.

L’11 settembre 2012 non è stato soltanto l’undicesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle. In quello stesso giorno, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato (568 sì, 34 no e 77 astenutii), una mozione a firma dell’europarlamentare Heléne Fautre contro qualsiasi operazione di extraordinary rendition da parte della CIA sul suolo europeo. Con questa espressione si intende la cattura, deportazione, detenzione clandestina nei confronti di soggetti sospettati di terrorismo. Di conseguenza, spiega Equilibri:

Il Parlamento europeo, a seguito del passaggio della mozione stessa, ha chiesto ufficialmente che gli esecutivi di molti Stati europei, tra i quali figurano non solo paesi dell’est europeo, quali Romania, Polonia, Lituania, dove si sospetta la presenza di carceri segrete, ma anche Svezia, Inghilterra, Germania, per citarne solo alcuni, diano disposizioni precise al fine di svelare le coperture europee avvenute in passato. Non solo, attraverso indagini approfondite ed inchieste, far emergere il ruolo o rapporto partecipativo di ciascuno stato con la CIA, sia esso di natura passivo o attivo.

L’Europa quale ruolo gioca ed ha giocato nella vicenda? In che modo ha favorito le azioni della Central Intelligence Agency? La Cia ha operato in Europa grazie al consenso della quasi totalità degli stati membri dell’Unione. La partecipazione di questi ultimi differisce chiaramente da Stato a Stato a seconda del grado di collaborazione e del ruolo ricoperto nei rapimenti sia esso  attivo o passivo.

Le extraordinary renditions sono una pratica consueta nel modus operandi dell’America post-11 settembre, ripetutamente messa in atto dai servizi segreti statunitensi - in particolare, dalla CIA - , con la motivazione della lotta al terrorismo. L’amministrazione Bush ne ha fatto un largo (ab)uso per sottrarre gli individui ritenuti ostili alle garanzie del due process of law (ossia, un “giusto” processo secondo le regole del diritto processuale), giudicate lente e macchinose (oltreché politicamente scorrette) per l’attività di contrasto condotta dai servizi segreti.
Tra le vittime delle detenzioni illegali c’è anche il “celebre” Abdel Hakim Belhaj, comandante dell’Esercito di liberazione libico. La sua vicenda è sintetizzata su Globalist, dove si racconta di come negli anni la CIA abbia dato centinaia di dissidenti in pasto a Gheddafi:

Sulla base di documenti resi pubblici da Human Rights Watch, dal 2002 al 2007 Gheddafi è stato protetto e finanziato da Washington e Londra perché visto come baluardo della laicità nel mondo islamico. Moussa Koussa, un alto funzionario del regime libico, che ha avuto anche un ruolo di primo piano nella strage di Lockerbie, ha dichiarato alla Bbc che la collaborazione tra Usa, Regno Unito e Libia era così forte che «per anni Inghilterra e America hanno consegnato centinaia di dissidenti libici a Gheddafi, molti dei quali scomparsi nel nulla.

Anche nell’Europa culla dei diritti umani, e recentemente fregiata del Premio Nobel per la Pace, dal 2001 in poi le detenzioni illegali sono state tutt’altro che infrequenti. Basi aeree europee e numerose carceri segrete possedute dalla CIA nel Vecchio Continente (soprattutto dell’Europa dell’Est) sono state impiegate per lo spostamento dei prigionieri – come ammesso dallo stesso presidente Bush. L’opinione pubblica europea ha pesantemente disapprovato tali operazioni, ma ciò non è bastato ad arrestarle del tutto.

[UPDATE: un lettore segnala il lavoro svolto dalla Commisione del Parlamento europeo nel 2006  e il rapporto presentato dal relatore Claudio Fava (http://www.europarl.europa.eu/comparl/tempcom/tdip/default_en.htm) sul tema]

In Italia spicca il rapimento di Abu Omar, compiuto da 26 uomini della CIA nel febbraio 2003 con l’apparente complicità di diversi uomini del SISMI, l’allora agenzia di intelligence militare nazionale.
Il Regno Unito ha ammesso il proprio coinvolgimento già nel 2008 e nel 2009. FrontiereNews pubblica un’inchiesta dove si parla di come anche il governo britannico abbia maltrattato, torturato e consegnato alla CIA i propri cittadini sospettati di legami col terrorismo:

Si tratta di un meccanismo segreto e davvero ben strutturato, grazie al quale la CIA (al vertice di questa struttura) è riuscita a crearsi una rete di torture e illegalità coadiuvata dagli altri paesi membri, come Francia e UK. D’altra parte la gran Bretagna non poté rischiare il conflitto diplomatico, e si trovò così costretta ad accettare nel dettaglio il piano elaborato dalla CIA nella persona di Black e di pochi altri ufficiali. Bush firmò e l’accordo con le forze alleate fu cosa fatta. Ampio riscontro di tutto questo si trova nel fatto che più di un testimone racconta che le torture e gli abusi non avvenivano solo da parte di soldati americani, ma anche da parte di ufficiali inglesi.
E sarebbe stato tuttavia impossibile per il governo britannico, dopo la firma di questi trattati, negare un proprio coinvolgimento (diretto o no) in questa sporca vicenda: furono messe a disposizione tutti gli aiuti logistici possibili, e così agli USA fu concesso di usare basi di sua Maestà, oltre che l’interno pacchetto di Intelligence.

E proprio pochi giorni fa Babar Ahmad, Talha Ahsan, Adel Abdul Bary (cittadino egiziano), Abu Hamza e Khaled al-Fawwaz (cittadino saudita), detenuti per anni nelle prigioni inglesi, sono stati estradati negli Stati Uniti nel giro di poche ore dopo che l’Alta Corte aveva respinto il loro ultimo appello al provvedimento.

Si hanno inoltre, per citare solo alcuni casi più famosi, quello dei sei algerini sequestrati in Bosnia nel 2001 (detenuti a Guantanamo per sette anni e infine liberati da Obama nel 2009), e del tedesco-libanese Khalid al-Masri (avvenuto il 31 dicembre 2003, ai confini tra la Serbia e la Macedonia). La battaglia personale – e mediatica – di quest’ultimo contro l’estradizione negli Stati Uniti ha sollevato molti interrogativi sull’altra faccia della “giustizia” nelle democrazie occidentali, nonché sulla necessità di ritrovare, il prima possibile, un punto di equilibrio tra le esigenze dettate dalla sicurezza e le garanzie che uno Stato di diritto deve offrire a tutti, cittadini e non.

A questo punto torniamo al principio. Quali conseguenze avrà questo provvedimento, sia in merito alla reiterazione di queste pratiche illegali che sull’equilibrio (asimmetrico) dei rapporti tra Europa e USA? L’analisi di Equilibri conclude:

Questa “chance” europea si presenta tuttavia come un percorso ancora tutto da percorrere e piuttosto in salita. Amnesty International, nello specifico, ha infatti denunciato come fino ad oggi nessuno stato membro dell’Unione europea abbia ancora rispettato l’obbligo legale di svolgere indagini approfondite ed efficaci sul ruolo avuto nei programmi della Cia. Va da sé che un possibile grande risultato dell’UE non potrà essere tale se i membri  costituenti fanno di tutto per negare l’evidenza. Non solo, la poca risonanza di questa notizia da parte dei media, e in particolare di quelli italiani, fa dubitare dell’interesse dei governi d’Europa a tradurre nella pratica l’importantissimo voto espresso dal Parlamento europeo il giorno 11 settembre, il quale dovrebbe divenire una data storica ma che difficilmente sarà ricordata.

E’ una noia dover parlare del secondo dibattito tra Obama e Romney ma a meno di venti giorni dal voto certi eventi non possono essere ignorati.
Per una sintesi del confronto in dieci punti si veda qui. Dicono tutti che l’ha spuntata Obama, ma non è questo che conta. Gli spunti di riflessione sono altri.

Primo. I due candidati si sono avvicendati in un botta e risposta mirante non tanto a delineare le strategie future, quanto a respingere e contrattaccare le accuse di fallimento e ambiguità reciprocamente rivolte. A farne le spese, però, è stato il merito delle questioni. Le schermaglie mettono in secondo piano il fatto che a tre settimane dal voto i programmi di entrambi i candidati restano vacui e fumosi.

Secondo. La grande assente dalla campagna presidenziale USA 2012 è la politica estera. A parte l’attentato di Bengasi, fulmine a ciel sereno dell’ultim’ora, nessuno dei candidati pare interessato a ciò che succede fuori dai confini statunitensi. Da parte di Obama c’era da aspettarselo: nella campagna elettorale del 2008 si è concentrato quasi esclusivamente sulle questioni interne, mentre nel suo quadriennio ha gestito la politica estera americana alla stregua di un curatore fallimentare, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Romney, da parte sua, ha fatto ancora meno: si è limitato a rivolgere accuse allo sfidante Obama già trite e ritrite, proposte per il futuro modeste (che ricalcano manifestamente l’approccio dell’attuale amministrazione) e un rilancio poco entusiasta dei temi della Freedom Agenda di George W. Bush, peraltro mai citata per nome.
A proposito di Bush: il fantasma del presidente si è materializzato al 43esimo minuto del dibattito. Ecco come.

Terzo. In America esiste ancora il giornalismo indipendente: durante la sfida Romney ha affermato il falso dichiarando che Obama ha ammesso che l’attentato di Bengasi si trattava di un atto terroristico solo dopo due settimane dai fatti. Tutto falso. Al punto che la moderatrice, Candy Crowley della Cnn, è intervenuta per smentirlo:  Obama “Lo ha detto nel giro di 24 ore”. In America le regole del gioco sono queste. Dov’è la notizia? Provate ad immaginare una scena del genere in Italia (abituati come siamo allo pseudogiornalismo servile e interessato) e capirete quante cose abbiamo ancora da imparare. Provate…

Secondo Washington’s Blog, gli USA vogliono che il Giappone provveda al riavvio dei reattori reattori nucleari il più presto possibile. Si parte da due premesse:

1) I reattori nucleari di seconda generazione dello stesso modello di Fukushima – quelli ad acqua leggera, in gran parte realizzati dall’americana General Electric - furono scelti e diffusi non per ragioni legate alla loro sicurezza, bensì perché ritenuti i più idonei allo sviluppo di tecnologie militari. Segnatamente, perché potevano essere alloggiati su sottomarini nucleari.
Iruolo degli Stati Uniti nello sviluppo dell’industria nucleare in Giappone è testimoniato proprio dall’alto numero di questi reattori nella Terra del Sol levante. Ruolo che si è spinto fino ali aiuti – più o meno segreti – affinché Tokyo potesse sviluppare un proprio programma nucleare negli anni Ottanta.

2) Dopo il disastro di Fukushima, nel tentativo di proteggere le proprie industrie nucleari anziché i cittadini, Giappone, Stati Uniti e Unione Europea hanno alzato l’asticella del livello di radiazione ritenuto “accettabile”. Risultato? Le autorità americane e canadesi hanno praticamente smesso il monitoraggio quotidiano della radioattività perché considerata di livello “troppo basso”. Per sostenere l’economia di Tokyo, anche la Food & Drug Administration ha smesso di verificare i livelli di radioattività nel pesce importato dal Giappone.

Chiariti questi punti, eccoci al nodo della questione: il quotidiano giapponese Nikkei riporta che il presidente Obama e il Segretario di Stato Clinton hanno fatto pressione sul governo di Tokyo per una pronta ripresa del programma nucleare:

il governo degli Stati Uniti sta fortemente esortando [il governo giapponese] a riconsiderare la sua politica delle ” zero bombe nel 2030″, che era parte della strategia energetica e ambientale dell’amministrazione Noda, come “il presidente Obama desidera” .

L’8 settembre, il primo ministro Yoshihiko Noda ha incontrato il Segretario di Stato americano Clinton durante la riunione dell’APEC a Vladivostok in Russia. Anche in questo caso, rappresentando il presidente degli Stati Uniti, il Segretario Clinton ha espresso preoccupazione. Pur evitando di criticare palesemente la politica dell’amministrazione di Noda, [la Clinton] ha ulteriormente fatto pressione sottolineando che erano il presidente Obama e il Congresso degli Stati Uniti ad essere preoccupati.

L’amministrazione Noda ha inviato per una missione urgente negli Stati Uniti i suoi funzionari, compreso il Consigliere Speciale del Primo Ministro, Akihisa Nagashima, per discutere la questione direttamente con gli alti funzionari della Casa Bianca, frustrati dalla risposta giapponese.

(Secondo l’ex vice ministro dell’Energia Martin), il governo degli Stati Uniti ritiene che “La strategia energetica degli Stati Uniti subirà probabilmente un danno diretto” a causa del cambiamento della politica del Giappone verso la fine dell’energia nucleare. Ciò perché la politica nucleare giapponese è strettamente legata anche alle politiche di non proliferazione nucleare e ambientale finalizzate alla prevenzione del riscaldamento globale sotto l’amministrazione Obama.

Nell’accordo per l’energia atomica in vigore dal 1988, il Giappone e gli Stati Uniti hanno deciso in una dichiarazione generale che, fino a quando avviene nell’impianto di riprocessamento di Rokkasho, il ritrattamento del combustibile nucleare è consentito senza il preventivo consenso degli Stati Uniti. Il ruolo più importante del Giappone [nel contratto] è quello di garantire l’uso pacifico del plutonio senza possedere armi nucleari.
L’attuale accordo Giappone-USA in materia scadrà nel 2018, e il governo avrà bisogno di avviare delle preliminari, informali discussioni con gli Stati Uniti … già nel prossimo anno. C’è un pò di tempo prima della scadenza del contratto, ma se il Giappone lascia la sua politica nucleare in termini vaghi, gli Stati Uniti possono opporsi al rinnovo del permesso di ritrattamento del combustibile nucleare. Alcuni (nel governo giapponese) dicono: “Non siamo più sicuri di cosa accadrà al rinnovo del contratto”.

PS: riguardo a Fukushima, la Tepco ha ammesso che la centrale aveva già dei problemi prima che il maremoto la travolgesse…

La Guerra Fredda c’è ancora. La differenza è che oggi gli attori sono tre: a Stati Uniti e Russia si è aggiunta la Cina. E figura simbolo del conflitto a bassa intensità tra le grandi superpotenze non possono che essere loro: le spie.

Solo nell’ultimo anno i casi di spionaggio si sono moltiplicati. L’ultimo è di pochi giorni fa, in Texas, dove undici persone sono state accusate di spionaggio dopo il blitz che l’FBI ha condotto nei locali di una presunta società di copertura. Otto di loro sono state arrestate; le altre tre sono riuscite a fuggire e a rifugiarsi in Russia. L’accusa è quella di aver procurato tecnologia sensibile microelettronica al loro Paese. Alcuni investigatori di controspionaggio degli Stati Uniti sostengono che lo scopo sarebbe stato quello di utilizzare, per molteplici impieghi, gli hardware elettronici creati dalle imprese americane. Mosca, come da copione, nega le accuse.
E i russi non sono gli unici a frequentare gli ambienti americani nel tentativo di carpirne segreti, progetti e informazioni sensibili. Anche iraniani e cinesi sono presenti nel numero non ben definito di agenti stranieri che si nascondono tra le migliaia di normalissimi studenti americani nelle facoltà di scienze, tecnologie e ingegneria degli Stati Uniti.

In agosto Bryan Underwood, un diplomatico americano che aveva lavorato presso il consolato degli Stati Uniti nella città di Guangzhou tra il 2009 e il 2011, ha confessato di aver cercato di vendere informazioni segrete al governo cinese. Ma già nel novembre 2011 gli americani accusarono Mosca e Pechino di rubare i loro segreti industrialisecondo uno studio intitolato “Foreign spies stealing Us economic secrets in cyberspace” presentato al Congresso:

Il report cita solo Cina e Russia, pur sostenendo che siano decine i servizi di intelligence, le aziende, le istituzioni accademiche e i privati cittadini che spiano i segreti americani sul web. “I cinesi sono i più attivi e accaniti autori di spionaggio economico”, secondo lo studio americano.
Ma anche la Russia rappresenta una temibile minaccia: “I servizi di intelligence russi stanno conducendo una serie di attività per raccogliere informazioni industriali e tecnologiche da obiettivi selezionati negli Stati Uniti”, si legge nel report.
Lo studio americano ammette la difficoltà di capire chi veramente si celi dietro un cyber-attacco. Diverse aziende Usa hanno riferito di intrusioni nelle loro reti informatiche che hanno avuto origine in Cina, ma l’intelligence non riesce a risalire sempre ai diretti responsabili. Tuttavia, “Quando un attacco è molto sofisticato, noi presumiamo sempre che ci sia il coinvolgimento di un governo o di un servizio di spionaggio estero”, ha detto Bryant.
La National science foundation rivela che il governo, le università e le imprese americane hanno speso in ricerca e sviluppo 398 miliardi di dollari nel 2008. Ma non è possibile definire quanto di questo patrimonio sia rubato dalle cyber-spie. Per questo Bryant ha definito il cyber-spionaggio una “minaccia silenziosa per la nostra economia con risultati enormi: segreti commerciali sviluppati dopo migliaia di ore di lavoro dalle nostre menti più brillanti sono rubati e trasferiti alla concorrenza nel giro di secondi”.

Le spie cinesi sono operative anche nella Russia di Putin. In luglio Svyatoslav Bobyshev e Yevgeny Afanasyev, due professori universitari che nel complesso militare-affiliato all’Università Statale Baltic Tecnologica a San Pietroburgo, sono stati condannati a 12 anni e mezzo di reclusione con l’accusa di aver fornito le specifiche di lancio dei Bulava subacquei.
Anche qui, non si tratta del primo episodio. Nell’ottobre dello scorso anno, a una settimana esatta dalla visita a Pechino di Putin, il Servizio per la sicurezza statale (FSB, l’ex KGB) annunciò di aver catturato in flagrante una spia cinese mentre stava cercando di acquistare della documentazione top secret sulle tecnologie di produzione dei sistemi missilistici terra-aria S-300. In realtà l’arresto era avvenuto un anno prima, ma venne reso noto solo in prossimità dell’incontro tra l’allora primo ministro russo e Hu Jintao, incentrato sulla questione delle esportazioni di gas verso la Cina.

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