Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere

USA vs Russia, la guerra silenziosa delle sanzioni

Parlando del processo di annessione della Crimea alla Russia, salta all’occhio lo stridente contrasto tra le opposte condotte dei due più alti attori in causa: all’attivismo di Putin si è infatti contrapposto la titubanza di Obama. In realtà, l’immobilismo della Casa Bianca di fronte alle rapide mosse del Cremlino e solo un mito.

Il primo passo è stato la cancellazione del G8 previsto a Sochi (al suo posto si terrà una riunione del G7 a Bruxelles), decisione a cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato: “Mosca “non e’ aggrappata al formato G8 perché tutti i principali problemi possono essere discussi in altre sedi internazionali, come il G20″. Dopo tutto, il summit degli 8 grandi non è che un consesso informale, dal quale non si può essere espulsi ma al massimo “non invitati”. Ma è solo l’inizio. Se i russi hanno fatto più “rumore” con lo schieramento di armi e soldati sul campo, l’Occidente si prepara a colpire in modo silente: attraverso la finanza.

Nella conferenza stampa finale all’Aia, dopo la due giorni del Forum sulla sicurezza nucleare, il Presidente USA Obama ha affermato di non temere Mosca, sempre più “isolata internazionalmente”. “Ho più paura di una bomba nucleare che colpisce Manhattan che della Russia”, ha detto Obama; che però ha avvertito: “Se la Russia non si ferma dopo l’annessione della Crimea, ci saranno nuove misure contro Mosca, con sanzioni settoriali che potrebbero colpire l’energia, la finanza e il commercio“. Nella giornata di martedì, 25 marzo, il Senato americano ha approvato con 78 voti a favore e 17 contrari una proposta di legge che prevede sanzioni contro la Russia e aiuti economici all’Ucraina. Molti repubblicani si erano opposti perché nella proposta era presente anche la riforma del Fondo monetario internazionale, che secondo l’amministrazione Obama dovrebbe servire anche a Kiev per ottenere più fondi, ma che tuttavia che non era contenuta nella proposta di legge già approvata dalla Camera.

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In Tagikistan trionfa lo status quo

Emomali Rahmon è stato rieletto presidente del Tagikistan per la quarta volta. Secondo la Commissione elettorale centrale, il capo di Stato ha ottenuto l’84% dei suffragi, in una consultazione dove i votanti sono stati l’87% degli aventi diritto. Come per la maggior parte delle precedenti consultazioni elettorali dell’area post-sovietica, l’Osce ha definito le presidenziali tagike “non libere e trasparenti” in quanto caratterizzate da episodi di voto multiplo e irregolarità.

Il Tagikistan, ex repubblica sovietica incastonata in Asia centrale e divisa dalle catene montuose dell’Alai e del Pamir, che per lunghi periodi dell’anno fungono da naturale confine interno, è un Paese affetto da un endemico sottosviluppo: il suo pil pro capite è tra i più bassi al mondo e la sua unica risorsa (oltre alla scarsa attività agricola, visto solo il 7% della superficie è coltivabile, e alla pastorizia), è quella del narcotraffico. Il territorio impervio, la povertà e la debole legislazione hanno infatti reso Dushanbe un avamposto strategico del narcotraffico dei traffici illeciti da e verso l’Afghanistan, con il quale i tagiki condividono un confine di 1.200 chilometri.

A ciò si aggiunga che il Paese è retto da un regime palesemente corrotto ed inefficiente, attraversato da tensioni etniche sempre sul punto di sfociare in una guerra civile, alle prese con relazioni problematiche con i vicini, in particolare con l’Uzbekistan.

In realtà, esattamente come nel vicino Kazakistan, nessuno si cura delle lacune democratiche del regime tagiko, visto che in gioco c’è molto di più. Finora la progressiva instabilità del Tagikistan e del vicino Kirghizistan hanno suscitato l’interesse dell’Occidente solo perché Stati Uniti e Nato hanno basi logistiche nel Paese e la zona è via di passaggio per raggiungere le forze in Afghanistan. La questione afgana e la lotta al terrorismo, costantemente all’ordine del giorno presso le cancellerie occidentali, hanno sempre fatto chiudere un occhio sulle contraddizioni tagike, concedendo così a Rahmon l’opportunità di stabilizzare il proprio potere. Ora che la missione ISAF sta per concludersi, americani, russi e cinesi si contendono i favori di Dushanbe per garantirsi un posto al sole in Asia centrale. Secondo Limes:

Nello scacchiere geopolitico centroasiatico, il Tagikistan rappresenta una delle pedine più fragili: la pericolosa combinazione di autoritarismo, povertà, minacce alla sicurezza interna (come i sanguinosi combattimenti della Rasht Valley nel 2010 e nell’oblast autonomo del Gorno-Badakhshan nel 2012) e minacce derivanti dal vicino Afghanistan (con le infiltrazioni terroristico-jihadiste e il traffico di droga e armi attraverso il confine) mettono in serio pericolo la stabilità di questa repubblica.

Ciononostante, considerato il fatto che preservare la stabilità e la sicurezza regionale rappresenta un obiettivo condiviso di  Stati Uniti, Cina e Russia, il Tagikistan potrebbe beneficiare del loro attivismo locale al fine di vedersi garantita la propria sopravvivenza.

Nell’ottica statunitense, la stabilità del Tagikistan è funzionale al ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan nel 2014 in quanto parte del Northern distribution network – l’attuale corridoio di approvvigionamento per le truppe impegnate a Kabul – che sarà destinato a operare in senso inverso per completare il ritiro. Per la Cina, è una garanzia per preservare lo Xinjang da pericolose infiltrazioni terroristiche e per incrementare proficue relazioni economico-commercali bilaterali. Per la Russia, infine, rappresenta un argine al proliferare dell’islamismo radicale afghano lungo le proprie frontiere meridionali e al traffico di stupefacenti. Mosca prevede infatti di includere Dushambe all’interno dell’Unione Euroasiatica, così da consolidare la sua influenza nello spazio post sovietico.

Di fronte a questa situazione, il Tagikistan intende ricavare i maggiori vantaggi possibili attraverso una politica estera multivettoriale. Ma la sua debolezza economica e geopolitica, di fatto, vanifica ogni aspirazione.

Rahmon sarebbe infatti propenso ad accettare la proposta di Washington di ospitare una base militare statunitense nel territorio tagiko (ricavandone i proventi dell’affitto, cooperazione militare e maggiore peso politico regionale), tanto più a seguito dell’annunciata chiusura della base kirghisa di Manas.

Tuttavia, non ha la forza di superare la netta opposizione di Mosca, che si appella alla decisione comune assunta in ambito Otsc (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva) secondo la quale è fatto divieto, ai paesi membri, di ospitare basi militari di paesi terzi nel proprio territorio.

Sempre Limes, in luglio:

Mentre Washington probabilmente guarda a Tashkent come partner privilegiato e attende con qualche ansia lo sviluppo dei rapporti russo-tagiki anche alla luce della quasi certa chiusura della base kirghiza di Manas, la Cina ha sviluppato nel corso di questi anni una strategia di avvicinamento culminata nell’incontro del 19-20 giugno tra Rahmon e Xi Jinping a Pechino. Strategia che ha fatto titolare all’autorevole Jamestown Foundation questo commento sul summit: “China as lender of the last resort”.

Il Tagikistan è l’unico Stato con il quale la Cina ha sottoscritto un trattato che, previa restituzione di piccole porzioni di territorio, ha sanato la ferita ancora aperta dei famosi “trattati ineguali” di fine Ottocento. Poiché il paese è privo di risorse naturali, le avance di Pechino hanno esclusiva valenza geopolitica con l’intuibile scopo di aprire una crepa (oltre Myanmar) in un futuribile containment russo-statunitense.

Quanto al post-Isaf, sembra che la preoccupazione nata con l’intervento americano sia minore di quella della sua fine. In ogni caso, una propagazione del terrorismo di marca salafita con una destabilizzazione degli Stati centroasiatici non è tra i desiderata di nessuno dei tre grandi attori geopolitici così come un ulteriore aumento del già intenso traffico di armi e droga che vede come principali terminali le economie e le società degli stessi paesi.

Per Pechino, Mosca e Washington è probabilmente più logico preferire la stabilità dei regimi autoritari confinanti con Kabul ad un cambio di governo dalle conseguenze imprevedibili.

Cresce comunque la dipendenza di Dushanbe da Pechino. Nel 2011 i due Paesi hanno raggiunto un accordo per la ridefinizione dei rispettivi confini che prevedeva la cessione da parte del Tajikistan di un’area di 1.158 chilometri quadrati del Pamir, parte di una porzione più vasta che Pechino rivendicava da un centinaio d’anni. Da allora l’economia tagika è diventata sempre più legata agli investimenti cinesi, fino a diventarne succube. In settembre, ad esempio, la Cina ha siglato un accordo sulla fornitura di gas naturale al Tajikistan per 25-50 miliardi di metri cubi. Un progetto che secondo il governo tagiko permetterà di attrarre più di 3 milioni di dollari di investimenti. Ed è solo l’inizio.

In America le ideologie lasciano il posto alla richiesta di equità

L’elezione di Bill De Blasio a sindaco di New York ha avuto un grande risalto nel nostro Paese, non fosse altro perché il neo primo cittadino della Grande Mela vanta origini campaneIl vero elemento su cui riflettere, che ci offre un’idea su come gli Usa stiano cambiando, è invece un altro, e per inquadrarlo occorre dare uno sguardo anche alle due altre concomitanti elezioni in New Jersey e Virginia.
Secondo Enrico Beltramini su Limes:

I risultati delle elezioni parziali di ieri a New York, New Jersey (NJ) e Virginia rappresentano un rompicapo per gli analisti. Hanno vinto i democratici (Terry McAuliffe e Bill De Blasio) e i repubblicani (Chris Christie), i radicali (De Blasio) e i moderati (McAuliffe e Christie), gli outsider (De Blasio) e gli incumbent (Christie): è difficile trovare un filo rosso che leghi tra loro eventi così diversi e tra loro distanti.

Il dato politico di questi tre eventi elettorali mostrano un’America (o almeno una sua parte) preoccupata del crescente problema della diseguaglianza socioeconomicaLinkiesta approfondisce questo aspetto, mettendo a confronto i rispettivi contesti in cui queste elezioni hanno avuto luogo:

Il più significativo dei tre eventi elettorali è forse la vittoria a New York del 52 enne De Blasio con il 68 per cento delle preferenze e un margine di quasi quaranta punti sul suo avversario repubblicano Joseph J. Lhota la cui piattaforma elettorale si è basata su un messaggio di continuità pro-business con il predecessore Michael Bloomberg.

Sotto Bloomberg i livelli di diseguaglianza tra i cittadini più abbienti e quelli più poveri sono cresciuti di diversi punti percentuali e il numero di residenti in città sotto la soglia di povertà, secondo gli ultimi dati del censimento del 2012, è salito a 21.2 rispetto al 20.1 per cento di due anni prima portando il totale di persone sotto la soglia di povertà a 1.7 milioni. Non a caso De Blasio si è inserito nella corsa elettorale con il titolo del libro di Dickens A Tale of Two Cities (“Racconto di Due Città”). Queste sono la “New York reale” e “la New York della Finanza”. Mentre la seconda non ha bisogno di molte spiegazioni, la prima è la città dove il reddito medio delle famiglie è sceso dai $54,695 nel 2008 ai $50,895 attuali, dove il 14 per cento delle persone non ha copertura sanitaria, il 50 per cento di chi ha una casa spende il 30 per cento circa del proprio reddito su mutuo o affitto e il 21 per cento delle persone non arriverebbe a fine mese se non fosse per i food stamps, aiuti del governo che permettono di comprare beni di prima necessità.

Questa narrativa deve molto a quella di Occupy Wall Street e il suo slogan di un 99% opposto all’1%; e non a caso De Blasio ha difeso il movimento in diverse occasione e condivide alcuni suoi elementi di fondo: lotta alla crescente diseguaglianza e un incremento delle tassazione per chi guadagna di più, in questo caso per tutti coloro il cui reddito è superiore ai 500 mila dollari.

Appena al di là del fiume Hudson [New Jersey, n.d.a.] ha vinto invece Chris Christie, un personaggio del tutto diverso da De Blasio, ma pur sempre importante per captare l’umore dell’America di oggi. Il suo stampo politico pragmatico al di là delle narrazioni ideologiche ha attratto una base elettorale aliena al partito repubblicano di oggi: afro-americani, giovani, membri delle minoranza e donne.

Il successo di Christie (le percentuali finali sono state di 60 a 39) deriva in parte dalla sua gestione durante la crisi dell’urgano Sandy. In un momento in cui il partito repubblicano – guidato più dall’odio verso il Presidente che da una visione di lungo periodo – rifiutava qualsiasi compromesso sul debito, Christie si è lanciato anima e corpo nell’aiutare il titolare della Casa Bianca ed ha elogiato più volte il suo managment della crisi Sandy. Atteggiamento simile Christie lo ha mantenuto durante la battaglia sullo shutdown. In quei giorni il governatore ha duramente criticato il suo partito e definito «come un assoluto disastro» il risultato ottenuto con la strategia di ostruzionismo ad ogni costo.

Nelle stesse ore, appena più a sud, in Virginia, uno degli swing state più importanti, il candidato dei repubblicani Ken Cuccinelli ha perso di due punti percentuali contro il candidato dem Terry McAuliffe il cui messaggio elettorale è stato fortemente a favore del matrimonio gay, dell’aborto e della restrizioni sul possesso di armi da fuoco. Ma ciò che ha sorpreso di più numerosi osservatori è il cambiamento di uno stato il cui voto pende spesso in favore dei repubblicani e che il Gop pensava di poter conquistare con Cucinelli, politico vicino al Tea Party il cui principale messaggio elettorale è stato contro l’aborto, contro il matrimonio gay e a sostengo di Ted Cruz, il senatore del Texas responsabile dello shutdown dello scorso mese. Non solo. Cucinelli, il primo procuratore a contestare per vie legali Obamacare, ha improntato la sua narrazione elettorale sulla promessa di non far approvare la riforma della sanità del presidente nello stato, un messaggio che secondo i primi exit-poll ha poco interessato gli elettori e dovrebbe dunque far riflettere i repubblicani non solo in Virginia ma anche nel resto degli Stati Uniti.

Dalle urne è così emersa la realtà di un Paese stanco della retorica, delle contrapposizioni meramente ideologiche e delle estenuanti divisioni che non più tardi di un mese fa avevano portato allo shutdown del governo federale. Accantonata la logica degli schieramenti, il filo conduttore delle tre elezioni in esame è il desiderio di maggiore equità sociale. Aspetto su cui i due opposti partiti, ma in particolar modo quello repubblicano, dovranno riflettere in vista delle elezioni di midterm del prossimo anno.

A che punto è lo scudo antimissile della Nato

Lunedì 28 ottobre sono iniziati nella base militare di Deveselu, in Romania, i lavori di costruzione che la renderanno parte dello scudo antimissile della Nato. Prosegue così la cooperazione in campo militare con la Romania, che è diventata il primo partner militare degli Usa nel Vecchio Continente. Già utilizzata come base per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, la Romania ha firmato un accordo con Washington nel 2011 per la modernizzazione delle proprie forze armate. Nel Paese balcanico sarà schierato il sistema missilistico antiaereo multifunzionale americano Aegis, dotato dei missili intercettori Standard-3 (SM-3). Il costo stimato è di 134 milioni di dollari.

Il posizionamento degli intercettori balistici, privi di capacita offensiva, è la prima tappa di un complesso sistema di difesa missilistico che, dopo l’installazione di una postazione radar in Turchia, prevede anche il posizionamento di un’altra batteria SM-3 in Polonia – che lo scorso anno aveva già iniziato a progettare un proprio sistema di difesa, nell’inerzia dell’amministrazione Obama. Probabilmente quando il versante polacco del sistema missilistico sarà operativo, secondo molti esperti, la reazione della Russia potrà farsi più accesa.

La posizione dei russi è infatti nota. Secondo loro l’installazione dei sistemi antimissile in Europa rappresenta una minaccia, dato che gli americani rifiutano di dare garanzie giuridicamente vincolanti circa il fatto che lo scudo antimissile non sia volto verso Mosca. La prima riunione Nato-Russia a livello ministeriale dal 2011, conclusa lo scorso 23 ottobre, si è conclusa con un nulla di fatto, di fronte all’impossibilità di pervenire ad una soluzione condivisa. Anche il capo amministrazione del Cremlino, Serghej Ivanov, ha riconosciuto che su questo specifico tema gli Stati Uniti e Russia hanno interessi troppo divergenti perché una collaborazione possa aver luogo.

Per contrastare l’avvio dello scudo, la Russia ha già installato nell’enclave di Kaliningrad una batteria di missili Iskander puntati su Varsavia, ed ha intensificato voli militari nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Finlandia. Entro la fine di quest’anno sarà schierata anche una nuova batteria dei sistemi missilistici antiaerei “S-400″ nella regione di Mosca.

Tra le altre cose, Mosca è già sotto pressione sul fronte orientale, dove il Giappone – anche qui in collaborazione con gli Stati Uniti – sta attualmente lavorando ad nuovo sistema di difesa missilistico. Con Tokyo i rapporti sono tesi da inizio ottobre, quando in base ad un altro accordo raggiunto con Washington, a partire dal prossimo anno droni americani avranno base nel Sol Levante. La Corea del Sud, invece, non ha intenzione di partecipare al progetto, scegliendo piuttosto di sviluppare un autonomo sistema di difesa missilistica contro le possibili minacce provenienti dalla Corea del Nord.

Certo non siamo più negli anni della Guerra Fredda: oggi sappiamo che nel 1983 una guerra nucleare fu sfiorata per davvero. Ma certe divergenze persistono ancora oggi. Il magazine russo Russia Direct (tradotto da Russia Oggi) ha chiesto ad importanti esperti russi e americani di valutare sino a che punto i timori di Mosca sono giustificati. La risposta pressoché unanime è no. Le riserve della Russia riguardo allo scudo si basano su speculazioni: i russi sostengono che l’installazione di nuove e più potenti basi di difesa missilistica potrebbe alterare gli equilibri geopolitici tra America e Russia, e in fin dei conti si tratta di una considerazione sensata, vista l’attenzione quasi ossessiva di Mosca verso quello che considera il proprio spazio vitale. Oggi come oggi però le obiezioni dei russi non sono trovano giustificazione nei fatti. Secondo Vladimir Evseyev, direttore del Centro studi sociali e politici di Mosca:

Io credo che Russia e Stati Uniti non abbiano alcuna volontà politica di raggiungere un compromesso in questo ambito, e che la colpa della mancanza di flessibilità vada attribuita in parte alla Russia. La Russia non si sforza di affrontare il problema da nuove angolazioni, ma continua invece a preoccuparsi dei vecchi problemi. Mosca vuole delle garanzie legali, ma nell’attuale situazione geopolitica è impossibile che possa ottenerle, e l’Occidente considera inaccettabile tale pretesa. Vogliamo che gli Stati Uniti facciano ciò che non possono fare, e questo irrita l’Occidente.

Da rimarcare anche l’opinione di Gordon M. Hahn, del Centro studi strategici e internazionali (Csis) di Washington:

La principale minaccia che deriva dalla difesa missilistica Usa sta nella possibilità di stabilire un precedente. La Russia non può permettersi di lasciare che gli Stati Uniti dispieghino delle difese missilistiche a un passo dai propri confini, perché con il tempo tali difese verrebbero incrementate, sino a costituire un’effettiva minaccia.

Viene da chiedersi però a cosa serva davvero uno scudo antimissile oggi, visto che le minacce per la sicurezza globale sono di ben altro tenore. Non saranno le batterie antimissile a proteggerci dal fondamentalismo islamico o dalla pirateria. Eppure le grandi potenze sono ancora divise su un dossier concepito oltre trent’anni fa, quando la minaccia nucleare era un rischio concreto, ma che oggi risulta del tutto anacronistico. Inoltre, e questo forse è l’aspetto più deleterio, le divergenze sulla difesa missilistica influenzano molti aspetti dei già complicati rapporti tra Usa e Russia, favorendo un senso di diffidenza reciproco. Alla faccia del reset auspicato da Obama.

In concreto, più che un’arma bellica, lo scudo antimissile è un’arma diplomatica. Come scrivevo nel luglio 2012:

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.

Raid USA in Libia e Somalia, ma al-Qa’ida è sempre più forte

La notizia ha fatto il giro del mondo. Nell’arco di poche ore, gli Stati Uniti hanno messo a segno in Africa due importanti operazioni per la lotta al terrorismo.
A Tripoli, le forze speciali americane avevano catturato Nazih Abdul-Hamed Nabih al-Ruqai’i, noto col nome di battaglia di Abu Anas al-Libi, un membro di Al Qaeda su cui Washington aveva messo una taglia di cinque milioni di dollari per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania del 1998. Il governo libico non era stato informato dell’operazione e ha chiesto spiegazioni a Washington. Tuttavia, secondo sua moglie, al-Libi sarebbe stato catturato dai libici.
Poche ore dopo, un altro blitz è scattato in Somalia, nei giorni del ventesimo anniversario  (3 ottobre 1993) della battaglia con i miliziani di Aidid in cui furono uccisi 18 soldati statunitensi. I Navy Seals si sono avvicinati alla costa e hanno tentato di entrare nella palazzina sul mare che ospitava, forse, il leader dei miliziani qedisti somali, Mukthar Abu Zubery alias Godane, probabile mente dell’assalto al centro commerciale di Nairobi. Dopo un’ora, però, i militarsi di sono dovuti ritirare.

La duplica operazione testimonia l’evoluzione della strategia USA nella lotta al terrorismo. Circa un anno fa il Pentagono pianificava l’invio di piccoli contingenti di forze speciali in 35 Paesi del continente africano, ufficialmente in ossequio ad un progetto – che Washington coltivava da un pezzo – di creare una rete in grado di mettere le forze armate regolari nelle condizioni di rispondere in autonomia alle minacce locali. Di fatto, l’opzione di affidarsi a piccole squadre di forze speciali si mostrava insufficiente. parendo volta ad arginare l’avanzata della Cina  (che Obama è sempre e affannosamente costretto a rincorrere), più che quella del terrorismo.

Un primo cambio di paradigma si è avuto già in maggio, quando il Pentagono ha dislocato una parte della forza d’intervento rapido per il Mediterraneo nella base siciliana di Sigonella. Secondo Limes Il motivo era più che altro dettato da ragioni di politica interna: il presidente Obama doveva alleviare la pressione per i nuovi sviluppi dello scandalo attorno all’attentato in Libia dello scorso settembre. Inoltre, pochi giorni dopo lo stesso Obama ribadiva che l’unica opzione per colpire i terroristi era rappresentata dai droni.
Tuttavia l’invio di militari lasciava intendere la possibilità di una risposta militare più convenzionale, e le voci di presunti invii di forze speciali nel Mediterraneo per attaccare i responsabili dell’attentato si rincorrevano già da tempo.

Secondo Limes:

La quasi simultaneità delle due operazioni, pur non concertata, ne amplifica il significato geostrategico: gli Stati Uniti non sprigionano la loro forza in modo indiscriminato contro qualsivoglia cellula jihadista ma agiscono in risposta a minacce specifiche quando si presenta l’occasione.

Corollario: gli americani sfruttano strumenti militari che vanno da squadre estremamente addestrate pronte a essere catapultate sul campo ad armi iper-tecnologiche, leggi droni. L’importante è che questi strumenti soddisfino alcuni criteri: segretezza (o discrezione), economicità (di sangue e denaro), flessibilità (soprattutto geografica).

La regola aurea impone flessibilità e rapidità nella risposta contro un nemico che – metafora in voga oltre Atlantico – “metastatizza” velocemente tra Africa e Asia Occidentale. E comporta due conseguenze dal punto di vista geopolitico.

In primo luogo, l’obbligo di disporre di una rete militare molto articolata e presente in diversi spicchi di globo. Basti guardare all’area nei pressi della Somalia. Anche per la vicinanza con un altro teatro piuttosto inflazionato dal jihad qaidista, lo Yemen, attorno al Corno d’Africa si è costruita una vera e propria collana di perle.Piste d’atterraggio, basi per droni o truppe speciali esistono a Manda Bay (Kenya), Entebbe (Uganda), Nzara (Sud Sudan), Arba Minch (Etiopia), Camp Lemonnier (Gibuti), Victoria (Seychelles).

Nell’Oceano Indiano è stanziata almeno una trentina di navi da guerra americane, molte di queste di classe Lewis e Clark, spesso usate come Afloat Forward Staging Bases: rampe di lancio per commando come quello che sabato ha fatto incursione in Somalia, ospedali di primo soccorso e siti di detenzione degli obiettivi. Senza contare i mercenari e le spie gestite dalla Cia operanti a Mogadiscio.

Anche attorno alla Libia non si scherza. Le basi di Rota (Spagna), Sigonella (Sicilia) e Suda (Creta) sono comunemente usate dalle forze speciali statunitensi. Proprio in quella italiana ha sede la Quick Reaction Force dei marines, stanziata nel bel mezzo del Mediterraneo per dispiegare le truppe velocemente in caso di crisi, evitando ritardi tragici come quello di 15 ore in seguito all’assalto al consolato di Bengasi del settembre 2012.


[Carta di Laura Canali]

La seconda conseguenza geopolitica è il mancato rispetto della sovranità nazionale. Sebbene sia difficile chiamare “Stati” alcuni i territori teatro degli ultimi raid, la questione non è meramente accademica. Uscita dalla guerra contro Gheddafi, la Libia sta cercando – senza riuscirci – di dotarsi di istituzioni in grado di imporre i più basilari cardini del concetto statuale, a cominciare dal monopolio della legittima coercizione: in sostanza, disarmare le milizie.

Il raid americano è visto come un duro colpo alle “autorità centrali”. Come nel caso del governo pakistano in occasione dell’uccisione di Bin Laden, le élites di Tripoli si sono viste costrette a “chiedere spiegazioni” per “il rapimento di un cittadino libico”. Eppure, sono proprio le classi politiche che sarebbe nell’interesse statunitense rafforzare che Washington sorpassa nel caso in cui queste siano “incapaci o non intenzionate ad agire”.

C’è un altro aspetto che le operazioni in Libia e Somalia permettono di dibattere: la scelta dello strumento. Forze speciali, stavolta, non droni. Non l’arma che più allontana cacciatore e preda ma il suo esatto contrario, quella in virtù della quale l’uomo è più esposto al pericolo sul campo.

Obama aveva ed ha ancora risposte da dare al Congresso USA sull’attentato di Bengasi, in cui morì l’ambasciatore Steven. Oggi porta a casa la cattura di al-Libi, ma a Washington, come nelle cancellerie europee, ci si chiede quali saranno i contraccolpi della nuova azione extraterritoriale USA. L’ultimo aspetto accennato nell’articolo appena citato pone un quesito interessante: cosa ha spinto gli USA a mettere da parte i velivoli senza pilota per tornare alle “vecchie maniere” delle operazioni con stivali a terra? Probabilmente perché nel frattempo anche il terrorismo ha un fatto un salto di qualità.
Secondo Linkiesta, dalla morte di bin Laden al-Qa’ida non è mai stata così forte:

Raramente un’Amministrazione che ha fatto affidamento sull’uso massiccio dei droni per fiaccare la rete del terrore ha autorizzato operazioni delle forze speciali fuori dal perimetro degli scenari di guerra. Quando lo ha fatto era per via dell’enorme valore simbolico e strategico dell’obiettivo (Bin Laden), oppure per mandare un segnale di forza a chi pensava che l’America di Obama stesse frettolosamente impacchettando le cianfrusaglie della guerra al terrore di Bush. Ordinare un’incursione dei Navy Seals in casa del nemico è operazione rischiosa, come dimostra il raid somalo per catturare o uccidere il leader di al Shabab Mukhtar Abu Zubayr: dopo ore di combattimenti attorno al compound dove alloggiava Abu Zubayr, nella città di Barawe, il commando americano è stato costretto alla ritirata senza avere portato a termine la missione. L’esito, però, non toglie nulla al significato politico della mossa di Obama, leader che mostra risolutezza proprio quando si moltiplicano i segni della sua fragilità, e ricorda all’America che al Qaida è tutt’altro che sconfitta. Prima dei raid del fine settimana diversi eventi, dal Kenya alla Siria, hanno ricordato la forza del terrorismo islamico e della sua rete in perenne espansione.

I due eventi – l’attacco a Nairobi e il cambio di casacca di una parte consistente dei ribelli siriani – non sono direttamente collegati fra loro, ma suscitano alcune domande comuni: quanto è potente al Qaida oggi? Qual è la sua struttura? E’ ancora un’organizzazione governata da un comando centrale e affiancata da gruppi consentanei oppure è diventata una materia più fluida? Katherine Zimmerman, analista di terrorismo presso l’American Enterprise Institute, un think tank di Washington, sostiene che “al Qaida non è mai stata così forte”.

Nel suo recente studioThe al Qaeda Network: A New Framework for Defining the Enemy spiega che il network terroristico che fa capo a Zawhairi si sta espandendo, anche se non secondo i parametri con cui la comunità politica americana ha inquadrato il modus operandi di al Qaida. La base ha fatto una grande operazione di decentramento in cui si distinguono affiliati e associati. Gli associati sono forze semi-indipendenti che intraprendono azioni non direttamente ordinate dalla cerchia di Zawhairi; con i meriti guadagnati sul campo possono salire al rango di “affiliati” che rispondono direttamente al nucleo centrale, come successo ad al Qaida nella penisola araba, la branca più importante del gruppo del terrore. Questo meccanismo “non ha reso al Qaida più debole”, scrive Zimmerman, anzi “la relazione fra affiliati ha aumentato la resistenza generale del network” e i rapporti orizzontali sono la garanzia della sopravvivenza della rete anche nel caso che la leadership centrale cada.

Quando parliamo di al-Qa‘ida dobbiamo fare una precisazione. Se ci si riferisce al gruppo Zawahiri-bin Laden della seconda metà degli anni Novanta, mutilato progressivamente dei suoi quadri dal 2002 con l’invasione USA dell’Afghanistan, il problema non esisterebbe. Quella al-Qa‘ida fa parte di un passato remoto. Ma se invece ci riferiamo alle attività terroristiche di altre organizzazioni coperte dal marchio al-Qa‘ida, allora il problema esiste eccome.

Secondo Policymic, sono almeno sei i gruppi jihadisti di cui gli americani dovrebbero essere preoccupati. Sei fronti potenzialmente aperti, che l’America dovrà essere in grado di gestire in nome della sua sicurezza. Oltre agli Shabaab e Boko Haram, attivi nell’Africa subsahariana, i pericoli arrivano da AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico), azionista di maggioranza di tutti i traffici illeciti di armi, droga ed esseri umani nel Sahel; AQAP (al-Qa’ida nella Penisola Arabica), chiave di lettura dell’attenzione quasi ossessiva che l’America riserva allo Yemen; infine il Fronte al-Nusra e lo Stato islamico in Iraq, attivi nella guerra in Siria e che rappresentano un’ombra su quanto potrà accadere a Damasco nell’immediato futuro post conflitto.

Le prove della crescente instabilità delle aree ad alta presenza jihadista sono sotto gli occhi di tutti. L’ultimo episodio in ordine di tempo è il rapimento del premier libico Ali Zeidan, avvenuto nella notte, A prescindere dai legami (ancora da verificare) con la cattura di al-Libi, il fatto dimostra quanto già sapevamo da un pezzo: in Libia lo Stato non c’è. E laddove manca lo Stato, il jihadismo ne comanda uno parallelo, come in Afghanistan e in Somali.
Andando indietro di qualche giorno, l’assalto al centro commerciale Westgate a Nairobi dimostra che la lotta contro il jihadismo somalo, che si pensava vinta con il ritiro delle milizie da Mogadiscio, è entrata in una nuova fase.
Infine l‘Iraq. Il drammatico bilancio, 975 morti, degli attentati di settembre fa tornare alla memoria gli anni dal 2006 al 2008, quando le violenze settarie fecero decine di migliaia di vittime. Quello che a tutti sfugge è la coincidenza tra l’ondata di sangue e la notizia, datata fine agosto, dei negoziati per l’apertura di una base per droni USA in territorio iracheno e della contemporanea decisione di Baghdad di revocare il suo precedente rifiuto di concedere l’immunità alle forze statunitensi. Non a caso, un attacco suicida ha colpito la base militare di Ramadi proprio il giorno seguente alla pubblicazione di un rapporto (in arabo) in cui si spiega che è stato proprio il governo iracheno a chiedere l’installazione della base, e che il numero di combattenti jihadisti in Iraq è cresciuto dai 5.000 del 2007 ai 20.000 del 2013.

Siria, la propaganda delle armi chimiche

1.‭ ‬A due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità,‭ ‬la Siria è un campo minato.‭ ‬Vi sono coinvolte le maggiori potenze regionali e globali,‭ ‬ciascuna secondo una precisa scelta di campo.‭ ‬Troppi gli interessi in gioco,‭ ‬sufficienti a tenere acceso il focolaio di guerra per un tempo indeterminato.‭ ‬Un terreno di trappole incrociate,‭ ‬la più temuta delle quali è rappresentata dalle armi chimiche.‭ ‬Quelle che secondo il presidente americano Obama rappresentavano la cosiddetta‭ “‬linea rossa‭”‬,‭ ‬superata la quale gli Stati Uniti avrebbero rivisto‭ “‬tutta la gamma delle risposte strategiche‭” ‬a loro disposizione.‭ ‬Limite che secondo voci ufficiali‭ (‬nell’ordine:‭ ‬Coalizione Nazionale Siriana,‭ ‬Stati Uniti d’America,‭ ‬Europa,‭ ‬Francia,‭ ‬Regno Unito‭) ‬il regime di Damasco avrebbe già oltrepassato‭; ‬ma nessuno può provarlo con certezza.‭ ‬Ogni conferma viene annunciata tra gli squilli di tromba per poi affievolirsi quando si tratta di esibire le prove.
Da qui una serie di domande:‭ ‬le armi chimiche sono state usate davvero‭? ‬Se sì,‭ ‬da chi‭? ‬In caso contrario,‭ ‬perché se ne parla con sempre maggiore insistenza‭? ‬E perché le versioni sono così contrastanti‭?
Agli ultimi due interrogativi possiamo rispondere fin da ora.‭ ‬In Siria,‭ ‬accanto alla guerra sul campo infiamma la guerra parallela dei media.‭ ‬In un conflitto dove a procedere è solo il numero delle vittime,‭ ‬le parole diventano armi,‭ ‬e la propaganda,‭ ‬strategia.‭ ‬Le informazioni sul campo,‭ ‬veicolate attraverso il web per aggirare la censura del regime,‭ ‬assurgono a verità assolute o a bufale a seconda di chi le afferma.‭ ‬Buona parte dell’informazione sul campo giunge infatti dai filmati pubblicati su YouTube da ribelli e attivisti e poi acriticamente ripresi dalla stampa occidentale.‭ ‬Ma se all’inizio le cronache fai-da-te erano l’unico mezzo per estrarre notizie dal territorio,‭ ‬in seguito il fenomeno mediatico si è ingigantito al punto da sostituire l’informazione improvvisata con la disinformazione strategica.‭ ‬Come sosteneva l’analista Lorenzo Trombetta già nel‭ ‬2011,‭ ‬in Siria scompare il fatto e domina l’opinione.‭ ‬Da guerra sul campo si passa alla guerra di percezioni.‭ ‬Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria.‭
La minaccia del loro possibile utilizzo è parte integrante del registro narrativo di tutti i soggetti coinvolti nella mischia siriana:‭ ‬dell’Occidente,‭ ‬per tenersi fuori dal conflitto‭; ‬del regime,‭ ‬per giustificare la sua brutale repressione‭; ‬dei ribelli‭ – ‬o meglio,‭ ‬dell’opposizione all’estero‭ – ‬per invocare l’intervento di una comunità internazionale che sembra udire solo da questo orecchio. Continua a leggere

In America Latina tutti vogliono un canale alternativo a Panama

Poco meno di un mese fa, parlando degli interessi cinesi in aree del mondo tradizionalmente appannaggio degli Stati Uniti, scrivevo:

Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversiconsentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

L’azienda in questione, concessionaria del progetto nonché della gestione del canale per i prossimi cinquant’anni, si chiama Empresa Desarrolladora de Grandes Infraestructuras Sa. ed è presieduta da un tale Wang Jing. Personaggio oscuro, di cui si sa ben poco, ma che per quanto riguarda il canale fa sul serio. In una conferenza stampa ha spiegato di avere in caldo un piano di investimento da 40 miliardi di dollari per realizzare l’opera entro sei anni.

L’accordo tra il Nicaragua e la compagnia prevede che questa paghi 10 milioni di dollari all’anno al governo durante i primi dieci anni e una percentuale dei profitti legati al traffico sul canale – un iniziale 1% e poi a crescere, fino ad una percentuale non ancora precisata – in seguito. Alla scadenza della concessione, la gestione del canale delle relative infrastrutture sarà trasferita al Paese latinoamericano.

Il canale che il Nicaragua – uno degli Stati più poveri dell’America Latina – intende costruire con l’aiuto dei cinesi non manderà certo in pensione quello di Panama, ma secondo i costruttori sarà in grado di attirare il 4,5% del commercio marittimo mondiale. Per il Paese i vantaggi saranno notevoli: si prevedono 40.000 posti di lavoro e il raddoppio del PIL in virtù dei traffici legati al canale, almeno in teoria.

Alzando lo sguardo, un’opera così sontuosa non poteva non trovare un ampio fronte di opposizione. Il Nicaragua non è l’unico Paese in America centrale che aspira a fare concorrenza a Panama: Guatemala e Honduras sostengono di avere alternative migliori – purché messe in pratica con i soldi di Pechino, ovviamente. Dall’altra parte, gli USA e lo stesso Panama guidano il fronte del no.

Oggi l’analista Maurizio Stefanini approfondisce la questione su Limes esaminandone le ripercussioni dal punto di vista geopolitico:

Di un canale del Nicaragua alternativo a quello di Panama si parla da diverso tempo, e la sua possibile realizzazione è stata già motivo di contenziosi sia con il Costa Rica sia con la Colombia.

Ortega ha cercato di appianare le possibili obiezioni degli Stati Uniti invitando Barack Obama durante il suo ultimo viaggio in America centrale a far investire anche gli imprenditori statunitensi nel progetto insieme ai cinesi; presumibilmente ne hanno parlato anche Obama e Xi Jiniping. È significativo che solo dopo i due incontri – tra Ortega e Obama e tra quest’ultimo e Xi Jinping – e il successivo viaggio in Nicaragua del sottosegretario Usa per l’America Centrale Liliana Ayalde, il progetto sia stato presentato ai deputati.

Quando si iniziò a parlare del progetto, si era diffuso un certo allarme legato a un possibile “complotto” Russia-Cina-Iran-Venezuela per costruire un’alternativa a Panama; questa alternativa, si disse, sarebbe servita soprattutto a Chávez per dirottare verso Pechino il tradizionale export di petrolio con destinazione Usa. Ma Chávez non c’è più, Maduro sta provando a riannodare le relazioni con Washington, anche in Iran ci sono venti di cambiamento, la Cina è già sbarcata alla grande in America Latina e comunque la principale preoccupazione di Ortega sembra soprattutto quella di far soldi.

Preoccupate sono anche Costa Rica e Colombia. In particolare, dopo il voto dell’Assemblea Nazionale, Noemí Sanín, ex ministro degli Esteri colombiana (nonché ex candidata presidenziale ed ex ambasciatore a Londra, Madrid e Caracas) ha ricordato che tra i giudici del Tribunale dell’Aja che lo scorso 19 novembre avevano dato un responso particolarmente favorevole al Nicaragua in una storica disputa sul confine marittimo tra i due paesi c’era anche la cinese Xue Hanqin; a questo punto il conflitto di interessi darebbe il diritto alla Colombia di chiedere una revisione. Infatti, proprio le acque che la Corte ha assegnato al Nicaragua sarebbero necessarie a costruirvi il canale “cinese”.

Da Panama, Alberto Alemán Zubieta, l’ex amministratore del canale quando l’amministrazione fu trasferita dagli Usa al governo locale il 31 dicembre 1999, definisce il progetto nicaraguense “dispendioso e inutile”. A proposito di conflitti di interessi, forse neanche in questo caso si tratta di un critico propriamente al di sopra delle parti.

Il traffico nell’Istmo è abbastanza importante da spingere non solo all’ampliamento del canale di Panama e alla realizzazione del canale del Nicaragua, ma anche alla creazione di “canali secchi”. Il 13 giugno, durante la sua visita a Taiwan, il presidente del Guatemala Otto Pérez Molina ha infatti confermato l’intenzione di realizzare un gasdotto, un oleodotto, una strada ad alta velocità e una ferrovia lunga 390 chilometri che unisca i due oceani, spiegando che tutto il progetto si trova “a uno stadio molto più avanzato rispetto al canale del Nicaragua”. Al progetto che costerebbe 10 miliardi di dollari parteciperebbero Venezuela, Cina e l’imprenditoria salvadoregna. Jorge Arriaza, direttore esecutivo della Asociación Salvadoreña de Industriales (Asi), ha detto di sperare in una sostanziosa riduzione dei costi del commercio con l’estero.

Giusto una settimana dopo, il 20 giugno, il presidente dell’Honduras Porfirio Loboha annunciato che la cinese Harbour Engineering Company Ltda. sarebbe interessata a investire 20 miliardi per una ferrovia di 600 chilometri tra Atlantico e Pacifico e che l’accordo sarà firmato l’8 luglio. Questo progetto, da realizzare in 15 anni, sarebbe accompagnato dalla costruzione di due porti, una raffineria, un oleodotto, un cantiere e la posa di cavi in fibra ottica, creando 300 mila posti di lavoro. Anche Costa Rica e Colombia sarebbero interessati a progetti del genere.

Altro che prevenire il terrorismo, lo spionaggio dei metadati serve a manipolare le masse

Il governo USA ha cercato di minimizzare lo scandalo Prism rassicurando che oggetto di rilevamento da parte dell’intelligence sono solo i “metadati”, ossia gli estremi inerenti al tempo, al luogo, alla provenienza e al destinatario delle chiamate, ma non l’ effettivo contenuto delle chiamate stesse. In altre parole, cari amici, la NSA sa chi abbiamo chiamato, quando e per quanto tempo, ma non cosa noi e il nostro interlocutore di turno ci siamo detti.

Dobbiamo sentirci più sollevati? Non credo. Perché secondo non pochi esperti di tecnologie informatiche la sola conoscenza dei metadati delle nostre telefonate, email, e conversazioni in chat è sufficiente per risalire ad ogni aspetto della nostra vita familiare, lavorativa, sessuale e sociale. Come se fossimo seguiti ventiquattr’ore su ventiquattro. A prescindere dal contenuto di tali comunicazioni.

Dimmi chi chiami e ti dirò chi sei

Un esempio? David Petraues, ex direttore della CIA. La sua relazione extraconiugale con la giornalista Paula Broadwell è venuta alla luce dall’analisi delle email che si scambiavano. Per comunicare tra loro senza lasciare tracce, i due hanno utilizzato a lungo un metodo usato anche dalle cellule terroristiche: hanno creato un account di posta elettronica in comune sul quale si scrivevano dei messaggi tra le “bozze”, senza mai inviarli. E’ dunque dalla lettura di quei messaggi che l’FBI ha avuto modo di svelare la liaison? Nient’affatto. Sono bastati i log di connessione. E’ bastato notare che i messaggi venivano salvati da due postazioni diverse per scoprire lo scandalo e per identificare l’amante del generale.

Questo celebre caso dimostra come i metadati forniscano un contesto sufficiente per conoscere alcuni dei dettagli più intimi della nostra vita. E non è l’unico.
Quando si prendono tutti i tabulati digitali di chi sta comunicando con chi, spiega il New York Magazine, è possibile ricostruire la vita sociale di qualunque persona sulla Terra, almeno tra quelle che usano il cellulare e un pc – in pratica tutta l’umanità, a parte gli aborigeni australiani e qualche altra comunità primitiva. Il Guardian riporta che una tale ricostruzione è possibile anche dall’analisi dei dati GPS raccolti da telefoni cellulari. Questa analisi su Reuters cita  uno studio del Massachusetts Institute of Technology di qualche anno fa che dimostrava come la semplice “osservazione” della rete di contatti sociali di un gruppo di individui era sufficiente a determinare l’orientamento sessuale di ciascuno.
Il “chi,” il “dove”, il “quando” e la frequenza delle comunicazioni sono spesso più rivelatrici di ciò che è detto o scritto. E il governo USA non ha dato alcuna garanzia che questi dati non saranno mai messi in correlazione con altri in suo possesso, come gli estremi bancari o perfino il codice genetico.

Sono gli americani protetti dal Prism, o il Prism dagli americani?

Chi avrà letto fin qui dirà: ok, neanche a me fa piacere che la NSA raccolga i miei dati e sappia tutto di me senza il mio consenso, ma almeno questa sorveglianza serve a prevenire la minaccia terroristica. Sbagliato! La strategia della megaraccolta dati è inefficace per due ragioni:

1) La prima è di carattere tecnico: la mera analisi dei dati statistici, senza riscontri sul campo, genera facilmente distorsioni e false informazioni.
Il professor Jonathan Turley, all’indomani dell’attentato di Boston (che per inciso il Prism non è riuscito a prevenire), ricordava che neanche le nazioni più repressive e dotate dei servizi di sicurezza più invasivi, come la Cina e l’Iran, non sono stati in grado di fermare gli atti terroristici.
Oltre agli attentatori di Boston, il Prism non ha fermato neppure quelli alla metropolitana di New York nel 2009;

2) La seconda è più sottile. Secondo Richard Clarke, tra i massimi funzionari dell’antiterrorismo sotto i presidenti Clinton e G. W. Bush, “l’argomento che questa ricerca debba essere tenuta segreta per non allarmare terroristi è risibile. I terroristi sanno già che questo genere di operazioni viene praticato. Sono i cittadini americani onesti, quelli che rispettano la legge, ad essere stati beatamente ignari di quello che il loro governo stava facendo”.
In pratica, ed è questo che si rimprovera oggi al governo americano, il governo pareva interessato più a proteggere il programma Prism dalla conoscenza dei cittadini, che i cittadini stessi attraverso tale programma. Tale opinione è confermata dall’ex funzionario dell’intelligence William Binney, in questa e in quest’altra intervista.

Sorvegliare la massa per manipolare le masse

Ma allora a cosa serve davvero il Prism? Limes spiega che  le rivelazioni di questi giorni non sono poi così inaspettate: la tendenza dell’intelligence statunitense a fare uso della raccolta massiccia di dati e metadati di telecomunicazione giustificata dall’esigenza di vigilare la minaccia terroristica era già stata segnalata anni addietro (si veda anche questo articolo sul Guardian). Tuttavia, sostiene la rivista di geopolitica, i dati così raccolti possono essere impiegati a fini di analisi strategiche e di intelligence economica.
Inoltre, il monitoraggio continuo dei social network di una determinata area del mondo può essere usato anche per condurre operazioni psicologiche, immettendo in quei canali, notizie e informazioni (vere o false che siano) volte a influenzare le opinioni pubbliche locali.

Pochi sanno che il 70% di quanto destinato dal bilancio federale alle attività di intelligence viene speso per sovvenzionare società di sicurezza private. In pratica gli Stati Uniti hanno appaltato quella che rappresenta una funzione sovrana di ciascuno Stato ad imprenditori privati, i quali sono liberi di accedere ai dati personali dei cittadini USA e conservarli.

E nell’ambito della raccolta dati, pubblico e privato lavorano addirittura a braccetto. E’ nota da tempo l’esistenza dei cd. Centri di Fusione, strutture di raccolta e osservazione dati disseminate un po’ ovunque negli States, frutto di una coproduzione tra il Dipartimento di Giustizia e quello di Sicurezza Interna ma partecipate dai capitali privati di grandi imprese. Le quali hanno dunque accesso ai dati di cittadini privati raccolti tramite degli enti – formalmente – pubblici.
Ironia della sorte, le compagnie impegnate in tali partenariati di intelligence tra pubblico e privato sono spesso le stesse che furono oggetto di contestazione da parte del movimento Occupy Wall Street, a cominciare dalle grandi banche – quelle, per intenderci, Too big to fail – messe sotto accusa per le loro indebite influenza nelle funzioni pubbliche, dal finanziamento delle campagne elettorali all’opposizione contro determinati provvedimenti per mezzo della maggioranza repubblicana in Senato.
Già nel 2011, ad esempio, un’inchiesta della Reuters rivelò l’esistenza di uno scambio di dati informatici tra la NSA e le maggiori banche d’affari quotate a Wall Strett, in ragione della necessità di contrasto agli hacker. Quali hacker? Forse i manifestanti di OWS? Sta di fatto che, come emerso pochi giorni fa, che i telefonini di tutti i partecipanti a Occupy sono stati tracciati.

E che dire del CISPA? Questo provvedimento approvato dal Congresso lo scorso 18 aprile, ufficialmente pensato per contrastare gli attacchi hacker ma di fatto il quarto disegno di legge che riduce la copertura dei diritti fondamentali sulla rete in poco più di un anno, contiene alcuni disposizioni a dir poco discutibili. Non solo si prevede che, di fronte a una cyberminaccia, qualunque violazione della privacy non sarà perseguita, ma la definizione stessa di minaccia è talmente vaga da permettere alle istituzioni di acquisire informazioni senza limiti, aggirando il normale iter legislativo. In pratica “cyberminaccia” significa ogni situazione in cui un’azienda abbia motivo di credere che un utente sta cercando di forzare il database, a prescindere da qualunque riscontro oggettivo. Per di più, le società non avranno l’obbligo di rimuovere i dati non rilevanti per le indagini. Saranno liberi di mantenerli – a quale scopo non è dato sapere.

Insomma, i dati raccolti dall’intelligence, ufficialmente necessari alla prevenzione e al contrasto di attività terroristiche, possono essere condivisi con le grandi corporations private. Per finalità altrettanto private, che poco hanno a che vedere con la protezione dei cittadini da minacce esterne. E’ peraltro inquietante che queste attività avvengano all’interno di strutture ibride pubblico-private
E la vicenda Prism dimostra come, attraverso gli strumenti informatici, la NSA non persegua la sorveglianza di massa, ma la manipolazione delle masse. Con buona pace di George Orwell e del suo imperituro 1984.

La strana tempistica del caso Prism

A volte il destino gioca davvero dei brutti scherzi. Lo scandalo Prism (“Datagate” è un neologismo adottato solo dalla stampa italiana), al di là dei pur considerevoli risvolti sulla privacy dei cittadini, comporta altresì delle rilevanti implicazioni geopolitiche.
Per comprenderle, basta dare un’occhiata a un paio di coincidenze quanto meno sospette. Una porta fino in Cina, l’altra in Europa.

La prima

Le rivelazioni di Verax, al secolo Edward Snowden, ex membro della CIA attualmente impiegato della Booz Allen Hamilton (una delle aziende che producono e gestiscono i sistemi di intercettazione usati dall’intelligence Usa) presso l’Nsa Regional Security Operations Center di Kunia nelle Hawaii, sono giunte a pochissimi giorni dal vertice in California tra Obama e il presidente cinese Xi Jinping, in cui uno degli argomenti in programma erano i (presunti?) atti di cyberspionaggio di Pechino contro interessi statunitensi.

Nelle settimane precedenti, si erano diffusi articoli, inchieste ed anche un dossier governativo sui furti di dati e tecnologia sensibili attuati per via informatica e attribuiti ad hacker cinesi. Elementi funzionali alla strategia del presidente Obama, che puntava ad ampliare il proprio margine negoziale nei confronti del suo omologo.

La pubblicazione delle attività di cyberspionaggio condotte dalla NSA ha però oscurato le notizie sulle azioni cinesi nello stesso campo. È evidente che la pubblicazione di questi documenti ha indebolito la posizione di Obama proprio alla vigilia di un incontro in cui il presidente si apprestava a chiedere conto a Xi Jinping delle operazioni di cyberspionaggio e di cyberwarfare cinesi.

Inoltre, è singolare che, al momento delle sue rivelazioni, Edward Snowden si trovasse (ora non più) a Hong Kong, entità autonoma della Repubblica Popolare Cinese con cui gli USA hanno siglato un accordo di estradizione. L’ex agente CIA, che ha spiegato che le sue azioni sono motivate da considerazioni di carattere etico, potrebbe dunque essere arrestato e spedito negli States dove subirebbe un processo.
I profili giuridici della vicenda sono analizzati dal Time: l’art. 19 della Legge Fondamentale di Hong Kong (una sorta di Costituzione della Regione Amministrativa Speciale) protegge l’indipendenza del sistema giudiziario dalle interferenze di Pechino; tuttavia la Corte d’Apello di Ultima istanza della città potrebbe richiedere una reinterpretazione della norma al Congresso del Popolo di Pechino, passando il cerino all’autorità centrale.

Più complessi i risvolti politici.

Una richiesta di estradizione metterebbe Obama in un serio imbarazzo. Dopo aver oiù volte cercato di pungolare la Cina sul tema dei diritti umani (si veda il caso Chen Guangcheng dello scorso anno) e della libertà d’espressione, ora l’America “baluardo” della libertà potrebbe chiedere a all’autocratica Pechino la consegna di un uomo, colpevole di aver agito proprio in nome della libertà.

Il tutto mentre è in corso il processo nei confronti di un altro celebre whistleblower, quel Bradley Manning artefice dello scandalo Wikileaks.

La seconda

Come nota Le Monde, tradotto da Presseurop, il dossier Prism è solo l’ultimo dei molti incidenti occorsi tra USA e UE su privacy e sorveglianza, dovuti soprattutto all’inettitudine di un’Europa sistematicamente in ritardo sugli avvenimenti e dotata di una capacità di azione limitata. Episodi simili erano gà avvenuti in passato.

Non solo all’interno della UE. E’ emerso, ad esempio,  che nel 2007 la NSA avrebbe incastrato un banchiere svizzero per ottenere “informazioni bancarie segrete”.

Preoccupata dagli ultimi sviluppi, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha promesso di fare pressione su Obama per apprendere i dettagli del programma in occasione del vertice di Berlino della prossima settimana.

C’è però un fatto.

Nel mese prossimo è previsto l’avvio dei negoziati commerciali per creare un’area di libero scambio tra Europa e USA. Il caso vuole che, in vista dell’inizio delle trattative, le compagnie tecnologiche e finanziarie americane abbiano fatto pressione per ottenere un allentamento delle restrizioni sulla condivisione dei dati tra le due sponde dell’Atlantico. Secondo il Financial Times, anche qui tradotto da Presseurop:

L’anno scorso Bruxelles ha presentato una bozza di legge sulla protezione dei dati che concederebbe ai legislatori Ue il potere di rafforzare le leggi sulla privacy. Le compagnie Usa si oppongono a molte di queste misure per timore di un danno ai loro affari. La legislazione Ue sulla privacy deve ancora essere approvata dagli stati membri e dal Parlamento europeo, e gli Stati Uniti sperano ancora di annacquare la proposta attraverso i negoziati sull’accordo commerciale.

La conclusione, secondo il quotidiano britannico, è che lo scandalo potrebbe aumentare le divergenze tra USA e UE in merito alla protezione dei dati che avrebbero dovuto essere affrontate durante il negoziato.