In Ungheria vince Vik­tor Orbán, finto nemico dell’Europa che conta

Pochi leader politici al mondo sono in grado di suscitare sentimenti più contrastanti di Viktor Orbán. E’ grazie a lui se, mai come quest’anno, le elezioni in Ungheria avevano attirato così tanto l’attenzione degli osservatori stranieri. Il voto a Budapest si prefigurava l’ennesima vittoria degli “euroscettici” e dei nazionalisti a meno di due mesi dalle elezioni europee, e così è stato. Il partito di governo Fidesz, guidato proprio da Orbán, ha infatti trionfato con il 44,4% dei consensi: circa l’8% in meno rispetto al 2010, ma sufficienti per garantire alla formazione al potere una maggioranza di due terzi nel parlamento (133 seggi su un totale di 199). Un dato che restituisce l’immagine di un’Ungheria letteralmente innamorata del suo premier, in stridente contrasto con quella di leader bugiardo e autoritario divulgata sulla stampa internazionale.

Va detto che, nello stesso Occidente, sono in tanti a pensare che il leader ungherese sia un coraggioso anticonformista in lotta contro l’Europa delle banche e dei grandi capitalisti. La sua filosofia economica, l’Orbanomics, basata sulla vendetta nei confronti degli istituti creditizi e sul prepotente ritorno dello Stato nell’economia, è vista da molti come la vera alternativa ai diktat delle grandi istituzioni finanziarie globali, in grado di garantire la crescita interna e l’equilibrio dei conti pubblici senza passare per lo smantellamento dello Stato sociale imposto dalla Troika.

I risultati del suo governo parlano di una crescita di un tasso di crescita previsto per il 2014 e per il 2015 del 2,1%: un miracolo, se pensiamo alla flessione del -1,7% registrata nel 2012; di un deficit di bilancio del 2,2%, contro un 2,7% previsto e comunque sotto il 3% per la prima volta dal 2004; di un tasso di disoccupazione è sceso all’8,6% dopo il record negativo (11,8%) dell’aprile 2013. L’attività manifatturiera (da cui dipende il 70% del PIL) è in forte ripresa, favorita da una politica dei tassi che ha portato la Banca centrale a tagliare il costo del denaro dal 7% di metà 2012 all’attuale 2,6%. L’inflazione è passata dal 5,7% di due anni fa all’1,7% di oggi. Persino l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha modificato il suo outlook sull’Ungheria da negativo a stabile.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? L’Ungheria sta davvero meglio rispetto a quattro anni fa? E poi, se Orbán è davvero un campione nella lotta contro l’economia dei poteri forti, come mai i risultati che ha sbandierato per vincere un secondo mandato (deficit, crescita, inflazione) sono gli stessi di cui si sarebbe vantata una paladina del rigore come Angela Merkel? Continua a leggere

Francia, la facile retorica e il vuoto della sinistra dietro il successo del Front National

Il 30 marzo era una data cerchiata di rosso dalle cancellerie europee: quella delle elezioni locali in Francia. I cui risultati (crescita dell’astensione e una netta “vittoria” del Front National), pur largamente prevedibili, non hanno mancato di provocare turbamenti sia in Europa che nella sinistra francese. Eppure, non si tratta che di un primo modesto assaggio di quello che succederà a maggio, in occasione delle elezioni europee, quando gli strilli delle sirene antifasciste si leveranno più acuti che mai.

“Un terremoto politico”: la Francia si è svegliata con le stesse parole che furono pronunciate da Lionel Jospin nel 2002 quando l’allora capo del Partito Socialista fu buttato fuori al primo turno dal fondatore del Front National Jean-Marie Le Pen, padre di Marine. A livello nazionale infatti il Front National ha raccolto quasi un milione di voti e a livello nazionale potrà essere presente nel 6% dei comuni con più di 1.000 abitanti, un risultato sei volte superiore a quello delle municipali del 2008. Se si pensa poi che alle ultime elezioni amministrative del 2008 il partito di Marine Le Pen aveva collezionato su scala nazionale un misero 0,93% al primo turno e addirittura uno 0,28% al secondo turno con l’elezione di solo 60 consiglieri municipali, la differenza con quanto accade oggi è abissale. E il terremoto, alla fine, c’è stato davvero: il presidente François Hollande ha deciso di annunciare la nomina del più telegenico Manuel Valls alla guida del governo francese. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault e il suo esecutivo hanno rassegnato le dimissioni e l’ex ministro dell’Interno è stato scelto dal capo dello Stato come nuovo premier.

La presidenza Hollande è in piena crisi e la bilancia politica si sta spostando oramai a destra dove trionfa il populismo, la xenofobia e l’antieuropeismo. E come sempre accade in periodi di crisi e di transizione, il Front National emerge prepotentemente, raccoglie consensi e incarna il voto di protesta. In un sondaggio di Le Monde di metà febbraio, il 34% dei francesi aderiva alle idee del Front National. Ma c’è davvero di che preoccuparsi? Continua a leggere

USA vs Russia, la guerra silenziosa delle sanzioni

Parlando del processo di annessione della Crimea alla Russia, salta all’occhio lo stridente contrasto tra le opposte condotte dei due più alti attori in causa: all’attivismo di Putin si è infatti contrapposto la titubanza di Obama. In realtà, l’immobilismo della Casa Bianca di fronte alle rapide mosse del Cremlino e solo un mito.

Il primo passo è stato la cancellazione del G8 previsto a Sochi (al suo posto si terrà una riunione del G7 a Bruxelles), decisione a cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato: “Mosca “non e’ aggrappata al formato G8 perché tutti i principali problemi possono essere discussi in altre sedi internazionali, come il G20″. Dopo tutto, il summit degli 8 grandi non è che un consesso informale, dal quale non si può essere espulsi ma al massimo “non invitati”. Ma è solo l’inizio. Se i russi hanno fatto più “rumore” con lo schieramento di armi e soldati sul campo, l’Occidente si prepara a colpire in modo silente: attraverso la finanza.

Nella conferenza stampa finale all’Aia, dopo la due giorni del Forum sulla sicurezza nucleare, il Presidente USA Obama ha affermato di non temere Mosca, sempre più “isolata internazionalmente”. “Ho più paura di una bomba nucleare che colpisce Manhattan che della Russia”, ha detto Obama; che però ha avvertito: “Se la Russia non si ferma dopo l’annessione della Crimea, ci saranno nuove misure contro Mosca, con sanzioni settoriali che potrebbero colpire l’energia, la finanza e il commercio“. Nella giornata di martedì, 25 marzo, il Senato americano ha approvato con 78 voti a favore e 17 contrari una proposta di legge che prevede sanzioni contro la Russia e aiuti economici all’Ucraina. Molti repubblicani si erano opposti perché nella proposta era presente anche la riforma del Fondo monetario internazionale, che secondo l’amministrazione Obama dovrebbe servire anche a Kiev per ottenere più fondi, ma che tuttavia che non era contenuta nella proposta di legge già approvata dalla Camera.

Continua a leggere

Così la Russia si è ripresa la Crimea

Alla fine la partita tra la Russia e il binomio Europa – Usa per l’influenza sull’Ucraina si è rivelata per quello che realmente era: un braccio di ferro tra le grandi potenze per il controllo del Mar Nero. Dalle manifestazioni di piazza di novembre, poi degenerate nei sanguinosi scontri di febbraio e culminati con la defenestrazione del presidente Yanukovich, siamo arrivati all’occupazione militare della Crimea da parte di Mosca, evento che ha scatenato le ire (e a breve anche le ritorsioni) delle cancellerie di Bruxelles e Washington. Con l’epicentro della crisi spostato dalla capitale ucraina alla sua penisola più a sud, per alcuni giorni si è parlato di una riedizione della Guerra Fredda, se non addirittura di una Terza guerra mondiale proprio nel centenario della Prima. La Russia ha infatti dimostrato le proprie capacità di effettuare operazioni militari veloci e coordinate oltre i suoi confini, come già avvenuto in occasione della guerra con la Georgia nel 2008.

Crimea, appunto. Più che una penisola, una quasi-isola, ponte fra Europa e Caucaso, protesa nel Mar Nero. E’ unita all’Ucraina attraverso l’istmo di Perekop, ma allo stesso tempo è vicinissima al territorio della Federazione russa, da cui la separa solo lo stretto di Kerch. In questi giorni si parla della possibile costruzione di un ponte che annulli tale distanza. Per gran parte della popolazione (il 58% è russofono), tra i due collegamenti con la terraferma sarebbe quest’ultimo quello naturale, e l’altro quello artificiale. Fu annessa dalla zarina Caterina II nel 1783 e divenne punto avanzato d’influenza su Balcani e Mediterraneo, cosa che è ancora oggi: qui ha sede la base navale di Sebastopoli, porta verso il Mediterraneo e i mari del Sud. Narra una leggenda che Nikita Krusciov, che nel 1954 decise di donarla a Kiev per commemorare i 300 anni del Trattato di Perislav (che formalizzava l’annessione dell’Ucraina all’impero zarista) compì tale gesto da ubriaco; oggi, invece, impressiona la lucidità con cui Vladimir Putin sta cercando di riprendersela. Ma come è avvenuta, in concreto, la campagna di Crimea?

Continua a leggere

Quando Davide soccombe a Golia: San Marino bussa a Bruxelles per sfuggire a Roma

Nel corso dell’anno c’è un solo momento in cui il mondo torna a parlare di San Marino: inizio settembre, in occasione del Gran Premio di MotoGP che si tiene sul circuito di Misano Adriatico. Per il resto, agli occhi dei non residenti il corso degli eventi in cima al Titano rimane pressoché ignoto – aggettivo che, come vedremo, nella visione politica sammarinese del mondo è tra i più caratteristici.

In pochi a conoscenza del referendum che domenica 20 ottobre ha chiamato i cittadini di San Marino a decidere se formulare o meno una domanda ufficiale per entrare a far parte dell’Unione Europea. Per la cronaca, la consultazione non ha raggiunto il quorum del 32% previsto per essere considerata valida. Ma è interessante comprendere i motivi per cui la piccola Repubblica ha deciso di intraprendere il cammino verso Bruxelles: esso è in pratica l’estremo tentativo di sfuggire allo strangolamento a cui essa è stata sottoposta dal governo di Roma, da quando la crisi economica ha reso le relazioni tra Italia e San Marino sempre più tese. Continua a leggere

L’Ucraina attende ancora la sua rivoluzione

Il significato originale di Ucraina è “confinante, di frontiera”. La sua posizione in bilico tra l’est e l’ovest l’hanno infatti resa a un tempo culla e colonia della vicina Russia, passando per la dominazione polacca e qualche sporadica parentesi d’indipendenza. Ieri contesa tra gli Asburgo e i Romanov; oggi tra Bruxelles e da Mosca. Se è vero che che nel nome sia scritto il proprio destino, questo spiega come mai Kiev sia ciclicamente in preda di tensioni sia interne che esterne. Un vaso di Pandora che in questi giorni si è riversato a piazza Maidan, il cui nome per i media internazionali comincia a fare rima con quello delle più famose Tahrir e Taksim. Ma andiamo con ordine.

Il 28 novembre, al vertice sul Partenariato orientale di Vilnius, in Lituania, l’Ucraina avrebbe potuto compiere un passo storico verso l’integrazione europea con la sottoscrizione dell’Accordo di associazione, nelle cui clausole era prevista l’intesa per la creazione di un’area di libero scambio con Bruxelles. Ma all’ultimo il presidente Yanukovich ha rinunciato alla firma, cedendo alle pressioni (non troppo) diplomatiche di Mosca che vorrebbe includere l’ex repubblica sovietica nell’ambito dell’Unione Doganale Eurasiatica. 

Solo pochi giorni prima, la firma dell’Ucraina pareva cosa fatta. All’inizio di settembre Yanukovich si era rivolto ai suoi parlamentari per l’adozione delle leggi necessarie alla firma e alla ratifica dell’Accordo, e la Rada suprema si è messa subito all’opera. Ma nei primi di novembre, quando anche a Bruxelles circolava già ottimismo, è arrivata la svolta: dopo una visita a sorpresa di Yanukovich a Mosca (che ha alimentato molte polemiche) la situazione è mutata radicalmente.

Il presidente ucraino è così tornato sui suoi passi, abbandonando la decisione di compiere un avvicinamento strategico all’Ue proprio per sfuggire alla pressione russa. Ed oggi la stampa europea si divide a metà tra chi punta il dito contro Putin e i suoi ricatti energetici e chi invece addossa all’Europa la responsabilità di questo fallimento (l’ennesimo) in politica estera.

Russia e Ucraina, oltre al gas c’è di più

Il fatto è che, per Kiev, sottrarsi da Mosca è semplicemente impossibile. Al culmine di un duello durato mesi, l’Ucraina ha deciso di arrestare il proprio cammino verso l’Europa per non pregiudicare il complesso sistema di relazioni, politiche ed economiche, che la legano a Mosca. 

L’Ucraina è un Paese dalle tre anime: una parte ucrainofona centrata su Leopoli, erede dell’impronta storica polacca e asburgica; una più ampia regione di mezzo, attorno a Kiev, dove ucrainofoni e russofoni convivono ma non comunicano; infine una parte orientale, a cui va aggiunta la Crimea, russofona e socioeconomicamente legata a Mosca. La prima e la seconda aspirano all’Europa come via di fuga dai ricatti di Mosca; la terza invece comprende vecchie industrie e contadini, le cui relazioni con la Russia sarebbero chiaramente penalizzate dalle norme europee. Legami fortissimi, ereditati dal settantennio sovietico, sussistono infatti tra i due vicini in tutti i settori della produzione e del commercio. Ancora oggi la Russia è il primo mercato di sbocco delle merci ucraine.

Per la Russia, le motivazioni strategiche si sovrappongono a quelle storiche ed economiche. Ho già avuto modo di spiegare perché Mosca consideri l’Ucraina parte integrante della sua sfera di influenza e di sicurezza. Non dobbiamo dimenticare poi gli impulsi storico-culturali: qui sono nati il concetto di civiltà russa e la tradizione religiosa ortodossa. Sul piano economico, infine, Mosca e Kiev insieme formano un mercato da quasi 200 milioni di consumatori: si capisce perché i russi debbano per forza mantenere la propria influenza sull’Ucraina se intendono restare una potenza globale.

Putin ha esercitato forti pressioni al suo omologo ucraino affinché recedesse dall’intento. Partiamo dal gas. Il presidente russo non è nuovo ad usare l’oro blu come un’arma impropria: negli ultimi sei anni tra Ucraina e Russia si sono verificate sei “guerre del gas”, di cui l’ultima proprio nei giorni antecedenti all’incontro di Vilnius. Tra le due parti in causa, quella debole è ovviamente l’Ucraina. Kiev dal canto suo punta all’indipendenza energetica, ma stando ai piani del governo non la raggiungerà prima il 2020, quando cioè sarà troppo tardi per liberarsi dalla dipendenza dalle forniture russe. Inoltre, le relazioni energetiche tra i due Paesi sono tanto complesse quanto poco trasparenti e proprio per questo instabili. Quello che non si capisce è come mai gli eurocrati decidano di firmare certi accordi a ridosso dell’inverno anziché in primavera, quando ci sarebbe tutto il tempo.

In concreto l’offerta del Cremlino comprendeva: gas a buon mercato, offerto a 270 dollari per migliaia di metri cubi a fronte dei 400 attuali; finanziamenti per una quindicina di miliardi di dollari, ossigeno vitale per le asfittiche casse di Kiev; rimozione di tutti i problemi sanitari (creati ad hoc alcuni mesi fa) riguardanti le merci esportate in Russia. Dall’altro, in caso di rifiuto la Russia avrebbe preteso il pagamento dei debiti pregressi per le forniture di gas, oltre ad un ritocco del prezzo a 450 dollari. Un salasso economico che Kiev non avrebbe retto: lo Stato non ha soldi, e le trattative con il Fondo Monetario Internazionale per un programma di aiuti economici sono congelate da quasi due anni. In più, a livello informale, Putin deve aver minacciato di revocare il proprio appoggio a Yanukovich per le presidenziali ucraine del 2015.

In cambio l’Europa offriva 500 milioni di euro di risparmi doganali, 186 milioni per implementare le riforme (ad esempio l’indipendenza sostanziale, oltre che formale, della magistratura) e 610 milioni a riforme avvenute. Inoltre, l’adesione al mercato comune comportava il rischio che le merci europee inondassero l’Ucraina, penalizzandone la bilancia commerciale. Non stupiamoci che Kiev abbia scelto Mosca.

Che tuttavia non può considerarsi vincitrice al cento per cento. Certo, stavolta l’ha spuntata su Bruxelles. Ma esercitare così tante pressioni su un Paese vicino in nome dei propri interessi significa condannarlo all’instabilità permanente, mettendo in forse proprio quella sicurezza interna che i russi mirano ossessivamente a preservare.

L’Europa si è fermata a Vilnius

Quella che poteva essere un’occasione storica per Bruxelles si è invece trasformata in una delle sue pagine più nere. l’Europa ha giocato male la partita per diverse ragioni. Innanzitutto, è caduta vittima anche stavolta del suo peccato originale: quello di non marciare unita. Solo gli stati baltici e la Polonia hanno fatto di tutto affinché l’Ucraina abbracciasse l’Europa, mentre Parigi, Berlino, Roma e Madrid non hanno fatto alcunché. Nonostante la comunità di ucraini in Italia sia una delle più grandi d’Europa, la nostra politica estera è costantemente filorussa. Se Berlusconi è uno dei migliori amici di Putin, Romano Prodi ha sempre sostenuto che un’adesione dell’Ucraina all’Ue è “improbabile tanto quanto quella della Nuova Zelanda”. Stesso discorso per la Germania, le cui strette relazioni economiche con Mosca condizionano non poco l’intera politica della Ue nell’Europa dell’est. In concreto, Aleksander Kwasniewski e Pat Cox, ex Presidente polacco ed ex Presidente del Parlamento Europeo, a capo della delegazione europea incaricata delle trattative, non hanno mai avuto pieni poteri e non hanno più alcun peso politico in Europa, mentre l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Catherine Ashton, è stata – tanto per cambiare – poco più che una comparsa.

In secondo luogo, Bruxelles non ha offerto alcuna forma di protezione a Yanukovich dal suo amico-nemico Putin. Giustificando la sua decisione di non firmare l’accordo a Vilnius, il presidente ucraino ha affermato che “sfortunatamente l’Ucraina nell’ultima fase è rimasta sola ad affrontare i suoi gravi problemi economici e finanziari”, proponendo di dare inizio a dialoghi trilaterali tra Russia, Ucraina e Unione europea e sollecitando Bruxelles da un lato per aiutare l’Ucraina a alleggerire i termini di un possibile prestito da parte del Fondo monetario internazionale, e dall’altro affinché conceda un lauto un pacchetto di aiuti economici al suo Paese. Ma ipresidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha rifiutato i dialoghi trilaterali e ha risposto che Yanukovich deve piuttosto impegnarsi a firmare un accordo che invece rifiuta di sottoscrivere. Rifiutando l’Accordo di associazione con l’Ue il presidente ucraino voleva spuntare un’offerta migliore, ma ora si ritrova stretto tra le condizioni dettate dalla Russia e le manifestazioni di protesta.

In terzo luogo, l’Unione europea ha posto all’Ucraina una serie di spinose condizioni. Tra queste c’era quella imprescindibile della liberazione di Yulia Tymoshenko, che invece Yanukovich vorrebbe tenere in prigione a tempo indeterminato. Pur avendo inviato in questi mesi segnali positivi in direzione di Bruxelles – come la liberazione di Yuri Lutsenko, ex ministro degli Interni, finito in carcere dopo un altro processo sommario – sulla Tymoshenko si è invece mostrato irremovibile. Alla fine è stata la stessa ex leader della Rivoluzione Arancione a chiedere all’Europa di rinunciare alla sua scarcerazione pur di arrivare alla firma, ma non c’è stato verso. In ogni caso, la vicenda personale e giudiziaria dell’ex premier si tratta di uno specchio per le allodole. Ucraina e Unione Europea si parlano, ma non si capiscono, e le ragioni di dissidio tra le due parti abbracciano un più ampio ventaglio di temi.

Piazza Maidan, i perché di una protesta

A pagare il prezzo più alto delle convulsioni geopolitiche di Kiev è tuttavia il popolo ucraino, che si potrebbe dire cornuto (per il mancato avvicinamento all’Ue) e mazziato (dalla polizia, alle dirette dipendenze di Yanukovich). Le manifestazioni in corso a piazza Maidan sono forse l’aspetto più significativo della questione. Esse non vanno viste alla luce della solita e già menzionata contrapposizione tra filorussi e filo-occidentali, ma vanno piuttosto inquadrate nel contesto dei sommovimenti che nel corso del 2013 hanno interessato un po’ tutta l’Europa dell’est.

Per una volta il popolo ucraino è mosso da un fattore drammatico e per questo unificante: il generale risentimento nei confronti dell’attuale classe dirigente, definita come corrotta e incapace. Da quando è stato eletto nel 2010, il presidente Yanukovich ha deluso ogni aspettativa, compresa la speranza di ottenere qualche concessione e agevolazione da Mosca. Sotto il suo predecessore Yushenko (presidente dal 2005 e 2010), specialmente a Kiev, erano fiorite molte piccole e medie imprese. Con l’avvento di Yanucovich, invece, l’iniziativa privata è stata stroncata a colpi di burocrazia e tasse, mentre gli oligarchi che hanno sostenuto e finanziato il partito del presidente hanno ricevuto numerosi sgravi fiscali. Misure che hanno duramente colpito una classe media – per lo più europeista – che andava formandosi, privilegiando invece i proprietari degli obsoleti impianti di estrazione e lavorazione del carbone nel bacino del Don, tradizionalmente. La corruzione poi non è stata nemmeno minimamente combattuta, ma anzi tacitamente incoraggiata. C’è poi la vicenda personale del figlio del presidente, Oleksandr, che da signor nessuno è diventato uno degli uomini più ricchi del Paese. Tutte ragioni che hanno stancato gli ucraini, i quali vedono nell’Europa un’opportunità di cambiamento, al momento negata.

Oggi fioccano i paragoni tra le giornate di Piazza Maidan e la Rivoluzione Arancione di nove anni fa. Un paragone di superficie che tuttavia non ha alcuna aderenza con la realtà. Non avverrà un’altra rivoluzione: la Tymoshenko resta in carcere e gli altri leader non hanno il carisma e la capacità per ricreare quel che è avvenuto nel 2004. L’unica figura che riscuote un certo consenso è quella dell’ex pugile Vitaly Klitschko, pronto a candidarsi alle presidenziali del 2015, ma siamo ben lontani dai livelli di Yulia. La stessa ex primo ministro è ormai sostenuta solo da una cerchia molto stretta di irriducibili capitanati dalla figlia Evgenia. L’Ucraina è alla ricerca di nuovi eroi, o più semplicemente di un’alternativa ad un presente avaro di opportunità. E l’Europa – bella o brutta che vogliamo considerarla – lo era. Sta ora a Bruxelles mostrarsi all’altezza di quest’aspettativa.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

L’Angola colonizza il Portogallo con la compiacenza dell’Europa

Una degli effetti collaterali della crisi economica è il rovesciamento dei rapporti di forza che hanno caratterizzato le relazioni tra il cosiddetto Primo Mondo e il Terzo negli ultimi secoli. Una sorta di effetto boomerang che un Paese su tutti, il Portogallo, sta sperimentando sulla propria pelle.

Oggi l’Angola, dopo 400 anni di colonizzazione portoghese (1575-1975) approfittando di una crescita in doppia cifra e del momento di difficoltà dell’ex madrepatria, sta pesantemente investendo in Portogallo rilevando molte aziende. Un anno fa ne parlavo qui. Se poi aggiungiamo che una grossissima fetta di immigrati portoghesi – 150 mila secondo l’ambasciata portoghese – si è vista costretta ad emigrare a Luanda i cerca di lavoro, è evidente che i rapporti  i rapporti Nord-Sud come li abbiamo sempre conosciuti vanno sparendo.
Secondo Capire davvero la crisi:

Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni. Dopo aver acquisito quote sostanziali nel sistema bancario portoghese: 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni); gli investimenti si sono diretti verso le telecomunicazioni (28,8% di ZON Multimedia) e naturalmente il petrolio all’interno della compagnia petrolifera GALP e della piattaforma SONANGOL.

In un articolo apparso nell’aprile del 2013 sulla rivista Colombiana El Malpensante, lo scrittore e giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes in un lungo report sulla situazione attuale portoghese, riguardo ai rapporti con l’Angola scrive: “Ho già detto che il Portogallo non potrebbe esistere senza l’Angola. Questo comporta una questione di sovranità che però è ormai un problema nostro, non più del paese africano. Negli ultimi anni da Luanda sta arrivando un flusso di denaro e d’investimenti che mantiene a galla il paese. In cambio del controllo di posizioni chiave nel settore bancario, energetico, distributivo e della comunicazione, gli angolani stanno evitando che Lisbona vada a fondo.”  

L’ex potenza coloniale in crisi è diventata un supermercato dove i nuovi ricchi dell’ex colonia, a cominciare dalla famiglia del presidente Dos Santos, acquistano banche e immobili. Panorama (che ricorda come nel 2012 l’Angola sia cresciuta del 6,8%, ma si trovi anche al 157 esimo posto su 174 nella classifica dei Paesi più corrotti secondo Transparency) scende più nei dettagli di questi investimenti:

Con 30 miliardi di dollari di riserve, l’Angola sta investendoforte in Portogallo, dove ha già acquisito quote sostanziali di Banco Bpi e Bic, due dei maggiori gruppi bancari portoghesi, della compagnia petrolifera Galp e della piattaforma di telecomunicazioni Zon Multimedia. Fra i maggiori investitori figurano la compagnia petrolifera stataleSonangol e uomini d’affari vicini all’entourage presidenziale, tra cui la 40enne Isabel dos Santos, figlia del presidente angolano Eduardo dos Santos e capace donna d’affari recentemente definita da Forbes «la prima miliardaria donna africana». Il fratello José Filomeno dos Santos è invece presidente del fondo sovrano (forte di un patrimonio di 5 miliardi di dollari) alimentato dai proventi petroliferi. Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni.

In prima fila tra gli investitori angolani in Portogallo c’è appunto Isabel Dos Santos. Laureata al King’s College di Londra, la “principessa” di Luanda è uno dei personaggi chiave di questa complicata saga postcoloniale. Per la stampa nazionale è la prova evidente di come anche l’Angola, un Paese dove il 70% degli abitanti sopravvive con meno di due dollari al giorno, può anche produrre delle storie di successo nel campo della finanza internazionale; per la rivista Forbes (secondo la stessa inchiesta citata sopra) è invece una creatura inventata di sana pianta dal padre per permettere al suo “clan” di accaparrarsi di una parte dei redditi pubblici, dal petrolio ai diamanti, per poi metterli al sicuro all’estero, cioè in Portogallo.

Linkiesta elenca i principali investimenti portoghesi di Isabel e di altri esponenti del clan presidenziale:

Secondo Forbes, Isabel dos Santos Fontes, la quarantenne figlia maggiore del Presidente dell’Angola, è la prima miliardaria africana della storia. Laureata in Ingegneria al King’s College di Londra, Isabel dos Santos si lanciò nel business nel 1997 – il Miami Beach di Luanda, un ristorante i cui considerevoli successi hanno accompagnato la trasformazione della capitale dell’Angola. Per entrare nella classifica diForbes ha però avuto bisogno di ben altri investimenti: 28,8% di ZON Multimédia (vale 385 milioni di dollari), 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni). In più, Isabel dos Santos possiede un quarto di Unitel, il principale operatore telefonico in Angola, e ha progetti minerari e agricoli con Arkady Gaydamak e Lev Leviev, uomini d’affari israeliani di origine russa.

ZON (che è in processo di fusione con Optimus) e BPI (il cui maggior azionista è la Caixa spagnola) fanno parte del PSI20, l’indice principale della Borsa di Lisbona, mentre il BIC è cresciuto recentemente con l’acquisto del Banco Português de Negócios. Il fior fiore del capitalismo lusitano è (o è stato) socio di Isabel dos Santos e del marito Sindica Dokolo (di origine congolese, mentre lei è nata a Baku da madre azera): Américo Amorim (il re del sughero, uomo più ricco del Portogallo, che insieme all’impresa pubblica angolana Sonangol controlla Galp Energia dopo l’uscita parziale dell’ENI e che detiene 25% del BIC), Sonae (che controlla Optimus), il Grupo Espírito Santo (storico alleato della famiglia Agnelli, ha attività di credito, pesca e aviazione in Angola), Portugal Telecom (in Unitel), e Pedro Sampaio Nunes.

Per vari anni membro del consiglio d’amministrazione della Galp è stato Manuel Vicente, il presidente della Sonangol. La compagnia di Stato, oltre che in Galp, è presente nel Millennium Bcp – principale banca portoghese, in cui è il maggiore azionista. Vicente, che secondo la stampa specializzata è legato al fondo Carlyle, è stato nominato vice-presidente dell’Angola nel 2012 ed è dato come favorito nella corsa per succedere a Jose Eduardo Dos Santos, 71 anni, al potere dal 1979. Senza dimenticare i generali Hélder Vieira Dias, meglio noto come “Kopelipa”, e Leopoldino Nascimento “Dino”. Il primo è il più stretto collaboratore militare del presidente, il secondo ha diretto a lungo le telecomunicazioni. Possiedono un terzo dei 110 appartamenti all’Estoril Sol Residence, il più rinomato della località balneare, insieme ad altri facoltosi angolani. A questi nomi si è aggiunto proprio, prima di Ferragosto, António Mosquito che è entrato in Soares da Costa Construções con due terzi del capitale. Un’operazione, resa necessaria dall’esposizione del gruppo Soares da Costa verso le banche, in cui è intervenuto il BCP che ha identificato l’imprenditore angolano che ha già varie attività in Portogallo. Del resto in Angola la società di costruzioni nel 2012 ha realizzato 44% del fatturato (+8%, mentre in Portogallo c’è stata una flessione di 28%).

António Mosquito ha dimostrato interesse anche per il gruppo Controlinveste, proprietario del Diário de Notícias, del Jornal de Notíciase di altri media portoghesi. Se l’acquisto di cui si parla da mesi dovesse concretizzarsi, l’estensione del potere angolano nelle comunicazioni portoghesi raggiungerebbe livelli preoccupanti, dato che andrebbe ad aggiungersi a quelli della Newshold di Alvaro Sobrinho, che già controlla il settimanale Sol e ha partecipazioni in due periodici (Visão ed Expresso) e nei quotidiani Correio da Manhâ (il maggiore per circolazione) e Jornal de Negocios. Newshold si è detta interessata ad acquisire RTP (Radio e Televisâo Portuguesa) nel caso in cui il governo di centro-destra decidesse di privatizzare l’emittente.

Per avere un’idea di quale sia l’equazione di potere nei legami tra l’establishment di Lisbona e l’ex colonia basta osservare quanto accaduto negli ultimi due mesi. Lo scorso anno un settimanale di Lisbona ha pubblicato la notizia dell’inchiesta aperta nella capitale portoghese a carico di alcune figure pubbliche legate al governo angolano, provocando la dura reazione della stampa angolana. In questi mesi vari ministri si sono recati a Luanda per riallacciare i rapporti, fino ad arrivare alle scuse diplomatiche formulate dal ministro degli esteri portoghese Rui Machete a metà settembre. Il ministro ha però aggiunto che aggiungendo che “non è stato possibile” evitare l’inchiesta. Queste dichiarazioni hanno provocato grande scalpore a Lisbona, dove diversi politici ed editorialisti hanno fermamente disapprovato l’atteggiamento di sottomissione del ministro.

Ma la precisazione finale del ministro, unita al coro di dissensi verso il ministro, ha finito per offendere Luanda, accendendo dibattito sulla relazione di dipendenza che collega l’ex potenza coloniale sull’orlo del fallimento alla sua ex colonia in piena ascesa economica. Durante il suo discorso sullo stato della nazione, il 15 settembre, il presidenteDos Santos ha ritenuto che le condizioni per un “partenariato strategico” non erano più presenti, concetto ribadito anche in un successivo discorso di ottobre. A inizio novembre 14 deputati portoghesi si sono recati a a Luanda per cercare di migliorare le relazioni fra Lisbona e la sua ex colonia.

L’episodio no è passato inosservato. Il quotidiano francese online Mediapart è quello che più di ogni altro ha cercato di squarciare il velo di opacità intorno agli interessi di Luanda in quel di Lisbona. In una lunga inchiesta (via Presseurop) racconta perché la provenienza dei capitali angolani riversati nell’economia lusitana susciti parecchi dubbi. Nella prima parte dell’inchiesta si spiega:

La “rivincita del colonizzato” è più che ambigua. Un gran numero di “investimenti” angolani nel settore dell’edilizia di lusso sulla costa o nelle banche sono di dubbia origine e favoriscono solo un piccolo gruppo di imprenditori vicini al potere. Diverse persone contattate da Mediapart a Lisbona parlano di un sistema con enormi ramificazioni e di cui il Portogallo serve da centro di riciclaggio del denaro sporco per i nuovi ricchi angolani.

Per l’ex giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes, oggi professore all’Ehess di Parigi, questa pratica di riciclaggio di capitali risale a molto prima della crisi attuale. La si può datare alla fine degli anni novanta, quando l’Angola, all’epoca in piena guerra civile, aveva emesso nuove concessioni petrolifere. La decisione aveva provocato l’esplosione della produzione di oro nero nel paese, rimpinguato le casse dello stato e rafforzato la sua influenza sulla scena internazionale. La recessione dei paesi dell’Europa meridionale, a partire dal 2008, non ha fatto altro che accelerare la grande trasformazione delle relazioni fra l’Angola e il Portogallo.

Nella seconda:

“Il Portogallo riveste un ruolo strategico per il potere angolano: permette all’élite economica e politica di prepararsi una via di fuga in caso di cambio di regime, e una parte delle sue ricchezze è custodita in Portogallo. Ma il paese serve anche al riciclaggio dei capitali angolani di dubbia provenienza”, riassume Jorge Costa del Blocco di sinistra, che a gennaio dovrebbe pubblicare un libro sui “padroni angolani del Portogallo”.

Un rapporto pubblicato nel 2011 dall’ong Global witness passa in rassegna i conti – particolarmente opachi – dell’industria petrolifera in Angola e afferma chiaramente che tra i registri tenuti dal ministero del petrolio e quelli del ministero delle finanze esiste una differenza di non meno di 87 milioni di barili di petrolio rispetto alla produzione complessiva dell’anno 2008. Questo è soltanto un esempio tra i tanti del fallimento delle istituzioni, che possono favorire prelievi illeciti di fondi pubblici.

Malgrado l’entità delle operazioni è già tanto se il dibattito scuote la scena portoghese. Il caso delle scuse diplomatiche di Rui Machete lo ha soltanto sfiorato e l’interessato ha finito per evitare le dimissioni. “Tutti i politici portoghesi, al potere o all’opposizione, hanno intrattenuto rapporti con le forze angolane, da un lato o dall’altro del conflitto”, precisa Pedro Rosa Mendes.

Il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), un tempo rigidamente marxista-leninista, ha aderito all’Internazionale socialista nel 2003. Intrattiene dunque rapporti stretti con i comunisti e i socialisti, ma anche con i socialdemocratici oggi al potere in Portogallo. “Col passare delle generazioni l’Mpla ha sempre saputo adeguarsi al contesto e cambiare alleanze a seconda delle evoluzioni politiche”, prosegue Pedro Rosa Mendes.

Secondo il resoconto di Jorge Costa dopo il ritorno del Portogallo alla democrazia nel 1974 26 ministri e segretari di stato hanno occupato o continuano a occupare poltrone nelle aziende angolane dopo essere passati attraverso un ministero pubblico. L’attuale primo ministro Pedro Passos Coelho ha trascorso parte della sua infanzia in Angola. La stampa portoghese fa anche congetture sull’esistenza di una “lobby angolana” all’interno del governo, costituita da vari ministri nati o cresciuti a Luanda.

In tutto questo contesto spicca l’assenza dell’Europa, sempre secondo Mediapart dettata da una precisa ragione:

Secondo l’eurodeputata socialista Ana Gomes l’Europa sarebbe addirittura complice di questa operazione: “L’austerità e i programmi di privatizzazione imposti a Lisbona dall’Europa hanno come effetto quello di aggravare la dipendenza del Portogallo dall’Angola. E non solo l’Europa non dice niente, ma addirittura spinge in questa stessa direzione”.

In ogni caso non ci si deve aspettare una reazione da parte della Commissione europea, tenuto conto delle elezioni europee dell’anno prossimo. José Manuel Barroso, a capo della commissione dal 2004, è stato uno dei primi ministri portoghesi più vicini a Dos Santos. Nel 2003 si era recato a Luanda in compagnia di dieci ministri. In qualità di presidente della Commissione ha effettuato una visita di due giorni in Angola nell’aprile 2012 per rafforzare la cooperazione dell’Ue con Luanda.

Nel 2003 Barroso è stato uno degli invitati d’onore al matrimonio di un’altra figlia del presidente angolano, Tchizé Dos Santos. Quest’ultima, più discreta della sorellastra Isabel, ha appena rilevato il 30 per cento di una società portoghese di spedizioni di frutta.

Non solo Alba Dorata, ora in Grecia torna l’incubo del terrorismo anarchico

Ora la Grecia ha paura. Nella serata di venerdì 1° novembre, due persone su una moto di grossa cilindrata hanno aperto il fuoco davanti alla sede di Alba Dorata, nel quartiere Neo Eraklio di Atene, uccidendo due militanti e ferendo un terzo, A prima vista sembra una vendetta contro il movimento squadrista per l’omicidio del rapper Pavlos Fyssas, avvenuto lo scorso settembre, ma c’è già chi parla di una “strategia della tensione” in atto. Perché l’attentato fa ripiombare la Grecia, già stremata dalla gravissima crisi economica e dai conseguenti sacrifici ad essa imposti, nel buio e nei misteri che sono stati i fantasmi del suo recente passato.
L’attentato è stato rivendicato solo pochi giorni fa da parte delle cosiddette “Squadre rivoluzionarie popolari combattenti”, una sigla di estrema sinistra mai sentita prima. Fatto spiega come anche la minaccia anarco-insurrezionalista torni a farsi strada, con la Grecia ora in mezzo a due fuochi.

Alba Dorata, istruzioni per l’uso

Per capire Alba Dorata consiglio la lettura di due articoli dell’Osservatorio Balcani e Caucaso che provano a spiegarne la genesi. Nel primo si tratteggia, tra le altre cose, la figura di Nikos Michaloliakos, fondatore del gruppo; nel secondo si illustra come il movimento si sia minacciosamente fatto strada nel cuore della società greca, sia prima che dopo l’ingresso in parlamento. Diventando una sorta di neonazismo quotidiano.

Nell’ultimo anno i membri del gruppo si sono resi responsabili di decine di assalti a immigrati, soprattutto quelli irregolari. Solo nel 2012 si registrano 154 episodi, ma secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani gli incidenti sarebbero in realtà molti di più. Fa scalpore l’omicidio di un diciannovenne iracheno, ucciso fuori da una moschea improvvisata durante il mese sacro del Ramadan. Si registrano anche aggressioni a disabili omosessuali. ma anche a giornalisti accusati di essere “conniventi” col sistema. 

Le autorità greche, tuttavia, ancora fino all’estate di quest’anno mostrano un atteggiamento conciliante nei confronti della formazione estremista, nonostante i ripetuti moniti di un’Europa preoccupata dalla crescente intensità delle violenze. Lo scorso maggio, ad esempio, il governo annuncia di voler varare una legge che inasprisca le pene per i crimini razzisti, ma poi non se ne fa nulla perché i tre partiti della coalizione non riescono a trovare un accordo.

Le cose cambiano con l’assassinio del rapper Pavlos FyssasNon è la prima volta che Alba Dorata uccide qualcuno, ma è la prima volta che a cadere vittima della violenza è un greco, In realtà ci manca veramente poco che l’omicidio rimanga un episodio isolato, subito archiviato senza conseguenze. Tutto si deve ai riflessi di un poliziotto, pronto a cogliere l’ultimo gesto di Fyssas intento ad indicare il suo aggressore. La giustizia scopre molto presto che Georges Roupakias, l’assassino arrestato, è iscritto ad Alba dorata. Controllando il suo cellulare si scopre anche che poco prima di commettere l’omicidio e subito dopo ha telefonato a parecchi responsabili del partito. da cui risultava peraltro stipendiato.

Il fatto costringe una Grecia attonita ad interrogarsi sulle cause di tanto imbarbarimento. L’ondata di turbamenti suscitata è tale da indurre le autorità di Atene a svelare il vero volto di Alba Dorata. E dietro la maschera della formazione politica scoprono un lungo elenco di violenze ed estorsioni, ma soprattutto vengono alla luce le prove di inquietanti rapporti con alcune mafie straniere - in particolare quella albanese – nonché con esponenti della polizia e del potere economico.

Questi due aspetti gettano più di un’ombra sulla rete di favori e connivenze che si cela dietro il movimento. Alba Dorata è molto popolare presso la polizia: quasi la metà dei poliziotti greci ha votato in massa per questa formazione. Si scopre che un poliziotto di Rodi ne ha addestrato alcuni membri, e che gli uomini in divisa hanno partecipato a diversi attacchi perpetrati contro gli stranieri. Spunta fuori un video in cui si vedono dei membri del partito mentre aiutati i poliziotti durante l’assalto ad una manifestazione.
Emergono anche i legami con gli armatori e con i grandi industrialicon i quali avvengono riunioni più o meno segrete vengono rivelate dalla stampa. Si sa che il movimento neofascista si è infiltrato da tempo nelle vecchie roccaforti operaie come il porto del Pireo, sfruttando la disoccupazione e l’odio per i sindacati e i partiti di governo, ma le inchieste sul finanziamento di Alba dorata, aperte dopo la morte di Pavlos Fyssas, confermano il coinvolgimento di almeno due armatori, sponsor regolari dei neonazisti. E nell’abitazione di un terzo viene addirittura trovato un arsenale.

Quando iniziano a circolare voci anche sui preparativi in corso di un possibile colpo di Statoil governo si attiva finalmente per mettere Alba Dorata fuorilegge.
Il 23 settembre il ministro della protezione civile Nikos Dendias annuncia l’avvio di un’inchiesta sui legami tra le forze dell’ordine e l’organizzazione. Due alti funzionari di polizia si dimettono,i quattro ufficiali vengono sospesi e altri sette trasferiti.
L’operazione più clamorosa si ha il 29 settembre, quando vengono arrestati i vertici del movimento: Il leader del Nikos Michaloliakos, insieme al portavoce Ilias Kassidiaris, i deputati Ilias Panaglotaros, Ioannis Lagos e al responsabile della sezione di Nikea, (quartiere di Atene) Nikos Patells cadono in una retata che vede 36 ordini di arresto. A proposito di Lagos: già informato dell’imminente omicidio di Fyssas, il parlamentare risulta indagato anche per riciclaggio di denaro, ricatto e possesso illegale di armi.
Infine il 23 ottobre il parlamento greco sospende il finanziamento pubblico al movimento.

Alla fine, quando si è deciso di agire contro Alba dorata, il governo di Antonis Samaras ha sorpreso tutti per rapidità e determinazione. Purtroppo il ritardo nell’azione ha avuto pesanti conseguenze, fra cui diversi omicidi e il peggioramento della reputazione di un Paese già in ginocchio. Inoltre, tutti in Grecia si stanno interrogando sulle conseguenze politiche del giro di vite sull’estrema destra, visto che Alba dorata non sembra ancora sul punto di scomparire dalla scena politica ellenica. Il partito è frutto della crisi, soprattutto fra i giovani che non hanno lavoro né prospettive di averlo. Nessuno sa dove si orienteranno i suoi elettori, ora il partito sta per essere smantellato dalle autorità greche, ma una cosa è certa: a beneficiarne non saranno i partiti di governo.

Gli anarchici tornano in azione

In Grecia pericoli per la sicurezza interna non arrivano solo da destra. Oltre ai neonazisti, Atene si ritrova a fare i conti anche con il terrorismo di ispirazione anarchica o di estrema sinistra, che nel Paese vanta una lunga tradizione. Dopo anni di letargo, il momento di svolta arrivò il 6 dicembre 2008, agli albori della crisi, quando un giovane anarchico di 15 anni, Alexandros Andreas Grigoropoulos, venne assassinato dalla polizia scatenando violente proteste e attacchi ai simboli dello Stato e del capitalismo.

I movimenti anarchici vantano una lunga tradizione ad Atene. E’ dallo storico quartiere di Exarchia, nel centro della città, che sono partite le prime manifestazioni contro l’occupazione dell’Asse e il regime dei colonnelli. Oggi Exarchia è un laboratorio politico dove lo Stato non esiste, autodiretto da regole proprie, sulle quali spiccano due principi: la violenza come strumento di lotta (ma mai se gratuita) e la solidarietà come sistema di welfare. Ma accanto a questo esempio di “anarchia organizzata”, vari gruppi si sono affacciati sulla scena, minando la sicurezza della già fragile società greca.

Negli ultimi 24 mesi l’anarco-insurrezionalismo greco ha compiuto una vera e propria escalation, mettendo a segno almeno 18 attentati di un certo rilievo (quasi uno al mese), per fortuna facendo solo danni ma nessuna vittima. Ora lo scenario cambia, e si teme che i gruppi anarco-insurrezionalisti stiano preparandosi a colpire la Troika, i cui rappresentanti si recano spesso ad Atene, prendendo a bersaglio non più gli edifici- simbolo, bensì le persone. L’allarme è scattato lo scorso 2 settembre, quando una busta contenente polvere da sparo è scoppiata ad Atene nella casa del giudice di Corte d’Appello Dimitris Mokkas, che si occupa di processi a terroristi. La busta proveniva dalla Cospirazione dei Nuclei di Fuoco (Spf), sigla storica dell’estremismo anarchico greco, non nuova a questo genere di intimidazioni e responsabile di  tre attentati incendiari ad Atene nello scorso gennaio, in conseguenza dell’apertura di procedimenti giudiziari contro alcuni suoi membri.

Un fatto inquietante è che a fianco della Spf – che ha stretti legami con la Federazione anarchica italiana (Fai) – sono emerse altre sigle mai sentite prima, come Tolleranza Zero (tre attentati contro altrettanti politici a fine 2011), Movimento 12 Febbraio (una bomba non esplosa il 25 febbraio 2012 sul metro’ di Atene), e la Squadra dei Combattenti del Popolo (attacco a colpi di Kalashnikov contro il quartier generale del partito Nea Dimokratia lo scorso 14 gennaio). Infine le Squadre rivoluzionarie popolari combattenti, responsabili dell’attentato ad Alba Dorata di inizio novembre.

Slovenia e Croazia nella spirale della crisi

Un tempo Slovenia e Croazia erano unite nella repubblica federativa di Jugoslavia. Ora che la Jugoslavia non c’è più, ad unire i due Paesi ci pensa una crisi economica che sembra non aver fine. Secondo le ultime previsioni economiche della Commissione europea le prospettive di crescita di Lubiana devono essere riviste al ribasso in maniera significativa, mentre Zagabria, pur uscendo dai paesi in recessione già dal prossimo anno, avrà comunque il tasso di crescita più basso dell’UE.

In settembre l’Osservatorio Balcani e Caucaso aveva tracciato uno speciale in due parti sulla situazione economica nei Balcani a cinque anni dal crollo di Lehman Brothers. Vediamo i passaggi riguardanti ciascuno dei due Paesi ex jugoslavi:

Slovenia, fine di un modello

La Slovenia è tra i paesi, circa una trentina al mondo, i cui livelli di attività economica sono inferiori a quelli pre-crisi. La dimensione complessiva dell’economia1 era di 49 miliardi di dollari nel 2009, mentre nel 2012 si è attestata a quota 45. In questo stesso arco di tempo il reddito pro capite è sceso da 24.367 a 22.193 euro. Quanto al Pil, è crollato di oltre sette punti nel 2009 e dopo una leggera ripresa nel 2010-2011 è tornato nel 2012 sotto la quota della crescita zero: -2,3%. Le previsioni rivelano che da qui a fine anno Lubiana dovrebbe perdere altri due punti. La disoccupazione, infine. Era al 5,9% nel 2009. Ora lambisce i dieci punti percentuali.

L’origine dei guai sloveni, in buona sostanza, sta nella politica dissennata dei prestiti elargiti dalle banche, che hanno gonfiato la bolla immobiliare. L’arrivo della crisi internazionale l’ha fatta esplodere, aumentando notevolmente il numero dei mutui non performanti – il loro valore ha toccato quota sette miliardi di euro – e portando il settore del credito al collasso. È venuto così a mancare il pilastro principale di un’impalcatura economica in larga parte controllata dallo stato (i tre principali istituto di credito sono ad esempio in mano pubblica), spesso vista come modello positivo dall’estero.

La crisi non ha risparmiato la politica. Il governo di centrodestra guidato da Janez Janša – per la cronaca, a giugno s’è beccato due anni sulla base di un’accusa di corruzione – è capitolato in seguito alle proteste popolari scoppiate a causa delle politiche di austerità. A Janša è subentrata Alenka Bratušek, esponente del partito Slovenia Positiva. Alla guida di una coalizione a trazione progressista-liberale s’è caricata sulle spalle l’arduo compito di evitare il crack. Senza avere troppi margini di manovra, però. L’attuale esecutivo ha lanciato un programma di privatizzazioni imponente, concordato con Bruxelles. Sul mercato ci sono diversi pezzi pregiati, tra cui la compagnia di bandiera Adria Airways, Telekom Slovenije e Nova Kreditna Banka Maribor, il secondo istituto del paese.

Nel frattempo, seppure in ritardo, dovrebbe andare in porto a ottobre il varo della bad bank, dove convogliare i mutui non ripagati. Sarebbe dovuta partire a giugno, ma l’UE ha voluto verificare il reale ammontare dei mutui spazzatura, temendo che fosse addirittura superiore ai sette miliardi.

La bad bank potrebbe comunque non bastare. La Slovenia ha bisogno del bailout o quanto meno è solo all’inizio del calvario delle riforme, dice qualcuno a Bruxelles. Da parte sua il governo cerca di convincere l’UE che il paese non è così malconcio, con un occhio agli equilibri della maggioranza (il Partito dei pensionati è contrario a ogni ritocco degli assegni sociali e i liberali della Lista Civica si oppongono all’aumento delle tasse). Intanto le stime indicano che nel periodo 2014-2017 ci sarà una ripresa. Ma tutto dipende da come le variabili attualmente sul tappeto si incastreranno tra loro.

Per la Slovenia non è stato un 2013 favorevole, tra crisi di governo di inizio anno, fantasmi della troika e tumulti sociali, ed è già certo che il 2014 non sarà meglio.
Secondo l’agenzia Ansa (5 novembre):

Le stime della Commissione europea sui dati macroeconomici per la Slovenia non sono di buon auspicio: per il 2013 si prevede una contrazione del Pil del 2,7%, mentre a maggio la stima della decrescita prevedeva un -2%. Stesso discorso per le stime per il 2014: si prevede una nuova recessione dell’1%, mentre a maggio si parlava di un -0,1%. Tuttavia, nonostante le stime negative, secondo il commissario Olli Rehn, Lubiana potrebbe ancora farcela da sola a uscire dalla crisi. Un primo risveglio dell’attività economica di Lubiana si dovrebbe registrare nel 2015 con una crescita dello 0,7%.

Secondo le stime della Commissione, nel 2014 la Slovenia sarà l’unico Paese dell’eurozona, insieme a Cipro, ancora in recessione. Preoccupanti anche i dati sul deficit, che dovrebbe attestarsi al 5,8% del pil nel 2013, salire al 7,1% del pil nel 2014 per poi scendere al 3,8% del pil nel 2015. Di conseguenza si prevede anche un aumento del debito pubblico, che dovrebbe essere del 63,2% del pil nel 2013, del 70,1% nel 2014 per aumentare ancora fino al 74,2% del pil nel 2015.

La disoccupazione dovrebbe, secondo le stime di Bruxelles toccare l’11,1% quest’anno, per salire ancora all’11,6% nei prossimi due anni. Secondo il commissario Rehn, il risanamento del settore bancario e una decisa politica sulle riforme strutturali potrebbero ancora assicurare a Lubiana la ripresa della crescita economica. Se il governo sloveno attuerà le riforme come d’accordo con Bruxelles, il programma di aiuto da parte dei meccanismi europei potrebbe non essere necessario, ha chiarito Rehn.

Parlavamo della ristrutturazione del sistema bancario. La liquidazione di due istituti tra i più piccoli del Paese, Probanka e Factor banka, annunciata il 6 settembre, potrebbe avere serie ripercussioni sulle finanze dello stato e sull’imprenditoria slovena, posto che il governo ha annunciato che coprirà circa 500 milioni di euro di depositi bancari per ogni banca in modo da scongiurare una corsa agli sportelli.
Proprio sui problemi del settore bancario, Linkiesta spiega:

Per il terzo anno consecutivo le previsioni danno il settore bancario sloveno in perdita. Le tre principali banche del paese necessitano iniezioni di capitale per ripianare le perdite dovute ai prestiti “non performanti” (tradotto: i finanziamenti diventati carta straccia). Solo nel mese di marzo 2012 la loro entità è aumentata di 300 milioni di euro. La somma totale delle perdite del settore è stimata tra 6 miliardi di euro, l’11% sul totale dei mutui (reuters) e 4 miliardi di euro. La situazione più preoccupante è probabilmente quella della “Nova Ljubljanska Banka”, il primo istituto di credito del paese,controllato dallo stato: entro la fine del mese avrà bisogno di 320 milioni di euro per essere in linea con i requisiti dell’Autorità Bancaria Europea.

Il ministro dell’economia sloveno, Uros Cufer, ha già dichiarato che il peggioramento delle stime da parte della Commissione europea sui dati macroeconomici della Slovenia era nelle previsioni. Anche Antonio Silimpergo, capo delegazione del Fondo Monetario Internazionale, la Slovenia ha ancora la possibilità di uscire da sola dalla crisi. Ma i fatti mostrano una realtà meno rosea.
Lubiana ha promesso di portare il suo deficit al di sotto del 2,5% del pil nel 2015, ma la riuscita del piano dipende da molti fattori sconosciuti. Secondo le previsioni, infatti, la crescita economica rallenterà rapidamente il prossimo anno e il tasso di disoccupazione continuerà ad aumentare per i prossimi due, con una crescita reale degli stipendi sarà negativa fino al 2015. A ciò dovrà probabilmente aggiungersi il costo della ristrutturazione del sistema bancario. In ogni caso, anche se la Slovenia dovesse rispettare le aspettative di Bruxelles, è probabile che deluda profondamente il suo popolo.

Se la Slovenia piange, la Croazia non ride. Riprendiamo l’analisi dell’OBC:

Il malato croato

Anche Zagabria, come Lubiana, è nel plotoncino di paesi la cui attività economica, in questi anni, s’è contratta. A differenza del caso sloveno, quello croato è più il frutto di una serie di nodi strutturali accumulatisi nel corso degli anni, venuti di colpo a galla con la crisi: export debole, competitività deficitaria, corruzione, turismo troppo legato alla stagionalità.

Con la sola eccezione della crescita zero del 2001, il Pil è sceso continuamente nel corso dell’attuale congiuntura, perdendo 6,9 punti percentuali nel 2009, 2,3 nel 2010 e due nel 2012. Quest’anno si tornerà alla crescita zero, come nel 2011. Così almeno pare. Quanto a disoccupazione e debito pubblico, la prima ha toccato il picco (21,3%) nel febbraio di quest’anno, secondo l’Istituto croato di statistica, scendendo poi all’attuale 18,5%; il secondo, in crescita costante, si aggira sul 60%.

Lo scenario socio-economico è tra i motivi, assieme all’emergenza corruzione (l’ex primo ministro Ivo Sanader è stato condannato a dieci anni), che alle elezioni del 2011 hanno portato l’Hdz, storico partito della destra, a lasciare la plancia di comando ai socialdemocratici. L’attuale primo ministro Zoran Milanović, tuttavia, s’è ritrovato con le mani legate, dando corpo a una politica di sacrifici che ha inoculato malumore e sfiducia tra la popolazione.

La Croazia dovrebbe ripartire, anche se lentamente, nel prossimo triennio. Una possibile iniezione potrebbe essere fornita dai fondi strutturali e di coesione dell’UE. Da qui al 2017 Zagabria riceverà circa 11 miliardi di euro. Una dote tutt’altro che irrilevante, se verrà utilizzata intelligentemente.

In Croazia la crisi aveva spento l’entusiasmo per l’ingresso nella UE ancora prima di entrarvi, quando a Bruxelles veniva già accostata ai Piigs. Finora il bilancio di questi primi quattro mesi da 28esimo membro dell’Unione è decisamente negativo: invece di ottenere credito a buon mercato, la Croazia si è vista declassare alla categoria speculativa dalle agenzie di rating. Non ci sono più tasse doganali, ma i prezzi non sono calati, e intanto il regime di visti ha messo in fuga migliaia di turisti turchi, russi e ucraini. La questione delle deroghe al mandato d’arresto europeo ha scatenato un braccio di ferro con Bruxelles che, come prevedibile, si è risolto in favore di quest’ultima.

Inoltre Zagabria è sotto sorveglianza da parte dell’UE per l’esplosione del deficit pubblico: secondo la stampa nazionale rischia di “fare la fine della Grecia” se non ridurrà il suo deficit di 1,7 miliardi di kuna (220 milioni di euro) nei primi tre mesi dell’anno prossimo.

A peggiorare la situazione c’è il problema che anche Zagabria, come Lubiana, ha un sistema bancario tutt’altro che in salute. In settembre la Centar Banka di Zagabria è stata ufficialmente dichiarata in bancarotta, dopo una mozione inviata dall’Advisory council della Banca Centrale Croata al Tribunale per le procedure fallimentari.

Vi è da dire che negli ultimi mesi la situazione economica è peggiorata in parte proprio a causa dell’adesione. Secondo Rischio Calcolato:

La Waterloo si sostanzia con i dati terrificanti dell’export locale, spina dorsale della piccola economia croata. Al -6% dell’ultimo semestre contribuisce il calo deciso fino a luglio ed il tracollo del -19% rilevato ad agosto. E tutto ciò nonostante il paese abbia deciso di rinviare l’adesione alla moneta unica europea cosa che avrebbe determinato un cataclisma addirittura peggiore. Con la disoccupazione oltre il 20% (la terza peggiore dopo Grecia e Spagna), il rapporto deficit-PIL ben al di sopra del fatidico 3%, la necessità di ricorrere alla procedura di salvataggio , come già messo in opera per la stessa Grecia, l’Irlanda ed il Portogallo, è più una certezza che un’ipotesi.

Il crollo dell’export è dovuto al fatto che l’adesione all’Ue ha esposto maggiormente la Croazia alla concorrenza internazionale, oltre alla perdita dei privilegi che derivavano dall’Accordo di libero scambio dell’Europa centrale.

A che punto è lo scudo antimissile della Nato

Lunedì 28 ottobre sono iniziati nella base militare di Deveselu, in Romania, i lavori di costruzione che la renderanno parte dello scudo antimissile della Nato. Prosegue così la cooperazione in campo militare con la Romania, che è diventata il primo partner militare degli Usa nel Vecchio Continente. Già utilizzata come base per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, la Romania ha firmato un accordo con Washington nel 2011 per la modernizzazione delle proprie forze armate. Nel Paese balcanico sarà schierato il sistema missilistico antiaereo multifunzionale americano Aegis, dotato dei missili intercettori Standard-3 (SM-3). Il costo stimato è di 134 milioni di dollari.

Il posizionamento degli intercettori balistici, privi di capacita offensiva, è la prima tappa di un complesso sistema di difesa missilistico che, dopo l’installazione di una postazione radar in Turchia, prevede anche il posizionamento di un’altra batteria SM-3 in Polonia - che lo scorso anno aveva già iniziato a progettare un proprio sistema di difesa, nell’inerzia dell’amministrazione Obama. Probabilmente quando il versante polacco del sistema missilistico sarà operativo, secondo molti esperti, la reazione della Russia potrà farsi più accesa.

La posizione dei russi è infatti nota. Secondo loro l’installazione dei sistemi antimissile in Europa rappresenta una minaccia, dato che gli americani rifiutano di dare garanzie giuridicamente vincolanti circa il fatto che lo scudo antimissile non sia volto verso Mosca. La prima riunione Nato-Russia a livello ministeriale dal 2011, conclusa lo scorso 23 ottobre, si è conclusa con un nulla di fatto, di fronte all’impossibilità di pervenire ad una soluzione condivisa. Anche il capo amministrazione del Cremlino, Serghej Ivanov, ha riconosciuto che su questo specifico tema gli Stati Uniti e Russia hanno interessi troppo divergenti perché una collaborazione possa aver luogo.

Per contrastare l’avvio dello scudo, la Russia ha già installato nell’enclave di Kaliningrad una batteria di missili Iskander puntati su Varsavia, ed ha intensificato voli militari nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Finlandia. Entro la fine di quest’anno sarà schierata anche una nuova batteria dei sistemi missilistici antiaerei “S-400″ nella regione di Mosca.

Tra le altre cose, Mosca è già sotto pressione sul fronte orientale, dove il Giappone - anche qui in collaborazione con gli Stati Uniti - sta attualmente lavorando ad nuovo sistema di difesa missilistico. Con Tokyo i rapporti sono tesi da inizio ottobre, quando in base ad un altro accordo raggiunto con Washington, a partire dal prossimo anno droni americani avranno base nel Sol Levante. La Corea del Sud, invece, non ha intenzione di partecipare al progetto, scegliendo piuttosto di sviluppare un autonomo sistema di difesa missilistica contro le possibili minacce provenienti dalla Corea del Nord.

Certo non siamo più negli anni della Guerra Fredda: oggi sappiamo che nel 1983 una guerra nucleare fu sfiorata per davvero. Ma certe divergenze persistono ancora oggi. Il magazine russo Russia Direct (tradotto da Russia Oggi) ha chiesto ad importanti esperti russi e americani di valutare sino a che punto i timori di Mosca sono giustificati. La risposta pressoché unanime è no. Le riserve della Russia riguardo allo scudo si basano su speculazioni: i russi sostengono che l’installazione di nuove e più potenti basi di difesa missilistica potrebbe alterare gli equilibri geopolitici tra America e Russia, e in fin dei conti si tratta di una considerazione sensata, vista l’attenzione quasi ossessiva di Mosca verso quello che considera il proprio spazio vitale. Oggi come oggi però le obiezioni dei russi non sono trovano giustificazione nei fatti. Secondo Vladimir Evseyev, direttore del Centro studi sociali e politici di Mosca:

Io credo che Russia e Stati Uniti non abbiano alcuna volontà politica di raggiungere un compromesso in questo ambito, e che la colpa della mancanza di flessibilità vada attribuita in parte alla Russia. La Russia non si sforza di affrontare il problema da nuove angolazioni, ma continua invece a preoccuparsi dei vecchi problemi. Mosca vuole delle garanzie legali, ma nell’attuale situazione geopolitica è impossibile che possa ottenerle, e l’Occidente considera inaccettabile tale pretesa. Vogliamo che gli Stati Uniti facciano ciò che non possono fare, e questo irrita l’Occidente.

Da rimarcare anche l’opinione di Gordon M. Hahn, del Centro studi strategici e internazionali (Csis) di Washington:

La principale minaccia che deriva dalla difesa missilistica Usa sta nella possibilità di stabilire un precedente. La Russia non può permettersi di lasciare che gli Stati Uniti dispieghino delle difese missilistiche a un passo dai propri confini, perché con il tempo tali difese verrebbero incrementate, sino a costituire un’effettiva minaccia.

Viene da chiedersi però a cosa serva davvero uno scudo antimissile oggi, visto che le minacce per la sicurezza globale sono di ben altro tenore. Non saranno le batterie antimissile a proteggerci dal fondamentalismo islamico o dalla pirateria. Eppure le grandi potenze sono ancora divise su un dossier concepito oltre trent’anni fa, quando la minaccia nucleare era un rischio concreto, ma che oggi risulta del tutto anacronistico. Inoltre, e questo forse è l’aspetto più deleterio, le divergenze sulla difesa missilistica influenzano molti aspetti dei già complicati rapporti tra Usa e Russia, favorendo un senso di diffidenza reciproco. Alla faccia del reset auspicato da Obama.

In concreto, più che un’arma bellica, lo scudo antimissile è un’arma diplomatica. Come scrivevo nel luglio 2012:

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.