Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere

L’Europa dopo il voto del 25 maggio

Quelle del 25 maggio non sono state elezioni europee come le altre. Quest’anno, si concludeva il processo di transizione iniziato coll’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il cui obiettivo di fondo era una maggior democratizzazione del funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, da questo scrutinio sarebbe emerso il nome del nuovo presidente della Commissione europea. Nella visione dei firmatari di Lisbona, le elezioni di quest’anno rappresentavano perciò uno spartiacque storico nell’àmbito dell’integrazione continentale.

Ciò che a Lisbona nessuno poteva immaginare era che, dal 2009 a oggi, l’Europa sarebbe stata investita da cinque anni di crisi economica, la cui onda lunga ha lasciato profonde ferite nella realtà sociale del Vecchio Continente. E il disagio dei popoli non poteva che manifestarsi anche nelle urne. Risultato: il voto recentemente espresso avràconseguenze tanto importanti quanto insidiose sia per l’Europa sia per i singoli Stati membri.

La prima è la netta e ampiamente prevista affermazione dei movimenti euroscettici. «Per la prima volta ci sarà una vera opposizione alParlamento europeo», ha esultato il leader della Lega Matteo Salvini, il quale trascura — come molti osservatori — che quella da noi chiamata «opposizione euroscettica» è tutt’altro che un monòlito. I movimenti che la compongono sono sí uniti quando si tratta di puntar il dito contro l’Europa, a loro avviso la radice di tutti i mali, ma si dividono quando si tratta d’esporre visioni e obiettivi, in aperto contrasto fra loro. Continua a leggere

Per la Spagna è la fine di un’era

È un tipico esercizio della stampa, quello di mettere in relazione eventi superficialmente simili, ancorché distinti e privi di qualunque nesso funzionale, per renderli meglio fruibili al grande pubblico. Non ha fatto eccezione la recente doppia “abdicazione” spagnola, ossia quella di re Juan Carlos ha cui ha fatto seguito l’uscita di scena della Nazionale di calcio dai Mondiali in Brasile. Al di là della scontata, e se vogliamo ingenua tendenza dei cronisti a cedere alla seduzione di certe analogie, i due eventi testimoniano un cambiamento di portata molto più ampia di quanto immaginiamo. Non si tratta solo del fatto che adesso la Spagna abbia un nuovo re e non sia più Campione del mondo; la vera notizia è che essa non sarà più come l’abbiamo conosciuta fino oggi.

Juan Carlos aveva molte buone ragioni per abdicare: al peso degli anni si era aggiunto quello, meno sopportabile, degli scandali; negli ultimi tempi la caduta di consensi era stata inversamente proporzionale al numero degli acciacchi fisici. Nel suo ultimo discorso, il monarca ha parlato della necessità di lasciare spazio alla generazione giovane «che merita di andare avanti», indicando nel figlio Felipe la figura migliore per affrontare le sfide del presente. Ad esempio la crisi economica, oppure – ma questo il re non poteva dirlo – la conservazione stessa della monarchia. Al di là delle spinte indipendentiste della Catalogna, infatti, molti osservatori non nascondono che in Spagna più che la monarchia fosse popolare Juan Carlos e ora mettono in dubbio che l’istituzione possa sopravvivere all’uscita di scena di quello che era stato ribattezzato “il re repubblicano”. La Spagna si scopre dunque un Paese diviso tra regioni che vogliono andarsene e altre che invece dettano le proprie condizioni per restare; tra chi acclama il nuovo re e chi aspira invece ad eleggere un presidente.

Passando dal trono ai campi da gioco, perfino gli analisti allergici al pallone concordano come lo spirito della Spagna si rifletta appieno nel suo calcio. Fino al trionfo negli Europei del 2008, la Nazionale iberica ha sempre presentato una singolare contraddizione. Da una parte vantava alcuni tra i più forti giocatori nel panorama calcistico internazionale ed era solita i gironi di qualificazione per Europei/Mondiali a pieni punti segnando sempre valanghe di gol; dall’altra, nelle fasi finali delle grandi competizioni steccava sempre. La ragione, spiegavano gli esperti, rispecchiava un carattere di fondo dell’intera società spagnola: la divisione tra diverse anime al suo interno. Perché se la Spagna è politicamente unita fin dal matrimonio di Ferdinando e Isabella, rispettivamente sovrani d’Aragona e di Castiglia, gli spagnoli sono invece sempre stati divisi. Ci accorgiamo allora che, metafore a parte, un filo sottile lega l’uscita di scena del re a quella delle Furie rosse. Continua a leggere

Quante “Europe” escono dalle europee?

È lecito domandarsi se le elezioni Europee siano veramente “europee” oppure no, visto che il Parlamento di Bruxelles non è scelto tramite un’elezione unica bensì attraverso 28 scrutini nazionali? Solitamente snobbate e buone solo a garantire un po’ di poltrone a politici di seconda fascia, le elezioni continentali sono sempre state sfruttate dalle classi politiche del continente solo per tastare il polso dell’opinione pubblica interna senza rischiare alcunché. Corollario di queste due premesse è che non solo non esiste un progetto di Europa condiviso, ma manca un’idea stessa di Europa poiché ciascuno ne coltiva idee diverse, più spesso nessuna idea. Ogni Paese si è recato alle urne spinto dalla necessità di rispondere ai problemi di casa propria, la cui origine è spesso e volentieri attribuita all’Europa stessa. Tralasciando la situazione italiana, dove la vittoria del centrosinistra resta un caso isolato a fronte di un imperioso avanzare delle destre, e per la quale sono state già spese troppe parole, quante “Europe” escono, allora, da queste elezioni europee? Continua a leggere

La Serbia tra il martello di Mosca e l’incudine di Bruxelles

L’onda lunga della crisi in Ucraina si sta propagando fino a Belgrado. Il governo serbo, tradizionalmente vicino alla Russia ma in trattativa con Bruxelles in vista di una futura adesione alla UE, si trova sempre più in imbarazzo a causa della difficoltà di esprimersi in modo coerente sulla situazione.
Da un lato, c’è la situazione internazionale: il processo di euro-integrazione in corso imporrebbe alla Serbia di associarsi alle parole di condanna verso le iniziative di Mosca sin qui manifestate dall’Europa, ma il Paese balcanico non può correre il rischio di alienarsi le simpatie del Cremlino.
Dall’altro, però, la questione ucraina ha degli importanti riflessi di politica interna. La gran parte delle argomentazioni con cui la Russia ha preteso di legittimare l’annessione della Crimea si fondano sulla similitudine con il precedente del Kosovo. Abbiamo già detto che la Crimea non è il Kosovo, ma se Belgrado se dovesse appoggiare le rivendicazioni di Mosca andrebbe contro i suoi stessi principi di integrità nazionale secondo i quali questo è una parte della Serbia e dunque quella sarebbe parte dell’Ucraina.
Si tratta dello stesso paradosso  in cui è caduta la comunità internazionale, ma Da qui l’impossibilità di trovare una posizione coerente.

Come ricorda l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

per la Serbia la questione centrale collegata all’Ucraina è quella del Kosovo. Belgrado avrebbe in questo senso interesse a sostenere l’Ucraina e a contrastare la separazione della Crimea. Tuttavia ciò facendo entrerebbe in netto contrasto con la Russia. La Russia a sua volta è sempre stata contraria all’indipendenza del Kosovo ed ha sempre appoggiato la Serbia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma poi in Ucraina ha agito seguendo altri principi.

Sia la Russia che l’Occidente, ognuno con le proprie argomentazioni, affermano che il Kosovo e la Crimea non sono la stessa cosa. Alla Serbia aggrada però di più il punto di vista di Mosca secondo il quale il Kosovo non ha il diritto di separarsi dalla Serbia. In Occidente invece si riconosce il diritto all’autodeterminazione del Kosovo ma non quello della Crimea.

Continua a leggere

Come la Cina sta guadagnando sulla crisi in Ucraina

Partiamo da un presupposto. Il futuro dell’Ucraina è nelle mani di tanti attori: USA, Russia e ricchi poteri privati, ma non del governo di Kiev. Ognuno ha fatto la sua parte per condurre il Paese sull’orlo del baratro e sarà solo attraverso l’incontro tra queste opposte volontà a salvarlo dall’abisso. Il vicepresidente statunitense Joe Biden, nel corso di una visita diplomatica, ha minacciato nuove sanzioni contro la Russia, ma alla fine un accordo sarà necessario. Non a caso al tavolo di Ginevra sedevano rappresentanti di Washington, Mosca e Bruxelles, con il governo ucraino a ratificare le decisioni assunte dagli altri.

C’è però un altro grande Paese che nella crisi ucraina è pienamente coinvolto, e dalla quale potrebbe ricavare lauti profitti – economici e geopolitici – a prescindere da quale sarà l’esito finale della contesa. Parliamo della Cina.

L’interesse cinese per l’Ucraina non è nuovo. Ufficialmente nel 2013 il volume del commercio bilaterale tra la Repubblica popolare cinese e l’ex repubblica sovietica è stato di 11,12 miliardi di dollari, oltre il 7,3 % in più rispetto al 2012, e in generale le multinazionali del Dragone nutrono forti interessi in quel di Kiev. Dal grano alle infrastrutture, i due Paesi hanno collaborato intensamente negli ultimi anni.  Continua a leggere

In Ungheria vince Vik­tor Orbán, finto nemico dell’Europa che conta

Pochi leader politici al mondo sono in grado di suscitare sentimenti più contrastanti di Viktor Orbán. E’ grazie a lui se, mai come quest’anno, le elezioni in Ungheria avevano attirato così tanto l’attenzione degli osservatori stranieri. Il voto a Budapest si prefigurava l’ennesima vittoria degli “euroscettici” e dei nazionalisti a meno di due mesi dalle elezioni europee, e così è stato. Il partito di governo Fidesz, guidato proprio da Orbán, ha infatti trionfato con il 44,4% dei consensi: circa l’8% in meno rispetto al 2010, ma sufficienti per garantire alla formazione al potere una maggioranza di due terzi nel parlamento (133 seggi su un totale di 199). Un dato che restituisce l’immagine di un’Ungheria letteralmente innamorata del suo premier, in stridente contrasto con quella di leader bugiardo e autoritario divulgata sulla stampa internazionale.

Va detto che, nello stesso Occidente, sono in tanti a pensare che il leader ungherese sia un coraggioso anticonformista in lotta contro l’Europa delle banche e dei grandi capitalisti. La sua filosofia economica, l’Orbanomics, basata sulla vendetta nei confronti degli istituti creditizi e sul prepotente ritorno dello Stato nell’economia, è vista da molti come la vera alternativa ai diktat delle grandi istituzioni finanziarie globali, in grado di garantire la crescita interna e l’equilibrio dei conti pubblici senza passare per lo smantellamento dello Stato sociale imposto dalla Troika.

I risultati del suo governo parlano di una crescita di un tasso di crescita previsto per il 2014 e per il 2015 del 2,1%: un miracolo, se pensiamo alla flessione del -1,7% registrata nel 2012; di un deficit di bilancio del 2,2%, contro un 2,7% previsto e comunque sotto il 3% per la prima volta dal 2004; di un tasso di disoccupazione è sceso all’8,6% dopo il record negativo (11,8%) dell’aprile 2013. L’attività manifatturiera (da cui dipende il 70% del PIL) è in forte ripresa, favorita da una politica dei tassi che ha portato la Banca centrale a tagliare il costo del denaro dal 7% di metà 2012 all’attuale 2,6%. L’inflazione è passata dal 5,7% di due anni fa all’1,7% di oggi. Persino l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha modificato il suo outlook sull’Ungheria da negativo a stabile.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? L’Ungheria sta davvero meglio rispetto a quattro anni fa? E poi, se Orbán è davvero un campione nella lotta contro l’economia dei poteri forti, come mai i risultati che ha sbandierato per vincere un secondo mandato (deficit, crescita, inflazione) sono gli stessi di cui si sarebbe vantata una paladina del rigore come Angela Merkel? Continua a leggere

Francia, la facile retorica e il vuoto della sinistra dietro il successo del Front National

Il 30 marzo era una data cerchiata di rosso dalle cancellerie europee: quella delle elezioni locali in Francia. I cui risultati (crescita dell’astensione e una netta “vittoria” del Front National), pur largamente prevedibili, non hanno mancato di provocare turbamenti sia in Europa che nella sinistra francese. Eppure, non si tratta che di un primo modesto assaggio di quello che succederà a maggio, in occasione delle elezioni europee, quando gli strilli delle sirene antifasciste si leveranno più acuti che mai.

“Un terremoto politico”: la Francia si è svegliata con le stesse parole che furono pronunciate da Lionel Jospin nel 2002 quando l’allora capo del Partito Socialista fu buttato fuori al primo turno dal fondatore del Front National Jean-Marie Le Pen, padre di Marine. A livello nazionale infatti il Front National ha raccolto quasi un milione di voti e a livello nazionale potrà essere presente nel 6% dei comuni con più di 1.000 abitanti, un risultato sei volte superiore a quello delle municipali del 2008. Se si pensa poi che alle ultime elezioni amministrative del 2008 il partito di Marine Le Pen aveva collezionato su scala nazionale un misero 0,93% al primo turno e addirittura uno 0,28% al secondo turno con l’elezione di solo 60 consiglieri municipali, la differenza con quanto accade oggi è abissale. E il terremoto, alla fine, c’è stato davvero: il presidente François Hollande ha deciso di annunciare la nomina del più telegenico Manuel Valls alla guida del governo francese. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault e il suo esecutivo hanno rassegnato le dimissioni e l’ex ministro dell’Interno è stato scelto dal capo dello Stato come nuovo premier.

La presidenza Hollande è in piena crisi e la bilancia politica si sta spostando oramai a destra dove trionfa il populismo, la xenofobia e l’antieuropeismo. E come sempre accade in periodi di crisi e di transizione, il Front National emerge prepotentemente, raccoglie consensi e incarna il voto di protesta. In un sondaggio di Le Monde di metà febbraio, il 34% dei francesi aderiva alle idee del Front National. Ma c’è davvero di che preoccuparsi? Continua a leggere

USA vs Russia, la guerra silenziosa delle sanzioni

Parlando del processo di annessione della Crimea alla Russia, salta all’occhio lo stridente contrasto tra le opposte condotte dei due più alti attori in causa: all’attivismo di Putin si è infatti contrapposto la titubanza di Obama. In realtà, l’immobilismo della Casa Bianca di fronte alle rapide mosse del Cremlino e solo un mito.

Il primo passo è stato la cancellazione del G8 previsto a Sochi (al suo posto si terrà una riunione del G7 a Bruxelles), decisione a cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato: “Mosca “non e’ aggrappata al formato G8 perché tutti i principali problemi possono essere discussi in altre sedi internazionali, come il G20″. Dopo tutto, il summit degli 8 grandi non è che un consesso informale, dal quale non si può essere espulsi ma al massimo “non invitati”. Ma è solo l’inizio. Se i russi hanno fatto più “rumore” con lo schieramento di armi e soldati sul campo, l’Occidente si prepara a colpire in modo silente: attraverso la finanza.

Nella conferenza stampa finale all’Aia, dopo la due giorni del Forum sulla sicurezza nucleare, il Presidente USA Obama ha affermato di non temere Mosca, sempre più “isolata internazionalmente”. “Ho più paura di una bomba nucleare che colpisce Manhattan che della Russia”, ha detto Obama; che però ha avvertito: “Se la Russia non si ferma dopo l’annessione della Crimea, ci saranno nuove misure contro Mosca, con sanzioni settoriali che potrebbero colpire l’energia, la finanza e il commercio“. Nella giornata di martedì, 25 marzo, il Senato americano ha approvato con 78 voti a favore e 17 contrari una proposta di legge che prevede sanzioni contro la Russia e aiuti economici all’Ucraina. Molti repubblicani si erano opposti perché nella proposta era presente anche la riforma del Fondo monetario internazionale, che secondo l’amministrazione Obama dovrebbe servire anche a Kiev per ottenere più fondi, ma che tuttavia che non era contenuta nella proposta di legge già approvata dalla Camera.

Continua a leggere

Così la Russia si è ripresa la Crimea

Alla fine la partita tra la Russia e il binomio Europa – Usa per l’influenza sull’Ucraina si è rivelata per quello che realmente era: un braccio di ferro tra le grandi potenze per il controllo del Mar Nero. Dalle manifestazioni di piazza di novembre, poi degenerate nei sanguinosi scontri di febbraio e culminati con la defenestrazione del presidente Yanukovich, siamo arrivati all’occupazione militare della Crimea da parte di Mosca, evento che ha scatenato le ire (e a breve anche le ritorsioni) delle cancellerie di Bruxelles e Washington. Con l’epicentro della crisi spostato dalla capitale ucraina alla sua penisola più a sud, per alcuni giorni si è parlato di una riedizione della Guerra Fredda, se non addirittura di una Terza guerra mondiale proprio nel centenario della Prima. La Russia ha infatti dimostrato le proprie capacità di effettuare operazioni militari veloci e coordinate oltre i suoi confini, come già avvenuto in occasione della guerra con la Georgia nel 2008.

Crimea, appunto. Più che una penisola, una quasi-isola, ponte fra Europa e Caucaso, protesa nel Mar Nero. E’ unita all’Ucraina attraverso l’istmo di Perekop, ma allo stesso tempo è vicinissima al territorio della Federazione russa, da cui la separa solo lo stretto di Kerch. In questi giorni si parla della possibile costruzione di un ponte che annulli tale distanza. Per gran parte della popolazione (il 58% è russofono), tra i due collegamenti con la terraferma sarebbe quest’ultimo quello naturale, e l’altro quello artificiale. Fu annessa dalla zarina Caterina II nel 1783 e divenne punto avanzato d’influenza su Balcani e Mediterraneo, cosa che è ancora oggi: qui ha sede la base navale di Sebastopoli, porta verso il Mediterraneo e i mari del Sud. Narra una leggenda che Nikita Krusciov, che nel 1954 decise di donarla a Kiev per commemorare i 300 anni del Trattato di Perislav (che formalizzava l’annessione dell’Ucraina all’impero zarista) compì tale gesto da ubriaco; oggi, invece, impressiona la lucidità con cui Vladimir Putin sta cercando di riprendersela. Ma come è avvenuta, in concreto, la campagna di Crimea?

Continua a leggere