In Ungheria vince Vik­tor Orbán, finto nemico dell’Europa che conta

Pochi leader politici al mondo sono in grado di suscitare sentimenti più contrastanti di Viktor Orbán. E’ grazie a lui se, mai come quest’anno, le elezioni in Ungheria avevano attirato così tanto l’attenzione degli osservatori stranieri. Il voto a Budapest si prefigurava l’ennesima vittoria degli “euroscettici” e dei nazionalisti a meno di due mesi dalle elezioni europee, e così è stato. Il partito di governo Fidesz, guidato proprio da Orbán, ha infatti trionfato con il 44,4% dei consensi: circa l’8% in meno rispetto al 2010, ma sufficienti per garantire alla formazione al potere una maggioranza di due terzi nel parlamento (133 seggi su un totale di 199). Un dato che restituisce l’immagine di un’Ungheria letteralmente innamorata del suo premier, in stridente contrasto con quella di leader bugiardo e autoritario divulgata sulla stampa internazionale.

Va detto che, nello stesso Occidente, sono in tanti a pensare che il leader ungherese sia un coraggioso anticonformista in lotta contro l’Europa delle banche e dei grandi capitalisti. La sua filosofia economica, l’Orbanomics, basata sulla vendetta nei confronti degli istituti creditizi e sul prepotente ritorno dello Stato nell’economia, è vista da molti come la vera alternativa ai diktat delle grandi istituzioni finanziarie globali, in grado di garantire la crescita interna e l’equilibrio dei conti pubblici senza passare per lo smantellamento dello Stato sociale imposto dalla Troika.

I risultati del suo governo parlano di una crescita di un tasso di crescita previsto per il 2014 e per il 2015 del 2,1%: un miracolo, se pensiamo alla flessione del -1,7% registrata nel 2012; di un deficit di bilancio del 2,2%, contro un 2,7% previsto e comunque sotto il 3% per la prima volta dal 2004; di un tasso di disoccupazione è sceso all’8,6% dopo il record negativo (11,8%) dell’aprile 2013. L’attività manifatturiera (da cui dipende il 70% del PIL) è in forte ripresa, favorita da una politica dei tassi che ha portato la Banca centrale a tagliare il costo del denaro dal 7% di metà 2012 all’attuale 2,6%. L’inflazione è passata dal 5,7% di due anni fa all’1,7% di oggi. Persino l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha modificato il suo outlook sull’Ungheria da negativo a stabile.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? L’Ungheria sta davvero meglio rispetto a quattro anni fa? E poi, se Orbán è davvero un campione nella lotta contro l’economia dei poteri forti, come mai i risultati che ha sbandierato per vincere un secondo mandato (deficit, crescita, inflazione) sono gli stessi di cui si sarebbe vantata una paladina del rigore come Angela Merkel? Continua a leggere

Iran, con Rouhani è cambiato tutto perché nulla cambiasse

L’elezione di Hassan Rouhani (in farsi: حسن روحانی, le tralitterazioni Rouhani, Rohani o Rowhani sono equivalenti) ha stupito un po’ tutti.
In primo luogo, è stata una sorpresa per coloro che, da mesi, profetizzavano un’elezione pilotata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. In secondo luogo, lo è stata per tutti quelli che si aspettavano un’astensione di massa degli iraniani, che invece si sono recati alle urne con un’affluenza superiore al 72%.

Per comprendere il background di queste elezioni presidenziali si veda qui e qui.

In attesa di ulteriori approfondimenti, è comunque il caso di sgombrare il campo dagli eccessivi entusiasmi che la stampa internazionale sta manifestando a caldo sugli scenari della prossima presidenza iraniana.

A prima vista, le articolate strategie di Ahmadi-Nejad e Khamenei non sono bastate ad evitare sorprese: lo scontro tra filo-conservatori, moderati-riformisti e filo-nazionalisti ha visto prevalere un candidato formalmente lontano sia al presidente uscente che alla Guida Suprema. Rouhani ha vinto perché è riuscito a persuadere la giovane opposizione iraniana a recarsi alle urne

Tuttavia, la vittoria del 64enne chierico sciita non significa certo la sconfitta del regime. Rouhani potrebbe essere stato la scelta razionale dei molteplici centri di potere della Repubblica Islamica per ricostruirsi un’immagine presentabile sia sul fronte interno che all’estero. L’appoggio formale immediatamente ricevuto da parte dei Guardiani della Rivoluzione la dice lunga in proposito.

Secondo LinkiestaRouhani non è un riformista, ma un conservatore dialogante. E con lui l’Iran non cambierà molto le sue politiche:

«La teocrazia islamica esce rafforzata – afferma Pejman Abdolmohammadi, docente di storia e istituzioni dei Paesi islamici alla facoltà di scienze politiche all’Università di Genova – da questo risultato elettorale. Alla presidenza va una figura gradita all’establishment e gli oltre 35 milioni di voti espressi legittimano il sistema». Contrariamente a quanto viene spesso detto, Rouhani non è un riformista o un moderato. Molto vicino a Khomeini fin dagli anni Sessanta, si è occupato di “islamizzare” l’esercito dopo la rivoluzione e ha guidato i servizi di intelligence per 16 anni, prima di essere accantonato nel 2005 con l’arrivo di Ahmadinejad. Politicamente appartiene all’ala più dialogante dei conservatori ed è stato “preso a prestito” dai riformisti, che hanno sostenuto la sua candidatura in queste elezioni anche con gli endorsement dei leader Khatami e Rafsanjani.

Come aggiunge Nicola Pedde su Limes:

L’immagine di Khatami ieri, e di Rowhani oggi, come di politici ostili all’impianto della Repubblica Islamica è da rifiutarsi nel modo più netto e categorico. Questa immagine riflette purtroppo il limite della capacità interpretativa della comunità internazionale e di buona parte della diaspora iraniana, confondendo i desiderata con la realtà politica locale.

Hassan Rowhani è un militante clericale rivoluzionario della prima ora,
 un convinto assertore della bontà del messaggio e dell’azione politica dell’Ayatollah Khomeini (di cui è stato stretto e fidato collaboratore), espressione di quel grande ambito politico che ha maturato e condiviso l’esigenza di una evoluzione del sistema politico, non già di una sua eliminazione.

Rowhani è ostile alla visione retrograda o radicale del governo islamico, ma non certo alla sua esistenza. Ha militato a lungo e attivamente per costruire il paese che ora è chiamato a presiedere; non bisogna incorrere nell’errore di considerare un riformista come un nemico dell’impianto istituzionale della Repubblica Islamica.

Una prima analisi del voto dimostra con chiarezza come poco più di metà degli iraniani abbia votato per Rowhani, mentre l’altra metà ha distribuito il proprio voto in modo più o meno equivalente tra altri 5 candidati. Tra questi, i moderati hanno tuttavia ottenuto la maggioranza dei voti, dimostrando una netta propensione dell’elettorato a favore del cambiamento e della stabilità.

Questo significa chiaramente che anche i tanto temuti - quanto generici, nell’interpretazione attribuita in Occidente – Pasdaran hanno in larga misura votato e sostenuto la necessità di un processo di cambiamento radicale del paese. Come ai tempi di Khatami. Elemento di cui si dovrebbe tener conto in Europa e negli Stati Uniti, che dovrebbero avviare quel dialogo necessario a terminare l’inutile quanto stereotipata e anacronistica percezione dell’Iran.

Aspettiamoci dunque alcuni mesi di distensione, in particolare sul dossier del nucleare. Prospettiva poco gradita da Israele, in quanto la retorica bellicosa di Netanyahu si nutre della presenza non solo di un Iran potenzialmente dotato del’arma atomica, ma di un Iran nemico e potenzialmente dotato dell’atomica. Nondimeno, almeno per adesso non è il caso di aspettarsi chissà quali cambiamenti.

Perché la Repubblica Islamica d’Iran presenta una struttura di potere talmente complessa (per non dire opaca) da mettere il regime al riparo da ogni ipotesi di reale tentativo di svolta.

La Russia annette l’Ucraina

Nell’eterna partita geopolitica tra Europa e Russia, l’Ucraina rappresenta una pedina molto importante.

Venerdì 15 marzo  i

Dzerkalo Tyzhnya, il principale giornale ucraino, riportava un’indiscrezione (rilanciata dall’agenzia Interfax) secondo cui Kiev avrebbe accettato di aderire all’Unione Doganale Eurasiatica (che comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan) come membro associato per due anni, prima di adottare lo status di partner a pieno titolo. Bloccando forse definitivamente l’ingresso di Kiev nella UE. Secondo La Voce Arancione:

L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione Doganale della Russia ha conseguenze catastrofiche per l’Unione Europea, poiché esso permetterà presto alla Russia di esercitare una fortissima pressione in ambito energetico nei confronti dell’UE, che oggi già dipende dalle forniture di gas russo per il 40% del suo fabbisogno continentale.

I colloqui (a porte chiuse) tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Viktor Yanukovich si sono svolti nei primi di marzo nella villa privata dell’uomo forte del Cremlino, situata al di fuori di Mosca.
Putin considera l’accordo vantaggioso per tutti. “Se l’Ucraina entra nel’Unione doganale”, ha detto, “il suo PIL aumenterà tra l’1,5 e 6,5%, a seconda del grado di integrazione.” Ciò che ha coscienziosamente omesso di precisare è che l’ingresso nella CEE Eurasiatica precluderebbe l’analogo passo in quella Europea.
Nel vertice bilaterale Ucraina-UE di febbraio, infatti, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, aveva ribadito a Yanukovich che la UE e l’Unione Doganale post sovietica si escludono a vicenda. In altre parole, ora l’Ucraina deve scegliere.

Yanukovich ha dichiarato che il commercio dell’Ucraina con i Paesi dell’Unione Eurasiatica nel 2012 ammontava a 63 miliardi di dollari, mentre quello con i Paesi della UE era pari a 50 miliardi. Il suo Paese non può dunque fare a meno né dell’una né dell’altra. Da qui la necessità di avvicinarsi a ciascuna delle due sponde stando però attento a non alienarsi le simpatie dell’altra.

Ora come ora Kiev è saldamente nell’orbita di Mosca. Non soltanto per la forte influenza che l’Ucraina subisce da quest’ultima attraverso i ricatti sul gas: ad esempio, la Russia sarebbe pronta a rilevare il controllo dei gasdotti dell’Ucraina mediante la creazione di una joint venture per la gestione delle condutture ucraine gestito al 50% da Mosca e Kiev, ma di fatto controllato al Cremlino. Accordo contornato da un sontuoso sconto sulle forniture di oro blu.
A complicare le cose concorrono le ripetute difficoltà riscontrate nel dialogo con l’Europa. E per il crescente isolamento in cui le titubanze di Yanukovich hanno spinto il Paese nei suoi difficili esercizi di equilibrio tra Bruxelles e Mosca.

Un tempo Yanukovich era considerato un esponente filorusso. Invece ha più volte adottato la retorica europeista, dimostrandosi restio a consegnare il suo Paese nelle braccia di Putin. In concreto, però, ha fatto poco per avvicinare l’Ucraina a Bruxelles.
L’ultimo vertice bilaterale di fine febbraio a Bruxelles si è concluso con un nulla di fatto. Nessuno si aspettava che Kiev avanzasse una proposta di adesione, giudicata prematura; ma che le parti pervenissero ad un accordo di associazione (peraltro in discussione da mesi) per creare un’area di libero scambio, questo sì. Invece le due montagne hanno partorito un topolino: un accordo per un finanziamento di 610 milioni di euro nei prossimi due anni. Poca roba, se pensiamo al prestito che in questi giorni l’Ucraina tentando di rinegoziare con il Fondo Mondiale Internazionale per oltre 15 miliardi.
A dividere le parti c’è sempre l’affaire Tymohenko. L’Ue desidera l’ex premier libera, mentre l’Ucraina vuole mantenerla in galera, o quantomeno fuori dalla politica. Difficile che si giunga al compromesso, anche se l’ipotetica liberazione dell’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko, in carcere da oltre un anno, potrebbe essere un gesto teso in questa direzione.

In definitiva Yanukovich vorrebbe avvicinarsi anche all’Europa, ma deve fare i conti la realtà. il presidente ucraino dice che il suo paese “non è abbastanza forte o ricco da poter trascurare tale cooperazione” con l’Unione Eurasiatica.
Tuttavia, secondo Stefano Grazioli su Limes:

Kiev non vuole finire nelle braccia di Mosca e nemmeno cedere a Bruxelles. La strategia di Yanukovich di navigare a vista rischia però nei prossimi mesi di dover mutare di fronte quantomeno all’ultimatum dell’Ue. Se non ci sarà la firma sull’Accordo di associazione, saliranno le probabilità che l’asse ucraino si sposti definitivamente verso la Russia.

Nell’eterna contesa con Bruxelles Mosca segnerebbe così un punto di importanza epocale.

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

19,000 people fit into the new Barclays Center to see Jay-Z perform. This blog was viewed about 110.000 times in 2012. If it were a concert at the Barclays Center, it would take about 6 sold-out performances for that many people to see it.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Auguri a tutti e arrivederci nel 2013!

Più che senza scrupoli, Marchionne è un manager senza idee

Dando la colpa alla sentenza della Corte d’appello di Roma, che prescrive il reintegro di 19 operai Fiom, la Fiat ne mette in mobilità altri 19. È l’ultimo colpo di teatro di un manager che sbeffeggia il diritto dello Stato, dopo aver maltrattato per anni i diritti dei lavoratori. Ed è l’ultima conferma che le parti sociali, spaccate in più sigle sindacali e lasciate sola da una politica troppo impegnata a sopravvivere per occuparsi dei problemi del Paese, possono fare ben poco per migliorare la situazione. Le promesse dei ministri Passera e Fornero, considerato che il governo non ha il becco d’un quattrino per promuovere uno straccio d’iniziativa, lasciano il tempo che trovano, così come gli appelli di Napolitano. In mezzo a tante parole, a fare rumore è più che altro il silenzio (assordante, come si dice in questi casi) di Mario Monti, che Marchionne finora non ha perso occasione per elogiare.
Il risultato è l’incapacità del governo, dei sindacati e di tutti gli attori in gioco di mediare tra i pur rilevanti interessi dell’azienda e l’insopprimibile salvaguardia della dignità dei lavoratori. Come scrive Oliviero Beha:

Il caso-Marchionne (sempre più Marpionne, copyright Dagospia…) sta diventando sempre più l’autentica cartina di tornasole della crisi italiana, e magari non solo di quella. Non parlo delle polemiche del capataz Fiat contro Firenze, che hanno offeso i fiorentini (io a dire il vero me ne frego…) per cui adesso il supermanager italo-canadese compra pagine di giornale per scusarsi, a dimostrazione che almeno in fatto di comunicazione non è proprio un fulmine di guerra. E neppure delle sue opinioni politiche su Monti e il governo insostituibile, rispettabili come tutte anche se leggermente sospette di conflitto di interessi. No. Qui si parla dell’iniziativa in base alla quale la Fiat intende mettere in mobilità 19 operai di Pomigliano per saldare il conto dei 19 reintegrati da un giudice del lavoro.
Ci penso su, ma non mi ricordo su due piedi episodi così rappresentativi di un abisso lavorativo, sociale, morale, politico e dunque “culturale” nel suo significato più profondo, dei valori di una nazione.

E quando parliamo di incapacità, parliamo anche del mondo della (dis)informazione. Innanzitutto da parte della Fiat, frequente agli autogol informativi (si veda il doppio comunicato sulla vicenda Pomigliano, in cui il secondo serviva a correggere il primo), prova che ormai i comunicati stampa dell’azienda sono in funzione non di precise strategie bensì della sola umoralità del suo ad. E poi da parte dei politici e degli stessi giornalisti in generale, che – probabilmente “distratti” dal risiko della campagna elettorale alle porte –  all’annuncio dei 19 licenziamenti balbettano, nella  migliore delle ipotesi, o più coscienziosamente tacciono.

Personalmente, mi stupisco ancora che qualcuno stia dalla parte di un manager così controverso. Non tanto per le gravi ferite che continuamente infligge al tessuto sociale, quanto per l’inconsistenza dei programmi, e in prospettiva dei risultati, con cui Marchionne giustifica e legittima i sacrifici a cui i dipendenti Fiat sono chiamati. Ad essere cinici, si potrebbe dire che tali sacrifici sarebbero necessari, se almeno fossero ripagati da utili d’esercizio così lusinghieri da riportare il marchio agli antichi fasti. E da mettere così al sicuro – a Pomigliano e altrove - il posto di lavoro dei suoi vessati operai. Ma non è così. Perché ciò che rende la Fiat un’azienda senza futuro non è lo scarso rispetto del suo manager verso i suoi sottoposti che guadagnano mille volte meno di lui – e che le tasse le pagano in Italia, anziché in Svizzera -, bensì la mancanza di prospettive.
Questo editoriale di Massimo Mucchetti sul Corriere (disponibile su Diritti Globali) spiega molte cose:

La tragedia, infatti, non è tanto la democrazia violata o non violata quanto la ragione con cui la Fiat giustifica i licenziamenti: 19 occupati in più sono di troppo. Ma la Panda non doveva salvare Pomigliano? Quanti sono allora quelli che perderanno il lavoro, in Campania e altrove, quando finirà la cassa integrazione?
Andrea Malan, sul Sole 24 Ore [qui l'articolo originale, n.d.r.], documenta con precisione chirurgica come tra il 2004 e il 2012 la Fiat abbia cambiato 8 piani in 8 anni senza conseguire quasi mai gli obiettivi produttivi e commerciali dichiarati. Più in generale, Marchionne ha ripetuto per anni che una casa generalista come Fiat doveva fare almeno 6 milioni di auto per vincere la sfida globale. Una vecchia canzone, intonata 15 anni prima da Giovanni Agnelli e poi smentita dalla storia. Ma Marchionne è Marchionne. Dunque, in molti gli hanno creduto. Ora, a Marchionne vanno bene anche 4 milioni e mezzo di pezzi in un mondo nel quale la domanda di automobili continua a salire. Come la mettiamo? L’uomo del Lingotto cambia terreno di gioco e sfida i tedeschi sull’alto di gamma con Maserati e Alfa Romeo. Ma dove sono gli investimenti nei nuovi modelli premium? Siccome poco si è speso, poco è pronto. Se invece la Fiat parla del futuro remoto, dovrebbe dire di che numeri parla sul piano produttivo e quanti soldi ha da mettere sul piatto. Raffaella Polato lo ha chiesto nella sua intervista a Marchionne (Corriere della sera 1° novembre) senza ottenere risposta. Forse perché rispondere era difficile.
I primi nove mesi del 2012 fanno squillare un campanello d’allarme. Il gruppo dichiara un utile di un miliardo, un quarto di meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma il dato cruciale è la doppia schizofrenia dei risultati. Prima schizofrenia: secondo la nota di Torino, la Chrysler va bene e genera 1,8 miliardi di euro di utile, mentre la Fiat perde 800 milioni; secondo la nota di Detroit, invece, la Chrysler guadagna un miliardo di euro. La divergenza si spiega con il fatto che i principi contabili americani obbligano ad ammortizzare le attività immateriali e i nostri no. Così la Fiat può rettificare al rialzo. Ma la sostanza resta. E veniamo alla seconda schizofrenia.
L’utile della Chrysler appartiene per il 42% al sindacato americano Uaw. Il bilancio di fine anno della Fiat-Chrysler ne dovrà tener conto. Ma se, per nostro esercizio, proviamo già oggi a detrarre gli interessi dei terzi, e cioè della Uaw, dal risultato dei primi nove mesi, avremo un utile netto consolidato del gruppo Fiat-Chrysler ridotto a 250 milioni contro uno di 1,3 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente. Ma la presenza del sindacato americano non ha un valore solamente contabile.
Come abbiamo visto, la sola Fiat ha perso fin qui, nel 2012, 800 milioni. E senza l’apporto del Sud America, sarebbe andato sotto per oltre un miliardo. Un Sud America che alla Fiat sta rendendo meno e che dal 2013 in avanti dovrà affrontare i nuovi, ingenti investimenti della Volkswagen. Al 30 settembre 2012, l’indebitamento finanziario netto della Fiat senza Chrysler era pari a 8,2 miliardi contro i 5,8 alla stessa data dello scorso anno. La Fiat, avverte il Credit Suisse, sta bruciando cassa, mentre la Chrysler la sta accumulando. E questa seconda schizofrenia è un problema ancora più serio. Da dove prenderà i soldi Marchionne per rilanciare l’Alfa e la Maserati? Non da Detroit, perché la legge Usa, la Casa Bianca e la Uaw non consentono di spremere Chrysler a vantaggio degli italiani, almeno fino a quando la Fiat non ne abbia il 100% ovvero la incorpori attraverso una fusione che deve avere il placet a stelle e strisce. Placet che si preannuncia costoso se è vero che il sindacato ha portato la Fiat davanti a una corte del Delaware perché non è d’accordo sul prezzo offerto da Torino su un 3,3% di Chrysler su cui la Fiat avrebbe pure un’opzione. Di fronte a tali questioni, le querelle sindacali altro non sono che un diversivo.