OT: 2 aprile, Giornata mondiale dell’autismo: il mondo si tinge di blu

[Articolo originariamente comparso su Val Vibrata Deal]

Fino a dieci anni fa l’autismo era ancora considerato sinonimo di pazzia o di ritardo mentale. Per sfatare questo pregiudizio, nel 2007 le Nazioni Unite hanno istituito la Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo, con l’obiettivo di “Promuovere la ricerca scientifica in tutto il mondo e la solidarietà verso le persone colpite dalla malattia”. Da allora, per accendere i riflettori su questo tema, il 2 aprile di ogni anno, grazie alla campagna Light it up blue promossa dall’organizzazione internazionale Autism Speaks, i principali monumenti delle città del mondo s’illuminano di blu.

Ma a che punto è l’interesse verso questa problematica? Di recente si è parlato di autismo quasi in ambito fantascientifico, grazie alla recente indagine della procura di Trani sul presunto nesso tra vaccinazione trivalente e questo disturbo, riaprendo una (inutile) discussione già definitivamente smentita in passato. Tanto basta a dare un’idea su quanto permangano ancora una serie di falsi miti, convinzioni e pregiudizi che rendono più difficile la vita di chi soffre di questo disturbo. In Italia sono circa 500 mila gli individui colpiti da autismo. 500 mila persone che, oltre all’isolamento in sé, sono costrette a fare i conti con una società che tende ad isolarli ancora di più.

Le persone autistiche riescono a provare e riconoscere tutte le emozioni di base, come felicità, tristezza o rabbia. Hanno invece maggiori difficoltà con quelle più complesse come vergogna o imbarazzo. Questo anche a causa del fatto che hanno una diversa capacità di mentalizzare, ovvero di attribuire stati mentali alle persone che hanno di fronte: in altri termini, non sanno intuire cosa l’altro desideri, pensi o provi. Molti rifiutano in modo totale o parziale del contatto fisico, creando una barriera tra sé e il resto del mondo. Inoltre, la gran parte degli autistici presenta serie difficoltà ad esprimersi verbalmente, che porta a pensare che non provino essi stessi emozioni. Come se le parole fossero l’unico modo per esprimere quello che una persona prova. Continua a leggere

Il problema della carne equina negli alimenti

Per avere un’idea sulle dimensioni raggiunte dallo scandalo della carne di cavallo, basta citare un paio di numeri. Quello dei prodotti di vari marchi ritirati dalle aziende alimentari in seguito allo scandalo della carne di cavallo: 58 (qui l’elenco completo); quello dei Paesi coinvolti nella vicenda: 20.

E l’effetto domino ha costretto alcune tra le più grandi multinazionali (come ABP, Spanghero, Findus per citare i marchi più celebri, in attesa che altri si aggiungano alla lista) a rivelare cosa c’era dentro i propri prodotti a base di carne, dopo che gli esami di laboratorio hanno dimostrato che confezioni con messaggi a caratteri cubitali del tipo “100% Manzo” in realtà contengono tra il 60% e il 100% di carne equina.

Pochi giorni fa, il governo britannico - seguito da quello francese – hanno aperto un’inchiesta, dopo avere ammesso di non essere in grado di affermare quante confezioni di prodotti surgelati contengano carne equina a dispetto di quanto riportato sulle etichette. A Londra non si sa nemmeno se i prodotti taroccati siano finiti nelle mense di scuole e ospedali. E soprattutto, non si sa se anche animali malati siano finiti nel circuito dell’industria alimentare. Quello che si sa, al momento, è che il problema della carne equina era già stato sollevato da un parlamentare nel 2011, ma il governo ignorò la denuncia. Intanto i cittadini britannici potrebbero avere consumato carne di cavallo per anni senza saperlo.

Benché allo stato attuale delle cose – e contrariamente al vox populi - tali alimenti non risultano essere avariati o avvelenati, ma semplicemente diversi da quelli che avrebbero dovuto essere, non si può dunque escludere che oltre all’imbroglio etico sussista anche un potenziale pericolo per la salute dei consumatori.
Ma da cosa nasce lo scandalo “Horsegate“?

Secondo Green Report:

Non c’è dubbio che due cose almeno balzano all’occhio: 1) più è lunga la filiera più persone ci lavorano più persone devono guadagnarci; 2) Come è possibile il punto uno quando il prezzo di certi alimenti è così basso? Economie di scala? Certo, ma siamo realisti. Per permettere costi così bassi e pagare tutti i “protagonisti” della filiera, da qualche parte devi tagliare. E i tagli nel migliore dei casi è lineare, cioè un po’ per tutti, ma anche alla qualità. La carne soprattutto ha, avrebbe, dei tempi dalla macellazione alla messa in vendita troppo lunghi per quello che è comunque un “fast food” mondiale ovvero i prodotti surgelati. Non solo, in una filiera così lunga, è troppo facile poter smaltire un “pizzico” di qualche altro tipo di carne per ogni vaschetta.

Il blog DiVini sul Corriere della Sera aggiunge:

A causa della crisi, le grandi catene dell’alimentare hanno chiesto alle aziende di non aumentare i prezzi dei prodotti. Come si fa a vendere allo stesso prezzo nonostante l’inflazione? Si cambia la ricetta. Una inchiesta del Financial Times dei giorni scorsi, ha rivelato che la carne di cavallo viene venduta a mezzo euro al chilo in Romania, e da lì poi parte per l’Europa. Quella bovina viene venduta a 3 euro al chilo. Ovviamente non sono le multinazionali del cibo a cambiare materia prima, ma i fornitori. Come per l’edilizia, si crea una catena di subappalti in cui più si scende e meno pressanti possono rivelarsi i controlli.

La vicenda Horsegate è un effetto collaterale della crisi. Ancora il Financial Times, tradotto qui da Linkiesta, rivela:

La crisi economica mondiale ha fatto crescere il numero di cavalli al macello e ha portato in commercio un’ondata di carne di cavallo a basso costo. Ora i controllori temono stia entrando illegalmente nel commercio di prodotti alimentari. In Irlanda, il Paese in cui possedere un cavallo era diventato uno status symbol durante gli anni della Tigre celtica (il boom degli anni ’90 ndr) lo scorso anno sono stati macellati un numero di cavalli dieci volte superiore a quelli del 2008, l’anno di inizio della crisi economica. Negli Usa, sono circa 100 mila i cavalli che vengono uccisi ogni anno dai proprietari, mentre nel Regno unito sono stati macellati 9 mila cavalli nel 2012, quasi il doppio che tre anni prima.

Ma l’Irlanda non è la sola. Negli Usa, un report del Government accountablity office nel 2011 ha affermato che un’impennata negli abbandoni stava mettendo in tensione le autorità locali. La recessione e la proibizione della macellazione di carne equina negli Usa erano segnalati come problema chiave, tanto che portò nel 2010 all’esportazione di 138 mila cavalli da macellare in Messico e Canada.

«Non è solo un problema britannico. Ci arrivano cavalli dall’Italia e dalla Spagna»

In un articolo corredato da mappe esplicative, Roberto La Pira su Il Fatto Alimentare approfondisce il tema, spiegando come anche in Italia è pratica comune mandare i cavalli sportivi a fine carriera in Romania, dove vengono macellati per poi essere reintrodotti in maniera fraudolenta nel circuito alimentare sotto forma di carne trita. Ma si tratta di carne che per una serie di ragioni non dovrebbe in nessun caso finire sulle nostre tavole:

Perché utilizzare la carne di equino che costa più di quella bovina per preparare hamburger, ripieni per tortellini o carne trita per lasagne?

La tesiportata avanti da Il Fatto Alimentare dall’inizio dello scandalo, è che la carne di cavallo utilizzata provenga dal circuito delle corse sportive. Si tratta di animali classificati come “non dpa”, ovvero non destinati alla produzione di alimenti che quando arrivano a fine carriera, per legge devono essere mantenuti fino alla morte naturale e poi inceneriti. La loro carne non può essere utilizzata nemmeno per il  cibo destinato agli animali. Questi cavalli rappresentano un costo elevato per i proprietari costretti a mantenerli per 10-15 anni. È lecito ipotizzare che qualcuno abbia creato una rete per vendere la carne nel circuito alimentare mischiandola con i cavalli da carne.
La tesi non è così strana. Anche il Guardian oggi avanza questa ipotesi in modo determinato, parla di commercio illegale di cavalli da macello mischiati a cavalli da corsa. Cita le segnalazioni delle organizzazioni che si occupano del benessere animale e di un commercio di cavalli a fine carriera tra Francia, Belgio, Irlanda e Inghilterra che attraverso passaporti falsi cambia identità e invia al macello i cavalli da corsa non destinati all’uso alimentare.
Seguendo questa ipotesi la truffa risulta avere una sua logica e anche un evidente interesse economico. Inoltre trova un valido supporto nella presenza di centinaia di migliaia di cavalli da corsa in pensione e nella quasi certezza di non essere facilmente scoperti. C’è un altro elemento da considerare.
In Italia il Ministero della salute ha deciso di effettuare in accordo con l’UE 500 analisi sulla carne di cavallo alla ricerca del fenilbutazone. Si tratta di un farmaco veterinario antinfiammatoria specifico per i cavalli da corsa e da gara. Il medicinale viene metabolizzato dall’animale ma lascia una traccia indelebile identificabile analizzando la carne. Quando in laboratorio si cerca questo derivato nel cibo, si ha la prova inconfutabile di un campione di carne di cavallo non destinati al circuito alimentare.

Il sospetto che la carne di cavallo potrebbe contenere farmaci veterinari  dannosi per l’uomo apre una finestra su un altro inquietante aspetto: il coinvolgimento della criminalità organizzata.
Dalla Romania, i rappresentanti dell’industria della macellazione negano ogni accusa di cattivo operato, ripetendo che le frodi avvengono nei successivi livelli della filiera. Tuttavia, un’inchiesta del Daily Mirror afferma che, nelle aree rurali del Paese, la criminalità acquista a poco prezzo i cavalli dai contadini che non possono più permettersi di mantenerli, falsificando poi i documenti degli animali; i mattatoi conoscono il meccanismo, ma preferiscono chiudere un occhio per non perdere profitti. Un’altra inchiesta del Daily Mail ci porta direttamente qui in Italia e in Polonia, dove alcune famiglie criminali gestiscono il business della macellazione per svariati milioni di euro. C’è anche la mafia russa, attiva soprattutto nei Paesi baltici.
Come si nota, il giro è molto ampio.

Dal 2000 si registra quasi una frode alimentare l’anno. In principio fu l’allarme per la mucca pazza nel 2001, poi nel 2003 fu la volta dell’influenza aviaria. Nel 2008 ci furono gli scandali della carne alla diossina e, in Cina,  del latte alla melanina. Nel 2010 la triste vicenda delle mozzarelle blu. Nel 2011 facemmo la conoscenza del batterio killer e.coli, responsabile dei cd.i cetrioli killer. E per completare idealmente questo menù al veleno non manca il vino: a partire da quello al metanolo, scoperto nel 1986, ciclicamente scoppia qualche caso di vino adulterato.
Il cibo è dunque diventato un nemico? No. Ma è necessaria una riflessione. Torno all’articolo di Green Report citato più sopra:

Ma qui nasce un altro problema gigantesco che sono due problemi insieme: i prodotti migliori come minimo costano un po’ di più, quindi possono permetterselo solo alcune categorie di persone. Le persone che si pongono il problema sono tra l’altro quasi sempre le uniche che possono permetterselo. Così il cibo spazzatura o di media qualità – nel caso specifico partiamo da un caso di cibo surgelato di gamma medio alta – è quasi sempre appannaggio delle classi deboli che quindi non conoscono salvezza. Qual è il prezzo da pagare per un’alimentazione sostenibile, e quindi sana ed equa e non fraudolenta, è la domanda da porsi e la risposta, come si vede, non è affatto scontata.

Non sappiamo dove la vicenda Horsegate ci porterà. Fino ad ora una cosa sembra essere chiara: l’industria alimentare è una catena – irragionevolmente – complessa. E qualcuno, da qualche parte a monte, ha trovato un modo per trarne profitto a discapito dei consumatori a valle.

Si aggrava la crisi alimentare nel Sahel

Map - Sahel food crisis

Grafico del Guardian sulla crisi alimentare nel Sahel (giugno 2012)

Martedì 7 agosto Patrick McCormick, portavoce dellUNICEF, ha dichiarato che la prossima settimana toccheremo il  “picco di ricoveri di bambini affetti da malnutrizione acuta grave nei centri in tutto il Sahel“.
In Niger, descritto da McCormick come il Paese più colpito, circa 161.000 bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione, secondo un sondaggio effettuato all’inizio di luglio. In Ciad, l’agenzia ha visto raddoppiato il carico di lavoro mensile rispetto al 2010, con 630 bambini sotto i cinque ammessi ai centri di trattamento. E di questo passo non è affatto sicuro che le strutture siano in grado di provvedere – finanziariamente e non solo – alle cure di cui i bambini hanno bisogno.

Deutsche Welle spiega come anche gli allevamenti sono duramente colpiti dalla carestia. Per assicurare un sostentamento agli allevatori, l’ong tedesca Welthungerhilfe acquista i capi di bestiame più deboli – quelli che altrimenti finirebbero in pentola nei villaggi locali – ad un prezzo molto inferiore a quello di mercato. L’intento è quello di impedire lo spopolamento delle aree secche, fenomeno che peggiorerebbe le conseguenze della crisi in corso. Se la gente migrasse altrove, la maggior parte delle (poche) coltivazioni rimaste sarebbe abbandonata. Inoltre, i campi profughi si affollerebbero, fino a rendere le attività di cooperazione quasi insostenibili – anche qui, finanziariamente e non solo.

I fenomeni migratori sono già ben visibili in Mali (qui la testimonianza dei pastori locali), dove alla carestia si aggiunge il dramma dell’occupazione islamista dell’Azawad. Migliaia di famiglie del Nord si sono riversate nella capitale Bamako, a Mopti e in altre città del Sud, per un totale di 70.000 nuovi ingressi nelle ultime settimane. Il Paese è sempre più pressato sul fronte politico, militare ed economico. E le voci di un possibile intervento armato per riportare l’ordine del Nord non fanno che incoraggiare ulteriori spostamenti.
Chi non migra nel Sud, lascia il Paese per rifugiarsi in Mauritania, Niger e negli altri Stati vicini. I quali, già alle prese con altri problemi al loro interno, hanno sempre più difficoltà ad accogliere nuovi rifugiati. 

Come ha sottolineato McCormick, ad aggravare la crisi – oltre alla siccità e al conflitto armato nel Nord del Mali – sta contribuendo un altro fenomeno che richiama alla memoria le bibliche piaghe d’Egitto: le locuste.
Secondo il Manifesto:

Il luogo d’origine del flagello è localizzato nelle aree meridionali dell’Algeria e della Libia (dalle parti di Ghat); una volta adulte le locuste migrano grazie ai venti verso il nord del Niger (Arlit, Agadez, montagne Air, pianure Tamesna e altipiani Djada), ed eventualmente verso il nord del Mali (Kidal e Gao), verso il nord-ovest del Ciad (Borkou, Ennedi, Tibesti) e verso la Mauritania. Possono anche spostarsi nella parte meridionale di quei paesi, viaggiando a una velocità tra 100 e 200 chilometri al giorno… Solo i venti contrari arrestano queste legioni mortali impedendo loro di arrivare ancora più a sud. 
La presenza delle locuste era già segnalata in Libia e in Algeria dopo le inusuali piogge di ottobre e novembre 2011, che le avevano aiutate a crescere in fretta. Adesso sono arrivate nel nord del Niger e del Sahel, nelle zone dove si sono verificate piogge precoci e dove dunque c’è già vegetazione sufficiente ai loro bisogni e alla loro riproduzione. Sciami di giovani e voracissime locuste possono azzerare la stagione della semina che si apre in Sahel. Se le (pur auspicabili) piogge continuano e le locuste non sono fermate, potrebbero avere una seconda generazione nei prossimi mesi; in ogni generazione il loro numero si moltiplica per sedici. E procederebbero verso sud, verso aree ben più coltivate
Nel nord del Niger sono già segnalati danni alle palme da datteri e a piccole aree coltivate.

Come mai nessuno provvede? Perché non c’è più nessuno a farlo. Negli anni scorsi era il regime di Gheddafi a provvedere alla disinfestazione, impiegando vaste schiere di immigrati dall’Africa subsahariana – ora scomparsi dalla società libica. Caduto il dittatore, la disinfestazione si è arrestata:

Oltre alle precoci piogge e al conflitto in Mali, qual è il fattore che ha tanto aiutato le locuste? Secondo la Fao «i recenti avvenimenti in Libia», cioè la guerra lanciata dalla Nato e la perdurante instabilità. Perché in anni normali, Algeria e Libia sarebbero state capaci di controllare le popolazioni di locuste sui loro territori, impedendo loro di muoversi verso Sud. In particolare la Libia destinava squadre di tecnici formati, macchine e parecchio denaro al monitoraggio e al trattamento. Mandava anche squadre e denaro ad altri paesi africani a questo scopo, precisa il funzionario della Fao. Adesso è tutto smantellato, nessuno se ne occupa, le squadre anti-locuste e i loro mezzi sono spariti da qualche parte.

Un altro effetto collaterale della guerra voluta da Sarkozy e di cui l’unica vincitrice è stata al-Qa’ida. Oltre, ovviamente, alle locuste.

Gli effetti della siccità negli USA sui prezzi del cibo (e dei carburanti)

12 week Americas Great 2012 Drought

Il mondo è alle prese con la siccità. In Asia si registra un calo delle precipitazioni del 22% Solo qui in Italia, le associazioni agricole stimano danni  per un miliardo di euro.
Poca cosa, tuttavia, rispetto a quelli provocati negli Stati Uniti, che in questi mesi affrontano il più grande fenomeno di siccità dal 1956 (si veda anche l’analisi di Weather Channel). Le alte temperature e la mancanza di pioggia, soprattutto nel Midwest, stanno seriamente compromettendo le colture di mais e soia. Certo, l’America ha conosciuto ondate di aridità ben peggiori nei secoli passati, ma all’epoca non c’erano i mercati delle commodities con cui fare i conti. Perché l’effetto più immediato (e più scontato) del calo della produzione agricola è l’aumento dei prezzi del cibo – e dell’energia.

Il Dipartimento dell’Agricoltura USA ha tagliato le stime di produzione del 12%, da 146 a 123 quintali per ettaro. Non è cosa da poco, visto che gli Stati Uniti sono il primo esportatore mondiale di mais al mondo.
Pochi sanno che il mais è in cima a molte produzioni della filiera alimentare. Di fatto, possiamo distinguere le aziende agricole in due grandi categorie: quelle che producono il mais e quelle che lo comprano come foraggio per il bestiame. Non solo. Il mais impiegato negli allevamenti risente molto di più della siccità rispetto a quello, più dolce, che troviamo negli scaffali dei supermercati: se da un lato quest’ultimo non dovrebbe subire variazioni di prezzo di rilievo, dall’altro gli allevatori si vedranno costretti a spendere molto di più per dar da mangiare ai propri animali. I prezzi di carne e latte aumentano di conseguenza. Questo lungo articolo della AP spiega l’effetto con una battuta: i cornflakes della prima colazione non saranno necessariamente più cari a causa della siccità, ma il latte che ci versiamo sopra si. Si prevede che il prossimo anno la carne aumenterà del 5% e i prodotti caseari del 4,5%, dunque ben oltre il tasso d’inflazione.
Prezzi più alti vuol dire minori importazioni per i Paesi più poveri, quelli in cui la stragrande maggioranza del reddito delle famiglie viene speso in generi di prima necessità. In tutto, le stime per l’approvvigionamento di grano mondiale di quest’anno sono diminuite di 180 milioni di tonnellate – abbastanza per riempire circa 360 superpetroliere fino all’orlo. Creando una situazione potenzialmente simile a quella del 2007-08, quando i disordini nel Nord Africa dovuti alla crisi alimentare furono l’anticamera della primavera araba scoppiata tre anni dopo. In altre parole, per una sorta di effetto farfalla la siccità negli USA potrebbe portare una nuova orda di barconi a Lampedusa.

Capitolo carburanti. In America il 40% della produzione di mais viene impiegato nella produzione di bioetanolo. In base al Renewable Fuel Standard, i produttori di benzina devono acquistare una quantità minima di questo biocarburante (13,2 miliardi di galloni per il 2012; 13,8 nel 2013) per poi miscelarla con la normale benzina. Per rispettare tale quantità, in tempo di siccità la quota di mais destinata al bioetanolo deve aumentare, sottraendo risorse alla filiera alimentare.
Sul RFS così concepito sono piovute critiche da ogni parte. In metà luglio il National Chicken Council, associazione che riunisce gli allevatori di polli negli USA, ha duramente protestato contro la minore disponibilità di mais per il foraggio dei propri animali. Uno studio condotto dalla società di consulenza FarmEcon per conto dei sindacati agricoli dimostra che l’etanolo sottrae risorse alimentari senza diminuire il prezzo della benzina e senza ridurre la dipendenza energetica dall’estero degli USA. Un gruppo di 156 membri del Congresso (127 repubblicani e 29 democratici) ha avanzato la proposta di una modifica del RFS. Peraltro, neppure i produttori di etanolo se la passano bene, se pensiamo che molte delle 209 raffinerie attive sul suolo americano sono a rischio chiusura.
Per evitare che la siccità negli USA si traduca in una crisi alimentare globale, le Nazioni Unite hanno formalmente chiesto a Washington di sospendere la produzione di etanolo.
Per quanto appaia blasfemo, la morale della favola è che talvolta la causa dei problemi ambientali è proprio quella green economy che molti (ingenuamente) considerano la soluzione.