La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”. Continua a leggere

Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Ora la Russia vuole anche la Transnistria

Le truppe russe hanno preso il controllo delle basi militari di BelbekFeodosia, le ultime rimaste sotto il controllo del governo ucraino in Crimea. Kiev ha già annunciato il ritiro delle sue truppe dalla penisola. Adesso che la Crimea è stata annessa dalla Russia, diventa fondamentale per il Cremlino collegarla alla sponda russa più vicina attraverso la costruzione di un tunnel o di un ponte nello stretto di Kerch, indispensabile per Mosca per legittimare ulteriormente la scelta secessionista del territorio. Inoltre, da diversi giorni si segnala un progressivo dislocamento di forse lungo il confine orientale dell’Ucraina, dove si trovano le province a maggioranza russa.

Le notizie più interessanti (rectius: inquietanti), tuttavia, arrivano da Ovest. Il rapido processo di annessione della Crimea alla Russia ha portato diversi esperti a chiedersi se questo possa creare un “precedente”, spingendo altri territori dello spazio post sovietico a separarsi dai rispettivi Stati per chiedere di passare sotto la sovranità russa. Proprio di recente il parlamento russo ha approvato una legge che prevede meccanismi più semplici per i casi di annessione di territori alla Russia. Martedì 18 marzo è arrivata la prima richiesta in tal senso è giunta dalla Transnistria, territorio della Moldavia che si è autoproclamato indipendente nel settembre 1990, e di cui ci siamo già occupati in più occasioni.

Circa il 30% della popolazione (mezzo milione di abitanti) del territorio è di etnia russa, come russa è anche la lingua madre della maggioranza assoluta. A Tiraspol, la capitale, è fortissimo il desiderio di tornare a far parte della Russia, che ha sempre sostenuto economicamente il piccolo Stato fin dalla separazione dalla Repubblica di Moldavia. Lo scorso dicembre, con una riforma costituzionale al vaglio del soviet supremo, la Transnistria ha dato avvio all’armonizzazazione del proprio corpus legislativo a quello di Mosca. Già in referendum del 2006 il 97% devotanti si espresse a favore del ricongiungimento con Mosca.

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A che punto è lo scudo antimissile della Nato

Lunedì 28 ottobre sono iniziati nella base militare di Deveselu, in Romania, i lavori di costruzione che la renderanno parte dello scudo antimissile della Nato. Prosegue così la cooperazione in campo militare con la Romania, che è diventata il primo partner militare degli Usa nel Vecchio Continente. Già utilizzata come base per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, la Romania ha firmato un accordo con Washington nel 2011 per la modernizzazione delle proprie forze armate. Nel Paese balcanico sarà schierato il sistema missilistico antiaereo multifunzionale americano Aegis, dotato dei missili intercettori Standard-3 (SM-3). Il costo stimato è di 134 milioni di dollari.

Il posizionamento degli intercettori balistici, privi di capacita offensiva, è la prima tappa di un complesso sistema di difesa missilistico che, dopo l’installazione di una postazione radar in Turchia, prevede anche il posizionamento di un’altra batteria SM-3 in Polonia - che lo scorso anno aveva già iniziato a progettare un proprio sistema di difesa, nell’inerzia dell’amministrazione Obama. Probabilmente quando il versante polacco del sistema missilistico sarà operativo, secondo molti esperti, la reazione della Russia potrà farsi più accesa.

La posizione dei russi è infatti nota. Secondo loro l’installazione dei sistemi antimissile in Europa rappresenta una minaccia, dato che gli americani rifiutano di dare garanzie giuridicamente vincolanti circa il fatto che lo scudo antimissile non sia volto verso Mosca. La prima riunione Nato-Russia a livello ministeriale dal 2011, conclusa lo scorso 23 ottobre, si è conclusa con un nulla di fatto, di fronte all’impossibilità di pervenire ad una soluzione condivisa. Anche il capo amministrazione del Cremlino, Serghej Ivanov, ha riconosciuto che su questo specifico tema gli Stati Uniti e Russia hanno interessi troppo divergenti perché una collaborazione possa aver luogo.

Per contrastare l’avvio dello scudo, la Russia ha già installato nell’enclave di Kaliningrad una batteria di missili Iskander puntati su Varsavia, ed ha intensificato voli militari nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Finlandia. Entro la fine di quest’anno sarà schierata anche una nuova batteria dei sistemi missilistici antiaerei “S-400″ nella regione di Mosca.

Tra le altre cose, Mosca è già sotto pressione sul fronte orientale, dove il Giappone - anche qui in collaborazione con gli Stati Uniti - sta attualmente lavorando ad nuovo sistema di difesa missilistico. Con Tokyo i rapporti sono tesi da inizio ottobre, quando in base ad un altro accordo raggiunto con Washington, a partire dal prossimo anno droni americani avranno base nel Sol Levante. La Corea del Sud, invece, non ha intenzione di partecipare al progetto, scegliendo piuttosto di sviluppare un autonomo sistema di difesa missilistica contro le possibili minacce provenienti dalla Corea del Nord.

Certo non siamo più negli anni della Guerra Fredda: oggi sappiamo che nel 1983 una guerra nucleare fu sfiorata per davvero. Ma certe divergenze persistono ancora oggi. Il magazine russo Russia Direct (tradotto da Russia Oggi) ha chiesto ad importanti esperti russi e americani di valutare sino a che punto i timori di Mosca sono giustificati. La risposta pressoché unanime è no. Le riserve della Russia riguardo allo scudo si basano su speculazioni: i russi sostengono che l’installazione di nuove e più potenti basi di difesa missilistica potrebbe alterare gli equilibri geopolitici tra America e Russia, e in fin dei conti si tratta di una considerazione sensata, vista l’attenzione quasi ossessiva di Mosca verso quello che considera il proprio spazio vitale. Oggi come oggi però le obiezioni dei russi non sono trovano giustificazione nei fatti. Secondo Vladimir Evseyev, direttore del Centro studi sociali e politici di Mosca:

Io credo che Russia e Stati Uniti non abbiano alcuna volontà politica di raggiungere un compromesso in questo ambito, e che la colpa della mancanza di flessibilità vada attribuita in parte alla Russia. La Russia non si sforza di affrontare il problema da nuove angolazioni, ma continua invece a preoccuparsi dei vecchi problemi. Mosca vuole delle garanzie legali, ma nell’attuale situazione geopolitica è impossibile che possa ottenerle, e l’Occidente considera inaccettabile tale pretesa. Vogliamo che gli Stati Uniti facciano ciò che non possono fare, e questo irrita l’Occidente.

Da rimarcare anche l’opinione di Gordon M. Hahn, del Centro studi strategici e internazionali (Csis) di Washington:

La principale minaccia che deriva dalla difesa missilistica Usa sta nella possibilità di stabilire un precedente. La Russia non può permettersi di lasciare che gli Stati Uniti dispieghino delle difese missilistiche a un passo dai propri confini, perché con il tempo tali difese verrebbero incrementate, sino a costituire un’effettiva minaccia.

Viene da chiedersi però a cosa serva davvero uno scudo antimissile oggi, visto che le minacce per la sicurezza globale sono di ben altro tenore. Non saranno le batterie antimissile a proteggerci dal fondamentalismo islamico o dalla pirateria. Eppure le grandi potenze sono ancora divise su un dossier concepito oltre trent’anni fa, quando la minaccia nucleare era un rischio concreto, ma che oggi risulta del tutto anacronistico. Inoltre, e questo forse è l’aspetto più deleterio, le divergenze sulla difesa missilistica influenzano molti aspetti dei già complicati rapporti tra Usa e Russia, favorendo un senso di diffidenza reciproco. Alla faccia del reset auspicato da Obama.

In concreto, più che un’arma bellica, lo scudo antimissile è un’arma diplomatica. Come scrivevo nel luglio 2012:

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.

Dare un senso alle provocazioni della Russia nello spazio postsovietico

Forse lo avevamo dimenticato, ma la caratteristica fondamentale della Russia è quella di sorgere sul territorio russo. Non è un gioco di parole. A forza di citare Mosca nel contesto del braccio di ferro diplomatico che contorna il conflitto siriano, abbiamo trascurato che gli interessi geopolitici dei russi si concentrano primariamente a ridosso del Mar Nero, nel Caucaso e in Asia centrale. In quelle aree che una volta facevano parte dell’Urss e che oggi, non a caso, chiamiamo spazio postsovietico.

Spazio ex sovietico sul quale la Russia non ha mai mancato di esercitare un’influenza, per non dire una prelazione. Risale ad un anno fa, all’indomani dell’annuncio da parte di Putin della sua candidatura alle presidenziali di marzo 2012, la prima menzione ufficiale del progetto di Unione eurasiatica. L’idea, ispirata al modello di’integrazione dell’Unione Europea e rivolta ai Paesi che furono parte dell’Urss (con le scontate eccezioni dei Paesi baltici, della Georgia e anche dell’Azerbaijan), affonda le sue radici in una serie di precedenti tentativi di integrazione della regione, tutti tesi alla riorganizzazione geostrategica dello spazio postsovietico all’indomani della dissoluzione.
Il primo passo in questa direzione è stato compiuto da Russia, Bielorussia e Kazakhstan, che nel 2010 hanno dato vita ad un’unione doganale che prevede l’adozione di una tariffa doganale unica e l’abolizione dei controlli doganali alle frontiere comuni. E’ a partire da questa prima forma di integrazione economica che, nel novembre 2011, i presidenti dei tre Paesi costitutivi hanno sottoscritto una dichiarazione in cui si prefiggono di realizzare l’Unione euroasiatica entro il 2015. A tal fine, nel gennaio 2012 è entrato in vigore – sempre fra i tre Stati fondatori – uno Spazio economico comune modellato sulla base di quello europeo, in cui merci, servizi, persone e capitali possano circolare liberamente. Dal 1991, quando la bandiera sovietica fu ammainata per l’ultima volta, si tratta del progetto più ambizioso volto a colmare il vuoto geopolitico lasciato dalla dissoluzione – sotto l’egida di Mosca, ovviamente.

Fondamentale, a questo punto, è capire chi di questo spazio farà parte, e a quali condizioni. Nell’Unione Eurasiatica è recentemente confluita l’ArmeniaProspettata già da diverso tempo, l’adesione di Yerevan è ora ufficiale. L’accordo con Russia, Bielorussia e Kazakhstan vanifica la prevista conclusione di un accordo di associazione con l’UE. Gas meno caro ed appoggio militare nel Nagorno-Karabakh sono due argomentazioni in favore di Mosca a cui Bruxelles non ha potuto replicare con offerte più allettanti.

Ma la vera partita tra Europa e Russia si gioca in Ucraina, tuttora sospesa tra l’Accordo di associazione con la UE e l’adesione all’Unione Eurasiatica. Con il Paese ormai ad un passo dalla firma dell’Accordo – che consentirebbe l’integrazione economica di Kiev nell’Unione – la Russia ha avviato nei confronti degli ucraini una serie di ritorsioni commerciale per costringere il governo a cambiare idea, In agosto, la Russia ha sospeso le importazioni di macchinari dall’Ucraina, mentre il Kazakhstan ha respinto le importazioni a base di uova da Kiev sulla base di supposte mancanze fitosanitarie. Già in luglio, Mosca aveva deciso il blocco delle importazioni dei prodotti della dolciaria Roshen, società posseduta da Petro Poroshenko, ministro del governo ucraino che, più di tutti, sostiene l’avvicinamento del Paese all’Unione Europea. Non dimentichiamo le cosiddette guerre del gas, che l’Europa pare aver scoperto dopo la Rivoluzione arancione ma che in realtà fanno litigare Mosca e Kiev da sempre.
L’Ucraina è un Paese per dimensioni e popolazione pari più o meno alla Francia, che versa in una crisi economica e politica tanto profonda da rendere impossibile al momento prevederne l’esito. E’ qui che nel 2005 ebbe avvio la cosiddetta Rivoluzione arancione, esplosa per impedire la falsificazione delle elezioni a favore del candidato filorusso. Fu allora che il mondo prese coscienza che a Kiev coesistono due anime: quella di un’Ucraina storicamente e/o potenzialmente europea e un’Ucraina russofona, vicina a Mosca. Una realtà moderna e pluralista, l’una; più arretrata e monoculturale, l’altra. Solo grazie al pronto intervento della UE si impedì che la situazione precipitasse in una guerra civile.
Dopo la disgregazione dell’Urss, l’Ucraina è diventata oggetto di un gioco a somma zero tra la Russia e gli Stati Uniti. A Kiev fu imposto di scegliere tra Europa (e di riflesso gli USA) e Russia. Per un paese così eterogeneo, addirittura polarizzato, come l’Ucraina, in cui qualunque scelta politica equivale ad un cammino in un campo minato, una scelta tra “Oriente” e “Occidente” è impossibile. Dalla parte americana si è subito schierata la Polonia. La prospettiva di un riavvicinamento alla Russia suscitava in molti il timore di essere nuovamente inghiottiti dall’impero rinascente; d’altra parte l’idea di entrare a far parte nella UE, avvertita come bacchetta magica per favorire il benessere economico della popolazione, ha sollevato le preoccupazioni di quanti considerano l’integrazione in Europa come l’anticamera dell’ingresso nella Nato. opzione improponibile ai filorussi.
Sui rapporti tra la Russia e l’Ucraina la vicenda Nato ha avuto pesanti conseguenze. Con l’intensificarsi nel 2007-2008 degli sforzi americani – ed europei – per spingere l’adesione di Georgia e Ucraina alla Nato, diversi politici ucraini di etnia russa, che non rappresentano direttamente il Cremlino ma occupano posizioni di rilievo nelle gerarchie istituzionali ucraine, hanno cominciato ad avanzare decise richieste di “restituzione” alla Russia della Crimea, assegnata all’Ucraina da Kruscev nel 1954, in occasione della celebrazione dei trecento anni dell’unificazione dell’Ucraina alla Russia. Non è che un primo assaggio del focolaio di tensione, al momento controllato, che potrebbe divampare nel caso in cui l’Ucraina dovesse davvero intraprendere la strada verso l’Alleanza Atlantica.
Nel summit della Nato a Bucarest dell’aprile 2008, Putin ha avuto modo di esporre senza mezzi termini la sua visione geopolitica riguardo all’Ucraina, nella quale questa risultava una mera creazione dell’Urss in virtù di “territori regalati” sia dalla Russia (come la Crimea, appunto) che dall’Europa orientale. Era una provocazione calcolata, ma sintomatica di come Putin non intenda permettere a Kiev di allontanarsi dall’orbita moscovita. Lo storico Samuel Huntington, nel suo discusso Lo scontro delle civiltà aveva indicato, come confine tra il mondo democratico e quello autocratico, l’arteria del fiume Dnepr-Dnipro che taglia l’Ucraina in due parti. A conferma della sua tesi, quello che sta succedendo nel Paese negli ultimi anni costituisce un’innegabile riprova dell’antagonismo tra l’attuale Russia e l’Occidente.

Un luogo dove questo dualismo ha portato ad una vera e propria guerra è la Georgia, attaccata e smembrata in tre parti al termine di una guerra-lampo con Mosca nel 2008.
Martedì 27 Agosto, il Presidente russo Vladimir Putin si è recato in visita ufficiale regione separatista dell’Abcasia, Inutile dire che il gesto di Putin ha sollevato la protesta ufficiale del governo di Tblisi. La Georgia ha almeno due motivi per considerare questa visita come un’autentica provocazione. In primo luogo tempistica: esattamente cinque anni e venti giorni prima, i carri armati di Mosca attraversavano il Tunnel di Roki dalla repubblica russa dell’Ossezia del Nord per entrare in Ossezia del Sud, dando così avvio al conflitto. In secondo luogo, non più tardi di due mesi prima, in giugno, la Russia aveva rafforzato i confini dell’Ossezia del Sud attraverso una barriera il filo spinato, spostando peraltro la frontiera di alcune centinaia di metri in territorio georgiano. Inizialmente la Georgia ha sminuito, preferendo non reagire alla provocazione. In realtà, il presidente georgiano Saakashvili era solo in attesa del momento opportuno, e questo è arrivato il 25 settembre, quando egli ha tenuto un acceso discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite con il quale ha duramente attaccato la Russia e la sua politica imperialistica. Per Saakashvili l’Unione euroasiatica è un pericolo per tutti gli Stati ex sovietici perché li obbligherebbe ad abbandonare le loro aspirazioni di democrazia e libertà - rappresentate da un’eventuale adesione in Europa – e tornare sotto la dittatura della grande madre Russia.
Saakashvili è convinto che Abcasia ed Ossezia torneranno sotto la sovranità di Tblisi, sebbene neanche lui, al momento, abbia probabilmente idea di come questo ritorno potrà avvenire. Per ora il presidente si limita di perdere tempo per guadagnare tempo: a parole il suo governo alterna aperture in merito a possibili relazioni di interesse comune con Mosca; di fatto resta in attesa del 2014, quando la Georgia riceverà dalla Nato il sospirato Membership Action Plan, anticamera dell’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Tali episodi testimoniano la reciproca diffidenza tra le parti e di certo non agevolano una distensione che procede già a passo di lumaca. Il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Russia e Georgia si accompagna ad alcune condizioni (nello specifico: il ritiro dell’esercito russo da Abcasia e Ossezia per i georgiani; il riconoscimento delle due repubbliche da parte di Tbilisi per i russi) reciprocamente inaccettabili, e pertanto ad oggi i due Paesi rimangono su posizioni inalterate rispetto a cinque anni fa.

La Georgia è un caso da manuale di come il Cremlino sfrutti la disattenzione dell’opinione pubblica internazionale, tutta concentrata su quanto avviene a Damasco, per compiere delle ennesime provocazioni nello spazio ex sovietico, con pesanti conseguenze per tutto lo spazio stesso.
Tuttavia, nel corso degli anni anche l’Occidente ha compiuto una serie di atti che Mosca ha percepito come ostili. L’idea che la Nato possa spingere i suoi confini sino a quelli di Mosca è avvertita dai russi come una minaccia. . Ad esempio, quando nel citato summit Nato di Bucarest furono intensificati gli sforzi per accogliere Georgia e Ucraina, alla Russia fu risposto che, in quanto non membro dell’Alleanza, non aveva voce in capitolo nella questione. Dichiarazioni che a Mosca sono state recepite come un affronto. Inoltre, sempre nel 2008 la guerra russo-georgiana fu preceduta dal riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo – unilateralmente dichiarata nei confronti della Serbia – da parte dell’Unione Europea, nonostante la ferma opposizione di Mosca. E’ probabile che questo secondo episodio abbia contribuito in modo determinante a far precipitare la situazione nel Caucaso: con la guerra Mosca ha voluto avvertire tutti che, se davvero Kiev e Tbilisi aderissero al Patto atlantico, lo farebbero da staterelli dimidiati. All’indomani della guerra russo-georgiana, rappresentante della Federazione Russa presso la Nato, Dmitrij Rogozin, ha affermato: “Adesso semplicemente non si capisce quale Georgia possa essere accolta nella Nato. Risulta che tutti i paesi della Nato dovrebbero forse riconoscere l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, e allora, staccandole dalla Georgia, accogliere la parte restante del paese”. In pratica, l’ingresso di Tblisi nel Patto Atlantico comporterebbe il necessario riconoscimento delle due repubbliche separatiste da parte dei Europa e America, aspetto al momento fuori discussione.

Quando si parla del desiderio della Russia di recuperare lo status di grande potenza, troppo spesso ci si dimentica di chiarire cosa ciò significhi. Le ingerenze di Mosca in quel di Kiev  e di Tblisi, e la costituzione dell’Unione Eurasiasica, non rappresentano dei tentativi di ricreare l’Urss. Questa idea non gode oggi di grande favore e non corrisponde agli interessi delle élite al potere. Persino la rinascita dell’unità slava di Russia, Ucraina e Bielorussia non ispira granché la popolazione.
L’interesse di Mosca per ciò che avviene nel suo cortile di casa è dettato da una ragione esistenziale. Il rapporto con lo spazio è sempre stato un elemento vitale per l’esistenza stessa della Russia e costituisce il punto di partenza della sua visione geopolitica. Lo spazio postsovietico è l’ex spazio sovietico, e questo, a sua volta, è l’ex spazio dell’impero russo. Il fatto che la Russia sia sorta sul territorio che fu dell’Urss e prima ancora dello stato russo è l’unico contrassegno oggettivo che accomuna popoli e regioni tra loro diversissimi (che cosa ha in comune la Lettonia con il Tagikistan?) ma che hanno vissuto per decenni sotto le stesse insegne, e che tutt’oggi subiscono l’influenza, per non dire il peso, della tradizione sociale e politica del gigante che un tempo li riuniva.
In un certo senso, Mosca si sente impero. Ma ci si stupirà di apprendere che nella storia russa la visione imperiale ha sempre avuto poco a che vedere con la volontà di potenza, Scriveva l’analista Pavel Byrkov nel 2008: “La storia dell’impero russo non si differenzia così marcatamente da quella degli altri imperi europei. Per molti aspetti è stata anche più umana. In ogni caso la Russia non ha avuto la possibilità di scegliere se essere un impero o un normale Stato democratico europeo. La scelta che si è presentata è stata se essere impero o colonia”. Lo stesso presidente Putin non è molto lontano da questo pensiero. Nel 2009 dichiarò: “O la Russia fa parte del gruppo deiPaesi leader del mondo, oppure essa scompare“.

Alla fine degli anni Novanta il rischio di una frammentazione della Russia in tante entità minori era diventato reale. La disgregazione dell’Urss nel 1991 era avvenuta in modo repentino e in maniera inaspettata per la maggior parte della popolazione. Ancora oggi l’ideologia che rappresenta un potenziale pericolo sia per la Russia che per i suoi vicini è l’irredentismo, vale a dire quella forma di nazionalismo che pone l’accento sulla “riunificazione” in un unico Stato delle terre e dei popoli che questo nazionalismo ritiene propri. Con il crollo dell’Urss sono effettivamente rimasti fuori dalla Federazione Russa ampi territori e numerosi gruppi di popolazione russofona che l’opinione pubblica considera come propri, non nel senso che un tempo erano appartenuti all’impero, ma in quanto russi. Questo è un effetto collaterale della genesi stessa dell’Unione Sovietica, nella quale i confini delle repubbliche furono tracciati con proditorio sfregio di quelli etnici, in base al principio “unisci per indebolire”. Popoli eterogenei furono inclusi in territori omogenei, alimentando così l’instabilità politica: nel 2010 il Kirghizistan fu sull’orlo di una guerra civile tra la maggioranza kirghiza e la minoranza usbeca. Ancora oggi sia in Russia che in quasi tutte le repubbliche limitrofe esistono movimenti separatistici, e in alcuni casi (in Georgia, appunto) si hanno Stati illegali autoproclamatisi tali.
Così, se l’Europa è riuscita a realizzare un progetto di diritti civili, di modernizzazione, di pace e benessere per la maggior parte dei propri cittadini, la Russia invece, dalla fine degli anni Novanta si è messa a ricostruire la sua dimensione politica in termini sostanzialmente imperialistici, incompatibili dunque con la modernità. Detto in altri termini, dopo aver inglobato e tentato di omologare realtà eterogenee, popoli ed etnie diversissimi, la Russia si è ritrovata ostaggio della sua strategia colonialista. Diventando impero, è diventata Eurasia, e quindi né Europa né Asia. Mentre la maggior parte dei popoli europei usciti dall’orbita di Mosca, recuperando le rispettive identità culturali distrutte dal comunismo, si stanno integrando, seppur tra mille difficoltà, nello spazio comune della democrazia, la Russia si trova ancora a fare a pugni davanti allo specchio. Oggi Mosca, cercando di recuperare spazi perduti, spera di dar ordine alla sua situazione interna.

Per questa ragione ogni rischio di un indebolimento dell’esercizio del potere da parte dello Stato sullo spazio russo viene visto dai russi come una minaccia potenzialmente fatale. Instabilità politica del proprio spazio e timore nella percezione della propria sicurezza sono due facce della stessa medaglia. Per Mosca l’episodio del confine osseto-georgiano rafforzato con il filo spinato, ad esempio, è di fatto un messaggio del suo malcontento per l’estensione del MAP a Tblisi. Ancora, passando all’Ucraina, durante la Rivoluzione arancione Sergio Romano scriveva che l’Europa dovrà “garantire a Putin che l’Ucraina non sarà mai più una spina polacca nel fianco dello Stato russo”, cosa che in effetti non è stata.
Si capisce perché il rapporto tra Russia e Occidente è sempre stato contraddittorio e improntato più sulla diffidenza che sulla collaborazione. Le due realtà parlano due lingue diverse: l’Occidente, seppur con incerta coerenza, pone comunque l’accento su valori quali la libertà e la democrazia, mentre la Russia avverte questi stessi valori come minaccia per la propria identità. La cattiva esperienza vissuta negli anni di Eltsin ha parecchio screditato il modello democratico agli occhi dell’opinione pubblica, tanto che oggi democrazia e logoramento dello Stato sono quasi diventati sinonimi.
Oggi, per la Federazione russa, la spazio per una nuova architettura di sicurezza trova le sue fondamenta su una solida rete di partenariati con le repubbliche sue ex sottoposte e nella bonifica dello spazio stesso dalle situazioni conflittuali, in particolare con la Georgia. Per la quale la porta della Nato sarà sempre aperta, assicura l’organizzazione. Ma intanto resta chiusa, e anche negli USA c’è chi comincia a chiedersi se sia ancora il caso di accogliere Tblisi, all’idea della (ulteriore) instabilità che verrebbe a crearsi in una regione, quella caucasica già in ebollizione.

Quando nel 2009 il presidente americano Obama parlò di un “reset” nella relazioni con Mosca, molti osservatori, anche di parte russa, apprezzarono la buona volontà manifestata dalla Casa Bianca, anche se non era ben chiaro cosa questo “reset” volesse dire. Da allora si è fatto ben poco. Affinché una nuova cornice di rapporti tra USA, UE e Russia sia possibile, bisogna mandare in soffitta quella vecchia. Qualunque cambio di strategia richiede innanzitutto un mutamento radicale delle concezioni reciproche dei partecipanti: l’Europa dovrà sì diversificare le proprie fonti di energia, in modo da liberarsi dai ricatti di Mosca, ma dovrà anche togliere a questa l’etichetta di “barbaro eternamente alle porte” che le ha imposto nei secoli passati. Allora si parlerà di un sistema di sicurezza paneuropeo e di relazioni radicalmente nuove tra Russia e UE, tra Russia e Nato. Sarebbe vantaggioso per tutti, visto che la categoria dei pesi massimi geopolitici ha da poco visto visto l’ingresso di un nuovo contendente, la Cina, la cui proiezione esterna in Asia centrale e in Siberia sembra minacciare la sfera di integrità russa molto più di quanto non farebbe la temuta Nato.

* Articolo comparso originariamente su The Fielder

Il ruolo di Cipro nella guerra di Siria

Nei due anni in cui la guerra civile siriana si è protratta, esperti e commentatori di politica estera di tutto il mondo hanno passato al vaglio la posizione dei vari attori in gioco: locali (Turchia, Iran, Israele, Libano, Giordania), regionali (Egitto e petromonarchie del Golfo) e globali (Stati Uniti e UE da una parte, Russia e Cina dall’altra).

Poco o nulla si è invece detto su Cipro, nell’ultimo anno salita alla ribalta per i suoi problemi finanziari ma praticamente mai in relazione al conflitto siriano. Con ciò trascurando che Nicosia, in virtù della propria posizione geografica, della propria appartenenza all’Unione Europea, del fatto di essere per metà (quella Nord) sotto occupazione da parte dell’esercito turco, e della presenza di due basi militari britanniche (Akrotiri e Dhekelia), e in ultimo dei suoi stretti legami con la Russia, è pienamente integrata nello scenario di crisi.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il movimento di mezzi militari all’interno e intorno all’isola ha prodotto tensioni, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, nell’opinione pubblica greco-cipriota. Il portavoce del governo, Christos Stylianides, il ministro della Difesa, Fotis Fotiou, e il ministro degli Esteri, Ioannis Kasoulides, hanno cercato di contenere il senso d’allarme ribadendo che l’isola rappresenta un “centro di stabilità, pace e sicurezza” nella regione.

La crescita della tensione e la strategia di contenimento

Tali dichiarazioni sono state una replica alle preoccupazioni suscitate dall’arrivo di sei jet Typhoon britannici, all’inizio di settembre, e dalla missione di controllo, decisa con inconsueta rapidità, effettuata da due di essi nello spazio internazionale tra la Siria e Cipro, lo scorso 8 settembre. Come confermato dal ministro della Difesa britannico, due aerei da combattimento hanno attraversato lo spazio tra i due paesi, non rispondendo alle richieste d’identificazione provenienti da Cipro.

Gli esperti hanno interpretato l’accaduto come una risposta del governo siriano agli avvertimenti ricevuti dagli Stati Uniti e da altri paesi Nato. Gli aerei non identificati erano probabilmente due Sukhoi Su-24s di fabbricazione russa, dotati di armamento pesante.

Il 16 settembre un altro episodio è accaduto non lontano dall’isola, alimentando le tensioni nella regione. Un elicottero siriano, dopo essere entrato nello spazio aereo turco ed aver ricevuto un avvertimento da due jet F-16, è stato abbattuto all’altezza del confine tra la Siria e la provincia turca dell’Hatay.

Il senso d’allarme a Cipro è stato rafforzato dall’arrivo di una fregata francese nei dintorni di Larnaca, nella parte meridionale dell’isola, e di alcuni aerei francesi e statunitensi presso la base britannica di Akrotiri, nei pressi di Limassol.

Tutto ciò è parso difficilmente conciliabile con le parole di rassicurazione pronunciate dai rappresentanti della Repubblica di Cipro. Il portavoce del governo ha infatti dichiarato che in nessun caso l’isola sarebbe diventata una “base di operazioni militari”, e quindi un possibile bersaglio degli attacchi siriani. Alle sue parole ha fatto eco il ministro della Difesa, Fotiou, ribadendo che il ruolo della Repubblica di Cipro sarebbe stato limitato all’eventuale assistenza umanitaria, accogliendo i possibili profughi provenienti dalla Siria, dal Libano o da altri paesi limitrofi.

Fotiou ha aggiunto che proprio il riconoscimento di Cipro come territorio sicuro ha indotto i paesi coinvolti nello scenario di crisi a pensare all’isola come destinazione verso cui dirigere i propri cittadini in caso di necessità. Sarebbe contraddittorio, ha osservato il ministro, utilizzare come piattaforma d’attacco un paese d’accoglienza per le vittime del conflitto.

Tuttavia, alcuni analisti hanno osservato come sia difficile trascurare due dati di fatto: la vicinanza di Cipro alla costa siriana, a poco più di cento chilometri, e la presenza nell’isola, oltre alle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, di sofisticate apparecchiature di spionaggio. Cipro ospita infatti la Joint Service Signals Unit, una delle maggiori postazioni di sorveglianza al mondo.

In effetti, nei convulsi giorni di fine agosto, quando l’attacco missilistico a Damasco pareva imminente, Regno Unito e USA avevano messo in pre-allarme le proprie basi aeree sull’isola, ma il 31 agosto il ministro degli Esteri Kasoulides ha ribadito che “dall’isola di Cipro non partirà alcun attacco militare contro la Siria ed abbiamo ricevuto garanzie in questo senso”.

Casualmente, proprio il giorno prima la Russia aveva accettato di ristrutturare le condizioni del prestito di 2,5 miliardi di euro fatto a Cipro, richiedendo, fino al 2016, solo il pagamento di cedole semestrali con interessi (molto più accessibili) al 2,5% e rinviando la restituzione del capitale ai quattro anni successivi.

Siria, la propaganda delle armi chimiche

1.‭ ‬A due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità,‭ ‬la Siria è un campo minato.‭ ‬Vi sono coinvolte le maggiori potenze regionali e globali,‭ ‬ciascuna secondo una precisa scelta di campo.‭ ‬Troppi gli interessi in gioco,‭ ‬sufficienti a tenere acceso il focolaio di guerra per un tempo indeterminato.‭ ‬Un terreno di trappole incrociate,‭ ‬la più temuta delle quali è rappresentata dalle armi chimiche.‭ ‬Quelle che secondo il presidente americano Obama rappresentavano la cosiddetta‭ “‬linea rossa‭”‬,‭ ‬superata la quale gli Stati Uniti avrebbero rivisto‭ “‬tutta la gamma delle risposte strategiche‭” ‬a loro disposizione.‭ ‬Limite che secondo voci ufficiali‭ (‬nell’ordine:‭ ‬Coalizione Nazionale Siriana,‭ ‬Stati Uniti d’America,‭ ‬Europa,‭ ‬Francia,‭ ‬Regno Unito‭) ‬il regime di Damasco avrebbe già oltrepassato‭; ‬ma nessuno può provarlo con certezza.‭ ‬Ogni conferma viene annunciata tra gli squilli di tromba per poi affievolirsi quando si tratta di esibire le prove.
Da qui una serie di domande:‭ ‬le armi chimiche sono state usate davvero‭? ‬Se sì,‭ ‬da chi‭? ‬In caso contrario,‭ ‬perché se ne parla con sempre maggiore insistenza‭? ‬E perché le versioni sono così contrastanti‭?
Agli ultimi due interrogativi possiamo rispondere fin da ora.‭ ‬In Siria,‭ ‬accanto alla guerra sul campo infiamma la guerra parallela dei media.‭ ‬In un conflitto dove a procedere è solo il numero delle vittime,‭ ‬le parole diventano armi,‭ ‬e la propaganda,‭ ‬strategia.‭ ‬Le informazioni sul campo,‭ ‬veicolate attraverso il web per aggirare la censura del regime,‭ ‬assurgono a verità assolute o a bufale a seconda di chi le afferma.‭ ‬Buona parte dell’informazione sul campo giunge infatti dai filmati pubblicati su YouTube da ribelli e attivisti e poi acriticamente ripresi dalla stampa occidentale.‭ ‬Ma se all’inizio le cronache fai-da-te erano l’unico mezzo per estrarre notizie dal territorio,‭ ‬in seguito il fenomeno mediatico si è ingigantito al punto da sostituire l’informazione improvvisata con la disinformazione strategica.‭ ‬Come sosteneva l’analista Lorenzo Trombetta già nel‭ ‬2011,‭ ‬in Siria scompare il fatto e domina l’opinione.‭ ‬Da guerra sul campo si passa alla guerra di percezioni.‭ ‬Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria.‭
La minaccia del loro possibile utilizzo è parte integrante del registro narrativo di tutti i soggetti coinvolti nella mischia siriana:‭ ‬dell’Occidente,‭ ‬per tenersi fuori dal conflitto‭; ‬del regime,‭ ‬per giustificare la sua brutale repressione‭; ‬dei ribelli‭ – ‬o meglio,‭ ‬dell’opposizione all’estero‭ – ‬per invocare l’intervento di una comunità internazionale che sembra udire solo da questo orecchio. Continua a leggere