ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere

Per fermare l’ISIS, Siria e Iran bombardano l’Iraq

La mattina del 24 giugno, alcuni caccia non identificati hanno bombardato un mercato nella città islamista-detenuto di Al Qa’im nel nord-ovest dell’Iraq. Si tratta di una località prossima al confine siriano, recentemente caduta nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Data la prossimità con la Siria, si è pensato che si trattasse di velivoli dell’aviazione di Damasco, e due giorni dopo il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha confermato questa voce. Il premier ha detto di non aver chiesto l’intervento dell’esercito siriano, ma di aver accolto con favore la notizia del bombardamento. “Ogni aiuto contro l’Isil è il benvenuto”, ha dichiarato.

E aiuti, a quanto pare, ne stanno arrivando. Oltre alla Siria, anche l’Iran è pienamente coinvolto nella controffensiva per arginare i jihadisti.  Secondo il New York Times, l’Iran sta fornendo armi al governo iracheno per contrastare i ribelli. Non solo. Fin dai giorni scorsi, alcuni droni iraniani decollano da un aeroporto vicino Baghdad e per sorvolare l’Iraq in missioni segrete di sorveglianza, circostanza nota anche ai funzionari della difesa statunitense. Quindi il sostegno del Paese dei mullah non si limita all’invio di consiglieri militari già annunciato nei giorni scorsi, ma si sta sviluppando in una partecipazione diretta alle sorti del conflitto. Non dimentichiamo che nei giorni scorsi l’ISIS ha preso di mira una località (Qasre Shirin) alla frontiera tra i due Paesi, uccidendo due funzionari iraniani. Continua a leggere

ISIS lancia l’offensiva anche in Iran

Da giorni le tv di tutto il mondo ripetono come i militanti dell’ISIS proseguano la loro avanzata all’interno dell’Iraq, conquistando città e procedendo ad esecuzioni sommarie di militari e altri agenti di sicurezza catturati. Quello che quasi nessuno ha detto è che i jihadisti hanno sferrato un attacco anche alle guardie di frontiera iraniane vicino alla località diQasre Shirin, al confine con l’Iraq. Il fatto sarebbe avvenuto qualche giorno fa, ma si è saputo solo ieri attraverso il passaparola sui social media, stante la consueta censura di Teheran ogniqualvolta si verifichino incidenti di frontiera con Baghdad.

Tra le prove dell’avvenuto scontro circola questa fotografia dei corpi di due funzionari di Teheran uccisi. È probabile che sia stata anche la diffusione di questa immagine a convincere le autorità iraniane a fare chiarezza sui fatti di Qasre Shirin. Il primo a parlarne apertamente è stato Fath Allah Hosseini, deputato locale nel Parlamento iraniano, il quale tuttavia ha cercato di “minimizzare” la vicenda, ripetendo che le frontiere iraniane sono sicure e che in ogni caso i residenti di Qasre Shirin non temono un’avanzata dell’ISIS fino alla frontiera. In seguito, in una dichiarazione all’agenzia di stampa YJC, il generale di brigata Ahmad Reza Pourdastan ha confermato che l’incidente ha avuto luogo, aggiungendo però che gli aggressori appartenevano al Partito per la vita libera del Kurdistan, gruppo militante curdo conosciuto anche con l’acronimo Pejak. Continua a leggere

Anche la Cina alle prese con la minaccia jihadista

Contrariamente a quanto si pensi, il fondamentalismo islamico non rappresenta un pericolo solo per gli Stati Uniti e l’Occidente: anche la Cina deve fare i conti con questa minaccia.

Il 1° marzo, presso la stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia dello Yunnan, otto uomini armati di coltelli si sono scagliati contro la folla, compiendo in pochi minuti una strage: 33 morti e 143 feriti. L’agenzia di stampa Xinhua lo ha definito l’11 settembre della Cina. Alcuni mesi prima, precisamente il 28 ottobre, nella celeberrima piazza Tienanmen, a Pechino, una jeep si è lanciata a tutta velocità contro i passanti che si trovavano di fronte all’ingresso principale della Città Proibita, provocando la morte di cinque persone (i tre attentatori e due turisti). In un primo momento si era parlato di un attentato legato alla repressione cinese in Tibet, ma nei giorni seguenti la polizia ha arrestato cinque sospetti militanti islamici di etnia uigura.

Pechino gli uiguri, una convivenza difficile

Su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, la Cina conta circa 20 milioni di musulmani: meno del 2% della popolazione. Tra essi primeggiano proprio gli uiguri, un popolo concentrato nella regione dello Xinjiang. Attualmente costituiscono uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dal governo cinese: nonostante ci sia incertezza sui numeri, si può ragionevolmente supporre che 8 milioni circa risiedano in patria e 3 milioni all’estero.

Lo Xinjiang – “Nuova frontiera” in lingua cinese – comprende gli aridi deserti occidentali del Paese. Molti fattori ne indicano il forte collegamento con l’Asia centrale: cultura, economia, lingua e religione. Gli uiguri sono infatti una popolazione di stirpe mongola, turcofona e musulmana. Secondo la storiografia cinese contemporanea, lo Xinjiang rappresenta una inalienabile parte della Cina da più di un millennio, ma la sua conquista definitiva è avvenuta solo nel 1759. In seguito, nella regione si istituì un governo integrato nel sistema imperiale cinese e cominciò una massiccia immigrazione di funzionari e lavoratori Han da ogni parte del Paese. Un processo d’integrazione che avrebbe conosciuto un punto di svolta con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese da Con e le riforme di Mao Zedong. In analogia alle politiche etniche già attuate in Unione Sovietica, volte a spezzare l’omogeneità culturale, religiosa e storica delle minoranze interne con le popolazioni turche stanziate in Asia Centrale, l’identità uigura venne definitivamente codificata in una serie di provvedimenti legislativi, la cui attuazione venne affidata ai funzionari locali inviati dalla capitale. Continua a leggere

Boko Haram diffonde il jihad anche in Camerun

I due preti italiani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, e la suora canadese Gilberte Bussier, rapiti nella notte fra venerdì e sabato nella diocesi di Maroua, nel Nord del Camerun, sono stati presi dagli islamisti nigeriani di Boko Haram. Il gruppo, come sappiamo, opera prevalentemente nelle regioni settentrionali della Nigeria, dove il governo di Lagos opera da anni una violenta repressione.

Negli ultimi tempi Boko Haram ha iniziato a “sconfina” anche nelle regioni settentrionali del Camerun, zone dalla vocazione prevalentemente turistica, anche se ultimamente viene sconsigliato di recarvisi. Giò alla fine del 2013 lo stesso gruppo terroristico rapì un missionario francese, Georges Vandenbeusch, curato della parrocchia di Nguetchewe, e una famiglia francese sempre nella regione di Moroua che, dopo essere stati trattenuti per 3 mesi in Nigeria, vennero rilasciati.

Di lì in poi è stato un continuo susseguirsi di incidenti tra il gruppo jihadista e le forze di sicurezza di Yaoundè. A metà gennaio i villaggi di frontiera nel nord del Camerun sono stati abbandonati a seguito di pesanti combattimenti tra l’esercito nigeriano e i militanti Boko Haram a Banki, nello Stato di Borno. Il 3 marzo sette persone, sei islamisti e un soldato camerunense, sono state uccise negli scontri a fuoco scoppiati dopo l’incursione del gruppo islamista nigeriano di Boko Haram nel nord del Camerun. E adesso il rapimento dei religiosi a Maroua. Continua a leggere

L’attentato di Beirut è un avvertimento all’Iran

Sono due le esplosioni che hanno scosso il quartiere Bir Hassan nella parte meridionale di Beirut (il video sul sito del Corrieree che hanno causato 23 vittime nella giornata di martedì 19 novembre, sconvolgendo il clima di tranquillità che da sempre ha caratterizzato questa zona residenziale. Secondo una prima rivendicazione dietro l’attentato ci sarebbero le brigate Abdullah Azzam (qui la scheda su Long War Journale l’attacco sarebbe legato agli eventi siriani. 

Ancora una volta, dunque, il Libano è scosso da eventi legati alla guerra civile siriana e per le terza volta nel giro di pochi mesi la periferia di Beirut (ed in particolare le aree controllate da Hezbollah) sono prese di mira da gruppi jihadisti attivi nel Paese. Gli altri due attentati si sono verificati rispettivamente il 9 luglio e il 15 agosto. Il primo aveva colpito il quartiere di Bir al Abed, roccaforte di Hezbollah ed era stato rivendicato dalla sedicente brigata 313 dei ribelli siriani; nel secondo un’autobomba era esplosa nel cuore della periferia sud di Beirut, a Ruayss, altro centro nevralgico del “Partito di Dio”, uccidendo una ventina di persone. 

E’ importante cercare di capire quale oppure chi è il vero obiettivo dell’esplosioneSecondo Ludovico Carlino, esperto di fondamentalismo islamico, le brigate Abdullah Azzam (che prendono il nome dal principale mentore di bin Laden, assassinato nel 1989) sono un gruppo jihadista nato nel 2004 ed operativo in Libano, nella Striscia di Gaza e nel Sinai. Secondo la loro visione Israele, Iran ed Hezbollah farebbero parte di una coalizione tesa a soffocare la rivoluzione siriana, e pertanto sono obiettivi da colpire.

Secondo Lorenzo Trombetta su Limes, che ricostruisce brevemente il quadro geopolitico che contorna la guerra siriana, illustrando le ragioni del coinvolgimento iraniano, l’obiettivo dell’attentato non può che essere Teheran:

L’attacco all’ambasciata iraniana di Beirut segna più di un precedente: uno dei maggiori simboli del potere di Teheran nel paese dei Cedri non era mai stato preso di mira nemmeno durante gli anni della guerra civile libanese (1975-90); obiettivi iraniani, in generale, non erano mai entrati nel mirino in modo diretto ed esplicito durante l’aspra crisi politico-militare che ha dilaniato il Libano dal 2004 al 2008.

Come più volte accaduto anche di recente e sempre in Libano in occasione di attentati contro militari del contingente Onu nel sud del paese (Unifil), anche allora chi intendeva inviare avvertimenti politici a questo o a quell’altro attore rivale lo faceva attaccando i suoi simboli: militari in divisa, agenti dei servizi segreti, sedi diplomatiche.

Lo stesso è avvenuto il 19 novembre a Beirut: attaccare o tentare di attaccare l’ambasciata iraniana è un’azione mirata a inviare un messaggio fin troppo esplicito. E al di là di chi sia realmente il mandante – ormai anche un gruppo di buontemponi arabisti e studiosi di Islam può produrre rivendicazioni verosimili e diffonderle usando alcuni siti ‘autorevoli’ – il fronte armato che si presenta come il “difensore dei sunniti” in Libano, in Siria e in Iraq ha ricordato alla Repubblica islamica che la presenza in forze dei suoi uomini e dei suoi alleati a sostegno di Asad ha un prezzo.

Tuttavia l’attentato di martedì 19 novembre, sottolinea Trombetta, è diverso dagli ultimi due avvenuti nella capitale libanese. Entrambi sono stati interpretati come un monito contro il recente attivismo del movimento sciita nella guerra siriana contro il variegato fronte dei ribelli. Stavolta, invece, l’azione è avvenuta nei pressi di una sede diplomatica straniera. E non una qualsiasi, bensì quella del principale sponsor di Hezbollah, l’Iran:

Il 19 novembre invece non è stato colpito un simbolo religioso (una moschea, un centro culturale) né civile (una scuola, un mercato), bensì politico. E non sono stati colpiti gli Hezbollah o la loro comunità di riferimento, ma i loro padrini regionali. Si è voluta colpire la scelta politica di Teheran di tuffarsi a piedi nudi nella trincea siriana.

È sempre più diffusa negli ambienti siriani e libanesi vicini al sunnismo politico e ostile agli Asad, all’Iran e agli Hezbollah, la percezione di essere “invasi”, “occupati” da “agenti iraniani”. In tal senso, di recente su uno dei siti solidali con la radicalizzazione in senso islamista della rivolta siriana è circolato un poster emblematico: una carta del Medio Oriente trasfigurata, in cui una longa mano iraniana si estendeva dall’Asia Centrale fino alla Siria. La didascalia recitava in arabo e in inglese: “No all’occupazione iraniana”.

Come sottolinea l’agenzia Ansa, l’attentato è avvenuto mentre in Siria le forze governative, sostenute da Teheran e dalle milizie alleate del movimento sciita libanese Hezbollah, sono all’offensiva contro i ribelli. E la televisione di Damasco ha (ovviamente) puntato il dito contro l’Arabia Saudita e il Qatar, sponsor dei gruppi ribelli. Uno dei maggiori esponenti del gruppo Abdullah Azzam, l’emiro Majid bin Muhammad al-Majid, è guarda caso un cittadino saudita, ma è anche vero che il suo nome compare nella lista degli 85 principali ricercati del Regno.

Il regime di Assad sembrava prossimo al tracollo solo qualche mese fa, ma poi molte cose sono cambiate e le ultime settimane hanno registrato una forte avanzata dell’esercito lealista. Un colpo all’opposizione è stato assestato nei giorni scorsi, ad Aleppo, quando è stato ucciso Abdul Qadir al-Saleh, leader della formazione Liwa al-Tawhid, una delle fazioni più forti grazie ai 10 mila combattenti a disposizione.

Perciò è nell’evolversi (sfavorevole ai ribelli) del conflitto siriano che vanno cercate le radici profonde dei recenti attentati a Beirut. La questione della violenza settaria che persegue lo scopo di destabilizzare tutto il Medio Oriente è fuorviante. Come Trombetta ha ripetuto più volte, la componente confessionale serve agli attori politici rivali per muovere le piazze, per ottenere e mantenere consenso sotto la costante minaccia del nemico, per assicurarsi sempre forze nuove, ma non è il motore principale delle tensioni mediorientali e libanesi in particolare.

Dopo aver colpito per due volte il protetto (Hezbollah) ora la furia jihadista ha alzato il tiro puntando al protettore (l’Iran). E, conclude Trombetta, è a Beirut che si inviano i messaggi più espliciti.

Raid USA in Libia e Somalia, ma al-Qa’ida è sempre più forte

La notizia ha fatto il giro del mondo. Nell’arco di poche ore, gli Stati Uniti hanno messo a segno in Africa due importanti operazioni per la lotta al terrorismo.
A Tripoli, le forze speciali americane avevano catturato Nazih Abdul-Hamed Nabih al-Ruqai’i, noto col nome di battaglia di Abu Anas al-Libi, un membro di Al Qaeda su cui Washington aveva messo una taglia di cinque milioni di dollari per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania del 1998. Il governo libico non era stato informato dell’operazione e ha chiesto spiegazioni a Washington. Tuttavia, secondo sua moglie, al-Libi sarebbe stato catturato dai libici.
Poche ore dopo, un altro blitz è scattato in Somalia, nei giorni del ventesimo anniversario  (3 ottobre 1993) della battaglia con i miliziani di Aidid in cui furono uccisi 18 soldati statunitensi. I Navy Seals si sono avvicinati alla costa e hanno tentato di entrare nella palazzina sul mare che ospitava, forse, il leader dei miliziani qedisti somali, Mukthar Abu Zubery alias Godane, probabile mente dell’assalto al centro commerciale di Nairobi. Dopo un’ora, però, i militarsi di sono dovuti ritirare.

La duplica operazione testimonia l’evoluzione della strategia USA nella lotta al terrorismo. Circa un anno fa il Pentagono pianificava l’invio di piccoli contingenti di forze speciali in 35 Paesi del continente africano, ufficialmente in ossequio ad un progetto – che Washington coltivava da un pezzo – di creare una rete in grado di mettere le forze armate regolari nelle condizioni di rispondere in autonomia alle minacce locali. Di fatto, l’opzione di affidarsi a piccole squadre di forze speciali si mostrava insufficiente. parendo volta ad arginare l’avanzata della Cina  (che Obama è sempre e affannosamente costretto a rincorrere), più che quella del terrorismo.

Un primo cambio di paradigma si è avuto già in maggio, quando il Pentagono ha dislocato una parte della forza d’intervento rapido per il Mediterraneo nella base siciliana di Sigonella. Secondo Limes Il motivo era più che altro dettato da ragioni di politica interna: il presidente Obama doveva alleviare la pressione per i nuovi sviluppi dello scandalo attorno all’attentato in Libia dello scorso settembre. Inoltre, pochi giorni dopo lo stesso Obama ribadiva che l’unica opzione per colpire i terroristi era rappresentata dai droni.
Tuttavia l’invio di militari lasciava intendere la possibilità di una risposta militare più convenzionale, e le voci di presunti invii di forze speciali nel Mediterraneo per attaccare i responsabili dell’attentato si rincorrevano già da tempo.

Secondo Limes:

La quasi simultaneità delle due operazioni, pur non concertata, ne amplifica il significato geostrategico: gli Stati Uniti non sprigionano la loro forza in modo indiscriminato contro qualsivoglia cellula jihadista ma agiscono in risposta a minacce specifiche quando si presenta l’occasione.

Corollario: gli americani sfruttano strumenti militari che vanno da squadre estremamente addestrate pronte a essere catapultate sul campo ad armi iper-tecnologiche, leggi droni. L’importante è che questi strumenti soddisfino alcuni criteri: segretezza (o discrezione), economicità (di sangue e denaro), flessibilità (soprattutto geografica).

La regola aurea impone flessibilità e rapidità nella risposta contro un nemico che – metafora in voga oltre Atlantico – “metastatizza” velocemente tra Africa e Asia Occidentale. E comporta due conseguenze dal punto di vista geopolitico.

In primo luogo, l’obbligo di disporre di una rete militare molto articolata e presente in diversi spicchi di globo. Basti guardare all’area nei pressi della Somalia. Anche per la vicinanza con un altro teatro piuttosto inflazionato dal jihad qaidista, lo Yemen, attorno al Corno d’Africa si è costruita una vera e propria collana di perle.Piste d’atterraggio, basi per droni o truppe speciali esistono a Manda Bay (Kenya), Entebbe (Uganda), Nzara (Sud Sudan), Arba Minch (Etiopia), Camp Lemonnier (Gibuti), Victoria (Seychelles).

Nell’Oceano Indiano è stanziata almeno una trentina di navi da guerra americane, molte di queste di classe Lewis e Clark, spesso usate come Afloat Forward Staging Bases: rampe di lancio per commando come quello che sabato ha fatto incursione in Somalia, ospedali di primo soccorso e siti di detenzione degli obiettivi. Senza contare i mercenari e le spie gestite dalla Cia operanti a Mogadiscio.

Anche attorno alla Libia non si scherza. Le basi di Rota (Spagna), Sigonella (Sicilia) e Suda (Creta) sono comunemente usate dalle forze speciali statunitensi. Proprio in quella italiana ha sede la Quick Reaction Force dei marines, stanziata nel bel mezzo del Mediterraneo per dispiegare le truppe velocemente in caso di crisi, evitando ritardi tragici come quello di 15 ore in seguito all’assalto al consolato di Bengasi del settembre 2012.


[Carta di Laura Canali]

La seconda conseguenza geopolitica è il mancato rispetto della sovranità nazionale. Sebbene sia difficile chiamare “Stati” alcuni i territori teatro degli ultimi raid, la questione non è meramente accademica. Uscita dalla guerra contro Gheddafi, la Libia sta cercando – senza riuscirci – di dotarsi di istituzioni in grado di imporre i più basilari cardini del concetto statuale, a cominciare dal monopolio della legittima coercizione: in sostanza, disarmare le milizie.

Il raid americano è visto come un duro colpo alle “autorità centrali”. Come nel caso del governo pakistano in occasione dell’uccisione di Bin Laden, le élites di Tripoli si sono viste costrette a “chiedere spiegazioni” per “il rapimento di un cittadino libico”. Eppure, sono proprio le classi politiche che sarebbe nell’interesse statunitense rafforzare che Washington sorpassa nel caso in cui queste siano “incapaci o non intenzionate ad agire”.

C’è un altro aspetto che le operazioni in Libia e Somalia permettono di dibattere: la scelta dello strumento. Forze speciali, stavolta, non droni. Non l’arma che più allontana cacciatore e preda ma il suo esatto contrario, quella in virtù della quale l’uomo è più esposto al pericolo sul campo.

Obama aveva ed ha ancora risposte da dare al Congresso USA sull’attentato di Bengasi, in cui morì l’ambasciatore Steven. Oggi porta a casa la cattura di al-Libi, ma a Washington, come nelle cancellerie europee, ci si chiede quali saranno i contraccolpi della nuova azione extraterritoriale USA. L’ultimo aspetto accennato nell’articolo appena citato pone un quesito interessante: cosa ha spinto gli USA a mettere da parte i velivoli senza pilota per tornare alle “vecchie maniere” delle operazioni con stivali a terra? Probabilmente perché nel frattempo anche il terrorismo ha un fatto un salto di qualità.
Secondo Linkiesta, dalla morte di bin Laden al-Qa’ida non è mai stata così forte:

Raramente un’Amministrazione che ha fatto affidamento sull’uso massiccio dei droni per fiaccare la rete del terrore ha autorizzato operazioni delle forze speciali fuori dal perimetro degli scenari di guerra. Quando lo ha fatto era per via dell’enorme valore simbolico e strategico dell’obiettivo (Bin Laden), oppure per mandare un segnale di forza a chi pensava che l’America di Obama stesse frettolosamente impacchettando le cianfrusaglie della guerra al terrore di Bush. Ordinare un’incursione dei Navy Seals in casa del nemico è operazione rischiosa, come dimostra il raid somalo per catturare o uccidere il leader di al Shabab Mukhtar Abu Zubayr: dopo ore di combattimenti attorno al compound dove alloggiava Abu Zubayr, nella città di Barawe, il commando americano è stato costretto alla ritirata senza avere portato a termine la missione. L’esito, però, non toglie nulla al significato politico della mossa di Obama, leader che mostra risolutezza proprio quando si moltiplicano i segni della sua fragilità, e ricorda all’America che al Qaida è tutt’altro che sconfitta. Prima dei raid del fine settimana diversi eventi, dal Kenya alla Siria, hanno ricordato la forza del terrorismo islamico e della sua rete in perenne espansione.

I due eventi – l’attacco a Nairobi e il cambio di casacca di una parte consistente dei ribelli siriani – non sono direttamente collegati fra loro, ma suscitano alcune domande comuni: quanto è potente al Qaida oggi? Qual è la sua struttura? E’ ancora un’organizzazione governata da un comando centrale e affiancata da gruppi consentanei oppure è diventata una materia più fluida? Katherine Zimmerman, analista di terrorismo presso l’American Enterprise Institute, un think tank di Washington, sostiene che “al Qaida non è mai stata così forte”.

Nel suo recente studioThe al Qaeda Network: A New Framework for Defining the Enemy spiega che il network terroristico che fa capo a Zawhairi si sta espandendo, anche se non secondo i parametri con cui la comunità politica americana ha inquadrato il modus operandi di al Qaida. La base ha fatto una grande operazione di decentramento in cui si distinguono affiliati e associati. Gli associati sono forze semi-indipendenti che intraprendono azioni non direttamente ordinate dalla cerchia di Zawhairi; con i meriti guadagnati sul campo possono salire al rango di “affiliati” che rispondono direttamente al nucleo centrale, come successo ad al Qaida nella penisola araba, la branca più importante del gruppo del terrore. Questo meccanismo “non ha reso al Qaida più debole”, scrive Zimmerman, anzi “la relazione fra affiliati ha aumentato la resistenza generale del network” e i rapporti orizzontali sono la garanzia della sopravvivenza della rete anche nel caso che la leadership centrale cada.

Quando parliamo di al-Qa‘ida dobbiamo fare una precisazione. Se ci si riferisce al gruppo Zawahiri-bin Laden della seconda metà degli anni Novanta, mutilato progressivamente dei suoi quadri dal 2002 con l’invasione USA dell’Afghanistan, il problema non esisterebbe. Quella al-Qa‘ida fa parte di un passato remoto. Ma se invece ci riferiamo alle attività terroristiche di altre organizzazioni coperte dal marchio al-Qa‘ida, allora il problema esiste eccome.

Secondo Policymic, sono almeno sei i gruppi jihadisti di cui gli americani dovrebbero essere preoccupati. Sei fronti potenzialmente aperti, che l’America dovrà essere in grado di gestire in nome della sua sicurezza. Oltre agli Shabaab e Boko Haram, attivi nell’Africa subsahariana, i pericoli arrivano da AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico), azionista di maggioranza di tutti i traffici illeciti di armi, droga ed esseri umani nel Sahel; AQAP (al-Qa’ida nella Penisola Arabica), chiave di lettura dell’attenzione quasi ossessiva che l’America riserva allo Yemen; infine il Fronte al-Nusra e lo Stato islamico in Iraq, attivi nella guerra in Siria e che rappresentano un’ombra su quanto potrà accadere a Damasco nell’immediato futuro post conflitto.

Le prove della crescente instabilità delle aree ad alta presenza jihadista sono sotto gli occhi di tutti. L’ultimo episodio in ordine di tempo è il rapimento del premier libico Ali Zeidan, avvenuto nella notte, A prescindere dai legami (ancora da verificare) con la cattura di al-Libi, il fatto dimostra quanto già sapevamo da un pezzo: in Libia lo Stato non c’è. E laddove manca lo Stato, il jihadismo ne comanda uno parallelo, come in Afghanistan e in Somali.
Andando indietro di qualche giorno, l’assalto al centro commerciale Westgate a Nairobi dimostra che la lotta contro il jihadismo somalo, che si pensava vinta con il ritiro delle milizie da Mogadiscio, è entrata in una nuova fase.
Infine l‘Iraq. Il drammatico bilancio, 975 morti, degli attentati di settembre fa tornare alla memoria gli anni dal 2006 al 2008, quando le violenze settarie fecero decine di migliaia di vittime. Quello che a tutti sfugge è la coincidenza tra l’ondata di sangue e la notizia, datata fine agosto, dei negoziati per l’apertura di una base per droni USA in territorio iracheno e della contemporanea decisione di Baghdad di revocare il suo precedente rifiuto di concedere l’immunità alle forze statunitensi. Non a caso, un attacco suicida ha colpito la base militare di Ramadi proprio il giorno seguente alla pubblicazione di un rapporto (in arabo) in cui si spiega che è stato proprio il governo iracheno a chiedere l’installazione della base, e che il numero di combattenti jihadisti in Iraq è cresciuto dai 5.000 del 2007 ai 20.000 del 2013.