Boko Haram diffonde il jihad anche in Camerun

I due preti italiani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, e la suora canadese Gilberte Bussier, rapiti nella notte fra venerdì e sabato nella diocesi di Maroua, nel Nord del Camerun, sono stati presi dagli islamisti nigeriani di Boko Haram. Il gruppo, come sappiamo, opera prevalentemente nelle regioni settentrionali della Nigeria, dove il governo di Lagos opera da anni una violenta repressione.

Negli ultimi tempi Boko Haram ha iniziato a “sconfina” anche nelle regioni settentrionali del Camerun, zone dalla vocazione prevalentemente turistica, anche se ultimamente viene sconsigliato di recarvisi. Giò alla fine del 2013 lo stesso gruppo terroristico rapì un missionario francese, Georges Vandenbeusch, curato della parrocchia di Nguetchewe, e una famiglia francese sempre nella regione di Moroua che, dopo essere stati trattenuti per 3 mesi in Nigeria, vennero rilasciati.

Di lì in poi è stato un continuo susseguirsi di incidenti tra il gruppo jihadista e le forze di sicurezza di Yaoundè. A metà gennaio i villaggi di frontiera nel nord del Camerun sono stati abbandonati a seguito di pesanti combattimenti tra l’esercito nigeriano e i militanti Boko Haram a Banki, nello Stato di Borno. Il 3 marzo sette persone, sei islamisti e un soldato camerunense, sono state uccise negli scontri a fuoco scoppiati dopo l’incursione del gruppo islamista nigeriano di Boko Haram nel nord del Camerun. E adesso il rapimento dei religiosi a Maroua. Continua a leggere

L’attentato di Beirut è un avvertimento all’Iran

Sono due le esplosioni che hanno scosso il quartiere Bir Hassan nella parte meridionale di Beirut (il video sul sito del Corrieree che hanno causato 23 vittime nella giornata di martedì 19 novembre, sconvolgendo il clima di tranquillità che da sempre ha caratterizzato questa zona residenziale. Secondo una prima rivendicazione dietro l’attentato ci sarebbero le brigate Abdullah Azzam (qui la scheda su Long War Journale l’attacco sarebbe legato agli eventi siriani. 

Ancora una volta, dunque, il Libano è scosso da eventi legati alla guerra civile siriana e per le terza volta nel giro di pochi mesi la periferia di Beirut (ed in particolare le aree controllate da Hezbollah) sono prese di mira da gruppi jihadisti attivi nel Paese. Gli altri due attentati si sono verificati rispettivamente il 9 luglio e il 15 agosto. Il primo aveva colpito il quartiere di Bir al Abed, roccaforte di Hezbollah ed era stato rivendicato dalla sedicente brigata 313 dei ribelli siriani; nel secondo un’autobomba era esplosa nel cuore della periferia sud di Beirut, a Ruayss, altro centro nevralgico del “Partito di Dio”, uccidendo una ventina di persone. 

E’ importante cercare di capire quale oppure chi è il vero obiettivo dell’esplosioneSecondo Ludovico Carlino, esperto di fondamentalismo islamico, le brigate Abdullah Azzam (che prendono il nome dal principale mentore di bin Laden, assassinato nel 1989) sono un gruppo jihadista nato nel 2004 ed operativo in Libano, nella Striscia di Gaza e nel Sinai. Secondo la loro visione Israele, Iran ed Hezbollah farebbero parte di una coalizione tesa a soffocare la rivoluzione siriana, e pertanto sono obiettivi da colpire.

Secondo Lorenzo Trombetta su Limes, che ricostruisce brevemente il quadro geopolitico che contorna la guerra siriana, illustrando le ragioni del coinvolgimento iraniano, l’obiettivo dell’attentato non può che essere Teheran:

L’attacco all’ambasciata iraniana di Beirut segna più di un precedente: uno dei maggiori simboli del potere di Teheran nel paese dei Cedri non era mai stato preso di mira nemmeno durante gli anni della guerra civile libanese (1975-90); obiettivi iraniani, in generale, non erano mai entrati nel mirino in modo diretto ed esplicito durante l’aspra crisi politico-militare che ha dilaniato il Libano dal 2004 al 2008.

Come più volte accaduto anche di recente e sempre in Libano in occasione di attentati contro militari del contingente Onu nel sud del paese (Unifil), anche allora chi intendeva inviare avvertimenti politici a questo o a quell’altro attore rivale lo faceva attaccando i suoi simboli: militari in divisa, agenti dei servizi segreti, sedi diplomatiche.

Lo stesso è avvenuto il 19 novembre a Beirut: attaccare o tentare di attaccare l’ambasciata iraniana è un’azione mirata a inviare un messaggio fin troppo esplicito. E al di là di chi sia realmente il mandante – ormai anche un gruppo di buontemponi arabisti e studiosi di Islam può produrre rivendicazioni verosimili e diffonderle usando alcuni siti ‘autorevoli’ – il fronte armato che si presenta come il “difensore dei sunniti” in Libano, in Siria e in Iraq ha ricordato alla Repubblica islamica che la presenza in forze dei suoi uomini e dei suoi alleati a sostegno di Asad ha un prezzo.

Tuttavia l’attentato di martedì 19 novembre, sottolinea Trombetta, è diverso dagli ultimi due avvenuti nella capitale libanese. Entrambi sono stati interpretati come un monito contro il recente attivismo del movimento sciita nella guerra siriana contro il variegato fronte dei ribelli. Stavolta, invece, l’azione è avvenuta nei pressi di una sede diplomatica straniera. E non una qualsiasi, bensì quella del principale sponsor di Hezbollah, l’Iran:

Il 19 novembre invece non è stato colpito un simbolo religioso (una moschea, un centro culturale) né civile (una scuola, un mercato), bensì politico. E non sono stati colpiti gli Hezbollah o la loro comunità di riferimento, ma i loro padrini regionali. Si è voluta colpire la scelta politica di Teheran di tuffarsi a piedi nudi nella trincea siriana.

È sempre più diffusa negli ambienti siriani e libanesi vicini al sunnismo politico e ostile agli Asad, all’Iran e agli Hezbollah, la percezione di essere “invasi”, “occupati” da “agenti iraniani”. In tal senso, di recente su uno dei siti solidali con la radicalizzazione in senso islamista della rivolta siriana è circolato un poster emblematico: una carta del Medio Oriente trasfigurata, in cui una longa mano iraniana si estendeva dall’Asia Centrale fino alla Siria. La didascalia recitava in arabo e in inglese: “No all’occupazione iraniana”.

Come sottolinea l’agenzia Ansa, l’attentato è avvenuto mentre in Siria le forze governative, sostenute da Teheran e dalle milizie alleate del movimento sciita libanese Hezbollah, sono all’offensiva contro i ribelli. E la televisione di Damasco ha (ovviamente) puntato il dito contro l’Arabia Saudita e il Qatar, sponsor dei gruppi ribelli. Uno dei maggiori esponenti del gruppo Abdullah Azzam, l’emiro Majid bin Muhammad al-Majid, è guarda caso un cittadino saudita, ma è anche vero che il suo nome compare nella lista degli 85 principali ricercati del Regno.

Il regime di Assad sembrava prossimo al tracollo solo qualche mese fa, ma poi molte cose sono cambiate e le ultime settimane hanno registrato una forte avanzata dell’esercito lealista. Un colpo all’opposizione è stato assestato nei giorni scorsi, ad Aleppo, quando è stato ucciso Abdul Qadir al-Saleh, leader della formazione Liwa al-Tawhid, una delle fazioni più forti grazie ai 10 mila combattenti a disposizione.

Perciò è nell’evolversi (sfavorevole ai ribelli) del conflitto siriano che vanno cercate le radici profonde dei recenti attentati a Beirut. La questione della violenza settaria che persegue lo scopo di destabilizzare tutto il Medio Oriente è fuorviante. Come Trombetta ha ripetuto più volte, la componente confessionale serve agli attori politici rivali per muovere le piazze, per ottenere e mantenere consenso sotto la costante minaccia del nemico, per assicurarsi sempre forze nuove, ma non è il motore principale delle tensioni mediorientali e libanesi in particolare.

Dopo aver colpito per due volte il protetto (Hezbollah) ora la furia jihadista ha alzato il tiro puntando al protettore (l’Iran). E, conclude Trombetta, è a Beirut che si inviano i messaggi più espliciti.

Raid USA in Libia e Somalia, ma al-Qa’ida è sempre più forte

La notizia ha fatto il giro del mondo. Nell’arco di poche ore, gli Stati Uniti hanno messo a segno in Africa due importanti operazioni per la lotta al terrorismo.
A Tripoli, le forze speciali americane avevano catturato Nazih Abdul-Hamed Nabih al-Ruqai’i, noto col nome di battaglia di Abu Anas al-Libi, un membro di Al Qaeda su cui Washington aveva messo una taglia di cinque milioni di dollari per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania del 1998. Il governo libico non era stato informato dell’operazione e ha chiesto spiegazioni a Washington. Tuttavia, secondo sua moglie, al-Libi sarebbe stato catturato dai libici.
Poche ore dopo, un altro blitz è scattato in Somalia, nei giorni del ventesimo anniversario  (3 ottobre 1993) della battaglia con i miliziani di Aidid in cui furono uccisi 18 soldati statunitensi. I Navy Seals si sono avvicinati alla costa e hanno tentato di entrare nella palazzina sul mare che ospitava, forse, il leader dei miliziani qedisti somali, Mukthar Abu Zubery alias Godane, probabile mente dell’assalto al centro commerciale di Nairobi. Dopo un’ora, però, i militarsi di sono dovuti ritirare.

La duplica operazione testimonia l’evoluzione della strategia USA nella lotta al terrorismo. Circa un anno fa il Pentagono pianificava l’invio di piccoli contingenti di forze speciali in 35 Paesi del continente africano, ufficialmente in ossequio ad un progetto - che Washington coltivava da un pezzo – di creare una rete in grado di mettere le forze armate regolari nelle condizioni di rispondere in autonomia alle minacce locali. Di fatto, l’opzione di affidarsi a piccole squadre di forze speciali si mostrava insufficiente. parendo volta ad arginare l’avanzata della Cina  (che Obama è sempre e affannosamente costretto a rincorrere), più che quella del terrorismo.

Un primo cambio di paradigma si è avuto già in maggio, quando il Pentagono ha dislocato una parte della forza d’intervento rapido per il Mediterraneo nella base siciliana di Sigonella. Secondo Limes Il motivo era più che altro dettato da ragioni di politica interna: il presidente Obama doveva alleviare la pressione per i nuovi sviluppi dello scandalo attorno all’attentato in Libia dello scorso settembre. Inoltre, pochi giorni dopo lo stesso Obama ribadiva che l’unica opzione per colpire i terroristi era rappresentata dai droni.
Tuttavia l’invio di militari lasciava intendere la possibilità di una risposta militare più convenzionale, e le voci di presunti invii di forze speciali nel Mediterraneo per attaccare i responsabili dell’attentato si rincorrevano già da tempo.

Secondo Limes:

La quasi simultaneità delle due operazioni, pur non concertata, ne amplifica il significato geostrategico: gli Stati Uniti non sprigionano la loro forza in modo indiscriminato contro qualsivoglia cellula jihadista ma agiscono in risposta a minacce specifiche quando si presenta l’occasione.

Corollario: gli americani sfruttano strumenti militari che vanno da squadre estremamente addestrate pronte a essere catapultate sul campo ad armi iper-tecnologiche, leggi droni. L’importante è che questi strumenti soddisfino alcuni criteri: segretezza (o discrezione), economicità (di sangue e denaro), flessibilità (soprattutto geografica).

La regola aurea impone flessibilità e rapidità nella risposta contro un nemico che – metafora in voga oltre Atlantico – “metastatizza” velocemente tra Africa e Asia Occidentale. E comporta due conseguenze dal punto di vista geopolitico.

In primo luogo, l’obbligo di disporre di una rete militare molto articolata e presente in diversi spicchi di globo. Basti guardare all’area nei pressi della Somalia. Anche per la vicinanza con un altro teatro piuttosto inflazionato dal jihad qaidista, lo Yemen, attorno al Corno d’Africa si è costruita una vera e propria collana di perle.Piste d’atterraggio, basi per droni o truppe speciali esistono a Manda Bay (Kenya), Entebbe (Uganda), Nzara (Sud Sudan), Arba Minch (Etiopia), Camp Lemonnier (Gibuti), Victoria (Seychelles).

Nell’Oceano Indiano è stanziata almeno una trentina di navi da guerra americane, molte di queste di classe Lewis e Clark, spesso usate come Afloat Forward Staging Bases: rampe di lancio per commando come quello che sabato ha fatto incursione in Somalia, ospedali di primo soccorso e siti di detenzione degli obiettivi. Senza contare i mercenari e le spie gestite dalla Cia operanti a Mogadiscio.

Anche attorno alla Libia non si scherza. Le basi di Rota (Spagna), Sigonella (Sicilia) e Suda (Creta) sono comunemente usate dalle forze speciali statunitensi. Proprio in quella italiana ha sede la Quick Reaction Force dei marines, stanziata nel bel mezzo del Mediterraneo per dispiegare le truppe velocemente in caso di crisi, evitando ritardi tragici come quello di 15 ore in seguito all’assalto al consolato di Bengasi del settembre 2012.


[Carta di Laura Canali]

La seconda conseguenza geopolitica è il mancato rispetto della sovranità nazionale. Sebbene sia difficile chiamare “Stati” alcuni i territori teatro degli ultimi raid, la questione non è meramente accademica. Uscita dalla guerra contro Gheddafi, la Libia sta cercando – senza riuscirci – di dotarsi di istituzioni in grado di imporre i più basilari cardini del concetto statuale, a cominciare dal monopolio della legittima coercizione: in sostanza, disarmare le milizie.

Il raid americano è visto come un duro colpo alle “autorità centrali”. Come nel caso del governo pakistano in occasione dell’uccisione di Bin Laden, le élites di Tripoli si sono viste costrette a “chiedere spiegazioni” per “il rapimento di un cittadino libico”. Eppure, sono proprio le classi politiche che sarebbe nell’interesse statunitense rafforzare che Washington sorpassa nel caso in cui queste siano “incapaci o non intenzionate ad agire”.

C’è un altro aspetto che le operazioni in Libia e Somalia permettono di dibattere: la scelta dello strumento. Forze speciali, stavolta, non droni. Non l’arma che più allontana cacciatore e preda ma il suo esatto contrario, quella in virtù della quale l’uomo è più esposto al pericolo sul campo.

Obama aveva ed ha ancora risposte da dare al Congresso USA sull’attentato di Bengasi, in cui morì l’ambasciatore Steven. Oggi porta a casa la cattura di al-Libi, ma a Washington, come nelle cancellerie europee, ci si chiede quali saranno i contraccolpi della nuova azione extraterritoriale USA. L’ultimo aspetto accennato nell’articolo appena citato pone un quesito interessante: cosa ha spinto gli USA a mettere da parte i velivoli senza pilota per tornare alle “vecchie maniere” delle operazioni con stivali a terra? Probabilmente perché nel frattempo anche il terrorismo ha un fatto un salto di qualità.
Secondo Linkiesta, dalla morte di bin Laden al-Qa’ida non è mai stata così forte:

Raramente un’Amministrazione che ha fatto affidamento sull’uso massiccio dei droni per fiaccare la rete del terrore ha autorizzato operazioni delle forze speciali fuori dal perimetro degli scenari di guerra. Quando lo ha fatto era per via dell’enorme valore simbolico e strategico dell’obiettivo (Bin Laden), oppure per mandare un segnale di forza a chi pensava che l’America di Obama stesse frettolosamente impacchettando le cianfrusaglie della guerra al terrore di Bush. Ordinare un’incursione dei Navy Seals in casa del nemico è operazione rischiosa, come dimostra il raid somalo per catturare o uccidere il leader di al Shabab Mukhtar Abu Zubayr: dopo ore di combattimenti attorno al compound dove alloggiava Abu Zubayr, nella città di Barawe, il commando americano è stato costretto alla ritirata senza avere portato a termine la missione. L’esito, però, non toglie nulla al significato politico della mossa di Obama, leader che mostra risolutezza proprio quando si moltiplicano i segni della sua fragilità, e ricorda all’America che al Qaida è tutt’altro che sconfitta. Prima dei raid del fine settimana diversi eventi, dal Kenya alla Siria, hanno ricordato la forza del terrorismo islamico e della sua rete in perenne espansione.

I due eventi – l’attacco a Nairobi e il cambio di casacca di una parte consistente dei ribelli siriani – non sono direttamente collegati fra loro, ma suscitano alcune domande comuni: quanto è potente al Qaida oggi? Qual è la sua struttura? E’ ancora un’organizzazione governata da un comando centrale e affiancata da gruppi consentanei oppure è diventata una materia più fluida? Katherine Zimmerman, analista di terrorismo presso l’American Enterprise Institute, un think tank di Washington, sostiene che “al Qaida non è mai stata così forte”.

Nel suo recente studioThe al Qaeda Network: A New Framework for Defining the Enemy spiega che il network terroristico che fa capo a Zawhairi si sta espandendo, anche se non secondo i parametri con cui la comunità politica americana ha inquadrato il modus operandi di al Qaida. La base ha fatto una grande operazione di decentramento in cui si distinguono affiliati e associati. Gli associati sono forze semi-indipendenti che intraprendono azioni non direttamente ordinate dalla cerchia di Zawhairi; con i meriti guadagnati sul campo possono salire al rango di “affiliati” che rispondono direttamente al nucleo centrale, come successo ad al Qaida nella penisola araba, la branca più importante del gruppo del terrore. Questo meccanismo “non ha reso al Qaida più debole”, scrive Zimmerman, anzi “la relazione fra affiliati ha aumentato la resistenza generale del network” e i rapporti orizzontali sono la garanzia della sopravvivenza della rete anche nel caso che la leadership centrale cada.

Quando parliamo di al-Qa‘ida dobbiamo fare una precisazione. Se ci si riferisce al gruppo Zawahiri-bin Laden della seconda metà degli anni Novanta, mutilato progressivamente dei suoi quadri dal 2002 con l’invasione USA dell’Afghanistan, il problema non esisterebbe. Quella al-Qa‘ida fa parte di un passato remoto. Ma se invece ci riferiamo alle attività terroristiche di altre organizzazioni coperte dal marchio al-Qa‘ida, allora il problema esiste eccome.

Secondo Policymic, sono almeno sei i gruppi jihadisti di cui gli americani dovrebbero essere preoccupati. Sei fronti potenzialmente aperti, che l’America dovrà essere in grado di gestire in nome della sua sicurezza. Oltre agli Shabaab e Boko Haram, attivi nell’Africa subsahariana, i pericoli arrivano da AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico), azionista di maggioranza di tutti i traffici illeciti di armi, droga ed esseri umani nel Sahel; AQAP (al-Qa’ida nella Penisola Arabica), chiave di lettura dell’attenzione quasi ossessiva che l’America riserva allo Yemen; infine il Fronte al-Nusra e lo Stato islamico in Iraq, attivi nella guerra in Siria e che rappresentano un’ombra su quanto potrà accadere a Damasco nell’immediato futuro post conflitto.

Le prove della crescente instabilità delle aree ad alta presenza jihadista sono sotto gli occhi di tutti. L’ultimo episodio in ordine di tempo è il rapimento del premier libico Ali Zeidan, avvenuto nella notte, A prescindere dai legami (ancora da verificare) con la cattura di al-Libi, il fatto dimostra quanto già sapevamo da un pezzo: in Libia lo Stato non c’è. E laddove manca lo Stato, il jihadismo ne comanda uno parallelo, come in Afghanistan e in Somali.
Andando indietro di qualche giorno, l’assalto al centro commerciale Westgate a Nairobi dimostra che la lotta contro il jihadismo somalo, che si pensava vinta con il ritiro delle milizie da Mogadiscio, è entrata in una nuova fase.
Infine l‘Iraq. Il drammatico bilancio, 975 morti, degli attentati di settembre fa tornare alla memoria gli anni dal 2006 al 2008, quando le violenze settarie fecero decine di migliaia di vittime. Quello che a tutti sfugge è la coincidenza tra l’ondata di sangue e la notizia, datata fine agosto, dei negoziati per l’apertura di una base per droni USA in territorio iracheno e della contemporanea decisione di Baghdad di revocare il suo precedente rifiuto di concedere l’immunità alle forze statunitensi. Non a caso, un attacco suicida ha colpito la base militare di Ramadi proprio il giorno seguente alla pubblicazione di un rapporto (in arabo) in cui si spiega che è stato proprio il governo iracheno a chiedere l’installazione della base, e che il numero di combattenti jihadisti in Iraq è cresciuto dai 5.000 del 2007 ai 20.000 del 2013.

Siria, la propaganda delle armi chimiche

1.‭ ‬A due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità,‭ ‬la Siria è un campo minato.‭ ‬Vi sono coinvolte le maggiori potenze regionali e globali,‭ ‬ciascuna secondo una precisa scelta di campo.‭ ‬Troppi gli interessi in gioco,‭ ‬sufficienti a tenere acceso il focolaio di guerra per un tempo indeterminato.‭ ‬Un terreno di trappole incrociate,‭ ‬la più temuta delle quali è rappresentata dalle armi chimiche.‭ ‬Quelle che secondo il presidente americano Obama rappresentavano la cosiddetta‭ “‬linea rossa‭”‬,‭ ‬superata la quale gli Stati Uniti avrebbero rivisto‭ “‬tutta la gamma delle risposte strategiche‭” ‬a loro disposizione.‭ ‬Limite che secondo voci ufficiali‭ (‬nell’ordine:‭ ‬Coalizione Nazionale Siriana,‭ ‬Stati Uniti d’America,‭ ‬Europa,‭ ‬Francia,‭ ‬Regno Unito‭) ‬il regime di Damasco avrebbe già oltrepassato‭; ‬ma nessuno può provarlo con certezza.‭ ‬Ogni conferma viene annunciata tra gli squilli di tromba per poi affievolirsi quando si tratta di esibire le prove.
Da qui una serie di domande:‭ ‬le armi chimiche sono state usate davvero‭? ‬Se sì,‭ ‬da chi‭? ‬In caso contrario,‭ ‬perché se ne parla con sempre maggiore insistenza‭? ‬E perché le versioni sono così contrastanti‭?
Agli ultimi due interrogativi possiamo rispondere fin da ora.‭ ‬In Siria,‭ ‬accanto alla guerra sul campo infiamma la guerra parallela dei media.‭ ‬In un conflitto dove a procedere è solo il numero delle vittime,‭ ‬le parole diventano armi,‭ ‬e la propaganda,‭ ‬strategia.‭ ‬Le informazioni sul campo,‭ ‬veicolate attraverso il web per aggirare la censura del regime,‭ ‬assurgono a verità assolute o a bufale a seconda di chi le afferma.‭ ‬Buona parte dell’informazione sul campo giunge infatti dai filmati pubblicati su YouTube da ribelli e attivisti e poi acriticamente ripresi dalla stampa occidentale.‭ ‬Ma se all’inizio le cronache fai-da-te erano l’unico mezzo per estrarre notizie dal territorio,‭ ‬in seguito il fenomeno mediatico si è ingigantito al punto da sostituire l’informazione improvvisata con la disinformazione strategica.‭ ‬Come sosteneva l’analista Lorenzo Trombetta già nel‭ ‬2011,‭ ‬in Siria scompare il fatto e domina l’opinione.‭ ‬Da guerra sul campo si passa alla guerra di percezioni.‭ ‬Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria.‭
La minaccia del loro possibile utilizzo è parte integrante del registro narrativo di tutti i soggetti coinvolti nella mischia siriana:‭ ‬dell’Occidente,‭ ‬per tenersi fuori dal conflitto‭; ‬del regime,‭ ‬per giustificare la sua brutale repressione‭; ‬dei ribelli‭ – ‬o meglio,‭ ‬dell’opposizione all’estero‭ – ‬per invocare l’intervento di una comunità internazionale che sembra udire solo da questo orecchio.

2.‭ ‬Partiamo dall’inizio.‭ ‬Ufficialmente,‭ ‬la Siria non ha armi chimiche.‭ ‬Di fatto,‭ ‬le forze di Assad possiedono circa‭ ‬650‭ ‬tonnellate di gas Sarin,‭ ‬200‭ ‬di iprite e una quantità indefinita di agente‭ ‬15.‭ ‬La conferma dell’esistenza dell’arsenale chimico siriano,‭ ‬immaginato fin dagli anni Settanta,‭ ‬è indirettamente arrivata il‭ ‬23‭ ‬luglio‭ ‬2012‭ ‬dalle stesse autorità di Damasco,‭ ‬quando il portavoce del Ministero degli Esteri,‭ ‬Jihad Maqdisi,‭ ‬dichiarò che la Siria‭ “‬userà le armi chimiche solo in caso di attacco esterno‭”‬.
L’eventualità che il regime utilizzi gli agenti non convenzionali contro ribelli o civili è dunque remota.‭ ‬Eppure,‭ ‬esattamente cinque mesi dopo l’annuncio di Mqdisi‭ ‬-‭ ‬il‭ ‬23‭ ‬dicembre‭ – ‬nel corso di un’offensiva delle forze lealiste in tre quartieri di Homs vengono lanciati alcuni ordigni contenenti del gas.‭ ‬Si contano sette morti e una cinquantina di persone affette complicazioni respiratorie.‭ ‬Il portavoce del Consiglio rivoluzionario siriano,‭ ‬Walid Faris,‭ ‬parla senza mezzi termini di‭ “‬armi chimiche‭”‬,‭ ‬facendo esplodere il caso.‭ ‬La conferma dell’uso dell’agente‭ ‬15‭ ‬a Homs arriva un mese dopo,‭ ‬il‭ ‬15‭ ‬gennaio,‭ ‬dalle righe di‭ ‬un articolo su Foreign Policy,‭ ‬che rivela i dettagli di un’inchiesta del consolato americano.‭ ‬Sette giorni dopo,‭ ‬la testata ritratta:‭ ‬troppe contraddizioni nelle testimonianze,‭ ‬troppo pochi indizi certi su cui fondare delle conclusioni certe.‭ ‬Da allora,‭ ‬le indagini volte ad appurare se l’uso di tali armi sia avvenuto o meno sono andate avanti.‭ ‬Senza mai arrivare ad una risposta certa:‭ ‬non soltanto se queste armi siano state usate,‭ ‬ma anche‭ ‬-‭ ‬e soprattutto‭ – ‬da chi.
Gli sviluppi successivi non chiariscono questi dubbi.‭ ‬Anzi,‭ ‬li accentuano.‭ ‬Due casi di sospetto uso di gas nocivi si verificano ad Aleppo a‭ ‬metà marzo e‭ ‬fine aprile.‭ ‬E‭’ ‬in seguito a quest’ultimo‭ ‬episodio che il presidente‭ ‬Obama invia una lettera al Congresso per diffondere il contenuto di un rapporto d’intelligence,‭ ‬secondo il quale vi erano evidenze circa l’avvenuto uso del Sarin,‭ ‬ma la missiva si smentisce da solo dicendo che‭ “‬non possiamo provarlo‭“‬.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬secondo il‭ ‬Global Post,‭ ‬sulla base delle foto e dei video in possesso della testata,‭ ‬i sintomi mostrati dalle vittime non corrispondono a quelli tipici causati da esposizione al gas Sarin.‭ ‬In questo clima di ambiguità,‭ ‬l’Unione Europea si mostra scettica.‭ ‬Nessuno dei suoi tradizionali alleati sceglie di sostenere l’America su questa strada.‭ ‬Ma Obama,‭ ‬ufficialmente per impedire ulteriori episodi come quelli di Aleppo,‭ ‬si dichiara pronto ad‭ ‬inviare armi ai ribelli.‭ ‬In realtà non succede nulla,‭ ‬e le giornate riprendono a scorrere più o meno oziosamente finché il‭ ‬7‭ ‬maggio,‭ ‬a gettare benzina sul fuoco ci pensano poi le dichiarazioni di Carla Del Ponte,‭ ‬ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale,‭ ‬la quale afferma che il gas Sarin‭ ‬sarebbe stato usato dai ribelli e non dagli uomini di Assad.‭ ‬Affermazioni presto‭ ‬smentite sia dagli USA che dall’ONU.

3.‭ ‬Venti giorni dopo il mondo si sveglia con una notizia bomba.‭ ‬Il‭ ‬27‭ ‬maggio il quotidiano francese‭ ‬Le Monde pubblica una lunga analisi‭ (‬corredata anche da‭ ‬fotografie‭) ‬secondo cui il regime di Damasco avrebbe iniziato a utilizzarle contro i ribelli in maniera sempre più frequente a partire dal mese di aprile.‭ ‬Il giornalista Jean-Philippe Rémy e il fotografo Laurent Van der Stockton,‭ ‬corrispondenti della testata e clandestini in Siria per due mesi,‭ ‬raccontano in maniera molto dettagliata le diverse fasi degli attacchi chimici a cui hanno assistito.‭ ‬In particolare testimoniano un attacco nel quartiere di Jobar,‭ ‬a circa due chilometri a nord est dalle mura di Damasco,‭ ‬nonché episodi simili avvenuti in‭ ‬altre zone della capitale.‭ ‬Per la prima volta due giornalisti di un quotidiano occidentale documentano direttamente l’uso di queste temutissime armi.‭ ‬Non solo:‭ ‬è l’indagine più approfondita sulle armi chimiche in Siria condotta al di fuori dei circuiti di intelligence.
Eppure qui nasce un equivoco.‭ ‬Le testimonianze riportate da Rémy e Van der Stockton,‭ ‬come correttamente specificato dallo stesso Le Monde in un‭ ‬editoriale pubblicato l’indomani,‭ ‬benché certamente dimostrino l’uso di agenti tossici nel conflitto,‭ ‬non offrono comunque una prova inconfutabile dell’uso di armi chimiche.‭ ‬Perché‭ – ‬ecco il disguido‭ ‬-‭ ‬non tutte le sostanze possono considerarsi‭ “‬armi chimiche‭”‬,‭ ‬ma solo quelle citate dalla Convenzione del‭ ‬1993.
Noncurante di tale precisazione,‭ ‬il ministro degli Esteri francese,‭ ‬Laurent Fabius,‭ ‬non perde tempo a‭ ‬dichiarare l’esistenza di nuove prove al riguardo.‭ ‬Nello stesso giorno l’Unione Europea,‭ ‬incapace di trovare un accordo circa il prolungamento dell’embargo sulle forniture di armi in Siria,‭ ‬preferisce alzare le braccia‭ ‬lasciando ai singoli Stati membri ogni decisione sul potenziale invio di armamenti ai ribelli.‭ ‬A distanza di qualche settimana,‭ ‬sia il premier inglese David Cameron che il presidente USA Barack Obama ribadiranno quanto già detto da Fabius.‭ ‬Salvo poi ammettere di non avere prove sufficienti per confermare l’effettivo uso degli agenti chimici sul campo.‭ ‬È un copione che si ripete.
L’indagine di Le Monde,‭ ‬lungi dal fugare ogni dubbio,‭ ‬pone anzi un quesito ad oggi rimasto senza risposta:‭ ‬se due giornalisti sono stati in grado di assistere direttamente al‭ (‬presunto‭) ‬utilizzo di armi chimiche in Siria,‭ ‬come è possibile che non ci siano riusciti i servizi di intelligence delle grandi potenze mondiali‭?

4.‭ ‬A prima vista,‭ ‬l’atteggiamento di Obama lascia perplessi:‭ ‬nell’ultimo anno il registro comunicativo dell’amministrazione Obama si è dipanato in‭ ‬un’altalena di posizioni il cui risultato finale è stato in ogni caso l’immobilismo.‭ ‬Se nell’agosto del‭ ‬2012‭ ‬il presidente metteva in guardia il regime di Damasco anche solo dal‭ “‬muovere le armi chimiche all’interno del Paese‭”‬,‭ ‬nell’agosto successivo ha dichiarato che soltanto‭ “‬un loro eventuale uso sarebbe intollerabile‭”‬,‭ ‬per poi segnare un vero e proprio cambio di passo a partire dalla prima metà di quest’anno,‭ ‬quando l’avvenuto uso di armi chimiche verrà più volte confermato da una serie di rapporti d’intelligente.
Nel pomeriggio di giovedì‭ ‬13‭ ‬giugno‭ (‬in Italia era notte‭)‬,‭ ‬la Casa Bianca‭ ‬annuncia quello che molti ripetono da tempo:‭ ‬il regime siriano ha usato armi chimiche contro la popolazione.‭ ‬La prova arriva dall’analisi di diverse fonti di intelligence,‭ ‬prendendo in esame i piani militari del regime siriano,‭ ‬i rapporti su particolari attacchi condotti nell’ultimo anno,‭ ‬gli esami clinici di sangue e urine nonché le descrizioni dei sintomi riportati dalle persone esposte ai gas,‭ ‬confermano l’avvenuto utilizzo degli agenti chimici.‭ ‬L’uso sarebbe avvenuto‭ “‬su scala ridotta‭” ‬in diverse occasioni nel corso dell’ultimo anno,‭ ‬uccidendo complessivamente tra le‭ ‬100‭ ‬e le‭ ‬150‭ ‬persone,‭ ‬ma secondo l’intelligence degli USA il numero di morti potrebbe essere più alto.‭ ‬In seguito all’annuncio,‭ ‬Ben Rhodes,‭ ‬tra i più importanti consiglieri di Obama per la sicurezza nazionale,‭ ‬dichiara che le novità sulle armi chimiche porteranno a un‭ “‬maggiore impegno degli Stati Uniti‭” ‬sul fronte siriano,‭ ‬senza tuttavia specificare,‭ ‬in cosa dovrebbe consistere questo coinvolgimento.‭ ‬Le conclusioni della Casa Bianca arrivano nello stesso giorno in cui‭ ‬le Nazioni Unite comunicano le ultime stime sulle vittime del conflitto:‭ ‬almeno‭ ‬93mila morti tra lealisti,‭ ‬ribelli e‭ ‬-‭ ‬soprattutto‭ ‬-‭ ‬civili.
Finora il sostegno degli Stati Uniti alla causa dei ribelli si è mostrato piuttosto tiepido,‭ ‬limitandosi alla fornitura di cibo,‭ ‬medicinali kit di primo soccorso.‭ ‬Un’assistenza sostanzialmente‭ ‬inutile se messa in confronto con le grandi quantità di armi che si pensa siano consegnate regolarmente dall‭’‬Iran e dalla‭ ‬Russia all’esercito lealista.‭ ‬Ciclicamente torna in auge l’ipotesi di istituire una zona interdetta al traffico aereo militare‭ (‬No-fly-zone‭) ‬al confine tra Siria e Giordania,‭ ‬ma in sede ONU una mossa del genere sarebbe subito bloccata dalla Russia,‭ ‬memore dell’esperienza libica.‭ ‬L’unica strada,‭ ‬a questo punto,‭ ‬sarebbe quella di armare direttamente i ribelli,‭ ‬compito peraltro già assolto dalle petromonarchie del Golfo‭ (‬Qatar in testa,‭ ‬Arabia Saudita e,‭ ‬benché non se ne pali mai,‭ ‬Kuwait‭)‬.‭ ‬Un’analoga proposta era già stata avanzata lo scorso anno dall’allora direttore della CIA,‭ ‬David Petraeus,‭ ‬col sostegno del Dipartimento di Stato e del Pentagono,‭ ‬ma la Casa Bianca aveva respinto l’idea.‭ ‬Solo su una cosa sono tutti d’accordo:‭ ‬è escluso ogni intervento sul campo.‭
Generalmente,‭ ‬non pochi attivisti,‭ ‬bloggers e altri esponenti della‭ (‬contro)informazione accusano gli Stati Uniti di strumentalizzare la questione delle armi chimiche proprio al fine di prepararsi una scusa per intervenire militarmente nel caos siriano,‭ ‬sulla falsariga di quanto avvenuto esattamente dieci anni fa in Iraq.‭ ‬In realtà,‭ ‬le cose stanno molto diversamente:‭ ‬l’America non ha nessuna intenzione di impelagarsi in un altro conflitto mediorientale,‭ ‬e la stessa‭ ‬opinione pubblica statunitense vuole che Washington stia alla larga dalla Siria.‭ ‬Tuttavia c’è precisa una ragione per cui il presidente Obama ha più volte modificato i propri paletti.

5.‭ ‬C’è un altro attore che mette lo spettro delle armi chimiche al centro della propria retorica,‭ ‬ed è la Coalizione nazionale siriana.‭ ‬La quale si pone come unico legittimo referente del popolo siriano agli occhi della comunità internazionale,‭ ‬ma i cui legami con le forze ribelli sul campo sono quanto meno indefiniti.‭ ‬Più volte i suoi massimi dirigenti,‭ ‬come il presidente‭ (‬poi dimissionario‭) ‬Moaz al-Khatib o il vicepresidente‭ ‬George Sabra hanno lanciato l’allarme sul possibile impiego di agenti non convenzionali,‭ ‬denunciando che‭ “‬la Siria riterrà il mondo responsabile nel caso in cui il regime non esitasse ad usarle‭”‬.‭ ‬L’opposizione spera così di squalificare ulteriormente Assad agli occhi del mondo e allo stesso tempo strappare aiuti più concreti‭ – ‬leggasi:‭ ‬armi‭ ‬-‭ ‬rispetto al generico‭ (‬e a conti fatti infruttoso‭) ‬sostegno diplomatico ricevuto sinora.‭
A riprova di quanto affermato dall’alto ci sono le evidenze filmate provenienti dal basso.‭ ‬Il clamore sui fatti di Homs nel dicembre‭ ‬2012,‭ ‬ad esempio,‭ ‬nasce dalla pubblicazione di diversi video amatoriali,‭ ‬mostranti alcuni feriti alle prese con complicazioni respiratorie poi frettolosamente attribuite agli effetti del gas Sarin,‭ ‬Altri video mostrano le testimonianze di alcuni medici che attribuiscono l’origine di tali sintomi a‭ “‬gas velenosi‭”‬.‭ ‬Due settimane prima l’emittente panaraba al-Arabiya aveva ripreso altri video improvvisati per realizzare un‭ ‬servizio sulle‭ “‬tracce di armi chimiche” usate contro i civili.
Tuttavia,‭ ‬nella galassia dell’opposizione‭ ‬c’è anche chi si mostra scettico.‭ ‬A fare eccezione sono soprattutto gli attivisti sul campo,‭ ‬pur denunciando le atrocità commesse dalle forze lealiste,‭ ‬compreso l’uso indiscriminato di bombe a grappolo,‭ ‬incendiarie e al fosforo,‭ ‬non credono che il regime userà mai le armi chimiche e parlano piuttosto di una‭ “‬partita mediatica‭” ‬intorno all’argomento.
L’impressione è che quanto più ci si allontana dalla Siria,‭ ‬tanto si più agita la minaccia delle armi chimiche per attirare l’attenzione di una comunità occidentale sensibile solo a questo argomento.‭ ‬Completando il ventaglio delle tante,‭ ‬troppe versioni contrastanti.

6.‭ ‬Al di là del fatto che la Casa Bianca,‭ ‬se solo volesse,‭ ‬avrebbe già pronto l’appiglio per agire,‭ ‬visti gli ultimi,‭ ‬succitati riscontri dell’intelligence,‭ ‬la verità è che nel definire l’utilizzo l’uso di gas letali come la‭ “‬linea rossa‭” ‬oltre la quale Assad avrebbe varcato il punto di non ritorno,‭ ‬Obama intendeva garantirsi la pressoché totale certezza di non dover intervenire nel conflitto.‭ ‬Che la linea rossa fosse stata fissata‭ ‬proprio affinché non venisse superata l’aveva chiarito lo stesso presidente americano,‭ ‬il quale confidava sulla razionalità di un regime che non vuole bruciare le ultime chances di ottenere l’immunità per sé e la sua cricca,‭ ‬una volta che la sconfitta fosse apparsa inevitabile.‭ ‬Agitare lo spettro delle armi chimiche risponde ad un calcolo legato più alla diplomazia che alla pianificazione strategico-militare.‭ ‬Basta seguire le date.
La Casa Bianca ha confermato delle armi chimiche da parte di Asad nella giornata del‭ ‬13‭ ‬giugno,‭ ‬quattro giorni prima della riunione del G8‭ ‬in programma in Irlanda del Nord.‭ ‬A margine del summit,‭ ‬era previsto un incontro bilaterale tra il presidente USA e il suo omologo russo Vladimir Putin,‭ ‬in cui Obama‭ ‬sperava di coinvolgere Mosca in una‭ (‬vera‭) ‬trattativa sulla guerra a Damasco.‭ ‬In altre parole,‭ ‬l’obiettivo degli Stati Uniti era squalificare Assad agli occhi del suo più fedele paladino sul piano diplomatico a tal punto da indurlo a rivedere il suo sostegno al regime.‭ ‬In tal caso sarebbe stato possibile riproporre una risoluzione che preveda l’istituzione di una No-fly-zone senza correre il rischio che questa venga cassata dal veto di Mosca.‭ ‬Ma Putin non ha abboccato,‭ ‬soprattutto ora che la‭ ‬credibilità degli Stati Uniti è messa in forse dalla vicenda Snowden.
La domanda sul perché Obama abbia impresso questa sterzata solo ora è presto spiegata.‭ ‬Fino agli inizi del‭ ‬2013‭ ‬la fine di Assad appariva molto vicina:‭ ‬con la perdita di importanti basi militari,‭ ‬le continue defezioni tra gli alti gradi dell’esercito e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran il destino del regime pareva segnato.‭ ‬Da allora,‭ ‬le sorti del conflitto si sono letteralmente capovolte,‭ ‬sulla scia di una serie di eventi che ne allontanano la fine e che hanno indebolito notevolmente il fronte dei ribelli:‭ ‬il maggiore‭ ‬coinvolgimento di Hezbollah,‭ ‬la riconquista di Qusayr‭ ‬da parte del regime,‭ ‬il gemellaggio di Jabat al Nusra con al Qaeda in Iraq.‭ ‬ Inoltre,‭ ‬il presidente conserva la fedeltà delle Forze armate e lfappoggio di alcune fasce della popolazione che considerano il mantenimento dellfattuale potere il male minore rispetto a un futuro incerto,‭ ‬potenzialmente condizionato dalla presenza dell’islamismo radicale.‭ ‬E con l’opposizione‭ – ‬sia quella armata sul campo,‭ ‬che quella diplomatica all’estero‭ – ‬sempre più divisa,‭ ‬l’ipotesi che alla fine il presidente rimanga in sella è tutt’altro che peregrina.
La soluzione al conflitto proposta dalla Russia porta proprio su questa strada.‭ ‬Assad‭ ‬-‭ ‬col sostegno di Mosca‭ ‬-‭ ‬punta a rimanere al suo posto fino al‭ ‬2014,‭ ‬quando saranno in programma le elezioni‭ “‬democratiche‭” ‬in ossequio al piano di riforme da lui stesso proposto lo stesso anno.‭ ‬E con una parte della popolazione radunata intorno alla sua figura,‭ ‬mentre milioni di altri cittadini saranno impossibilitati a votare in quanto sfollati sia all’interno del Paese che nei campi profughi allestiti in Turchia,‭ ‬Giordania e Iraq,‭ ‬non è difficile immaginare quale sarà l’esito delle urne.‭ ‬Con Assad confermato‭ – “‬democraticamente‭” ‬-‭ ‬alla guida del Paese,‭ ‬per la comunità internazionale sarà molto più difficile continuare ad invocarne l’allontanamento.
Dopo due anni di combattimenti sempre più aspri,‭ ‬100mila vittime,‭ ‬una catastrofe umanitaria e del rischio di uno spill over nella regione,‭ ‬l’esito del conflitto potrebbe risolversi nella permanenza di Assad.‭ ‬Un’eventualità che l’America punta a scongiurare in tutti i modi,‭ ‬compreso il ricorso allo spettro delle armi chimiche.‭ ‬Fallita l’occasione offerta dal G8,‭ ‬e con il regime di Damasco in grado di controllare ancora buona parte del territorio‭ (‬la presa di Quasyr ne è la prova‭)‬,‭ ‬l’unico modo di convincere‭ ‬Mosca a riprendere un negoziato è riguadagnare terreno militarmente.‭ ‬Da qui la decisione,‭ ‬sempre sulla base delle prove raccolte sull’uso di agenti chimici da parte del regime,‭ ‬di‭ ‬inviare armi ai ribelliinviare armi ai ribelli‭ ‬per riequilibrare una situazione al momento sbilanciata dalla parte di Assad.

7.‭ ‬Proprio ai ribelli vale la pena dedicare una chiosa finale.‭ ‬Se alla fine del‭ ‬2012‭ ‬le forze lealiste avevano iniziato a spostare gli stock di agenti chimici all’interno del Paese‭ – ‬provocando la reazione verbale di Obama‭ – ‬non è stato perché avessero intenzione di usarle,‭ ‬bensì per trasferirle in luoghi in più sicuri in vista dell’approssimarsi della minaccia dei ribelli.‭ ‬In quei giorni,‭ ‬le formazioni anti-Assad rivendicavano la conquista di diverse postazioni militari siriane,‭ ‬dove erano custoditi enormi quantitativi di armi e munizioni.‭ ‬Il vero dilemma è cosa accadrebbe se le armi possano finire in mano di ribelli,‭ ‬in particolare quelle di Al-Nusra e delle altre formazioni jihadiste,‭ ‬probabilmente meno propense ad evitarne l’uso rispetto alle divisioni del regime.‭ ‬È probabile che almeno qualche lotto di gas letali lo abbiano già acquisito:‭ ‬le affermazioni di Carla Del Ponte dello scorso maggio‭ – ‬e la foga con cui sia l’America che l’ONU si sono affrettate a smentirle‭ ‬-‭ ‬sono molto indicative in tal senso.‭
Cosa ne sarà dell’arsenale chimico nel caso in cui i ribelli riuscissero a spodestare Assad non è ancora ben chiaro.‭ ‬Sul punto,‭ ‬la narrazione delle opposizioni siriane‭ – ‬sia armate che diplomatiche‭ –
non ha mai espresso una posizione.‭ ‬Per tale ragione,‭ ‬pare esista un accordo sottobanco col governo siriano‭ (‬e con i russi‭) ‬per mantenere gli stock di armi chimiche in sicurezza.‭ ‬Ma un analogo accordo non c’è con i ribelli.‭ ‬I quali,‭ ‬una volta entrati in possesso di tali armi,‭ ‬potrebbero farne uno strumento di pressione nei confronti dell’Occidente in vista di una trattativa sulla Siria che verrà.‭ ‬Inoltre,‭ ‬in questa ipotesi la presenza di formazioni jihadiste armate di gas Sarin a due passi di Israele costringerebbe l’America ad intervenire‭ – ‬stavolta militarmente‭? ‬-‭ ‬per proteggere il suo alleato,‭ ‬alfa e omega della politica estera mediorientale di Washington.‭
Lasciando da parte tali infausti scenari,‭ ‬la conseguenza è che nella guerra civile siriana le armi chimiche conteranno dopo,‭ ‬quando il conflitto sarà finito,‭ ‬piuttosto che nell’attuale fase di perdurante ostilità.‭ ‬Al momento il loro ruolo investe più la sfera delle percezioni che quella degli eventi,‭ ‬nel tentativo delle parti‭ – ‬ciascuna secondo i propri fini‭ – ‬di smuovere l’impasse a suon di colpi mediatici.‭ ‬Con la conclusione che l’unico campo di battaglia sul quale le armi chimiche sono state certamente usate è quello della propaganda.

* Articolo comparso in forma ridotta su The Fielder

Altro che prevenire il terrorismo, lo spionaggio dei metadati serve a manipolare le masse

Il governo USA ha cercato di minimizzare lo scandalo Prism rassicurando che oggetto di rilevamento da parte dell’intelligence sono solo i “metadati”, ossia gli estremi inerenti al tempo, al luogo, alla provenienza e al destinatario delle chiamate, ma non l’ effettivo contenuto delle chiamate stesse. In altre parole, cari amici, la NSA sa chi abbiamo chiamato, quando e per quanto tempo, ma non cosa noi e il nostro interlocutore di turno ci siamo detti.

Dobbiamo sentirci più sollevati? Non credo. Perché secondo non pochi esperti di tecnologie informatiche la sola conoscenza dei metadati delle nostre telefonate, email, e conversazioni in chat è sufficiente per risalire ad ogni aspetto della nostra vita familiare, lavorativa, sessuale e sociale. Come se fossimo seguiti ventiquattr’ore su ventiquattro. A prescindere dal contenuto di tali comunicazioni.

Dimmi chi chiami e ti dirò chi sei

Un esempio? David Petraues, ex direttore della CIA. La sua relazione extraconiugale con la giornalista Paula Broadwell è venuta alla luce dall’analisi delle email che si scambiavano. Per comunicare tra loro senza lasciare tracce, i due hanno utilizzato a lungo un metodo usato anche dalle cellule terroristiche: hanno creato un account di posta elettronica in comune sul quale si scrivevano dei messaggi tra le “bozze”, senza mai inviarli. E’ dunque dalla lettura di quei messaggi che l’FBI ha avuto modo di svelare la liaison? Nient’affatto. Sono bastati i log di connessione. E’ bastato notare che i messaggi venivano salvati da due postazioni diverse per scoprire lo scandalo e per identificare l’amante del generale.

Questo celebre caso dimostra come i metadati forniscano un contesto sufficiente per conoscere alcuni dei dettagli più intimi della nostra vita. E non è l’unico.
Quando si prendono tutti i tabulati digitali di chi sta comunicando con chi, spiega il New York Magazine, è possibile ricostruire la vita sociale di qualunque persona sulla Terra, almeno tra quelle che usano il cellulare e un pc – in pratica tutta l’umanità, a parte gli aborigeni australiani e qualche altra comunità primitiva. Il Guardian riporta che una tale ricostruzione è possibile anche dall’analisi dei dati GPS raccolti da telefoni cellulari. Questa analisi su Reuters cita  uno studio del Massachusetts Institute of Technology di qualche anno fa che dimostrava come la semplice “osservazione” della rete di contatti sociali di un gruppo di individui era sufficiente a determinare l’orientamento sessuale di ciascuno.
Il “chi,” il “dove”, il “quando” e la frequenza delle comunicazioni sono spesso più rivelatrici di ciò che è detto o scritto. E il governo USA non ha dato alcuna garanzia che questi dati non saranno mai messi in correlazione con altri in suo possesso, come gli estremi bancari o perfino il codice genetico.

Sono gli americani protetti dal Prism, o il Prism dagli americani?

Chi avrà letto fin qui dirà: ok, neanche a me fa piacere che la NSA raccolga i miei dati e sappia tutto di me senza il mio consenso, ma almeno questa sorveglianza serve a prevenire la minaccia terroristica. Sbagliato! La strategia della megaraccolta dati è inefficace per due ragioni:

1) La prima è di carattere tecnico: la mera analisi dei dati statistici, senza riscontri sul campo, genera facilmente distorsioni e false informazioni.
Il professor Jonathan Turley, all’indomani dell’attentato di Boston (che per inciso il Prism non è riuscito a prevenire), ricordava che neanche le nazioni più repressive e dotate dei servizi di sicurezza più invasivi, come la Cina e l’Iran, non sono stati in grado di fermare gli atti terroristici.
Oltre agli attentatori di Boston, il Prism non ha fermato neppure quelli alla metropolitana di New York nel 2009;

2) La seconda è più sottile. Secondo Richard Clarke, tra i massimi funzionari dell’antiterrorismo sotto i presidenti Clinton e G. W. Bush, “l’argomento che questa ricerca debba essere tenuta segreta per non allarmare terroristi è risibile. I terroristi sanno già che questo genere di operazioni viene praticato. Sono i cittadini americani onesti, quelli che rispettano la legge, ad essere stati beatamente ignari di quello che il loro governo stava facendo”.
In pratica, ed è questo che si rimprovera oggi al governo americano, il governo pareva interessato più a proteggere il programma Prism dalla conoscenza dei cittadini, che i cittadini stessi attraverso tale programma. Tale opinione è confermata dall’ex funzionario dell’intelligence William Binney, in questa e in quest’altra intervista.

Sorvegliare la massa per manipolare le masse

Ma allora a cosa serve davvero il Prism? Limes spiega che  le rivelazioni di questi giorni non sono poi così inaspettate: la tendenza dell’intelligence statunitense a fare uso della raccolta massiccia di dati e metadati di telecomunicazione giustificata dall’esigenza di vigilare la minaccia terroristica era già stata segnalata anni addietro (si veda anche questo articolo sul Guardian). Tuttavia, sostiene la rivista di geopolitica, i dati così raccolti possono essere impiegati a fini di analisi strategiche e di intelligence economica.
Inoltre, il monitoraggio continuo dei social network di una determinata area del mondo può essere usato anche per condurre operazioni psicologiche, immettendo in quei canali, notizie e informazioni (vere o false che siano) volte a influenzare le opinioni pubbliche locali.

Pochi sanno che il 70% di quanto destinato dal bilancio federale alle attività di intelligence viene speso per sovvenzionare società di sicurezza private. In pratica gli Stati Uniti hanno appaltato quella che rappresenta una funzione sovrana di ciascuno Stato ad imprenditori privati, i quali sono liberi di accedere ai dati personali dei cittadini USA e conservarli.

E nell’ambito della raccolta dati, pubblico e privato lavorano addirittura a braccetto. E’ nota da tempo l’esistenza dei cd. Centri di Fusione, strutture di raccolta e osservazione dati disseminate un po’ ovunque negli States, frutto di una coproduzione tra il Dipartimento di Giustizia e quello di Sicurezza Interna ma partecipate dai capitali privati di grandi imprese. Le quali hanno dunque accesso ai dati di cittadini privati raccolti tramite degli enti – formalmente – pubblici.
Ironia della sorte, le compagnie impegnate in tali partenariati di intelligence tra pubblico e privato sono spesso le stesse che furono oggetto di contestazione da parte del movimento Occupy Wall Street, a cominciare dalle grandi banche – quelle, per intenderci, Too big to fail – messe sotto accusa per le loro indebite influenza nelle funzioni pubbliche, dal finanziamento delle campagne elettorali all’opposizione contro determinati provvedimenti per mezzo della maggioranza repubblicana in Senato.
Già nel 2011, ad esempio, un’inchiesta della Reuters rivelò l’esistenza di uno scambio di dati informatici tra la NSA e le maggiori banche d’affari quotate a Wall Strett, in ragione della necessità di contrasto agli hacker. Quali hacker? Forse i manifestanti di OWS? Sta di fatto che, come emerso pochi giorni fa, che i telefonini di tutti i partecipanti a Occupy sono stati tracciati.

E che dire del CISPA? Questo provvedimento approvato dal Congresso lo scorso 18 aprile, ufficialmente pensato per contrastare gli attacchi hacker ma di fatto il quarto disegno di legge che riduce la copertura dei diritti fondamentali sulla rete in poco più di un anno, contiene alcuni disposizioni a dir poco discutibili. Non solo si prevede che, di fronte a una cyberminaccia, qualunque violazione della privacy non sarà perseguita, ma la definizione stessa di minaccia è talmente vaga da permettere alle istituzioni di acquisire informazioni senza limiti, aggirando il normale iter legislativo. In pratica “cyberminaccia” significa ogni situazione in cui un’azienda abbia motivo di credere che un utente sta cercando di forzare il database, a prescindere da qualunque riscontro oggettivo. Per di più, le società non avranno l’obbligo di rimuovere i dati non rilevanti per le indagini. Saranno liberi di mantenerli – a quale scopo non è dato sapere.

Insomma, i dati raccolti dall’intelligence, ufficialmente necessari alla prevenzione e al contrasto di attività terroristiche, possono essere condivisi con le grandi corporations private. Per finalità altrettanto private, che poco hanno a che vedere con la protezione dei cittadini da minacce esterne. E’ peraltro inquietante che queste attività avvengano all’interno di strutture ibride pubblico-private
E la vicenda Prism dimostra come, attraverso gli strumenti informatici, la NSA non persegua la sorveglianza di massa, ma la manipolazione delle masse. Con buona pace di George Orwell e del suo imperituro 1984.

Attenti americani, il Grande fratello Obama vi spia

La NSA può accedere direttamente al server centrale di 9 aziende leader in America nel settore interne – Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, AOL, Skype, YouTube, Apple – per estrarre documenti audio, video, fotografie, email, nonché controllare i registri di connessione. In tal modo, l’intelligence può conservare traccia dei movimenti e dei contatti di ogni persona presente sul territorio americano.
Lo rivelano il Washington Post e il Guardian.

Secondo Internazionale:

La National security agency (Nsa) controlla i tabulati telefonici di milioni di cittadini statunitensi. Lo rivela un’inchiesta del Guardian.

Il quotidiano britannico ha pubblicato un documento riservato, inviato dal Foreign intelligence surveillance court (Fisa) all’azienda di telecomunicazioni Verizon. Il documento chiede all’azienda di fornire le informazioni su tutte le telefonate dei suoi abbonati “su base giornaliera”. Sono state messe sotto controllo le comunicazioni all’interno degli Stati Uniti e dagli Stati Uniti verso l’estero.

La Casa Bianca però ha difeso questa scelta. L’amministrazione Obama ha dichiarato che l’iniziativa della Nsa è stata “uno strumento fondamentale per proteggere la nazione dalla minaccia del terrorismo”.

La Fisa è stata istituita da una legge del 1978, che regola le procedure per la sorveglianza dei cittadini statunitensi e che è stata più volte emendata dopo l’11 settembre. La Fisa ha dato l’autorizzazione all’Fbi per procedere alla raccolta dei tabulati il 25 aprile 2013. E ha dato al governo accesso illimitato ai dati per tre mesi, fino al 19 luglio.

Tra le informazioni che vengono tracciate ci sono i numeri di telefono, il luogo, la durata e la provenienza delle chiamate. I contenuti delle conversazioni sono esclusi. La raccolta di grandi quantità di dati telefonici era già avvenuta durante l’amministrazione Bush.

Scrive il Guardian: “Il documento mostra per la prima volta che sotto l’amministrazione di Barack Obama i tabulati di milioni di cittadini vengono raccolti in modo indiscriminato, a prescindere dal fatto che i cittadini siano sospettati di aver compiuto crimini”.

La Casa Bianca e l’Nsa non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Non è ancora chiaro, fa notare il Guardian, se la Verizon sia l’unica azienda coinvolta.

Sette cose da sapere sulla raccolta dei tabulati da parte dell’Fbi e della Nsa: un articolo di Time.

La NSA ha a lungo giustificato la propria facoltà di spionaggio sostenendo che il suo mandato consente la sorveglianza su soggetti residenti fuori degli Stati Uniti al fine di evitare le intrusioni nelle comunicazioni private di cittadini americani. Oggi invece si scopre che ad essere sotto controllo sono proprio i cittadini americani residenti sul territorio degli USA, con l’esclusione di chi vive all’estero.
A poco è servita la precisazione che la raccolta di dati ha riguardato il tempo e il luogo delle chiamate e non l’effettivo contenuto delle stesse. Da un lato perché non è bastata a rassicurare i cittadini americani che da oggi quando parleranno al telefono saranno un po’ più circospetti.

Dall’altro perché non è vero.

Appena un mese fa sempre il Guardian ha spiegato come tutte le conversazioni telefoniche e le comunicazioni digitali tra americani sul suolo USA siano registrate e automaticamente accessibili alle autorità di controllo.

Come nota l’Atlantic:

La tecnologia ha reso possibile al governo americano di spiare i cittadini in un modo che la Germania Est poteva solo sognare. Fondamentalmente tutto ciò che diciamo che può essere tracciato digitalmente e raccolto dalla NSA.

NBC News via Twitter:

NBC News ha appreso che sotto il Patriot Act post 11 settembre, il governo ha raccolto tracce su ogni telefonata fatta negli Stati Uniti

Il rapporto FISA giunge ad appena tre settimane dalla denuncia dell’agenzia di stampa Associated Press, i cui telefoni erano stati segretamente messi sotto controllo dal governo statunitense per due mesi nel 2012.

Alcuni mesi fa William Binney, ex funzionario della NSA, ha spiegato all’emittente Russia Today che l’intelligence americana raccoglie 100 miliardi di email al giorno e un totale di 20 trilioni di comunicazioni digitali all’anno. Una pervasività recentemente confermata da altri ex funzionari dell’agenzia.

Inoltre la raccolta di dati da parte dell’intelligence non si limita alle chiamate telefoniche o alle email: oggetto di registrazione sono anche le transazioni finanziarie eseguite con carta di credito.

Gli attacchi di Boston spingono Obama ad allearsi con Putin

Riprendo un passaggio del mio post sulla strage di Boston:

un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca.

Ora, benché legami tra i fratelli Tsarnaev (presunti attentatori) e il jihadismo caucasico siano ancora da dimostrare, come era nelle previsioni l’attentato della scorsa settimana sta già producendo delle importanti conseguenze politiche, sia interne che esterne agli Stati Uniti. E tutte sfavorevoli al presidente Obama.

Per cominciare, mercoledì 17 aprile il Senato ha bocciato gli emendamenti proposti alla legislazione sulle armi. Una sconfitta per la Casa Bianca e una vittoria per la National Rifle Association.
Inoltre, negli Stati Uniti gli armamenti registrano vendite record, come spesso avviene nei giorni che seguono simili tragici eventi.
Gli attacchi a Boston, in altre parole, stanno vanificando gli sforzi del presidente per porre un freno alla proliferazione delle armi da fuoco.

Sul piano della politica estera, dopo le bombe alla maratona Obama ha parlato al telefono con il suo omologo russo, Vladimir Putin, convenendo sulla necessità di “proseguire sulla via della cooperazione nella lotta al terrorismo e sui temi della sicurezza”. Washington potrebbe dunque schierarsi con Mosca in nome dell’antiterrorismo. Secondo Limes:

Nell’attesa che le indagini chiariscano questo e altri aspetti, si vanno delineando alcuni possibili risvolti della vicenda sui rapporti Usa-Russia. Alle soglie del nuovo millennio, una serie di attentati (tra cui quelli ad alcuni edifici di Mosca del 1999) fornì a Vladimir Putin un valido pretesto per scatenare la seconda guerra cecena e riacquistare il (pressoché) totale controllo del Caucaso settentrionale.
Malgrado le proteste degli attivisti per i diritti umani, in America e altrove, Washington non obiettò a una guerra il cui fine (dichiarato e reale) era la preservazione dell’unità territoriale russa e la lotta al terrorismo jihadista, che nel caso ceceno traeva alimento dalla lotta per l’indipendenza. Specialmente dopo l’11 settembre e l’inizio dell’intervento in Afghanistan, gli sforzi di Putin per sradicare la guerriglia islamica dal Caucaso verranno benedetti apertamente dalla Casa Bianca.
Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Soci, in programma per il 2014, Mosca è ansiosa di sradicare qualsiasi minaccia terroristica e a tal fine la vicenda di Boston sembra offrire una preziosa opportunità. La Russia ha a lungo sostenuto i legami dei jihadisti caucasici con al Qa’ida, trovando però nell’amministrazione Obama un interlocutore tiepido. Ora è possibile che queste tesi suscitino una rinnovata attenzione a Washington, cui Mosca ha già offerto piena assistenza alle indagini in corso.
L’esito finale potrebbe essere un incremento della cooperazione bilaterale in materia di antiterrorismo, peraltro funzionale all’auspicato riavvicinamento tra i due paesi, a lungo perseguito dall’amministrazione – da ultimo con la recente visita a Mosca del consigliere per la sicurezza nazionale Tom Donilon.
Sinora tali sforzi sono stati pregiudicati (tra l’altro) dalle divergenze sulla postura verso il regime siriano, dai propositi russi di riarmo e da episodi puntuali, come la vicenda delle adozioni statunitensi di bambini russi bloccate dal Cremlino, il giro di vite legislativo di Mosca verso le ong straniere e il parallelo processo all’attivista Viktor Navalnij. Ma anche dal Magnitskij Act, la legge con cui il Congresso statunitense ha inteso punire i russi accusati di violare i diritti umani.
Sulla scia dei fatti di Boston, alcune di queste divergenze potrebbero essere accantonate in nome del superiore interesse alla lotta al terrorismo. Purché la pista terroristica risulti effettivamente confermata e il Cremlino non interpreti eventuali aperture di credito americane come un’acquiescenza implicita a un inasprimento della repressione interna, specialmente (ma non solo) nel Caucaso settentrionale.

Per Obama si tratta di un’altra sconfitta: la proposta di cooperazione a Putin giunge proprio nei giorni in cui i rapporti con la Russia (mai del tutto normalizzati, a dispetto del “reset” annunciato nel 2009) registrano una nuova altalena di alti e bassi.

In queste settimane, schiaffi e carezze si sono susseguiti senza sosta. Dapprima la mini-guerra fredda sulle adozioni di bimbi russi da parte di famiglie americane. Poi la pubblicazione dell’americana lista Magnitskij per la messa al bando di 18 alti funzionari russi, seguita da quella russa contro altrettanti funzionari americani. Infine la visita a Mosca del consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, il quale ha consegnato ai suoi omologhi russi una lettera a firma del presidente Obama.
Adesso, la cooperazione tra i due Paesi in tema di sicurezza potrebbe scattare anche nelle indagini sugli attentati di Boston, sebbene i servizi segreti russi abbiano lasciato filtrare di non aver fornito alcuna informazione sui fratelli Tsarnaev.

Al di là di quelli che saranno i risultati finali, per Obama è l’implicita ammissione di non poter affrontare il problema della lotta al terrorismo prescindendo dall’aiuto di Mosca. E per Putin, l’occasione di incassare un tacito consenso alla repressione - di quel che resta – della guerriglia cecena, sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza delle Olimpiadi invernali di Soci 2014, a breve distanza dal nord del Caucaso.

Dare un senso alla strage di Boston

Organizzare un attentato a Boston significa colpire un emblema della memoria patriottica americana: difficile ignorare il valore simbolico dl giorno e del luogo dell’atto terroristico, chiunque ne sia il responsabile.
Internazionale 
(qui il liveblog) ricorda che quello del 15 aprile a Boston è l’ultimo di una storia di attentati contro gli Stati Uniti. Non sorprendiamoci se ci sarà una prossima volta.
Una storia che l’America – 11 settembre a parte – sembrava aver rimosso. Come puntualizza Fulvio Scaglione su Avvenire:

sul termine “terrorismo”, così intensamente usato in queste ore, occorre intendersi. È chiaro che gli americani, dalle massime autorità al cittadino della strada, intendono soprattutto un attacco organizzato dall’esterno, se non proprio dall’estero. Da qualcuno che odia loro, il loro sistema e il loro Paese, e non da qualcuno che, dall’interno, detesta il governo o qualche sua decisione. Come furono, per fare solo un paio di esempi comunque legati alle bombe, Timothy McVeigh (168 morti a Oklahoma City nel 1995) o Eric Rudolph (1 morto ad Atlanta nel 1996). E questo è un lascito indubbio dell’11 settembre e della cicatrice che quegli attentati hanno lasciato nella coscienza collettiva degli Stati Uniti.
Una sicurezza, anzi, un’innocenza perduta ai propri occhi che le imponenti e peraltro efficaci misure dell’ultimo decennio non sono mai riuscite a ricostruire. Tra il 2001 e l’altro ieri, ben 380 individui sono stati arrestati per aver cercato di mettere a segno negli Usa attentati di stampo terroristico.

Secondo Linkiesta (che propone sia le immagini che la mappa dell’attentato), mentre sale la psicosi di altri attacchi in tutto il Paese, le piste più accreditate sembrano essere tre:

  1. un dilettante che ha operato in completa autonomia;
  2. un gruppo terroristico interno agli Stati Uniti, forse di estrema destra, come quello dei cosiddetti “white supremacists”, esponenti del “potere bianco;
  3. un gruppo legato ad al-Qa’ida.

Per qualche ora si era diffusa la notizia (poi smentita) del fermo di un cittadino saudita che si trovava sul luogo dell’attentato al momento dell’esplosione, senza che però ne fossero diffuse le generalità o altri particolari.
L’assenza, per il momento, di una rivendicazione della doppia esplosione alla maratona di Boston esclude una pista d’indagine esplicita per gli inquirenti. Pertanto non rimane che procedere per induzione.
In un primo momento si è pensato al nemico di sempre: al-Qa’ida. In particolare si è pensato all’iniziativa “spontanea” di uno o più soggetti, ispirati dall’organizzazione che fu di bin Laden o da gruppi che operano in franchising nell’ambito della stessa, come sostenuto da LimesQuella delle bombe in sequenza è una tecnica collaudata nelle file qaidiste e fra jihadisti solitari che si radicalizzano su internet, ma la scelta dei cestini della spazzatura appare inusuale. Secondo Paolo Magri, vicepresidente e direttore ISPI, in un’intervista rilasciata a Lettera 43, al-Qa’ida appare l’indiziata meno probabile poiché le bombe dei terroristi islamici in genere non sono rudimentali come quelle impiegate a Boston e, inoltre, la maratona non sembrava un obiettivo sensibile. Tuttavia l’ipotesi qaidista non può essere del tutto esclusa.
Gli inquirenti hanno allora ipotizzato una pista interna, studiando analogie con la strage di Oklahoma City o altri eventi sanguinosi come quelli di Columbine e Wako, avvenuti nella stessa settimana di quello di Boston.
Non è però da escludere che si sia trattato del gesto di un lupo solitario, un Giovanni Vantaggiato spinto da chissà quale motivazione. Non fosse altro perché le bombe sono il risultato dell’assemblaggio di ingredienti comuni del valore di 100 dollari in tutto.
Le ipotesi complottiste non sto nemmeno ad illustrarle.

Infine, un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca. Al momento l’unica certezza è che l’attacco ha centrato il suo obiettivo: produrre paura. Nel giro di un paio d’ore dopo le esplosioni Boston si è svuotata, si sono moltiplicati falsi allarmi bomba in tutti gli angoli della città, hanno evacuato piazze ed edifici. L’America si è così sentita ancora una volta vulnerabile, esposta a un male che credeva di avere debellato.

“Non per il petrolio, ma con il petrolio.” Perché l’America ha invaso l’Iraq

La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo - Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

Tunisia, la verità sui campi jihadisti segreti dietro la morte di Chokri Belaid

Annamaria Rivera sul Manifesto ricorda come Belaid avesse denunciato più volte l’escalation della violenza politica, che rischiava, diceva, di mettere in grave pericolo la transizione democratica in Tunisia: lui stesso era stato più volte minacciato di morte. Nei primi due giorni di febbraio ci sono stati almeno sei atti di violenza politica in 48 ore ad opera, si dice, delle famigerate «Leghe di protezione della rivoluzione» – milizie armate al servizio di Ennahda.
Il fatto è che di milizie, in Tunisia, ce ne sono ben altre. E in questo aspetto sta forse la risposta al perché dell’uccisione di Belaid.

Giorni prima del suo assassinio, il leader dell’opposizione tunisina aveva rilasciato un’intervista al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al-Khaleej. Alla domanda: “Qual è la sua opinione sulla crisi in Siria?“, Belaid ha risposto che quello che sta accadendo a Damasco è una cospirazione di americani e sionisti per sostituire il regime siriano con la complicità di alcuni Paesi arabi, usati come strumenti per agevolare la presenza statunitense nella regione.

Facciamo un passo indietro.

Nel mese di ottobre il settimanale francese, Marianne aveva rivelato l’esistenza di due campi di addestramento jihadisti in Tunisia, rimarcando la scarsa attenzione del governo in proposito.
Secondo la testata, i campi si troverebbero nella regione Tanarka, a nord, e vicino al confine libico e algerino,non lontano dall’oasi di Ghadamès, nel sud. Un (anonimo) diplomatico europeo  citato nell’articolo ha sottolineato come le autorità di Tunisi fossero state avvertite della situazione, senza però prendere provvedimenti. Probabilmente, la questione era stata tenuta segreta per non alterare la già fragile transizione che lo Stato nordafricano sta attraversando.
Nel pezzo si leggeva che, per il governo algerino, il confine con la Tunisia è diventato una delle maggiori principali preoccupazioni. In poche settimane, due importanti operazioni hanno messo in evidenza l’entità del pericolo: la prima ha smentellato una rete jihadista nella località di Annaba; nella seconda le forze di sicurezza algerine hanno recuperato missili terra-aria – provenienti dalla Libia – a Tebessa, giunti fin lì dopo aver attraversato la Tunisia. L’articolo paventava la possibilità di attacchi terroristici in Europa nell’eventualità – poi concretizzata – di un intervento militare francese in Mali.
Il governo di Tunisi ha smentito quanto affermato nel rapporto. Però  il 21 dicembre le forze di sicurezza tunisine hanno annunciato l’arresto di 16 uomini sospettati di appartenere ad un gruppo legato ad al-Qa’ida nel Maghreb islamico, a riprova che il problema del jihadismo da quelle parti esiste eccome.

Chokri Belaid è stato il primo – e unico – uomo politico tunisino a rivelare l’esistenza di questi campi di addestramento segreti nel Paese. Lo ha fatto in questo video (segnalatomi da un’amica) nel corso di un’accesa discussione televisiva. Le strutture in questione sono finanziate dal Qatar attraverso Ennahda, braccio politico della Fratellanza Musulmana, e servono a formare jihadisti da inviare poi in Siria. In un passaggio  Belaid parla di circa 5000 uomini reclutati nella zona al confine tra Tunisia e Algeria e poi mandati in Siria attraverso la Turchia. In un altro video, Belaid rivela la complicità del governo con i salafiti.
La denuncia di Belaid non poteva non infastidire qualcuno. In quest’ultimo video un leader religioso emette addirittura una fatwa per farlo uccidere. Quattro giorni prima del suo assassinio.