Category: Global war on terror


A prima vista l’evolversi della crisi in Siria dipana i suoi effetti anche nel vicino Iraq. Baghdad diventa così uno spettatore tutt’altro che disinteressato rispetto alla piega degli eventi. Ma ad uno sguardo più attento scopriamo che il rapporto di complementarità tra i due Paesi è esattamente rovesciato.
Il primo ministro Nouri al-Maliki e i partiti sciiti temono l’ascesa dei militanti sunniti in caso di sconfitta di Assad, così offrono sostegno diplomatico al regime affinché la situazione possa normalizzarsi e dunque risolversi in favore del presidente siriano. Allo stesso tempo, stanno favorendo l’afflusso di miliziani al fianco delle forze governative.
Anni fa era la Siria ad inviare combattenti in Iraq contro l’invasore americano, soprattutto a beneficio dell’esercito del Mahdi di Moqtada al-Sadr. Oggi le parti sono ivertite, e sempre più iracheni sono coinvolti in Siria.

Le notizie di militanti iracheni impegnati dalla parte di Assad sono iniziate a circolare dopo che alcune bombe sono esplose in diverse località siriane. La sequenza parte con un un doppio attentato suicida a Damasco il 23 dicembre 2011, che ha ucciso 44 persone. Il 6 gennaio un altro ordigno è esploso in una zona residenziale della capitale mietendo altre 26 vittime. Il 10 febbraio un’esplosione in Aleppo ha fatto altri 28 morti.
Funzionari degli Stati Uniti si dicono convinti che dietro gli attentati ci sia la firma di al-Qa’ida in Iraq. Cosa indirettamente confermata da Ayman al-Zawahiri, che in un video di pochi giorni dopo ha incita gli islamisti di tutto il mondo ad andare in Siria per rovesciare il presidente Assad. Nello stesso giorno, perfino il viceministro iracheno Adnan al-Assadi si è lasciato sfuggire che diversi jihadisti locali erano andati in Siria per partecipare alla lotta contro il regime di Assad – come confermato dagli Stati Uniti. Meno di 24 ore dopo, al-Assadi si è rimangiato tutto smentendo tale eventualità, così come quella di un contrabbando di armi in corso dall’Iraq alla Siria. Ma già nel dicembre 2011, la polizia in Ninive aveva segnalato un traffico di armi ed esplosivi tra la provincia e la Siria. Altri rapporti testimoniano analoghi traffici da altre località del Paese (qui e qui).
Anche le tribù locali sostengono attivamente l’opposizione siriana. Ci sono state diverse manifestazioni in Anbar, a sostegno dell’opposizione siriana, come quela di Falluja del 16 febbraio e quella diHit il 2 marzo. I residenti di al-Qaim, cittadina irachena vicina al confine, ammettono di aiutare i siriani per “restituire il favore” ricevuto ai tempi dell’occupazione americana. Fuori dal coro troviamo un gruppo di al-Anbar che si fa chiamare Libero Esercito Iracheno, formato da musulmani sunniti, il cui compito è monitorare il confine per porre fine a qualunque aiuto da parte di Baghdad a Damasco.

Riassumendo, oggi gli insorti iracheni utilizzano le stesse reti di comunicazione e trasporto percorse – in senso inverso – negli anni dal 2003 al 2008. Ne consegue che la crescente violenza in Siria è in parte frutto di un disegno tracciato dall’interno del vicino Iraq. Tutti a Baghdad sono interessati al corso degli eventi a Damasco: il primo ministro al-Maliki, al-Qa’ida, i trafficanti di armi, i sadristi. Ciascuno di loro ha qualcosa da guadagnare o proteggere. E finché l’instabilità permane, sempre più iracheni saranno incoraggiati a gettarsi nella mischia. Alimentando una spirale di violenza sempre più fuori controllo.

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Non solo Sahel. L’ultimo rapporto del Centro Internazionale per gli Studi terrorismo (ICTS) avverte che al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) sta estendendo la sua portata in tutto il Nord Africa, con un occhio al resto del continente.
L’aspetto più preoccupante è che l’organizzazione provvede al reclutamento di nuove milizie direttamente presso i campi profughi sovvenzionati dagli aiuti internazionali, come quello vicino a Tindouf, in Algeria. Rifugi che peraltro stanno in piedi grazie ai milioni di dollari versati dall’Occidente e in particolare dagli USA.
Lo studio analizza inoltre i crescenti legami tra AQMI e il Fronte Polisario, che lotta per la liberazione del Saharawi. Tale connessione è stata dimostrata in occasione del rapimento di Rossella Urru assieme ad altri due operatori umanitari, considerato che i terroristi hanno portato a termine il sequestro anche grazie alle indicazioni ricevute da alcuni membri del Polisario.
In generale, nel decennio che va dall’11 settembre alla Primavera araba, i sequestri, gli attentati ed altri attacchi di matrice qa’idista nella regione sono praticamente quintuplicati. L’arco di instabilità alimentato dai jihadisti si sta pian piano allargando verso Sud, addentrandosi nell’Africa subsahariana. Si parla delle relazioni con Boko Haram in Nigeria e al-Shabaab in Somalia (formalmente aderita ad al-Qa’ida da qualche settimana), nonché del traffico di armi libiche prelevate dagli incustoditi arsenali gheddafiani.
Per finanziarsi, AQMI sta collegando il proprio business sugli stupefacenti a quello dei cartelli della droga latinoamericani, attraverso una rete di traffici nel Sahel – anche qui – in condominio con il Fronte Polisario.
In definitiva, il rapporto ICTS afferma che al-Qa’ida e gli altri gruppi insurrezionalisti nella regione cercano di sfruttare l’instabilità generata dalla Primavera araba per estendere la propria influenza in tutta l’Africa, allungando i tentacoli anche in Europa e nelle Americhe. Per far fronte al crescente rischio di reclutamento nei campi profughi, lo studio raccomanda di concentrarsi non solo sulle modalità con cui gli aiuti vengono utilizzati, ma anche sui programmi di rimpatrio volontario e di reinsediamento dei rifugiati, in modo da sottrarli all’indottrinamento di cui sarebbero oggetto nei campi stessi.
Per preparare il terreno ad una soluzione reale al dramma dei rifugiati, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha chiesto all’UNHCR di effettuare un censimento della popolazione dei campi di Tindouf. 35 anni di conflitto nel Sahara occidentale hanno costretto migliaia di persone alla fuga. Strutture come quella di Tindouf sono costate oltre un miliardo di dollari in vent’anni (un terzo dei quali pagato dagli USA), di fatto col solo risultato di perpetuare le già precarie condizioni della gente in questi campi.
Gran parte degli aiuti è poi finito direttamente o indirettamente nelle mani del Fronte Polisario senza che i funzionari preposti al loro controllo se ne accorgesse. E non si tratta neppure del primo caso in cui la negligenza nell’impiego dei dollari dei contribuenti americani finisce per sovvenzionare terroristi, trafficanti di droga, e mercenari.

Nell’ultimo vertice sulla sicurezza nucleare, tenuto a Washington nel 2010, il presidente Obama si fece promotore di un ambizioso progetto, sottoscritto da una cinquantina di Paesi, volto ad assicurare protezione a tutte le scorte globali di uranio arricchito (Heu) entro il 2014. Adesso uno studio pubblicato dalla ong americana Nuclear Threat Initiative, redatto per valutare i progressi compiuti in vista del prossimo vertice sul tema in programma a Seul a fine di marzo, lancia l’allarme sulla vulnerabilità di tali scorte a possibili di furti da parte di terroristi o di gruppi criminali.
La ricerca è opera di un team di esperti internazionali per stabilite il livello la sicurezza dei materiali atomici conservati in centinaia di siti nei 32 Paesi che (ufficialmente) detengono più di un chilo di Heu, oppure una qualunque quantità di plutonio. Gli esperti hanno preso in considerazione cinque parametri per ciascun Paese: la quantità di Heu disponibile e il numero dei siti in cui è stoccata; il livello di protezione garantito in ogni sito; la trasparenza e l’applicazione di standard internazionali; la capacità e la volontà di ogni Stato di applicare tali standard; fattori sociali quali la stabilità politica, la corruzione e l’esistenza di gruppi sovversivi che cercano di acquisire il materiale nucleare.
E’ interessante esaminare la graduatoria dal basso.
Sul fondo troviamo Corea del Nord (37), Pakistan (41) e Iran (46). La scarsa trasparenza della prima, l’instabilità interna del secondo e entrambe le ragioni per il terzo giustificano questo giudizio.
Risalendo troviamo Vietnam (48), India (49), Cina (52). Le dimensioni delle scorte e la corruzione dilagante giustificano la bassa posizione in classifica.
Israele, a causa di una mancanza di trasparenza che riflette la sua ambiguità sul tema della proliferazione, si classifica 25esimo su 32 (56). La Russia è 24esima (65); il Giappone 23esimo (68).
Per quanto riguarda le altre potenze nucleari, la Russia , la Francia 19esima (73), gli USA 13esimi (78) e il Regno Unito decimo (79).
In cima alla classifica di sicurezza troviamo Australia (94 su 100), Ungheria (89) e Repubblica Ceca (87). L’Australia vince soprattutto per il fatto di avere modeste quantità di materiale, il che riduce i problemi di stoccaggio e conservazione.
Il Regno Unito si colloca in alto per la gestione generale, ma è classificato in basso per la quantità dei siti disponibili. Inoltre, attraverso il riprocessamento del materiale sta accumulando anche enormi quantità di plutonio. Stesso discorso per gli USA, a cui manca però lo stesso livello di sicurezza. E nei quali rimane alta l’allerta per possibili attentati.
Benché il comunicato della NTI rimarchi che tutti gli Stati possono e devono fare di più, è soprattutto a questi ultimi due Paesi che lo studio in questione si rivolge come raccomandazione per migliorare i propri sistemi di controllo.

Al di là di studi e classifiche, la realtà è che nonostante miliardi di dollari spesi in tutto il mondo per la sicurezza dei siti nucleari, centinaia di strutture risultano ancora non protette. Leggi l’articolo completo »

Sullo scacchiere internazionale il Qatar è lo Stato più cool del momento. Dopo aver giocato un ruolo fondamentale nella caduta di Gheddafi e nella promozione delle sanzioni contro la Siria da parte della Lega Araba, la nuova missione della diplomazia di Doha è quella di facilitare i colloqui per la pace nel conflitto afghano. A tal fine, l’emirato consentirà l’apertura di un ufficio dei taliban proprio a Doha, per fornire una piattaforma di dialogo con la comunità internazionale. Già nel 2001, prima che i taliban fossero sconfitti in Afghanistan, il Qatar aveva ospitato alcune loro delegazioni.
Ma l’iniziativa, che porta la firma dell’iperattivo del primo ministro (e ministro degli Esteri) Hamid bin Jassim Al-Thani, porta con sé una serie di domande.

Innanzitutto, chi sono i “taliban” in questione? In America se lo chiedono da almeno un paio d’anni, da quando l’amministrazione Obama accettò l’idea di favorire la reintegrazione politica di quelle fazioni che avessero offerto la garanzia della rottura di ogni rapporto con al-Qa’ida.
Riformulando la domanda, la questione è: il mullah Omar parteciperà ai colloqui? Forse. Pare nei giorni scorsi una delegazione di cinque membri guidata da Tayyib Agha, assistente di Omar, si sia recata a proprio a Doha per negoziare uno scambio di prigionieri con gli USA. Gli emissari hanno chiesto la liberazione di cinque uomini (la richiesta iniziale era venti) detenuti di Guantanamo, tra cui spicca il comandante Mohammed Fazil, indicato come possibile negoziatore nella successiva fase ufficiale delle trattative, quando l’ufficio di Doha sarà reso operativo. Tuttavia, dalle ultime notizie sembra che i taliban intendano sospendere gli attacchi alle forze di sicurezza pakistane per lanciare una nuova offensiva contro quelle Usa e Nato in Afghanistan – come dimostrano i recenti attacchi. Non esattamente il miglior biglietto da visita per intavolare una trattativa.
Allora, chi sono questi taliban? Probabilmente, si tratta dei gruppi mediaticamente inclusi nella rubrica di taliban “moderati’ che vivono a Kabul, quelli della cricca del presidente Hamid Karzai. Gira voce che anche il figliastro di Gulbuddin Hekmatyar sia in soggiorno a Kabul per incontrare i funzionari Nato per conto del padre, forse con la prospettiva di rivedersi più in là, a Doha. Poca cosa, tuttavia, rispetto alla vastità della galassia dei taliban, considerato che i comandanti dei vari gruppi in Pakistan sono sempre più ai ferri corti.
L’incontro preliminare di Doha è fallito a causa dell’opposizione del presidente Kazai. Peraltro, il presidente afghano ha sempre cercato di sabotare qualunque iniziativa volta a favorire un negoziato diretto tra americani e taliban. Non vuole ritrovarsi ai margini di una trattativa in cui la posta in palio è la sua stessa vita. Reintegrare i gruppi talebani più influenti, una volta chiuso l’ombrello protettivo degli americani (nel 2014?), è per lui l’unica alternativa all’esilio.

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Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.

Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature

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1. I delicati sviluppi della fase post rivoluzionaria in Egitto disorientano tanto gli osservatori esterni quanto i suoi stessi cittadini. Innanzitutto, era prevista una multa di 500 lire egiziane (circa la metà di uno stipendio medio) per i non votanti, per cui l’entusiasmo per la grandiosa partecipazione di un popolo che di fatto tornava al voto dopo trent’anni di regime va ridimensionato.
In breve, il primo turno è stato vinto dai partiti islamici: il Partito di Libertà e Giustizia (ossia i Fratelli musulmani), ha ottenuto oltre il 40%; il Partito Al-Nour (salafiti) il 20% e il Partito Al-Wasat (Movimento Islamico) circa il 6%.
Quanto ai partiti tradizionali, Al-Wafd è quarto. Altre forze variano dal 2% all’1%. Alcuni addirittura sono addirittura allo 0%.
Se i Fratelli Musulmani (40-45%) si alleassero con il raggruppamento salafita (20%), l’Islam politico si troverebbe a dominare la Camera bassa egiziana. Ufficialmente gli stessi Fratelli Musulmani hanno escluso un tale scenario, ma il movimento non è nuovo a rimangiarsi la parola data. Non dimentichiamoci che si è presentato nel 77% dei seggi nonostante la formale promessa di limitarsi a meno della metà per placare i timori dell’opposizione laica.
Un’analisi a caldo delle elezioni è offerta da In 30 secondi (qui e qui). Medarabnews afferma che il problema della transizione egiziana non sta nella volontà di partecipazione democratica dei cittadini egiziani, ma nello scontro per il potere in atto tra la giunta militare e le principali forze politiche del Paese.
I principali attori politici hanno dimostrato di anteporre spesso i propri interessi a quello generale. A beneficiarne è stata proprio la giunta, la quale ha mantenuto il potere gestendo a proprio vantaggio le rivalità e le fratture esistenti nel panorama politico e nella società egiziana. I militari peraltro controllano ampi settori dell’economia nazionale, sia nell’industria che nell’agricoltura. Settori che in gran parte risparmiati dalla liberalizzazione economica.
Tirando le somme, gli scontri e le tensioni che hanno preceduto l’apertura delle urne,il controverso e ingarbugliato sistema elettorale e l’ormai evidente riluttanza dell’esercito a porsi sotto il controllo di un governo democraticamente eletto, non possono che raffreddare le speranze in un’evoluzione democratica del Paese.

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La Shar’ia alla base della futura costituzione, la frammentazione di Tripoli tra le varie tribù, le vendette personali a margine della lotta contro i lealisti, lo spettro di al-Qa’ida tra le istituzioni e le forze di sicurezza. E l’inquietante prospettiva che i ribelli di Bengasi, ai quali l’Occidente ha concesso fiducia ad occhi chiusi, faranno (forse) rimpiangere il pur sanguinario Gheddafi.
Qualcuno comincia finalmente ad interrogarsi sulle intenzioni dei ribelli che hanno partecipato alla presa di Tripoli. In un primo momento accolti con tutti gli onori, ora i vari miliziani di Misurata, Bengasi e Zintan non hanno intenzione di lasciare la capitale, ciascuno dietro il pretesto di garantirne la sicurezza .
Intanto il cancro del fondamentalismo sta già iniziando a disseminare le sue metastasi. Un gruppo non meglio identificati di ribelli, islamisti e (forse) esponenti di al-Qa’ida, autodefinitosi “Comitato della distruzione degli idoli”, ha profanato le tombe della madre e di altri membri della famiglia Gheddafi, bruciandone i resti.
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Forse la bandiera di al-Qa’ida sul tribunale di Bengasi è solo un fotomontaggio, ma i qaidisti in Libia ci sono davvero. Erano tra i ribelli supportati dalla Nato in Cirenaica; hanno combattuto contro le forze di Gheddafi a Sirte [da notare il graffito "al-Qa'ida è stata qui" nel video]. Per mesi l’Occidente ha offerto supporto militare e politico a quegli stessi terroristi a cui dà la caccia da anni, in una sorta di teatro dell’assurdo. Ora che la guerra è (formalmente?) conclusa, in Libia si sta aprendo un pericoloso ciclo di vendette tribali. Migliaia di persone sono già fuggite dalle città per paura di ritorsioni. La fragile pace raggiunta dopo la morte di Gheddafi è già a rischio, vista l’incapacità del Cnt di frenare la crescente ondata di vendette. L’unico modo per scongiurare un tale scenario è quello di disarmare le milizie ribelli. Ma la cosa si sta rivelando più difficile del previsto. I capi tribù hanno dichiarato di non avere intenzione di abbandonare le armi: ufficialmente per preservare la propria autonomia, di fatto per condizionare le decisioni politiche che rifediniranno il futuro della Libia. O più semplicemente per difendersi dalle tribù rivali. Depositi di armi in Libia ce ne sono ancora troppi e non sempre guarniti. La paura dell’Occidente è che l’immenso arsenale bellico di Gheddafi, trafugato, possa finire nelle mani sbagliate. Cosa che forse sta già avvenendo, se è vero, come afferma il Washington Post, che molte di quelle armi libiche stanno inondando l’Egitto – forse dirette verso il Sinai, dove al-Qa’ida sembra avere impiantato alcune basi sotto la protezione delle tribù del deserto. Allo smercio di armi avrebbe contribuito lo stesso Gheddafi: secondo il Cnt il qa’id ha venduto 12.500 missili Sam 7 ad al-Qa’ida del Niger (sebbene non si hanno conferme).

Altro punto. Il New York Times racconta che dopo la caduta di Tripli sono state rinvenute le prove del coinvolgimento di Gheddafi nel piano ordito da alcuni ex militanti del partito Ba’ath per rovesciare l’attuale governo iracheno. I dettagli del piano sono stati rivelati dal Primo ministro iracheno Nuri al-Maliki nel corso della visita a sorpresa a Baghdad del suo (ormai ex) omologo libico Mahmoud Jibril. In quei giorni, peraltro, in Iraq c’è stata un’ondata di arresti proprio tra gli ex baathisti. La verità è che non c’è alcun legame tra la cattura di questi ultimi e la visita di Jibril. La questione più urgente che il Cnt è chiamato ad affrontare è quella delle milizie armate, a Tripoli e nel resto del Paese. È probabile che il motivo del viaggio a sorpresa di Jibril sia stato quello di osservare da vicino il “modello Iraq”, che negli anni ha cercato di assimilare i combattenti jihadisti nelle proprie forze di sicurezza, includendo i loro leader nelle rinnovate gerarchie statali. Prendere esempio dall’esperienza irachena può essere la chiave per disciplinare le brigate a piede libero che in alcune zone (come Misurata, Zintan e la stessa Tripoli) hanno assunto de facto il controllo del territorio. Esattamente ciò che Jibril ha ammesso nella sua ultima conferenza stampa da Primo ministro: invece di aspettarsi lo scioglimento di questi gruppi, ha suggerito, il Cnt farebbe meglio a cercare di assimilarli. Significativo è che il primo provvedimento di Jibril al suo ritorno in Libia è stato la nomina di Sadiq al-Gharyan a Gran muftì della Libia (noto per la fatwa che aveva negato il funerale islamico a Gheddafi), a cui toccherà un ruolo unificante e di piacificazione come è stato quello di Ali al-Sistani in Iraq. Ma la Libia di oggi non è l’Iraq di ieri. Potrebbe essere molto peggio.

La guerra dei droni

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
La rete di basi da cui questi velivoli controllano e attaccano i nemici in Asia, penisola arabica e Corno d’Africa è in rapida espansione. L’ultima, da poco aggiunta al programma dei droni americano, si troverebbe in Etiopia, nella città meridionale di Arba Minch. La regione conta già altre due basi di lancio: una a Camp Lemonnier, nel Gibuti, dove sono dislocati 3000 soldati Usa; l’altra nelle Seychelles, esistente fin dal 2009 come rivelato da Wikileaks. Da queste tre basi il Pentagono controlla le operazioni in Somalia, Yemen, e prossimamente Uganda e Africa Centrale.

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1. Non tutti sanno che in Libia vi è una forte componente islamica. Il conflitto che va profilandosi tra questa e quella liberale (l’unica mostrata dai media) potrebbe avere serie conseguenze per il futuro del Paese.
Oltre al ricco patrimonio detenuto all’estero (160 miliardi di dollari), laici e islamici si contendono la rappresentanza nei vertici della Libia che verrà. Essendo i primi la maggioranza schiacciante dei ribelli, è ragionevole pensare che ad avere voce in capitolo sul divenire dell’assetto istituzionale libico saranno soprattutto loro.
Secondo la prima bozza della nuova costituzione libica, la Libia del dopo Gheddafi sarà una “uno Stato democratico non centralizzato”, guidato da un presidente eletto con mandato quadriennale e rinnovabile una volta. Nel primo articolo della bozza si dice che la Libia è uno Stato indipendente, democratico e decentrato; l’Islam è la sua religione e principi della legge islamica (Shar’ia) sono la fonte della sua legislazione. Dal secondo al settimo si enunciano principi generali a tutela dei diritti fondamentali, del pluralismo, della libertà di opinione e associazione. L’articolo ottavo prevede l’istituzione del Parlamento (basato sul paradigma islamico del Consiglio della Shura) sotto il nome di “Il Consiglio Legislativo Supremo”, a cui spetterà il compito di emanare le future leggi. L’esecutivo è disciplinato dall’articolo nove: il governo è guidato da un Primo Ministro, responsabile del suo operato di fronte al Consiglio Legislativo. L’articolo tredici, infine, conferisce autonomia regolamentare e amministrativa ad alcune province.
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All’approssimarsi del 2001 ci siamo chiesti se il millennio sarebbe finito il 31 dicembre 2000 o si fosse già concluso l’anno prima. Per la cronaca, avevano ragione i primi.
Nessuno immaginava che il vero spartiacque sarebbe giunto nove mesi più in là, martedì 11 settembre alle 9:03, ora di New York. Quando il volo United Airlines 175 trapassò la Torre Sud del WWT fu chiaro a tutti che l’altro impatto, quello del volo American Airlines 11 nella Torre Nord avvenuto 17 minuti prima, non era stato solo un incidente. In quel preciso istante si chiuse un’era iniziata il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino unipolare. E con essa, il duopolio euro-americocentrico della storia.
Sono passati dieci anni da quando quattro aerei si schiantarono contro i simboli della potenza americana, da quando una rapida serie di attentati portò via le nostre certezze, assieme alla vita di 2972 persone, più altre 800 (stimate) negli anni a seguire.

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Premessa: la strage in Norvegia non ha (per il momento) implicazioni geopolitiche; tuttavia presenta diversi aspetti sui quali è opportuno riflettere. Questo articolo volge uno sguardo sul mondo sommerso dei blog della cd. counter-jihad, provando a dare una risposta sul come e quando nascono le idee estremiste alla base dei gesti come quello di Anders Breivik.
Tanto per essere preparati la prossima volta che succederà. 
Sul terrorismo in Norvegia
di Anna Ryden – OroNero

Non sarà sfuggito a nessuno che dall’avvento della rete siamo sempre più isolati nelle nostre opinioni. Si spende sempre meno spesso quell’euro per il giornale, che in qualche modo riporta anche le opinioni “degli altri”. È facile e rassicurante trovare nei giornali online, nei forum, e su facebook, solo le notizie e gli articoli che ci danno ragione. Avendo sempre ragione poi, le idee vanno rinforzandosi, estremizzati, se si vuole.

Per me si tratta di un rifiuto, inconsapevole forse, di informarsi su quello che succede dall’altra parte, e quindi vi invito a aggiornarvi sul movimento cosiddetto “counter-jihad”, per chi non lo conosce già, destinato a guadagnare forza in questa Europa prossimamente stressata da costi energetici altissimi, pensioni inesistenti, disoccupazione massiccia, infrastrutture scadenti, con politici molto distanti dalla gente che li dovrebbe votare. Perché nessuno si professi sorpreso la prossima volta che verremo colpiti da un attentato. Quindi uscite un attimo dai soliti blog, e leggete alcuni dei blog ai quali si è ispirato il mostro malato Breivik. Non ci penso neanche a leggere il manifesto di 1500 pagine quindi mi fido dei tanti giornalisti che dicono di averlo fatto.

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How U.S. money ends up in Taliban hands

U.S. military and government investigators found that money paid to four of the eight contractors hired to transport military supplies across Afghanistan ended up with criminal networks and insurgents. Investigators developed case studies to show how the system works. Here is one example.

Luca Troiano

1. Lo scorso novembre avevo parlato di come il racket sui trasporti in Afghanistan sia un’indiretta fonte di finanziamento per i gruppi di insorti. È solo un esempio di come una parte degli aiuti americani a Kabul vada a rimpinguare le casse sbagliate.
Partiamo da un fatto. Domenica il Washington Post ha reso noto che circa 2,16 miliardi di dollari di fondi governativi per promuovere lo sviluppo in Afghanistan sarebbero finiti nelle mani dei taliban. Questo perché otto società di trasporto afghane sul libro paga degli Usa sarebbero direttamente o indirettamente coinvolte in affari con gli insorti. È ciò che emerge da un’inchiesta militare che ha esaminato i tracciati di alcuni pagamenti eseguiti in favore delle suddette aziende.
Secondo la relazione, attraverso un giro di appalti, subappalti e depositi, e con la complicità di funzionari locali corrotti, ingenti somme sarebbero state reimpiegate in pratiche fraudolente, quando non addirittura a supporto dell’insorgenza (si veda il grafico).
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di Luca Troiano

1. Mesi fa avevo segnalato una notizia, comparsa sul Guardian e totalmente ignorata dalla stampa italiana, dell’arresto di due uomini in possesso di una modesta quantità di uranio arricchito a scopi militari*.
Ora la storia si ripete. Mercoledì 6 luglio, nella capitale Chisinau, la polizia moldava ha arrestato sei sospetti trafficanti di materiale radioattivo, i quali cercavano un acquirente per una partita di uranio 235.
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di Luca Troiano

La global war on terror lanciata dagli Stati Uniti in seguito agli attacchi dell’11 settembre ha lasciato sul terreno 225.000 morti per un costo complessivo fino a 4.400 miliardi di dollari, secondo un nuovo studio pubblicato dalla Brown University*. Aggiornando così la precedente stima a 3000 miliardi redatta dal Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz.

Il rapporto, redatto da un gruppo di ricercatori e reso noto la scorsa settimana, prende in esame non solo le due guerre in Iraq e Afghanistan, ma anche le campagne di lotta al terrorismo in Pakistan e Yemen, oltre alle operazioni navali antipirateria nell’Oceano Indiano e il lavoro di intelligence nel prevenire e neutralizzare ulteriori attentati.
La conclusione, secondo gli autori, è che i governi in procinto di intraprendere una guerra quasi sempre sottovalutano sia la potenziale durata che i costi del conflitto, da un lato, mentre sopravvalutano “gli obiettivi politici che possono essere raggiunti con l’uso della forza bruta”, dall’altro.

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di Luca Troiano

L’industria petrolifera irachena potrebbe diventare bersaglio di attacchi una volta che le forze americane si saranno ritirate. A denunciarlo è Nejmeddine Karim, governatore della provincia curda di Kirkuk, a nord del Paese. “La situazione rischia di precipitare di nuovo se le forze Usa si ritirassero ora”, ha avvertito il governatore lo scorso 15 giugno, che è anche capo della Commissione per la sicurezza di Kirkuk.
A poche ore dall’allarme, alcuni elicotteri Usa hanno aperto il fuoco contro un gruppo di predoni vicino a Bassora, nel Sud dell’Iraq, seconda città e fondamentale centro petrolifero del Paese. Gli aggressori avevano lanciato sette razzi contro l’aeroporto della città, prima di subire la risposta. Negli ultimi mesi gli attacchi terroristici hanno ripreso vigore, al punto da suscitare un aspro dibattito, sia a Baghdad che a Washington, sull’eventualità di mantenere un contingente in Iraq ben oltre il 31 dicembre di quest’anno, termine preventivato per il completamento del ritiro.

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La guerra civile in Yemen rischia di favorire Al Qaeda che nei giorni scorsi avrebbe preso il controllo di Zinjubar nel sud del Paese. Il presidente Saleh,ricoverato in Arabia Saudita, potrebbe presto dimettersi ma la confusione rischia di favorire i terroristi che, nel più povero fra i Paesi arabi, sono già una minaccia.

Paper no. 4484

13-May-2011

OBL: Some Significant Pointers – International Terrorism Monitor—Paper No.718

By B. Raman

1. It used to be said that Osama bin Laden moved around with a large number of bodyguards to protect him. They had instructions to kill him to prevent his being captured. It would be difficult for him to remain undetected in urban areas because of the presence of a large number of bodyguards with him. Leggi l’articolo completo »

Carta di Laura Canali tratta da Limes 3/07 "Mai dire Guerra"

L’arresto di un funzionario Usa in Pakistan coinvolto in una sparatoria riaccende la questione dei rapporti poco limpidi tra la Cia e l’agenzia di intelligence pakistana, l’Isi. Da anni questa protegge i taliban e li sovvenziona, nonostante un impegno di facciata nella lotta contro il terrorismo. L’America è ostaggio dell’Isi ma non ha alternative.

Carta di Laura Canali in Limes 2/10 "Afghanistan addio!"

Mentre l’amministrazione Obama cerca di limitare il suo coinvolgimento nel conflitto in Libia, si intensificano gli sforzi per raggiungere una soluzione politica alla guerra afghana. Nelle province controllate dagli insorti sono state sospese tutte le principali operazioni militari. Intanto i taliban più moderati puntano sullo sviluppo dell’educazione e la ricostruzione per guadagnare il sostegno popolare.

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1. Narra una leggenda islamica che l’Arcangelo Michele, inviato da Allah sulla Terra, appena vide lo Yemen esclamò: “questo lo riconosco, è uguale a come era al tempo della creazione!”. Questa semplice epopea rappresenta bene l’aspetto primordiale e selvaggio che caratterizza lo Stato arabico.
Balzato agli onori della cronaca tra Natale e Capodanno del 2009, in seguito al fallito attentato sul volo Delta in partenza da Amsterdam per Detroit, lo Yemen potrebbe rivelarsi il nuovo fronte della global war on terror proclamata dagli Usa all’indomani dell’11 settembre.
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La cattura di due armeni che tentavano di introdurre un campione di uranio arricchito in Georgia suggerisce l’esistenza di un mercato nero più ampio. Nell’ex Urss diverse strutture contenenti il combustibile nucleare sono tuttora sprovviste di protezione. E l’incubo di un’atomica in mano al terrorismo torna ad inquietare l’Occidente, soprattutto dopo la scoperta della rete commerciale di contrabbando nucleare di Khan.

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In seguito all’annuncio di Hillary Clinton di rinnovare i contratti con le security agencies presenti in Afghanistan, il governo Karzai si è visto costretto a rimandarne la messa al bando dal paese. La Blackwater cambia il nome (ora Xe Services) ma non i metodi. In Afghanistan la guerra è una cosa “privata”.

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