C’erano una volta i Paesi emergenti

A partire dal 2008, complice la crisi che stava per mettere al tappeto le economie piú avanzate, i Paesi emergenti sono diventati i nuovi cavalli su cui gli analisti scommettevano come nuova locomotiva della crescita globale. Si diceva che questi Paesi — coi BRICS a fare da alfieri — si sarebbero presto trasformati nel serbatoio della domandamondiale, fino a gareggiare coi tradizionali mercati di sbocco. I fatti hanno smentito tali previsioni. La crisi dei Paesi emergentidoveva esserci, ed è arrivata nelle ultime settimane. Dapprima sono finiti al centro della bufera IndiaTurchia e Argentina; poi è stato il turno di Brasile e Sudafrica — senza dimenticare la crisi politica in corso in Ucraina in una pericolosa spirale che rischia di trascinare altre economie, aggravando la congiuntura globale. La crisi degli emergenti va analizzata sotto un duplice profilo. Essa, da un lato, ha una dimensione finanziaria che, seppur in misura diversa, coinvolge tutti i Paesi in questione; dall’altro, ha una dimensionepolitica, che interessa ciascuno per ragioni diverse. In questa prima parte, ci occuperemo dei problemi finanziari.

Facciamo un salto indietro d’un anno. Il 23 maggio 2013, Manuel Sánchez, vicegovernatore della Banca del Messico, dichiarò che i Paesi emergenti avrebbero pagato un prezzo molto alto a causa delle politiche accomodanti messe in campo dalle banche centrali delle economie piú ricche (in particolare la Fed) per sostenere gli esausti mercati interni nei rispettivi Paesi. Il riferimento era ovviamente al terzo quantitative easing (QE), il piano che prevedeva l’acquisto di titoli sul mercato per un ammontare complessivo di 85 miliardi di dollari al mese. Con lo stimolo monetario, alle immissioni di liquidità è corrisposto un incremento dei flussi di capitale verso i Paesi in via di sviluppo, il quale ha «gonfiato» il prezzo dei titoli e degli altri asset finanziari, allontanando cosí le quotazioni dal loro valore equo. Continua a leggere

USA vs Russia, la guerra silenziosa delle sanzioni

Parlando del processo di annessione della Crimea alla Russia, salta all’occhio lo stridente contrasto tra le opposte condotte dei due più alti attori in causa: all’attivismo di Putin si è infatti contrapposto la titubanza di Obama. In realtà, l’immobilismo della Casa Bianca di fronte alle rapide mosse del Cremlino e solo un mito.

Il primo passo è stato la cancellazione del G8 previsto a Sochi (al suo posto si terrà una riunione del G7 a Bruxelles), decisione a cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato: “Mosca “non e’ aggrappata al formato G8 perché tutti i principali problemi possono essere discussi in altre sedi internazionali, come il G20″. Dopo tutto, il summit degli 8 grandi non è che un consesso informale, dal quale non si può essere espulsi ma al massimo “non invitati”. Ma è solo l’inizio. Se i russi hanno fatto più “rumore” con lo schieramento di armi e soldati sul campo, l’Occidente si prepara a colpire in modo silente: attraverso la finanza.

Nella conferenza stampa finale all’Aia, dopo la due giorni del Forum sulla sicurezza nucleare, il Presidente USA Obama ha affermato di non temere Mosca, sempre più “isolata internazionalmente”. “Ho più paura di una bomba nucleare che colpisce Manhattan che della Russia”, ha detto Obama; che però ha avvertito: “Se la Russia non si ferma dopo l’annessione della Crimea, ci saranno nuove misure contro Mosca, con sanzioni settoriali che potrebbero colpire l’energia, la finanza e il commercio“. Nella giornata di martedì, 25 marzo, il Senato americano ha approvato con 78 voti a favore e 17 contrari una proposta di legge che prevede sanzioni contro la Russia e aiuti economici all’Ucraina. Molti repubblicani si erano opposti perché nella proposta era presente anche la riforma del Fondo monetario internazionale, che secondo l’amministrazione Obama dovrebbe servire anche a Kiev per ottenere più fondi, ma che tuttavia che non era contenuta nella proposta di legge già approvata dalla Camera.

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Quando Davide soccombe a Golia: San Marino bussa a Bruxelles per sfuggire a Roma

Nel corso dell’anno c’è un solo momento in cui il mondo torna a parlare di San Marino: inizio settembre, in occasione del Gran Premio di MotoGP che si tiene sul circuito di Misano Adriatico. Per il resto, agli occhi dei non residenti il corso degli eventi in cima al Titano rimane pressoché ignoto – aggettivo che, come vedremo, nella visione politica sammarinese del mondo è tra i più caratteristici.

In pochi a conoscenza del referendum che domenica 20 ottobre ha chiamato i cittadini di San Marino a decidere se formulare o meno una domanda ufficiale per entrare a far parte dell’Unione Europea. Per la cronaca, la consultazione non ha raggiunto il quorum del 32% previsto per essere considerata valida. Ma è interessante comprendere i motivi per cui la piccola Repubblica ha deciso di intraprendere il cammino verso Bruxelles: esso è in pratica l’estremo tentativo di sfuggire allo strangolamento a cui essa è stata sottoposta dal governo di Roma, da quando la crisi economica ha reso le relazioni tra Italia e San Marino sempre più tese. Continua a leggere

Stati Uniti: shutdown e debt ceiling sono un problema politico, più che economico

In inglese esistono due parole per dire “politica”: politics e policy. Per politics si intendono le dinamiche attuate dai vari partiti o gruppi di pressione per riuscire a conquistare il potere politico: è la ricerca di consensi popolari, nonché la loro aggregazione verso soluzioni che siano accettate anche se non necessariamente ottimali. Essa riguarda il problema del potere e delle istituzioni. La policy, invece, è la ricerca di una via razionale per risolvere problemi complessi che coinvolgono società, economia e tecnologia: con essa si intendono le leggi o altri atti giuridici attuati dal potere politico per gestire la cosa pubblica. In altre parole, politics è ciò che precede il voto, dunque il dibattito politico; policy è ciò lo segue, ossia le decisioni.
Tralasciando il fatto che in italiano abbiamo una parola sola (“politica”, appunto) che rimanda sempre e costantemente alla politics, questa breve premessa di semantica inglese può aiutarci a inquadrare meglio altre due espressioni anglofone (“shutdown” e “debt ceiling“) molto in voga negli Stati Uniti in questi giorni.

Il problema dello shutdown

Democratici e Repubblicani al Congresso USA non sono riusciti a dotarsi del budget per il 2014: il fallimento delle trattative ha causato il famigerato shutdown, ossia la chiusura di molti servizi non essenziali del governo, a partire dalla mezzanotte del primo ottobre. Circa 800.000 dipendenti pubblici sono stati mandati a casa; chiusi parchi e musei (con tanto di multa a chi vi entra comunque), ma anche molti impiegati della NASA ed analisti di varie agenzie. In salvo sono invece i soldati, per i quali Obama ha emesso uno speciale ordine esecutivo. Alcuni Stati hanno riattivato i servizi sospesi accollandosene i costi. Limes illustra lo shutdown in 8 punti; il Washington Post elenca cosa funziona e cosa no.

Il disagio provocato dallo scontro politico sta avendo delle conseguenze sociali per tutti gli americani, ma sono soprattutto quelle economiche a pesare. Nel 1995 lo shutdown (durato 17 giorni) non causò problemi ad un economia che tirava; oggi lo stallo costa un miliardo di dollari al giorno e rappresenta un rischio per la ripresa. Se per ipotesi la crisi procede per 3 mesi (fino alla fine dell’anno, cioè), il suo costo per l’economia americana sarebbe esattamente uguale alla crescita prevista per quest’anno: 1,4%. I mercati tuttavia non hanno prestato troppa attenzione al problema mantenendosi relativamente stabili, probabilmente nell’assunto che un accordo, prima o poi, sarebbe stato trovato.

La bomba del debt ceiling

A preoccupare gli investitori è invece la questione del debt ceiling, ossia il tetto del debito. Se entro il 17 ottobre i politici statunitensi non raggiungono un accordo per alzare il limite di indebitamento federale, gli Usa risulterebbero insolventi sul proprio debito entro la fine di ottobre. In rete impazzano già analisi che vedono in questa eventualità un’apocalisse geoeconomica. Secondo Bloomberg, l’incapacità della principale economia mondiale di pagare i suoi debiti, una situazione senza precedenti nella storia moderna, devasterà i mercati finanziari da Brasilia a Zurigo, incepperà il meccanismo degli investitori, farà salire i tassi d’interesse dei prestiti per miliardi di persone e aziende, farà crollare il dollaro e lascerà gli Stati Uniti in una recessione che probabilmente diventerà depressione. Altre opinioni (come quella della BBC) sono meno catastrofiste, pur ammettendo la drammaticità della situazione.

Per rendere le cose ancora più complesse, la data in cui le casse del Tesoro saranno vuote non è certa, vista l’imprevedibilità dei pagamenti e degli incassi. In teoria la data limite sarebbe quella del 17 ottobre, a partire dalla quale gli Usa saranno formalmente in default, ma i politici potrebbero continuare a tergiversare anche dopo nella speranza che uno dei due contendenti ceda. Al momento si sa che, non molto oltre la fatidica data del 17 ottobre, il governo federale avrà abbastanza entrate fiscali per pagare solo il 68% dei suoi debiti, ma in realtà il  “giorno X” dovrebbe cadere tra il 22 ottobre e il primo novembre, date in cui sono previsti alcuni importanti pagamenti.

In teoria vi sono alcuni sistemi di protezione in caso di superamento del limite (es: dare priorità ai debiti e al pagamento degli interessi; violare la legge sul debt ceiling continuando semplicemente a emettere debito; oppure aggirarlo coinvolgendo la Fed attraverso una violazione del Federal Reserve Act), oppure la possibilità di ricorrere a trucchi di “cosmesi contabile per mascherare il superamento del tetto del debito, ma non vi è la certezza che nella pratica possano essere concretamente sfruttati. E comunque, anche un loro azionamento richiederebbe difficili decisioni politiche. Inoltre, praticare azioni simili (e analogamente con la decisione di isolare ulteriormente i politici Repubblicani) avrebbe conseguenze sulla futura indipendenza della Fed, dove alcuni repubblicani sono già molto critici per le politiche di quantitative easing – peraltro destinate a continuare, alla luce della nomina di Janet Yellen a prossimo Presidente della Fed.
In vista del 17 ottobre, l’agenzia di rating Fitch ha già avvertito l’America del rischio downgrade, che si tradurrebbe in un aumento dei tassi d’interesse sui titoli e dunque delle tasse.

E’ la politics, bellezza

Come si è arrivati a questa paralisi istituzionale? Semplicemente perché da due anni a questa parte ogni decisione in merito alle finanze pubbliche è diventata un problema di politics, e non di policy come dovrebbe essere.

A parole, i Repubblicani (o meglio, o quelli del Tea Party) non volevano che si arrivasse alla chiusura del governo federale; il loro obiettivo era impedire l’entrata in vigore dell’Affordable Care Act, meglio nota come Obamacare, Nei fatti, oggi il governo federale è “chiuso” e l’Obamacare è entrata in funzione.

Non che dei tentativi di mediazione non ci siano stati, ma le rispettive proposte risultano irricevibili. In base alla proposta inizialmente presentata dai Repubblicani al Senato, si era arrivati alla decisione di riaprire il governo fino al 15 gennaio e alzare il tetto del debito con scadenza il 15 di febbraio. Ma la maggioranza Repubblicana alla Camera dei Rappresentanti ha inasprito queste condizioni, sostenendo che il tetto al debito dovrebbe essere innalzato fino al 22 novembre prossimo, ovvero sei settimane, in modo da offrire spazi di trattativa più lunghi per sciogliere gli altri nodi sul complicato tavolo politico di Washington. La proposta non è in ogni caso risolutiva, poiché si limita a calciare la lattina più in là nel tempo, mantenendo il negoziato sotto costante ricatto.

E come in ogni contesa politica che si rispetti, non poteva mancare la guerra mediatica. Obama ha avuto gioco facile nello scaricare tutta la colpa sui Repubblicani, responsabili della crisi anche per il 70% degli americani, secondo alcuni sondaggi. Il GOP ha replicato con una campagna di falsi miti tutti tesi a screditare la l’onestà e la reale volontà di negoziazione dei Democratici, accusati di rifiutare qualunque intesa (nonostante siano stati proprio i Repubblicani a rifiutare ben 19 proposte di compromesso) nonché di voler favorire amici e accoliti a tutti i costi (nonostante siano notoriamente i Repubblicani quelli al soldo di magnati e multinazionali).

La questione del debito americano è lungamente trattata su Limes, da cui estraggo questo passaggio incentrato sul versante politico della questione:

Il tetto del debito venne introdotto per la prima volta nel 1917. L’aspetto più interessante, a giudicare dai recenti eventi, è l’obiettivo che portò alla sua creazione: semplificare il processo di emissione del debito. Da un lato, il Congresso svolge meglio il suo compito – previsto dalla Costituzione – di controllare le spese dello Stato. Dall’altro, l’esecutivo può vedersi approvato il proprio debito tutto in un’unica tranche.

La questione è stata a lungo più che altro una formalità, eccezion fatta per il 1979, quando in effetti gli Stati Uniti hanno conosciuto un breve default, il secondo nella storia dopo quello del 1812. Dal marzo 1962, il tetto del debito è stato alzato ben 74 volte, adattandosi progressivamente alle necessità sempre più grandi del crescente welfare statunitense.

Come si è arrivati alla crisi attuale?

La routine è terminata nel 2011. La maggioranza repubblicana alla Camera, uscita vittoriosa dalle elezioni midterm del 2010 grazie all’influsso conservatore dei Tea Party, si è rifiutata per la prima volta di approvare il rialzo del tetto del debito ponendo un’unica condizione: il presidente Obama avrebbe dovuto avanzare proposte concrete per la riduzione del deficit. I mercati sono andati nel panico, aspettandosi un default statunitense. Lo stallo è costato la perdita della tripla A nel rating e un aumento di 1,3 miliardi di dollari nella tassazione nell’anno 2011.

All’ultimo si è trovato un compromesso. Il tetto del debito sarebbe stato alzato ma, se l’amministrazione non avesse presentato un piano di bilancio credibile, all’inizio del 2013 sarebbero partiti in modo automatico aumenti delle tasse insieme a forti tagli alla spesa. Cosa che si è verificata puntualmente nel gennaio 2013.

Attorno al tetto del debito si sono giocate, e si stanno giocando, numerose altre partite in cui i contendenti hanno provato a forzare una vittoria unilaterale senza mai cercare un vero e proprio compromesso. Fiscal cliffsequester e shutdown sono stati nel corso dei mesi il frutto di negoziazioni fallite, rimandate o semplicemente mai iniziate. La seguente timeline ripercorre i principali fatti degli ultimi anni.

 Qual è la posta in gioco dello scontro? 

La questione del tetto è la protagonista dell’ultimo capitolo della polarizzazione politica che paralizza governo e Congresso. E porta all’apice uno scontro epocale.

Da una parte, i repubblicani vedono questa battaglia come il modo per limitare le enormi spese del governo federale. Forti della maggioranza alla Camera, si oppongono a qualunque aumento della spesa pubblica, sostenendo che per migliorare la situazione delle casse americane occorra tagliare le tasse. Diametralmente opposta è la posizione dei democratici, che hanno la maggioranza al Senato. Questi intendono risolvere la questione lasciando immutata la spesa ma aumentando le imposte, almeno per i redditi più alti.

Il risultato è un dialogo tra sordi. Peraltro aggravato dalla battaglia su Obamacare, la discussa riforma sanitaria, uno dei pochi successi della Casa Bianca. I repubblicani rifiutano di convalidare qualunque piano di spesa se prima non verrà cancellata, rinviata o comunque indebolita Obamacare, osteggiata dalla componente più conservatrice del Grand Old Party. Dal canto loro, i democratici sembrano non voler scendere a compromessi su una legge già entrata in vigore e che ha ricevuto il via libera dalla stessa Corte Suprema.

La radicalizzazione e l’incapacità di raggiungere un compromesso hanno anche radici geografiche. Con il fenomeno del redistricting, i singoli Stati disegnano i confini dei distretti elettorali per avvantaggiare uno dei 2 partiti. Così facendo creano però comunità compatte dal punto di vista politico. Di conseguenza, per farsi rieleggere, icongressmen sanno che la partita più dura è quella delle primarie interne al partito, dove spesso fronteggiano un avversario più a destra (per i repubblicani) o più a sinistra (per i democratici) di loro. Ecco perché in Congresso adottano posizioni estreme.

Un esempio: commentando la bozza d’accordo proposta dal Senato, il deputato repubblicano Tim Huelskamp, vicino ai Tea Party, ha definito “un gruppo di vigliacchi” i suoi colleghi senatori. Aggiungendo: “Chiunque approverà questo piano, si prepari ad affrontare una sconfitta alle prossime primarie”

Quello dei collegi elettorali è un tema interessante. Secondo Imerica:

perché i Repubblicani si possono permettere di arrivare a chiudere il Congresso, prendendo il Paese sotto ostaggio? Non hanno paura degli effetti elettorali di una tale scelta che a molti commentatori appare scellerata?

In effetti, no. O meglio, ai Repubblicani interessano e come gli effetti elettorali della scelta. Ma essi vanno nel senso opposto a quello che pensiamo noi. Infatti, i Repubblicani – ma, in misura minore, anche i Democratici- non fanno riferimento al corpo elettorale nella sua interezza, ma solo alla propria base. E la base conservatrice, che abita nei paesini dell’America profonda ed é infuocata dei dogmi dei tea party,  é totalmente contraria ad Obamacare, vista come un’intromissione indebita dello Stato nella vita dei cittadini. E’ solo a loro che rispondono i Repubblicani eletti; ed é solo a loro che risuona il ricatto dello shutdown


Il distretto 11 della California, disegnato in modo da avvantaggiare i Repubblicani. Fonte: Wikipedia

La causa di questo ‘ripiegamento su sé stesso’ del partito Repubblicano é da ricercarsi in una procedura ben precisa: il gerrymandering. Ovvero, la pratica diffusa di tracciare i distretti elettorali in modo tale che essi diventino quasi impossibili da vincere – o perdere – per un partito. Essa si basa sul fatto che il compito di tracciare i distretti è assegnato dalla Costituzione ai singoli stati, e in particolare al potere esecutivo detenuto dal Governatore: questo fa sì che ogni partito al potere in un dato momento sia spinto a disegnare i confini dei distretti in modo tale che essi comprendano più elettori del proprio schieramento e diventino, così, sicuri e al riparo dalla competizione di un altro partito. La conseguenza più evidente di cio’ é la forma bizzarra e irrazionale di molti distretti – nell’immagine, il distretto 11 della California. La tendenza ad una riduzione marcata della competività in molti distretti è testimoniata dal fatto che sempre più deputati in carica si aspettano di venire confermati ad ogni ciclo elettorale, qualunque sia lo stato d’animo dell’elettorato nei confronti del Congresso.

Un caso particolarmente esemplificativo di questo è dato dalle elezioni di midterm del 2010: esse si svolsero in un clima di profondo scontento nei confronti del Governo, manifestato dalle numerose proteste messe in atto dai gruppi del Tea Party, e si conclusero con il risultato più netto degli ultimi vent’anni, con 63 seggi che cambiarono di partito. Eppure, 63 seggi sono solo il 14% dei seggi totali! In ogni caso, molte analisi hanno riscontrato che i seggi estremamente sicuri, cioè in cui gli eletti sono confermati con più del 60% dei voti, sono aumentati dal 47% del totale negli anni ’60 al 62% di oggi.

Ecco quindi il motivo per cui si é arrivati a questo shutdown: la maggiore preoccupazione dei deputati conservatori non é il bene del Paese. E’ quella di essere rieletti dai loro distretti elettorali, fortemente conservatori. E per essere rieletti in un distretto conservatore, da elettori conservatori, devono farsi vedere inflessibili. Altrimenti, alle primarie del prossimo anno dovranno vedersela con un avversario ancora più di destra – e non é detto che la spunteranno loro. 

Riassumendo, shutdown e debt ceiling sono più un problema politico, di politics, che economico. O meglio: hanno un’origine politica, che però comporta anche conseguenze economiche. La metafora del braccio di ferro non potrebbe essere più calzante: si cerca di sfiancare l’avversario per indurlo a cedere. Il problema è che il tavolo intorno al quale i contendenti gonfiano i muscoli è rappresentato dall’economia americana.

Inutile formulare scenari su cosa potrà accadere. Vale la pena notare una cosa: in termini di politics, di politica nel senso “italiano” del termine, e nonostante il biasimo generale dei cittadini americani, i Repubblicani sono già vincitori. Lo sono da cinque anni, a giudicare da tutti quei provvedimenti promossi dall’amministrazione Obama ma che non hanno mai visto la luce o che sono stati svuotati di significato a causa dell’opposizione del GOP e della sua frangia estremista del Tea Party:

Per finire, secondo PolicyMic il dibattito su shutdown e debt ceiling dimostra che Alexis de Tocqueville si era sbagliato: il vero pericolo per la democrazia non è la cosiddetta “dittatura della maggioranza” teorizzata dal filosofo, bensì che una minoranza (il Tea Party) possa prendere in ostaggio il governo e condurre tutti, maggioranza compresa, verso un abisso senza uscita.

Derivati del Tesoro, un finto scoop per inguaiare Draghi

In ottobre avevo parlato degli strumenti finanziari derivati all’interno del debito pubblico italiano. Sulla base di alcune ricostruzioni, si parlava di un ammontare complessivo di 160 miliardi di euro, circa il 10% rispetto ai 1.617 miliardi di titoli in circolazione a fine febbraio 2012.

Oggi viene fuori una notizia…

Repubblica e il Financial Times scrivono che i conti pubblici italiani rischiano perdite nell’ordine di alcuni miliardi di euro a causa di una serie di contratti derivati stipulati probabilmente nel corso degli anni Novanta. Molti dettagli sulle operazioni, però, sono ancora da chiarire.
Lo scoop si basa su una relazione riservata del Tesoro, lunga 29 pagine e consegnata nei primi mesi del 2013 alla Corte dei Conti, in cui viene analizzato lo stato dei conti pubblici nella prima metà del 2012. Nel documento si parla anche della ristrutturazione di otto contratti derivati stipulati con banche straniere, per un valore nozionale totale di 31,7 miliardi di euro.
La notizia non è nuova – tanto che ne avevamo parlato già un anno fa, - eppure per la stampa nazionale ed internazionale si tratta di uno scoop.

Partiamo dai fatti.

Secondo Repubblica:

Quasi una pistola alla tempia, che si spiega con la fase drammatica di fine 2011, quando lo spread sul Btp era sopra ai 500 punti base e la finanza pubblica domestica in ginocchio. “Nel corso del primo semestre 2012 è stata portata avanti la strategia di ristrutturazione e semplificazione del portafoglio derivati, analogamente a quanto fatto nei semestri precedenti”, si legge nel documento. Eccone il motivo: “Uno degli effetti della crisi, che ha investito sempre più anche i debiti sovrani, è stata la diffusione tra le controparti bancarie di modelli di analisi e valutazione che esprimono il rischio di default di una controparte priva di garanzia (…) ciò si traduce, per la Repubblica, in un maggior costo nell’esecuzione di una nuova operazione o di ristrutturazione di una esistente“. “Rispetto alla struttura del portafoglio derivati dello stato – continua la relazione – caratterizzato da scadenze lunghe e privo di collateralizzazione, quanto descritto ha prodotto l’affermarsi di una forte correlazione inversa (e perversa) tra andamento del tratto a lunga della curva swap, valore di mercato del portafoglio e livello dei Cds italiani, con potenziali effetti negativi anche sul mercato primario e secondario dei titoli di Stato”.

Dunque, la crisi porta le banche a presentare il conto dei vecchi derivati al Tesoro, in forma di ristrutturazioni che fanno emergere una perdita potenziale di 8.100 milioni. Un derivato è un contratto basato sul valore di mercato di uno o più beni (azioni, indici, valute, tassi d’interesse). Produce i suoi effetti alla scadenza, ma si può “prezzare” attualizzando i flussi attesi, in base all’andamento dei beni sottostanti. Quindi gli 8 miliardi saranno pagati, con ogni probabilità, nei prossimi anni, in forma di più interessi e più debito, perché dai conteggi (elaborati ai valori del 20 giugno) emerge il deprezzamento dei flussi medi previsti a oggi. Alcuni di questi flussi stanno già producendo i loro danni sui conti pubblici, perché tutte le clausole peggiorative, con finestra temporale a oggi, sono già state esercitate dalle controparti bancarie. Solo nei prossimi anni si potrà capire se il Tesoro risparmierà qualcosa sul saldo, nell’improbabile caso in cui i movimenti degli asset su cui quei derivati si basano fossero a suo totale favore. La maggior parte delle operazioni ristrutturate riguarda interest rate swap: si tratta di derivati base, per trasformare oneri sul debito di tipo variabile in fissi, e per assicurare le casse pubbliche dal rischio di rialzo dei tassi.

È una pratica normale e diffusa tra gli emittenti. Ma tutti gli swap descritti sembrano rinegoziati a un prezzo “off market”, cioè non con una forte perdita iniziale per l’erario. Un’anomalia probabilmente dovuta al fatto che i contratti originari, poi revisionati, erano in realtà prestiti mascherati, che il Tesoro è oggi costretto a rimborsare a caro prezzo. Questo meccanismo, già noto agli storici dell’euro, e praticato da alcuni paesi periferici per rispettare i parametri di Maastricht, aiuta forse a comprendere come è stato possibile perdere oltre un quarto del valore nozionale sui 31 miliardi di derivati ristrutturati l’anno scorso. E getta qualche ombra sulla solidità dei conti pubblici, visto che l’Italia ha derivati per 160 miliardi, di cui un centinaio proprio in interest rate swap.

L’esempio forse più anomalo riguarda la revisione dello swap su un nozionale da 3 miliardi scadenza 2036, e modificato il 1° maggio 2012. Si tratta di un contratto degli anni Novanta, in cui Tesoro vendeva alla banca di turno una swaption, ossia l’opzione a entrare in un contratto swap dal 2016 al 2036. Su quei 3 miliardi di debito pubblico, in cambio di un anticipo di cassa ricevuto all’epoca, il Tesoro si impegnò a pagare un futuro tasso fisso del 4,652% su 3 miliardi di propri titoli, ricevendo in cambio l’interesse Euribor 6 mesi (attualmente, poco più di zero). Ma nel marzo 2012, con quattro anni di anticipo, lo Stato rinegozia quello swap, e lo trasforma in un nuovo scambio di tassi – sempre fisso contro variabile – su una scadenza inferiore (circa 6 anni) e su un controvalore triplicato a 9 miliardi.

La Relazione qui si ferma. Le elaborazioni indicano che quel derivato “prima versione” aveva un valore negativo per lo Stato di 900 milioni al momento del riassetto. E un valore negativo di 1.350 milioni nella versione rinegoziata. Perché mai rinegoziare un contratto aggiungendo 450 milioni di perdite attese per l’Erario? Anzi, dal marzo 2012 a oggi quel derivato ha aumentato il valore negativo di 1.550 milioni, confermando gli assunti probabilistici secondo i quali solo nel 18% dei casi poteva generare, nel tempo, un beneficio per le casse pubbliche.

Molti errori sono stati fatti negli anni Novanta per far entrare l’Italia nell’euro – racconta un funzionario governativo – e oggi si trasformano in più debito, nascosto dai conti ufficiali, in un’area molto grigia che al Tesoro solo poche persone sono in grado di comprendere e maneggiare”

Il Sole 24 Ore aggiunge:

Il rapporto – mette in evidenza il Financial Times – si riferisce solo alle “transazioni e all’esposizione sul debito nella prima metà del 2012, inclusa la ristrutturazione di otto contratti derivati con banche straniere dal valore nozionale di 31,7 miliardi di euro. Il rapporto lascia fuori dettagli cruciali e non fornisce una quadro completo delle perdite potenziali dell’Italia. Ma gli esperti che lo hanno esaminato – aggiunge il Financial Times – hanno detto che la ristrutturazione ha consentito al Tesoro di scaglionare i pagamenti dovuti alle banche straniere su un periodo più lungo ma, in alcuni casi, a termini più svantaggiosi per l’Italia”.

Il documento non nomina le banche né fornisce i dettagli sui contratti originali “ma gli esperti ritengono che risalgano alla fine degli anni 1990. In quel periodo Roma aggiustava i conti con pagamenti in anticipo dalle banche per centrare gli obiettivi di deficit fissati dall’Unione Europea per i primi 11 paesi che volevano aderire all’euro. Nel 1995 l’Italia aveva un un deficit di bilancio del 7,7%. Nel 1998, l’anno cruciale per l’approvazione del suo ingresso nell’euro, il deficit si era ridotto al 2,7%”.

Lo “scoop” non convince Fabrizio Goria su Linkiesta, il quale nota le seguenti incongurenze:

La tempistica è quantomeno dubbia. Il Tesoro, tanto in Italia così come in tutto il mondo conosciuto, ha fra le armi a sua disposizione la possibilità di aprire swap con banche e istituzioni finanziarie al fine di diluire la spesa, i pagamenti degli interessi sul debito e le altre incombenze. Si è sempre fatto e sempre si farà. Nello specifico, negli ultimi 20 anni l’Italia ha usato diversi stratagemmi contabili per alleviare il proprio debito pubblico, e le spese che esso comporta. Lo sapeva bene il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi, dal 1991 al 2001 direttore generale del Tesoro e dal 2002 al 2005 vicepresidente e managing director di Goldman Sachs International.

Oltre alla tempistica, c’è la metodologia. La mail del Financial Times, con dicitura “FT Exclusive”, è stata inviata nel cuore della notte, alle 2.13. Orario inusuale, dato il periodo di calma piatta e l’assenza di novità. C’è però un particolare che non deve essere sottovalutato. Il presidente del Consiglio Enrico Letta dovrà fronteggiare i leader Ue al Consiglio europeo a partire da domani. Farlo con questa patata bollente, non sarà facile. E nn sarà nemmeno semplice negoziare l’erogazione di nuovi fondi Ue, anche dopo la chiusura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo.

Infine, sono tanti i dubbi sull’entità della notizia. Come già spiegato, gli strumenti finanziari, come i derivati, sono sempre stati usati dai governi. Sempre. Punto. È un deal che fa comodo sia allo Stato, che può alleggerire il peso dei propri debiti, sia alla controparte, che si garantisce un flusso di capitali praticamente sicuro. Il 25 giugno Maria Cannata, direttore generale del Debito pubblico del Tesoro, ha spiegato che sta tornando l’appetito degli investitori internazionali sull’Italia. Suggestivo che proprio oggi, cioè stanotte, siano state pubblicate queste rivelazioni.

Come mai allora una notizia vecchia diventa uno scoop proprio ora?

C’è un dettaglio su cui riflettere. Negli anni Novanta, quando cioè il grosso dei derivati in questione fu stipulato, direttore generale del Tesoro era quel Mario Draghi che oggi è il governatore della BCE. Personaggio competente e autorevole, sempre più deciso a mantenere la stabilità dell’euro a tutti i costi, senza mai trascurare l’opportunità di “aiutare” il suo Paese d’origine attraverso quelle iniezioni di liquidità alle banche che hanno consentito a queste di acquistare i nostri titoli pubblici, calmierando così lo spread.
Una figura importante, e per questo il possibile bersaglio grosso di un regolamento di conti interno al sistema del potere italiano, ma anche di un crescente desiderio da parte degli azionisti europei di liberarsi di un personaggio sempre meno gradito a certi ambienti.
Secondo Affari Italiani,:

Un trappolone lobbistico contro Mario Draghi, “reo” – agli occhi dei tedeschi oltranzisti, ma non solo – di star difendendo “troppo bene” la stabilità dell’Unione europea. E’ questa la lettura più diffusa, tra gli addetti ai lavori, sullo “scoop” del Financial Times circa gli 8 miliardi di perdite teoriche sommerse nei conti dello Stato italiano a causa di una serie di operazioni in titoli derivati fatte tra il ’97 e il ’99, in concomitanza con le trattative per l’ingresso dell’Italia nell’euro sin dalla prima fase. “Hanno messo i derivati nel ventilatore per gettare un’ombra contro Draghi, ma anche contro i suoi uomini che oggi, in Italia, sono ancora tutti in posizione chiave, come il direttore generale attuale del Tesoro Vincenzo La Via o la responsabile del debito pubblico Maria Cannata”. Ma cos’è, quest’interpretazione, un puro afflato sciovinistico, e fantozziano, a difesa di un bilancio pubblico schiacciato da un debito che ormai naviga verso il 130% del Pil, o un’interpretazione attendibile?

“Questo che posso dire è che tutti gli Stati europei hanno fatto derivati in quegli anni”, esclama Gianluca Garbi, ex “Draghi-boy” (anzi: il vero “golden boy” della squadra di Draghi al Tesoro). Garbi, oggi amministratore delegato e azionista di Banca Sistema, è stato a capo di Mts Spa (la società che gestisce il mercato telematico dei titoli di Stato) e di Euromts, il mercato paneuropeo dei Titoli di Stato, dal 1998 al 2007. Insomma, era uno che respirava minuto per minuto l’aria di quei mercati dove, secondo le accuse del foglio britannico, l’Italia avrebbe accumulato questo maxi-buco. “Tutti gli Stati hanno fatto grandi operazioni di derivati”, aggiunge, “sia per coprire emissioni di titoli denominati in valuta estera sia per prevenire eventuali oscillazioni dei tassi. Ma soprattutto mi sembra assurdo che qualcuno riesca a prezzare i derivati che ha il Tesoro italiano, o qualunque altro, senza avere in mano i contratti di cui sta parlando. Saranno migliaia, come fai a sapere qual è il valore mark-to-market?”

Fin qui uno che c’era e che queste cose le vedeva da vicino. Ma effettivamente tutti, sul mercato, sanno che anche Paesi finanziariamente certo più sani dell’Italia hanno coperto le loro emissioni internazionali con contratti derivati: dall’Olanda alla Finlandia, dal Belgio alla Francia alla stessa Germania. D’altronde la speculazione mediatica – ammesso che di questo si tratti – trova nel caso italiano un facile appiglio, ed anche una chiarissima e duplice concomitanza. L’appiglio va riletto nella storia faticosissima dell’”aggancio” dell’Italia all’euro. Nessun altro Paese europeo come il nostro riuscì a migliorare i parametri della propria finanza pubblica. Ancora nel ’97 l’Italia, nonostante la pace salariale e le privatizzazioni, era molto perplessa sull’opportunità di conferire la lira all’euro da subito rispetto a quella di posticipare la sfida. “Prodi andò da Aznar a Madrid, sperando di trovare nel premier spagnolo un compagno di sventura e invece lo trovò determinatissimo a entrare subito con la sua peseta”, racconta un altro che “c’era”. “Capimmo di doverlo fare anche noi, ma era un gran problema perché il parametro del rapporto tra debito pubblico e Pil era già oltre il 100. Dovemmo farcelo perdonare offrendo in cambio il rispetto dell’altro parametro-chiave, cioè il rispetto del rapporto del 3% tra deficit e Pil. Tutta la strategia di governo dell’economia pubblica fu dunque rivolta a quello scopo. Anche a costo di imporre la famosa Eurotassa. Non lesinammo operazioni spericolate di window dressing, insomma di maquillage finanziario: per esempio quella sulle riserve auree della Banca d’Italia che furono passate all’Ufficio italiano dei cambi con plusvalenze favolose… E secondo alcuni esagerammo con i derivati”.

Ecco scoperta la logica delle accuse. Ma il loro scopo? Sicuramente intralciare l’operato di Draghi. Ma anche boicottare la conferma di La Via alla direzione generale del Tesoro, che secondo lo spoil system potrebbe essere messa in discussione.

Il G8 non è ancora al tramonto

Dall’ultimo G8 il mondo si aspettava risposte chiare riguardo ai temi ricorrenti alla crisi, alle pesanti conseguenze sociali che essa comporta, e agli altri capitoli scottanti del nostro presente, come la Siria.
Permangono le divisioni tra Russia ed Europa su Damasco e, benché il vertice si sia concluso con qualche timido passo in avanti in materia di paradisi fiscali e della lotta al terrorismo, sull’economia sono giunte solo promesse retoriche.
Per l’ennesima volta la montagna ha partorito il topolino e, di fronte alla sempre maggiore sproporzione tra annunci della vigilia e risultati ottenuti, l’opinione pubblica comincia a domandarsi a cosa servano ancora queste riunioni tra gli otto grandi del mondo.

Dopo la crisi finanziaria del 2008, furono in tanti a dire che il G8 non era più il gruppo più adeguato per dirigere l’economia mondiale. L’asse del mondo si era improvvisamente spostato verso Oriente, dove le tigri asiatiche registravano tassi di crescita da fantaeconomia, e verso Sud, dove un gigante come il Brasile e un Paese in perenne cerca di riscatto scalpitavano per conquistare un posto tra i grandi.

Fu allora che, per superare l’impasse in cui il mondo era precipitato dopo il fallimento di Lehman Brothers, che due nuovi consessi vennero ad affacciarsi sulla scena internazionale: uno era il G20, ossia il vecchio G8 allargato ai Paesi emergenti ed economicamente più dinamici del momento; l’altro erano i BRIC – poi BRICS con l’inclusione del Sudafrica – sigla nata quasi per gioco dal pensiero di un analista finanziario (Jim O’Neill) e poi divenuta un momento di incontro tra le cinque economie più influenti al di fuori dell’Occidente.

Cinque anni dopo, la tempesta perfetta non si è ancora placata. L’economia mondiale è ancora in fase di stallo, la crisi del debito diffonde le sue metastasi un po’ ovunque e i meccanismi di democrazia diretta sono sempre più erosi dalla necessità, per i governi, di sottostare alle sempre più fameliche richieste (ricatti?) dei mercati.

Eppure il G8, che nei giorni scorsi si è riunito in Irlanda, è sempre lì. Ed è sempre un utile momento di confronto. Questo perché esso, alla faccia di chi lo giudica anacronistico o ne ricama ciclicamente il necrologio, è ancora l’espressione delle esigenze comuni dell’Occidente.
Secondo il Financial Times, tradotto da Linkiesta:

Il vero motivo della sopravvivenza del G8 va ricercato altrove. La prima e più importante ragione è la riscoperta del concetto di “Occidente”: il gruppo di paesi riunito nel Regno Unito infatti non include più tutte le maggiori economie del mondo. Ma, fatta eccezione della Russia, consiste in paesi accomunati da tenori di vita alti e da un forte impegno per la promozione della democrazia liberale.

I paesi del G8 formano così un gruppo più coerente del G20 – che al suo interno include Paesi con livelli di povertà molto alti, come l’India, e autoritari, come la Cina e l’Arabia Saudita. […]

Per questo, la nuova organizzazione ha deluso le alte speranze riposte in essa fin dalla sua creazione. È diventato evidente che il più grande merito del G20 – la dimensione e l’eterogeneità dei suoi membri – è anche il suo più grande punto debole. Il gruppo si è dimostrato troppo eterogeneo per ottenere progressi sufficienti nelle questioni identificate come rilevanti – come l’evasione fiscale o il cambiamento climatico.

Al contrario, il G8 è un gruppo più piccolo e più coerente. Nel summit di questi giorni lotterà per dimostrare che è altrettanto importante e potente.

Il G20 ha invece deluso: è solo una potenza economica; o meglio un insieme di potenze economiche. Ma il mondo globalizzato ha bisogno di una potenza politica che sia in grado di sostenerne gli equilibri mutati. E il G20 non lo è.

Neanche i BRICS lo sono. Dovevano essere il nuovo faro della rinascita globale, invece si sono rivelati per quello che sono: un gruppo di Paesi troppo diversi tra loro per poter concepire un progetto comune.

Dal 2009, quando si sono riuniti per la prima volta, i BRICS non hanno collaborato molto tra loro. Sono sempre stati, anzi, in forte competizione. Nel loro terzo vertice, nel 2011, sono stati in disaccordo praticamente su tutto. Il quarto summit, nel 2012, si era chiuso con una sfilza di “no” alle politiche dell’Occidente e nessuna proposta concreta. Il quinto, celebrato lo scorso marzo, doveva essere l’occasione per una svolta storica: la creazione di una banca per lo sviluppo, alternativa alla tradizionale Banca Mondiale controllata dall’Occidente. Invece l’incontro si è concluso con un nulla di fatto: troppo profonde le divergenze che affliggono il gruppo.

Come ho già avuto modo di argomentare, i BRICS sono rimasti ciò dovevano essere nelle intenzioni di Jim O’Neill: un semplice acronimo, e niente di più. Il salto di qualità volto ad assumere un profilo politico sostanziale non è ancora stato compiuto, e forse non lo sarà mai.

Ad oggi, nessuno dei nuovi grandi ostenta più la forma smagliante di un tempo: la Cina è prossima al collasso, il Brasile è scosso dalle proteste, il Sudafrica fa ancora i conti con le mai sopite divisioni economiche, etniche e sociali, la Russia insegue nemici finti per distogliere l’attenzione dai problemi veri, in India la crescita economica non tiene il passo di quella demografica. Più in generale, l’economia, fino a poco tempo fa fiore all’occhiello dei cinque, sta rallentando pericolosamente.

In conclusione, due anni fa scrivevo:

l’economia del XXI secolo presenterà uno scenario multipolare. Non più occidentale e non soltanto orientale o emergente. I Brics guideranno la crescita, ma l’Occidente resterà ancora in sella al sistema monetario internazionale, ancorché in condominio.

Il nuovo paradigma dei rapporti globali passerà dalla dipendenza all’interdipendenza. Ma guai a pensare che il G8 resterà solo un’esperienza del passato.

L’austerity europea si basa su un errore di Excel

Da tre anni l’Europa (rectius: il Nord dell’Europa, con la Germania in testa) pretende che tutti i Paesi dell’Eurozona soddisfino esattamente le stesse condizioni, e che i risultati economici di ciascuno siano  misurati sulla base degli stessi criteri. E poco importa se le tradizioni economiche europee sono molto diverse da Paese a Paese.
Invece l’Europa impone la stessa medicina a tutti i malati, a prescindere dalle loro condizioni e soprattutto dall’effettivo grado di tolleranza al farmaco somministrato.

Un argomento comunemente diffuso a sostegno di tale monoliticità di pensiero è che la crescita economica soffre gravemente quando il debito pubblico di un paese raggiunge il 90% del PIL, per arrestarsi del tutto oltre quella soglia. A sostenerlo è una ricerca del 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff dal titolo “Crescita al Tempo del Debito”, le cui conclusioni sono spesso state nel corso degli ultimi anni come una delle ragioni per cui i paesi dovrebbero tagliare i loro deficit – anche se le loro economie sono ancora deboli.

Ora, però, quelle conclusioni non sono più così certe. Anzi.

Un recente studio a firma di tre ricercatori dell’Università del Massachusetts (Thomas Herndon, Micheal Ash e Robert Pollins) ha rimesso lo studio di Reinhart e Rogoff in discussione. Per la verità non è la prima critica rivolta a tale lavoro; in ogni caso, il trio ha preso in esame i dati di base della ricerca, trovandovi due problemi di metodo (l’esclusione di alcuni dati dal computo e il metodo di calcolo delle medie ) e un imbarazzante errore di impostazione in una tabella Excel.
Una sintesi dello studio è offerta dal Washington Post, tradotto da Linkiesta. In particolare, Reinhart e Rogoff  hanno trascurato tre episodi di Paesi con alto debito e alta crescita – Canada, Nuova Zelanda e Australia – a fine anni Quaranta. Secondo, le assunzioni fatte dai due economisti sulla ponderazione dei diversi episodi storici sono contestabili.

Reinhart e Rogoff hanno ammesso l’errore, ribadendo comunque la tesi di fondo del loro lavoro: più elevato è il debito pubblico minore è la crescita.
Eppure, come spiega il prof. Andrea Terzi, docente di economia monetaria al Franklin College Switzerland:

Riaffermando questo principio, gli autori sembrano non voler prendere in considerazione la spiegazione più plausibile della correlazione (se c’è) tra debito e crescita.
Si tratta di un semplice meccanismo ben noto a chi mastica un po’ di macroeconomia. Quando siamo in recessione, i redditi imponibili si riducono e calano le entrate dello stato, proprio mentre la disoccupazione fa crescere le spese per gli ammortizzatori sociali. Cresce dunque il fabbisogno dello stato e il debito sale. Si tratta di un ammorbidimento automatico delle conseguenze della recessione che aiuta l’economia a trovare il punto di svolta per ripartire.
Le politiche di austerità fanno esattamente il contrario. Basta guardare all’esperimento fatto sulla pelle degli europei dal 2010 in poi. Quando le entrate fiscali calano e gli ammortizzatori sociali richiedono più risorse, si introducono nuove tasse e la caduta del reddito non vede la fine. Invece di toccare il fondo, continuiamo a scavare.
Non credo che aver segnalato questi errori cambierà le radicate (ed errate) convinzioni che per far crescere l’economia occorra in primo luogo ridurre il fabbisogno dello stato. Lo studio di Reinhart e Rogoff ha limiti anche maggiori di quelli segnalati dai tre ricercatori, come ad esempio il fatto di mettere nello stesso calderone paesi con cambi flessibili, cambi fissi, e addirittura col sistema aureo. Ma non sarà l’ennesimo studio empirico sugli effetti del debito a fermare l’austerità. Occorre invece che una nuova leadership politica, convinta che la piena occupazione meriti la priorità rispetto alle cifre del debito pubblico, si faccia finalmente avanti.

Alcuni mesi fa il prof. Alberto Bisin su Noise from Amerika, ha provato a sfatare il mito dell’austerità come radice di tutti i mali. Secondo l’esperto, il problema non è il rigore in sé, ma il contesto in cui viene applicato – ossia la situazione esistente nel singolo Paese destinatario. Certo, una politica fiscale restrittiva deprime l’attività economica, almeno nel breve periodo; tuttavia:

Lo scivolone logico sta nell’assumere che l’affermazione che politiche di austerita’ peggiorino la recessione implichi che esse non siano desiderabili. E’ uno scivolone che potrebbe infatti darsi il caso che le altre politiche non siano implementabili o siano ancora peggio. Et voila’, la forza della logica.

La recessione non e’ necessariamente esogena (non viene dal cielo) – non e’ affatto detto che l’austerita’, per quando dolorosa, non sia necessaria a farla terminare. Se fosse cosi’, aspettare ad intervenire allungherebbe la recessione. Ed in parte lo e’ certamente cosi’, in Italia, oggi: la stretta e’ determinata dai mercati che temono della solvibilita’ futura del paese; l’austerita’ serve a convincerli ad allentare la presa (questo punto e’ importante perche’ suggerisce che non tutta l’austerita’ e’ uguale – in un paese come l’Italia la solvibilita’ si garantisce con riduzioni di spesa e non aumenti di tasse perche’ le tasse sono alte e raccolte inefficientemente e la spesa spaventosamente ineffciente).

La conclusione implicita è che economie con problemi diversi hanno bisogno di soluzioni differenti. Alla fine pare stia iniziando a capirlo anche il presidente della Commissione Europea Barroso, le cui recenti dichiarazioni di sui limiti dell’austerità lasciano sperare che il dogma del rigore possa essere presto ammorbidito.
Sarebbe anche ora, visto che l’austerity impostaci dall’alto si basa su un banale errore di Excel.

Come l’Europa ha trasformato la crisi di Cipro in una potenziale catastrofe

Nelle puntate precedenti:

Cipro pesa per lo 0,2% sul PIL dell’Eurozona. Il prestito messo sul piatto dall’Unione Europea (10 miliardi di euro) e il fabbisogno per salvare il sistema bancario dell’isola (altri 5 miliardi) sono briciole rispetto alle cifre necessarie per salvare la Grecia o a quelle in discussione per il bilancio UE 2014-2020. Eppure la vicenda Nicosia rischia di minare le fondamenta stesse della moneta unica.

Senza gli aiuti internazionali, infatti, l’area euro potrebbe vedere la seconda insolvenza di uno Stato membro nell’arco di due anni, dopo il default selettivo della Grecia.
La crisi delle banche cipriote nasce dalla forte esposizione proprio verso Atene: 28 miliardi di euro, pari ad un terzo del loro attivo totale e addirittura al 170% del PIL dell’isola. Circa 4,7 miliardi sono costituiti da titoli di Stato (ricordiamo che il debito greco è già stato ristrutturato, per cui le obbligazioni saranno rimborsate ad un valore inferiore di quello nominale), il resto da prestiti verso un sistema di aziende, quello greco, ormai decotto.
Per concedere i denari di cui Nicosia ha urgentemente bisogno, i finanziatori esteri (ossia la troika FMI-BCE-Commissione Europea), chiedono un coinvolgimento domestico. Secondo la Bce,  una financial transaction tax non era praticabile. Da qui l’idea del prelievo forzoso sui conti correnti, condizione vincolante per il bail out deciso dall’Eurogruppo.
All’inizio il neopresidente cipriota Nikos Anastasiades era fermamente contrario, ma a fargli cambiare idea sarebbe stato il negoziatore per conto della Bce, il tedesco Jörg Asmussen, il quale avrebbe rimarcato che senza gli aiuti internazionali la Laiki Bank, la seconda banca del Paese, sarebbe andata in bancarotta. Trascinando nel baratro altri istituti di credito. A quel punto, il presidente ha dovuto cedere.
Per rendere operativo il piano di aiuti si è così deciso di introdurre una tassa, chiamata one-off stability levy, che nella sua prima formulazione prevedeva due aliquote di prelievo: 6,75% per i depositi fino a 100.000 euro, 9,9% oltre questa soglia. Secondo i calcoli di Barclays, i depositi oltre i 100.000 euro rappresentano il 54% del totale: 36,917 miliardi di euro su 68,363 miliardi complessivi.
L’obiettivo richiesto dalla troika è quello di raccogliere circa 5,8 miliardi di euro. Secondo la banca britannica, tassando tutti i depositi sotto i 100.000 euro si otterrebbero 2,123 miliardi di euro, il 37% di quanto occorre. I conti correnti con depositi tra i 100.000 e 500.000 euro frutterebbero circa 810 milioni di euro, ossia il 14%. Tassando invece solo i depositi oltre i 500.000 euro (al 9,9%) si otterrebbero circa 2,8 miliardi, il 49% del totale.
Decisione, quella del prelievo forzoso, che non poteva non scatenare divisioni politiche e rabbia sociale. Fino alla clamorosa decisione di martedì 19 marzo, quando il Parlamento ha bocciato la misura perché “troppo iniqua”, in mancanza di un’esenzione sui piccoli risparmiatori.

Grande rifiuto di Cipro, o grande errore di Bruxelles?

La Germania (azionista di maggioranza della) vuole evitare la creazione di “precedenti”: che in Europa cioè siano i Paesi in surplus ad accollarsi l’onere di salvare quelli in deficit per garantire la stabilità dell’euro. Così pretende sacrifici. L’elezione di Anastasiades alla presidenza dell’isola avrebbe dovuto agevolare l’adozione e l’implementazione delle misure richieste dalla troika. Invece sono sorte non poche complicazioni.
Innanzitutto, Cipro rappresenta un caso diverso rispetto alla Grecia e agli altri PIIGS. Secondo Giorgio Arfaras su Limes:

Cipro, a differenza di altri paesi europei salvati dall’intervento della troika Fmi-Bce-Commissione Europea, ha dei tratti che la rendono poco “simpatica”. L’isola è un paradiso fiscale: alle imprese si chiede, infatti, un’imposta sui profitti del 10% (in Italia e Germania l’imposta Irpeg è del 30%) e, in aggiunta, non si fanno troppe domande sull’origine dei denari che arrivano copiosi, soprattutto dalla Russia. Secondo l’intelligence tedesca questi ammontano a circa 26 miliardi, ossia a quasi il doppio del pil cipriota. Una parte dei depositi è quindi di non ciprioti – per quanto forniti di residenza, che si ottiene solo portando del denaro “nell’isola di Afrodite”.

Inoltre, il prelievo sui conti è una mossa controproducente. Se un governo si arroga il diritto di mettere le mani nei conti correnti dei risparmiatori, a soffrirne non sono solo tali i risparmi, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e autorità. Il timore di un bank-run, a giudicare dalle code agli sportelli per ritirare i propri contanti custoditi nei bancomat, si è rivelato reale.
Come spiega Fabrizio Goria su Linkiesta:

In altre parole, Ue e Cipro hanno congelato parte dei conti correnti dei ciprioti e di tutti gli stranieri che hanno depositi sull’isola. Ed è proprio su questo punto che rischia di crollare tutto il sistema di fiducia su cui si basa l’eurozona. Dal momento che viene meno la libera circolazione dei capitali, disciplinata dagli articoli 56 e 60 del Trattato CE, viene meno uno dei pilastri fondamentali dell’Ue stessa.

L’introduzione di misure per la limitazione alla circolazione del capitale, unito a un prelievo forzoso, rischia di fare molto più male che l’inconcludenza della politica europea per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non solo. Paradossalmente, rischia di fare più male dell’austerity e dei suoi effetti. Quando si era salvata la Grecia si disse che era un caso «unico». Si è visto che i bailout non si sono fermati. Anche quando la Grecia ha effettuato la prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia della zona euro si disse che era una situazione «unica». Poi arrivò il default selettivo e il piano di buyback del debito.

Gustavo Piga, ordinario di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega la portata dell’”incredibile errore economico e politico dei governanti europei con Cipro”:

Per ottenere 6 miliardi di euro dai depositanti ciprioti, tassa altamente regressiva (perché i cittadini più ricchi non detengono che una quota molto bassa della loro ricchezza in depositi bancari e perché tipicamente i più ricchi queste cose le vengono a sapere prima, in tempo per scappare) e altamente ingiusta (perché basata su contingenze del quotidiano e non di una effettiva e certa capacità di contribuire di colui che subisce l’imposta), l’Europa è riuscita nell’incredibile performance tafazziana di contemporaneamente:
a) perdere il supporto di una larga parte della popolazione cipriota sul progetto europeo;
b) aumentare la paura dei risparmiatori mondiali sugli investimenti nell’area euro, con tutti i connessi impatti sui rendimenti richiesti sulle attività in euro e sulla (accresciuta) probabilità di un effetto contagio sui depositi delle banche degli altri Paesi euro in caso di future notizie macroeconomiche negative appunto in quel Paese.

Al momento, Cipro è virtualmente fuori dall’Eurozona. Solo virtualmente, poiché l’articolo 50 del Trattato di Lisbona disciplina solo l’uscita dall’Unione Europea e non anche dall’Eurozona. secondo l’attuale legislazione, dunque, Nicosia non  può uscire dall’euro. Ma senza il piano di salvataggio da parte della troika, il suo sistema bancario rischia di implodere. A certificarlo è stato l’ennesimo downgrade da parte di Standard & Poor’s, che a portato il merito dell’isola da CCC+ a CCC, con outlook negativo. Ora un solo gradino (CCC-) separa l’isola dalla D di default.

Nicosia – Mosca, relazioni pericolose

Nello stesso giorno del gran rifiuto del Parlamento di Nicosia, il ministro delle Finanze Michalis Sarris è volato a Mosca con il ministro per l’Energia al fine di discutere della crisi del Paese con le autorità russe. In serata, Sarris ha poi rassegnato le dimissioni. Il motivo? Uno litigio telefonico fra il Sarris e Anastasiades, in cui il presidente avrebbe accusato il suo ministro di aver lasciato che la troika imponesse l’odioso prelievo dai conti correnti. Dimissioni infine rientrate, a riprova del caos che regna a Nicosia in questi giorni.

Il fatto che Cipro, membro della UE e dell’Eurozona, sia andata a negoziare con la Russia, è un vero smacco per Bruxelles. Ma neppure Nicosia è così entusiasta all’idea di chiedere aiuto a Mosca.
Nei giorni in cui la troika imponeva ai ciprioti il suo aut aut, il gigante energetico russo Gazprom, offriva la propria disponibilità al salvataggio dell’isola in cambio dei diritti di esplorazione dei depositi di gas naturale a largo del Paese. Cipro ha respinto l’offerta, scegliendo di proseguire i negoziati con la troika.
Il governo di Cipro non vuole rinunciare alle sue riserve di oro blu, il cui valore stimato ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro (20 volte gli aiuti necessari a salvarla). Per giunta, sta cercando di utilizzare tali riserve per scoraggiare il bank-run, offrendo ai risparmiatori di compensare i prelievi sui depositi con titoli legati alla redditività dei giacimenti.
Anche qui però ci sono degli intoppi. Lo sviluppo dei giacimenti richiederà almeno sette anni. Dunque il governo cipriota non ne incasserebbe gli introiti prima del 2020. Questo secondo le ipotesi più ottimistiche, perché le rivendicazioni avanzate dalla Turchia e da Israele ritarderanno verosimilmente l’inizio delle estrazioni almeno di qualche anno.

In realtà il gas di Cipro rappresenta una questione più strategica che economica. L’obiettivo di Mosca non è estrarre il gas, ma che non siano gli europei a sfruttarlo, rompendo così il monopolio delle forniture russe. Ancora Giorgio Arfaras:

per la Russia, che dipende almeno per il 70% del suo bilancio statale dai proventi di gas e petrolio, i giacimenti individuati al largo di Cipro e Israele, come pure nel mare greco, sono una minaccia: il primo mercato di future estrazioni sarebbe ovviamente l’Europa, in diretta concorrenza con le forniture russe. Così non stupisce che Gazprom voglia partecipare ai progetti estrattivi ciprioti e stia cercando scorciatoie.
Stupirebbe di più, fanno notare gli analisti, se una volta ottenute le licenze, la compagnia russa le sfruttasse appieno. Le esportazioni dai giacimenti in territorio russo garantiscono infatti il 100% dei profitti, il triplo di quanto può mettere in conto per l’export realizzato fuori dai propri confini nazionali.
Insomma, davanti all’offerta di un “salvataggio alternativo” da parte di Gazprom, Cipro continua a pensare che i russi abbiano solo interesse a entrare nei progetti, ma non a svilupparli completamente.

La crisi di Cipro nasce dalla sua natura di paradiso fiscale, in cui gli oligarchi russi (e non solo loro) depositavano i loro soldi senza dare troppe spiegazioni. Ma è stata la miopia politica dell’Europa a trasformare Nicosia da ridente isola del Mediterraneo a bomba ad orologeria in seno all’area euro.

“L’Islanda ha vinto”. Dunque pagherà il debito

E’ una noia dover smentire – per l’ennesima volta – le bufale sull'”Islanda che non paga il debito, ma un’importante sentenza della Corte dell’EFTA di due giorni fa, che avrebbe dovuto affossare definitivamente questa storia, ha invece contribuito a riportarla in auge. Potenza dei social network – e dell’ignoranza di chi li (ab)usa.
Lo capisco: è bello limitarsi a credere alle favole. Tipo quella di un Paese che si ribella all’economia globale rinnegando così il peso sociale di un gravoso default finanziario. Così la frottola viene assorbita dall’opinione pubblica, e tutti ne sottolineano lo stridente contrasto con la realtà di un’altra nazione (la nostra) dove invece il governo tecnico pare aver avuto cura non della popolazione bensì soltanto delle banche, di cui è percepito come mandatario. In realtà un rifiuto da parte della popolazione islandese c’è stato, ma di certo non ha riguardato le “responsabilità” di ripianamento dei debiti interni. Per capire meglio una vicenda che è stata – ingenuamente da alcuni, colpevolmente da altri – portata alla ribalta in termini non corretti, riporto integralmente quanto scritto da Fabrizio Goria su Linkiesta:

«Facciamo tutti come l’Islanda». Questa è una frase che si è sentita spesso negli ultimi anni. E si sente anche da due giorni. La decisione della corte dell’European free trade agreement (Efta), che ha preservato la posizione di Reykjavík nei confronti di Regno Unito e Olanda dopo il crac Icesave, non deve però stupire, né fare gridare al ripudio del debito. Semplicemente, sono state applicate le regole comunitarie.
I fatti sono noti. Nel 2008 l’istituto di credito islandese Landsbanki crolla, una settimana dopo il collasso della Glitnir Bank, anch’essa islandese. Ma dentro Landsbanki c’è una sua branca che opera all’estero, Icesave. I conti correnti di quest’ultima hanno un accoglienza significativa sul mercato inglese e olandese, complici gli elevati tassi d’interesse che promettono. Ma con la nazionalizzazione di Landsbanki, avvenuta il 7 ottobre 2008, poche settimane dopo la capitolazione di Lehman Brothers, iniziano i problemi. I correntisti di Regno Unito e Olanda, dove Icesave opera per nome e per conto di Landsbanki, rimangono con il cerino in mano. E si apre una querelle diplomatica destinata a durare per anni.
Il governo islandese si rifiuta di indennizzare integralmente i correntisti. Il motivo è chiaro. Essendo una banca privata a essere saltata, non c’è motivo per il quale sia Reykjavík a dover pagare per i danni provocati da Landsbanki. In realtà, dato che l’Islanda ha adottato la direttiva euopea 94/19 dal primo gennaio 2000, anche le banche islandesi sono rientrate nel Fondo di garanzia per investitori e depositanti, attivato tramite l’atto 98/1999. Il Fondo garantisce fino all’equivalente di 20,887 euro, ma dal maggio 2008, proprio a causa del lancio di Icesave, Landsbanki decide di adottare lo schema di garanzia dei depositi usato in Olanda, il cui limite minimo di garanzia sarà poi innalzato da 40.000 euro fino a 100.000 euro. Allo stesso modo, si adottò il modello britannico per il Regno Unito, che garantiva fino a un massimo dell’equivalente di 50.000 sterline.
Con l’imminente nazionalizzazione di Landsbanki, Icesave salta e i correntisti olandesi e britannici perdono i loro depositi. La corte di Amsterdam e quella di Londra chiedono ragguagli a Reykjavík, ma questa si appella alla normativa vigente: garantirà solo cosa gli spetta, non un centesimo in più. Punto. Per tutto il resto, dice l’Islanda, i correntisti possono rivolgersi a Olanda e Regno Unito, che offrono le garanzie nazionali ai correntisti di Icesave per l’intero ammontare dei depositi presenti. Londra e Amsterdam pagano e si rivalgono su Reykjavík, che esborsa circa 4,6 miliardi di euro a fronte di richieste per circa 8 miliardi di euro.
Ora però l’Efta ha detto che no, l’Islanda ha agito nel pieno rispetto delle norme vigenti al momento del caso Landsbanki. Infatti, solo nel 2009 fu introdotta la nuova normativa che garantisce i depositi di correntisti e investitori fino a un massimo di 100.000 euro. Un sollievo per il governo di Reykjavík e per l’Islanda, che a seguito della crisi finanziaria ha dovuto chiedere il sostegno del Fondo monetario internazionale (Fmi) tramite un programma biennale per un totale di 2,1 miliardi di dollari. Debiti, anche in questo caso, ripagati (anche se in parte). È facile immaginare come l’applicazione della nuova normativa in base alle richieste di Londra e Amsterdam, oltre a essere irricevibile, avrebbe avuto un effetto devastante per i conti pubblici islandesi.
La scorsa settimana il presidente islandese Ólafur Ragnar Grímsson ha parlato al World economic forum (Wef) di Davos. Ed è stato un intervento che ha emozionato i presenti. «Dobbiamo lasciare che le banche falliscano, non possiamo essere i responsabili delle malversazioni dei privati», ha detto Ragnar Grímsson. Parole corrette, ma che si devono ricondurre a quello che è il sistema bancario islandese: piccolo, chiuso e altamente finanziarizzato. Come ha ricordato anche la banca danese Danske Bank, che ha seguito da vicino il caso Icesave, «una soluzione come quella assunta dall’Islanda è unica e non si può replicare in alcun modo all’interno dell’eurozona». Parole confermate anche da Ragnar Grímsson che, durante un discorso di inizio 2012, disse di non augurare «a nessuno» la sofferenza passata dai contribuenti del suo Paese dopo il caso Landsbanki.
Insomma, l’Islanda ha vinto una battaglia, ma non la guerra. Ha dovuto pagare a caro prezzo il crac Icesave, sussidiaria di una banca privata islandese, la Landsbanki appunto. Ha però evitato di sborsare ciò che non le era dovuto. Non proprio il ripudio del debito che tanto fa sognare tanti.

Consiglio di dare uno sguardo anche all’approfondimento su Phastidio. Queste le conclusioni:

Quindi, riepilogando, ad uso degli italiani:

  1. l’Islanda non ha ripudiato il proprio debito pubblico verso non residenti;
  2. Il dissesto era relativo alla controllata estera di una banca privata islandese andata fallita;
  3. I governi dei paesi che ospitavano tale controllata avevano chiesto all’Islanda di essere indennizzati in base alla nuova direttiva europea, cioè per 100.000 euro a cranio di depositante;
  4. Il governo islandese ha indennizzato i depositanti esteri usando le leggi locali all’epoca vigenti, ed ha visto riconosciute le proprie ragioni da una sentenza della corte dell’EFTA;
  5. I contribuenti islandesi hanno pagato e stanno pagando per onorare i debiti di Icesave. Pagano il giusto (secondo l’EFTA), ma pagano;
  6. …e stanno pesantemente pagando anche per la nazionalizzazione del proprio sistema bancario fallito. Com’è che era? , “Il vostro debito non lo paghiamo”?

Non c’è e non c’è mai stato alcun default sovrano, nella condotta di Reykjavík, ma solo la grande dignità di un popolo che ha rispettato le leggi del tempo, la propria e le altrui.

Dopo questo episodio e queste informazioni aggiuntive, c’è speranza a casa nostra di non sentire o leggere mai più idiozie provenienti da grilli parlanti, tribuni arancioni affabulatori della plebe ed economiste stridule? No, vero?

Concludo con questa chiosa di Antonio Rispoli su Julie News, di cui sottoscrivo ogni riga:

Purtroppo il problema grave resta il fatto che, come ho detto all’inizio, è sempre più difficile leggere qualche notizia seria in Internet. Ormai la gente legge due articoletti sgrammaticati e si sente esperta di qualsiasi materia: economia, guerra, storia, biologia, ecc. Si condividono senza ritegno i link più cretini e assurdi e soprattutto li si difendono come se si trattasse di oro colato, proveniente da una fonte assolutamente certificata. Manca assolutamente quell’indispensabile senso critico che porti a dire: “Ma questo può essere vero?”. Nulla del genere.
Ricordo una intervista fatta al grande giornalista Indro Montanelli, quando a metà degli anni ’90 era opinionista per La7. Ad un certo punto disse: “Io vorrei fare un giornale, dove mando un giornalista di Forza Italia ad intervistare Prodi o D’ALema e un giornalista dei Ds ad intervistare Berlusconi. Sarebbe il miglior giornale d’Italia, ma non lo leggerebbe nessuno”. Quella intervista mi rimase impressa perchè sul momento mi dette l’impressione che la lucidità di Mointanelli fosse andata a farsi benedire. Come si fa a fare “il miglior giornale” senza che la gente sia interessata? Col tempo poi ho capito: tranne una percentuale irrisoria di persone, tutti gli altri non scelgono un giornale o un TG in base alla qualità di ciò che è scritto o alla bravura dei giornalisti. Semplicemente si cerca quel giornale o quel TG che dia ragione ai propri pregiudizi e alle proprie idee. Io posso fare il miglior scoop della storia, ma chi è ideologicamente contrario negherà la veridicità di ciò che ho fatto. E’ così che su Internet sono fiorite teorie fantasiose, come quelle che vogliono la causa della crisi da ricercarsi nel signoraggio e/o nel fatto che ad emettere le banconote è un organismo come la Bce; o quelle sull’esistenza di un complotto mondiale teso a creare un Nuovo Ordine Mondiale. E così via.
E guai a provare a spiegare a queste persone che stanno sbagliando, che i dati concreti dicono il contrario. In questi casi, il minimo che capita è essere insultati, indicati come “servo delle banche” e peggio. Non c’è alcuna possibilità di dialogo, insomma, o di spiegarsi. L’abbondanza di informazioni reperibili sulla Rete, senza un filtro critico e razionale per separare il grano dal loglio (o, se si preferisce, il letame dalla cioccolata) non ha fatto altro che creare una marea di estremisti, cioè di persone che non riescono a vedere oltre il muro delle proprie ideologie.

C’è bisogno di aggiungere altro?

La guerra delle banche centrali e l’anarchia di quelle private

Agli inizi di gennaio Demostenes Floros, analista geopolitico ed economico, sottolineava il nuovo anno si sarebbe aperto con le tre questioni geoeconomiche lasciate irrisolte nel 2012: la volatilità del prezzo del petrolio, la crisi del debito Usa – malgrado l’intesa anti-fiscal cliff – e un rischio di progressiva “balcanizzazione” del mercato finanziario dell’Eurozona (peraltro già in atto a livello continentale).
L’andamento del greggio, e più in generale delle commodities, è dovuto al continuo ricorso che le banche centrali fanno alla leva del cambio: si svalutano le rispettive monete per rendere le proprie merci appetibili sui mercati esteri, rilanciando la crescita. Già in ottobre lo stesso Floros prefigurava una guerra tra svalutazioni volte a fare ripartire l’economia grazie alle sole esportazioni. E questo in palese contraddizione col mandato principale di ogni banca centrale che si rispetti, ossia il contenimento del livello dei prezzi. Perché?

Le banche centrali sono gli esecutori, ma i mandanti sono i governi. Tanto ansiosi di vedere il segno più davanti al PIL quanto incapaci di formulare una soluzione alla crisi che non passi per la leva monetaria – cosa che peraltro l’Eurozona non può fare, come Germania comanda.
Per il momento a farne le spese è l’euro, messo sotto pressione dalle politiche di svalutazione scelte da Stati Uniti e Giappone. Secondo il numero uno della Bundesbank Jens Weidmann il rischio che stiamo correndo è quello che si inneschi un vero e proprio conflitto a colpi di tassi di cambio, che provocherebbe una serie di svalutazioni, minacciando la competitività tra i Paesi.
Ma se le politiche monetarie le decidono i governi, cosa ne è della decantata indipendenza degli istituti centrali? Fabrizio Goria su Linkiesta risponde che l’era della separazione tra potere economico e potere esecutivo sembra volgere al termine:

La guerra valutaria che verrà, ma che per molti versi già esiste, è nata per via delle lacune della politica. Come ha ben argomentato sul Financial Times il capo-economista di Hsbc, Stephen King, è finita l’era dell’indipendenza delle banche centrali mondiali. Le ragioni sono diverse. La prima, più evidente, è la situazione di estrema emergenza in cui si sono trovati i governi dopo il fallimento di Lehman Brothers, la quarta banca statunitense. Di fronte alla possibilità di un collasso del sistema finanziario, possibile a causa dell’incredibile ramificazione dello stesso, i governi hanno chiesto uno sforzo mai domandato prima alle proprie istituzioni monetarie. Hanno chiesto di fare di più, di guardare anche alla terza faccia della medaglia, quella degli interventi straordinari. Così è stato fatto e solo così si è riuscito ad arginare l’emergenza legata al collasso del mercato immobiliare.
Il secondo motivo è legato alla crescente competizione fra i Paesi. Le aree emergenti sono sempre più aggressive, mentre quelle sviluppate stanno sperimentando un rallentamento strutturale del proprio modello di sviluppo. Già due anni fa il ministro brasiliano delle Finanze, Guido Mantega, aveva messo in guardia le economie avanzate da un possibile conflitto valutario. «Le banche centrali sono entrate in un nuovo mondo, in cui sono tutti contro tutti: è una guerra senza confini in cui non ci sarà alcun vincitore», affermò parlando dal World economic forum. Aveva ragione.
Nonostante le evidenze, c’è chi ritiene che l’ipotesi di una guerra monetaria sia «esagerata». È il caso del capo-economista del Fondo monetario internazionale (Fmi) Olivier Blanchard. A margine della presentazione dell’ultima revisione del World economic outlook, Blanchard ha spiegato che sembrano esserci i presupposti per un tal scenario. Quello che è certo è che è in atto un ribilanciamento dell’economia globale, che obbligherà governi e banche centrali a sperimentare nuove strategie per contrastare il rallentamento delle aree avanzate. E non è detto che queste siano le più adatte.

C’è poi un altro aspetto.Se da un lato le banche centrali sono sempre meno indipendenti, dall’altro quelle private sono sempre più fuori controllo.
Il documento di Basilea 3, che in teoria dovrebbe definire gli standard patrimoniali per mettere in sicurezza le banche, in realtà rappresenta l’ultimo regalo che l’Europa ha fatto agli istituti di credito, anziché uno strumento per salvaguardare l’economia post Lehman Brothers. In metà gennaio il Comitato di Basilea, cuore della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), ha deciso di procrastinare l’entrata in vigore dei nuovi standard, dando tempo fino al 2019 (il limite precedente era il 2015) per portare il livello, a colpi di 10 punti percentuali l’anno, allo standard di sicurezza del 100%.
C’è chi afferma sia una vittoria per il mercato e per le imprese, che potranno avere più liquidità. Eppure, sembra una vittoria solo per i banchieri. Nel mentre, dovrà essere compito delle banche centrali vigilare, sperando di non indossare ancora una volta i panni del prestatore di ultima istanza. Se l’obiettivo principale della Bri era quello di ridurre i rischi di shock finanziari sistemici, questo è mancato completamente. Linkiesta:

Saranno le banche centrali a essere l’ago della bilancia sui mercati finanziari, aumentando il proprio ruolo di market maker, sperimentato attivamente nel 2012. Federal Reserve, Banca centrale europea, Bank of England, Banca nazionale svizzera, Bank of Japan e Bank of Canada hanno mutato la loro natura per cercare di mettere una toppa agli errori dei finanzieri. In alcuni casi con profitto, vedasi Fed e BoE. Altri, con estrema difficoltà, come successo alla Bce. Solo dopo essersi resa conto di aver contribuito a rompere il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, l’istituzione di Draghi è tornata sui propri passi, riuscendo a stabilizzare la situazione.
L’impressione finale è che il Comitato di Basilea non poteva far altro. Chiedere alle banche di dotarsi di capitale di sicurezza in questo momento sarebbe stato troppo oneroso. Due i motivi. Da quando è scoppiata la bolla del mercato immobiliare statunitense gli istituti di credito sono impegnati in un lento e inesorabile processo di riduzione di asset e rischi correlati. Si tratta del deleveraging. Per le banche europee, spiegava Morgan Stanley già nel 2011, la contrazione è di circa 2.000/2.500 miliardi di euro fino al 2015. Ancora più elevato secondo i calcoli di Bank of New York Mellon, che ha calcolato che gli istituti di credito europei dovranno ridurre asset per quasi 3.000 miliardi di euro nell’intervallo temporale 2011-2015.

Questo per quanto riguarda il sistema bancario “ufficiale”. A cui se ne affianca un altro, meno conosciuto e meno regolamentato. E pertanto più pericoloso.
Un rapporto del  Financial Stability Board di novembre rivelava che il sistema bancario ombra non è mai stato così grande come oggi. Il problema principale, notava ancora Fabrizio Goria, sono gli intermediari finanziari non bancari (Nbif), in quanto alcuni di essi, nel caso si ritrovassero corti di liquidità, potrebbero mettere a repentaglio la sopravvivenza delle intere aree in cui operano:

Il motivo, sottolinea il Financial stability board, è duplice. Da un lato la mancanza di controllo, unita all’elusione della poca vigilanza che esiste, ha creato dei giganti finanziari che gestiscono immense quantità di asset spesso troppo complessi da comprendere. Come spiega a Linkiesta una fonte di Moody’s «ci sono investimenti in prodotti strutturati complessi che hanno un profilo di rischio semplicemente incalcolabile, dato che potrebbero volerci giorni prima di sapere che cosa è stato cartolarizzato». Dall’altro lato, tuttavia, ci sono gli aspetti più preoccupanti, ovvero l’interdipendenza e l’interconnessione. Questi intermediari finanziari hanno bisogno dei canonici canali di liquidità per sopravvivere e, di contro, forniscono a loro volta la liquidità al sistema bancario. È un gioco mortale. Nel caso un intermediario finisca a gambe all’aria, i risvolti potrebbero essere rilevanti per molti istituti di credito. Viceversa, se gli ingranaggi del sistema interbancario non sono correttamente oliati, ecco che il sistema bancario ombra si inaridisce. Pensare ai due sistemi bancari, tradizionale e ombra, come due elementi a sé stanti non è possibile: sono le due facce della stessa medaglia. Il problema, semmai, è che si è arrivati al punto che dalla sopravvivenza dell’uno dipende quella dell’altro.

Intanto, in Italia siamo alle prese con la grana Monte dei Paschi, uno scandalo finanziario che ha messo in ginocchio l’istituto bancario più antico del Belpaese. E che vede ora coinvolta anche la Banca d’Italiaqui alcuni stralci del rapporto interno di fine 2009 che lanciava l’allarme sulla finanza avventurosa di MPS, rimasto ignorato finché i nodi non sono venuti al pettine.
E se quello di MPS fosse solo il primo di una serie di fallimenti “di sistema”?