Category: Geoeconomia


Probabilmente la perdita riportata da JP Morgan finirà per essere molto più grande rispetto ai due miliardi dichiarati sui giornali. In ogni caso rappresenta l’ennesima prova dell’incapacità del mercato di autoregolarsi, in barba alle proprietà salvifiche della “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith. L’ennesimo sfacelo di quella deregulation che avrebbe dovuto essere la molla dell’economia e invece si è rivelata la sua scure.
L’Huffington Post, in un articolo che analizza le (altre) perdite sui derivati riportate dall’istituto, afferma:

The U.S. can count on JPMorgan to continue both long and short market manipulation and take its winnings and losses from blind gambles. Shareholders, taxpayers, and consumers will foot the bill for any unpleasant global consequences.

Non solo. Questa analisi della Reuters osserva che il rovescio da due miliardi è  il risultato, forse inevitabile, dell’interazione delle due politiche adottate per mettere una pezza al sistema finanziario americano dopo il disastro del 2008: quella del too big to fail, da un lato; e quella del denaro alle banche  a costo zero, dall’altro:

Too big to fail, the de facto insurance provided by the U.S. to financial institutions so big their failure would be disastrous, provides JP Morgan and its peers with a material advantage in funding and as counterparties. Depositors see it as an advantage, as do bondholders and other lenders. That leaves TBTF banks flush with cash.
At the same time, ultra-low interest rates make the traditional business of banks less attractive, naturally leading to a push to make money elsewhere. With interest rates virtually nothing at the short end but not terribly higher three, five or even 10 years out, net interest margins, once the lifeblood of large money center banks, are disappointingly thin. Given that investors are rightly dubious about the quality of bank earnings, and thus unwilling to attach large equity market multiples to them, this puts even more pressure on managers to look elsewhere for profits[si veda qui]

Per avere un’idea  di JP Morgan, è bene ricordare che:

  • Ha avanzato, assieme a Goldman Sachs, una proposta di regolamentazione degli strumenti derivati, salvo poi affossare ogni concreta possibilità di riforma;
  • È stata tenuta in piedi dal sontuoso piano di salvataggio del governo USA, salvo poi utilizzare i soldi gentilmente ricevuti per investire in India e di altri progetti che ingrosserà le tasche dei suoi top manager, ma non quelle esangui dei contribuenti americani

Manca qualcosa? Ah, si. Benché sia “troppo grande”, può plausibilmente fallire.

Dollar da 1913.gif Federal Reserve e grandi banche sono Andando a schiacciare il dollaro ...  e risparmiatori americani

Le speranze di ripresa dell’economia americana (e, dunque, dell’occupazione) sono legate all’eventualità che gli Stati Uniti riescano ad incrementare l’attuale livello di esportazioni. Per aumentare le quote del made in USA nel mondo, la Federal Reserve intende svalutare il dollaro del 33% nei prossimi 20 anni attraverso un 2% d’inflazione annuo.
Perché? La Fed (a differenza della BCE in Europa) è deputata non solo al controllo della stabilità monetaria, ma anche alle politiche sull’occupazione. Manipolare i tassi di interesse renderà le merci americane più competitive, rilanciando la produzione e di conseguenza la creazione di nuovi posti di lavoro, a fronte di un aumento del livello dei prezzi appena percettibile.

Forbes spiega le ragioni per cui questo piano si rivelerà fallimentare. In teoria, tale aumento non comporta grossi sconvolgimenti nella vita dei comuni cittadini. Sotto il gold standard, un tale aumento era raro, ma non sconosciuto. La differenza è che quando il dollaro era agganciato all’oro, nel tempo a tale inflazione modesta faceva seguito una riduzione dei prezzi. Di conseguenza, per lunghi periodi di tempo, questi ultimi restavano sostanzialmente invariati.
Oggi non è più così. La politica della Fed del denaro alle banche a costo zero sta accentuando le conseguenze negative di questa costante erosione del potere d’acquisto del dollaro, imponendo un ritorno negativo sulle obbligazioni e sui depositi bancari a breve termine. A conti fatti, sempre secondo la Fed, tale obiettivo ruberà – non c’è termine più adatto per dirlo – quasi il 10% dei risparmi degli americani per i prossimi 4 anni. Inoltre, l’idea che svalutazione monetaria e disoccupazione siano legate da una relazione inversa è un’ipotesi di scuola, visto che risultati degli ultimi 40 anni dicono il contrario: l’esperienza più recente – con il Quantitative Easing - smentisce il concetto che la manipolazione del dollaro possa stimolare l’economia.

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Secondo IFRE il Tesoro italiano ha in portafoglio strumenti derivati per un ammontare sui 30 miliardi di euro. Il nostro Paese è dunque uno dei maggiori investitori sovrani in tali controverse attività finanziarie.
Il problema non è l’investimento in sé, quanto il fatto che il governo - o meglio, tutti i governi succedutisi nel tempo - si sono sempre rifiutati di dire da dove vengono questi derivati e quanti si annidano nello stock del nostro debito pubblico. Questa scarsa trasparenza getta un’ombra circa la composizione del debito stesso e, in ultima analisi, sulla sua sostenibilità, alla luce dell’attacco speculativo di cui l’Italia è bersaglio da mesi.
L’articolo segnala il caso di Morgan Stanley, che ha ridotto la propria esposizione in credit default swaps verso l’Italia di 3,4 miliardi di dollari. Ciò che non emerge dai risultati finanziari della banca sono le modalità con cui questa dismissione è avvenuta. Se lo swap fosse stato ristrutturato o ceduto ad un altro intermediario, il Tesoro potrebbe non aver pagato nulla. Se invece il contratto è stato chiuso, e molti pensano sia andata così, l’operazione potrebbe esserci costata circa 2 miliardi di dollari.
Poca cosa, rispetto ad uno stock complessivo di 1.900 miliardi. Il problema è che non sappiamo di preciso quanti swap galleggiano come mine vaganti nel mare magnum del nostro debito perché nessun governo ha mai voluto essere chiaro su questo punto.
Secondo la European Bank Authority, l’Italia deve alle banche dell’area euro circa 5,1 miliardi di euro in contratti swap. Si badi bene: dell’area euro, per cui non sono comprese le esposizioni verso gli istituti d’affari di Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera. Se tali investitori decidessero di chiudere le rispettive posizioni, peraltro sempre più costose da mantenere in virtù del nuovo regime normativo, il salasso per le italiche finanze potrebbe rivelarsi astronomico.
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La Cina deve investire la sue riserve valutarie (3.200 mld dollari) e il debito americano non le basta più. Dopo anni di acquisti di Treasury Bond, Pechino ha preso di mira l’Europa.
Poi si è lanciata alla caccia di public utilities, avvantaggiata dalla crisi che ha reso possibili fusioni e acquisizioni a prezzi ridotti e ha quasi azzerato la forza contrattuale dei Paesi più indebitati.
Ai governanti va bene così: messi in difficoltà dall’opinione pubblica e più interessati alle prossime elezioni che alle future generazioni, gli esecutivi del Vecchio Continente accolgono giulivi i denari che da Pechino arrivano copiosi, tralasciando il fatto che in questo modo stanno svendendo l’avvenire di quei Paesi che in teoria sarebbero chiamati a salvaguardare.

Il Portogallo è l’esempio più lampante di questa scarsa lungimiranza strategica dettata dallo stato di necessità. Lo scorso anno destò molto stupore la notizia che i cinesi stavano effettuando massicci investimenti in titoli pubblici di Lisbona (qui, qui e qui).
In maggio il Portogallo è stato salvato dalla bancarotta attraverso un prestito di 78 miliardi di euro da parte dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale, in cambio di un programma di austerity che comprendeva tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni di asset statali. La Cina non ha perso tempo e, forte della crescente quota di debito (e di sovranità) portoghese in suo possesso, si è fiondata sul banchetto di privatizzazioni. Nonostante ciò, tra banche in rosso e spread alle stelle, Lisbona è ormai ad un passo del baratro, e per salvarsi cerca di fare cassa svendendo le proprie aziende di servizi.
Giovedì scorso la China State Grid è diventata socio di riferimento della rete elettrica portoghese, dopo che il governo le ha ceduto una quota del 40% per 592 milioni di euro, circa 150 milioni in più rispetto al prezzo di mercato.
L’operazione fa il paio con un’altra, nel mese di dicembre, nella quale Lisbona ha venduto il 21,35% di Energias de Portugal (EDP) alla Three Gorges Corp. per 2,7 miliardi di euro (50% di più del prezzo di mercato).
E si tratta solo delle prime mosse di un più vasto piano di sostegno dell’economia lusitana, che potrebbe portare altri 8 miliardi di ulteriori investimenti.

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Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch continuano ad abbassare la valutazione del debito dei Paesi in crisi, mettendo a rischio non solo stabilità dell’Eurozona ma la sua stessa esistenza.
L’ultimo assalto è avvenuto perché gli Stati europei avevano osato pensare a una partecipazione volontaria delle istituzioni finanziarie private (banche, assicurazioni, fondi di gestione, ecc) al salvataggio della Grecia, il cui fallimento è dato quasi per certo. Una soluzione alla quale le tre Parche del rating hanno imposto il loro veto con un’ecatombe di declassamenti (qui i rapporti esplicativi), alimentando così il clima di nervosismo dei mercati finanziari.
Che le agenzie di rating siano venute meno ai loro compiti di fornire un’informazione corretta è ormai un sospetto molto diffuso.  Benché il rating sia un servizio importante fornito agli investitori, in realtà nel tempo è diventato un meccanismo poco trasparente e monopolizzato dalle tre grandi società che oggi si accaparrano il 95% del mercato. Il settore è oggi uno dei più segreti e sconosciuti al mondo, ma anche uno dei più redditizi, se pensiamo che  negli ultimi tempi i profitti delle agenziesi sono spinti fino al 50% del loro giro d’affari (1,3 miliardi di euro per S&P’s nel 2010).
Anche se le agenzie rispondono che fanno il loro lavoro e che il mercato non ha bisogno di loro per farsi un’opinione, due studi (uno del FMI, l’altro della BCE) dimostrano la loro responsabilità diretta nell’attuale instabilità finanziaria. In entrambi casi la conclusione è che i ripetuti downgrading hanno un effetto diretto sugli investitori, che chiedono automaticamente dei tassi di interesse più alti in ragione del premio di rischio. Spesso queste agenzie seguono le paure del mercato, ma talvolta le anticipano, creando delle previsioni che si autoavverano. Mobilitando diverse decine di miliardi di euro per mettere interi Paesi (Grecia, Irlanda e Portogallo) al riparo da un fallimento peraltro non ancora scongiurato. In un mercato integrato come quello dell’euro, questi declassamenti hanno un effetto destabilizzante sull’insieme degli altri Paesi, compresi quelli dell’esclusivo club della tripla A.

Da un punto di vista storico, i dati devono far riflettere. Per anni le agenzie hanno sistematicamente ignorato i problemi strutturali legati alla bolla immobiliare USA e alle economie periferiche europee, nonostante da tempo mostrassero segni inquietanti. Questa lunga analisi del Sole 24 ore ricostruisce nel dettaglio il caso greco. Ai primi di dicembre 2009 un report di Moody’s scriveva ancora che i “timori degli investitori sulla Grecia era malposti”. Solo dopo che il governo di Atene ha ammesso di aver mentito sulla portata del debito greco, è cominciato il ciclo di declassamenti. Un allarme più tempestivo avrebbe potuto ridurre il flusso di denaro investito verso Atene ed evitare così il super haircut del 50% deciso il 26 ottobre a Bruxelles, che oggi costerà 100 miliardi di euro di perdite nei bilanci della maggiori banche del mondo.
Sulla Grecia Moody’s si è difesa dicendo che la sua estrema prudenza è stata determinata dalla convinzione che l’ingresso di Atene nella zona euro avrebbe evitato per sempre qualsiasi ipotesi di bancarotta. In compenso l’agenzia ha percepito cifre varianti da 330.000 a 540.000 dollari ogni anno per dare il rating al debito pubblico ellenico.
E poi ci sono gli altri casi consegnati agli annali. Lehman Brothers, che ha mantenuto la tripla A fino al giorno stesso del fallimento. Enron, anch’essa tripla A fino ad un secondo prima del collasso. Il downgrading degli Stati Uniti, dovuto ad un errore di 2.000 miliardi di dollari nelle stime di riduzione del debito e motivato da affermazioni politicamente molto orientate alle critiche del Tea Party. Il downgrading della nuova Tunisia, proprio il giorno dopo la cacciata di Ben Alì. In ultimo gli Eurobond, affondati prima ancora di vedere la luce (se mai la vedranno) perché marchiati da un voto basato sulla più bassa valutazione del credito tra quella dei Paesi partecipanti – se fosserogarantiti per il 27% dalla Germania, per il 20% dalla Francia e per il 2% dalla Grecia, il rating sarebbe CC, quello della Grecia
Gli infortuni delle agenzie hanno contribuito ad innescare quel disastro finanziario del 2008 costato finora ben 7.700 mld di dollari di finanziamenti della Federal Reserve allo 0,1% di interesse alle grandi banche americane, secondo quanto ricostruito da Bloomberg. Dopo aver affondato l’economia americana, ora pare che le agenzie vogliano la pelle dell’euro, unendo così in un unico tragico destino le due sponde dell’Atlantico

La questione del controllo delle società di rating si lega strettamente a quella del (presunto) anonimato dei cosiddetti “mercati”. A prima vista, infatti, la speculazione appare un fenomeno fisiologico, insito alla natura stessa della finanza e dovuto all’azione congiunta della generalità degli investitori; in realtà dietro le quinte si celano nomi e volti. Sempre gli stessi.
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La storia dell’Islanda che “sconfigge l’economia globale” circola da mesi. Idealisti e indignados sia di destra che di sinistra l’hanno elevata ad emblema della ribellione popolare per dimostrare a noi onesti cittadini oppressi dal debito che vincere contro presunti complotti di altrettanto presunti “poteri forti”, “governi occulti”, e chi più ne ha più ne metta, si può.
Tuttavia, nell’epoca di internet e dell’informazione in tempo reale, praticamente nessuno si è preoccupato di verificare le fonti, limitandosi ad accettare acriticamente quanto veniva diffuso su Facebook o altri canali alternativi. Se qualcuno si fosse degnato di fare una ricerca con il pc nella sua cameretta, senza dar retta a questa o quella chimera, si sarebbe reso conto da solo che la sproporzione tra entusiaste dichiarazioni e realtà sul campo si dimostra massima.
Questo articolo su sito Approfondendo.it analizza la vicenda islandese punto per punto, spiegando perché quanto viene propagandato dalla controinformazione italiana non sia altro che fumo negli occhi. Il testo risponde fondamentalmente a queste tre domande: cosa c’è di vero nel caso islandese, cosa è veramente successo e se l’esperienza islandese possa essere trasposta nella realtà italiana.

Una premessa: qui mi sono limitato a sintetizzare questo articolo, ma sulla rete ci sono molti altri contributi che approfondiscono la vicenda islandese. Mesi fa, io stesso avevo parlato della decisione di Regno Unito e Olanda di convenire l’Islanda in tribunale in caso di bocciatura del referendum popolare sul piano di rientro del debito (mentre tutti elogiavano tale scelta di “non pagare il debito”) e della disinformazione che anima  slogan e “ricette per la crisi” proposti dai cosiddetti indignados. Ricevendo insulti e critiche, come prevedibile, o al più indifferenza.
È chiaro che svegliarsi da un sogno non è mai piacevole, ma chiudere gli occhi di fronte alla realtà non è cosa saggia. Finalmente sulla rete, in mezzo a tante approssimazioni, se non addirittura vere e proprie menzogne e falsità, cominciano ad elevarsi alcune voci decise a chiarezza.

Dunque, il caso Islanda.
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Se lo chiede l’Economist. È solo una battuta, ma sintetizza un macroscopico squilibrio insito nelle statistiche globali. In teoria, su scala mondiale il saldo delle partite correnti (dato dal controvalore dei volumi di import-export) dovrebbe essere a somma zero, perché l’esportazione di un Paese è di importazione un altro. Tuttavia, dal World Economic Outlook dell’Fmi emerge che nel 2010 il mondo avrebbe esportato 331 miliardi dollari in più rispetto a quanto ha importato, volume destinato più che a raddoppiare (700 miliardi) entro il 2014, secondo le previsioni. Gli economisti commentano ironicamente che il surplus è dovuto al commercio in nero con gli extraterrestri. In realtà il dato riflette la presenza di errori statistici: o il disavanzo di alcuni Paesi (come gli Usa) è sottostimato o l’eccedenza di altri (come la Cina) è sopravvalutato, e in quantità crescente.
Un dato empirico suggerisce la dinamica di entrambe le ipotesi. Il commercio globale ha registrato un persistente disavanzo per almeno tre decenni fino al 2005. Nel 2001, ad esempio, si calcolava un deficit delle partite correnti pari allo 0,5% del PIL mondiale; nel 2012, secondo l’Fmi, si prevede al contrario un surplus dello 0,8%. Ma questo dato supera il surplus della Cina nello stesso periodo, il quale dovrebbe raddoppiare entro i prossimi tre anni. A rigor di logica, altrove dovrebbe registrarsi un deficit sempre maggiore. Al contrario il Fmi prevede un avanzo corrente anche per il resto del mondo. Inverosimile.
Gli economisti sollecitano i governi ad adottare politiche che consentano di ridurre gli squilibri globali, trascurando però che i vizi insiti nelle statistiche che li rappresentano. Per riassestare i dati è necessario scoprire dove si annidano gli errori.

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1. C’è una cosa che accomuna Gheorghe Papandreou ad Angela Merkel: il talento di complicare anche le cose più semplici. Entrambi sono totalmente assorbiti dalle miserie della politica interna da non avere coscienza di come le decisioni assunte in casa propria possa avere conseguenze disastrose sulla pelle degli altri.
Non è ben chiaro cosa il premier greco volesse ottenere con la sparata del referendum. Se voleva mettere l’Europa con le spalle al muro, inducendola a concedere ulteriori aiuti, ha fatto male i calcoli. Se invece cercava di guadagnare tempo per prepararsi al voto di fiducia, si è dato la zappa sui piedi. L’unico effetto è stato quello di aggiungere caos al caos, mandando gli indici di borsa a picco.
Solo frau Merkel era riuscita a fare di peggio, quando un anno e mezzo fa si rifiutò di affrontare la crisi greca per non compromettere l’esito delle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia. Col risultato di aggravare la prima e perdere le seconde. Due piccioni con una fava.
A parte questa comune tendenza all’entropia, Papandreou e Merkel (e per estensione Grecia e Germania) sono divisi da tutto.  Mettiamo un pò d’ordine.

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Le violente proteste in Grecia non sono che la punta dell’iceberg della disperazione che si vive nel Paese culla della civiltà. Giudicati fannulloni e irresponsabili dai colletti bianchi dell’eurocrazia, i Greci stanno pagando un prezzo altissimo per i sacrifici loro imposti in nome della moneta unica.
Press Europe riassume a grandi linee i caratteri di quello che definisce un genocidio finanziario: riduzione di stipendi e pensioni fino al 30%; prezzi di luce e gas rincarati del 50%, quelli dei carburanti raddoppiati; oltre 55.000 imprese commerciali fallite; dipendenti pubblici pagati con mesi di ritardo (quelli del Ministero della Cultura non prendono stipendio da quasi due anni); disoccupazione giovanile al 40%; scuole e università paralizzate; nuove tasse inventate da un giorno all’altro e consumi crollati.

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Il vero paradosso della crisi

di Luca Troiano

Quando l’uomo di strada ascolta le notizie economiche nei tg crede resta allibito. Non tanto per la penuria di buone novelle, circostanza alla quale siamo abituati da (ormai) un quadriennio. Ciò che lascia di sasso è la (inestricabile) rete di paradossi generata dalla (interminabile) crisi globale: L’euro è a rischio a causa dei debiti sovrani, ma rimane forte sui mercati valutari; le agenzie di rating decidono le sorti degli Stati, declassando alcuni Paesi i cui fondamenti sono vacillanti ma risparmiando altri nelle stesse condizioni; il Giappone ha il debito più grande del mondo in rapporto al PIL ma gli investitori continuano a sostenere lo yen; la solvibilità degli Usa non in dubbio ma è bastato scendere di un gradino nella scala S&P per mandare i mercati a picco.
Un quadro che manda in tilt ogni sorta di ragionamento dell’uomo medio. Il quale arriva a spiegare le controverse dinamiche della finanza tramite il ricorso a teorie complottiste su presunti “poteri forti” che guidano le sorti dell’economia mondiale a proprio beneficio e a scapito di tutti gli altri.
Ma non è così. Le contraddizioni nascono dal fatto che il sistema finanziario globale non è lineare. E applicando operazioni aritmetiche ad un mondo algebrico è normale che i calcoli non tornino.

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1. I giacimenti di petrolio a largo del Brasile potrebbero avere la “stessa dimensione di quelli del Mare del Nord”. E il Paese vuole cautelarsi dall’evenienza di operazioni tese ad esercitare un’influenza su un tale tesoro.
A metà luglio Francisco Filho Nepomuceno, amministratore della sede londinese di Petrobras, ha dichiarato all’agenzia di stampa Mercopress che le riserve petrolifere offshore del Paese ammonterebbero ad una sessantina di miliardi di barili, più o meno lo stesso potenziale di quelle del Mare del Nord, prima che Regno Unito e Norvegia ne avviassero lo sfruttamento. Per citare alcuni esempi, il giacimento Tupi (scoperto nel 2007) contiene riserve stimate per 33 miliardi di barili, il giacimento di Giove (scoperto nel 2008) ne ospita 12 miliardi e quello ribattezzato Lula-Cernambi tra i 7 e gli 11 miliardi. In totale il Brasile vanta il 5% di tutto il petrolio stimato in America Latina; mantenendo gli attuali ritmi di produzione garantirà l’approvvigionamento del Paese per 30 anni.
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di Luca Troiano

L’Europa deve biasimare solo se stessa per il caos provocato dalle agenzie di rating.
Importanti personalità quali Jose Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, e Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, hanno aspramente criticato il downgrade del Portogallo da parte di Moody’s e i declassamenti a catena della agonizzante Grecia. Ma di fatto è stata proprio l’Europa a consegnare il futuro di alcuni suoi membri (e, di riflesso, della stessa moneta unica) al pollice verso delle agenzie di rating. L’approccio della Bce alla crisi greca è sintomatico.
Tralasciamo le debolezze strutturali della moneta unica, espressione di tante economie troppo diverse tra loro per funzionare a regime sotto gli stessi parametri.

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di Luca Troiano

1. Quando la crisi sarà definitivamente alle nostra spalle, l’economia del XXI secolo presenterà uno scenario multipolare. Non più occidentale e non soltanto orientale o emergente. I Brics guideranno la crescita, ma l’Occidente resterà ancora in sella al sistema monetario internazionale, ancorché in condominio.
In un’epoca in cui l’economia globale soffre una crisi di fiducia, gli squilibri strutturali vacillano e le prospettive di ripresa paiono ancora aldilà dell’orizzonte, avanzare previsioni sul futuro sembra quantomeno azzardato. Per non cadere in facili supposizioni col rischio (certezza?) di essere smentiti subito dopo, ciò che serve è un approccio multiforme, fondato su un’attenta analisi delle dinamiche attuali senza dimenticare gli insegnamenti della storia.
Possiamo evidenziare due premesse, di cui la seconda è deduzione logica della prima.
La prima è lo spostamento in atto dell’ago della bilancia verso il mondo emergente. La seconda, di conseguenza, è la comprensione di come le economie avanzate si stanno adattando a questo cambiamento epocale.
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di Luca Troiano

La storia ci insegna che l’andamento dei cicli economici si svolge secondo una caratteristica forma a V: ad ogni recessione segue una pronta ripresa. In altre parole, le crisi hanno sempre una sorta di “effetto molla” sulla crescita globale.
Eppure, a tre anni dalla crisi finanziaria, le prospettive di ripresa dell’economia globale sono ancora incerte, e nessun esperto ha finora saputo rispondere se e quando questa insicurezza passerà. I debiti sovrani, l’instabilità monetaria, le crisi alimentari ed energetiche accrescono tali dubbi. In un mondo postcrisi, sono segnali di un recupero fallito.
Il motivo è semplice. Il tipico ciclo dell’economia si manifesta come un meccanismo naturale di ammortizzazione tale da scongiurare gli eventi imprevisti. I quali non impediscono il recupero del sistema. Più profonda è la crisi, maggiore è la forza di ripresa. E più elastico è il rimbalzo della V.

Lo scenario attuale è molto diverso. Produzione e occupazione stentano a recuperare. In pratica, mancano del rimbalzo a V: il sistema non sta riuscendo ad assorbire i precedenti traumi, il che lo espone inevitabilmente shock ulteriori. Un autentico salasso per un’economia già indebolita e inchiodata alla velocità di stallo del 3% di crescita annua, che potrebbe aprire le porte (rectius: il baratro) di una nuova recessione.
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di Luca Troiano

Debito pubblico cinese al dicembre 2010

Non più tardi di un mese fa affermavo che la Cina potesse aver sottovalutato l’incremento del debito locale*. Ora lo sostiene anche Mooddy’s. Secondo l’agenzia di rating, Pechino ha sottostimato il debito delle amministrazioni locali per un ammontare di 541,6 miliardi dollari. Inoltre, la percentuale di prestiti in sofferenza potrebbe essere ben superiore a quella prevista in precedenza.
In un comunicato che ha tutta l’aria di un severo avvertimento, Moody ha ammonito che in mancanza di un concreto piano per affrontare le esposizioni dei governi locali, la posizione della Cina potrebbe subire un brusco declassamento.

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Tratto da Stop the War 

Link al documento: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=5249 

 

I cosiddetti “salvataggi” dei paesi non sono destinati, come ci si potrebbe aspettare, per soddisfare le esigenze di una popolazione in difficoltà, ma perché il Paese “salvato” affronti il pagamento d’interessi su un debito contratto con istituzioni finanziarie senza scrupoli. Questi “aiuti” sono condizionati da misure di adeguamento che soffocano ancora di più la popolazione, e anche, nel caso della Grecia, a compromessi, come l’acquisizione di armi, che non fanno altro che aumentare il deficit. Il denaro dei nuovi prestiti finisce così nelle mani di chi ha causato la crisi e dei fabbricanti di armi. Non sono salvataggi, sono truffe in piena regola.

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Tratto da Informazione scorretta

 

GEAB N.56 – Speciale Estate 2011 – Crisi sistemica globale – 
Ultimo avvertimento prima dello shock dell’Autunno del 2011, quando 15mila miliardi di dollari di attività finanziarie andranno in fumo

Il 15 Dicembre del 2010, nel GEAB N.50, LEAP/E2020 ha anticipato l’esplosione del debito pubblico Occidentale (1) per la seconda metà del 2011. Abbiamo poi descritto un processo che avrebbe avuto inizio con la crisi europea del debito pubblico, e che avrebbe poi appiccato il fuoco al cuore del sistema finanziario globale, ovvero al debito federale degli Stati Uniti (2). Ed è proprio a questo punto che noi ci troviamo, all’inizio della seconda metà del 2011, con un’economia globale allo sbando più completo (3),

un sistema monetario globale sempre più instabile (4) e i centri finanziari in una situazione disperata (5), e tutto questo nonostante le migliaia di miliardi di denaro pubblico che sono state investite per evitare proprio questo tipo di situazione.

L’insolvenza del sistema finanziario globale, ed innanzitutto del sistema finanziario occidentale, torna di nuovo in primo piano, dopo poco più di un anno di cosmesi politica, volta a seppellire questo fondamentale problema sotto montagne di denaro.
Avevamo stimato, nel 2009, che il mondo aveva circa 30.000 miliardi di Dollari di assets fantasma. Quasi la metà è andata in fumo nei sei mesi tra Settembre 2008 e Marzo 2009.

Per il nostro team, è ora l’altra metà, ovvero i residui 15.000 miliardi di Dollari di assets fantasma, che puramente e semplicemente scompariranno fra Luglio 2011 e Gennaio 2012. E questa volta sarà coinvolto anche il debito pubblico, a differenza del 2008/2009, dove per lo più sono stati i soggetti privati ad essere stati colpiti.

Per misurare l’entità della scossa a venire, è utile sapere che anche le banche statunitensi stanno cominciando a ridurre l’utilizzo dei T-Bonds degli Stati Uniti, per garantire la loro transazioni, per timore dei rischi sempre più grandi che incombono sul debito pubblico degli Stati Uniti (6).

Per i players del mondo finanziario, lo shock dell’Autunno 2011 sarà letteralmente come avere sabbie mobili sotto ai piedi, dal momento che a precipitare bruscamente è il vero fondamento del sistema finanziario globale, i T-Bonds degli Stati Uniti (7).
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di Riccardo Barlaam – Il Sole 24 Ore

Il Pil dell’Africa raddoppierà quasi da qui al 2020. Uno studio di Ernst&Young sostiene che la ricchezza prodotta dai 53 Paesi passerà dai 1.600 miliardi di dollari del 2008 agli oltre 2.600 miliardi del 2020.
I Paesi emergenti – Brasile, Russia, India e Cina, i cosiddetti Bric, acronimo a cui va aggiunta la “S”, se si tiene conto anche del Sudafrica – hanno capito che questo enorme continente abitato da più di un miliardo di persone offre maggiori opportunità rispetto al mondo occidentale, alle prese con una crisi finanziaria ed economica senza precedenti.

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I ricchi e il debito pubblico

VINCENÇ NAVARRO – Comedonchisciotte; originale su http://www.vnavarro.org/?p=5712

Questo articolo evidenzia come la diminuzione della tassazione dei redditi alti (risultato delle politiche fiscali di sensibilità neoliberista) abbia impoverito gli stati portandoli ad indebitarsi, chiedendo denaro in prestito alle banche (dove quelli che percepiscono i redditi elevati depositano il loro denaro) che richiedono interessi elevati. Questa situazione comporta una concentrazione dei redditi con un conseguente impatto negativo sulla crescita economica e sulla creazione di occupazione.

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Grecia, anno zero

Scritto da Francesco Martino; Osservatorio Balcani e Caucaso

 

La Grecia è sempre più oppressa dalla crisi economica, che rischia di trasformarsi anche in stallo politico. Oggi il parlamento greco vota la fiducia, chiesta dal premier George Papandreou dopo il rimpasto di governo, sulle politiche di austerità che spaccano il Paese. Sul parlamento di Atene puntati gli occhi di tutta Europa

di Luca Troiano

1. I mercati valutari del mondo, ancora in balia dell’altalena della crisi, cominciano a credere che la salvezza sia all’orizzonte. Inoltre sanno che, prima o poi, il sistema del dollaro dovrà essere affiancato non dall’euro, bensì dal renminbi cinese. Solo che non sanno quando.
Il problema del sistema monetario odierno è che i due maggiori giocatori seguono regole diverse, con la conseguenza che l’equilibrio tra la valuta Usa e quella cinese è imperfetto e sbilanciato. L’economia globale e il commercio delle materie prime dipendono in gran parte dal biglietto verde, che attualmente ha la stessa stabilità di un castello di carte. Il forte indebitamento degli Usa, alimentato da un deficit di bilancio attestato al 10% annuo, pesa come un macigno sulle prospettive future della prima moneta globale.
Il renminbi, al contrario, è una moneta solida in quanto espressione di un’economia dalla bilancia commerciale sempre in attivo, soprattutto verso gli Stati Uniti. Il problema è che non si apprezza. Il suo valore è ancorato ad un cambio fisso pari al 40% del dollaro, controvalore mantenuto artificialmente basso per favorire l’export.
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Il picco dei minerali

Posted by Ugo Bardi; Aspo Italia
Questo è un post di Ugo Bardi e Marco Pagani pubblicato qualche tempo fa su “The Oil Drum” (TOD) e che ha avuto un notevole successo, per cui lo ripropongo su “ASPO-Italia” in una traduzione di Massimiliano Rupalti. E’ uno dei primi articoli che ho pubblicato su TOD, quindi lo stile è un po’ accademico – col tempo ho cercato di scrivere queste cose con uno stile un po’ più informale; comunque spero che lo troverete interessante.
Riassunto: Abbiamo esaminato la produzione mondiale di 57 minerali riportata nel database della United States Geological Survey (USGS). Fra questi, abbiamo trovato 11 casi in cui la produzione ha chiaramente raggiunto il picco ed è in declino. Diversi altri potrebbero essere vicini al picco o averlo raggiunto. Adattando la curva di produzione con una funzione logistica vediamo che, in molti casi, la quantità finale estrapolata dalle misurazioni corrisponde bene alla quantità ottenuta sommando la produzione cumulativa fino ad ora e le riserve stimate dall’ USGS. Questi risultati sono una chiara indicazione che il modello di Hubbert è valido per la produzione mondiale di minerali e non solo per quelle regionali. Ciò supporta fortemente il concetto che il “picco del petrolio” è solo uno dei numerosi casi di picco e declino di risorse finite nel mondo. Molte altre risorse minerarie potrebbero raggiungere il picco e iniziare a declinare nel mondo nel prossimo futuro.

DI EUAN MEARNS; The Oil Drum

Negli ultimi cinquanta anni, quando il prezzo del petrolio è schizzato in alto, ha sempre causato inflazione o, nel caso che sia rimasto vicino a una media annuale di 100 dollari, si è sempre verificata una recessione in molti paesi dell’OCSE (vedi, ad esempio, il Regno Unito più in basso). Al 24 maggio del 2001, la media annuale corrente per il Brent era di 91,33 dollari.

 

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di Luca Troiano

 

1. Tv e giornali spendono sempre fiumi di parole in occasione del G8, il G20 o di altri grandi consessi internazionali, invece i summit tra Cina e Africa passano pressoché sotto silenzio. Eppure sono sempre più gli incontri tra Pechino e il Continente Nero a muovere l’ago della bilancia dell’economia mondiale.
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Scritto da Fabrizio Goria, Linkiesta

 

I mutui subprime sono stati il simbolo iniziale della grande crisi economica che ha colpito il mondo. Che fine hanno fatto? A quanto risulta da un’analisi di Corelogic i mutui americani fanno ancora paura e possono generare nuove onde di crisi.

Tratto da Il Post

Il Fondo Monetario Internazionale è stato colpito da un “largo e significativo” attacco informatico, la settimana scorsa
L’attacco ha messo a rischio un database pieno di informazioni riservate sui paesi in crisi economica

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Una nuova ondata di crisi globale, separatamente dalla farsesca querelle europea sulla Grecia che sta affondando l’Ue nelle sabbie mobili, appare vieppiù probabile. Il fulcro della possibile crisi risiede nel rapporto tra i prezzi delle materie e delle derrate alimentari da un lato, con la crescita cinese ed indiana dall’altro e da come questi due fenomeni vengono integrati nelle scelte speculative dei mercati finanziari.
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1. Un messaggio su Twitter nell’estate 2009 diceva: “1949: solo il socialismo può salvare la Cina. 1979: solo il capitalismo può salvare la Cina. 1989: solo la Cina può salvare il socialismo. 2009: solo la Cina può salvare il capitalismo”.
Se i ricchi (cioè gli Usa) sono diversi dagli altri perché hanno (avevano?) più soldi, la Cina è differente perché ha più gente: quando si parla di Pechino si ragiona in termini di grandi numeri. Con la conseguenza che ogni vibrazione negli equilibri interni all’ex Impero di mezzo rischia di turbare il sonno degli statistici impegnati nel controllo dell’economia globale.
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Le grandi lobby bancarie internazionali sono tornate alla carica per far sbloccare i derivati finanziari degli enti locali.
Dopo che gli swap e gli altri contratti derivati avevano sconvolto i bilanci di molti comuni e regioni italiani con perdite disastrose, nel 2008 l’allora governo ne impose il blocco. Senza autorizzazione governativa nessun ente locale era autorizzato a sottoscrivere tali contratti.
Erano intervenuti anche la Corte dei Conti, la Consob, la Banca d’Italia. Al Senato vi fu un ampio dibattito e furono evidenziati i rischi ma anche le pesanti situazioni determinatesi nei conti di diverse piccole e medie imprese oltre che degli enti locali.
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Attilio Folliero e Cecilia Laya, Caracas 27/02/2011

In Cina sembra proprio che sia scoppiata la febbre dell’oro. Si sa che l’oro è uno dei metalli più rari, e dunque preziosi, esistenti al mondo. Secondo i dati delWorld Gold Council, il Consiglio Mondiale dell’Oro, sulla terra ci sono 165.000 tonnellate di oro, estratte durante tutto il corso della storia umana; per avere un’idea esatta di quanto sia poca la quantità d’oro esistente, basta dire che tutto l’oro del mondo entrerebbe in una stanza lunga 20 metri, larga sempre 20 metri e profonda ancora 20 metri, ossia un cubo. E’ dunque, la rarità a rendere l’oro un bene tanto prezioso.

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