Dietro la rivolta di Stoccolma

La violenza nel quartiere di Husby di Stoccolma (mappa), dove l’80% degli abitanti del quartiere non è di origine svedese, è esplosa dopo che il 13 maggio un uomo di 69 anni è stato ucciso dai poliziotti dopo averli minacciati.
I primi incidenti si sono verificati la sera di domenica 19 maggio e sono durati per più di quattro ore, mentre nella capitale si festeggiava la vittoria della Svezia ai campionati mondiali di hockey su ghiaccio. Il capo della polizia locale, Daniel Mattsson, ha detto che per le strade erano presenti più di trecento ragazzi, ma che hanno partecipato attivamente alla rivolta tra i 60 e i 100.

Anziché placarsi, le violenze sono proseguite, arrivando a diffondersi in diversi quartieri periferici della capitale. Nel quartiere di Rinkeby sono state bruciate sei auto, altre tre a Norsborg, nel sud; un principio di incendio si è verificato anche in una stazione di polizia, a Älvsjö, e in due diverse scuole, a Tensta e a Kista, vicino a Husby.

Il 22 maggio un gruppo di genitori di Husby e rappresentanti delle associazioni ha manifestato contro il vandalismo dei giovani e contro la violenza delle polizia. La polizia, dal canto suo, ha annunciato che chiederà rinforzi da altre parti della Svezia, e gruppi di cittadini si sono organizzati autonomamente per pattugliare le strade.

Tra le cause della rivolta ci sono anche la segregazione e la disoccupazione. Secondo le cifre dell’agenzia per l’occupazione svedese riferite al 2010, il 20 per cento dei giovani di Husby non svolgeva alcuna attività e un ragazzo tra i 16 e i 19 anni su cinque era senza lavoro o non andava a scuola.
“Queste reazioni avvengono quando non c’è uguaglianza tra le persone, ed è quello che sta succedendo in Svezia”, ha detto al quotidiano svedese The Local Rami al Khamisi, uno studente di legge fondatore del movimento giovanile Megafonen. Secondo un rapporto dell’Ocse pubblicato a metà maggio, infatti, la Svezia è il Paese dove lo scarto tra i redditi cresce più rapidamente tra i 34 membri dell’organizzazione, sebbene rimanga comunque uno dei 10 più egualitari – questo punto necessita però una precisazione, per cui rimando a qualche riga più in basso.

La vicenda ha così rilanciato il dibattito sull’integrazione degli immigrati e sul modello sociale svedese. In Svezia, grazie a una politica molto liberale, gli immigrati di prima generazione rappresentano circa il 10% della popolazione mentre è difficile quantificare quante siano le persone nate in Svezia da genitori stranieri. Gli immigrati arrivano principalmente da Turchia, Libano, Somalia, ma negli ultimi anni anche da zone di guerra: Iraq, Afghanistan e Siria. La loro integrazione all’interno della società risulta molto difficile, nonostante i numerosi programmi statali volti a favorirla. Nonostante le iniziative dello Stato sociale, tra gli immigrati il tasso di disoccupazione è del 16%, dieci punti in più rispetto agli svedesi, e il livello di scolarizzazione molto basso. Quello che sembra non funzionare più sono i parametri delle politiche di integrazione.
Secondo i media svedesi, il dibattito sulla situazione nei quartieri poveri svedesi ricorda “in modo inquietante” quello che si è svolto in Danimarca alla fine degli anni novanta, dopo che la politica aveva rifiutato per troppo tempo di affrontare il problema dell’integrazione.

Presseurop cerca di approfondire la vicenda proponendo due contributi della stampa locale.
Nel primo, tratto dal quotidiano Aftonblandet, si spiega come i disordini alla periferia di Stoccolma dimostrino il fallimento dell’integrazione degli immigrati e il disinteresse del governo in materia di istruzione e impiego:

Le periferie che accolgono molti immigrati richiedono un’attenzione enorme. Un’attenzione che i politici non hanno voluto dare loro. Purtroppo questo problema di gestione non è nuovo e si è curiosamente preferito far finta di niente. A lungo non abbiamo neanche avuto il diritto di dire che un quartiere che conta non meno di 114 nazionalità diverse richiedeva più risorse e più attenzione di altri quartieri meno cosmopoliti. Al contrario, le periferie con un’alta densità di immigrati erano presentate come dei luoghi esotici dove si poteva comprare verdura a buon prezzo.
Il problema non sarà risolto dall’oggi al domani e sarà necessario stanziare risorse considerevoli nel settore dell’istruzione, fin dalla scuola materna. Quando si comincia a prendere una brutta strada fin dall’adolescenza, come nel caso dei ragazzi che sono stati fermati, le possibilità di tornare sulla buona strada sono molto basse. Quando i propri genitori e quelli degli amici sono senza lavoro può sembrare perfettamente normale non lavorare. Quando la scuola sembra un paese straniero è facile abbandonarla.
A Husby il tasso di attività è intorno al 40 per cento, rispetto al 65 per cento su scala nazionale. È in questo dato che risiede il male – o piuttosto il peggiore dei mali.

Nel secondo, tratto dal Göteborgs-Posten, si spiega che in Svezia, Paese simbolo dello sviluppo sociale armonioso, le disparità di reddito aumentano sì rapidamente, ma correggere un modello che non premiava abbastanza il lavoro era necessario per la tenuta del Paese stesso:

Il 14 marzo scorso in Svezia la notizia ha avuto l’effetto di un bomba: le disuguaglianze sono in rapido aumento nel paese. Il raddoppio del numero di poveri negli ultimi anni nel paese ha suscitato grandi dibattiti. Queste informazioni provengono da un rapporto pubblicato di recente dall’Ocse sui divari di reddito nei 34 paesi membri dell’organizzazione. Ma questo documento non parla di un peggioramento del livello di vita dei cittadini.
Al contrario, sul lungo periodo tutte le fasce della popolazione hanno registrato un miglioramento delle loro condizioni di vita. Ma alcuni gruppi sono stati più favoriti di altri e questo si è tradotto in un aumento delle disuguaglianze, soprattutto tra chi lavora e chi non esercita alcuna attività professionale. Il risultato è che la Svezia è passata dal primo al 14° posto della classifica dei paesi più egualitari.
In effetti l’obiettivo delle diverse riforme fiscali intraprese negli ultimi tempi era proprio quello di ricompensare il lavoro. Il divario di reddito tra i lavoratori con gli stipendi più bassi e le persone che non esercitano alcuna attività professionale era poco significativo e questo poneva diversi problemi.
Questa situazione non era giusta. Bisognava adottare delle misure per spingere la gente a lasciare gli aiuti dello stato ed essere autosufficiente. Anche se una lunga serie di variabili determinano le scelte degli individui, il parametro finanziario non deve essere sottovalutato. Più si incentiva la gente a lavorare e meglio è. Dopo tutto sono i contributi della popolazione attiva che ci permettono di vivere. Per questo motivo i cambiamenti evidenziati dall’Ocse sono in ultima analisi un risultato positivo.
Si potrebbe ovviamente obiettare che è inaccettabile che il numero di poveri sia in aumento. E in effetti è inaccettabile, se si considerano poveri dei cittadini che non hanno abbastanza soldi per mangiare né un tetto per dormire. O anche se il livello di vita fosse troppo basso rispetto a quello di uno svedese medio. Tuttavia l’Ocse non ha preso in considerazione questo tipo di povertà – la povertà assoluta – ma quella relativa. Una nozione che in realtà è un artificio contabile. La povertà relativa non tiene conto della qualità di vita della gente, ma solo dei divari di reddito: in un mondo di miliardari i milionari sarebbero considerati poveri!
Un altro concetto di moda è quello di “privazione materiale”. Secondo questa definizione è povero chi per esempio non possiede né lavatrice né automobile e non ha i mezzi per andare in vacanza all’estero. È ovvio che questa concezione di povertà è estremamente discutibile.
Non dobbiamo dimenticare che la Svezia rimane ancora un paese ugualitario. Gli unici che non ne fanno parte sono un piccolo gruppo di individui molto ricchi. Inoltre il livello di base è relativamente alto, ed è questa la cosa più importante. Quello che conta non è che tutti gli svedesi vivano benissimo, ma che nessuno viva male.

Il problema è che, se da un lato sarà pur vero che nessuno svedese vive male, dall’altro non si può dire la stessa degli immigrati.

In nota, che in Svezia ci sia un problema di tolleranza verso le minoranze è testimoniato dal fatto che il razzismo sembra non essere l’unico fenomeno ad aver raggiunto i livelli di guardia. Gli ebrei di Malmö stanno lasciando la città in cui vivono da generazioni a causa del crescente antisemitismo. E loro sono cittadini svedesi, non stranieri.

Si aggrava la crisi alimentare nel Sahel

Map - Sahel food crisis

Grafico del Guardian sulla crisi alimentare nel Sahel (giugno 2012)

Martedì 7 agosto Patrick McCormick, portavoce dellUNICEF, ha dichiarato che la prossima settimana toccheremo il  “picco di ricoveri di bambini affetti da malnutrizione acuta grave nei centri in tutto il Sahel“.
In Niger, descritto da McCormick come il Paese più colpito, circa 161.000 bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione, secondo un sondaggio effettuato all’inizio di luglio. In Ciad, l’agenzia ha visto raddoppiato il carico di lavoro mensile rispetto al 2010, con 630 bambini sotto i cinque ammessi ai centri di trattamento. E di questo passo non è affatto sicuro che le strutture siano in grado di provvedere – finanziariamente e non solo – alle cure di cui i bambini hanno bisogno.

Deutsche Welle spiega come anche gli allevamenti sono duramente colpiti dalla carestia. Per assicurare un sostentamento agli allevatori, l’ong tedesca Welthungerhilfe acquista i capi di bestiame più deboli – quelli che altrimenti finirebbero in pentola nei villaggi locali – ad un prezzo molto inferiore a quello di mercato. L’intento è quello di impedire lo spopolamento delle aree secche, fenomeno che peggiorerebbe le conseguenze della crisi in corso. Se la gente migrasse altrove, la maggior parte delle (poche) coltivazioni rimaste sarebbe abbandonata. Inoltre, i campi profughi si affollerebbero, fino a rendere le attività di cooperazione quasi insostenibili – anche qui, finanziariamente e non solo.

I fenomeni migratori sono già ben visibili in Mali (qui la testimonianza dei pastori locali), dove alla carestia si aggiunge il dramma dell’occupazione islamista dell’Azawad. Migliaia di famiglie del Nord si sono riversate nella capitale Bamako, a Mopti e in altre città del Sud, per un totale di 70.000 nuovi ingressi nelle ultime settimane. Il Paese è sempre più pressato sul fronte politico, militare ed economico. E le voci di un possibile intervento armato per riportare l’ordine del Nord non fanno che incoraggiare ulteriori spostamenti.
Chi non migra nel Sud, lascia il Paese per rifugiarsi in Mauritania, Niger e negli altri Stati vicini. I quali, già alle prese con altri problemi al loro interno, hanno sempre più difficoltà ad accogliere nuovi rifugiati. 

Come ha sottolineato McCormick, ad aggravare la crisi – oltre alla siccità e al conflitto armato nel Nord del Mali – sta contribuendo un altro fenomeno che richiama alla memoria le bibliche piaghe d’Egitto: le locuste.
Secondo il Manifesto:

Il luogo d’origine del flagello è localizzato nelle aree meridionali dell’Algeria e della Libia (dalle parti di Ghat); una volta adulte le locuste migrano grazie ai venti verso il nord del Niger (Arlit, Agadez, montagne Air, pianure Tamesna e altipiani Djada), ed eventualmente verso il nord del Mali (Kidal e Gao), verso il nord-ovest del Ciad (Borkou, Ennedi, Tibesti) e verso la Mauritania. Possono anche spostarsi nella parte meridionale di quei paesi, viaggiando a una velocità tra 100 e 200 chilometri al giorno… Solo i venti contrari arrestano queste legioni mortali impedendo loro di arrivare ancora più a sud. 
La presenza delle locuste era già segnalata in Libia e in Algeria dopo le inusuali piogge di ottobre e novembre 2011, che le avevano aiutate a crescere in fretta. Adesso sono arrivate nel nord del Niger e del Sahel, nelle zone dove si sono verificate piogge precoci e dove dunque c’è già vegetazione sufficiente ai loro bisogni e alla loro riproduzione. Sciami di giovani e voracissime locuste possono azzerare la stagione della semina che si apre in Sahel. Se le (pur auspicabili) piogge continuano e le locuste non sono fermate, potrebbero avere una seconda generazione nei prossimi mesi; in ogni generazione il loro numero si moltiplica per sedici. E procederebbero verso sud, verso aree ben più coltivate
Nel nord del Niger sono già segnalati danni alle palme da datteri e a piccole aree coltivate.

Come mai nessuno provvede? Perché non c’è più nessuno a farlo. Negli anni scorsi era il regime di Gheddafi a provvedere alla disinfestazione, impiegando vaste schiere di immigrati dall’Africa subsahariana – ora scomparsi dalla società libica. Caduto il dittatore, la disinfestazione si è arrestata:

Oltre alle precoci piogge e al conflitto in Mali, qual è il fattore che ha tanto aiutato le locuste? Secondo la Fao «i recenti avvenimenti in Libia», cioè la guerra lanciata dalla Nato e la perdurante instabilità. Perché in anni normali, Algeria e Libia sarebbero state capaci di controllare le popolazioni di locuste sui loro territori, impedendo loro di muoversi verso Sud. In particolare la Libia destinava squadre di tecnici formati, macchine e parecchio denaro al monitoraggio e al trattamento. Mandava anche squadre e denaro ad altri paesi africani a questo scopo, precisa il funzionario della Fao. Adesso è tutto smantellato, nessuno se ne occupa, le squadre anti-locuste e i loro mezzi sono spariti da qualche parte.

Un altro effetto collaterale della guerra voluta da Sarkozy e di cui l’unica vincitrice è stata al-Qa’ida. Oltre, ovviamente, alle locuste.

Mediterraneo, il più vasto cimitero del mondo. 1.500 annegati nel 2011, 24.000 in vent’anni

C’è stato un tempo in cui il Mediterraneo era un ponte tra due continenti, due religioni, due civiltà. Dall’Italia giunsero i romani per civilizzare l’Africa; dall’Africa giunsero gli arabi per conquistare l’Europa. Per questo ancora oggi migliaia di disperati lo attraversano in direzione Nord nella speranza di un avvenire migliore.
Non tutti ce la fanno. Dal 1988 oltre 24.000 persone sono state inghiottite dalle acque. È così che il mare nostrum è diventato il più vasto cimitero al mondo o “cimitero liquido”, come lo chiama Nichi Vendola.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati lo scorso anno si è registrato il record con 1.500 morti annegati. Il massimo precedente era nel 2007, quando 630 persone sono state segnalate come morte o disperse. Ma il numero effettivo di morti potrebbe essere addirittura superiore. Le stime si basano sulle interviste di persone che hanno raggiunto l’Europa nonché sui rapporti dalla Libia e dalla Tunisia.
Lo scorso anno si è registrato anche il record di sbarchi, con più di 58.000 arrivi. Il massimo precedente era di 54.000, nel 2008. Quasi tutti, manco a dirlo, si sono riversati in Italia (cioè a Lampedusa): 56.000, di cui 28.000 di nazionalità tunisina, mentre a Malta e Grecia gli arrivi sono stati rispettivamente 1574 e 30.
L’UNHCR si è detto soddisfatto degli sforzi che le autorità italiane, maltesi greche e libiche (sic) hanno fatto per salvare barche in difficoltà nel Mediterraneo. Il rango dell’istituzione e le ragioni di opportunità imponevano di evitare qualunque riferimento alla disastrosa gestione dell’emergenza da parte del nostro precedente governo, il quale ha ignorato il dramma delle morti in mare così come per anni aveva chiuso entrambi gli occhi sulla realtà dei migranti detenuti in Libia in conseguenza dei respingimenti.

Lo scorso anno l’allora ministro Maroni girava l’Italia (televisiva) e l’Europa annunciando migrazioni di bibliche proporzioni sulle nostre coste. Saranno 300.000, ripeteva, dovete aiutarci. Che il numero fosse inverosimile era dimostrato dalle fotografie satellitari, le quali testimoniavano un flusso di profughi molto inferiore rispetto a quanto riportato dai media. Ma i 56.000 approdati a Lampedusa e l’incompetenza con cui la situazione è stata affrontata sono stati sufficienti a trasformare l’isola nel più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo.
La stessa incompetenza, mista a sordida propaganda politica, che ha portato il Viminale, anche nei comunicati ufficiali, a definire tutti gli immigrati come “tunisini”, quando invece erano appena la metà del totale. Perché tunisini (ed egiziani) non erano cittadini in fuga dalle guerre civili e dunque non avrebbero avuto diritto allo status di rifugiati.

Allarme: siamo già 7.000.000.000

1. Da alcuni giorni i mezzi d’informazione segnalano (timidamente, per la verità) che, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato in primavera, il 31 ottobre la popolazione mondiale taglierà il traguardo dei 7.000.000.000. Una volta, il cambio ci cifra nella prima casella della popolazione era motivo di celebrazione, salutato come una pietra miliare dello sviluppo umano. Oggi, al contrario, il traguardo suona minaccioso, suggerendo ai più di avere molta, molta paura.

Popolazione mondiale stima 1800-2100, sulla base di proiezioni dell'ONU

2. È impressionante la velocità con cui la popolazione mondiale è aumentata dalle origini ad oggi: ci sono voluti 250.000 anni, fino al 1804, per toccare quota un miliardo; un secolo per arrivare a due miliardi (nel 1927); altri 32 anni per raggiungere 3 miliardi (nel 1959); appena la metà per salire a 5 miliardi (nel 1987); 12 anni per aumentare a 6 miliardi (nel 1999) e solo 11 per fare di nuovo cifra tonda a 7 miliardi (grafico interattivo del Guardian).
Questa bomba demografica è innescata principalmente da due fattori: da un lato, una sostanziale  riduzione della mortalità infantile; dall’altro, una riduzione troppo blanda dei tassi di fertilità. Il picco di crescita della popolazione è stata alla fine del 1960, quando il totale è stato in aumento di quasi il 2% l’anno. Ora il tasso è pari alla metà. Ad ogni modo, dal 1350 (quando l’umanità fu flagellata da una terribile pestilenza) la crescita non si è più fermata, e ora procede al ritmo di di 10.000 nuovi individui all’ora.
Per rendere l’idea di quanti siamo sulla Terra, immaginiamo di convocare tutti i nostri simili in un’ipotetica riunione globale. Per ospitarci tutti, anche stando stretti spalla a spalla, nel 1950 sarebbe bastata l’isola di Wight, 381 km2 a largo dell’Inghilterra. Nel 1968 John Brunner, uno scrittore britannico, ha osservato che sarebbe stata necessaria l’isola di Man, 572 km2 nel mare d’Irlanda. Nel 2010, ipotizzava Brunner, avremmo avuto bisogno addirittura di Zanzibar, 1554 km2. Da qui il titolo del suo romanzo sul tema della sovrappopolazione, “Stand in Zanzibar“, uscito nel 1968. è superfluo notare che si è sbagliato di un solo anno.
Secondo le Nazioni Unite potremo toccare quota 9,3 miliardi entro la metà del secolo, oltre la quale le ipotesi si divaricano in una forbice compresa tra i 6,2 e i 15,8 miliardi entro il 2100.

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Dai satelliti meno profughi di quanto dichiarato dai media

Da settimane il Ministro Maroni gira l’Italia (televisiva) e l’Europa annunciando migrazioni di bibliche proporzioni sulle nostre coste. Saranno 300.000, ripete. Eppure dall’esame delle fotografie satellitari si evince che il numero dei profughi giunti dalla Libia e dal resto del Maghreb sembra essere inferiore rispetto a quanto riportato dai mezzi di comunicazione. Ad affermarlo è il sito IPS, riportando un’interessante analisi a firma di Julio Godoy.

L’articolo ammette che i sommovimenti in corso nella regione hanno causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone, soprattutto dalla Libia, generando una situazione umanitaria drammatica. Tuttavia, un primo passo per far fronte alla crisi è identificare i flussi degli sfollati nel panorama geografico, per determinare l’urgenza della situazione e la misura degli aiuti necessari. Un compito che dal mese scorso è affidato all‘Unitar (Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e la Ricerca), che si avvale dei dati forniti dal programma Unosat (il programma dell’Onu che monitora le crisi umanitarie nel mondo), in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea.

I così raccolti dai satelliti geospaziali vengono elaborati per produrre informazioni di carattere geografico a partire dalle quali è possibile tracciare mappe ed elaborare strategie d’intervento. Esse permettono di riportare in tempo reale ciò che viene fissato nelle immagini dallo spazio.
Nel 2009, ad esempio, Unosat ha potuto fornire informazioni su 40 disastri in tutto il mondo, dalle inondazioni in Namibia e in Vietnam, alla crisi della popolazioni civile intrappolata tra due fuochi alla fine della guerra delle Tigri Tamil e il governo dello Sri Lanka, passando per la situazione dei palestinesi vittime della Operazione Piombo Fuso, lanciata da Israele alla fine del 2008 contro la striscia di Gaza.
Il precipitare degli eventi in Libia richiede la necessità di aggiornare costantemente le immagini, per chiarire ciò che sta avvenendo in zone critiche come Bengasi e Misurata.

Tra le organizzazioni che utilizzano queste informazioni vi è il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), che per bocca di Yann Rebois, esperto di sistemi di informazione geografica del Comitato, smentisce i proclami allarmistici riguardo ad un’invasione in corso sulle nostre coste. Vediamo molte meno persone alla frontiera di quante ne vediamo nelle notizie. Questa situazione ci sorprende e solleva molti interrogativi, ha affermato.