Category: Energia


Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

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L’Angola è il secondo produttore di petrolio d’Africa: sforna 1,8 milioni di barili al giorno, quota che il governo punta ad aumentare a 2 milioni entro il 2014. Una ricchezza che contribuisce per la metà alle entrate statali e addirittura per il 90% alle esportazioni. Il 15% di tutto l’oro nero estratto prende la via della Cina, per la quale Luanda rappresenta una delle più sicure fonti di approvvigionamento, oltre ad uno dei partner più fedeli (in Angola gli immigrati cinesi si contano a milioni). Dalla fine della guerra civile nel 2002, l’economia angolana ha fatto passi da gigante, tanto che per il 2012 dovrebbe registrare una crescita del 10%.

Ora nel Paese si respira aria di rinnovamento, almeno all’apparenza. Le elezioni previste per il prossimo 5 settembre dovrebbero segnare la fine dell’era di Jose Eduardo dos Santos, l’uomo forte di Luanda, al potere dal 1979 – così come il suo partito, il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola, al potere dall’indipendenza e diretto da ex veterani della guerra contro il Portogallo. Negli ultimi tempi si sono succedute diverse manifestazioni popolari per chiedere a dos Santos di passare la mano, che il regime ha pensato bene di reprimere.
Bloomberg prova a descrivere le manovre in corso dietro le quinte. La lotta per il potere è tra Manuel Domingos Vicente, ex presidente della compagni petrolifera statale Sonangol, designato da dos Santos come suo successore, e Fernando da Piedade Dias dos Santos, attualmente vicepresidente del Paese e gradito agli altri dirigenti del MPLA.
Tuttavia gli angolani non sembrano avere molte speranze di assistere ad un vero cambiamento.Il MPLA è troppo radicato nella società angolana, e i suoi leader ancora troppo forti ed influenti, affinché il Paese possa inaugurare una nuova fase politica solo attraverso il voto. D’altra parte sanno di non poter aspettarsi nulla da questa classe dirigente, considerato che per tutti questi anni il MPLA ha sfruttato la rendita petrolifera a proprio esclusivo beneficio, mentre le masse non hanno visto che le briciole.

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Il Delta del Niger è un terreno insidioso, non soltanto per la presenza del MEND. Oggi il ministro delle finanze di Abuja, Ngozi Okonjo-Iweala, ha lanciato l’allarme sull’impatto che i furti di petrolio stanno causando sull’economia del Paese. Tutta colpa del “bunkering” (furto di greggio direttamente dagli oleodotti) e delle altre forme di sottrazioni. Secondo il ministro, il 17% della produzione petrolifera del mese di aprile sarebbe stato sottratto, con la riduzione di un quinto della quota di entrate statali derivanti dall’oro nero.
Secondo la Shell, la maggior oil company impegnata nel Paese, la quantità di greggio trafugata ammonta ad oltre 150.000 barili di al giorno (di cui 43.000 direttamente alla compagnia), per un controvalore di circa 2 milioni di euro.

L’aspetto inquietante è che, secondo alcuni rapporti, la polizia e il governo non sarebbero affatto immuni da colpe, da un lato perché accusati di chiudere gli occhi di fronte alle sottrazioni, dall’altro perché sospettati di essere direttamente coinvolti negli stessi.

Il Nigerian Tribune denuncia senza mezze misure la complicità degli agenti di sicurezza nelle attività illegali in cambio di laute tangenti:

These illegal bunkerers had been given assurances by senior police officers in Abuja that nothing would happen to them even if they were arrested.
It was reliably gathered that the bunkerers, who now resort to breaking pipelines, carry out their illegal activities accompanied by siren-blaring escorts thereby scaring people away and creating the impression that they were government officials on assignment.
An example was a cartel known as Tekeena Oil, that loaded two foreign ships in the Niger Delta last week at the Mobil Oil filed in Eket, Akwa Ibom State.
The illegal vessels, containing about 200,000 metric tonnes of AGO and crude oil, was loaded within 24 hours before they could sail off.
Nigerian Tribune was told exclusively that before the ships could be loaded with the crude, the sum of N50 million was paid to senior police officers to give them protection.

Non meno tenero è il giudizio espresso in questa analisi sui ministri, i funzionari, i dirigenti dell’Agenzia dello Sviluppo del Delta del Niger, accusati di non avere altro interesse che saccheggiare la regione per sé e le proprie consorterie, in totale spregio per le necessità della popolazione:

They would have handed-down the share of their godfathers, touts, and hangers-on before swallowing the rest. A governor in one of the Niger Delta states has shown anger against this attitude and caused an assessment to be done by an independent body, which found only five out of 23 to have excelled. So far, two LGA bosses have been overthrown by their people. Now that the EFCC is toothless, the politicians are simply on the rampage.

La Nigeria è un rentier state: il 95% delle entrate pubbliche deriva dalle rendite petrolifere. In soldoni, il bilancio statale del 2012 prevede una produzione di petrolio di 2,48 milioni di barili al giorno (in crescita rispetto ai 2,3 milioni nel 2011) che garantirebbe una proiezione di entrate pubbliche pari a 9.406 trilioni di dollari. Di questa somma, 3.644 trilioni di dollari sono destinati al governo federale. Numeri sufficienti a rendere l’idea sull’importanza dell’oro nero nelle sorti del Paese.
Ma qui, come in molti altri Stati del Sud del mondo, il petrolio rappresenta più un problema che un’opportunità.
Abuja vanta il secondo PIL dell’Africa sub-sahariana, ma le condizioni socioeconomiche del Paese di oggi sono peggiori di quanto non lo fossero 30 anni fa. Oggi il 70% della popolazione del Delta del Niger vive con meno di un dollaro al giorno perché il grosso della rendita petrolifera della Nigeria viene incamerato dall’1%, il quale beneficia pure di una corruzione dilagante che secondo le stime del, dal 1960 avrebbe rubato all’economia nigeriana una somma tra i 300 e i 400 miliardi di dollari.
E parliamo di un Paese multipartitico dotato di istituzioni democratiche.

La scorsa settimana un rapporto del Department of Homeland Security americano ha rivelato che diverse società di gestione della rete gas sono state colpite da attacchi informatici:

A campaign of cyber attacks has been targeting US natural gas pipeline operators, officials acknowledged Tuesday, raising security concerns about vulnerabilities in key infrastructure.
The Department of Homeland Security “has been working since March 2012 with critical infrastructure owners and operators in the oil and natural gas sector to address a series of cyber intrusions targeting natural gas pipeline companies,” DHS spokesman Peter Boogaard said in an email to AFP.
He said the attack “involves sophisticated spear-phishing activities targeting personnel within the private companies” and added that the FBI and other federal agencies are assisting in the probe.
Spear-phishing is a technique used to target a specific company or organization by sending fake emails    designed to get employees to divulge passwords or other security information.

Il servizio ICS-CERT (Industrial Control Systems Cyber Emergency Response Team) del Dipartimento di Siurezza ha lavorato dal marzo 2012 con i gestori delle infrastrutture sensibili e gli operatori del settore energetico per affrontare una serie di intrusioni informatiche volte a carpire informazioni riservate tramite attraverso sofisticate attività di phishingChristian Science Monitor, che della vicenda offre un ampio resoconto, segnala che gli attacchi sono iniziati iniziati lo scorso dicembre.
Il timore è che sia stato possibile ingannare qualcuno all’interno di una società del gas per depositare qualche trojan o malware nell’archivio informatico della stessa, capace di rubare files o di sabotare l’operatività della gestione. Un pò come ha fatto il virus Stuxnet con l’impianto nucleare di Bushehr, in Iran.
Quello della sicurezza informatica è un problema comune un pò a tutte le aziende: attraverso le reti pubbliche o sfruttando canali non protetti, l’attacco è sempre possibile. Vulnerabilità nei sistemi di controllo sono state rinvenute nella rete elettrica, in quella idrici nonché in altre società di servizi e public utilities. Rimane da capire come mai tali attacchi abbiamo finora colpito soltanto i gestori di gasdotti. Perché questi episodi stanno interessando la maggior parte delle infrastrutture gassifere degli Stati Uniti. Al momento non si sa neppure se il bersaglio delle incursioni siano i sistemi informatici in sé o addirittura le tubazioni. In altre parole, gli esperti conoscono la natura della minaccia, ma non l’intento.

La domanda su chi si nasconda dietro gli attentati potrebbe avere già trovato una risposta. Sempre Christian Science Monitor rivela in esclusiva che, analizzando le tracce lasciate dai tentativi d’intrusione, gli inquirenti hanno trovato interessanti somiglianze con un attacco ad una società di sicurezza informatica avvenuto un anno fa. Un episodio per il quale un funzionario del governo degli Stati Uniti aveva apertamente accusato la Cina:

Investigators hot on the trail of cyberspies trying to infiltrate the computer networks of US natural-gas pipeline companies say that the same spies were very likely involved in a major cyberespionage attack a year ago on RSA Inc., a cybersecurity company. And the RSA attack, testified the chief of the National Security Agency (NSA) before Congress recently, is tied to one nation: China.

Along with the alerts, DHS supplied the pipeline industry and its security experts with digital signatures, or “indicators of compromise” (IOCs). Those indicators included computer file names, computer IP addresses, domain names, and other key information associated with the cyberspies, which companies could use to check their networks for signs they’ve been infiltrated.
Two independent analyses have found that the IOCs identified by DHS are identical to many IOCs in the attack on RSA, the Monitor has learned. RSA is the computer security division of EMC, aHopkinton, Mass., data storage company.

Discovery of the apparent link between the gas-pipeline and RSA hackers was first made last month by Critical Intelligence, a cybersecurity firm in Idaho Falls, Idaho. The unpublished findings were separately confirmed this week by Red Tiger Security, based in Houston. Both companies specialize in securing computerized industrial control systems used to throw switches, close valves, and operate factory machinery.
“The indicators DHS provided to hunt for the gas-pipeline attackers included several that, when we checked them, turned out to be related to those used by the perpetrators of the RSA attack,” says Robert Huber, co-founder of Critical Intelligence. “While this isn’t conclusive proof of a connection, it makes it highly likely that the same actor was involved in both intrusions.”

Gen. Keith Alexander, chief of US Cyber Command, who also heads the NSA, told a Senate committee in March that China was to blame for the RSA hack in March 2011.

Le potenzialità del Dragone in campo informatico sono note da tempo. L’8 aprile 2010 il 15% di tutto il traffico internet statunitense è stato dirottato in Cina per 18 minuti. Tempo sufficiente per registrare e poi decriptare la massa di informazioni trasmesse, comprese quelle, da e verso siti del Pentagono, del Senato, della Nasa o dei servizi di intelligenze.
Si sa anche che in Cina alcune società private e gruppi di hacker hanno promosso diverse operazioni con lo scopo di acquisire informazioni sensibili su progetti tecnologici stranieri, vere e proprie campagne di spionaggio informatico contro le aziende ed i governi di altre nazioni.
Secondo la Reuters, la guerra informatica cinese costituirebbe un rischio reale per l’esercito americano in un eventuale conflitto. Ipotesi tutt’altro che fantascientifica viste le crescenti tensioni nel Mar Cinese Meridionale e lungo il confine tra le due Coree. Senza contare Taiwan, che Pechino sogna di riportare sotto il proprio controllo.
Non a caso, anche il Segretario di Stato Hillary Clinton, nel corso dell’annuale Dialogo Strategico ed Economico con i leader cinesi ha sottolineato che Pechino e Washington devono sviluppare norme comuni sulle questioni informatiche. Una sorta di mutua deterrenza sul piano cibernetico.

Non possiamo ancora sapere se dietro gli attacchi ci sia davvero la mano di Pechino. In ogni caso il pericolo dall’etere esiste. Nell’ultimo quaderno speciale di Limes intitolato “Media come armi” si affronta anche il tema della guerra informatica. Scott Borg, in un articolo dal titolo “Logica della guerra cibernetica”, chiarisce che gli attacchi informatici riguardano principalmente non le reti di comunicazione, bensì i software dei sistemi di controllo. Se, come detto in precedenza, quasi tutti i processi produttivi sono regolati e coordinati tramite computer che eseguono istruzini, vi è la possibilità che i sistemi possano essere alterati da agenti nocivi in grado di manipolarli. Cosiderato che gli attacchi informatici possono aggirare tutte le difese militari convenzionali, i danni materiali potrebbero essere incalcolabili. E non vi sarebbe alcun modo per risalire con certezza all’autore o al Paese di provenienza.
Il Pentagono considera il cyberspazio il quinto dominio operativo dopo la terra, il mare, il cielo e lo spazio, ma si tratta di un’interpretazione fuorviante. L’Information Technology non è che una nuova modalità che si inserisce nelle operazioni militari tradizionali, non una tipologia di operazione. Un caso di guerra informatica lo abbiamo avuto quattro anni fa, nella guerra russo-georgiana: il 7 agosto 2008, giorno precedente all’attacco, i siti governativi di Tbilisi furono resi inaccessibili probabilmente da un gruppo di hacker russi, paralizzando le capacità di reazione dei georgiani.

Oggigiorno quasi tutti i processi industriali si basano sui computer, per cui assumendo il controllo remoto di una centrale diventa possibile gestire lo snodo del gas attraverso le condutture, arrivando persino a sabotarne il trasporto. Teoricamente, sarebbe possibile arrestarne il flusso, lasciando intere città a secco.
Negli Stati Uniti la rete gas si estende lungo 200.000 chilometri di tubature, che forniscono al Paese un quarto dell’energia che ogni giorno consuma. E’ facile intuire come l’integrità e il corretto funzionamento dei gasdotti costituiscano una questione di sicurezza nazionale.

A due anni esatti dal disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’industria petrolifera registra un nuovo incidente nel corso di attività offshore:

An oil spill in the Russian Arctic affected an area of up to 8,000 square meters after workers tried to open an old well, causing oil to gush uncontrollably for 37 hours, officials said Monday.
The spill at the Trebs field started on Friday and continued through the weekend, spurting out up to 500 tonnes of oil per day, the Nenets autonomous district administration said on its website Monday.
The government of the Nenets autonomous district estimated the area of the oil spill at more than 5,000 square metres (53,000 square feet), while the Russian natural resources ministry said 8,000 square metres (86,000 square feet) of land had been affected.

La fuoriuscita è avvenuta nel giacimento Trebs, situato nel Distretto Autonomo dei Nenet, nordovest della Russia, dove si stima siano contenuti 153 milioni di barili di petrolio. Qui le attività petrolifere, iniziate intorno al 1960, sono condotte da una joint venutre tra le compagnie Lukoil e Bashneft. Non è tanto la quantità di petrolio sversata in mare a doverci preoccupare, quanto l’ubicazione. Siamo in piena regione artica.
Come ho già spiegato in gennaio, l’Artico possiede le maggiori riserve mondiali di idrocarburi non ancora sfruttate, tanto che l’industria petrolifera considera la regione come l’ultima frontiera per la ricerca e l’estrazione di oro nero. Una percentuale significativa di tali ricchezze si trova in mare aperto, in fondali poco profondi e biologicamente produttivi. Ma le operazioni necessarie per lo sviluppo dei giacimenti presentano difficoltà e rischi di cui le compagnie non sembrano tenere conto.
Peraltro, non è la prima volta che gli ambientalisti denunciano la possibilità di disastri ecologici a causa delle attività offshore nella Siberia occidentale. Questa esauriente analisi sul sito di Greenpeace illustra le ragioni per cui gli sversamenti nell’Artico sono più probabili  - e potenzialmente più dannosi – che nelle altre latitudini:

The Arctic’s extreme weather and freezing temperatures, its remote location and the presence of moving sea ice severely increase the risks of oil drillingcomplicate logistics and present unparalleled difficulties for any clean-up operation. Its fragile ecosystem is particularly vulnerable to an oil spill and the consequences of an accident would have a profound effect on the environment and local fisheries.

In the Arctic´s freezing conditions, oil is known to behave very differently than in lower latitudes. It takes much longer to disperse in cold water and experts suggest that there is no way to contain or clean-up oil trapped underneath large bodies of ice. Toxic traces would linger for a longer period, affecting local wildlife for longer, be transported large distances by ice floes and leave a lasting stain on this pristine environment.

The oil industry has demonstrated time and time again that it is simply not prepared to deal with the risks and consequences of drilling in the Arctic

Le condizioni estreme della regione determinano un pericoloso mix di maggiori rischi e minori possibilità di quantificarli e contenerli rispetto alle operazioni di esplorazioni in aree più esotiche. Rischi che le compagnie non sono adeguatamente preparate (e disposte) ad affrontare.
La drammatica conclusione è che:

The oil industry cannot guarantee the safety of Arctic drilling and is recklessly putting profit before the environment. As Cairn’s recent operations prove, the immense technical, economic and environmental risks of drilling in the Arctic just aren’t worth it.

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Il 20 aprile ricorreva il secondo anniversario della peggiore catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti, nonché una delle peggiori di sempre. Purtroppo, la maggior parte delle persone, e soprattutto i politici americani, molti giornalisti e i dirigenti della British Petroleum responsabile del disastro, paiono affetti da una sorta amnesia collettiva. Sembrano cioè non ricordare quel tragico evento che che è costato undici vite, ha distrutto migliaia di posti di lavoro e ha inquinato migliaia di chilometri quadrati del Golfo del Messico per un tempo indefinito, così danneggiando un intero ecosistema. Oltre all’economia di cinque Stati.
Avrebbero tutti bisogno di dare un’occhiata alla realtà di fatti per rendersi conto della gravità dei danni prodotti dall’esplosione della Deepwater Horizon.

Per cominciare, è ormai acclarato che i vertici di BP sapessero che qualcosa sarebbe potuto succedere. nel giugno 2010, a pochi mesi dal fatto, Bloomberg segnalava che le fuoriuscite di greggio dal pozzo erano iniziate già nel mese di febbraio. Il giorno 13 i tecnici della BP hanno cercato di sigillare una fessura di 64 km apertasi slungo la costa della Lousiana, secondo i documenti di perforazione esaminati. Non è ancora chiaro se tali fessure abbiamo giocato un ruolo nel disastro.
Inoltre le mogli dei lavoratori della piattaforma petrolifera periti nell’esplosione hanno raccontato dell’esistenza di problemi nel controllo della pressione del pozzo alcune settimane prima dell’esplosione, come riferito dai loro mariti. Secondo il Los Angeles Times, anche i dirigenti della compagnia erano a conoscenza di alcuni difetti nei fondamentali dispositivi di sicurezza dell’impianto. BP ha perfino omesso di eseguire i test critici poche ore prima dell’esplosione, ignorando tutti i segnali di un possibile incidente. In altre parole, avrebbe deliberatamente scelto il rischio. Nel business dell’esplorazione offshore la negligenza pare essere di casa.
Per avere un’idea dei danni causati da tale menefreghismo, basta dare uno sguardo alle seguenti evidenze raccolte nel corso di questo biennio:

  • I delfini del Golfo esposti al petrolio olio risultano essersi gravemente ammalati;
  • Si registra scarsità di gamberi nella stagione di pesca;
  • Sono stati rinvenuti gamberetti privi di occhi;
  • La mare nera ha alterato le funzioni cellulari dei pesci, soprattutto di alcune specie indispensabili per la catena alimentare; inoltre tantissimi pesci sono risultati affetti da malattie e/o piaghe sulla pelle. Si veda anche qui;
  • Secondo uno studio il petrolio è entrato nella stessa catena alimentare;
  • Gli equipaggi d’istanza nel Golfo soffrono di diverse (e misteriose) patologie;
  • Nel Golfo sta proliferando il Vibrio vulnificus, una specie di batterio letale;
  • La marea nera ha decimato il corallo d’altura, così come le tartarughe marine e in generale la flora e la fauna sul fondale marino.

Se ciò ancora non bastasse a rendere l’idea della devastazione prodotta dall’incidente, sarebbe il caso di ascoltare attentamente cosa dice il dottor Andrew Whitehead, professore associato di biologia alla Louisiana State University in questo servizio su al-Jazeera:

Whitehead is predicting that there could be reproductive impacts on the fish, and since the killifish is a “keystone” species in the food web of the marsh, “Impacts on those species are more than likely going to propagate out and effect other species. What this shows is a very direct link from exposure to DWH oil and a clear biological effect. And a clear biological effect that could translate to population level long-term consequences.”

“I’m worried about the entire seafood industry of the Gulf being on the way out,” he added grimly

In altre parole, il ciclo riproduttivo dei pesci – e di conseguenza l’intera industria ittica del Golfo – potrebbero essere compromessi.
Prroccupante ciò che si legge sul blog di Stuart Smith, avvocato statunitense celebre per aver vinto una miliardaria causa ambientale contro ExxonMobil:

New sampling data from the nonprofit Louisiana Environmental Action Network (LEAN) provide confirmation that not only is BP’s oil still very much present in the water in Bayou La Batre, but that it still exists in a highly toxic state nearly two years after the spill.

The lab-certified test results are in (see full lab report at bottom), and they are startling in that they suggest that oil is still leaking from the Macondo reservoir  – most likely from cracks and fissures in the seafloor around the plugged wellhead. Scientists believe the cracks were caused by BP’s heavy-handed “kill” efforts. 

Non solo il petrolio è ancora altamente presente nelle acque del Golfo, ma starebbe ancora fuoriuscendo dalle fratture nel fondale intorno al pozzo. Leggi l’articolo completo »

La notizia della nazionalizzazione di YPF da parte del governo argentino ha fatto destato molto scalpore. Possiamo analizzarla sotto sue aspetti: uno politico e l’altro economico, peraltro strettamente connessi.
Se esaminiamo gli ultimi sviluppi della politica estera di Buenos Aires, salta all’occhio come, dal giorno della sua rielezione, Cristina Kirchner abbia fatto poco per guadagnarsi amici fuori dalle mura di casa.
Prima l’annuncio di future restrizioni alle importazioni per tutelare il mercato interno, rivolte anche agli altri Paesi dell’America Latina e che secondo gli analisti segneranno l’inizio della fine del Mercosur. Poi la pretesa di riaprire la discussione sulla sovranità delle Falkland, nonostante una guerra persa trent’anni fa e il fatto che gli abitanti delle isole si considerino britannici. Poi lo spocchioso abbandono del summit delle Americhe di pochi giorni fa a causa del mancato sostegno dell’America Latina  a tale richiesta. Infine la vicenda YPF, di fatto espropriata alla compagnia spagnola Repsol a cui era stata (s)venduta all’inizio degli anni Novanta.
Complice una situazione economica meno rosea di quanto appaia, con una crescita prevista al 4,2% ma con un’inflazione 9,9% a cui il suo governo non appare in grado di porre un freno (se non manipolandola, secondo l’accusa di alcuni economisti), Cristina Kirchner è sempre più alla ricerca di consensi. Che per il momento sono arrivati: applausi ed acclamazioni hanno salutato la decisione di riprendersi YPF. Ma al contempo ha gettato il discredito internazionale sul Paese. Il governo Rajoy ha detto che l’amicizia tra Spagna e Argentina può considerarsi rotta. Il FMI ha criticato duramente la decisione della Kirchner. L’Unione Europea, che in questa storia non può incidere molto, si è limitata a sospendere l’incontro bilaterale in programma il 19 e 20 aprile, mentre gli USA, per adesso,  mantengono un profilo neutrale. In ogni caso l’Argentina è finita sotto il fuoco della stampa estera.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales venne fondata nel 1922 con l’intento di sfruttare il petrolio il Paese. Nel 1993 la quota di maggioranza è stata ceduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 il governo ha ceduto il resto, dando la possibilità alla famiglia Eskenazi (proprietaria della compagnia Petersen) e ai piccoli investitori di entrare nell’azienda. Fino ad oggi il capitale sociale era così ripartito: 57,4% a Repsol; 25,5% appartenente a Petersen (di proprietà della famiglia Eskenazi); 0,02% al governo argentino e il 17% di flottante.
Adesso il progetto di nazionalizzazione prevede che il governo rilevi il 51% delle azioni di YPF sottraendole a quelle degli spagnoli, Repsol resterà al 6,4%, mentre Petersen manterrà la sua quota e il restante 17% rimarrà sul mercato.
Secondo il governo, il petrolio è una questione di interesse pubblico, posto che l’economia cresce e il suo fabbisogno di energia aumenta di conseguenza. I consumi di petrolio e gas sono aumentati rispettivamente del 38% e del 25% dal 2003 al 2010, ma la produzione è calata del 12% e del 2,3%. Di conseguenza l’Argentina è diventata importatore netto di prodotti petroliferi, per l’equivalente di 10 miliardi di dollari solo nello scorso anno. Tutto ciò a causa di Repsol, che in virtù dell’accordo di vendita ai tempi di Menem ha il diritto di incassare il 90% dei dividendi di YPF senza reinvestirli in ricerca e produzione sul territorio. Circostanza confermata dall’IEA. Nelle scorse settimane, quando la prospettiva della nazionalizzazione iniziava a farsi strada sui media, Buenos Aires aveva accusato Repsol di occultare parte degli utili di YPF per non reimpiegarli in progetti di esplorazione ed estrazione. Repsol, dal canto suo, aveva allora tentato di vendere segretamente le proprie partecipazioni in YPF alla cinese Sinopec, ma il decreto di espropriazione l’ha battuta sul tempo.

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Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum nel luglio scorso, molte fondamentali questioni sono rimaste irrisolte. Da quel momento, vari cicli di colloqui hanno prodotto più frustrazioni che progressi.
Benché sia Nord che Sud Sudan affermino di non volere la guerra, le tensioni al confine tra rischiano di precipitare in un conflitto vero e proprio. Alle incursioni delle truppe di terra di Khartoum si sono aggiunti i bombardamenti arerei, che secondo Juba avrebbero preso di mira i giacimenti petroliferi di Heglig
Dopo gli scontri il presidente del Sudan Omar al-Bashir ha sospeso il vertice con il suo omologo del Sud Kiir in programma il 3 aprile, spingendo il segretario ONU Ban Ki-Moon a lanciare un appello alla calma.

Nelle ultime settimane alcuni segnali avevano lasciato sperare in un netto miglioramento della situazione. Innanzitutto, il 13 marzo Khartoum e Juba avevano siglato due accordi  in materia di cittadinanza e gestione delle frontiere, concordando inoltre di tenere un vertice bilaterale tra i due presidenti su invito del Sud in un rinnovato spirito di collaborazione reciproca. Esattamente una settimana dopo, Bashir aveva annunciato di aver deferito ad una commissione tecnica la sua decisione se aderire o meno alla proposta congiunta di Unione Africana e Lega Araba per l’invio di aiuti nel Sud Kordofan. La commissione prevede di rilasciare una relazione nei prossimi giorni.
Tali segni di progresso nel contesto dei negoziati tra Khartoum e Juba avevano incoraggiato un cauto ottimismo presso la comunità internazionale. A quel punto sarebbero state necessarie ulteriori pressioni diplomatiche, ai più alti livelli, per fare in modo che il vertice di aprile potesse scrivere la parole fine sulle dispute tra l’ultimo nato degli Stati africani e l’ex madrepatria. Va letta in questo senso una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano che persuadeva le parti a “preparare il vertice in buona fede per il vertice previsto per l’inizio di aprile allo scopo di trovare un accordo globale riguardo alle questioni in sospeso – su tutte, la ripartizione dei proventi petroliferi e lo status della provincia di Abyei.
L’agenda del vertice avrebbe fatto meglio ad includere la proposta di rimandare il termine ultimo, previsto per l’8 aprile entro cui tutti gli appartenenti a minoranze etniche del Sud residenti in Sudan dovranno registrarsi all’anagrafe di Khartoum come stranieri o, in alternativa, lasciare il Paese. Considerato che si parla di circa 700.000 persone, trasferire così tanti individui in così poco tempo è totalmente impossibile. Ma qui non c’è il petrolio di mezzo, per cui non c’è di che stupirsi se questo tema fosse assente dalle esortazioni made in USA.
A causa de conflitto in corso e del conseguente rinvio del vertice, tutto ciò è passato in cavalleria.

Adesso il combattimento è chiuso , ma forse non per molto. Da oggi le parti sono (per l’ennesima volta) in trattativa, stavolta nella vicina Etiopia - che cerca forse di avvantaggiarsi sul Kenya, promotore dell’oleodotto che affrancherà Juba dal controllo di Khartoum?
L’uso della violenza come una tattica di negoziazione non è nuova, ma è una strategia pericolosa. La violenza può aumentare al di là di quello che gli strateghi avevano previsto. Ed è inoltre costosa, soprattutto per due Paesi del terzo mondo. Il Sudan non sembra essere in grande forma, sia economicamente che politicamente. Darfur e Sud Kordofan restano ferite aperte. E in tempo di carestia, anche il cibo diventa un’arma di guerra. l’attuale altalenante ritmo di bastone e carota non è sostenibile.
Infine, in questo caso, non sembra funzionare. La violenza non sembra aver portato una soluzione favorevole a Khartoum.

Non va dimenticato che i problemi li ha anche Juba. Per riportare la calma tre mesi dopo il devastante attacco nello Stato di Jonglei nel mese di dicembre (circa 140.000 gli sfollati), il governo del Sud Sudan aveva anche lanciato una serie di iniziative volte a favorire il disarmo delle milizie locali. A tal fine erano stati dispiegati 15.000 soldati nel Jonglei, e le prime relazioni governative sul disarmo volontario parlavano circa 4.000 fucili stati raccolti nella Bor County. Tuttavia si tratta di un numero poco significativo, visto che non vi sono dati precisi sulle armi totali in circolazione. Vi è il sospetto che molte di esse siano state nascoste nella boscaglia o portate fuori dal Paese.

L’11 marzo 2011 un’onda anomala (preferisco chiamarla così; lo tsunami è un fenomeno naturale, quella no) generata da un terremoto sottomarino si abbatte sulla costa orientale giapponese, investendo in pieno la centrale nucleare di Fukushima Daiichi.
Qui troviamo una slideshow e qui una cronologia sintetica di quei drammatici momenti.
Dallo scorso dicembre, nove mesi dopo l’incidente, la situazione appare stabile, con i reattori in stato di chiusura fredda, una condizione che esclude ragionevolmente rischi immediati. In parole povere, la centrale non sta più rilasciando isotopi radioattivi come iodio-131 e cesio-137. In ogni caso, è stato il peggiore incubo atomico che la storia ricordi e l’unico altro incidente, insieme a Chernobyl, classificato come livello 7 della scala Ines.

A tutt’oggi non è chiara quale sia stata la reale portata della contaminazione. In maggio è atteso un rapporto del Committee on the Effects of Atomic Radiation delle Nazioni Unite che dovrebbe fare un pò di chiarezza. Gli studi finora condotti sui luoghi dell’incidente non lasciano presagire niente di buono.
I primi dati sull’inquinamento resi noti da Greenpeace lo scorso dicembre dimostrano che a un anno dall’incidente, la radioattività è ancora una seria minaccia per la popolazione locale.
Nel dettaglio, una squadra di ricercatori ha rilevato la radioattività nel centro della città di Fukushima e nel vicino sobborgo di Watari (qui la mappa del monitoraggio), trovando valori di oltre mille volte superiori alla radioattività di fondo registrata nell’area prima dell’incidente dell’11 marzo. In un anno i livelli di radioattività non si sono ridotti in modo significativo, il che dimostra come contaminazione sarà cronica e duratura. Per bonificare l’area in modo che la radioattività scenda sotto i 5 millisivert (mSv) sarà necessario asportare una quantità di terreno dello spessore di almeno 5 cm per svariati kmq. Basta questo per rendere l’idea di quanto sia profondo il contagio provocato dall’incidente.
Le autorità hanno costretto all’evacuazione oltre 100.000 persone residenti nel raggio di 40 km dalla centrale, ma l’organizzazione indipendente Rebuild Japan Initiative Foundation, costituitasi allo scopo di indagare sugli effetti dell’incidente, ha rivelato che nei drammatici giorni dopo l’11 marzo il governo considerò perfino l’ipotesi di evacuare Tokyo in ragione della sua vicinanza (250 km) a Fukushima .
Non va dimenticato che nei mesi caldi dell’emergenza il governo giapponese aveva più volte cercato di minimizzare l’incidente. Oggi sappiamo che poteva essere una catastrofe.

Proprio a proposito dell’evacuazione, il rapporto di Greenpeace non risparmia accuse di inefficienza alle autorità locali. Mentre il lavoro di decontaminazione viene condotto a macchia di leopardo, gli abitanti ricevono pochi e inadeguati aiuti per spostarsi in zone meno a rischio. A tal fine Greenpeace Giappone ha richiesto una serie di misure di protezione e decontaminazione affinché i cittadini siano aiutati ad allontanarsi da aree ad elevato rischio come Watari, se lo desiderano. Secondo l’organizzazione gli abitanti saranno esposti alle radiazioni ancora a lungo a causa della lentezza e inefficienza evidenziati nell’opera di decontaminazione.
Non è chiaro nemmeno quali saranno gli effetti ultimi sulla loro salute. I dati ufficiali della Fukushima Medical University dichiarano che l’esposizione della popolazione alle radiazioni sia stata minima: il 99,3% dei 10.000 residenti vicino alla centrale sottoposti a screening avrebbero ricevuto meno di 10 mSv di radioattività nei primi quattro mesi dopo l’incidente. La dose più alta registrata è stata di 23 mSv, un quarto della soglia di 100 mSv connessa ad un più elevato rischio di cancro. Un gruppo di ricercatori americani ha concluso che persino i lavoratori dentro la centrale sono stati esposti a livelli di radiazioni 10 volte inferiori rispetto alle 500mila persone che costruirono il sarcofago sdi Chernobyl. A Fukushima, il rischio di ammalarsi di tumore potrebbe aumentare dello 0,002%, e la probabilità di morire dello 0,0001%. Percentuale troppo esigua perché si possa distinguere i casi di tumore connessi alle radiazioni rispetto all’incidenza sulla popolazione generale.
Resta il fatto che nelle fasi iniziali dell’incidente molte persone vulnerabili sono state esposte a radiazioni di alcuni ordini di grandezza maggiori rispetto al limite internazionale di esposizione di 1mSv per anno, le cui conseguenze potranno valutarsi solo nel lungo periodo. Questo rapporto smentisce le rassicuranti previsioni di cui sopra affermando che in conseguenza dell’esposizione potranno registrarsi circa 420.000 casi di tumore nei prossimi anni cinquant’anni. Solo il tempo dirà chi ha ragione.
Per adesso abbiamo la testimonianza in prima persona di quel presentatore tv che mangiò l’insalata raccolta nei pressi della centrale. Voleva rassicurare la gente, ora ha la leucemia.

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Dopo l’accordo con i creditori della scorsa settimana, la Grecia cerca ora altre strade per ridurre il proprio ipetrofico debito pubblico.
Diversi anni fa alcune ricognizioni geologiche lungo le coste occidentali determinarono l’eventualità che sotto i fondali potesse celarsi un discreto giacimento di idrocarburi. L’idea è stata ripresa in considerazione, e oggi il governo greco sta esaminando le offerte di otto compagnie per i diritti di esplorazione in un’area di circa 220.000 kmq compresa tra il Mar Ionio e l’isola di Creta. Le prime concessioni dovrebbero essere approvate entro aprile e l’investimento iniziale previsto dalle aziende di ricerca si aggira sui 40 milioni di dollari. Sfruttare tali risorse rappresenterebbe una vera boccata d’ossigeno per le esangui finanze greche, posto le importazioni di petrolio ogni anno equivalgono a circa il 5% del PIL di Atene.

L’idea di sviluppare i giacimenti offshore risale al dicembre 2010, quando pareva che la crisi greca potesse ancora risolversi senza ridurre il popolo greco alla fame con manovre lacrime e sangue o saccheggiare il settore pubblico con un banchetto di privatizzazioni. Alcune stime preliminari redatte da un gruppo di esperti su incarico del Ministero dell’Energia solo un anno prima parlavano di un potenziale di 22 miliardi di barili nel Mar Ionio al largo della Grecia occidentale e più di 4 miliardi di barili nel Nord Egeo. E tali numeri sono passibili di essere ritoccati al rialzo, se pensiamo che il Sud dell’Egeo e il Mare di Creta non sono ancora stati sondati. Anzi, secondo gli esperti la Grecia è ancora uno dei Paesi meno esplorati d’Europa per quanto riguarda la ricerca di fonti fossili, con potenziali giacimenti da svariati miliardi di dollari.
Casualmente, proprio quando il governo tira fuori questo rapporto dal cassetto le agenzie di rating si scatetano con la loro raffica di declassamenti. Il resto è storia nota.

L’idea che la Grecia possa ridimensionare la crisi del proprio debito – se non proprio risolverla del tutto – grazie ai propri giacimenti non è un mero wishful thinking. Anche se solo una frazione delle risorse in questione fosse effettivamente disponibile la situazione finanziaria ellenica cambierebbe radicalmente.
Il prof. David Hynes della Tulane University, esperto di petrolio e fonti di energia, sostiene che gli idrocarburi nascosti sotto i fondali delle coste elleniche permetterebbero alla Grecia di ripagare quasi interamente il suo debito. Egli stima che lo sfruttamento delle riserve già scoperte potrebbero portare il paese più di 302 miliardi di dollari (302 seguito da nove zeri!) nell’arco di 25 anni – ricordo che prima dell’accordo con i creditori il debito nominale toccava quota 350 miliardi.
Per salvarsi dalla bancarotta, invece, il governo greco è stato costretto ad accettare licenziamenti, tagli salariali e pensionistici e un’ondata di aumenti fiscali per accedere ai prestiti elemosinati dalla UE e dal FMI, noncuranti questi ultimi del declino economico a cui tali misure draconiane stanno spingendo il Paese, con il PIL al -6,8% nel 2011.

Le speranze di ripresa per mezzo delle ricchezze nei fondali stanno ora sfumando grazie al piano di privatizzazioni imposto dall’Europa. Nei giorni scorsi Atene ha messo sul piatto la prima delle sei imprese che si è impegnata a vendere: Depa, monopolista ellenico del gas, di cui lo Stato detiene il 65% del capitale. L’obiettivo è incassare subito 4,5 miliardi per arrivare, attraverso altre dismissioni, ad un totale di 19,5 miliardi entro dicembre del 2015. Spiccioli, in confronto al tesoro custodito in fondo al mare. È forse un caso che il primo gioiello di famiglia ad essere sacrificato sull’altare dei mercati sia proprio un’azienda energetica? Non sarà forse che l’Europa stia cercando di mettere le mani sui giacimenti di Atene per garantirsi un’alternativa a buon mercato a quelli norvegesi in via di esaurimento?

Tra l’altro, il primo vero boccone messo sul piatto dal governo greco potrebbe conquistarlo la Russia. Depa è stato il principale sostenitore – con l’italiana Edison – del progetto Itgi (Interconnettore Italia-Grecia), la struttura proposta in alternativa al Nabucco (che non si farà più) per trasportare in Italia il gas dal Mar Caspio, affrancando (in parte) il Sud Europa dal monopolio russo di Gazprom. Il consorzio che sta sviluppando il bacino di Shah Deniz aveva deciso di accantonare il progetto proprio per i timori sulla situazione finanziaria della Grecia: troppe le incognite sulla vendita di Depa, sui futuri proprietari, sulla volontà di proseguire nell’investimento. A fine febbraio i dirigenti di Gazprom hano avviato i primi contatti col governo di Atene per l’acquisizione dell’azienda. Se Depa finirà in mani russe, l’Itgi tramonterà del tutto. E con esso, probabilmente, la speranza che l’alimentazione delle nostre stufe in inverno non sia condizionata dai capricci di Putin.
Ora sappiamo che la crisi greca non riguarda solo le banche franco-tedesche, bensì anche le oil companies del Vecchio continente. Tuttavia, alla fine Bruxelles potrebbe aver fatto male i calcoli. A vantaggio di Mosca.

Si dice che se l’Occidente ha smesso di interessarsi della Somalia è perché nel suo sottosuolo non ci sono risorse da trafugare. Invece le risorse ci sono eccome e il saccheggio è già iniziato.
Il 17 gennaio la Horn Petroleum, società controllata dalla canadese Africa Oil Corp., ha ufficialmente iniziato le trivellazioni nel Puntland, Stato semiautonomo situato a Nordest, sulla punta del Corno d’Africa. La compagnia sta perforando il pozzo di Shabeel-1, nella Valle Dharoor, ad una profondità di 3.800 metri. Ci vorranno 90 giorni per raggiungere il petrolio, stimato in 300 milioni di barili. Si stima che i giacimenti del Puntland ne contengano in totale 6 miliardi.
Se l’operazione avrà successo, si procederà alla perforazione di altri due pozzi della regione di Nugaal.

Per vent’anni le attività estrattive in Somalia sono state impedite dall’incapacità delle fazioni di concordare e rispettare i termini di perforazione, oltre alla cronica instabilità del Paese.
L’esplorazione petrolifera nel Puntland ha avuto inizio nel 2005 (qui la cronologia degli eventi) e vede coinvolta, oltre alla Africa Corp. Oil, anche l’australiana Range Resources, proprietaria al 50,1% dei diritti di concessione nei blocchi di Dharoor e Nugaal (qui i progetti previsti). Gli accordi tra il governo locale e le compagnie furono contestati dal Governo Federale di Transizione perché firmati senza la sua preventiva consultazione.

Il presidente del Puntland, Abdirahman Mahmoud Farole, ha detto che grazie al petrolio la Somalia sarà testimone di una fase di rinascita dopo tanta miseria patita. Egli ha esortato i clan locali, che in precedenza avevano attaccato un convoglio della Africa Oil, a rinunciare alla violenza per cooperare alle operazioni e alla costruzione della pace nella regione. Ha aggiunto inoltre che la gente del posto beneficerà di nuovi posti di lavoro e che i ritorni sugli investimenti saranno utilizzati per migliorare i servizi resi alla comunità. Ma tra i somali, stremati da vent’anni di guerra e abituati alle promesse disattese, serpeggia un misto di paura e disillusione.

In Africa, ogni scoperta di risorse nel sottosuolo si è rivelata una maledizione per gli abitanti del posto. E nella migliore delle ipotesi tali ricchezze hanno alimentato cricche e consorterie locali.
Il caso della Nigeria è emblematico: la gente non ha beneficiato in alcun modo dei ricchi introiti petroliferi, incamerati per la maggior parte dall’1% della popolazione, se è vero che gli indicatori socio-economici del Paese sono peggiori oggi di quanto non lo fossero 30 anni fa. Si stima che, dal 1960, tra i 300 e 400 miliardi di dollari siano stati sottratti da funzionari governativi corrotti, mentre il 70% delle oltre sei milioni di persone che abitano nel delta del Niger vivono con meno meno di un dollaro al giorno. In compenso esse pagano sulla propria pelle i danni ambientali prodotti dalle oltre 7000 fuoriuscite di petrolio (quelle ufficiali…) censite dal 1970 – di cui anche l’Eni ha una fetta di responsabilità.

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Lo scorso 26 dicembre Turchia e Azerbaijan hanno firmato un memorandum per la costruzione del gasdotto Tanap (Trans Anational Pipeline), che nella fase iniziale trasporterà 16 miliardi di m3 all’anno, di cui sei miliardi destinati al mercato turco, e i restanti dieci all’Europa, provenienti dal giacimento azero di Shah Deniz II. Al consorzio partecipano la compagnia statale per l’energia azera Socar (80%) e due compagnie turche, quella per la gestione degli oleodotti turca Botas quella petrolifera Tpao (20%), a cui in futuro potranno aggiungersi anche altre imprese. I lavori per l’infrastruttura, che avrà un costo stimato di 3,8 miliardi di euro, inizieranno nel 2012 e dovrebbero concludersi a fine 2017. La capacità del gasdotto con il tempo potrà essere aumentata a 24 miliardi di m3.
Tale accordo avrà molte conseguenze per l’Europa. Il Tanap conferma il ruolo della Turchia come incrocio delle vie di approvvigionamento tra l’Asia e il vecchio continente, ma farà tramontare forse definitivamente il progetto Nabucco, sostenuto dalla Ue, perché non c’è più abbastanza gas nei giacimenti azeri per alimentarlo.

Nabucco (qui la presentazione) è un progetto nato male e cresciuto peggio. Messe da parte le questioni del superamento dei costi previsti, a lungo sottovalutati dai responsabili di gestione, e della crisi finanziaria europea, che ha monopolizzato l’attenzione di Bruxelles accantonando ogni altro dossier dal tavolo dei 27, la realizzazione del gasdotto è messa in forse da due grossi ostacoli.
Il primo è la mancanza di fonti sicure di approvvigionamento. Nel gennaio 2010 l’unico fornitore confermato era l’Azerbaijan, ma nel frattempo il gas azero ha trovato altri acquirenti.
Il secondo è il fattore R, ossia la Russia, la quale considera il Nabucco nient’altro che un tentativo dell’Europa di farle pressione. In questi anni Moscaha saputo giocare bene le sue carte per mettere i bastoni tra le ruote del Nabucco, complici le spaccature interne alla Ue. Dapprima ha proposto un progetto alternativo (South Stream), adesso in fase di realizzazione, che presentava l’ulteriore vantaggio di bypassare l’Ucraina per lasciarla evntualmente a secco. In seguito ha raddoppiato la capacità prevista dallo stesso South Stream (da 31 a 63 miliardi di m3) rendendo ogni altra struttura ridondante. Infine ha acquistato sempre maggiori quantità di gas dall’Azerbaijan, togliendo dal mercato l’unico fornitore che l’Europa considerava certo.
Nel 2010 Mosca importava da Baku 800 milioni di m3 all’anno; nel 2011 la quantità è raddoppiata a 1,5 miliardi e la scorsa settimana le due parti hanno firmato un accordo che prevede un ulteriore raddoppio a 3 miliardi di m3 all’anno per il 2013 “a condizioni molto favorevoli per noi”, ha dichiarato Rovnag Abdullayev, presidente di Socar.
Anche in Iraq, altro possibile fornitore, la russa Lukoil è un importante attore nei progetti di esplorazione ed estrazione.

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Martedì 24 gennaio, a Juba, Sud Sudan e Kenya hanno sottoscritto un memorandum d’intesa per la realizzazione dell’oleodotto che trasporterà il petrolio dai giacimenti sudanesi al porto kenyota di Lamu, sull’Oceano Indiano; restano ancora da definire le tariffe. La costruzione inizierà non appena i fondi saranno resi disponibili.

In questo modo il neonato Sud Sudan potrà affrancarsi dal controllo dell’ex madrepatria del Nord, proprietaria dell’unica rete di oleodotti esistenti, con la quale i rapporti restano tesi. Il Sud vanta riserve petrolifere per 6,6 mld di barili: l’80% del petrolio del Sudan prima della secessione. Ma l’unica infrastruttura esistente per l’esportazione passa attraverso il Nord, il quale trattiene 32 $ a barile (a fronte di un’offerta di 1 $) in diritti di passaggio. Khartoum giustifica l’alto pedaggio in termini di compensazione per le alte perdite conseguenti al distacco del Sud: 5 mld $ fino al 2015 secondo il FMI; addirittura il triplo secondo il governo.

Dopo i violenti scontri per il controllo di Abyei dei mesi scorsi, oggi Juba accusa Khartoum di aver sottratto greggio per l’equivalente di 350 mln $, minacciando la chiusura di 900 pozzi che arresterebbero di fatto il flusso di petrolio – e di introiti. Questa situazione preoccupa molto la Cina, che importa il 5% del proprio fabbisogno di petrolio dai due Sudan e che si è offerta di mediare tra i governi rivali al fine di trovare una soluzione. Ma il giovane Stato potrà davvero bloccare la produzione considerato che da essa dipende il 98% delle proprie entrate?
Non solo. Secondo Juba, ci sarebbe la regia di Khartoum dietro l’esplosione di violenze tribali nello Stato di Jonglei, costate finora 6.000 morti e 120.000 sfollati.

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La carta, pubblicata dalla Prof. Maria Rita D’Orsogna, mostra i siti minerari in concessione nel nostro Paese.  In molti casi le aree interessate coincidono o sfiorano quelle dichiarate protette.
E non è ancora chiaro se il nuovo decreto “Cresci Italia”, quello sulle liberalizzazioni, consentirà alle compagnie di aggirare il divieto di trivellazione in qeste aree sancito dal TU sull’ambiente del 2006. Se la nuova norma contenuta nell’art. 17 del decreto fosse confermata, le ricerche petrolifere in queste aree del Mediterraneo meridionale potrebbero continuareanche dopo il decreto di delimitazione delle zone protette. A conferma della volontà di trapanare il Paese alla ricerca di nuovi giacimenti, nel (presunto) tentativo di ridurre a noi cittadini la bolletta del gas, il decreto  ha previsto incentivi per le località che accettano le trivellazioni. In proposito, c’è già chi come la Puglia, promette di alzare le barricate.

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova il secondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

Questo articolo su Il Cambiamento ci racconta come il nostro Paese stia diventando un far west di trivellazioni. Citando un dossier del WWF, si rileva che su 136 concessioni onshore e 70 offshore attive in Italia nel 2010, rispettivamente solo 21 e 28 hanno pagato le relative royalties alle amministrazioni interessate. Su 59 società che nel 2010 operavano in Italia, solo 5 avevano pagato il canone: ENI, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi.
Apprendiamo inoltre che al 2011 sono 82 le istanze di permesso di ricerca e i permessi di ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi offshore (74 dei quali nelle regioni del Centro-Sud, 39 nella sola Sicilia) presentati al Ministero dello Sviluppo economico. Sono invece 204 le istanze di ricerca e i permessi di ricerca onshore.
E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.

La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costa rende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.
Analogo discorso vale per gli Appennini, dove le companies americane si contendono il diritto a trivellare, nonostante la ferma opposizione dei sindaci locali. Per non parlare della Basilicata, devastata dai petrolieri e ricompensata a suon d’elemosina.
Tutto ciò anche a seguito della depenalizzazione dovuta ad una legge del governo Berlusconi. Governo che voleva privatizzare i beni pubblici in nome del libero mercato anche e nonostante una volontà popolare contraria, come abbiamo visto in occasione dei quesiti referendari di giugno. Con l’aggravante di non ricavarne che briciole.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.
Sebbene il documento si soffermi in particolare sulla gestione dei rifiuti e sul ciclo del cemento, che assorbono quasi la metà dei reati ambientali, il testo offre un’idea delle dimensioni del problema. Una misura che sfugge ai dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente, i quali si basano su autodichiarazioni rilasciate dalle ditte per poi essere elaborati secondo modalità espressamente sconsigliate dalla Ue, perdendo così la fetta di rifiuti illegali prodotti dalle stesse.

 

In settimana il segretario del Tesoro statunitense Geithner ha compiuto un viaggio in Asia per convincere i giganti economici del continente a ridurre le proprie importazioni di greggio iraniano. Giappone e Corea del Sud hanno promesso di diversificare, l’India no.
Ma è la posizione della Cina a lasciare perplessi un po’ tutti, americani e iraniani compresi. Pechino a parole condanna le sanzioni; di fatto in questi giorni il premier Wen Jiabao si recherà in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar per cercare alternative alle forniture iraniane. Il che farebbe guadagnare alla Cina una maggiore capacità negoziale con Teheran.
Conscio del rischio di perdere importanti quote di export, l’Iran ha messo in guardia i suoi vicini dall’aumentare la propria produzione per compensare il minore acquisto di petrolio iraniano da parte dei Paesi importatori, sia europei che asiatici: “Se le nazioni del Golfo decidono di sostituire il petrolio iraniano, poi saranno ritenute responsabili per ciò che accadrà“, ha dichiarato Mohammad Ali Khatibi, rappresentante iraniano nell’Opec, in risposta all’annuncio del ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi della disponibilità di Ryadh ad aumentare il proprio output in qualsiasi momento per soddisfare la domanda dei paesi consumatori.

In realtà il potere negoziale dell’Iran va sempre più affievolendosi. Se i compratori cercano alternative al greggio di Teheran, anche i produttori pensano ad una allo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato del 40% del greggio che esportano.
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Quante lauree in originalità economica bisogna prendere per avere l’ideona di tappare i buchi dello Stato aumentando la benzina?”, si chiedeva Massimo Gramellini all’indomani della cosiddetta manovra Salva-Italia. Icastica espressione per descrivere la botta sul capo che gli italiani hanno ricevuto dagli ultimi aumenti.
Si sa che i tributi sulla benzina (accise + Iva) sono i più ingiusti perché colpiscono tutti i contribuenti allo stesso modo, a prescindere dalle fasce di reddito. Un po’ come la tassa sul macinato di ottocentesca memoria. Un’idea sottesa nella citazione che Gramellini riportava in chiusura: “bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”.
Tutto ciò senza contare le oscillazione del prezzo del petrolio, rispetto ai quali il prezzo della benzina è elastico più all’insù che all’ingiù. Notiamo tutti che i prezzi si adeguano quasi all’istante alle maggiori quotazioni mentre impiegano un certo tempo a scendere. Ciò avviene perché i distributori devono rivendere il carburante acquistato a prezzi elevati ad un livello che permetta di ricavare un margine di utile, anche se nel frattempo il prezzo del greggio crolla. Nel mentre che le stazioni esauriscono lo stock di benzina acquistato a prezzi maggiorati, lo Stato non ci pensa nemmeno di venire incontro ai cittadini riducendo il peso delle accise.
La verità è che dall’aumento della benzina lo Stato non ci guadagna affatto, anzi.
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Carta di Laura Canali per Limes 6/08 "Progetto Obama"

La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l’analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.
L’idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l’export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l’esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l’export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.
Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.
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Carta tratta da www.cartografareilpresente.org

Sempre alla ricerca di nuove fonti energetiche e tallonata dalla concorrenza di Pechino, l’India spunta ad espandere la propria presenza su un territorio tanto vasto quanto ricco di risorse: la Siberia.
La visita di tre giorni a Mosca del Ministro degli Esteri indiano Ranjan Mathai è stata l’occasione per rafforzare la partecipazione dell’India al progetto Sakhalin-3 per lo sfruttamento di un giacimento da 2.000 km2 nel Mare di Okhotsk, nella Siberia orientale.
Nel frattempo, la compagnia indiana OVL (Oil and Natural Gas Explorator Corp.) sta negoziando con le russe Rosneft e Novatek la costituzione di una joint venture per l’estrazione di petrolio e gas.
Attualmente OVL ha una quota del 20% nel Sakhalin-1, giacimento gestito da Exxon Mobil, per un valore da 1,7 miliardi di dollari.
Già in maggio OVL, insieme a GAIL India e Petronet LNG Ltd., stava progettando un’offerta non vincolante per una quota del 20% nei giacimenti dello Yamal, 418 miliardi di m3 di gas stimati.

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oil supply and demand

L’incidente di Fukushima non ha affatto fermato la corsa al nucleare. Dopo i Paesi industrializzati e quelli emergenti, anche quelli arabi sembrano puntare con decisione allo sviluppo dell’atomo. I Paesi che prima dell’11 marzo avevano iniziato a progettare dei reattori sono rimasti su questa strada. A cominciare da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tra i principali esportatori di petrolio della regione.
Nel febbraio 2007 il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha stretto un accordo con l’IAEA per lo promozione dell’energia atomica per scopi civili. L’intento era sviluppare una fonte di energia da destinare agli impianti di dissalazione delle acque.

Ad aprire la strada è stata l’Arabia Saudita, principale produttore di petrolio del mondo. Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

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Carta di Laura Canali per Heartland

I rapporti tra le due Tigri asiatiche, Paesi emergenti per eccellenza non sono ancora ben definiti. Il rispettivo peso demografico e una crescita economica a prima vista inarrestabile fanno di Delhi e Pechino l’ago della bilancia dei futuri equilibri geopolitici globali.
Tuttavia, man mano che la loro influenza cresce al pari della rispettive proiezioni strategiche, Delhi e Pechino si troveranno sempre più vicino, nel bene e nel male. Il rischio di una nuova guerra è da escludere, ma i segnali di un conflitto strisciante già in atto non mancano.
L’espansionismo della Cina fa innervosire i Paesi vicini e preoccupare quelli lontani (vedi le tensioni nel Mar Cinese Meridionale). Anche l’India è insofferente verso Pechino, non soltanto per aver perso una guerra cinquant’anni fa.
Solo nell’ultimo anno i due giganti si sono pestati i piedi più volte. Dapprima la decisione della Cina di inviare una flotta navale nel Golfo Persico per presidiare le rotte petrolifere dall’assalto dei pirati somali, mossa che secondo l’India potrebbe comprimere il suo raggio d’azione in quella che considera una regione di sua competenza. Poi il disappunto di Pechino per la joint venture indio-vietnamita per la ricerca petrolifera nel Mar Cinese Meridionale nonché per i crescenti interessi indiani in Africa.
Più che le tensioni lungo il confine dell’Arunachal Pradesh, ad irritare Delhi sono i piani orditi dalla Cina per ridimensionarla ad ogni livello. In principio furono il sostegno al Pakistan e l’opposizione ad una prossima riforma del Consiglio di Sicurezza che garantirebbe all’India quel seggio permanente a cui aspira.

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Nel marasma della Libia dopo Gheddafi, è opinione diffusa che le rendite energetiche possono costituire il vero collante della riconciliazione nazionale. La Libia si sta impegnando per ripristinare la propria produzione ai livelli prebellici (1,6 mln di barili al giorno), ma non è affatto detto che ciò sarà possibile.
Dopo la presa di Tripoli, l’industria petrolifera riattivata su impulso del CNT si è attestata ad un livello di 300-400.000 barili al giorno. Secondo Nuri Berruien, il nuovo presidente della statale National Oil Co., la produzione potrebbe ritornare ai vecchi fasti in soli 15 mesi.
Più realisticamente, l’EIA calcola che potrà arrivare a 1,1 milioni entro la fine del 2012, ma il cammino potrebbe essere anche più lento. Ogni livello di 100.000 barili in più richiede investimenti e competenze di cui attualmente la Libia non dispone. Diversi giacimenti, raffinerie e terminal sono stati danneggiati e per recuperarli a pieno regime saranno necessari circa 30 miliardi di dollari. Servono anche tecnici stranieri, i quali non sono ancora tornati nel Paese per motivi di sicurezza.
Alcuni campi del sud del Sahara sono stati preda dei lealisti di Gheddafi decisi a vendicarsi. I libici stanno pompando petrolio da fonti orientali (Sarir e Mesla, 250.000 barili al giorno prima della guerra), gestite dalla statale Arabian Gulf Oil Co., anche se il livello di produzione non è chiaro.
Il bacino di Sirte sembra essere relativamente stabile in questo momento, ma la raffineria ha subito gravi danni.
I giacimenti nel Fezzan e in particolare il campo Elephant, in condominio tra Eni e la spagnola Repsol, produce un quinto dei 330.000 barili al giorno di capacità potenziale.

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La decisione di Obama di inviare circa 100 soldati – per lo più appartenenti alle operazioni speciali – in Uganda è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Kampala non è direttamente coinvolta nella sfera di interessi americani. Come mai l’America stia aprendo il suo quarto fronte di guerra da quando l’attuale presidente in carica?
Gli americani non avevano più truppe nel Corno d’Africa dai tempi dell’operazione Restore Hope. Dopo la battaglia di Mogadiscio, in cui 18 soldati persero la vita, il presidente Clinton decise di ritirare il proprio contingente. Stavolta, però, il nemico non è al-Shabaab in Somalia, bensì l’Esercito di Resistenza del Signore, guidato da Joseph Kony e accusato di crimini contro l’umanità. Negli anni l’LRA ha subito pesanti defezioni: se nel 2003 poteva contare su 3000 guerriglieri armati e circa 2000 fiancheggiatori, oggi le sue forze sul campo sarebbero ridotte tra le 200 e le 400 unità.
L’obiettivo di Obama è aiutare il governo di Kampala a migliorare la propria sicurezza interna. La Casa Bianca ha cercato di appoggiare l’Uganda già sotto la presidente Bush; tuttavia la tempistica di questa nuova operazione è alquanto strana, soprattutto considerando la volontà dell’amministrazione di svincolarsi dai conflitti in Iraq e Afghanistan.

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fonte: Globalsecurity.org

Nonostante Fukushima, l’energia nucleare rimane tuttora un’opzione vitale per i Paesi in sviluppo. Neanche il disastro di Fukushima ha rallentato la corsa all’atomo. Ne è un esempio l’India, che pochi giorni fa ha ribadito i propri progetti futuri in merito.
Nel corso del raduno annuale dell’IAEA, il presidente della Commissione per l’energia atomica dell’India Srikumar Banerjee ha dichiarato che “Il ruolo del nucleare come fonte sicura, pulita e sostenibile per soddisfare le esigenze energetiche, nonché per affrontare adeguatamente i problemi del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, non può essere compromesso. Questo è tanto più vero per le economie emergenti, che mirano a fornire una migliore qualità della vita per i propri cittadini“.

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La scorsa settimana il Kazakistan ha celebrato l’inizio della costruzione di un gasdotto diretto alla Cina, con un investimento del governo di Astana per 130 milioni di dollari.
La pipeline avrà lunghezza 1475 chilometri e sarà parte di un sistema di due condutture per complessivi 6500 chilometri in partenza da Beyneu (Turkmenistan, dove la Cina ha sviluppato un giacimento di gas) che incontrerà il gasdotto Cina-Asia Centrale a Shymkent, in Kazakhstan. Il sistema attuale fornisce gas a Pechino attraversando tre Paesi (Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan).
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Sembra incredibile, ma nei giorni in cui l’attenzione dei media internazionali è concentrata sulla (improbabile) nascita dello Stato palestinese e sulle tensioni tra Turchia e Israele torna in auge la questione delle Falkland. Trent’anni dopo la breve guerra che oppose Regno Unito e Argentina, ad agitare nuovamente le relazioni tra i due Paesi c’è la possibilità sotto le acque dell’arcipelago si celi un cospicuo giacimento di petrolio.

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Il 9 luglio il mondo ha celebrato la nascita del Sud Sudan, ma a due mesi dall’indipendenza lo sviluppo del nuovo Stato si sta già dimostrando una strada in salita.
Neanche il referendum di gennaio che ha sancito l’indipendenza (98,83% di si) è servito a placare una guerra durata 21 anni e che ha lasciato sul terreno 2,5 milioni di vittime. Almeno sette milizie ribelli operano sul territorio meridionale, in particolare nella regione contesa di Abyei, e le Nazioni Unite stimano che più di 2.300 persone siano morte nel corso delle violenze dal giorno del referendum.
Questo perché progresso e problemi sono entrambi riflessi dello stesso potenziale: il petrolio. Il Sudan unito era il terzo maggior produttore di oro nero dell’Africa subsahariana, soprattutto grazie al Sud che ospita il 73% dei giacimenti da cui si estraggono attualmente 385.000 barili al giorno. Un particolare che spiega la perdurante contrarietà di Khartoum all’emancipazione del nuovo Stato.
Troppe volte, infatti, il conflitto sudanese è stato osservato sotto la lente della religione o della multietnicità, tralasciando il fatto che la privazione dei diritti fondamentali al popolo del Sud nei 55 anni di storia del Paese è stata innanzitutto in conseguenza del rigido controllo centrale sulle risorse periferiche. Non a caso la situazione si è aggravata dal 2004, quando il governo guidato da Omar al-Bashir sferrò una nuova offensiva per mantenere il controllo del petrolio e dell’acqua del Sud.

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di Luca Troiano

1. Molti si chiedono perché l’Occidente abbia avuto fretta di intervenire in Libia mentre nessuno alza un dito per la Siria. Anche lì c’è un dittatore che bombarda i suoi cittadini, no? Eppure le possibilità di assistere ad una nuova campagna mediorientale sono pressoché nulle. Le ragioni sono molteplici.
Un intervento Nato è improponibile sia dal punto di vista politico (la Lega Araba non accetterà altre ingerenze militari in Medio Oriente) che da quello logistico (Turchia e Israele non concederanno mai le basi dalle quali organizzare le operazioni). Inoltre, gli esempi degli ultimi anni, dai Balcani alla Somalia, dall’Afghanistan alla Libia, hanno confermato che l’azione dell’Alleanza Atlantica produce il minimo risultato con il massimo sforzo. Senza contare il salasso dei costi che gli esangui bilanci d’Occidente dovrebbero sostenere.
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di Luca Troiano

1. Da quando è stata ufficializzata la sua scoperta, il giacimento Leviathan ha alimentato più discordie che speranze. Questo perché i 16 trilioni di metri cubi di gas contenuti nelle sue viscere si trovano a cavallo tra le rispettive aree marittime di Israele e Libano, i quali stanno già affrontando la questione con toni piuttosto accessi.
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di Luca Troiano

I giacimenti di petrolio accertati in Sud America costituiscono il 20% di tutte le riserve mondiali, dopo l’aumento del 40% sulle precedenti stime. È quanto dicono i dati diramati dall‘Organizzazione Latino Americana dell’Energia (Olade), nel corso del primo Seminario latino americano e caraibico su petrolio e gas tenuto a Quito (Ecuador) il 12-13 luglio.
Solo in Venezuela, il bacino dell’Orinoco (55.000 kmq) custodirebbe ben 297 miliardi di barili (85% della regione), sufficienti a soddisfare l’intera domanda globale per quasi 10 anni.
Secondo l’Olade, la regione centro e sudamericana è seduta su almeno 345 miliardi di barili di petrolio pronti per l’estrazione.

Per il Venezuela si tratta della 34esima stima al rialzo in sei anni, da quando cioè fu promosso il programma “Magna Reserva” al fine di accertare tutte le riserve esistenti sul proprio territorio. Ora Caracas è nei primi cinque posti nel mercato mondiale degli idrocarburi.
Anche il Brasile ha recentemente scoperto di possedere notevoli giacimenti al largo delle sue coste atlantiche. Come il giacimento Tupí (33 miliardi di barili), rilevato nel 2007 , o il giacimento di Giove (12 miliardi), esplorato nel 2008, che equivalgono al 5% delle riserve continentali.
Al terzo posto c’è il Messico (4% riserve), che sebbene negli ultimi 15 anni abbia visto diminuire le stime sulle proprie riserve, può tuttora contare sul giacimento Paleocanal Chicontepec (137 miliardi) scoperto nel 2009.
Al quarto c’è l’Ecuador (3%), le cui riserve nel 2008 sono aumentate dei due terzi rispetto all’anno precedente, in parte grazie all’esplorazione di un nuovo giacimento da 960 milioni di barili.
Venezuela, Messico e Brasile producono l’80% del totale nella regione; un altro terzetto formato da Colombia, Argentina ed Ecuador produce il 17%, mentre gli altri Paesi producono il restante 3%. Senza ulteriori scoperte e mantenendo gli attuali ritmi di produzione, le riserve venezuelane potranno durare per 201 anni, quelle dell’Ecuador per 34, quelle del Brasile per 18, quelle di Messico e Argentina per 11, quelle della Colombia per 8.

Tutti i Paesi sono costantemente alla ricerca di nuovi giacimenti.
L’Argentina, ad esempio, ha annunciato un programma di sviluppo delle esplorazioni per il periodo 2010-2014, gestito dalla compagnia ispano-argentina Repsol. Il programma mira a determinare il potenziale di riserve sotterranee nazionali.
Il Messico si è impegnato ad investire più di 27 miliardi di dollari entro il 2019 al fine di sviluppare il proprio potenziale offshore.
Anche la compagnia brasiliana Petrobras ha in programma investimenti dell’ordine di 73 miliardi entro il 2015, in joint venture con i suoi partner, nella piattaforma del bacino di Santos, a sudest. Zona dove da qualche tempo staziona la Quarta flotta Usa, ufficialmente per attività di ricognizione.
Analisi delle attività condotte dalle companies ha permesso di concludere chel’America Latina e i Caraibi produrranno 12 milioni barili al giorno di petrolio nel 2015, rispetto ai 9,6 milioni del 2009.

È soprattutto il Venezuela a pianificare progetti faraonici sull’estrazione e la lavorazione del greggio. Caracas sta per promuovere la trivellazione di 10.500 pozzi, oltre alla costruzione di due raffinerie e di un nuovo terminal di esportazione. Entro il 2015, la produzione di petrolio venezuelano ammonterà a 4,5 milioni di barili al giorno, e la raffinazione a 3,6 milioni.
Per aumentare la propria capacità di export, PDVSA, compagnia statale di Caracas, ha appena acquisito il 60% di una società di trasporti che possiede circa 300 chiatte sul fiume Paraná, che scorre attraverso Brasile, Paraguay e Argentina.
Prosegue inoltre la produzione di petrolio in associazione con Petroecuador, quella del gas con la compagnia statale boliviana, e le attività di esplorazione in Argentina e Uruguay. PDVSA è anche coinvolta in due grandi progetti per la costruzione di raffinerie nella regione: a Manabí (Ecuador), che raffinerà 300.000 barili al giorno, e a Pernambuco (Brasile), con una capacità di 230.000 barili al giorno.
Nel contempo, la compagnia sta riducendo i suoi investimenti nelle raffinerie in Europa, giudicate inutili. Ne ha appena vendute due in Germania (a Gelsenkirchen e Karlsruhe) al colosso russo Gazprom.

L’obiettivo del governo venezuelano è triplice: stabilire nuove partnership, accedere a nuovi mercati e rafforzare il ruolo geopolitico dell’Opec. Soprattutto quest’ultimo tassello offre al Paese notevole profonda strategica. Perciò il presidente venezuelano Hugo Chavez ha più volte tentato di condizionare la produzione petrolifera ad una regolamentazione per incrementare l’influenza esercitata dai Paesi produttori.
Ma il petrolio di Caracas è un piatto troppo ghiotto e gli Stati Uniti, tradizionali avversari di Chavez, starebbero cercando di metterci le mani.
La lotta degli Stati Uniti per mettere le mani sul petrolio del Venezuela è iniziata nel dicembre del 2002, quando PDVSA dovette far fronte a uno sciopero che coinvolse circa 20.000 dipendenti. Ma la destabilizzazione attesa dagli Usa non ci fu e lo sciopero terminò con una sconfitta nel febbraio del 2003, quando PDVSA fu nazionalizzata. Circa 15.000 dipendenti del settore petrolifero furono licenziati e le perdite causate dalla rivolta si aggirarono sui 10 miliardi di dollari.
Non vanno poi dimenticate le recenti sanzioni emesse da Washington per punire PDVSA, rea di aver inviato una nave cisterna con 20.000 tonnellate di benzina all’Iran. Un mero atto intimidatorio, secondo Caracas. I media americani, intanto, criticano pesantemente la cooperazione economica e militare del Venezuela con Russia e Cina.
Inoltre, il settore petrolifero venezuelano è escluso dai contratti con le compagnie USA, dai prestiti per le esportazioni e le importazioni e dall’acquisizione di tecnologie avanzate per l’estrazione e la raffinazione del petrolio. Ma PDVSA è un colosso abbastanza grande da sopravvivere all’esclusione dal mercato statunitense. E alle voci sulle condizioni di salute di Chavez, sul quale da giorni è calato il silenzio dei media.
Quelli occidentali, ovviamente.

di Luca Troiano

Non possiamo prevedere l’esito finale della guerra in Libia. Sempre ammesso che un esito finale ci sarà. I ribelli avanzano e arretrano, la Nato bombarda, Gheddafi minaccia. La missione Unified Protector non durerà all’infinito, ma i combattimenti sul campo chissà. Qualcuno vede già nella Libia una nuova Somalia.
Ad ogni modo, il fatto che l’obiettivo principale su entrambi i fronti, al di là delle dichiarazioni retoriche, siano i terminal petroliferi di Brega e di Ras Lanuf, evidenzia che l’elemento cruciale nell’analisi degli eventi è il petrolio. L’oro nero è al centro della guerra, e chi ne manterrà il controllo sarà il vincitore. Leggi l’articolo completo »

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