Categoria: Energia


La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo -, Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

A due anni dalla rivoluzione, la Libia è ancora  fuori controllo. Pareva almeno che gli interessi italiani fossero garantiti: il primato di ENI nell’estrazione di idrocarburi, in particolare, era rimasto invariato, e nuovi contratti erano stati siglati sia col cane a sei zampe che con altre nostre grandi aziende (es: Iveco, Sirti, Salini).
Già, pareva.

Sabato 2 marzo la Mellitah Oil & Gas, joint venture paritetica fra la libica NOC e l’ENI, ha bloccato il locale impianto di trasformazione del gas a causa di alcuni scontri a fuoco nel distretto di Nuqat al Khams. La struttura, che tratta circa 100.000 barili al giorno prodotti dal pozzo di El Feel e che rifornisce clienti come Edison, Gaz de france e Sorgenia ha arrestato la produzione e di mettere in sicurezza il personale e le installazioni, con la conseguente interruzione del flusso di gas attraverso il gasdotto Greenstream. Tale conduttura, anch’essa in comproprietà tra NOC ed ENI, convoglia tutto il gas che l’Italia importa dalla Libia (circa 150 mln m3 al giorno).

L’impianto è stato riavviato lunedì 4, ma il ripristino dei flussi di gas attraverso  il Greenstream non sarà immediato. Per ENI il danno è stato tutto sommato limitato.
Secondo Linkiesta, però, c’è molto di che preoccuparsi:

in zona è presente un gruppo armato il quale “da giorni opera con l’obiettivo di fermare la produzione petrolifera e gasifera in particolare dal giacimento di al Wafa che si trova all’interno del sito e che rifornisce l’Italia e l’Unione Europea con 8 milioni di metri cubi di gas all’anno attraverso il gasdotto South Stream che arriva in Italia. Questa milizia ha chiesto il pizzo al governo. Vuole dei soldi in cambio dei quali è disposto a garantire la sicurezza dell’area desertica della Libia”.

E’ un copione già visto: alla fine di una guerra civile, le varie tribù cercano di accaparrarsi le rendite che possono. Pretendendo un compenso dal governo – e probabilmente anche dalle compagnie – per garantire la “protezione” dell’impianto.

Il governo di Tripoli ha subito schierato l’esercito a difesa dell’impianto. Sempre Linkiesta - che riporta in tabella le importazioni italiane di gas per Paese di provenienza dal 1990 al 2011 -   interpreta questa mossa sotto un duplice profilo.
Da un lato, la Libia teme di perdere le sue preziose rendite, più che mai fondamentali in un periodo di cronica instabilità come quello in corso. Dall’altro – e questo è interessante – tale mossa può servire per dimostrare ai vari fornitori nazionali in che modo si stia muovendo il settore del gas, per tentare di rinegoziare alcuni contratti dopo il brusco calo dei consumi dal dopo-crisi. E qui entra in gioco la Russia:

Eni è ancora legata a contratti del tipo “take-or-pay” con la Russia: se i volumi “prenotati” non vengono ritirati, Eni deve corrispondere una penale. Molti dei contratti libici, poi, sono legati a strutture contrattuali estremamente onerose, in cui il partner locale riceve una percentuale altissima del profitto (tra le più alte al mondo). Rinunciare al gas libico serve per dimostrare ai libici che di Libia si può fare a meno; e serve per dimostrare ai russi che di gas ce n’è così tanto, che ci si può permettere di chiudere un rubinetto a piacimento. Nel frattempo, se poi il rubinetto si chiude, si compra più gas dalla Russia, evitando di corrispondere onerose penali.

Del resto, se i consumi in Italia sono crollati, la Russia ci ha rimesso molto in termini di volumi esportati. Nel 2006 in Italia si consumavano ancora 83,5 miliardi di metri cubi di gas, di cui 22,5 di provenienza moscovita. Nel 2011 la domanda è scesa a 76,7 miliardi, coperti per 19,6 dai russi. Anche dall’Algeria le importazioni sono diminuite nello stesso periodo, passando da 25 a 21,3 miliardi. La Libia in periodi “normali” rappresenta il 12,5% delle importazioni italiane di gas. Ecco la mappa dei gasdotti e dei rigassificatori:

In merito a questo presunto “bilanciamento” del Cane a sei zampe tra Libia e Russia si scatena lo scetticismo degli operatori del settore. La voce tra gli addetti è che Eni, che controlla tutti gli accessi per l’importazione di gas in Italia, sfrutti le vicende libiche per ottenere vantaggi in chiave russa – come sarebbe già successo con la precedente chiusura di Greenstream in occasione della guerra civile libica. Le chiusure rappresenterebbero eventi dalla gestione difficile per molti operatori nazionali che operano su base geografica più limitata. Per fortuna, stavolta l’interruzione è durata poco e ha avuto luogo in un finesettimana, quando i consumi sono più bassi. Così, in poco tempo i malumori si sono chetati, e l’Eni ha un esercito in più a proteggerla.

Con il Greenstream a secco, e l’Italia è energicamente più vulnerabile.
E questo aspetto, soprattutto ora che Gazprom è vicina al controllo del gas di Israele, che Rosnerft ha rafforzato la sua alleanza con ENI e che le compagnie russe sono in piena corsa per acquisire le aziende energetiche greche DEPA e DESFA a prezzi di saldo, sta favorendo la realizzazione dei piani di Mosca nella geopolitica energetica italiana ed europea.

Come tutti (gli esperti di questioni geopolitiche) sanno, l’economia cinese e quella americana sono complementari: l’apparato industriale sinico e quello finanziario di Wall Street si incastrano alla perfezione (benché le aziende USA, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, stiano adesso riportando la produzione in casa). Ma sia Pechino che Washington consumano molta energia. Troppa. Ed è qui che parte la competizione tra i due colossi, dove i colpi bassi non mancano. Le manovre intorno al boom petrolifero in Uganda ne sono un esempio.

Vi ricordate Kony?

In seguito alla campagna mediatica di Invisible Chidren – che peraltro non diceva tutta la verità sulla vicenda;  ecco la vera storia - molte forze sono state mobilitate contro Joseph Kony, leader del LRA, e qualche risultato in tal senso è pure stato ottenuto. Rimane però una domanda: ma se Kony era una spina nel fianco di Kampala da due decenni e mezzo, perché sia gli USA che Uganda hanno deciso di dargli la caccia solo pochi mesi fa?

Gli obiettivi nascosti della campagna sono spiegati in questo post di Davide Matteucci su Limes. In sintesi, alla base della campagna c’era la necessità degli USA di recuperare lo svantaggio nella competizione petrolifera con la Cina in Africa centrale. Sostenere il presidente ugandese Museveni nella caccia al nemico avrebbe garantiti alle Big Oil statunitensi un trattamento di favore in vista delle nuove concessioni estrattive. Anche lo stesso Museveni ne avrebbe beneficiato. Inoltre l’Uganda è un’importante attore locale nella lotta contro al-Shabaab in Somalia. Ecco ricostruito il quadro:

Le manovre interne di Museveni, la competizione per le risorse petrolifere, la crisi somala e le possibili ricadute di quella tra i due Sudan rappresentano quindi temi verosimilmente legati all’improvvisa accelerazione nella caccia a Kony. A essi va aggiunto l’avvicinarsi delle elezioni americane: la cattura del capo dei ribelli ugandesi sarebbe un importante successo per Obama. Seguendo questa lettura, c’è chi colloca la stessa iniziativa del video Kony2012, con tutte le sue numerose imprecisioni rispetto alle attuali dimensioni dell’Lra, all’interno di un disegno volto a nascondere obiettivi tutt’altro che umanitari dietro la necessità di fermare le atrocità commesse da Kony e dai suoi seguaci.

Nella visione strategica dell’America, l’Uganda ha un posto in prima fila. Sia per le riserve petrolifere che per la posizione chiave occupata da Kampala nel contesto regionale. Pensiamo al tour in Africa di Hillary Clinton nello scorso agosto: tra le altre cose, il segretario di Stato ha incontrato anche il presidente Museveni. La Clinton lo ha esortato a rafforzare l’avanzamento delle istituzioni democratiche onde garantire la stabilità del Paese (e dunque dei rapporti con gli USA) anche dopo le elezioni del 2016, benché il presidente abbia rimosso il limite del doppio mandato proprio per potersi ricandidare nuovamente. Tuttavia Washington sembra guardare verso un futuro post-Museveni.

Ha vinto la Cina

A quasi un anno dalla vicenda Kony, però, il piano degli USA per tenere lontana la Cina è fallito. L’Uganda intende seguire una politica di gestione del petrolio orientata allo sviluppo dell’economia locale, più che alle esportazioni. Tra le poche compagnie estere che beneficeranno dei diritti d’estrazione c’è la cinese CNOOC, a fronte di nessuna americana. L’Indro (dove si accenna anche all’ENI in modo tutt’altro che lusinghiero):

Durante il discorso il Presidente ha lanciato un duro monito alle multinazionali. Chi non si adegua con la politica nazionale petrolifera può abbandonare il mercato. Un attacco diretto è stato rivolto all’Italia e alla multinazionale ENI: “Il Governo ha preferito la multinazionale cinese CNOOC a quella italiana ENI non solo per motivi geopolitici. Sapete perché l’ENI è rimasta fuori?Sono venuti a trattare corrompendo il Primo Ministro Amana Mbabazi. Visto che odio la corruzione non ho concesso loro la licenza”. Trascurando l’ultima frase assai grottesca, in quanto Museveni fino al 2012 ha trasformato la corruzione in un metodo di gestione politica del potere, rimangono presso l’opinione pubblica ugandese forti sospetti di corruzione, smentiti  dalla multinazionale, ma riportate nel 2011 da vari media italiani. Secondo il Ministro ugandese degli interni la ragione principale dell’esclusione dell’ENI fu l’aver nascosto al Governo la compartecipazione della Libia di Gheddafi all’epoca in forti contrasti con l’Uganda. Prima della caduta del regime il leader libico possedeva il 2% delle azioni ENI e stava pianificando di aumentare la quota azionaria al 10%. Tale mossa finanziaria avrebbe permesso alla Libia di controllare indirettamente le risorse petrolifere ugandesi, vanificando gli sforzi del governo tesi a impedire la penetrazione economica libica in un settore di importanza strategica come il petrolio. L’attacco è stato diretto anche alla multinazionale Tullow sospettata di altrettanti atti di corruzione e la più acerrima oppositrice della costruzione di una raffineria. Nella tipica oratoria piena di buffe espressioni facciali, aneddoti, proverbi locali e scherzi, Museveni ha ricordato che l’Uganda deve sfruttare al meglio l’opportunità offerta dal petrolio visto che le riserve basteranno per solo 25 anni“Il petrolio non deve servire alla classe politica ugandese per gonfiare i salari ed abbandonarsi in spese stravaganti comprando whisky pregiato, profumi, vestiti di Armani e bambole gonfiabili. Deve servire per rafforzare l’agricoltura che non si esaurirà mai e l’Industria”, ha chiarito il Presidente facendo ironia sulla notizia recentemente pubblicata da alcuni giornali scandalistici riguardanti la particolare collezione privata di bambole gonfiabili sexy di un Ministro. Si prevede che la multinazionale Tullow possa ritirarsi dal mercato ugandese o sia costretta a farlo a causa del suo rifiuto riguardante la raffineria. Anche la Cinese CNOOC e la francese TOTAL non sono molto entusiaste di gestire il consumo regionale del greggio. Per prevenire eventuali difficoltà il Presidente Museveni sta aprendo il mercato alla Russia, ponendo le basi per importanti accordi durante la sua visita ufficiale a Mosca avvenuta il 11 dicembre scorso. Varie multinazionali russe si sono dimostrate interessate allo sfruttamento dei pozzi petroliferi e alla costruzione di una raffineria regionale in Uganda. Un mistero avvolge la quantità reale dei giacimenti petroliferi ugandesi. Dopo le stime ottimistiche degli anni duemila, ora la Tullow afferma che le riserve di 2,2 miliardi di barili in realtà sarebbero inferiori. Di parere contrario sono altre multinazionali tra cui russe che stimano le riserve ad oltre 3,4 miliardi di barili. Stima che potrebbe aumentare con le esplorazioni in atto sul Lago Alberto.

I contratti con le aziende estere erano già stati congelati un anno fa, sempre per ragioni legate a scandali per corruzione.

Le ragioni dell’Uganda sono comprensibili: due miliardi e mezzo di barili non spostano di una virgola gli equilibri del mercato petrolifero globale, ma sono per un piccolo Paese come l’Uganda rappresentano un vero e proprio tesoro. Meglio tenere il greggio in casa piuttosto che venderlo ad altri. Ma l’Uganda rivestirebbe una grande importanza anche come Paese di transito per il greggio estratto nel Sud Sudan e nel Nordest del Congo. Da qui le attenzioni di USA e Cina verso Kampala. E a un migliaio di chilometri a sudest c’è il Mozambico, dove Pechino si è già mossa in seguito alla scoperta di un grande giacimento di gas nell’Oceano Indiano (20 miliardi di m3) da parte dell’ENI. Oggi l’Africa orientale, dopo l’Artico, è considerata la nuova frontiera dell’energia globale. Una partita che Cina e America puntano entrambe a vincere. Il primo match sul neutro di Kampala lo ha già vinto Pechino. Evidentemente, a Washington, la “presenza” in campo di Kony non è bastata.

Il premier Victor Ponta ha vinto le elezioni politiche tenutesi in Romania. Grande sconfitto il suo avversario di sempre: il presidente Traian Băsescu. Ma è tuttavia difficile proclamare un vincitore, a fronte di un’astensione del 60%.
Nonostante la schiacciante maggioranza (59%), Ponta potrebbe comunque non governare il Paese. Da un lato, la coalizione che lo sostiene e composta anche dai nazionalisti e dalla minoranza ungherese, che si sono presentati alle urne con programmi contrapposti. Dall’altro, il Presidente Basescu ha dichiarato di non voler nominare Ponta per un secondo mandato.

Conclusa una campagna elettorale dominata dai temi dell’austerity e della lotta alla corruzioneil futuro governo dovrà affrontare grandi sfide: prima fra tutte, l’attuazione delle riforme attese da tempo dai creditori internazionali (FMI, Banca Mondiale ed UE) in cambio dei prestiti necessari per continuare a pagare gli stipendi e le pensioni, i quali gravano sul debito pubblico in misura sempre più preoccupante.
Anche a causa dell’incapacità della classe dirigente di gestire adeguatamente le finanze pubbliche.

Tutto questo mentre quasi nove milioni di rumeni vivono con poco più di cento euro al mese e le grandi imprese pubbliche chiudono i propri bilanci regolarmente in perdita. Inoltre, a cinque anni dall’adesione all’Unione Europea, i cittadini romeni (assieme a quelli bulgari) continuano a essere esclusi dall’area di libera circolazione sancita in quel di Schengen e discriminati nel mercato del lavoro.

Bruxelles finge di non vedere, nonostante i due Paesi siano in prima linea nei piani di politica energetica della UE. La Romania ha anche dato il via – assieme alla Moldavia – alla costruzione del gasdotto Iasi-Ungheni, un progetto che condurrà all’integrazione energetica di Chisinau nel mercato europeo.

Ma con Ponta le cose potrebbero cambiare. Le speranze di approvvigionamento energetico dai giacimenti romeni sono legate allo sviluppo dei giacimenti di shale gas. Ora, mentre presidente Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles, il premier Ponta ha deciso una moratoria alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione, suscitando le furie della Commissione Europea.

Nello stesso giorno delle elezioni politiche, un referendum sullo sfruttamento del gas shale in Romania non ha raggiunto il quorum necessario per essere valido. Formalmente, il fallimento del referendum consente la continuazione dello sfruttamento dello shale, ma la conferma di Ponta alla testa del governo potrebbe portare Bucarest a confermare la moratoria sul gas non convenzionale, e a reiterare lo scontro politico con il Capo dello Stato. E di riflesso, con l’Europa.

Corleto Perticara è un ridente comune di 2.712 anime dell’entroterra potentino, nella valle del fiume Sauro, al confine con la provincia di Matera. Ha dato i natali a Pietro e Michele La Cava, e Carmine e Tommaso Senise, illustri coppie di fratelli legate al periodo storico del Risorgimento. Visitandolo, si possono ammirare la Chiesa Chiesa Matrice di Santa Maria Assunta e i resti del Castello Normanno, ora sede municipale. Tuttavia, non è per questi aspetti che, da circa un mese, questo piccolo comune lucano è conosciuto più all’estero che in Italia.

Nei primi di novembre un articolo sul Guardian (tradotto qui) si è concentrato su Perticara. Il motivo? il prossimo avvio dell’estrazione di petrolio attraverso una serie di pozzi aperti lungo le pendici dell’Appennino. Si tratta del cosiddetto progetto Tempa rossa, approvato dal governo Monti lo scorso maggio, partecipato al 75% dalla compagnia francese Total e per il restante 25% da Shell, in un campo di estrazione che sarà operativo dal 2016 e che dovrebbe fornire una  produzione giornaliera di 50 mila barili di petrolio, 230 mila m3 di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. Lo scorso 23 marzo anche il CIPE ha quantificato il finanziamento totale dell’opera in 1,3 miliardi di euro.
Secondo il quotidiano britannico, Goldman Sachs considera il piano uno tra i 128 progetti più importanti al mondo: uno di quellicapaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva. Ne è convinta anche il sindaco Roasaria Vicino, sicura che  le royalties che entreranno nelle casse dell’amministrazione locale garantiranno un netto miglioramento della vita dei corletani.

Al di là delle buone intenzioni riguardo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, resta il fatto che il piano energetico nazionale ruota attorno ai combustibili fossili. Dunque, all’estrazione di petrolio e di gas naturale, di cui il governo intende raggiungere il raddoppio della produzione nazionale, per un incremento che dovrebbe fornire all’Italia il 7% del suo fabbisogno totale di energia. E che a detta del ministro Passera contribuirà a creare 25.000 nuovi posti di lavoro – argomento sempre di grande appeal, soprattutto ora che la disoccupazione ha toccato i massimi storici.

Peccato che lo slancio entusiastico del governo non tenga conto dell’altra faccia della medaglia, ossia dei rischi derivanti dalle estrazioni nonché da tutte le attività connesse. In estate concludevo un articolo domandandomi, a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa ci fosse di strategico nelle trivellazioni.
E non solo l’unico a chiederselo, soprattutto perché la corsa all’oro nero potrebbe mettere a repentaglio l’altra e più importante risorsa custodita sotto il suolo lucano: l’oro blu. L’estrazione petrolifera in Basilicata infatti si concentra spesso in prossimità di dighe e sorgenti. Qualche dato da Canalenergia:

La Regione considerata “strategica” dal Governo per aumentare la produzione nazionale di idrocarburi, non ha soltanto il petrolio. Nella sola Val d’Agri si contano 600 sorgenti. Il fiume Agri alimenta l’invaso del Pertusillo che fornisce ogni anno 153 milioni di metri cubi di acqua a Puglia Basilicata. Secondo i dati dell’Autorità Interregionale di Bacino della Basilicata, oltre il 65%dell’acqua erogata, pari a quasi 103,5 milioni di mc, tra il 1992 e il 2002 verso la Puglia è stato destinato ad uso umano.

Sul petrolio in Basilicata si veda questo spezzone della puntata de Gli Intoccabili del 27 febbraio scorso. La triste sintesi è che l’arrivo delle trivelle in terra lucana non ha portato né occupazione né benessere. In compenso, la gente del luogo deve fare quotidianamente i conti con i danni ambientali e sanitari che la bonanza del petrolio comporta.
Tutte circostanze che, secondo l’OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista), l’autore dell’articolo sul Guardian evidentemente non conosce:

Ci perdoni, Mr Hooper! Lei ha perso però una occasione per descrivere qualcosa di reale, oltre il pittoresco paesaggio che l’ha impressionato. Non ha visto, forse non ha voluto vedere più a fondo oltre la superficie oleografica e pittoresca. Ha preferito scrivere il suo articolo riportando le voci ufficiali che presentano la Basilicata come il Texas d’Italia.  La voce di Mrs Vicino, sindaco di Corleto Perticara, nonchè  Assessore all’Edilizia Scolastica e Pubblica Istruzione della Provincia di Potenza, ripete da sempre il ritornello dello sviluppo petrolifero come unica occasione di riscatto. Mrs Vicino continua a far finta di credere nello sviluppo petrolifero e non vuole vedere cosa accade a pochi chilometri dal comune che amministra da sindaco, a Viggiano, dove il petrolio, dopo 15 anni, non ha creato nè occupazione nè ricchezza, ma solo disoccupazione e inquinamento, nonostante le royalties.
Nel suo articolo accenna ma non approfondisce la cosiddetta “moratoria petrolifera bluff”, fatta approvare dal Consiglio Regionale della Basilicata dal presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo. Non ha voluto ascoltare le testimonianze di chi abita a poca distanza dal pozzo petrolifero Gorgoglione 2, che la Total sta perforando e da dove fuoriescono gas mortali e velenosi, come l’ H2s. Non ha chiesto alla Total, ad esempio, se è vero che il progetto prevede che le acque acque di strato provenienti dai pozzi di petrolio e quelle oleose del costruendo centro olio di Corleto Perticara, debbano essere riversate nel torrente Sauro. Avrebbe potuto approfondire le questioni dei fanghi petroliferi seppelliti illegalmente sotto i campi dove i contadini hanno coltivato il grano, che ancora aspettano di essere bonificati. Chiedere infine, perchè a Corleto Perticara si ci ammala più che in qualsiasi altra area urbana ed industriale d’Italia, pur essendo un’area agricola.

Dello stesso tenore il commento della prof.ssa D’Orsogna sul suo blog.
Ma non c’è solo la Basilicata. Da mesi, in tutto l’arco ionico si è levato un coro di voci preoccupate per un probabile aumento delle emissioni inquinanti dovute all’attività estrattiva. Nel porto di Taranto - l‘Ilva non è poi così lontana - sarà necessario costruire due serbatoi da 180.000 m3 per stoccare il greggio, ampliare il pontile della raffineria ENI e supportare l’aumento del traffico da 45 a 140 navi l’anno. In un momento, quello attuale, di rinnovato interesse per l’esplorazione petrolifera lungo le coste pugliesi.

E’ inutile sottolineare che tra il governo e le compagnie petrolifere sussista un’innegabile (e preoccupante) convergenza di interessi. Una cosa è certa: oggi si scopre che la riforma al Titolo V della Costituzione, pur avendo conferito maggiore autonomia alle Regioni, le ha praticamente spogliate dell’autodeterminazione a decidere le azioni da adottare sul proprio territorio in materia di energia. E così il Governo ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale la legge della Regione Basilicata che ha bloccato le nuove ricerche di petrolio e gas. Certo, si dirà, la legge viola il principio di leale collaborazione, che sempre deve presiedere ai rapporti tra lo Stato e la Regione. Il testo del ricorso, però, lascia quanto meno perplessi.

UPDATE: Alcune mappe:

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Secondo Washington’s Blog, gli USA vogliono che il Giappone provveda al riavvio dei reattori reattori nucleari il più presto possibile. Si parte da due premesse:

1) I reattori nucleari di seconda generazione dello stesso modello di Fukushima – quelli ad acqua leggera, in gran parte realizzati dall’americana General Electric - furono scelti e diffusi non per ragioni legate alla loro sicurezza, bensì perché ritenuti i più idonei allo sviluppo di tecnologie militari. Segnatamente, perché potevano essere alloggiati su sottomarini nucleari.
Iruolo degli Stati Uniti nello sviluppo dell’industria nucleare in Giappone è testimoniato proprio dall’alto numero di questi reattori nella Terra del Sol levante. Ruolo che si è spinto fino ali aiuti – più o meno segreti – affinché Tokyo potesse sviluppare un proprio programma nucleare negli anni Ottanta.

2) Dopo il disastro di Fukushima, nel tentativo di proteggere le proprie industrie nucleari anziché i cittadini, Giappone, Stati Uniti e Unione Europea hanno alzato l’asticella del livello di radiazione ritenuto “accettabile”. Risultato? Le autorità americane e canadesi hanno praticamente smesso il monitoraggio quotidiano della radioattività perché considerata di livello “troppo basso”. Per sostenere l’economia di Tokyo, anche la Food & Drug Administration ha smesso di verificare i livelli di radioattività nel pesce importato dal Giappone.

Chiariti questi punti, eccoci al nodo della questione: il quotidiano giapponese Nikkei riporta che il presidente Obama e il Segretario di Stato Clinton hanno fatto pressione sul governo di Tokyo per una pronta ripresa del programma nucleare:

il governo degli Stati Uniti sta fortemente esortando [il governo giapponese] a riconsiderare la sua politica delle ” zero bombe nel 2030″, che era parte della strategia energetica e ambientale dell’amministrazione Noda, come “il presidente Obama desidera” .

L’8 settembre, il primo ministro Yoshihiko Noda ha incontrato il Segretario di Stato americano Clinton durante la riunione dell’APEC a Vladivostok in Russia. Anche in questo caso, rappresentando il presidente degli Stati Uniti, il Segretario Clinton ha espresso preoccupazione. Pur evitando di criticare palesemente la politica dell’amministrazione di Noda, [la Clinton] ha ulteriormente fatto pressione sottolineando che erano il presidente Obama e il Congresso degli Stati Uniti ad essere preoccupati.

L’amministrazione Noda ha inviato per una missione urgente negli Stati Uniti i suoi funzionari, compreso il Consigliere Speciale del Primo Ministro, Akihisa Nagashima, per discutere la questione direttamente con gli alti funzionari della Casa Bianca, frustrati dalla risposta giapponese.

(Secondo l’ex vice ministro dell’Energia Martin), il governo degli Stati Uniti ritiene che “La strategia energetica degli Stati Uniti subirà probabilmente un danno diretto” a causa del cambiamento della politica del Giappone verso la fine dell’energia nucleare. Ciò perché la politica nucleare giapponese è strettamente legata anche alle politiche di non proliferazione nucleare e ambientale finalizzate alla prevenzione del riscaldamento globale sotto l’amministrazione Obama.

Nell’accordo per l’energia atomica in vigore dal 1988, il Giappone e gli Stati Uniti hanno deciso in una dichiarazione generale che, fino a quando avviene nell’impianto di riprocessamento di Rokkasho, il ritrattamento del combustibile nucleare è consentito senza il preventivo consenso degli Stati Uniti. Il ruolo più importante del Giappone [nel contratto] è quello di garantire l’uso pacifico del plutonio senza possedere armi nucleari.
L’attuale accordo Giappone-USA in materia scadrà nel 2018, e il governo avrà bisogno di avviare delle preliminari, informali discussioni con gli Stati Uniti … già nel prossimo anno. C’è un pò di tempo prima della scadenza del contratto, ma se il Giappone lascia la sua politica nucleare in termini vaghi, gli Stati Uniti possono opporsi al rinnovo del permesso di ritrattamento del combustibile nucleare. Alcuni (nel governo giapponese) dicono: “Non siamo più sicuri di cosa accadrà al rinnovo del contratto”.

PS: riguardo a Fukushima, la Tepco ha ammesso che la centrale aveva già dei problemi prima che il maremoto la travolgesse…

La notizia è di tre settimane fa. L’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, potrebbe diventare un importatore netto della risorsa già entro il 2030. Con una produzione di 11,2 milioni di barili al giorno, Ryadh contribuisce al 13% dell’offerta mondiale dell’oro nero. Eppure i consumi di greggio per abitante sono dunque tra i più alti al mondo e crescono a un tasso del +8% annuo: circa un quarto della produzione viene utilizzata nel mercato interno, per produrre quasi la metà dell’elettricità necessaria al Paese. Se le cose non cambieranno, e in fretta, le conseguenze potrebbero essere nefaste – e non solo per i sauditi.

È quanto sostiene l’ultima ricerca di Citigroup sul settore. Il rapporto di 150 pagine a firma di Heidy Rehman sul settore petrolchimico saudita afferma che il consumo locale di elettricità si è impennato. Metà è dovuto agli usi residenziali (di cui i due terzi per l’aria condizionata), mentre buona parte di quello industriale è assorbito dal processo di dissalazione delle acque. Oggi i sauditi hanno un consumo pro capite di 250 litri d’acqua giornalieri: il terzo più al mondo, in crescita del 9% annuo.
Il risultato è che l’aumento dei consumi ha fatto crollare le esportazioni.

Già lo scorso giugno questo videoservizio di Antonio Ferrari su Corriere TV aveva lanciato l’allarme sull’esplosione del consumo saudita. Nel filmato viene citato, tra gli altri, uno studio pubblicato nel dicembre precedente dalla Chatham House intitolato Burning Oil to Keep Cool. Il grafico a pagina 11 – riprodotto nel servizio di Ferrari – mostra come, in mancanza di provvedimenti correttivi, le necessità interne andranno progressivamente ad annullare la capacità di esportazione.
Come spiegato su Petrolio:

Abbiamo notato il fenomeno già per altri Paesi: come l’Indonesia, il Messico, la Siria, l’Iran. E considero la questione come forse quella fondamentale per capire i sommovimenti del Medio Oriente, e anche del perché Paesi come l’Arabia o il Qatar sembrino partecipare più che volentieri alle guerre petrolifere e alle esportazioni di democrazia. In realtà, sono stretti tra due fuochi: non sono in grado di diminuire l’uso interno di petrolio senza rischiare rivoluzioni, ma non possono neppure rinunciare alle ricche esportazioni su cui si basa la loro economia.
E’ una bomba innescata tra popolazione in crescita e risorse in calo, e nella storia questo ha sempre significato una sola parola: guerra. Speriamo, del tutto irrazionalmente, che non sia oggi il caso.

Per allontanare questa inquietante prospettiva, i sauditi si sono mossi su più direzioni. Hanno rilanciato il loro programma nucleare e in più hanno annunciato un intenso piano di sviluppo dell’energia solare. Inoltre, vogliono comunque aumentare la produzione petrolifera, ufficialmente per calmierarne i prezzi.

In realtà Ryadh sta già pompando al massimo per compensare le minori esportazioni dell’Iran dovute all’ultimo round di sanzioni in vigore da luglio. Rispetto al 2006, l’Arabia Saudita produce il 6% di greggio in più, ma ne esporta sempre meno.
Il vero problema è cercare di capire non quanto petrolio esporta, ma quanto ancora ne conserva nel sottosuolo. Ripropongo – per l’ennesima volta  - quanto scrivevo lo scorso anno:

Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra.

Anche i dati sulle esportazioni sono opachi. Al punto che due anni fa la stessa IEA ha ammesso di affidarsi alle rilevazioni di una certa Petro-Logistics, società che sostiene di poter stimare il cargo di una nave osservando la linea d’acqua della nave caricata.
In altre parole, il mercato del petrolio – e, di riflesso, l’economia globale – si reggono sugli umori di un Paese chiuso e impenetrabile.  I cui dati sono verosimilmente falsi, o quanto meno inaffidabili.

Per maggiori approfondimenti sulla correlazione tra riserve e produzione petrolifera giornaliera si veda un post (“speculativo” per stessa ammissione dell’autrice, ma ricco di dettagli tecnici) su OsservaMondo. L’articolo è da leggere tutto, ma a noi interessa soprattutto questo passaggio:

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, il picco del ’85 dipende non da un aumento delle riserve, ma da una caduta della produzione. Da li in poi la produzione è lentamente aumentata, facendo scendere il RLI di qualche punto, fino all’89 quando in un anno aggiungono 2 milioni di barili di produzione al giorno. Allora il RLI sarebbe sceso di molto, se non nello stesso anno, l’Arabia Saudita aggiunge ben 100 miliardi di barili di riserve, arrivando a 260 miliardi ca. Questa cifra è rimasta tale e quale fino ad oggi. Non importa quanto estraggono, le riserve e quindi il RLI rimangono uguali.
In ogni caso la differenza tra paesi OPEC e non-OPEC è notevole. Fuori dall’OPEC il petrolio basta ancora per 10 anni, dentro all’OPEC ancora per 76 anni.
Potrebbe trattarsi di un ulteriore indicazione che l’OPEC esagera le riserve tremendamente. La Russia ha un RLI di 17, ma ha da 2 anni superato la produzione dell’Arabia Saudita, con un RLI di 75. I sauditi raccontano a chiunque ascolti che il paese potrebbe facilmente aumentare la produzione di altri 2 milioni di barili, senza però dimostrarcelo mai per davvero.

La formula RLI = riserve / produzione mi da che le riserve dell’Arabia Saudita dovrebbero aggirarsi intorno ai 57 miliardi di barili, da paragonare ai 60 della Russia. Molto meno dei 260 miliardi che non cambiano indipendentemente se il re ha ordinato un fermo della produzione o 100 rigs in più. 57 miliardi non sono neanche 2 anni di consumo mondiale.

Ok, è un’analisi speculativa. Ma che succederebbe se le cose stessero davvero così?

Ricordate quando nel 2007 una bandiera russa venne piantata sui fondali del Polo Nord? Ora Mosca, per riaffermare la propria influenza nella regione artica, si affida addirittura ad una benedizione ortodossa. Secondo il Barents Observer, la Russia vuole che il “Polo sia ortodosso” e, pertanto, lo ha fatto “battezzare” martedì 18 settembre, nel corso di una spedizione organizzata da Russian Arctic e dell’Antarctic Research Institute.
Misura simbolica a cui ne è seguita una più concreta: la progettazione di una nuova nave rompighiaccio a propulsione nucleare per assicurarsi la massima mobilità nella regione.

Per comprendere le ragioni di un gesto a prima vista strampalato dobbiamo fare un salto indietro di alcune settimane.
Per i russi l’Artico presenta grandi potenzialità sul piano energetico. Questo in teoria, perché in pratica lo sfruttamento delle risorse del profondo Nord presenta non difficoltà forse insormontabili. A fine agosto Gazprom ha interrotto i lavori per l’estrazione di gas dallo Shtokman, il giacimento più capiente d’Europa, dopo l’abbandono del progetto da parte del colosso norvegese Statoil e della compagnia francese Total, entrambe partecipanti con una quota del 25%. l’impennata dei costi, il calo della domanda europea e il conveniente shale gas americano hanno indotto la compagnia russa ad accantonare il progettoMosca nega, ma lo stop rappresenta un duro colpo ai suoi piani energetici.
OroNero illustra le ragioni che hanno condotto alla rinuncia:

I costi altissimi, legati al fatto che da scoperta a produzione nell’Artico passano anche 25 anni, l’impossibilità di lavorarci per più di tre mesi l’anno senza mettere a rischio la vita di chi ci lavora e l’integrità delle strutture, e i problemi connessi all’assenza di infrastrutture nell’artico, ha costretto Gazprom a togliere il tappo al progetto Shtokman.
Shtokman era stata scoperta negli anni ’80 quandi l’esplorazione della zona iniziò seriamente. Si tratta di uno dei più grandi giacimenti al mondo in termini di risorse con 3,9 mila miliardi di metri cubi. Il campo è grando più di 1400 km2 a 550 km di distanza dalla peninsula Kola. La prima fase di produzione doveva estrarre 23,7 mld di metri cubi all’anno, un terzo del consumo annuale italiano (BP, 2011). La seconda fase prevedeva 48 mld mc e la terza 71 mld di metri cubi.
La mancata partenza delle operazioni significa che Gazprom ha speso miliardi, non si sa quanti per la sopra citata intrasparenza, nel progetto che però non comincerà a produrre guadagni entro i tempi previsti. Se si tratta di un decennio o due di ritardi non importa, infrastrutture saranno da rimpiazzare, staff da formare, progetti da adattare a nuove condizioni climatiche e a nuove legislazioni.
Gazprom ha continuato a sottovalutare la rivoluzione shale gas negli Stati Uniti, che fa pressione sui prezzi e che potrebbe ridurre la domanda per gas russo. Inevitabile a questo punto che la Russia faccia di tutto per evitare uno sviluppo dello shale in Europa.

Eccoci ad un punto che ci riguarda da vicino. In Europa, quando si parla di shale gas, si parla della Polonia. Paese retto da un governo fortemente europeista e da sempre ostile a Mosca. Invitato all’incontro degli Ambasciatori tedeschi nella giornata di sabato 26 agosto il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha illustrato un piano per aiutare l’Europa ad uscire dalla crisi e rilanciarla a livello globale: riforme politiche riguardanti la Commissione Europea ed il sistema elettorale del Vecchio Comtinente, unione bancaria e finanziaria. E in più un concreto piano di sfruttamento dello shale gas polacco.
La Polonia calcola che le riserve di shale, agli attuali ritmi produttivi, potrebbero fornire gas per i prossimi 360-440 anni e creare 155.000 nuovi posti di lavoro. Già nel 2010 Sikorski dichiarò che nel giro di 10-15 la Polonia sarebbe diventata la nuova Norvegia. Per Varsavia il gas di scisto potrebbe rappresentare una fortuna e per l’europa un’alternativa al monopolio russo. In altre parole, il gas di scisto potrebbe ridefinire l’equilibrio di potere nell’Europa centro-orientale.

Secondo La Voce Arancione:

Oltre che per il sostegno del processo di integrazione europea, la Polonia ricopre un ruolo di primo piano per altri due motivi. Il primo e legato al sostegno fornito al processo di allargamento dell’Unione Europea ad Ucraina, Moldova, Georgia e Bielorussia: Paesi dell’Unione Europea che per motivi geopolitici non appartengono all’UE nonostante culturalmente e storicamente appartengano di diritto all’Europa.
In secondo luogo, Varsavia possiede nel suo territorio un ampio giacimento di gas Shale, il cui sfruttamento consentirebbe all’Unione Europea di soddisfare il suo fabbisogno energetico senza più dipendere dalle forniture della Russia.
Tuttavia, lo sfruttamento dei giacimenti shale e contrastato da due fattori. Il primo e legato alle tecnologie necessarie per l’estrazione di questo tipo di oro blu, ubicato a profonda profondità: necessari sono infatti macchinari provenienti dagli USA – dove lo shale e sfruttato normalmente – molto costosi, e, prima ancora, studi sul campo parecchio approfonditi.
Il secondo fattore contrastante lo sfruttamento del gas shale e legato alla protesta ambientalista, che si oppone ai lavori di ricerca per presunti danni all’equilibrio geologico del Paese in cui e ubicato il giacimento.
Secondo indiscrezioni provenienti da fonti molto accreditate, i movimenti che si schierano contro lo sfruttamento dello shale sono appoggiati politicamente dalla Russia, che mal sopporta la possibilità di perdere il proprio monopolio sulla compravendita di gas in Europa.

Persa la carta artica, con lo sviluppo dell’industria del gas di scisto in Polonia la Russia rischia di veder scemare la sua posizione di forza all’interno del Vecchio Continente. Almeno fino alle prossime contromosse.

Neil Armstrong è morto. Il mondo lo ricorderà per sempre come il primo uomo sulla Luna. Eugene Cernan, invece, è vivo e vegeto, ma nessuno si ricorda di lui. Eppure una menzione sui libri di storia lui la merita tutta: perché se Armstrong è stato il primo a mettere piede sul nostro satellite, Cernan è stato l’ultimo, nel lontano 14 dicembre 1972. Lui e il geologo Harrison Schmitt costituivano l’equipaggio dell’Apollo 17, l’ultima missione NASA diretta sulla superficie lunare.
Quando la capsula dell’Apollo 17 fece ritorno sulla Terra, il mondo stava cambiando. L’opinione pubblica non era più entusiasta all’idea di vedere alcuni uomini passeggiare sulla Luna, soprattutto al pensiero dell’enorme quantità di denaro pubblico impiegato per mandarceli. Denaro che in quegli anni serviva sempre di più per finanziare la guerra in Vietnam. Inoltre, i rapporti internazionali - in particolare la contrapposizione tra USA e URSS, da cui era nata l’avventura lunare -, avevano imboccato una nuova direzione, per cui la corsa allo spazio non rappresentava più un banco di prova nell’eterna competizione tra le due superpotenze. Fu così che Cernan divenne l’ultimo uomo ad essere sbarcato sulla Luna. Un titolo che, a quanto pare, potrebbe conservare ancora a lungo. O forse no.

Il 14 gennaio 2004 George W. Bush annuncia che “l’America tornerà sulla Luna non prima del 2015 e non più tardi del 2020“. Non soltanto perché oggi l’opinione pubblica manifesta un rinnovato interesse per l’avventura lunare, né tanto meno per mettere a tacere i cospirazionisti, secondo i quali, sul nostro satellite, non ci siamo mai veramente andati. Il proclama di Bush, più che motivazioni scientifiche o propagandistiche, ha delle ragioni molto più concrete.
Inizialmente, attraverso l’ambizioso programma Constellation, la NASA intende inviare un equipaggio sul satellite per studiare la possibilità di crearvi una base. Tuttavia, la storia prende un altro corso. Le finanze USA vanno a scatafascio, prosciugate dalle guerre mediorientali e sempre meno sostenute dalle entrate fiscali, ridotte dai draconiani tagli delle aliquote decisi da Bush. Dunque, soldi per Constellation non ce ne sono più. La pietra tombale sul programma l’ha messa Obama, che per esigenze di bilancio non ha lasciato alla NASA che pochi spiccioli.
Chi ha soldi e intelligenze per mandare l’uomo sulla Luna è l’India, che si propone di organizzare una missione entro il 2020. Che Delhi abbia intenzioni serie è testimoniato da Aditya, sonda che nel novembre 2008 atterrò sul suolo lunare per prelevarne campioni da esaminare.

Uno degli obiettivi della missione di Aditya era la ricerca di Elio-3, un isotopo molto raro sulla Terra, ma molto utile per le operazioni di fusione nucleare. Nelle rocce e nel suolo del nostro satellite, grazie all’azione dei venti solari, di questo gas se ne sono accumulate tonnellate. Si tratta di un aspetto da non sottovalutare. Secondo Harrison Schmitt (proprio lui, il penultimo uomo a mettere piede sulla Luna, la cui ricerca è consultabile qui), 25 tonnellate di Elio-3 basterebbero a soddisfare i consumi energetici degli Stati Uniti per un anno. Capito ora perché l’India ci teneva tanto a studiarne la presenza? Mentre noi qui sulla Terra stiamo ancora a battagliare sul nucleare, il nostro satellite potrebbe contenere un autentico scrigno di energia. Anche la Russia punta molto sull’elio-3: nel 2006 la RKK Energiya, compagnia moscovita nel settore spaziale, annunciò di voler impiantare una base permanente sulla Luna entro il 2015, sebbene attualmente l’era spaziale russa non stia vivendo un grande momento di forma.
Tuttavia, l’estrazione e il trasporto del gas sulla Terra sarebbero tutt’altro che semplici, visto che per liberare 70 tonnellate di He3 bisognerebbe riscaldare fino a 800 gradi qualcosa come un milione di tonnellate di suolo lunare. Ma i profeti dell’elio-3 si dicono ottimisti. C’è solo un punto poco chiaro: chi estrarrebbe il prezioso Elio-3? Forse, anzi, probabilmente, gli stessi soggetti che prelevano gas e petrolio qui sulla Terra. Le cosiddette Big Oil.

Oltre all’Elio-3, si stima che la Luna sia ricca di altri minerali utili, come l’alluminio, il calcio, il ferro, il magnesio, il titanio e, forse, anche l’oro. Resta da stabilire, però, se l’estrazione di queste risorse sia economicamente sensata. E qualcuno pensa che lo sia.
Nell’ottobre 2011 Naveen Jain, un miliardario americano cofondatore della società Moon Express, rilasciò una controversa intervista a FoxNews in cui dichiarava che i suoi accordi con la NASA gli consentivano di aprire attività minerarie sulla Luna. I fatti sono questi: nel 2010 la NASA vara il progetto ILDD (Innovative Lunar Demonstration Data), che  consente all’agenzia spaziale di ottenere dati tecnici provenienti da lander lunari sviluppati da aziende private. Secondo Jain, nell’ambito del progetto Ildd la Moon Express avrebbe anche il permesso per iniziare attività estrattive sulla Luna. La NASA non ha confermato questa affermazione, ma non l’ha nemmeno smentita. In ogni caso, nei piani della Moon Express le operazioni di estrazione dovrebbero iniziare entro un paio d’anni.
L’opportunità che una compagnia privata intraprenda attività lucrative nell’ambito di un programma di ricerca rappresenta la prima di due questioni fondamentali questioni giuridiche. L’altra è di carattere generale: a chi appartiene la Luna?

Lo status giuridico dello spazio esterno è definito da cinque trattati e da altrettanti principi internazionali, elaborati sotto la supervisione delle Nazioni Unite (si veda qui). In base ad essi, lo spazio – e dunque anche la Luna – sono patrimonio collettivo dell’umanità. Ci sarebbe poi un Trattato sulla Luna del 1979, che tra le altre cose prevede una serie di divieti: tra gli altri, all’uso militare del corpo celeste, all’alterazione dell’ambiente, alla rivendicazione di sovranità o di diritti di proprietà. Inoltre, l’accordo prevede che le attività di produzione ed estrazione di risorse siano condotte sulla base di un regime internazionale. Il Trattato è stato ratificato da 13 Stati, ma non da Stati Uniti, Russia, Cina, India, Giappone ed ESA: ossia proprio i soggetti coinvolti in attività lunari di rilievo.
Ad oggi nessuno Stato rivendica diritti sulla Luna. Ma in mancanza dell’adesione e della ratifica al Trattato dei Paesi che contano, il regime giuridico del nostro satellite rimane ambiguo. In un certo senso, se la Luna è di tutti, allora è di nessuno, ma se è di nessuno, allora è del primo che se la prende. Ecco perché la Moon Express ha tanta fretta di seguire le orme di Armstrong e Cernan. Per quanto sembri fantascienza, la realtà è che difficilmente i governi potranno impedire al signor Jain o a qualunque altro speculatore di estrarre minerali dal suolo lunare. E c’è da credere che non lo faranno: non dimentichiamoci che le multinazionali sono le prime sostenitrici delle campagne elettorali dei politici, e non solo negli USA. La mano morbida avuta verso le banche dopo la crisi finanziaria da esse generata e verso la BP dopo il disastro nel Golfo del Messico sono la prova dell’incapacità politica degli esecutivi di chiedere conto alle big companies delle loro colpe.
Oltre ai profitti per le grandi multinazionali, elio-3 e minerali garantirebbero energia e materie prime alla nostra Terra, soprattutto alle sempre più fameliche economie emergenti. Pertanto è facile supporre che una privatizzazione del nostro satellite, in definitiva, faccia comodo a tutti.
In un futuro prossimo il “piccolo passo” di Armstrong potrebbe rivelarsi, più che un “grande balzo per l’umanità”, un grandissimo affare per le compagnie.

[Image]Lo scorso 9 febbraio l’amministratore delegato di Shell Nigeria, Mutiu Sunmonu, in un incontro pubblico a Londra, ha indirettamente ammesso l’esistenza di legami finanziari tra la compagnia e alcuni gruppi armati nel Delta del Niger per proteggere le proprie attività nel Paese.

Questo articolo di Greenpeace ricostruisce la vicenda. Per la prima volta un alto grado della società riconosce il ruolo della stessa nell’inasprimento di un conflitto che provoca circa mille vittime all’anno. Diverse indagini indipendenti hanno confermato che la Shell ha esacerbato il conflitto attraverso il finanziamento di gruppi di miliziani responsabili di violazioni dei diritti umani, e lo stesso Sunmonu riconosce che “alcune delle cose che facciamo nel Delta potrebbe effettivamente involontariamente provocare conflitti“. Ma il dirigente giustifica questa eventualità con la difficoltà di distinguere i miliziani dai contractors affidabili, cosa impossibile perché la Shell ha anche una rete di informatori in Nigeria.

A più di sei mesi dalle dichiarazioni di Sunmonu,  l’ong inglese Platform rivela che Shell investe in Nigeria quasi il 40% del proprio budget annuale per la sicurezza. Nel dettaglio, si parla di 383 milioni di dollari a fronte di un miliardo totale nel biennio 2007/09.

Platform, citando documenti ufficiali della multinazionale di cui è entrata in possesso (si veda qui), conferma come  buona parte di tali fondi sia andata a soggetti – tra cui le forze governative, ma anche signori della guerra attivi nel Delta – che per tutelare gli interessi della Shell si sono resi responsabili di numerose violazioni dei diritti umani. In cifre, 65 milioni di dollari sono stati spesi in favore dei reparti speciali della polizia denominati “kill & go”, come lascia intendere il nome tra i più violenti di tutto il Paese, mentre per ulteriori uscite di 75 milioni non si trovano delle giustificazioni esaurienti. La compagnia mantiene anche un copro di polizia interna da 1200 uomini.

In Nigeria, Shell lamenta di subire il furto di circa 150.000 barili al giorno a fronte di oltre 2 milioni prodotti e che, solo nel 2008, 62 dipendenti o collaboratori sono stati sequestrati e tre uccisi. Ma le elargizioni alle forze di polizia locali non hanno fatto che aumentare la corruzione presso gli apparati di sicurezza locali.
Ad ogni modo, ciò che la big oil spende per la sua protezione è molto più i quanto costerebbero il trattamento e la bonifica del Delta. In luglio una petizione di 300.000 persone ha formalmente chiesto alla big oil di ammettere i danni ambientali provocati nell’area e di rimediarli attraverso una concreta opera di pulizia.

La triste realtà è che anche il governo sovvenziona i signori della guerra per prevenire i furti di greggio. Il Wall Street Journal segnala che da un lato Abuja investe 450 milioni di dollari solo per quest’anno per un programma di amnistia degli ex miliziani, ma dall’altro li paga per proteggere gli oleodotti. Il messaggio di fondo è che la militanza conviene, perché offre più premi che rischi.

Sabato 4 agosto – due giorni dopo la scadenza assegnata del Consiglio di Sicurezza ONU – Sudan e Sud Sudan hanno raggiunto un accordo provvisorio sulla ripartizione delle rendite petrolifere.
Secondo la Reuters, il mediatore dell’UA Thabo Mbeki non ha fornito i dettagli finanziari dell’operazione, ma la delegazione del Sud Sudan a dichiarato che il governo di Juba pagherà poco meno di 10 dollari al barile per il transito negli oleodotti del Nord (a fronte di una richiesta di 22), oltre a corrispondere una cifra di 3,2 miliardi di dollari a Khartoum a titolo di compensazione per la perdita dei tre quarti delle proprie riserve in conseguenza della secessione.

Il petrolio ha rappresentato una delle principali fonti di tensione tra Khartoum e Juba parti fin dall’indipendenza di quest’ultima nel luglio 2011. Se il Sud è ancora costretto a sottostare ai capricci del Nord – oleodotti e raffinerie si trovano nel territorio di Khartoum, lo stesso Nord ha subito un pesante crollo delle entrate pubbliche in mancanza degli introiti petroliferi del Sud. Una situazione aggravata dai ripetuti incidenti alla frontiera e dalla decisione di Juba di arrestare del tutto la produzione di oro nero in assenza di una soluzione. Per liberarsi dal giogo di Khartoum, Juba ha pianificato la costruzione di un oleodotto per esportare il greggio via Kenyaqui un aggiornamento.

Firmato l’accordo, la produzione dovrebbe essere riavviata in settembre. Qui nasce un problema: secondo l’IEA il rilancio sarà più problematico di quanto sembri: se nel 2011 i due Sudan generavano un output pari a 450.000 b/g, l’organizzazione stima che nel 2013 l’estrazione non sarà che un terzo rispetto a quel livello.

L’accordo di petrolio ha generato un notevole entusiasmo internazionale – si vedano le dichiarazioni delle Nazioni Unite,  di Stati UnitiCina. Tuttavia è solo un primo passo e non mancano le pressioni sulle parti per compierne ulteriori, come dimostra questa dichiarazione dell’ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Susan Rice.
Inoltre le controversie tra i due Paesi finiscano qui. Le parti hanno in programma di tornare al tavolo  tra pochi giorni per affrontare un altro tema spinoso: quello della sicurezza. Il Sudan sottolinea che l’attuazione dell’accordo di transito non entrerà in vigore fino a quando le parti non giungeranno ad un accordo sulla sicurezza delle frontiere e sullo status della provincia di Abyei. I colloqui si sono arenati sull’ipotesi di farne una zona demilitarizzata, che rappresenterebbe il primo passo per porre fine alle ostilità. Ma su questo punto le parti sono lontane, e altri negoziati saranno necessari per fare dei passi avanti. Secondo l’Unione Africana, le parti hanno tempo fino al 22 settembre a risolvere tali questioni in sospeso.

Ancora. C’è un particolare, forse insignificante (o forse no), che lega il Sud Sudan al Darfur, altra turbolenta regione. L’agenzia di stampa sudanese SUNA, nell’articolo in arabo sulle dichiarazioni post accordo contiene un passaggio che nella versione in inglese non c’è: quello in cui Khartoum chiede al Sud Sudan di tagliare ogni legame con i movimenti ribelli nel Darfur, nel Blue Nile State, e nel Sud Kordofan. Non a caso, i ribelli nel Darfur hanno accolto il negoziato tra i due Paesi con disappunto.
Khartoum è molto preoccupata di ciò che accade in quella martoriata regione. Le violenze scoppiate ad inizio agosto – culminate nell’uccisione di un funzionario del governo e di un peacekeeper pochi giorni fa – hanno già costretto alla fuga 25.000 persone.
Infine c’è la questione dei rimpatriati. Oltre 16.000 sud sudanesi bloccati nello Stato dell’Alto Nilo sono rischio dopo che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha annunciato la sua intenzione di sospendere le operazioni per i prossimi due mesi, a causa della mancanza di fondi. Nell’ultimo anno l’OIM ha riferito di aver assistito il rimpatrio di 50.000 persone utilizzando chiatte fluviali, barche, autobus, treni e aerei per farle giungere alle loro destinazioni finali.
In conclusione, l’accordo sul petrolio ha (forse) risolto il problema principale tra i due Sudan. Ma per tutti gli altri ci sarà ancora da aspettare.

Un recente documento di Confindustria energia, in collaborazione con Assoelettrica, traccia le linee guida di come l’associazione vorrebbe il piano energetico nazionale: maggior efficienza, contenimento dei costi, apertura alle fonti rinnovabili e… rilancio dell’estrazione di gas e petrolio. Dunque, nuove opere di trivellazioni in mare e sulla terraferma.

Anche il governo, che per bocca del ministro Passera, ostenta entusiasmo all’idea di trapanare il Belpaese – dichiarazioni a cui la prof. Maria Rita D’Orsogna risponde così.
Siamo di fronte a un’ambigua interpretazione di sviluppo e di crescita da parte della nostra classe dirigente. Se da un lato l’esecutivo ribadisce la necessità di avviare un’immediata transizione verso le rinnovabili – salvo poi ostacolarne il decollo per mezzo dei lacci e lacciuoli della burocrazia -, dall’altro ammette che l’unica politica energetica possibile in questo Paese consiste nel saccheggio del territorio.
In realtà non scopriamo nulla di nuovo. Il governo aveva aperto la strada alle perforazioni già dallo scorso anno attraverso il decreto Cresci Italia. In gennaio scrivevo:

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova ilsecondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.
La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costarende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.

A proposito di Legambiente. Il 30 luglio l’associazione ha pubblicato un dossier – il cui titolo è tutto un programma: Trivella selvaggia – dove espone i rischi che corre un’Italia bucherellata dalle perforazioni.
In sintesi, lungo la penisola sono già attive piattaforme di estrazione, a cui presto potrebbero aggiungersene almeno altre 70 trivelle. Questo grazie ai colpi di spugna normativi dell’ultimo anno, a partire da quello previsto dal recente decreto Sviluppo (art. 35), promosso dal ministro Passera e in via di approvazione definitiva dal Parlamento.
Attualmente sono già stati rilasciati 19 permessi di ricerca, le cui attività coinvolgono un’area di 10.266 kmq di mare italiano. Altri 41 permessi sono in attesa di valutazione e autorizzazione da parte del ministero dello Sviluppo economico, per ulteriori 17.644 kmq interessati. 29.700 kmq in tutto: una superficie più grande della Sardegna.
Abbastanza da ipotecare seriamente il futuro del mare italiano e delle attività economiche connesse (pesca, turismo), evidenzia Legambiente. Il tutto per un gioco che non vale la candela: le ultime stime del ministero indicano come certa la presenza nei fondali marini di soli 10,3 milioni di tonnellate di petrolio che, ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Se guardiamo invece al totale delle riserve certe – comprese quelle presenti a terra – arriviamo appena a 13 mesi.

Solo nel Canale di Sicilia si concentrano ben 29 richiesta di perforazione: la metà di tutta Italia, frutto di un regime fiscale agevolato. E proprio la Sicilia corre i rischi maggiori per quanto riguarda la pesca, il turismo e la biodiversità. Il tutto a fronte di irrisori guadagni, come denunciato da Greenpeace nella campagna U mari non si spirtusa promossa in luglio.
Secondo la testata catanese Ctzen:

Come evidenziato nel rapporto Meglio l’oro blu dell’oro nero di Greenpeace, le imposte dirette sulla produzione per gli idrocarburi estratti in mare sono solo del quattro per cento. Non dovute per le prime 50mila tonnellate di petrolio prodotte ogni anno. Meno della metà di quanto i petrolieri sono costretti a pagare in Australia o negli Stati Uniti. E non va meglio con il canone annuo dovuto dalle compagnie per l’utilizzo del sottosuolo: per l’estrazione dalle 80mila alle 120mila lire – normativa mai aggiornata – per chilometro quadrato e dai 6 ai 27 euro per le concessioni di ricerca. Secondo i calcoli dell’associazione, per le quattro piattaforme già attive in Sicilia – a Gela e Scicli – nelle casse dello Stato e della Regione siciliana sono entrati appena 48.826 euro.

Una cifra irrisoria a fronte del preoccupante impatto delle trivellazioni per la biodiversitàdel Canale, avvertono da Greenpeace. A farne le spese, infatti, saranno tonno rossopesce spadaaliciacciughesardinenasello,triglia e varie specie di gamberi. Tra cui le uova del gambero rosa. Insieme a loro, ad essere penalizzati saranno il settore della pesca e del turismo. Soprattutto nelle zone al largo delle isole Egadi, nel tratto di costa tra Sciacca e Gela e nel mare di Pozzallo, le più interessate dalle richieste. «Per fortuna la risposta dei cittadini è stata davvero incoraggiante – commenta Maria Chiara Mascia dello staff di Greenpeace – Sin dalla nostra prima tappa, Palermo, i volontari sulle spiagge non riuscivano nemmeno ad andare via, perché erano gli stessi bagnanti a fermarli di continuo per chiedere di firmare la petizione». Più di 25mila le adesioni raccolte sulla battigia e nei gazebo cittadini, che si uniscono alle oltre 30mila raccolte on line.

Una domanda per Monti e i suoi “tecnici”: a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa c’è di strategico nelle trivellazioni? 

Non tutti sanno che il Lago Malawi e il Lago Niassa sono la stessa cosa. Ma il nome non è l’unico oggetto del contendere, e nemmeno il più importante. Da alcune settimane è in atto un acceso scontro diplomatico tra Tanzania e Malawi, due dei tre Stati rivieraschi (il terzo è il Mozambico) in ordine alla partizione della sua superficie.
Si tratta di una disputa annosa, risalente all’epoca coloniale. La Tanzania sostiene che il confine sia situato al centro del lago, così come risultava fino al 1914, quando l’allora Tanganica era colonia tedesca (e il Malawi colonia britannica). Ma dopo il passaggio del territorio sotto la sovranità britannica al termine della Prima Guerra Mondiale, gli inglesi assegnarono le acque del lago alla giurisdizione del Malawi - eccetto, ovviamente, per la porzione spettante al Mozambico, allora colonia portoghese.

Da allora questa controversia è periodicamente riesplosa, talvolta dando luogo perfino ad azioni belliche. Negli ultimi anni il Malawi ha messo da parte le proprie rivendicazioni sul lago, almeno fino a quando il suo Geological Survey Department non ha annunciato la scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi sotto i fondali.
L’ultimo vertice bilaterale, svoltosi a Dar es Salaam lo scorso 29 luglio, non ha migliorato la situazione. Secondo Greenreport:

La grande Tanzania, che ha ambizioni da potenza regionale, si comporta di conseguenza con il piccolo Malawi e Membe [ministro degli esteri e della cooperazione internazionale della Tanzania] ha alzato la tensione con nuove rivelazioni: «Le autorità di sicurezza della Tanzania hanno anche individuato alcuni velivoli che affermavano di appartenere ad aziende per la ricerca di petrolio e gas del Malawi che volavano nello spazio aereo della Tanzania senza un permesso da parte della Tanzania aviation authority».

Il Malawi sostiene di non essere a conoscenza dell’incidente, ma evidentemente il summit di Dar es Salaam  non è andato bene. La Tanzania reclama il 50% del lago Niassa, mentre il Malawi dice che il lago gli appartiene al 100% in virtù dei confini coloniali tracciati dagli inglesi quando il Malawi si chiamava appunto Niassa.

Comunque vada, da questa lite di frontiera che potrebbe rivelarsi un pericoloso focolaio di un nuovo conflitto, al Malawi ed alla Tanzania resteranno comunque le briciole e a guadagnarci davvero saranno i vecchi colonizzatori che hanno pasticciato sui confini del lago. Nel settembre 211 il Malawi ha concesso alla britannica Surestream Petroleum il “Rift Valley acreage of Blocks 2 and 3″ nel lago Niassa (che I malawiani chiamano naturalmente Malawi), preferendola a Tullow Oil, New Age, Ophir Energy, Kosmos Energy e  Lonrho Group. Si tratta della stessa multinazionale che nell’aprile 2013 inizierà le prospezioni sismiche nella parte del lago Tanganica, blocchi B e D, appartenente al Burundi.

Ma Tanzania e Malawi sui sono scordati di un terzo pretendente: il vicino Mozambico che, all’inizio di quest’anno, ha avvato piani per offrire alle compagnie petrolifere la parte della superficie del lago Malawi che rivendica. L’Instituto nacional de petróleo del Mozambico prevedeva di avviare una gara per le concessioni all’inizio di giugno ma questo è stata rinviato a causa di “motivi imprevisti”. Probabilmente Maputo aspetta di vedere cosa uscirà dalla lite tra Tanzania e Malawi.

Lunedì 6 agosto la Tanzania ha espulso tutte le compagnie petrolifere titolari di licenze d’esplorazione  rilasciate dal governo del Malawi. In attesa che la disputa sia risolta, il Paese ha deciso di interrompere ogni attività di ricerca al fine di “proteggere gli interessi del popolo“. Formula generica in virtù della quale la Tanzania, secondo le parole di Edward Lowassa, il presidente della commissione parlamentare per la difesa, la sicurezza e gli affari esteri. potrebbe persino giustificare un’escalation militare.
Più conciliante, per ovvie ragioni è il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale del Malawi, Ephraim Mganda Chiume, secondo cui “Il fatto che i nostri due paesi sono impegnati in discussioni aperte e cordiali sulla questione è un segnale molto buono“, stemperando così la minaccia di tensioni.
In conclusione, la disputa sul lago Malawi/Niassa non è che una delle tante ferite lasciate aperte dagli inglesi in fuga dal loro insostenibile impero, di cui il Kashmir – conteso tra India e Pakistan – è di certo la più incancrenita. Ma non l’unica.

Un blackout elettrico è sempre fonte di disagi. Se poi colpisce centinaia di milioni di persone, è una catastrofe. In India è successo due volte nel giro di 24 ore, lasciando senza corrente oltre 300 milioni di persone nel primo caso e quasi il doppio nel secondo – oltre a 200 minatori intrappolati in una miniera, ora salvi.
Il disastro senza precedenti, causato da un collasso simultaneo delle reti di 20 Stati, solleva alcune serie domande. Non soltanto sullo stato di salute del gigante indiano.

Secondo la Central Electricity Authority, durante i periodi di picco del consumo la domanda di energia elettrica supera l’offerta di circa il 9%. Una richiesta a cui le centrali del Paese e la rete di distribuzione non riescono a tenere il passo: i blackout sono dunque all’ordine del giorno. Mai però di queste proporzioni.
Per aumentare l’offerta il governo si affida al nucleare. E per potenziare la rete, progetta di investire 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.
In ogni caso, l’economia di Delhi non viaggia più a gonfie vele. In maggio Morgan Stanley ha tagliato le sue previsioni di crescita del Paese per il 2012 al 6,3% dal quasi il 7% di inizio anno, e quelle per il 2013 al 6,8% dal 7,5%. Forbes descrive l’India come un “elefante ansimante”BBC prova ad identifica i cinque mali che l’affliggono: bassa crescita, alta inflazione, deficit fiscale, paralisi politica e fuga di capitali esteri. Il calo delle esportazioni e il ritiro di centinaia di milioni di dollari di investimenti esteri sono fattori esterni, in parte connessi alla crisi dell’Eurozona. Ma molti altri fattori sono interni, come il protezionismo, la corruzione e la scarsa leadership.
In queste condizioni c’è già chi ha avanzato la prospettiva di un decennio perduto per l’India che, come prevedibile, avrà conseguenze globali. In ogni caso il “miracolo” indiano non ha mai veramente cambiato volto al Paese, se è vero che ancora oggi circa 900 milioni di persone non hanno abbastanza da mangiare. Nel frattempo gli scontri sociali stanno prendendo piede in tutto il Paese.

Allargando lo sguardo su una prospettiva più ampia,notiamo come il doppio blackout indiano è solo l’ultimo di una lunga lista che dal 2002 in poi si è arricchita di decine di episodi (anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa). Segno che la pressione a cui la rete elettrica globale viene sottoposta – soprattutto in estate – è sempre meno sostenibile.

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Venerdì 6 luglio il Parlamento romeno ha approvato in seduta comune una mozione di “impeachment” contro il presidente della Repubblica, Traian Basescu, presentata dalla coalizione che sostiene il premier Victor Ponta, gettando il Paese nel caos istituzionale. L’impeachment è stato etichettato dalla società civile di Bucarest come un “golpe bianco“, posto che a prima vista non c’è alcun motivo che lo giustifichi. L’intera vicenda è riassunta su East Journal.
L’ultima parola sul destino politico del presidente Traian Basescu spetterà ai cittadini romeni, attraverso un referendum che sancirà o meno la destituzione del capo di Stato.
L’Agenzia Nova, citando il Washington Post, riporta la preoccupazione degli USA per gli eventi in corso:

In molti paesi dell’Unione europea è in atto una preoccupante “erosione del rispetto politico e dei controlli e contrappesi costituzionali, guidata da populisti che sfruttano l’insoddisfazione dei cittadini in difficoltà economiche: l’ultimo esempio è la Romania, dove un nuovo primo ministro di sinistra sta premendo per rimuovere i controlli al suo governo, spingendo il presidente della repubblica a lasciare l’incarico”. E’ quanto scrive oggi il quotidiano statunitense “Washington post” in un’editoriale. “Victor Ponta, salito al potere nel mese di maggio senza vincere le elezioni dopo il crollo di due coalizioni di centrodestra, ha allarmato gli altri governi dell’Unione europea, così come l’amministrazione di Barack Obama, cercando di consolidare rapidamente il potere”, scrive il quotidiano statunitense

Chi ne guadagna da tutto questo? Il sito Rumeni in Italia ha le idee ben chiare: la Russia, il quale nota che tra i provvedimenti d’emergenza disposti dal Governo Ponta c’e anche la forte limitazione per il voto al referendum ai romeni all’estero, da sempre ostili all’attuale esecutivo. Ma probabilmente tale giudizio è influenzato dai precedenti storici più che da un’approfondita disamina.
Tuttavia la Russia ha da guadagnarci davero.

Il rischio che Bucarest scivoli lentamente nel baratro dell’autoritarismo, dal quale è uscita dopo la caduta di Ceausescu, potrebbe non essere senza conseguenze per il resto d’Europa. I timori con cui Bruxelles guarda all’evolversi della crisi romena non sono dettati dalla mera volontà di difendere la democrazia all’interno dell’UnionePochi sanno che in seguito alle recenti scoperte di giacimenti nel Mar Nero, la Romania vanta oggi le terze riserve di gas naturale dell’Unione Europea -  secondo gli esperti in via d’esaurimento in 10-15 anni, ma che tuttavia hanno già attirato l’attenzione di giganti come Exxon.
La Voce Arancione spiega cosa c’è dietro:

La questione energetica dietro l’impeachment al Capo di Stato romeno

Oltre che per ragioni politiche, il contrasto tra Basescu e Ponta riguarda anche questioni di natura energetica. Il Capo dello Stato, favorevole ai progetti della Commissione Europea di diversificazione delle forniture di gas, e determinato a diminuire la forte dipendenza del suo Paese dalle forniture della Russia, ha varato un piano per lo sfruttamento dei giacimenti di oro blu nelle acque territoriali romene del Mar Nero.

Inoltre, Basescu ha avviato consultazioni con la vicina Bulgaria per la messa in comune dei gasdotti dei due Paesi – come previsto dalle clausole del Terzo Pacchetto Energetico UE – e ha dato il via libera alle indagini di verifica della presenza sul terrotorio nazionale di riserve di gas Shale.

Appena salito al potere, nel Maggio del 2012, Ponta ha cavalcato l’onda ecologista, ed ha posto una moratoria sui lavori per l’individuazione dei giacimenti di gas shale. Inoltre, il premier socialista ha rallentato l’erogazione dei finanziamenti per l’individuazione delle riserve di oro blu nel Mar Nero, lasciando così il Paese ancora fortemente dipendente dai rifornimenti di Mosca, e lontano dalla realizzazione delle clausole previste dalle leggi dell’Unione Europea.

La crisi politica romena si lega strettamente al domanda energetica europea. Con la possibile caduta di Basescu, la UE perderebbe un alleato chiave nei propri piani di diversificazione delle fonti. Tra l’altro, la Romania è molto interessata al gasdotto Nabucco, progetto fortemente sostenuto dalla UE, A dichiararlo è stato lo stesso presidente Basescu, a cui va aggiunto quanto riportato nei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. La sezione romena del gasdotto dovrebbe richiedere un investimento compreso tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro. Ma la possibile destituzione del Capo di Stato romeno potrebbe rimettere in forse ogni proposito. Più in generale, l’arresto di tutte le attività inerenti agli idrocarburi priverebbe l’Europa della più prossima tra le possibili fonti di approvvigionamento.
E’ ancora presto per dire se Mosca abbia avuto un ruolo nella bagarre in corso a Bucarest. Di certo, l’episodio segna un punto in favore del Cremlino. L’ennesimo nell’eterna partita Europa-Russia sul gas.

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