Qatar e Russia, nemici amici a tutto gas

In matematica, cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia: 2 + 2 fa sempre 4. Chiamasi proprietà commutativa. Nella geopolitica, invece, l’ordine degli elementi influisce sempre sul risultato: due o più Paesi possono essere alleati, avversari o addirittura nemici a seconda del tempo e del luogo in cui avviene la loro interazione. Si parla allora di realpolitik. E’ il caso di Qatar e Russia: nemici fino all’altro ieri per la questione siriana, i due (ex?) rivali sono adesso impegnati nella creazione di un nuovo cartello energetico capace di mettere in difficoltà l’Occidente. Continua a leggere

Egitto, i perchè della crisi energetica

Dall’inizio dell’estate l’Egitto sta affrontando la peggiore crisi energetica degli ultimi anni, con interruzioni di corrente ormai all’ordine del giorno. I black out programmati hanno registrato tuttavia un’impennata dall’inizio di questa estate, attestandosi su una media di cinque ore al giorno. Secondo il Ministro dell’Energia Mohamed Shaker, l’Egitto abbisogna di almeno 10.000 megawatt di elettricità, che saranno gradualmente coperti entro novembre attraverso l’attivazione di quattro nuove centrali e il ripristino di altre tuttora in manutenzione, ma intanto le interruzioni aumentano e tutto ciò che il governo ha fatto finora è stato invitare la popolazione a moderare i consumi. Continua a leggere

Putin in Italia: il grande gioco del South Stream e la “santa alleanza” con il Papa

Vladimir Putin giunge in visita in Italia nello stesso giorno in cui l’Europa critica Mosca per le pressioni sull’Ucraina. Kiev ha annunciato che non firmerà l’accordo di associazione proposto dall’UE in occasione del vertice del partenariato orientale di Vilnius del 28 e 29 novembre, la gente è scesa in strada a protestare e il governo ucraino ha risposto mettendo in atto una dura repressione, ma tutto questo sembra non interessarci.

Putin, a noi, un “favore” lo ha già fatto: il rilascio su cauzione di  Cristian D’Alessandro e di altri quattro attivisti di Greenpeace in prigione dal 20 settembre, quando la guardia costiera russa li ha arrestati dopo un blitz contro una piattaforma di Gazprom nell’Artico, a meno di una settimana dall’incontro di Trieste.

Il presidente russo non veniva in veste ufficiale in Italia da sette anni, e da tre mancava un incontro intergovernativo fra i due Paesi. Tuttavia le relazioni tra Roma e Mosca procedono a gonfie vele, considerato che il presente russo in Italia si intreccia sempre con l’energia: argomento rispetto al quale tutte le altre questioni (diritti umani compresi) passano in cavalleria.

Non a caso che l’unico progetto per cui il presidente russo si è sempre speso in prima persona: il gasdotto South Stream, conduttura che serve a Mosca per rifornire l’Europa scavalcando la litigiosa Ucraina e di cui il Belpaese è il punto terminale. Un gasdotto ormai senza rivali dopo il (definitivo?) tramonto dell’alternativa Nabucco, suo diretto concorrente sponsorizzato da Bruxelles.

Questo spiega come mai l’Italia sia (indirettamente) coinvolta nell’affare ucraino. Kiev punta all’indipendenza energetica, che tuttavia non raggiungerà prima il 2020, quando però sarà troppo tardi per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo. Proprio sfruttando il ricatto del gas, di cui nei giorni scorsi si è sfiorata l’ennesima “guerra” (la quarta in sei anni), il governo russo ha convinto quello ucraino a desistere dal richiamo delle sirene europee. Del resto il mercato energetico ucraino è sempre un complesso risiko opacamente gestito secondo criteri non di mercato, ma politici e oligarchici, per cui ogni alla fine sarà sempre Mosca a spuntarla.

In ogni caso Linkiesta rivela perché, a conti fatti, il South Stream è un progetto quasi esclusivamente politico:

La situazione dei rapporti energetici tra Russia ed Europa, ma insieme la ragione ultima della visita di Putin in Italia, si potrebbero riassumere in una sola domanda: chi ha bisogno di South Stream? Il gasdotto, sviluppato da Eni (che ne detiene il 20%) Edf e Wintershall (con il 15% ciascuno) e Gazprom, sarà lungo 2.380 chilometri e dovrebbe arrivare a trasportare 62 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2015, transitando per Bulgaria e Balcani, e congiungendosi all’Italia. Eppure, i consumi di gas in Europa sono in caduta: siamo arrivati a 466 miliardi di metri cubi, mentre nel 2010 ne consumavamo 515 miliardi. In Italia, la domanda di gas è a livello del 2003. È inoltre in arrivo la seconda ondata del gas di scisto americano

commercialmente, i russi stanno giocando di potenza. Il mondo è già sazio di gas, e assorbire nuove quantità in arrivo da tutto il mondo sarà difficile. I russi con South Stream – e con la testarda intenzione di portarlo avanti – inviano un messaggio a tutti i paesi in procinto di completare “terminali di rigassificazione” per esportare, e il messaggio è “non fatelo”. Nella scelta tra diverse fonti di approvvigionamento, a partire da una certa quantità, un gas trasportato per tubo può essere più conveniente di quello trasportato per nave – che addirittura potrebbe servire solo da “complemento” per periodi di particolare intensità di domanda.

Va comunque rimarcato che gli interessi reciproci italo-russi non si limitano al gas. In Russia sono attive quasi 500 aziende italiane e i grandi conglomerati russi possiedono a vario titolo 91 società nel nostro Paese. In totale sono 28 gli accordi commerciali e le intese intergovernative firmati a Trieste nell’ambito del forum Italia-Russia e del concomitante vertice bilaterale, dove oltre all’energia spiccano anche finanza e industria.

Infine, è interessante notare che il presidente russo, oltre all’incontro con Enrico Letta, aveva in programma anche una visita a Papa Francesco in Vaticano. Limes nota come Cremlino e Santa Sede abbiano così l’opportunità di dialogare intorno a temi di politica internazionale con reciproco vantaggio, tanto che la rivista parla già di una “santa alleanza” tra Bergoglio e Putin, forgiata già da settembre quando una rappresaglia americana in Siria pareva imminente:

Guardando ai protagonisti dell’impresa, è difficile immaginare due profili più distinti e due stili più distanti sul piano delle psicologie personali e della sociologia politica: se Putin da un lato è inventore di un modello di populismo “freddo”, in formato baltico e siberiano, Bergoglio dall’altro ha importato in Vaticano lo stile caldo e sudamericano di un papa descamisado, che sin dall’inizio si è spogliato della mozzetta, con gesto appassionato e memore di Perón, che toglieva la giacca durante i comizi.

Eppure, proprio la lontananza biografica e geopolitica custodisce e costituisce, paradossalmente ma non troppo, il segreto e la spiegazione della loro intesa. Geograficamente Buenos Aires si colloca infatti agli antipodi di Mosca. Bergoglio arriva dunque da confini remoti e neutrali, a differenza di Wojtyla e Ratzinger, che rappresentavano frontiere prossime e antagoniste, benché con gradi assai diversi di coinvolgimento.

Azerbaijan e Kazakistan, per l’Europa l’energia conta più della democrazia

Mercoledì 9 ottobre Ilham Aliyev è stato rieletto per la terza volta presidente dell’Azerbaijan con l’84,5% dei voti. Il principale sfidante, Jamil Hasanli, ha ottenuto solo il 5,5% e ha denunciato massicce violazioni in tutto il paese durante la campagna elettorale e il voto.

Per la maggior parte degli azeri è stato un giorno come tutti gli altri, dato che i più avevano già smesso di credere che sia possibile avere elezioni libere ed eque. Tra gli elettori sembrava esserci voglia di cambiamento, ma in pochi credevano che questo fosse possibile. Ed ecco allora le due facce della medaglia: da un lato, la notorietà di Aliyev e l’impopolarità degli altri 9 candidati assicura una scontata vittoria all’attuale presidente; dall’altro, astensionismo, denunce di brogli e mobilitazioni degli attivisti all’estero testimoniano un dissenso comunque diffuso. in particolare l’elevato numero di denunce di irregolarità presentate, soprattutto online, dai cittadini azeri sono state la vera novità di queste elezioni.

Nonostante ciò, gli osservatori internazionali sono divisi: per l’OSCE le elezioni sono state macchiate dai brogli, per l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è invece tutto a posto. La ragione prova a spiegarla l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il forte contrasto che emerge tra questi rapporti di monitoraggio internazionali lascia perplessi e ci si chiede se tutto questo sia l’effetto della cosiddetta diplomazia del caviale, che ha spinto a lasciare indifferenti rispetto al processo di costruzione democratica del Paese.

Un rapporto pubblicato nel 2012 dall’ESI e titolato “La diplomazia del caviale: come l’Azerbaijan ha silenziato il Consiglio d’Europa” descrive dettagliatamente questa “diplomazia del caviale” evidenziando anche chi, in seno all’Assembla parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), sia “caduto” sotto l’incantesimo.

Prima che si tenessero le elezioni erano usciti numerosi articoli in cui si anticipavano di fatto i risultati. Ma si è andati ben oltre. La sera prima delle elezioni infatti, chi ha scaricato una App appositamente realizzata dalla Commissione elettorale centrale per diffondere i risultati elettorali, si è ritrovato già i nomi dei candidati con i rispettivi risultati ottenuti. La Commissione si è affrettata a intervenire, affermando si fosse verificato un disguido meramente tecnico, ma sulla credibilità della giornata elettorale è stato messo un grande punto interrogativo.

Ho già spiegato in passato che il futuro energetico dell’Europa dipende dall’Azerbaijan. Non c’è da stupirsi che Unione Europea e Stati Uniti abbiano promosso le elezioni presidenziali azere senza dar peso alle denunce di brogli: Il gas, il petrolio e la posizione strategica di Baku sono più importanti dei principî. Già l’Eurovision 2012 ci aveva dimostrato come  i soldi del petrolio bastino a tenere lontane le critiche.

All’Occidente va bene così, dato che non c’è niente che assicuri stabilità degli investimenti esteri più una dittatura. Secondo Limes:

L’Azerbaigian dispone di riserve di petrolio per 7 miliardi di barili e di circa altri 18 miliardi recuperabili. Per il gas si parla di 1,3 trilioni di metri cubi di riserve provate e di 4,4 trilioni recuperabili. Ma oltre alla quantità, che rimane comunque inferiore alle disponibilità dei principali paesi esportatori mondiali, è soprattutto la sua posizione strategica a farne una pedina di primo piano sullo scacchiere energetico a cavallo fra Europa e Mar Caspio.

È infatti nel settore del gas naturale che Baku è destinata a giocare un ruolo sempre più importante nei prossimi decenni, in concorrenza con quello della Russia. E con l’Europa che prova a smarcarsi da Mosca, l’Azerbaigian sarà un partner chiave anche per l’Italia. Basti pensare alla Tap (la Trans Adriatic Pipeline) che, attraversando prima la Turchia, porterà l’oro azzurro nel vecchio continente a partire dal 2019.

Il progetto della joint venture internazionale – costituita da Socar (20%), BP (20%), Statoil (20%), Fluxys (16%), Total (10%), E.on (9%) e Axpo (5%) – prevede la realizzazione di un gasdotto che dalla Grecia si muoverà verso occidente fino al territorio albanese e quindi al Mare Adriatico. La sezione offshore del metanodotto si irradierà dalla città albanese di Fier oltre l’Adriatico, collegandosi a quella italiana gestita da Snam ReteGas. Nella sua porzione iniziale la Tap risulterà invece interconnesso al Desfa, il sistema di gasdotti greco che, continuando verso oriente, sarà a sua volta connesso alle infrastrutture turche, così da garantire l’accesso dell’intera rete al giacimento di gas naturale azero di Shah Deniz.

Nell’ottica di questo e altri progetti (il primo dei quali è stato lo sfruttamento dei giacimenti offshore caspici di Azeri, Chirag e Guneshli a opera del consorzio Azerbaijan International Oil Company, partecipato dall’azera Socar e da altri gruppi internazionali) risulta chiaro come i rapporti tra Azerbaigian e Occidente saranno sempre più determinati dal fattore energetico.

In questo senso la stabilità assicurata dalla dinastia Aliev rappresenta la base migliore per una fruttuosa cooperazione, peraltro già comprovata, che nel futuro si farà – magari – sempre più stretta.

Un analogo discorso vale per il Kazakistan. Due anni fa scrivevo:

Oggi il Kazakistan è forse il Paese più stabile dell’Asia Centrale. Il 3 aprile il presidente Nursultan Nazarbayev, che guida il Paese dal 1989 in epoca sovietica, è stato rieletto per altri 5 anni con il 95,6% dei voti. Benché l’Ocse abbia denunciato brogli e irregolarità nel voto, in Occidente la rielezione di Nazarbayev è stata salutata con favore. Stabilità politica significa stabilità economica, e gli investitori esteri, che dal 1991 hanno impiegato oltre 120 miliardi di dollari nel Paese centroasiatico, lo sanno bene. Inutile indignarsi per la (consueta) doppia morale delle nostre latitudini.

Il caso Ablyazov ha messo in luce non soltanto l’importanza strategica delle relazioni economiche tra Italia e Kazakistan. ma anche la sudditanza di Roma nei confronti di Astana, capace di violare sia l’art. 10 della Costituzione che le più elementari garanzie del giusto processo pur di non mettere questo legame in discussione.

Perfino l’l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato l’arresto e l’espulsione dall’Italia della moglie e della figlia di Ablyazov, riscontrando una similitudine con la pratica illegale della extraordinary rendition.

Se però può consolarci, non si tratta di un’esclusiva del Belpaese. Secondo un rapporto di EUobserver, il Kazakistan si avvale nientemeno che dell’Interpol, il corpo di polizia comune con sede a Lione, per perseguitare i dissidenti politici esiliati nei Paesi della UE.
Alla faccia dei principi di libertà e democrazia di cui Bruxelles ama ergersi ad alfiere.

Il gas di scisto potrà cambiare il mondo ma non l’Europa

Il dibattito su vantaggi e svantaggi dell’estrazione di gas di scisto continua a dividere l’Europa. Pur tralasciando ogni appunto circa gli enormi danni all’ambiente e alle persone che l’industria dello shale sta causando negli USA, rimane il fatto che anche nella (lontana) ipotesi in cui gli ostacoli ambientali, normativi e politici fossero superati, difficilmente gli idrocarburi non convenzionali risolveranno i nostri problemi.

La scorsa settimana il Parlamento europeo ha approvato lo schema della nuova direttiva che introduce la Valutazione di Impatto Ambientale obbligatoria sulle connesse attività di esplorazione ed estrazione e che dovrebbe entrare in vigore entro il 2016. Strasburgo ha inoltre introdotto l’obbligo di indipendenza assoluta del committente rispetto all’autorità competente ed eliminato la possibilità per i Paesi membri di concedere deroghe speciali a determinati progetti (le uniche eccezioni restano le opere motivate con ragioni di sicurezza pubblica).

Negli stessi giorni la Francia ha confermato il bando alle esplorazioni stabilito da Sarkozy nel 2011, mentre il resto d’Europa procede un po’ in ordine sparso. Secondo Altreconomia:

In Europa le riserve di gas non convenzionale sarebbero pari a 15mila miliardi di metri cubi di cui 2 mila miliardi stimati solo in Polonia. Oltre 760 miliardi da estrarre nell’immediato. Un potenziale di shale gas e tight gas che interesserebbe quasi tutti  i Paesi dell’Unione. È quanto emerge da una prima lettura di una mappa diffusa dal magazine americano “Drilling Contractor”. 
Per l’Italia è evidenziata una vasta area di giacimenti ricadenti nella Pianura Padana, in regioni come l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Lombardia, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia.

Un quadro, questo, che giustifica l’accesa discussione in atto proprio tra gli Stati membri dell’Ue, che dovrebbero applicare la Direttiva così modificata quando questa diverrà legge. 
Bulgaria e Lussemburgo sono contrari alfracking. La Francia ha deciso di vietare il fracking con una legge del 13 luglio 2011, sulla quale però il Consiglio costituzionale dovrebbe pronunciarsi domani  (11 ottobre, ndr) su una sua presunta incostituzionalità. E proprio questa decisione -molto attesa non solo Oltralpe- potrebbe cambiare le carte in tavola. L’intervento del Consiglio costituzionale è stato richiesto dalla società Schuepbach Energy, secondo la quale “l’annullamento dei permessi di esplorazione è frutto di un’applicazione troppo rigorosa del principio di precauzione”.
Principio di Precauzione, più che legittimo, sulla quale si fondano proprio le ultime modifiche della Direttiva 2011/92/UE. In Svizzera, Gran Bretagna, Olanda, Austria e Svezia, invece, i progetti sono stati sospesi. In Germania, Romania, Irlanda, Repubblica Ceca e Danimarca si parla di moratoria. 

In Italia, infine, in un clima di quasi totale disinteresse, il 18 settembre -su proposta del deputato di Sel, Filiberto Zaratti- la Commissione ambiente della Cameraha approvato una risoluzione “che esclude da subito ogni attività legata al fracking, cioè l’estrazione d’idrocarburi attraverso la fratturazione idraulica del sottosuolo”. 
Un impegno per il Governo, al quale dovrebbero seguire i fatti. Anche se in merito al fracking le grandi associazioni ambientaliste come le reti di movimenti italiani continuano a sostenere che nel nostro Paese non c’è il rischio di trivellazioni con fratturazione idraulica, per lo sfruttamento di shale gas. E perciò non serve una legge nazionale, non impugnabile, che ne sancisca concretamente il divieto.

Come ho già avuto modo di illustrare, se nel resto del mondo questi idrocarburi non convenzionali stanno provocando una vera e propria rivoluzione, qui in Europa lo shale gas non dovrebbe suscitare un boom economico simile. Secondo Les Echos:

La rapidità e l’ampiezza dello sviluppo della produzione oltre Atlantico non potranno essere replicate in Europa perché non vi sono le condizioni eccezionali degli Stati Uniti: presenza di un’importante industria petrolifera e di gas, abbondante materiale di trivellazione, una vasta rete di gasdotti, grandi spazi disabitati. Tutti elementi che hanno permesso agli Stati Uniti di forare più di 200mila pozzi in pochi anni. Anche il contesto giuridico ha svolto un ruolo importante: i cittadini sono proprietari del loro sottosuolo e hanno un interesse finanziario a firmare direttamente con le compagnie. In Europa non solo le infrastrutture rimangono limitate, ma le regolamentazioni locali sono più vincolanti.La Polonia, che ha cominciato l’esplorazione nel 2008, ha solo una quarantina di pozzi. In Danimarca le prime trivellazioni sono state rinviate di un anno, per realizzare degli studi di impatto ambientale. Stessa constatazione nel Regno Unito. “In Europa ci vorranno almeno dieci anni fra l’avvio di un sito e l’entrata in produzione, rispetto ai tre anni degli Stati Uniti”, dice un industriale. “Inoltre per ragioni simili si dovrà limitare il numero di trivellazioni contemporanee nella stessa zona”. Secondo un recente studio di Bloomberg Energy Finance i costi di produzione nel Regno Unito sarebbero fra il 50 e il 100 per cento più alti rispetto agli Stati Uniti.

Meno intensa, più diluita nel tempo, la produzione di idrocarburi di scisto in Europa sarebbe più costosa e probabilmente insufficiente per influire sul prezzo o per ridurre realmente la sua dipendenza economica. Anche se la Francia riuscisse a produrre il 30 per cento del suo consumo di gas, la sua fattura energetica si ridurrebbe solo di 3-4mila miliardi di euro all’anno su un totale di 70 miliardi nel 2012. Inoltre l’impatto sull’occupazione sarebbe limitato. Le poche stime effettuate su questo punto dalle società di consulenza Sia Conseil in Francia e Poyry nel Regno Unito hanno potuto basarsi solo sull’esperienza americana, cioè fare riferimento al numero di posti di lavoro per miliardi di metri cubi prodotti o per numero di pozzi. Tutti calcoli che portano nel migliore dei casi a poche decine di migliaia di posti di lavoro per paese. Cifre senza dubbio non trascurabili nella situazione attuale, ma il gas di scisto non rappresenta quella soluzione miracolosa che permetterebbe all’Europa di uscire dalla crisi.

Il gas libico ostaggio delle milizie

Greenstream percorso dell'oleodotto (in verde) - immagine: Wikipedia

fonte: Wikipedia

Brutte notizie dalla Libia. Lunedì 30 settembre un assalto di miliziani berberi all’impianto ENI di Nalut ha provocato l’interruzione del flusso di gas attraverso la conduttura Greenstream, che dalla località libica di Melillah veicola a Gela 8,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

A fine giornata i flussi di importazione sono stati circa la metà rispetto ai 18 milioni di metri cubi che il gasdotto trasporta normalmente in Italia e che costituiscono circa il 10% del nostro fabbisogno quotidiano.

L’occupazione della centrale ENI è stata una condotta dai manifestanti berberi che protestano per il mancato inserimento della loro lingua nella nuova Costituzione della Libia, e più in generale contro la marginalizzazione della loro etnia (che rappresenta il 10% della popolazione libica) nella nuova configurazione politica del Paese.

Si tratta dellennesima interruzione del flusso di idrocarburi dalla Libia, da cui l’Italia è costretta ad importare sempre meno gas. Il mese scorso la produzione di oro blu nel Paese è scesa ai livelli più bassi da due anni a questa parte, ossia dai tempi della guerra civile. Anche le estrazioni di petrolio sono scese. All’inizio di quest’anno, la Libia produceva almeno 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno; in settembre il livello è crollato a 263.000 barili, con una punta negativa ad inizio mese di appena 100.000.

Questo perché gli impianti di estrazione sono spesso e volentieri oggetto di attacchi o sequestri da parte delle milizie armate che si contendono il potere nella nuova Libia. Ciascuna formazione spera così di orientare le scelte del governo a proprio favore, ma al momento l’unico risultato di queste scorribande sono i blackout energetici e la perdita di milioni di dollari al giorno per le casse statali. Mettendo a rischio, di riflesso, anche la sicurezza energetica del nostro Paese.

La vicenda TAP dimostra quanto l’Italia conti poco in Europa

Abbiamo visto come il tramonto del progetto Nabucco comporterà il via libera definitivo al gasdotto TAP, che connetterà Italia e Grecia attraverso l’Albania, permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dalla zona del Caucaso, del Mar Caspio (Azerbaijian) e, potenzialmente, del Medio Oriente.
Una sconfitta per l’Europa e una vittoria per la Russia, sempre più monopolista nelle forniture energetiche al Vecchio continente.

In un primo momento, la realizzazione della TAP prometteva delle ricadute positive per l‘Italia. La posizione privilegiata al centro del Mediterraneo, infatti, metteva il nostro Paese nella condizione di diventare un hub di prima grandezza nel trasporto del gas dall’Azerbaijan al resto d’Europa.
A partire dal 2019, infatti, dovrebbero approdare in Puglia circa 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, una quantità sufficiente per alimentare circa 3 milioni di consumatori domestici. Con l’aggiunta di una terza stazione di compressione il gasdotto sarà in grado di duplicare la quantità trasportata a 20 miliardi di metri cubi/anno. Il gas così immesso nelle rete nazionale sarebbe poi venduto ad altri acquirenti europei.

Questo era ieri. Oggi, invece, la posizione dell’Italia sembra essere a serio rischio.

 Venerdì 20 settembre il governo azero ha siglato due sontuosi contratti di fornitura con la compagnia tedesca E.On e con francese Suez Gaz de France, rispettivamente per l’acquisto di 1,4 miliardi e 92 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno. La firma conferma le indiscrezioni sul prolungamento della TAP in Nord Europa, in ossequio ad un disegno sostenuto dalle aziende azioniste del progetto: l’inglese British Petroleum, la norvegese Statoil, la belga Fluxys, la francese Total, la svizzera AXPO, oltre ovviamente alla tedesca E.On.

L’Italia sarebbe ridotta dall’essere il Paese di approdo della TAP a un mero corridoio di transito verso altre destinazioni, senza avere negoziato in termini contrattuali il cambio di status. In altre parole, rischiamo di declassati per unilaterale decisione dei nostri vicini e con il governo Letta del tutto impreparato di fronte a tale iniziativa.
L’Italia, potenza medio-piccola sempre costretta ad ingegnarsi per ritagliarsi uno spazio in un contesto internazionale ostile, palesa di nuovo l’incapacità di tutelare i propri interessi strategici al cospetto dei partner europei. Per l’ennesima volta, la posizione di Roma al centro del Mediterraneo si rivela essere una straordinaria fonte di opportunità… per gli altri; per noi, al contrario, sarebbe l’ennesima occasione persa.