Chiuso Silk Road, cosa resta della moneta virtuale bitcoin?

Negli Stati Uniti questa è stata la settimana dello shutdown. Oltre al governo federale, però, negli USA ha chiuso anche un sito Internet – e che sito: Silk Road, praticamente l’eBay della droga, dove era possibile acquistare in forma anonima sostanze stupefacenti e psicotrope, ma anche documenti falsi, trojan bancari e account trafugati su Netflix o Amazon.

Arrestato anche il fondatore, il 29enne Ross William Ulbricht, con l’accusa di cospirazione nel traffico di narcotici ed altri gravi capi di imputazione. Secondo l’FBI, Silk Road aveva un giro d’affari illegale pari a 1.2 milioni di dollari in bitcoin e commissioni per 80 milioni di dollari in meno di tre anni.

A fare le spese del suo oscuramento è stata, per l’appunto, anche la moneta virtuale bitcoin, il cui valore è sceso di oltre 30 dollari (da 141 a 109,7) in un giorno, per poi stabilizzarsi a quota 125.

Un approfondimento sulla bitcoin (da leggere per intero) si trova su Limes, di cui segnalo questi passaggi:

Di sicuro, il nuovo conio lancia una sfida importante al concetto tradizionale di moneta, fondato sulla fiducia tra le due parti che stabiliscono il rapporto. I cittadini credono nelle capacità del governo e della banca centrale di garantire il perfetto funzionamento dei meccanismi monetari e le istituzioni, a loro volta, si impegnano a far sì che la valuta venga accettata, rispettata, convertita ed efficacemente salvaguardata in tutto il territorio in cui è valida. Dietro le sovrastrutture – legislative e non – insomma, c’è una questione di valori forti.

Ebbene, come sottolinea efficacemente Felix Salomon, giornalista finanziario della Reuters, bitcoin, partendo da una concezione più individualista dell’essere umano, ha rovesciato completamente i presupposti di quella relazione e ha basato il suo intero sistema sulla sfiducia anziché sulla fiducia. La moneta infatti ha un profilo di sicurezza molto alto, a garanzia degli utenti, e prevede unicamente scambi virtuali tra le persone.

Bitcoin ha catturato l’interesse degli utenti più diversi della rete: anarchici, libertari e utopisti uniti dalla simpatia verso un mezzo che ha scardinato una realtà consolidata attraverso un meccanismo (o un dogma) pluricentenario. La trasparenza e la condivisione del sistema sono poi garantite, perché il progetto è in open sourceossia pubblico, quindi migliorabile da chiunque. Una sorta di Linux bancario.

La vera novità è la struttura di controllo del denaro. L’esperimento di Sakamoto, infatti, non risponde a nessuna banca centrale o a politiche monetarie. Le regole però ci sono. La quantità totale di moneta è fissata a 21 milioni, attualmente ne circolano 11, per un valore di mercato complessivo di 1.87 miliardi di dollari, al prezzo di 112.60$ (10 maggio). Krugman l’ha definito “un gold standard privato”, riferendosi al sistema economico – utilizzato prevalentemente nel XIX secolo da diversi paesi – in cui il valore della moneta è ancorato a una quantità di oro fissata.

Poiché l’ammontare totale della moneta è fissato, se la domanda sale – e la quantità non può essere incrementata – aumenta anche il prezzo. Allora, per chiunque detenga bitcoin e stia puntando sulla loro futura vasta popolarità, sarebbe folle spendere ora, come puntualizza James Surowiecki sul Mit Technology Review.

Nonostante gli entusiasmi, su questo strumento persistono delle perplessità, non solo di natura economica. Infatti, la creazione di moneta è affidata all’elaborazione di computer (responsabili del cosiddetto mining, che avviene a ritmo progressivamente decrescente), ma non c’è regolamentazione e l’Fbi sul tema ha dichiarato che “costituisce una violazione della legge federale per gli individui…creare una moneta privata o sistema di valuta che competa con il conio e la valuta ufficiale degli Stati Uniti”.

Per due anni l’utilizzo – e il valore – della moneta virtuale sono stati indissolubilmente legati alle sorti di Silk Road. Cosa cambia ora che questo cyber bazaar non c’è più? Secondo l’Huffington Post:

In molti sostengono che da adesso in poi chi è interessato a investire sui bitcoin, che in questi mesi sono diventati un vero e proprio bene rifugio elettronico, farebbe bene a tenere d’occhio l’andamento della moneta internettiana. È ipotizzabile che l’effetto Silk Road spinga nelle prossime settimane i possessori di bitcoin a sbarazzarsi della divisa. Un’impennata delle vendite porterebbe a un abbassamento del valore dei gettoni digitali. Ma, una volta impoverita, la valuta (che libera dalla scomoda “parentela” con Silk Road dovrebbe aver modo finalmente di acquisire una maggiore credibilità) potrebbe richiamare l’interesse di nuovi investitori pronti a scommettere su di lei. In pratica, un flashback.

Ciò a cui potremmo assistere, nel caso la moneta continui a perdere valore in seguito al sequestro di Silk Road da parte dei federali, e all’ondata di panico che sta investendo i detentori della crypto-valuta, ricorderebbe da vicino quello che è avvenuto nella prima parte di quest’anno, quando i gettoni peer-to-peer hanno visto il proprio valore aumentare in maniera esponenziale, al punto da arrivare a valere 250 dollari.

Silk Road aveva visto la luce nel 2011. In due anni era diventato il sito di e-commerce più gettonato del Dark Web, al quale si poteva accedere solo tramite Tor, il browser per la navigazione anonima in Rete. Fatturava, secondo la rivista Forbes, a cui in passato Ulbricht ha anche rilasciato un’intervista, circa 40 milioni di dollari all’anno, grazie a una commissione del 10% sulle transazioni effettuate. In tutto, stando invece alle autorità Usa, il sito illegale avrebbe generato un volume di vendite pari a 9,5 milioni di bicoin, ovvero più di un miliardo di dollari. Una bella somma, considerato che i bitcoin in circolazione oggi come oggi sarebbero in tutto 11,8 milioni. L’Fbi, messe le mani su Ulbricht, aka Dread Pirate Roberts, ne ha sequestrati 26 mila (3,6 milioni di dollari). Lo 0,22 % di quelli presenti al momento sul mercato valutario.

Venti di guerra in Transnistria

Se non fosse stato per Educazione siberiana, noto libro dello scrittore russo Nicolai Lilin, da cui il nostro regista Gabriele Salvatores ha tratto un film, probabilmente nessuno avrebbe mai sentito parlare della Transnistria.
In realtà gli Urca sono una bufala: la base storica del romanzo non sta infatti né in cielo né in terra. Ma la Transnistria invece esiste eccome. E di questa sottile striscia di terra a cavallo tra Moldavia (a cui formalmente appartiene) e Ucraina sappiamo due cose:

1) Fuori dal riconoscimento – e dalla legalità – internazionale, è diventata nel tempo il polo dei traffici illegali in Europa.
E qui non si tratta di romantici fuorilegge di cui appassionarsi, come quelli di cui Lilin racconta le gesta. In Transinistria operano criminali della peggiore – e più temibile – specie: trafficanti di droga, armi (anche atomiche) ed esseri umani.

2) E’ molto più importante di quanto si creda, in quanto strettamente collegata agli interessi geopolitici che ruotano intorno alla Moldavia.
Non tutti sanno che, negli ultimi anni, le politiche condotte da Bruxelles nei confronti di Chisinau – sia direttamente che indirettamente, tramite la Romania – hanno suscitato non poche perplessità presso gli osservatori. Tanto che tre anni fa il quotidiano tedesco Der Spiegel – la Germania è contraria all’inclusione della Moldavia nella UE – riteneva che fosse in atto un “allargamento nascosto” in piena regola, come peraltro testimoniato dall’accordo di libero scambio concluso a metà giugno.
In un tale contesto, la Transnistria è una piccola pedina nel Grande gioco tra Russia ed Europa. Le parti hanno già discusso sull’argomento nell’ottobre 2010.

Chiusa questa lunga premessa, veniamo alla stretta attualità.

Oggi la situazione al confine tra Chisinau e Tiraspol sta destando non poche preoccupazioni. Se per vent’anni il conflitto tra la Moldavia e la sua provincia secessionista è rimasto congelato, nelle ultime settimane la tensione lungo le due sponde del Dnestr è tornata a riaccendersi.
Secondo Presseurop:

Poco dopo essere uscita dall’impasse politica e aver finalizzato i negoziati sull’accordo di libero scambio con l’Ue, la Moldavia vede avvicinarsi lo spettro di uno scontro militare.

“La Moldavia teme la possibilità di nuove ostilità militari”, scrive Jurnal de Chişinău il 20 giugno, mentre il parlamento moldavo discute su “come rispondere alla provocazione delle autorità di Tiraspol”. Il 10 giugno il soviet della regione secessionista e filorussa della Transistria ha decretato unilateralmente un nuovo tracciato della frontiera con la Moldavia includendo nel territorio tranistriano tre nuovi villaggi. Nell’aprile scorso i militari tranistriani avevano provato a installarealcuni edifici militari nel villaggio di Varniţa, ma gli abitanti li avevano respinti. I moldavi hanno installato il primo maggio nuovi posti di frontiera al confine della Transistria per mettersi in regola con le norme europee.

Secondo il quotidiano moldavo la Russia, che mantiene un contingente di pace in Transistria, non gradisce l’accordo di libero scambio e libera circolazione tra la Moldavia e l’Ue e teme che i tranistriani possano chiedere in massa la cittadinanza moldava:

In un comunicato che ricorda gli esordi della guerra in Georgia nell’agosto del 2008, Mosca invita Chişinău e Tiraspol ad “astenersi da azioni unilaterali che possano condurre a un conflitto”, senza però fare nulla per dissuadere il presidente tranistriano Yevgeny Shevchuk dalle sue mire espansionistiche.

Secondo Timpul l’incidente di Varniţa è una “spada di Damocle”, perché il decreto di Shevchuk che conferma della decisione del soviet sulle nuove frontiere entrerà in vigore il 24 giugno:

il contingente di pace russo interverrà se l’aggressore, ovvero i soldati della Transnistria, occuperà Varniţa ? […] Il decreto è una dichiarazione di guerra permanente.

Afghanistan, dove la droga ha vinto

Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo “Afghanistan Opium Risk Assessment 2013“, pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando  i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani.
Il documento dell’Onu prevede aumenti delle coltivazioni in 12 delle 34 province afgane. Soltanto nella provincia di Herat si segnala un trend negativo, mentre le regioni libere dal papavero saranno appena 14, in calo rispetto alle 17 dell’anno scorso e alle 20 del 2010. L’Afghanistan è già il maggiore produttore di oppio al mondo, come aveva rilevato un altro rapporto dell’agenzia dello scorso novembre (si veda anche qui).
Il prezzo, nota il New York Times, è al massimo e decisamente più redditizio rispetto altre colture. Agli agricoltori vanno 203 dollari al chilo contro i 43 centesimo per il grano e 1,25 dollari per il riso.
Sotto silenzio è un grave effetto collaterale del conflitto: l’elevato numero di bambini resi dipendenti dalla sostanza.

Secondo Globalist:

Analizzando i dati si osserva un incremento tendenziale delle aree di coltivazione, mentre l’andamento dei prezzi negli ultimi tre anni si sviluppa a serpente: nel 2010 l’oppio afghano costava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e il 600 dollari, mentre l’oscillazione tra il 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo.
Esponenti di Ong che lavorano coi contadini afghani su progetti per la produzione di colture alternative all’oppio sostengono che il problema principale sia l’accesso ai mercati, che resta proibitivo, almeno se comparato agli oppiacei. Non è certo contro i contadini afghani che si può puntare il dito per questa situazione, ma al fallimento delle politiche adottate (o non adottate) per affrontare il problema. Una responsabilità che ricade in primis sul governo di Kabul, ma che allo stesso tempo evidenza il fallimento, almeno nelle zone in cui la produzione di oppio è aumentata, dell’azione svolta dalla macchina di assistenza internazionale.
Le strategie di stop alla produzione di oppio messe in piedi negli anni scorsi hanno avuto l’effetto di rendere i contadini afghani schiavi dei signori della guerra, che oggi ancora lucrano sull’incremento della produzione di oppio di cui parla il rapporto Onu. Quando le colture oppiacee sono state distrutte i contadini si sono trovati con debiti fino al collo da ripagare alla malavita afghana. Vittime di questa situazione sono state le figlie dei produttori “consegnate” a criminali e trafficanti come spose o schiave per saldare i debiti. Sul fenomeno è stato realizzato un film dal titolo “Opium-brides”.
Già nel 2008 un rapporto di Iom (International Organization for Migration) parlava della pratica del “debt marriage” legato alla produzione e al traffico di sostanze oppiacee. Nello stesso anno il Presidente Hamid Karzai, sostenuto dalla Comunità internazionale ma non riconosciuto come un leader credibile da molta parte della popolazione afghana, che guarda al governo di Kabul come la testa del pesce da cui derivano i soprusi e la corruzione dilaganti nel paese, condannava l’uso di ragazze come merce di scambio tra contadini e trafficanti. A parole Karzai è bravo, i fatti però gli sbattono in faccia che sulla produzione di oppio, con tutte le conseguenze del caso, ha fallito nel modo più totale. Sarà anche perché secondo alcune stime la produzione di oppio in Afghanistan conta tra il 15 e il 20 per cento del Pil?.

Secondo Osservatorio Iraq:

Nel complesso, le province di Farah, Baghdis e Nimroz sono quelle in cui è stato registrato un incremento moderato nella produzione di oppio, mentre un aumento significativo ha caratterizzato la provincia di Herat (area di Shindand).
In sintesi, riporta lo studio dell’Onu, le aree rurali classificate come “meno sicure” hanno una probabilità maggiore di coltivare l’oppio di quelle con migliori condizioni di sicurezza.
Le comunità rurali periferiche, dovendo scegliere tra il debole governo afghano e gli insorti, sulla base dei benefit e delle politiche adottate dall’uno e dagli altri, tenderebbero ad optare per la parte che è davvero in grado di sostenere l’economia locale.

L’Afghanistan produce il 90% di tutte le droghe oppiacee al mondo, sebbene sino a tempi recenti non ne fosse un importante consumatore.
Al contempo, in un anno la produzione di eroina è aumentata del 18%, portando da 131.000 a oltre 154.000 gli ettari di terreno agricolo dedicati alla coltivazione del papavero da oppio.

Secondo stime della Nato, metà dei fondi a disposizione dell’insurrezione proverrebbe proprio dal narcotraffico.
Oggi l’economia afghana dipende, quasi esclusivamente, da due fonti di reddito: gli aiuti concessi dalla comunità internazionale e il traffico dell’oppio.
Il paese, con una popolazione teorica di 35 milioni di abitanti, presenta un preoccupante livello di tossicodipendenza: oltre un milione di individui – poco meno della metà (40%) sarebbero donne e minori.
Le ragioni di questo fenomeno?
Data l’elevata quantità, l’oppio è un diversivo a buon mercato – meno di cinque euro/grammo (il prezzo dell’oppio grezzo è di poco superiore ai 200 euro al chilogrammo): domanda e offerta si incontrano sostenendosi vicendevolmente.
A poco, o nulla, sono serviti i numerosi tentativi di sostituirlo con altri prodotti agricoli: al fine di limitare la produzione di oppio, nella seconda metà del 2010 sono state distribuite oltre 50 tonnellate di bulbi di zafferano (a cura del Provincial reconstruction team italiano di Herat), destinate alla coltivazione di almeno trenta ettari.
I risultati sono stati tutt’altro che soddisfacenti:
- produzione, lavorazione e mercato dello zafferano non sono stati sviluppati in maniera coordinata;
- l’assenza di specifici processi di trattamento – causa della perdita di colore e profumo dello zafferano – ne ha precluso la vendita all’estero (a fronte di una sostanziale assenza di mercato interno);
- le vie di accesso ai mercati regionali e internazionali sono limitate e di difficile praticabilità;
- gli aiuti economici promessi ai coltivatori afghani sono stati disattesi – convincendo molti di questi a proseguire o a riavviare la coltura dell’oppio.
In sintesi, “l’offensiva dello zafferano” è fallita.

Circa il 15% del PNL afghano dipende dall’esportazione di droga, per un totale di 2,4 miliardi di dollari l’anno (fonte Onu).

Secondo il Servizio federale russo per il controllo degli stupefacenti (Fskn), la produzione di eroina in Afghanistan è aumentata di 40 volte dall’inizio dell’operazione della Nato in questo Paese nel 2001.
Ancora oggi l’oppio è il migliore alleato dei talebani, e non vi è dubbio che il ritiro delle truppe internazionali nel 2014, porterà un’ulteriore impennata di questo commercio. Il rapporto Undoc citato all’inizio mostra peraltro una correlazione tra l’andamento delle coltivazioni e l’insicurezza nel Paese, oltre che con la mancanza di politiche agricole di sostegno.
Il generale Fernando Termentini spiega che gli USA nemmeno distruggono più i campi di coltivazione. Anzi, pare che le forze armate americane restino attivamente a guardia di quei campi di papaveroPossibile? Sì.
Un anno fa spiegavo:

Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

La cosa non dovrebbe stupirci. Controllare il commercio globale della droga, significa controllare la liquidità nei circuiti bancari mondiali. E controllare i flussi finanziari, vuol dire controllare il mondo.
In ogni caso, l’unico vero vincitore del conflitto afghano è e resta il narcotraffico.

Benvenuti in Transnistria, il buco nero d’Europa

La Transnistria è uno Stato indipendente de facto non riconosciuto a livello internazionale, essendo considerato ufficialmente come parte della Repubblica di Moldavia. Esso è governato da un’amministrazione autonoma che ha sede nella città di Tiraspol.
La storia del Paese inizia il 2 settembre del 1990, quando, in seguito ad un colpo di mano della 14° armata dell’esercito sovietico d’istanza a Tiraspol, frutto della confusione legata alla dissoluzione dell’URSS, la Transnistria dichiarò unilateralmente la propria indipendenza . Il 25 agosto 1991 il Soviet Supremo della neonata Repubblica Moldava di Transnistria adottò la dichiarazione di indipendenza. Due giorni dopo il parlamento di Chisinau votò la dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Moldavia, il cui territorio includeva la Transnistria, chiedendo altresì all’Unione Sovietica di ritirare la 14° armata dalle zone occupate. L’armata invece rimase e combatté al fianco delle forze separatiste.  Il governo di Chisinau non aveva la forza politica né militare per provvedere alla riconquista della regione. Si arrivò ad un cessate-il-fuoco siglato il 21 luglio 1992. Da allora una pax armata ha assicurato la stabilità dello status quo. Una piccola crisi si verificò nel 2004, quando le autorità della Transnistria chiusero con la forza 6 scuole che insegnavano il moldavo scritto in caratteri latini, provocando le dure proteste da parte dei 3.400 bambini  colpiti da questa misura.
Per approfondire si veda questo vecchio servizio delle Iene.

Da quest’anno, dopo un ventennio targato Igor Smirnov, la Transnistria ha un nuovo presidente: è Evgenij Shevchuk, ex presidente del parlamento, visto da molti come il rappresentante di una nuova generazione che vuole meno corruzione, più riforme e maggiore apertura all’estero. Per adesso nulla sembra essere cambiato.

Dal punto di vista geopolitico, la Transnistria è un vero e proprio grattacapo:

Nel settembre 2006 le autorità separatiste, tramite referendum, votavano a favore dell’integrazione del territorio alla Federazione Russa. La sorpresa però arrivava proprio dai russi che affermavano: «La Transnistria rappresenta un costo troppo grande da sostenere per la Russia». L’indipendente terra di Nistria è il punto più ad ovest ad essere sotto l’influenza russa, una «moneta di scambio» per le strategie russe che in questo modo tengono sull’attenti Romania ed Ucraina. La Moldavia, dal canto suo, correrebbe non pochi rischi ad integrare il Paese ribelle: il sistema sociale moldavo, profondamente riformato, creerebbe non pochi problemi di integrazione alla comunità nistriana, andando ad alimentare ulteriormente la già alta tensione fra le due popolazioni. Un altro motivo a sfavore della riunificazione è rappresentato dal pesante debito accumulato dalla Transnistria, come già accennato precedentemente. La riappacificazione porterebbe però notevoli vantaggi per la Moldavia, quali, ad esempio, un miglioramento della propria immagine in qualità di risolutore del conflitto, la possibilità di sfruttare la zona di Tiraspol come area turistica sul fiume Dniestr ed avviare una più accurata ed unitaria raccolta di dati al fine di comprendere le reali necessità della popolazione.

Da quello economico, invece, è considerata un “buco nero“. Secondo Wikipedia:

Osservatori della Comunità Europea, esprimendosi in merito alla preoccupante situazione dell’illegalità e del mancato controllo delle frontiere di questa regione alle porte dell’Unione, sono portati a ritenere che parte non irrilevante del flusso economico nazionale sia direttamente collegato ai traffici illeciti che derivano dal radicamento del crimine organizzato di mafie attive in tutta la Russia e dalla particolare posizione di passaggio di questo territorio per il flusso degli stupefacenti, delle armi e del contrabbando; questa situazione ha portato la stampa a definire il paese il “buco nero d’Europa.

Fuori dal riconoscimento – e dalla legalità – internazionale, la Transnistria è infatti diventata il polo dei traffici illegali in Europa. Un reportage pubblicato di recente da Frontiere News ne offre questa sinistra descrizione:

Proprio la dissoluzione gigante sovietico ha decretato la fortuna economica e di conseguenza anche quella politica di questa repubblica della banane. Subito dopo aver dichiarato l’indipendenza, i generali della 14ª armata hanno cominciato a mettere sul mercato l’unico bene a loro disposizione: le armi dell’armata Rossa. La Transnistria è diventata così un gigantesco bazar dove, pagando sull’unghia, si può comperare di tutto: mitraglie Policeman, pistole Makarov, lanciarazzi anticarro Rpg7, lanciamine Vasiliok, lanciagranate Gnom e Spg9, razzi Bm 21 Grad, missili portatili Duga. Per non parlare di tutte le enormi quantità di materiali nucleari, chimici e radioattivi stoccati nei depositi oggi abbandonati dell’esercito sovietico, come i famigerati missili Alazan dotati di testata agli isotopi radioattivi che fino a qualche anno fa erano piazzati all’aeroporto di Tiraspol e di cui si sono oggi perse le tracce.

A tenere le redini di questa ebay del terrore è la mafia russa che in questo Eden del contrabbando della droga, del petrolio e delle armi non è mai neppure stata dichiarata una organizzazione illegale. Anzi, alle ultime elezioni ha democraticamente fatto eleggere l’attuale “presidentissimo” con la percentuale del 103% degli aventi diritto al voto. Neanche i conti, sanno fare!

Il tutto, sotto le bandiere di un vetero comunismo che farebbe la felicità di certi nostalgici amici miei. La Repubblica della Transnistria infatti è tutt’oggi il solo Stato a dichiararsi ufficialmente leninista con gran sventolio bandiere rosse, falci e martelli, gigantografie di Marx, Lenin, Stalin, orride statue ad eroi operai.

Qualche ingenuo potrebbe domandarsi come possa la comunità internazionale tollerare l’esistenza di un tale “Stato Canaglia” senza che nessun politico si sogni mai di proporre contro la Transnistria anche solo un centesimo di quelle sanzioni che ancora oggi continuano ad impoverire Cuba. La risposta è semplice. La Transnistria è utile quanto, e forse più della Svizzera: in questa sottile striscia di terra vengono a rifornirsi, come ad in un gigantesco “discount”, dittatori, stragisti, servizi segreti più o meno deviati, mafie e gruppi terroristici di tutto il mondo. Non c’è da meravigliarsi se quando si parla di politica internazionale, tutti facciano finta che la Transnistria non esista.

Invece esiste eccome. E come scriveva Massimiliano Ferraro su Narcomafie lo scorso anno, è praticamente il supermarket delle armi atomiche in Europa.

Violenti scontri in Tajikistan

A quindici anni dalla fine della guerra civile che l’aveva insanguinata per un quinquennio, nella regione del Gorno-Badakhshan (Tajikistan) si registrano nuovi incidenti tra estremisti islamici ed esercito governativo:

 (ASCA) – Roma, 25 lug – Sono almeno 42 le vittime sinora accertate delle violenze fra esercito del Tajikistan e milizie ribelli islamiche nella regione semi-autonoma del Gorno-Badakhshan, provincia montagnosa nella zona orientale del Paese, nei pressi del confine con l’Afghanistan.
Il bilancio ufficiale diffuso ieri parla di 12 soldati governativi e 30 estremisti uccisi nei combattimenti e il governo ha dichiarato un temporaneo cessate il fuoco per avviare dei colloqui fra il ministro della Difesa Sherali Khayrulloyev e i rappresentanti della citta’ di Khorog, epicentro degli scontri degli ultimi giorni. L’area e’ abitata dalla minoranza etnica Pamiri ed e’ considerata una roccaforte della milizia islamica. Gli ultimi episodi di violenza sono divampati in seguito all’omicidio, avvenuto lo scorso 21 luglio, del generale Abdullo Nazarov, responsabile locale del Comitato per la sicurezza nazionale. (fonte AFP).

Secondo la BBC, le vittime potrebbero essere 200.

Raggiunto un cessate il fuoco, le forze governative hanno chiesto ai comandanti ribelli la consegna di Tolib Ayombekov, ex signore della guerra e, almeno secondo il governo, responsabile della morte di Nazarov. Per agevolare la trattativa, il governo ha offerto l’amnistia a tutti i ribelli ad eccezione dei quattro combattenti, tra i quali lo stesso Ayombekov. Quest’ultimo ha negato il proprio coinvolgimento nella morte del generale. Intervistato da Associated Press per telefono prima dello scoppio dei combattimenti, Ayombekov aveva detto che l’operazione di sicurezza era stata finalizzata esclusivamente a arrestare gli ex comandanti della guerra civile.
A causa delle operazioni militari dei giorni scorsi, il Tagikistan ha chiuso tutti i valichi di frontiera con l’Afghanistan, consentendo il passaggio solo ai rifornimenti della NATO verso Kabul.
Le comunicazioni tra la città di Khorog – capoluogo del Gorno-Badakhshan – e l’esterno sono state interrotte.

Eurasianet propone questa utile analisi per comprendere gli eventi in corso.
In sintesi, il Badakhshan è una regione montuosa e isolata di circa 250.000 abitanti – quasi tutti di etnia pamira -, situata nel Sudest del Tagikistan, che condivide una frontiera lunga - e praticamente sguarnita – con Afghanistan, Kirghizistan e Cina. Per questo rappresenta un corridoio per il traffico illegale di merci e stupefacenti, in particolare di eroina afgana. La  popolazione è costituita in gran parte da musulmani sciiti della setta ismailita, mentre il resto del Tagikistan è a maggioranza sunnita. A causa del suo isolamento, la regione è poco controllabile e dunque intrinsecamente instabile. Una vulnerabilità acuita dalle influenze destabilizzanti che provengono dal vicino teatro afghano.
Al di là delle divergenze di ordine etnico e religioso,  i motivi dell’attuale conflitto sono gli interessi economici e di potere rimasti irrisolti dai tempi della guerra civile. Dopo la pace del 1997, il governo aveva cercato di integrare le principali figure dell’opposizione nella propria struttura di potere, lasciando che gli ex capi ribelli potessero esercitare un’influenza sulle loro terre d’origine in cambio della fedeltà al regime. Ma ciò non è bastato a mantenere un equilibrio tra ex combattenti e funzionari governativi.
Per approfondire si veda questa dettagliata analisi della Jamestown Foundation.

Se la comunità internazionale non presterà sufficiente attenzione a questo angolo di mondo, i fatti in Badakhshan potrebbero avere pericolose ripercussioni di lunga durata. Non dimentichiamo che l’Afghanistan è a due passi, ed è probabile che i signori locali, approfittando del ritiro delle truppe NATO nel 2014, cercheranno di espandere la propria influenza di una regione di per sé instabile.

Confermato: il denaro di terroristi e narcotrafficanti riciclato nelle grandi banche internazionali

Non bastavano la crisi del 2008, la finanza creativa e il recente scandalo del Liborgate. Ad affossare la già scarsissima rispettabilità delle banche internazionali mancava solo la conferma che esse hanno favorito le operazioni di riciclaggio dei narcotrafficanti messicani e dei terroristi arabi.

Lo rivela un rapporto di 330 pagine del Senato americano. Il succo è che nonostante le severe regole sulla tracciabilità dei capitali, alcune banche non sono riuscite a monitorare la provenienza né le transazioni di ingenti somme ad essi affidate, nonché di “verificare” l’identità di alcuni dei correntisti più facoltosi, consentendo a miliardi di dollari denaro sporco proveniente dal Messico di essere riciclati nel circuito finanziari USA. Sotto accusa è in particolare il colosso HSBC, che opera in oltre 80 Paes e che solo in America vanta 470 filiali con 4 milioni di clienti. Si veda qui.
Già nel 2003 la banca era stata invitata dalle autorità competenti a monitorare i flussi di denaro da e per il Messico. A quasi un decennio di distanza, abbiamo ora la conferma che tali direttive sono state disattese.
Purtroppo, HBSC non è l’unico istituto coinvolto in simili attività.

Questa lunga analisi sul Guardian (da leggere dall’inizio alla fine) spiega come, con il diffondersi della violenza in Messico, gli ingenti fiumi dei cartelli ha cominciato a penetrare nel sistema finanziario globale. Ma gli avvertimenti in tal senso sono sempre stati (inconsapevolmente?) ignorati. Il quotidiano esordisce narrando l’episodio di un DC-9 atterrato nella città portuale di Ciudad del Carmen il 10 aprile 2006. Trasportava 5,7 tonnellate di cocaina per un valore di 100 milioni di dollari. Nel corso di 22 mesi di indagini dagli agenti della US Drug Enforcement Administration, l’Internal Revenue Service e altri enti investigativi, è emerso che i trafficanti di cocaina aveva acquistato l’aereo con i soldi che avevano riciclato attraverso Wachovia, all’epoca una delle più grandi banche negli Stati Uniti, ora parte del gruppo Wells Fargo. La banca se la cavò con una multa di 160 milioni di dollari: meno del 2% dei ricavi (12,3 miliardi) nell’anno 2009.
Com’è ovvio, nessun dirigente finì dietro le sbarre. Come notava Peacereporter un anno fa:

In modo molto strano i dirigenti maggiormente invischiatinell’affaire sono stati semplicemente licenziati, altri solo multati. Di fatto a loro carico non è stato sollevato alcun processo. In molti si sono chiesti il perchè di tanta tolleranza nei confronti di una banca e di dirigenti che si sono resi complici dei narcos messicani.
C’è dell’altro. Secondo quanto riportato da alcuni siti internet d’informazione che hanno citato il capo della lotta alla droga dell’Onu, l’italiano Antonio Maria Costa, le uniche disponibilità finanziarie liquide presenti nelle banche Usa durante la profonda crisi del 2008 erano quelle relative ai proventi del traffico internazionale di cocaina dal Sudamerica.
I narcos messicani sono molto potenti con le armi, tanto che nel corso degli ultimi anni il numero delle vittime relativo alla guerra fra cartelli ha sfiorato quota 45mila morti.
Ma hanno dimostrato di essere molto potenti anche a livello finanziario riuscendo a corrompere fior di istituti bancari che hanno contribuito al riciclo del denaro sporco. Adesso è compito delle autorità capire se le banche in questione fossero davvero all’oscuro delle operazioni sporche che stavano mettendo in pratica.

Il caso Wachovia è solo la punta dell’iceberg. Questa lunga analisi su Examiner, da leggere dall’inizio alla fine, spiega che i “favori” delle banche ai cartelli messicani e sudamericani non sono niente di nuovo.

Al culmine della crisi del 2008 bancario, Antonio Maria Costa, allora capo dell’ufficio delle Nazioni Unite sulla droga e la criminalità, ha sostenuto che i proventi droga e la criminalità erano “l’unico investimento di capitale liquido” a disposizione delle banche sull’orlo del collasso. Le indagini da lui condotte dimostrarono che la maggior parte dei 352 miliardi di dollari (stimati) prodotti dal traffico di droga era stata assorbita nel sistema economico mondiale. Sistema bancario e il narcotraffico risultano dunque interdipendenti de facto, e ciò solleva un serio interrogativo circa l’influenza che criminalità è in grado di esercitare sull’economia globale in tempi di crisi.
Non è un caso se qualcuno sostiene che il controllo del traffico di droga alla fonte è la vera ragione per cui gli americani non lasceranno l’Afghanistan tanto presto.

Il business del narcotraffico dietro il golpe nella Guinea-Bissau

Nella Guinea-Bissau l’instabilità politica è un fatto comune. Il colpo di Stato in corso è l’ultimo capitolo di una storia fatta di violenza e insicurezza. Eppure nelle periferie della capitale la vita scorre come sempre, tra indifferenza e rassegnazione. La gente è troppo impegnata ad affrontare la povertà per preoccuparsi della politica.
Ma quali sono le ragioni del golpe? Ufficialmente, i militari affermano di proteggere il paese da una “forza militare straniera” – riferimento ad un piccolo contingente angolano stanziato nel Paese -, precisando di non voler comunque assumere il potere. Ufficialmente

La Guinea-Bissau è solo la punta di un arco di instabilità che attraversa tutta l’Africa occidentale, regione interessata da frequenti rovesciamenti politici. Ad aggravare un quadro già precario c’è il traffico di droga, le cui rotte in partenza dall’America Latina attraversano l’ex colonia portoghese per poi approdare in Europa.
Negli ultimi anni la Guinea-Bissau ha attirato l’attenzione della comunità internazionale perché ritenuta uno dei principali hub del narcotraffico mondiale. Le Nazioni Unite stimano che il 60% di tutta la cocaina consumata sul mercato europeo transita da qui – e poi in altri Paesi, come il Mali, dove i proventi dei traffici avranno sovvenzionato non poco la ribellione dei Tuareg -, per un controvalore di 18 miliardi di dollari. Non a torto, questa piccola nazione è descritta come il primo narcostato d’Africa.

Come spiegato in un rapporto di Peacebuilding, una ong norvegese, la Guinea-Bissau è una base naturale per i trafficanti a causa della sua instabilità politica, della corruzione, dei suoi confini porosi e delle sue numerose isole disabitate dove gli aerei possono atterrare senza dare nell’occhio. Secondo stime ONU, in media 2.200 kg di cocaina approdano per via aerea ogni notte. Quantità anche maggiori arrivano via mare. Circa 50 signori della droga colombiani hanno stabilito il proprio quartier generale nel Paese.
Nel calderone delle cause troviamo anche due odiosi aspetti. Il primo è la questione gli aiuti umanitari. Il Paese ne è talmente dipendente che le autorità si servono della minaccia del narcotraffico per ottenere sempre più sovvenzioni dall’esterno. Un po’ come faceva Saleh in Yemen per arginare i jihadisti o Gheddafi in Libia per fare il cane da guardia all’immigrazione clandestina.
Il secondo riguarda proprio le autorità guineane, sia civili che militari, le quali risultano sempre più coinvolte nel business del contrabbando. La corruzione endemica è infatti un altro dei grandi mali del piccolo Paese. Sorge allora una domanda: se il narcotraffico è un’immensa torta, il golpe non sarà mica un’alzata di voce dei militari per reclamarne una fetta più grande?

Honduras, il Paese più violento del mondo

A poche ore dall’incendio che ha ucciso almeno 377 prigionieri nel carcere di Comayagua (80 km dalla capitale Tegucigalpa), El Pais segnala che ci sono più morti ammazzati per km2 in Honduras che in qualsiasi altro paese non in guerra al mondo: 86 omicidi ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media mondiale di 8,8. Nel 1999 il tasso di omicidi era 42,1. Per fare un paragone, è quasi otto volte oltre il livello che l’OMS considera come epidemia.
Il quotidiano honduregno El Heraldo parla di 3.418 morti nel 2008. Poi, in seguito al colpo di Stato nel giugno 2009 – che ha deposto l’allora presidente deposto Manuel Zelaya, sostituito da Porfirio Lobo – i livelli di violenza sono aumentati in misura esponenziale. A farne le spese sono stati anche coloro che questa guerra hanno cercato di fermarla. Sempre nel 2009 gli omicidi politici hanno lasciato sul terreno 43 leader di comunità, 13 giornalisti e più di una dozzina di attivisti.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC, in Honduras vengono uccise circa 20 persone al giorno, per il 90% uomini. Ormai San Pedro Sula, seconda città del Paese, è considerata la più pericolosa al mondo, al pari di Ciudad Juarez (Messico) e Caracas. In totale, nel 2011 i morti sono stati oltre 6.000, tantissimi per un Paese di appena otto milioni di abitanti.

Tra le cause di questa guerra non dichiarata, un posto d’onore spetta al traffico di droga. Nel 1980 l’Honduras divenne un corridoio per il flusso di droga tra i produttori dell’America Latina e gli Stati Uniti, il più grande mercato di stupefacenti del mondo. Col tempo il suo ruolo strategico nei traffici si è gradualmente accresciuto, al punto da tessere delle reti proprie collegate ai cartelli messicani e colombiani. Secondo la DEA, il 95% del traffico di droga in viaggio dal Sud America al Nord si ferma in Mosquitia, sulla costa atlantica dell’Honduras. Nel 2011, i radar degli Stati Uniti hanno rilevato più di 90 voli illegali nei cieli honduregni, più del triplo rispetto all’anno precedente.
I timori che Honduras potesse diventare un narcostato (come poi è accaduto) avevano spinto le autorità di Washington a collaborare con quelle locali per concentrarsi su una strategia volta a bloccare l’infiltrazione dei cartelli della droga. La visita del vice Segretario di Stato per l’International Narcotics e Law Enforcement Affari, David Johnson, in Honduras e Guatemala, nell’ottobre 2010, dimostra quanto Washington consideri le due nazioni centroamericane importanti nella guerra contro la droga.
Johnson disse che gli strumenti e gli obiettivi comuni di questa sfida dovevano essere concordati nell’ambito dell’Iniziativa Merida, un programma di assistenza multimiliardario promosso dagli USA per il Messico e l’America Centrale. Tuttavia i risultati non sono finora stati incoraggianti, se pensiamo che i cartelli messicani si stanno spingendo sempre più a sud proprio per approfittare della cronica instabilità dei Paesi centroamericani.

La violenza dilagante è la punta dell’iceberg di un Paese allo sfascio. Secondo l’ultimo rapporto di Transparency International, la corruzione in Honduras mostra un livello superiore a quella di tutti gli Stati vicini ed è paragonabile a quella della Sierra Leone o dello Zimbabwe. La gente è abituata a vivere in un costante stato d’assedio e anche le Ong stanno abbandonando il Paese.
Per finire, la tragedia di Comayagua c’è anche la realtà di un sistema carcerario obsoleto e corrotto, come altri Paesi centroamericani. La struttura distrutta dall’incendio ospitava 850 detenuti a fronte di una capacità di soli 250. In generale, il sistema penitenziario è omologato per 8.000 posti, ma la popolazione carceraria conta 12.000 detenuti, con un esubero del 50%. Ed è un esempio di ciò che accade in tutta la regione: in El Salvador, ad esempio, si contano 20.000 prigionieri per 8.500 posti.

Geoeconomia del narcotraffico

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Tratto da Eurasia

Il sistema moderno, basato sul paradigma capitalista e sulla forma liberaldemocratica, ha fra i suoi punti-chiave il controllo delle principali fonti e risorse economiche.

Non è un mistero che gran parte dei conflitti moderni dietro motivazioni di tipo umanitario nascondano in realtà necessità di ben altra natura, come il controllo delle materie prime di cui è dotato il Paese in questione.

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Messico, la mappa dei cartelli

Scritto da Piero innocenti – PeaceReporter

Attualmente sono sette i cartelli più quotati in Messico. Il più importante – e il più violento – è ancora quello del Golfo. Il suo leader, Osiel Cardenas Guillen, dirige l’organizzazione da un carcere americano dove si trova recluso da circa cinque anni. Un ruolo di primo piano nell’organizzazione era stato assunto, negli ultimi due anni, da Alberto Sanchez Hinojosa (detto “El Tony”). Questi è stato arrestato dalla polizia messicana il 5 settembre 2008 a Tabasco, nel sud del paese, dopo che, a luglio, nelle acque del Pacifico, a Salina Cruz, era stato bloccato un sottomarino carico di oltre cinque tonnellate di cocaina colombiana destinata al cartello del Golfo.

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