Categoria: Democrazia e diritti


La proverbiale disattenzione che i media nostrani riservano alla pagina degli esteri comporta, quando di ciò che accade nel mondo non si può proprio fare a meno di parlarne, una lettura degli eventi superficiale e per lo più legata ad una serie di cliché consolidati.
Non c’è dunque da stupirsi che le manifestazioni in corso in Turchia vengano interpretate alla luce di uno tra i paradigmi più temuti (e abusati) dei nostri tempi: la protesta contro il pericolo di re-islamizzazione della società, a cui si contrappone lo spirito di autodeterminazione di una gioventù laica e cosmopolita. E non mancano poi gli audaci paragoni tra i giovani di piazza Taksim e quelli (non più fortunati) che due anni fa riempivano piazza Tahrir; paragoni dettati più dalla seducente assonanza tra i nomi che da una approfondita analisi sul campo.

Detto questo, proviamo a guarda le cose per quelle che sono.

Non è strano che la maggiore (ma non l’unica) sfida all’autorità del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan in quasi undici anni di potere sia cominciato come una piccola manifestazione ambientalista. Lo scontro sul parco Gezi nasconde infatti un regolamento di conti su altre questioni. Non soltanto il divieto sull’alcool, quello di baciarsi in pubblico o le altre manifestazioni di islamizzazione strisciante. A frustrare il presente della popolazione turca son piuttosto le pressioni sulle università, la repressione della libertà di espressione e in generale l’arroganza con cui il premier si è imposto pensando che il Paese gli appartenga solo perché ha avuto per tre volte la maggioranza dei voti.
In Turchia (qui una breve guida alla storia recente) si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere in democrazia. Perché la Turchia governata dall’Akp è un caso da manuale di come funziona una democrazia svuotata.
Gezi Park è la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un conflitto tra le componenti di una società spaccata che si protrae già da lungo tempo. Ma da qui a parlare di primavera turca ce ne corre.

Riporto qui alcuni contributi tra i (pochi) interessanti che si circolano in questi giorni. Leggi l’articolo completo »

Il governo USA ha cercato di minimizzare lo scandalo Prism rassicurando che oggetto di rilevamento da parte dell’intelligence sono solo i “metadati”, ossia gli estremi inerenti al tempo, al luogo, alla provenienza e al destinatario delle chiamate, ma non l’ effettivo contenuto delle chiamate stesse. In altre parole, cari amici, la NSA sa chi abbiamo chiamato, quando e per quanto tempo, ma non cosa noi e il nostro interlocutore di turno ci siamo detti.

Dobbiamo sentirci più sollevati? Non credo. Perché secondo non pochi esperti di tecnologie informatiche la sola conoscenza dei metadati delle nostre telefonate, email, e conversazioni in chat è sufficiente per risalire ad ogni aspetto della nostra vita familiare, lavorativa, sessuale e sociale. Come se fossimo seguiti ventiquattr’ore su ventiquattro. A prescindere dal contenuto di tali comunicazioni.

Dimmi chi chiami e ti dirò chi sei

Un esempio? David Petraues, ex direttore della CIA. La sua relazione extraconiugale con la giornalista Paula Broadwell è venuta alla luce dall’analisi delle email che si scambiavano. Per comunicare tra loro senza lasciare tracce, i due hanno utilizzato a lungo un metodo usato anche dalle cellule terroristiche: hanno creato un account di posta elettronica in comune sul quale si scrivevano dei messaggi tra le “bozze”, senza mai inviarli. E’ dunque dalla lettura di quei messaggi che l’FBI ha avuto modo di svelare la liaison? Nient’affatto. Sono bastati i log di connessione. E’ bastato notare che i messaggi venivano salvati da due postazioni diverse per scoprire lo scandalo e per identificare l’amante del generale.

Questo celebre caso dimostra come i metadati forniscano un contesto sufficiente per conoscere alcuni dei dettagli più intimi della nostra vita. E non è l’unico.
Quando si prendono tutti i tabulati digitali di chi sta comunicando con chi, spiega il New York Magazine, è possibile ricostruire la vita sociale di qualunque persona sulla Terra, almeno tra quelle che usano il cellulare e un pc – in pratica tutta l’umanità, a parte gli aborigeni australiani e qualche altra comunità primitiva. Il Guardian riporta che una tale ricostruzione è possibile anche dall’analisi dei dati GPS raccolti da telefoni cellulari. Questa analisi su Reuters cita  uno studio del Massachusetts Institute of Technology di qualche anno fa che dimostrava come la semplice “osservazione” della rete di contatti sociali di un gruppo di individui era sufficiente a determinare l’orientamento sessuale di ciascuno.
Il “chi,” il “dove”, il “quando” e la frequenza delle comunicazioni sono spesso più rivelatrici di ciò che è detto o scritto. E il governo USA non ha dato alcuna garanzia che questi dati non saranno mai messi in correlazione con altri in suo possesso, come gli estremi bancari o perfino il codice genetico.

Sono gli americani protetti dal Prism, o il Prism dagli americani?

Chi avrà letto fin qui dirà: ok, neanche a me fa piacere che la NSA raccolga i miei dati e sappia tutto di me senza il mio consenso, ma almeno questa sorveglianza serve a prevenire la minaccia terroristica. Sbagliato! La strategia della megaraccolta dati è inefficace per due ragioni:

1) La prima è di carattere tecnico: la mera analisi dei dati statistici, senza riscontri sul campo, genera facilmente distorsioni e false informazioni.
Il professor Jonathan Turley, all’indomani dell’attentato di Boston (che per inciso il Prism non è riuscito a prevenire), ricordava che neanche le nazioni più repressive e dotate dei servizi di sicurezza più invasivi, come la Cina e l’Iran, non sono stati in grado di fermare gli atti terroristici.
Oltre agli attentatori di Boston, il Prism non ha fermato neppure quelli alla metropolitana di New York nel 2009;

2) La seconda è più sottile. Secondo Richard Clarke, tra i massimi funzionari dell’antiterrorismo sotto i presidenti Clinton e G. W. Bush, “l’argomento che questa ricerca debba essere tenuta segreta per non allarmare terroristi è risibile. I terroristi sanno già che questo genere di operazioni viene praticato. Sono i cittadini americani onesti, quelli che rispettano la legge, ad essere stati beatamente ignari di quello che il loro governo stava facendo”.
In pratica, ed è questo che si rimprovera oggi al governo americano, il governo pareva interessato più a proteggere il programma Prism dalla conoscenza dei cittadini, che i cittadini stessi attraverso tale programma. Tale opinione è confermata dall’ex funzionario dell’intelligence William Binney, in questa e in quest’altra intervista.

Sorvegliare la massa per manipolare le masse

Ma allora a cosa serve davvero il Prism? Limes spiega che  le rivelazioni di questi giorni non sono poi così inaspettate: la tendenza dell’intelligence statunitense a fare uso della raccolta massiccia di dati e metadati di telecomunicazione giustificata dall’esigenza di vigilare la minaccia terroristica era già stata segnalata anni addietro (si veda anche questo articolo sul Guardian). Tuttavia, sostiene la rivista di geopolitica, i dati così raccolti possono essere impiegati a fini di analisi strategiche e di intelligence economica.
Inoltre, il monitoraggio continuo dei social network di una determinata area del mondo può essere usato anche per condurre operazioni psicologiche, immettendo in quei canali, notizie e informazioni (vere o false che siano) volte a influenzare le opinioni pubbliche locali.

Pochi sanno che il 70% di quanto destinato dal bilancio federale alle attività di intelligence viene speso per sovvenzionare società di sicurezza private. In pratica gli Stati Uniti hanno appaltato quella che rappresenta una funzione sovrana di ciascuno Stato ad imprenditori privati, i quali sono liberi di accedere ai dati personali dei cittadini USA e conservarli.

E nell’ambito della raccolta dati, pubblico e privato lavorano addirittura a braccetto. E’ nota da tempo l’esistenza dei cd. Centri di Fusione, strutture di raccolta e osservazione dati disseminate un po’ ovunque negli States, frutto di una coproduzione tra il Dipartimento di Giustizia e quello di Sicurezza Interna ma partecipate dai capitali privati di grandi imprese. Le quali hanno dunque accesso ai dati di cittadini privati raccolti tramite degli enti – formalmente – pubblici.
Ironia della sorte, le compagnie impegnate in tali partenariati di intelligence tra pubblico e privato sono spesso le stesse che furono oggetto di contestazione da parte del movimento Occupy Wall Street, a cominciare dalle grandi banche – quelle, per intenderci, Too big to fail – messe sotto accusa per le loro indebite influenza nelle funzioni pubbliche, dal finanziamento delle campagne elettorali all’opposizione contro determinati provvedimenti per mezzo della maggioranza repubblicana in Senato.
Già nel 2011, ad esempio, un’inchiesta della Reuters rivelò l’esistenza di uno scambio di dati informatici tra la NSA e le maggiori banche d’affari quotate a Wall Strett, in ragione della necessità di contrasto agli hacker. Quali hacker? Forse i manifestanti di OWS? Sta di fatto che, come emerso pochi giorni fa, che i telefonini di tutti i partecipanti a Occupy sono stati tracciati.

E che dire del CISPA? Questo provvedimento approvato dal Congresso lo scorso 18 aprile, ufficialmente pensato per contrastare gli attacchi hacker ma di fatto il quarto disegno di legge che riduce la copertura dei diritti fondamentali sulla rete in poco più di un anno, contiene alcuni disposizioni a dir poco discutibili. Non solo si prevede che, di fronte a una cyberminaccia, qualunque violazione della privacy non sarà perseguita, ma la definizione stessa di minaccia è talmente vaga da permettere alle istituzioni di acquisire informazioni senza limiti, aggirando il normale iter legislativo. In pratica “cyberminaccia” significa ogni situazione in cui un’azienda abbia motivo di credere che un utente sta cercando di forzare il database, a prescindere da qualunque riscontro oggettivo. Per di più, le società non avranno l’obbligo di rimuovere i dati non rilevanti per le indagini. Saranno liberi di mantenerli – a quale scopo non è dato sapere.

Insomma, i dati raccolti dall’intelligence, ufficialmente necessari alla prevenzione e al contrasto di attività terroristiche, possono essere condivisi con le grandi corporations private. Per finalità altrettanto private, che poco hanno a che vedere con la protezione dei cittadini da minacce esterne. E’ peraltro inquietante che queste attività avvengano all’interno di strutture ibride pubblico-private
E la vicenda Prism dimostra come, attraverso gli strumenti informatici, la NSA non persegua la sorveglianza di massa, ma la manipolazione delle masse. Con buona pace di George Orwell e del suo imperituro 1984.

A volte il destino gioca davvero dei brutti scherzi. Lo scandalo Prism (“Datagate” è un neologismo adottato solo dalla stampa italiana), al di là dei pur considerevoli risvolti sulla privacy dei cittadini, comporta altresì delle rilevanti implicazioni geopolitiche.
Per comprenderle, basta dare un’occhiata a un paio di coincidenze quanto meno sospette. Una porta fino in Cina, l’altra in Europa.

La prima

Le rivelazioni di Verax, al secolo Edward Snowden, ex membro della CIA attualmente impiegato della Booz Allen Hamilton (una delle aziende che producono e gestiscono i sistemi di intercettazione usati dall’intelligence Usa) presso l’Nsa Regional Security Operations Center di Kunia nelle Hawaii, sono giunte a pochissimi giorni dal vertice in California tra Obama e il presidente cinese Xi Jinping, in cui uno degli argomenti in programma erano i (presunti?) atti di cyberspionaggio di Pechino contro interessi statunitensi.

Nelle settimane precedenti, si erano diffusi articoli, inchieste ed anche un dossier governativo sui furti di dati e tecnologia sensibili attuati per via informatica e attribuiti ad hacker cinesi. Elementi funzionali alla strategia del presidente Obama, che puntava ad ampliare il proprio margine negoziale nei confronti del suo omologo.

La pubblicazione delle attività di cyberspionaggio condotte dalla NSA ha però oscurato le notizie sulle azioni cinesi nello stesso campo. È evidente che la pubblicazione di questi documenti ha indebolito la posizione di Obama proprio alla vigilia di un incontro in cui il presidente si apprestava a chiedere conto a Xi Jinping delle operazioni di cyberspionaggio e di cyberwarfare cinesi.

Inoltre, è singolare che, al momento delle sue rivelazioni, Edward Snowden si trovasse (ora non più) a Hong Kong, entità autonoma della Repubblica Popolare Cinese con cui gli USA hanno siglato un accordo di estradizione. L’ex agente CIA, che ha spiegato che le sue azioni sono motivate da considerazioni di carattere etico, potrebbe dunque essere arrestato e spedito negli States dove subirebbe un processo.
I profili giuridici della vicenda sono analizzati dal Time: l’art. 19 della Legge Fondamentale di Hong Kong (una sorta di Costituzione della Regione Amministrativa Speciale) protegge l’indipendenza del sistema giudiziario dalle interferenze di Pechino; tuttavia la Corte d’Apello di Ultima istanza della città potrebbe richiedere una reinterpretazione della norma al Congresso del Popolo di Pechino, passando il cerino all’autorità centrale.

Più complessi i risvolti politici.

Una richiesta di estradizione metterebbe Obama in un serio imbarazzo. Dopo aver oiù volte cercato di pungolare la Cina sul tema dei diritti umani (si veda il caso Chen Guangcheng dello scorso anno) e della libertà d’espressione, ora l’America “baluardo” della libertà potrebbe chiedere a all’autocratica Pechino la consegna di un uomo, colpevole di aver agito proprio in nome della libertà.

Il tutto mentre è in corso il processo nei confronti di un altro celebre whistleblower, quel Bradley Manning artefice dello scandalo Wikileaks.

La seconda

Come nota Le Monde, tradotto da Presseurop, il dossier Prism è solo l’ultimo dei molti incidenti occorsi tra USA e UE su privacy e sorveglianza, dovuti soprattutto all’inettitudine di un’Europa sistematicamente in ritardo sugli avvenimenti e dotata di una capacità di azione limitata. Episodi simili erano gà avvenuti in passato.

Non solo all’interno della UE. E’ emerso, ad esempio,  che nel 2007 la NSA avrebbe incastrato un banchiere svizzero per ottenere “informazioni bancarie segrete”.

Preoccupata dagli ultimi sviluppi, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha promesso di fare pressione su Obama per apprendere i dettagli del programma in occasione del vertice di Berlino della prossima settimana.

C’è però un fatto.

Nel mese prossimo è previsto l’avvio dei negoziati commerciali per creare un’area di libero scambio tra Europa e USA. Il caso vuole che, in vista dell’inizio delle trattative, le compagnie tecnologiche e finanziarie americane abbiano fatto pressione per ottenere un allentamento delle restrizioni sulla condivisione dei dati tra le due sponde dell’Atlantico. Secondo il Financial Times, anche qui tradotto da Presseurop:

L’anno scorso Bruxelles ha presentato una bozza di legge sulla protezione dei dati che concederebbe ai legislatori Ue il potere di rafforzare le leggi sulla privacy. Le compagnie Usa si oppongono a molte di queste misure per timore di un danno ai loro affari. La legislazione Ue sulla privacy deve ancora essere approvata dagli stati membri e dal Parlamento europeo, e gli Stati Uniti sperano ancora di annacquare la proposta attraverso i negoziati sull’accordo commerciale.

La conclusione, secondo il quotidiano britannico, è che lo scandalo potrebbe aumentare le divergenze tra USA e UE in merito alla protezione dei dati che avrebbero dovuto essere affrontate durante il negoziato.

La NSA può accedere direttamente al server centrale di 9 aziende leader in America nel settore interne – Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, AOL, Skype, YouTube, Apple – per estrarre documenti audio, video, fotografie, email, nonché controllare i registri di connessione. In tal modo, l’intelligence può conservare traccia dei movimenti e dei contatti di ogni persona presente sul territorio americano.
Lo rivelano il Washington Post e il Guardian.

Secondo Internazionale:

La National security agency (Nsa) controlla i tabulati telefonici di milioni di cittadini statunitensi. Lo rivela un’inchiesta del Guardian.

Il quotidiano britannico ha pubblicato un documento riservato, inviato dal Foreign intelligence surveillance court (Fisa) all’azienda di telecomunicazioni Verizon. Il documento chiede all’azienda di fornire le informazioni su tutte le telefonate dei suoi abbonati “su base giornaliera”. Sono state messe sotto controllo le comunicazioni all’interno degli Stati Uniti e dagli Stati Uniti verso l’estero.

La Casa Bianca però ha difeso questa scelta. L’amministrazione Obama ha dichiarato che l’iniziativa della Nsa è stata “uno strumento fondamentale per proteggere la nazione dalla minaccia del terrorismo”.

La Fisa è stata istituita da una legge del 1978, che regola le procedure per la sorveglianza dei cittadini statunitensi e che è stata più volte emendata dopo l’11 settembre. La Fisa ha dato l’autorizzazione all’Fbi per procedere alla raccolta dei tabulati il 25 aprile 2013. E ha dato al governo accesso illimitato ai dati per tre mesi, fino al 19 luglio.

Tra le informazioni che vengono tracciate ci sono i numeri di telefono, il luogo, la durata e la provenienza delle chiamate. I contenuti delle conversazioni sono esclusi. La raccolta di grandi quantità di dati telefonici era già avvenuta durante l’amministrazione Bush.

Scrive il Guardian: “Il documento mostra per la prima volta che sotto l’amministrazione di Barack Obama i tabulati di milioni di cittadini vengono raccolti in modo indiscriminato, a prescindere dal fatto che i cittadini siano sospettati di aver compiuto crimini”.

La Casa Bianca e l’Nsa non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Non è ancora chiaro, fa notare il Guardian, se la Verizon sia l’unica azienda coinvolta.

Sette cose da sapere sulla raccolta dei tabulati da parte dell’Fbi e della Nsa: un articolo di Time.

La NSA ha a lungo giustificato la propria facoltà di spionaggio sostenendo che il suo mandato consente la sorveglianza su soggetti residenti fuori degli Stati Uniti al fine di evitare le intrusioni nelle comunicazioni private di cittadini americani. Oggi invece si scopre che ad essere sotto controllo sono proprio i cittadini americani residenti sul territorio degli USA, con l’esclusione di chi vive all’estero.
A poco è servita la precisazione che la raccolta di dati ha riguardato il tempo e il luogo delle chiamate e non l’effettivo contenuto delle stesse. Da un lato perché non è bastata a rassicurare i cittadini americani che da oggi quando parleranno al telefono saranno un po’ più circospetti.

Dall’altro perché non è vero.

Appena un mese fa sempre il Guardian ha spiegato come tutte le conversazioni telefoniche e le comunicazioni digitali tra americani sul suolo USA siano registrate e automaticamente accessibili alle autorità di controllo.

Come nota l’Atlantic:

La tecnologia ha reso possibile al governo americano di spiare i cittadini in un modo che la Germania Est poteva solo sognare. Fondamentalmente tutto ciò che diciamo che può essere tracciato digitalmente e raccolto dalla NSA.

NBC News via Twitter:

NBC News ha appreso che sotto il Patriot Act post 11 settembre, il governo ha raccolto tracce su ogni telefonata fatta negli Stati Uniti

Il rapporto FISA giunge ad appena tre settimane dalla denuncia dell’agenzia di stampa Associated Press, i cui telefoni erano stati segretamente messi sotto controllo dal governo statunitense per due mesi nel 2012.

Alcuni mesi fa William Binney, ex funzionario della NSA, ha spiegato all’emittente Russia Today che l’intelligence americana raccoglie 100 miliardi di email al giorno e un totale di 20 trilioni di comunicazioni digitali all’anno. Una pervasività recentemente confermata da altri ex funzionari dell’agenzia.

Inoltre la raccolta di dati da parte dell’intelligence non si limita alle chiamate telefoniche o alle email: oggetto di registrazione sono anche le transazioni finanziarie eseguite con carta di credito.

La violenza nel quartiere di Husby di Stoccolma (mappa), dove l’80% degli abitanti del quartiere non è di origine svedese, è esplosa dopo che il 13 maggio un uomo di 69 anni è stato ucciso dai poliziotti dopo averli minacciati.
I primi incidenti si sono verificati la sera di domenica 19 maggio e sono durati per più di quattro ore, mentre nella capitale si festeggiava la vittoria della Svezia ai campionati mondiali di hockey su ghiaccio. Il capo della polizia locale, Daniel Mattsson, ha detto che per le strade erano presenti più di trecento ragazzi, ma che hanno partecipato attivamente alla rivolta tra i 60 e i 100.

Anziché placarsi, le violenze sono proseguite, arrivando a diffondersi in diversi quartieri periferici della capitale. Nel quartiere di Rinkeby sono state bruciate sei auto, altre tre a Norsborg, nel sud; un principio di incendio si è verificato anche in una stazione di polizia, a Älvsjö, e in due diverse scuole, a Tensta e a Kista, vicino a Husby.

Il 22 maggio un gruppo di genitori di Husby e rappresentanti delle associazioni ha manifestato contro il vandalismo dei giovani e contro la violenza delle polizia. La polizia, dal canto suo, ha annunciato che chiederà rinforzi da altre parti della Svezia, e gruppi di cittadini si sono organizzati autonomamente per pattugliare le strade.

Tra le cause della rivolta ci sono anche la segregazione e la disoccupazione. Secondo le cifre dell’agenzia per l’occupazione svedese riferite al 2010, il 20 per cento dei giovani di Husby non svolgeva alcuna attività e un ragazzo tra i 16 e i 19 anni su cinque era senza lavoro o non andava a scuola.
“Queste reazioni avvengono quando non c’è uguaglianza tra le persone, ed è quello che sta succedendo in Svezia”, ha detto al quotidiano svedese The Local Rami al Khamisi, uno studente di legge fondatore del movimento giovanile Megafonen. Secondo un rapporto dell’Ocse pubblicato a metà maggio, infatti, la Svezia è il Paese dove lo scarto tra i redditi cresce più rapidamente tra i 34 membri dell’organizzazione, sebbene rimanga comunque uno dei 10 più egualitari – questo punto necessita però una precisazione, per cui rimando a qualche riga più in basso.

La vicenda ha così rilanciato il dibattito sull’integrazione degli immigrati e sul modello sociale svedese. In Svezia, grazie a una politica molto liberale, gli immigrati di prima generazione rappresentano circa il 10% della popolazione mentre è difficile quantificare quante siano le persone nate in Svezia da genitori stranieri. Gli immigrati arrivano principalmente da Turchia, Libano, Somalia, ma negli ultimi anni anche da zone di guerra: Iraq, Afghanistan e Siria. La loro integrazione all’interno della società risulta molto difficile, nonostante i numerosi programmi statali volti a favorirla. Nonostante le iniziative dello Stato sociale, tra gli immigrati il tasso di disoccupazione è del 16%, dieci punti in più rispetto agli svedesi, e il livello di scolarizzazione molto basso. Quello che sembra non funzionare più sono i parametri delle politiche di integrazione.
Secondo i media svedesi, il dibattito sulla situazione nei quartieri poveri svedesi ricorda “in modo inquietante” quello che si è svolto in Danimarca alla fine degli anni novanta, dopo che la politica aveva rifiutato per troppo tempo di affrontare il problema dell’integrazione.

Presseurop cerca di approfondire la vicenda proponendo due contributi della stampa locale.
Nel primo, tratto dal quotidiano Aftonblandet, si spiega come i disordini alla periferia di Stoccolma dimostrino il fallimento dell’integrazione degli immigrati e il disinteresse del governo in materia di istruzione e impiego:

Le periferie che accolgono molti immigrati richiedono un’attenzione enorme. Un’attenzione che i politici non hanno voluto dare loro. Purtroppo questo problema di gestione non è nuovo e si è curiosamente preferito far finta di niente. A lungo non abbiamo neanche avuto il diritto di dire che un quartiere che conta non meno di 114 nazionalità diverse richiedeva più risorse e più attenzione di altri quartieri meno cosmopoliti. Al contrario, le periferie con un’alta densità di immigrati erano presentate come dei luoghi esotici dove si poteva comprare verdura a buon prezzo.
Il problema non sarà risolto dall’oggi al domani e sarà necessario stanziare risorse considerevoli nel settore dell’istruzione, fin dalla scuola materna. Quando si comincia a prendere una brutta strada fin dall’adolescenza, come nel caso dei ragazzi che sono stati fermati, le possibilità di tornare sulla buona strada sono molto basse. Quando i propri genitori e quelli degli amici sono senza lavoro può sembrare perfettamente normale non lavorare. Quando la scuola sembra un paese straniero è facile abbandonarla.
A Husby il tasso di attività è intorno al 40 per cento, rispetto al 65 per cento su scala nazionale. È in questo dato che risiede il male – o piuttosto il peggiore dei mali.

Nel secondo, tratto dal Göteborgs-Posten, si spiega che in Svezia, Paese simbolo dello sviluppo sociale armonioso, le disparità di reddito aumentano sì rapidamente, ma correggere un modello che non premiava abbastanza il lavoro era necessario per la tenuta del Paese stesso:

Il 14 marzo scorso in Svezia la notizia ha avuto l’effetto di un bomba: le disuguaglianze sono in rapido aumento nel paese. Il raddoppio del numero di poveri negli ultimi anni nel paese ha suscitato grandi dibattiti. Queste informazioni provengono da un rapporto pubblicato di recente dall’Ocse sui divari di reddito nei 34 paesi membri dell’organizzazione. Ma questo documento non parla di un peggioramento del livello di vita dei cittadini.
Al contrario, sul lungo periodo tutte le fasce della popolazione hanno registrato un miglioramento delle loro condizioni di vita. Ma alcuni gruppi sono stati più favoriti di altri e questo si è tradotto in un aumento delle disuguaglianze, soprattutto tra chi lavora e chi non esercita alcuna attività professionale. Il risultato è che la Svezia è passata dal primo al 14° posto della classifica dei paesi più egualitari.
In effetti l’obiettivo delle diverse riforme fiscali intraprese negli ultimi tempi era proprio quello di ricompensare il lavoro. Il divario di reddito tra i lavoratori con gli stipendi più bassi e le persone che non esercitano alcuna attività professionale era poco significativo e questo poneva diversi problemi.
Questa situazione non era giusta. Bisognava adottare delle misure per spingere la gente a lasciare gli aiuti dello stato ed essere autosufficiente. Anche se una lunga serie di variabili determinano le scelte degli individui, il parametro finanziario non deve essere sottovalutato. Più si incentiva la gente a lavorare e meglio è. Dopo tutto sono i contributi della popolazione attiva che ci permettono di vivere. Per questo motivo i cambiamenti evidenziati dall’Ocse sono in ultima analisi un risultato positivo.
Si potrebbe ovviamente obiettare che è inaccettabile che il numero di poveri sia in aumento. E in effetti è inaccettabile, se si considerano poveri dei cittadini che non hanno abbastanza soldi per mangiare né un tetto per dormire. O anche se il livello di vita fosse troppo basso rispetto a quello di uno svedese medio. Tuttavia l’Ocse non ha preso in considerazione questo tipo di povertà – la povertà assoluta – ma quella relativa. Una nozione che in realtà è un artificio contabile. La povertà relativa non tiene conto della qualità di vita della gente, ma solo dei divari di reddito: in un mondo di miliardari i milionari sarebbero considerati poveri!
Un altro concetto di moda è quello di “privazione materiale”. Secondo questa definizione è povero chi per esempio non possiede né lavatrice né automobile e non ha i mezzi per andare in vacanza all’estero. È ovvio che questa concezione di povertà è estremamente discutibile.
Non dobbiamo dimenticare che la Svezia rimane ancora un paese ugualitario. Gli unici che non ne fanno parte sono un piccolo gruppo di individui molto ricchi. Inoltre il livello di base è relativamente alto, ed è questa la cosa più importante. Quello che conta non è che tutti gli svedesi vivano benissimo, ma che nessuno viva male.

Il problema è che, se da un lato sarà pur vero che nessuno svedese vive male, dall’altro non si può dire la stessa degli immigrati.

In nota, che in Svezia ci sia un problema di tolleranza verso le minoranze è testimoniato dal fatto che il razzismo sembra non essere l’unico fenomeno ad aver raggiunto i livelli di guardia. Gli ebrei di Malmö stanno lasciando la città in cui vivono da generazioni a causa del crescente antisemitismo. E loro sono cittadini svedesi, non stranieri.

 

L’Australia è un Paese dalle dimensioni e la varietà di un continente, ma qualcosa in questa definizione parrebbe sul punto di cambiare. Se da un lato il continente resterebbe sempre uno, dall’altro le nazioni potrebbero diventare due. Ecco perché.

Al momento dell’arrivo degli inglesi in Australia c’erano ben 500 Stati indipendenti, ognuno dotato di una struttura politica ed istituzionale ben definita. Tra questi c’era la Repubblica di Murrawarri, entità che – secondo la filosofia aborigena – prosperava in armonia col territorio e la natura. Il Murrawarri Peoples Council afferma che le terre, all’arrivo degli inglesi nel Settecento, furono soltanto date “in prestito” alla regina, e che “il popolo Murrawarri non ha mai alienato la sua sovranità sulle terre, sulle acque, sullo spazio aereo e sulle risorse naturali del proprio territorio, […] ma ne ha ceduto in concessione il mero esercizio alla corona britannica”.
Da qui l’iniziativa del MPC volta ad ottenere, anche attraverso una formale richiesta alle Nazioni Unite, il riconoscimento del Murrawarri come Stato sovrano.

Secondo Fabrizio Maronta su Limes:

La Repubblica di Murrawarri sarà pure il paese più giovane del mondo, ma per i suoi abitanti è antico di millenni.
Il suo territorio occupa una regione di circa 81 mila km² nell’Outback australiano, nota come regione del fiume Culgoa, che insiste sul distretto sudoccidentale del Queensland e sul distretto di Orana del New South Wales. Da quando gli inglesi misero piede sul continente, queste terre sarebbero “in prestito” e la loro mancata restituzione, dietro esplicita richiesta dei suoi abitanti originari, configurerebbe un’occupazione abusiva.
È quanto sostiene il Murrawarri Peoples Council in una missiva del 3 aprile scorso indirizzata alla regina Elisabetta d’Inghilterra, al primo ministro dell’Australia e ai premier del Queensland e del New South Wales.
Nella lettera si dichiara l’indipendenza della nazione Murrawarri dal Commonwealth britannico, sulla scorta del fatto che “il popolo Murrawarri non ha mai alienato la sua sovranità sulle terre, sulle acque, sullo spazio aereo e sulle risorse naturali del proprio territorio, […] ma ne ha ceduto in concessione il mero esercizio alla corona britannica” e può dunque chiederla indietro in qualsiasi momento.
Quel momento è arrivato. La lettera chiedeva provocatoriamente alla corona inglese di produrre “trattati che attestino la sovranità britannica sulle terre in questione o […] documenti attestanti una esplicita dichiarazione di guerra da parte della corona britannica contro la nazione murrawarri.”
In sostanza, si tratta di un escamotage mirante a dimostrare che gli aborigeni non si sono mai sottomessi volontariamente a Londra e non ne sono mai stati conquistati con la forza; ma anche di una contestazione del principio secondo cui, all’arrivo degli inglesi, quelle australiane erano terrae nullius. In mancanza di tale documentazione, la sovranità sul territorio della neonata Repubblica è da intendersi in capo alla stessa, che dunque si attiverà per vedersela formalmente riconosciuta con un’apposita azione presso le Nazioni Unite.
La missiva indicava un termine di 28 giorni per produrre i documenti richiesti. Il silenzio sarebbe equivalso a un’ammissione implicita che “la Repubblica Murrawarri è da considerarsi uno Stato libero e indipendente, in linea con le norme e le convenzioni internazionali.” Il termine è scaduto l’8 maggio, sicché domenica 12 maggio il Murrawarri Peoples Council ha dato ufficialmente via alla campagna di riconoscimento presso l’Onu.
Nelle intenzioni, sembra tutto fuorché un esercizio di stile. Dalla dichiarazione di “continuata indipendenza” di aprile, il Peoples Council si è attivato per creare strutture istituzionali di transizione, tra cui tribunali locali, un ministero dell’Industria e uno della Difesa civile. I suoi rappresentanti parlano di incentivi fiscali per i cittadini murrawarri e confidano che la loro mossa inneschi un revival dell’indipendentismo aborigeno.
È presto per dire quale esito avrà l’azione presso le Nazioni Unite. Di certo, non sono le dimensioni (modeste) né il potenziale economico (altrettanto limitato) della piccola repubblica a poter impensierire Canberra.
Tuttavia, l’iniziativa dimostra che i rapporti tra governo australiano e comunità aborigene restano problematici e che quella delle rivendicazioni politiche dei nativi resta una questione aperta.

Riccardo Venturi su Il referendum:

La dichiarazione di indipendenza degli aborigeni Murrawarri potrebbe costituire un pericoloso precedente per l’Australia. Nessuno sembra prenderli sul serio, ma i nativi, abitanti di una porzione di deserto al confine tra il Queensland e il New South Wales, rivendicano la sovranità su un territorio di circa ottantamila chilometri quadrati, a detta loro, mai formalmente sottoposto al controllo del Commonwealth britannico. La dichiarazione di indipendenza del Murrawarri People’s Council, datata il 30 marzo scorso, sarebbe, più precisamente, una dichiarazione di continuazione di indipendenza. Secondo gli aborigeni, prima della colonizzazione ad opera del Regno Unito, l’Australia ospitava più di cinquecento nazioni indipendenti, fra le quali quella di Murrawarri. La Corona inglese avrebbe preso possesso dei territori dell’Outback australiano in base al principio di diritto internazionale di “terra nullius, negando i diritti degli indigeni.

Al contrario, dal 1992, la dichiarazione di continuata indipendenza troverebbe il suo fondamento giuridico nella sentenza della High Court australiana che invalida tale principio. La decisione storica della Corte rientrava in un contesto di pacificazione avviato dal governo australiano nei confronti delle popolazioni locali che, fino agli anni sessanta, erano state private dei diritti civili e politici fondamentali. Ecco perché, sempre secondo il neo-istituito Murrawarri People’s Council, gli europei e i loro discendenti occupano le terre aborigene senza alcun diritto. Ad aprile, il Consiglio ha inviato una lettera alla Regina Elisabetta e al Primo Ministro australiano, con lo scopo di ottenere il riconoscimento dell’indipendenza della Repubblica di Murrawarri. Nella comunicazione viene affermato che né il Regno Unito ha mai dichiarato formalmente una guerra (e quindi conquistato il territorio conteso), né i Murrawarri hanno firmato trattati sulla cessione dello stesso, portando come “prove” vari documenti ufficiali.

Ciò che emerge da questa strana vicenda di diritto internazionale va oltre l’inedita dimensione giuridica e indipendentista ed è l’emblema della complessa problematica dei diritti delle minoranze aborigene. Se c’è chi lo considera uno scherzo, c’è anche chi applaude l’iniziativa dei Murrawarri, reputandola l’unica arma in mano agli aborigeni per farsi sentire. Negli scorsi due secoli, svariate centinaia di popoli che vivono all’interno del Continente australiano hanno subìto una brutale colonizzazione che ha causato massacri e violenze e che ha ridotto la popolazione indigena del novanta percento. Con la modernità e con il graduale riconoscimento dei diritti, le loro condizioni non sempre sono migliorate: molti aborigeni subiscono forme di ghettizzazione e sono spesso abbandonati alla disoccupazione o ad un crescente disagio sociale. Tuttavia, nel 2008 è stato fatto il primo passo ufficiale in termini di presa di coscienza da parte di un governo australiano che, con l’ex Premier laburista Kevin Rudd, ha chiesto ufficialmente scusa agli aborigeni per i torti del passato e per i crimini subiti dalla cosiddetta “Stolen Generation”, istituendo il National Sorry Day. Non abbastanza per rimuovere la “Aboriginal Tent Embassy”, la tenda-ambasciata a difesa dei diritti politici e civili delle comunità aborigene, situata di fronte al parlamento australiano, né per evitare rivendicazioni come quella dei Murrawarri.

Dello stesso avviso è Mauro Indelicato de Il Faro sul mondo, secondo cui dalla vicenda

 si possono trarre almeno tre importanti considerazioni:

La prima riguarda la situazione interna dell’Australia, che evidentemente non è riuscita a risolvere la questione degli aborigeni; a nulla sono valsi gli spot delle Olimpiadi di Sydney 2000, in cui Katy Freeman, atleta aborigena, ha acceso il calderone olimpico ed è stata l’ultima tedofora, così come a poco e nulla sono serviti i tanti buoni propositi della classe politica australiana sui tentativi di riconciliazione con le popolazioni originarie dell’isola. Adesso, l’indipendenza di Murrawarri, anche se da un punto di vista economico porta via poco vista l’esiguità della grandezza del territorio, in realtà preoccupa e non poco per il timore di un effetto di emulazione degli altri popoli aborigeni presenti nel centro del paese.

L’altra considerazione ha invece un respiro più internazionale e riguarda, in generale, l’apertura forse di un’epoca in cui, sfruttando anche la debolezza dell’occidente rispetto a qualche anno fa, i popoli colonizzati vivano una stagione di emancipazione dalla madrepatria e, dopo l’indipendenza di tante colonie avvenute nell’immediato dopoguerra, adesso si arrivi all’autodeterminazione di tanti popoli inclusi all’interno del territorio della nazione dominante.

Infine, l’ultima e forse la più importante considerazione, è inerente al fatto che, in un periodo in cui si vuole mettere in crisi in tutto il mondo la funzione dello Stato nazione, visto come impedimento alla formazione del nuovo ordine mondiale ed in cui si fanno scellerati tentativi di formazione di entità sovranazionali, c’è chi ancora invece crede nella propria autodeterminazione, nel valore che può assumere un proprio Stato e resiste ai tentativi di creazione di un’unica ed universale cultura mondiale.

Il contributo più lungo e completo, comprensivo della dichiarazione d’indipendenza tradotta e nonché di opinioni che aiutano ad inquadrare la questione, è firmato da Luca Fusari su L’indipendenza, di cui segnalo questo passaggio conclusivo:

Secondo lo storico Henry Reynolds (nella foto a sinistra) la questione della sovranità aborigena non è mai stata decisa dai giudici australiani, in quanto nelle precedenti rivendicazioni i giudici hanno stabilito che essi non sono attrezzati per emettere una sentenza; la posizione dei giudici si basa sulla considerazione che la pretesa sovranità non può essere soggetta ad una decisione al di là della rivendicazione di essa. In pratica la perdita di sovranità aborigena non può essere spiegata dalla legge australiana.

Ciò nonostante per il professore, la maggior parte degli australiani accetterebbe che i popoli aborigeni avessero avuto una loro sovranità prima dell’arrivo degli inglesi e una loro definizione standard di sovranità. «Nel diritto, l’unico modo in cui la sovranità può essere persa è con la conquista mediante l’uso della forza o con un trattato, che è quanto accaduto in Nuova Zelanda con il Trattato di Waitangi. Nella legge australiana, non si afferma che l’Australia sia stata conquistata, abbiamo semplicemente evitato l’idea, così pure non ci sono mai stati dei trattati. Quindi c’è questo problema fondamentale. Qualora un gruppo di aborigeni affronti questo problema, come sembra in questo caso, un modo è quello di chiedere ai giudici australiani di dimostrare quando e come hanno perso la loro sovranità e penso che ciò sia un problema che debba semplicemente essere affrontato dai tribunali australiani».

Reynolds ritiene infine, che sia il governo australiano medesimo o una delle più grandi organizzazioni dei diritti umani possano chiedere un parere alla Corte Internazionale di Giustizia nonché fare appelli alle Nazioni Unite per dirimere la questione. Ma a suo dire, il problema in realtà dovrebbe essere affrontato dall’Alta Corte. «Ci sono voluti solo Eddie Mabo e altri due Murri Islanders per ribaltare 200 anni di leggi in materia di proprietà (Decisione Mabo Alta Corte). Non ci vogliono grandi numeri per andare in tribunale. Non riesco a vedere cosa potrebbe succedere politicamente affinché le cose cambino in poco tempo, ma i giudici possono avere a che fare con tale questione prendendo una decisione. In un certo senso, quello che ora stanno dicendo è che la più alta corte in Australia non è in grado di prendere una decisione su una questione giuridica fondamentale, il che è un atteggiamento stranamente coloniale verso il problema e penso che alla fine sia lecito aspettarsi che gli aborigeni vogliano sapere un responso su come e quando hanno perso la loro sovranità e se vi sono alcune persone disponenti residualmente di essa».

In definitiva, le rivendicazioni degli aborigeni sono una questione seria, non una goliardata come la dichiarazione d’indipendenza della Padania. Difficile dire se il tentativo avrà successo; di certo il potenziale economico e politico della Repubblica sarebbe ridottissimo, vista la sua posizione geografica (essendo l’Outback una zona prevalentemente desertica dell’entroterra australiano), pertanto non cambierebbe nulla negli equilibri politici di Canberra. Tuttavia ciò rappresenterebbe uno smacco pesante dal punto di vista dell’immagine. In ogni caso la vicenda conferma che i rapporti tra australiani ed aborigeni continuino ad essere tribolati, e non è da escludere che questa rivendicazione apra la porta a nuove pretese territoriali da parte degli antichi abitanti dell’isola o, peggio ancora, costituisca un precedente per analoghe rimostranze in Africa, America Latina o altre aree  del mondo dove i confini statuali sono stati tracciati dalla volontà dei colonizzatori, prescindendo da quella dei nativi.
Scoperchiare il vaso di Pandora della storia è sempre un grosso rischio.

Per tutti gli aggiornamenti documentali si veda su Indymedia.

Se qui in Italia il responso delle urne ci ha consegnato uno scenario politico inedito e complesso, di certo in Bulgaria non se la passano meglio.

Alle legislative anticipate del 12 maggio il Movimento Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria (GERB), formazione di centro-destra guidata dall’ex premier Boyko Borisovha ottenuto il 30,1%, assicurandosi 98 seggi su 240. I socialisti di Sergej Stanichev hanno raggiunto il 26,1%, con 86 seggi. Al terzo posto c’è il Movimento per i diritti e le libertà, il partito della minoranza turca (33 seggi), e gli ultranazionalisti di Ataka (23 seggi).

E’ la prima volta che un partito bulgaro viene rieletto dal dopoguerra, ma per Borisov c’è poco da festeggiare. Il suo partito non avrà comunque una maggioranza parlamentare. E la possibilità di un governo di coalizione si annuncia difficile, dopo le tensioni della campagna elettorale  fondata più sul regolamento di conti tra socialisti e conservatori che a rispondere ai bisogni dei cittadini. Anche per questo la metà degli elettori ha preferito disertare le urne. Ha votato infatti solo il 50% dei 6,9 milioni di aventi diritto, contro il 60,2% delle scorse elezioni.

Dopo le grandi manifestazioni dello scorso inverno, che avevano portato alla caduta del governo, nemmeno il voto è bastato a tirare fuori il Paese dallo stallo politico, sottolinea il quotidiano bulgaro Standart, secondo cui “la costituzione del nuovo governo sarà un puzzle molto complicato” in quanto nessun partito ha abbastanza voti per governare da solo e nessuno vuole allearsi con il GERB. Questo in conseguenza dello scandalo delle intercettazioni telefoniche che il partito avrebbe compiuto nei confronti di avversari politici, imprenditori e giornalisti. Per questi fatti è stato accusato l’allora ministro dell’interno Tsvetan Tsvetanov.

E a Sofia non possono permettersi di “fare come il Belgio”. La Bulgaria è il Paese più povero dell’Unione Europea, e l’instabilità politica non può che far peggiorare un’economia con un tasso di crescita fermo allo 0,8%, mentre la disoccupazione supera il 20% e il lavoro nero rappresenta il 30%del PIL.

Come racconta l‘Osservatorio Balcani e Caucaso, per superare lo stallo i socialisti vogliono un “governo di programma” che però si prospetta fragile. Nel frattempo, le forze emerse dalle proteste di piazza dei mesi scorsi restano fuori dal parlamento.

Nessuna maggioranza ma tre minoranze, scandalo intercettazioni, economia a picco, campagna elettorale fatta di insulti più che di proposte, forte calo dell’affluenza.

E le analogie con l’Italia non finiscono qui.

Se dopo lo scrutinio non verrà formato alcun governo, resterà probabilmente al potere l’attuale governo tecnico, guidato dal diplomatico Marin Raykov, in attesa di un nuovo voto in autunno.

Due ultime notazioni.

La prima è che dal dibattito politico è totalmente scomparsa l’Unione Europea. Dopo il fallimento dell’adesione, la gente è disillusa e ai partiti interessa solo mettere le mani sulla pioggia di fondi comunitari.

Infine, Narcomafie ci ricorda che il GERB è un partito pesantemente coinvolto in casi di corruttele nonché in torbidi rapporti con la criminalità organizzata.
Non proprio il miglior biglietto da visita per chi potrebbe essere chiamato a guidare nuovamente il Paese in un momento così delicato.

In Malesia, il Barisan Nasional (Fronte Nazionale) ottiene la 13esima vittoria consecutiva alle elezioni generali, scatenando le dure proteste dell’opposizione che speravano in un cambiamento.

YouTrend:

Alle elezioni Malaysiane del 5 Maggio il Barisan Nasional (Fronte Nazionale) ha perso per la prima volta dal 1974 la maggioranza assoluta dei voti popolari, scendendo al 46,6%. Il Fronte, guidato dal Primo Ministro uscente Najib Razak, è però riuscito a beffare le opposizioni del Pakatan Rakyat (Alleanza del Popolo) che, pur ottenendo il 50,1% dei voti hanno conquistato solo 89 seggi su 244 alla Camera dei Rappresentanti, lasciandone 133 al Fronte. I nazionalisti hanno ottenuto questo risultato grazie ad una legge elettorale che assegna il numero dei parlamentari eletti in un determinato stato in maniera non proporzionale alla popolazione. Per esempio, nello stato del Sarawak (2,4 milioni di abitanti) ha ottenuto 25 dei 31 seggi disponibili, mentre nello stato del Selangor (con una popolazione di 5,4 milioni di persone) ha ottenuto solo 5 seggi su 23.

La coalizione del Fronte Nazionale ha tradizionalmente dominato la politica malaysiana ma è in realtà molto frammentata al suo interno: al partito liberal-islamista United Malays National Organization si affiancano due importanti partiti etnici, che rappresentano indiani e cinesi (Malaysian Chinese Association, MAC), più una serie di partiti minori divisi sia per ideologia che per base etnico-geografica. Nonostante questo, il Fronte ha guidato il paese dagli anni ’60 distanziando i propri oppositori di decine di punti percentuali.

Questo almeno fino alle elezioni del 2008, quando il Barisan è sceso ad “appena” il 50,27%, senza ottenere la maggioranza dei due terzi dei seggi necessaria per modificare la Costituzione. Per la prima volta nel 2008 le opposizioni si sono riunite nell’Alleanza. Una coalizione, per la verità, eterogenea quanto gli avversari del Fronte. L’Alleanza raggruppa, infatti, i liberal-democratici del Democratic Action Party (DAP), i social-democratici del People’s Justice Party e dal Pan Malaysian Islamic Party, favorevoli all’applicazione della Shar’ia per i cittadini islamici.

Asia News:

La coalizione di governo ha vinto le elezioni politiche in Malaysia con una maggioranza risicata, sufficiente però a confermare una permanenza al potere che dura da 56 anni. Il leader dell’opposizione Anwar Ibrahim denuncia brogli diffusi e sembra intenzionato a contestare la legittimità del voto. Secondo i risultati forniti dalla Commissione elettorale, il partito del premier Najib Razak Barisan Nasional (Bn, Fronte nazionale) ha ottenuto un totale di 133 seggi sui 222 in palio, il peggior risultato nella sua storia. Di contro, il movimento di opposizione – formato da tre diversi partiti – ha conquistato 89 seggi, sette in più del precedente Parlamento.

Nelle scorse settimane personalità cattoliche interpellate da AsiaNews hanno confermato il quadro di incertezza politica, in un Paese in cui nazionalismo e identità islamica sono tuttora tematiche “più forti dell’economia”. In previsione del voto, si era ipotizzato come scenario più probabile la vittoria dell’esecutivo uscente “pur con un margine minimo”, grazie anche alle tematiche legate “alla conservazione della razza Malay” usata dal governo come mezzo per attirare il consenso delle masse.

Asia Times (tradotto da Terre Sotto Vento):

Najib, indipendentemente dalle proteste dell’opposizione contro il risultato elettorale, vede il proprio futuro politico in bilico. Fu nominato primo ministro del 2009 dopo il risultato elettorale brutto del premier Badawi nelle elezioni del 2008. Il pericolo è che come Badawi potrebbe essere rimosso dalla presidenza dell’UMNO che di tradizione porta con sé la carica di primo ministro dopo un risultato elettorale anche peggiore.

Questi risultati mostrano una divisione città mondo rurale più pronunciata nei comportamenti di voto. Gli elettori delle città sono apparsi più disposti a lasciar perdere le barriere razziali e religiose per porre l’attenzione sulla “politica nuova” delle riforme democratiche e del buon governo che il PR aveva promesso se avesse vinto. Nelle aree rurali, tagliate fuori dall’accesso alla rete e dalle sue fonti critiche, continua ad affidarsi ai media ufficiali di proprietà del BN e ha votato di conseguenza.

Per quelli che speravano che le elezioni di domenica avrebbero significato una spinta nella nuova politica, caratterizzata dall’attenzione alle riforme democratiche e da un governo responsabile che si allontana dalle istanze etnico religiose, la vittoria del BN rinforzerà lo status quo. Prima delle elezioni lo slogan “cambiamento” si era diffuso come un fuoco incontrollabile lungo le aree urbane della costa occidentale della penisola, portando in tanti a credere che il PR avesse una possibilità di lotta di formare il nuovo governo. Ma irregolarità elettorali diffuse e una politica di manovra delle circoscrizioni ha lasciato molti malesi con un senso palpabile che al PR è stato negato ingiustamente il governo federale specialmente dopo aver conquistato il voto popolare.
Chi ha fatto politica secondo una linea apertamente razziale ha comunque avuto un cattivo risultato. I capi del gruppo etno-razzista pro Malay Perkasa sono stati sconfitti laddove sono stati presenti. In modo simile. i candidati indipendenti Indù (Hindraf) che un tempo catturavano l’immaginario degli indiani malesi con la difesa zelante dei loro interessi per poi allinearsi al BN hanno in modo analogo perso.

BN forse è tornato al potere ma la coalizione di governo trova che la sua base tradizionale rurale si assottiglia con l’emigrazione verso i centri urbani e la differente percezione del suo governo grazie a notizie indipendenti online. Non solo il BN ha perso il voto popolare, la l’energia creativa e il dinamismo giovanile delle aree urbane del paese si sono con decisione spostate verso il PR. Mentre un sistema elettorale ha permesso al BN di vincere queste elezioni controverse, il numero di votanti in cerca di una nuova Malesia dove non esistano più vecchie barriere di etnia e religione è chiaramente in ascesa.

Il populismo vive di ignoranza: è ignoranza. Così, dopo un ventennio imbevuto del populismo di Berlusconi (al proclama di “un milione di posti di lavoro “, “meno tasse per tutti” e “vi restituirò l’Imu”), e quello di Bossi (“Padania”, “secessione” conditi dall’immancabile dito medio), l’ultimo pifferaio magico che lo sfacelo della nostra politica ci ha consegnato è Beppe Grillo con il suo populismo 2.0.
Dopo aver contribuito per mesi alla disinformazione in rete  invocando di “fare come l’Islanda” – senza rendersi conto che in realtà a Rejkjavik non c’è mai stata nessuna rivoluzione – oggi per risolvere lo stallo politico generato dalle ultime elezioni il padre-padrone del M5S lancia un nuovo grido di battaglia: “fare come il Belgio“. O meglio, come rilanciato anche su Twitter, #SiPuòFare.

E dire che basterebbe un pò di cultura, educazione e istruzione per saper discernere le proposte serie dalle baggianate.
I grillini vantano la più alta percentuale di laureati tra i propri eletti in Parlamento: l’88% (Marta Grande compresa?). Tuttavia, se davvero fossero “istruiti” e “informati” come millantano (e come Le Iene hanno ampiamente smentito), dovrebbero sapere alcune cose:

1) Se anche si arrivasse all’approvazione di alcune leggi senza il governo, ci vorrebbe comunque un potere esecutivo perché queste vengano messe in pratica, come ricordato, tra gli altri, da autorevoli costituzionalisti come Michele Ainis e Marco Olivetti.
Secondo Il Post:

Al di là dei tecnicismi, ci sono due considerazioni da fare di carattere molto concreto, nel caso in cui si avesse un Parlamento che legifera e che fa riforme senza un governo.
La prima è che, mentre il Parlamento approvasse autonomamente delle leggi, i colloqui per formare un governo andrebbero avanti, come prevede il ruolo del presidente della Repubblica. Questi gestisce le consultazioni e dà l’incarico di governo, per cui teoricamente in qualsiasi momento un governo potrebbe presentarsi davanti al Parlamento e giurare. Oppure, in assenza della possibilità di fare un governo, scioglie le camere. Questo si lega al secondo problema: che cioè un eventuale governo in disaccordo con le riforme approvate prima del suo insediamento – magari da una maggioranza diversa da quella che lo sostiene – potrebbe impedirne di fatto l’applicazione.
Il governo, infatti, fa le cose che abbiamo ricordato prima dell’approvazione delle leggi, ma poi deve farne altre dopo: tra queste, cose essenziali come trovare i soldi per le riforme o stendere i regolamenti attuativi o esecutivi. È proprio per questo suo ruolo essenziale e questa sua capacità di bloccare – di fatto – norme già approvate dal Parlamento che, quando cambia il governo dopo un’elezione, spesso le riforme avviate da un’altra maggioranza non vengono portate a compimento (cosa successa diverse volte negli ultimi anni).

2) il modello belga, ai belgi, non è piaciuto affatto. Come ricorda l’Huffington Post:

I cittadini hanno dato vita, nel corso della crisi quasi biennale, a numerose forme di protesta contro lo stallo. Tra le più bizzarre si ricorda quella lanciata dallo speaker radiofonico Nicolas Buytaers, che nel gennaio 2011 propose ai belgi di lasciarsi crescere la barba fino a quando i politici non avessero trovato l’accordo. Molti personaggi dello spettacolo diedero man forte a Buytaers e la protesta prese quota, registrando molti aderenti. Circa ottocento, si dice. Tra questi un’altra voce della radio, Koen Fillet, che al momento della nascita dell’esecutivo fu lieto di farsi riprendere e fotografare nella bottega del suo barbiere (link alla foto), dove era andato a radersi.
Sempre in quei giorni decine di migliaia di belgi scesero in piazza a Bruxelles, reclamando la fine dello stallo e chiamando i politici a mettere da parte giochi e veti incrociati.
Alcune settimane dopo, invece, si tenne una singolare manifestazione. I partecipanti scesero nelle strade della capitale seminudi. Solo mutande per gli uomini; mutande e reggiseno per le donne. Il ritornello fu sempre quello: «Vogliamo un governo, un governo vero». No, ai belgi il “modello belga” proprio non è piaciuto.

3) Il Belgio ha una struttura politica complessa, che discende dal suo status di amministrazione federale: il governo centrale svolge sì un ruolo importante, ma non sempre decisivo. Durante la lunga vacatio di 540 giorni, gli altri livelli di governo (comunitario, regionale e provinciale) hanno continuato a funzionare normalmente; le parti sociali non hanno mai smesso di dialogare – in virtù di una lunga tradizione di concertazione sociale – e il governo dimissionario di Lenterme, seppur in carica unicamente per il disbrigo degli affari correnti, ha  sempre potuto contare su ampie maggioranze parlamentari, non essendovi una vera e propria opposizione. Un esempio: la decisione di partecipare alla guerra in Libia.
Secondo Linkiesta, che ricostruisce la cronologia dei 540 giorni di impasse:

Umori popolari a parte, c’è una cosa che l’Italia non può ignorare: se il Belgio ha funzionato anche senza governo è soprattutto per il suo assetto fortemente federale. La massima parte delle competenze non è dello Stato centrale (responsabile di questioni d’interesse nazionale, come la Difesa, la Politica estera, il sistema pensionistico), ma delle regioni federali (Fiandre, Vallonia e Regione Bruxelles Capitale), responsabili di sanità, trasporti, istruzione, politiche economiche e per il lavoro, persino del commercio estero, con i rispettivi parlamenti locali. E tutte e tre le regioni hanno avuto per tutta lunga crisi federale governi regolarmente in carica e funzionanti. Per l’Italia, tuttora lontana dal vero federalismo, è tutta un’altra storia.

In nota, diceva Beppe Severgnini, recentemente ospite delle Invasioni Barbariche di Daria Bignardi: “Tanta gente che incontro è incavolata nera perché questi signori [i grillini, appunto] sono lì da un mese e ancora non hanno fatto nulla, non dovrebbero essere pagati sino a che non cominciano a lavorare”. E in fondo la gente ha anche ragione: il tempo delle chiacchiere dovrebbe essere finito da un pezzo.

La nuova Costituzione ungherese, entrata in vigore il 1 gennaio 2012, continua a far discutere. In questi giorni il Parlamento di Budapest ha adottato un’importante serie di emendamenti al testo, che secondo gli osservatori internazionali e diversi costituzionalisti ungheresi metterebbe a rischio la democrazia nel Paese. Malgrado il voto sia stato boicottato dalle opposizioni, la larga maggioranza su cui Fidesz  - il partito del controverso premier Viktor Orbán - può contare in parlamento, circa i due terzi dei seggi, ha fatto sì che gli emendamenti venissero approvati con 265 voti a favore, 11 contrari e 33 astenuti.
La scorsa settimana l’Unione Europea e il Dipartimento di stato americano avevano chiesto a Orbán di rimandare il voto, valutando di nuovo le modifiche costituzionali non compatibili con gli impegni che l’Ungheria si è presa aderendo all’UE. Fidesz si era però rifiutata.
L’opposizione socialista ha boicottato il voto, uscendo dal parlamento e sventolando delle bandiere nere dalle finestre per simboleggiare “una giornata nera per la democrazia ungherese”.

Le limitazioni alle libertà politiche e civili introdotte dalle modifiche sono diverse: è stata ridotta la possibilità per i partiti politici di fare campagna elettorale attraverso i media nazionali; gli studenti potranno ottenere delle sovvenzioni statali solo se si impegnano a lavorare in Ungheria dopo la laurea; sono state introdotte delle multe e pene detentive per i senzatetto; è stata ridefinita la categoria di “famiglia”, che non includerà più le coppie non sposate, quelle senza figli e quelle formate da persone dello stesso sesso. Inoltre, secondo Frontiere News:

Le modifiche approvate alla Costituzione. Il nuovo emendamento limita, infatti,  i poteri della Corte Costituzionale che negli ultimi due anni ha bloccato molte delle leggi approvate dal Parlamento. D’ora in poi non potrà più entrare nel merito delle leggi che potranno essere esaminate solamente da un punto di vista formale. Questo, secondo i costituzionalisti,  stravolge l’architettura istituzionale ungherese e l’equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Colpita anche la libertà di espressione che potrà essere limitata in presenza di comportamenti considerati lesivi della dignità della nazione ungherese. Sono stati inoltre vietati i dibattiti elettorali su radio e tv private: dalle prossime elezioni potranno svolgersi solamente sulle tv pubbliche controllate dall’esecutivo. Un duro colpo è stato assestato anche al partito Socialista: il vecchio partito Comunista, da cui nasce la principale forza di opposizione, è stato infatti definito una “organizzazione criminale”. Sul fronte dei diritti civili, il nuovo emendamento chiude definitivamente al riconoscimento delle coppie di fatto, riservando alle sole coppie con figli i diritti e le agevolazioni previste per le famiglie. Colpiti anche i neolaureati che hanno usufruito di borse di studio: se si trasferiscono all’estero dovranno restituire gli incentivi. Molte polemiche ha suscitato anche la criminalizzazione dei senzatetto, che d’ora in poi potranno essere perseguiti penalmente.

E davanti ad un governo che continua a indebolire la democrazia ungherese, Bruxelles si dimostra impotente, commenta la stampa europea.
Lo 
scontro con l’Unione Europea, di cui l’Ungheria è stato membro, sulla questione della riforma della Costituzione era già iniziato nel gennaio 2012, quando la Commissione europea aveva avviato ufficialmente tre procedure d’infrazione, più volte annunciate, contro l’Ungheria per le suddette modifiche al testo costituzionale giudicate non in linea con lo spirito libertario dei principi giuridici europei.
Pochi mesi dopo, in aprile, la Commissione europea si era detta disposta a discutere di un supporto finanziario per l’Ungheria a condizione che il governo di Budapest cambiasse la legge sulla banca centrale. Eppure, nonostante l’unica concessione arrivata da Orbán fossero delle promesse, alla fine è stato quest’ultimo a prevalere, ottenendo dagli eurocrati un’apertura in merito alla concessione di aiuti finanziari.
Il 27 luglio, durante una riunione dell’Associazione nazionale degli imprenditori (Vosz) a Budapest, il premier si è nuovamente esibito in una postura liberticida evocando la possibilità di un “nuovo sistema al posto della democrazia”, perché il suo popolo, “semi-asiatico”, “capisce soltanto la forza”. Due giorni dopo, in occasione di una visita alla minoranza ungherese in Romania, Orbán ha riacceso le polemiche con Bruxelles, affermando che la UE è la “principale responsabile della profonda crisi attuale, tratta i paesi dell’Europa dell’est con disprezzo” e “non può avere successo”.

Nel frattempo, più per ricevere aiuti che in virtù della decantata genesi orientale del suo popolo, Orbán ha cominciato a guardare all’Asia per davvero. Si spiega così la visita a maggio del vicepremier cinese Li Keqiang, il quale, prima di atterrare in una Bruxelles imbavagliata per l’occasione, ha fatto tappa in Ungheria dove ha siglato ben sette accordi di cooperazione.
Inoltre, a metà agosto il suo partito Fidesz ha deciso di sostenere un oscuro festival incentrato sui legami fra la nazione ungherese e le tribù dell’Asia centrale nel quadro del turanismo, una corrente ideologica che sostiene l’unione dei discendenti delle tribù di lingua turca dell’Asia centrale, legata all’estrema destra ungherese moderna e tradizionale. Questo in un Paese dove la cultura è sempre più asservita alla propaganda ultranazionalista.
Estrema destra, a proposito, oggi rappresentata dal partito Jobbik, di cui fa parte il deputato Marton Gyongyosi, che lo scorso novembre – nel silenzio della stampa internazionale – aveva proposto di schedare la popolazione ungherese di origine ebraica.
Sempre guardando ad Est, con il futuro passaggio del gasdotto South Stream sul suolo ungherese si prepara un matrimonio energetico con la Federazione russa.

Per mantenere l’attuale consenso, il primo ministro ha iniziato a preparare il campo per la sua rielezione nel 2014. In novembre il parlamento ha avviato l’esame di una legge che cambia le regole per la campagna elettorale del prossimo anno. Dopo aver soppresso l’iscrizione automatica alle liste elettorali, il governo sembra cercare il sistema per eliminare ogni concorrenza in modo da continuare la sua controversa avventura con la minor legittimità democratica possibile. Ma non è l’unica misura volta a favorire i suoi elettori.
Proprio nel 2014 dovrebbe scadere il divieto agli stranieri di acquistare terreni, imposto dal 1994 ed esteso in occasione dell’adesione dell’Ungheria all’Unione europea dieci anni dopo. L’Ungheria non ha petrolio o altre risorse naturali. Ha però terre coltivabili (circa 5 milioni di ettari) che stuzzicano l’appetito di molti. Così la nuova legge agraria, adottata nel luglio scorso, preclude agli stranieri di comperare terreni agricoli e inficia i contratti firmati in previsione dell’apertura del mercato. Ma il provvedimento, più che lasciare la terra nelle mani dei piccoli contadini ungheresi, tende a favorire i latifondisti che, manco a dirlo, spesso sono membri della cerchia del premier.

Tuttavia, le assurde decisioni del premier, unite alla crescente crisi economica e alla svalutazione del fiorino, non potevano restare senza conseguenze.  Orbán gode sempre di una forte maggioranza in Parlamento, ma il supporto dell’opinione pubblica inizia a venir meno.
L’11 febbraio il rientro universitario è stato contrassegnato da una serie manifestazioni di studenti, che hanno occupato diverse facoltà in segno di protesta contro i citati emendamenti della Costituzione. Lo stesso giorno diverse migliaia di persone hanno manifestato davanti al Parlamento di Budapest contro le nuove norme del codice del lavoro, che impone ai disoccupati e agli inattivi lavori di interesse generale in condizioni spesso durissime e degradanti.
L’Ungheria, a fronte ad un governo autoritario, soffre la mancanza di un’opposizione autorevole. Le proteste dei socialisti contro la recente riforma costituzionale si sono risolte in una polemica faziosa e strumentale all’imminente campagna elettorale. Al momento, non c’è alternativa al predominio di Fidesz.

Curiosamente, Orbán gode anche delle simpatie della controinformazione nostrana, che lo considera un “baluardo contro lo strapotere dell’Europa”. Per certa intelligentia, le critiche del premier alle politiche di austerity comandate da Bruxelles bastano a far chiudere entrambi gli occhi sulla realtà di un governo che sta allontanando sempre di più il Paese dalla democrazia. A Budapest nessuno può più criticare apertamente il premier come invece in Italia possiamo fare con Berlusconi e Monti. Eppure in rete Orbán
Secondo Altrenotizie:

Le critiche degli ambienti di potere internazionale sono comunque dovute in gran parte ai toni e alle iniziative populiste di Orbán, il quale continua a sfruttare la profonda opposizione tra gli ungheresi alle politiche di austerity dettate da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale, con il quale il governo di Budapest ha da qualche tempo rotto le trattative che erano in corso per ottenere un pacchetto di aiuti economici a favore del paese mitteleuropeo.
In risposta al coro di proteste seguite alle modifiche alla Costituzione, nella giornata di martedì Orbán ha così riproposto le consuete tirate nazionaliste e anti-UE, affermando ad esempio che l’Ungheria ha troppi creditori stranieri e promettendo alle aziende locali di convertire i loro debiti in valuta estera in prestiti in fiorini. Inoltre, il premier ha anche annunciato di volere creare un sistema bancario domestico pubblico, facendo perciò intravedere, secondo quanto riportato dalla Reuters, una svolta rispetto alle politiche neo-liberiste che hanno contraddistinto nell’ultimo decennio i governi dei paesi dell’ex blocco sovietico.
Una simile strategia non può però nascondere la vera natura del governo di estrema destra del premier Viktor Orbán, impegnato fin dal suo primo mandato alla guida del paese tra il 1998 e il 2002 a indebolire le strutture democratiche dell’Ungheria per consolidare il potere dell’esecutivo. Una tendenza marcatamente autoritaria, quella del leader di Fidesz, confermata anche dopo il trionfo elettorale del 2010 ma accompagnata ora ad una retorica populista di facciata per fare leva sul più che giustificato malcontento domestico verso le istituzioni europee e le rovinose politiche di rigore che esse continuano a promuovere senza scrupoli in tutto il continente.

Nel linguaggio aziendale si chiama Worst case: ossia il peggiore scenario possibile. Quello dellingovernabilità. Nessuna maggioranza chiara ma tre grandi minoranze zoppe. Nella storia repubblicana non era mai successo.
Il PD è il primo partito alla Camera, ma non è in grado di formare un governo; dall’altra parte il PDL ha perduto quasi la metà dei voti rispetto al 2008, eppure  quel una vittoria. Monti c’è ma è come se non ci fosse. Grillo, al contrario, è presente ma non c’è per nessuno. Al momento tutte le ipotesi di alleanze e combinazioni sono irrealistiche e contraddittorie, come gli pseudo-programmi dei partiti durante la campagna elettorale. E se i mercati sono il termometro dei nostri tempi, il crollo della Borsa di Milano (e di riflesso degli altri listini europei) non lascia molto spazio all’ottimismo.
E’ il quadro che risulta all’indomani delle elezioni. Le ultime della Seconda Repubblica. Una Terza non ci sarà e, al momento, tra la crisi dei partiti, il boom del voto di protesta, gli scandali di tangenti e gli attacchi speculativi al nostro debito pubblico, sembriamo ripiombati di colpo nella Prima.

Il dato saliente è che il PD è riuscito a perdere un elezione che si diceva vinta già da un anno e mezzo. Colpa dello scarso appeal di Bersani, dell’immortalità di Berlusconi o della convincente (?) irruenza di Grillo, si dirà. Non è solo questo.
La non-vittoria del PD è anche frutto del caso Monte Paschi, certo. Ma in questi due anni il partito ha perso l’occasione di rinnovarsi e, soprattutto, darsi un programma di interventi concreti che convincesse gli elettori di centrosinistra delusi a tornare alle urne. Troppo complicato. Si è preferito continuare con la retorica dell’antiberlusconismo, contribuendo di fatto alla resurrezione dell’avversario. E dimenticando che i problemi dell’Italia sono ben altri.
Ci voleva Renzi, si dice oggi. Peccato che a dirlo siano gli stessi ipocriti che durante le primarie lo definivano come un “uomo di sinistra che parla come uno di destra”, o come “l’infiltrato di Berlusconi”, senza rendersi conto che l’endorsement (parola tanto brutta quanto di moda) del Cavaliere serviva proprio a screditare il sindaco di Firenze agli occhi dell’elettorato, evitando così il confronto alle urne con un rampante candidato che lo avrebbe messo in difficoltà certamente più del “comunista” Bersani.

Dall’altra parte, Berlusconi è riuscito a non perdere, nonostante i sei milioni di  voti in meno rispetto al 2008. Per strada, nei bar, al mercato sentiamo il sig. Rossi domandarsi “come hanno fatto gli italiani a votarlo ancora”, usando la terza plurale anziché della prima. Come se lui beneficiasse della nazionalità svedese o australiana.
Anche qui, le promesse da marinaio sull’Imu e l’affare Balotelli c’entrano poco. Troppo spesso si dimentica che l’Italia è un tessuto sociale le cui diramazioni spesse volte sfuggono alla nostra percezione. Così non ci sono soltanto padri e madri di famiglia, giovani precari, tronisti e veline, ma anche i proprietari di uno o più immobili da condonare, gli evasori con capitali all’estero da scudare e i disoccupati pronti a vendere il proprio voto per 20 euro ai candidati suggeriti dalla locale “famiglia”. Una galassia che non ha ideali da inseguire, ma interessi da difendere. A cui si aggiungono i tanti, troppi anziani che votano a simpatia e le persone medie che non leggono i giornali e si informano solo dalla tv.
I 117 seggi conquistati al Senato faranno del PDL l’ago della bilancia nel quadro della configurazione politica appena uscita dal voto. Una moneta di scambio che assicurerà la stabilità del futuro governo in di fronte di precise garanzie per quanto riguarda gli interessi e le aziende di chi sappiamo.

E poi c’è Grillo. Ennio Remondino su Globalist:

Su una cosa Beppe Grillo ha avuto indubbiamente ragione: “Sconquasseremo tutto il vecchio sistema partitico”. Bersaglio centrato. Ora occorre capire come evitare che questo voto sconquassi quanto resta degli equilibri economici e sociali di una Italia già in fortissime difficoltà. Certamente il vecchio sistema politico che ci era noto è scardinato. Conta poco che Bersani non abbia vinto e che Berlusconi non abbia perso, e che Monti si sia scoperto un ben piccolo centro. Conta la necessità di andare oltre. Perché la rabbia che ha mosso il voto a 5stelle c’è, e brucia qualsiasi altra memoria o prassi consolidata di protesta politica o di forma di aggregazione ideologica.

Davvero è tutto merito di Grillo? Il voto di protesta esiste in tutti i Paesi democratici: nelle ultime presidenziali in Francia Marine Le Pen ha preso il 18%. Ma oltralpe – come altrove – il sistema politico è in grado di assorbire questo voto senza subirne la deflagrazione. Da noi no. Perché il  problema del sistema Italia (Casta a parte) sono le istituzioni e le leggi che le regolano.

Della legge elettorale abbiamo detto tutto il male possibile. I difetti non risiedono soltanto nelle tanto vituperate liste bloccate, bensì anche nell’irrazionale sproporzione che c’è tra il premio di maggioranza per il primo partito alla Camera e quello su base regionale al Senato. In un sistema a bicameralismo perfetto, ciò si traduce nel caos. In quale altro Paese al mondo  al primo partito – per mezzo punto percentuale – spettano cento seggi più del secondo in un ramo del Parlamento, mentre nell’altro ne racimola appena due in più?
Linkiesta, partendo da un’analisi dei flussi di voto dell’Istituto Cattaneo, trae queste conclusioni:

quello che dicono i dati è chiaro: l’Italia è cambiata. Ora non si tratta tanto di capire chi abbia vinto di più (o piuttosto perso di meno). La débacle dei due maggiori partiti, e la crescita di un terzo, del tutto nuovo, soggetto politico, dicono tante cose. Lo scontento degli italiani, l’impopolarità della classe politica, la difficoltà delle riforme sono tutte cose vere e importanti. Ma il punto nodale sembra uno solo: di fronte alle difficoltà del Paese, il modello del bipolarismo, più o meno perfetto, non ha funzionato. Non sono bastate né primarie né cavalcate televisive. Questa tornata elettorale d’inverno spazza via l’ultimo suo sogno perseguito per vent’anni. Le cose sono cambiate, Berlusconi c’è ancora, il Pd anche. Ma la seconda Repubblica finisce qui.

Già, le difficoltà del Paese. Ho già spiegato che la debolezza strutturale dell’economia italiana è data da un sistema burocratico troppo legato agli interessi di pochi, piuttosto che quelli della collettività. Sono 20 anni che si discute di riforme, liberalizzazioni, misure per liberare il potenziale di crescita inchiodato da un decennio a percentuali da prefisso. Cosa si è fatto di concreto? Nulla, ovviamente. Da un lato, il populismo. Dall’altro, la pochezza di idee concrete per affrontare i mali che affliggono l’Italia. In mezzo, l’incertezza e la sensazione, bruciante, di aver perso l’ennesima occasione per presentare qualcosa di realmente nuovo.

O per proseguire lungo una strada già intrapresa. Come voleva l’Europa.

Come già avvenuto in Grecia, le elezioni italiane sono lo spartiacque di quello che sarà il futuro dell’eurozona e, di conseguenza, della stessa Unione dei 27. Con la differenza che l’Italia – in termini di PIL e debito – “pesa” molto, ma molto più di Atene. Da qui le preoccupazioni della stampa estera per i possibili riflessi del voto sulla stabilità dell’euro.
Non a caso, come l’anno scorso all’ombra dell’Acropoli, quest’anno a Roma sono transitati i leader europei in cerca di risposte. L’obiettivo minimo doveva essere quello di avere una maggioranza abbastanza forte per continuare con la strada fatta finora. Ma il risultato delle elezioni politiche parla di un chiaro rifiuto della politica di rigore portata avanti da Monti, grande sconfitto di questo scrutinio. Un vero e proprio avvertimento all’Europa (leggi: alla Germania).
Secondo il Guardian, per il quale le elezioni italiane sono state un “trionfo della democrazia che farà uscire il paese, e l’Europa, dal dogma dell’austerità”, le prospettive per il Belpaese sono due: uscire dall’euro e incamminarsi verso la ripresa economica; o restare definitivamente nelle mani dei banchieri europei. In entrambi i casi l’Europa ricorderà questo momento. E anche noi. Rimane il fatto che, sommando i voti di Grillo e quelli del PDL, più della metà degli italiani appoggia formazioni dichiaratamente contro Bruxelles.
Lucio Caracciolo su Limes:

Vista dal resto del pianeta, e soprattutto dell’Eurozona, l’Italia è una mina vagante. Ora più che mai emergono le sue dimensioni sistemiche. L’ingovernabilità dell’Italia equivale al rischio di crisi della costruzione europea, a cominciare dall’euro. Finora abbiamo sopperito alle vaghezze del sistema istituzionale nostrano e all’inesistenza di efficienti meccanismi politici e partitici con forme di eterodirezionesoft.
Un nome sopra tutti: Mario Draghi. Senza la sua peculiare interpretazione dello statuto della Banca Centrale Europea l’Italia sarebbe andata in default già nella scorsa estate. L’exploit di Draghi è stato reso possibile da due condizioni convergenti: la faticosa intesa fra Stati Uniti, Germania e altri partner europei che ha dato via libera agli acquisti massicci di bond italiani da parte di Francoforte; e la presenza in Italia di un bottone da premere, l’esecutivo Monti.
Ora chiunque volesse teleguidare la politica economica e fiscale italiana, per limitarne gli effetti catastrofici sul sistema euro, non saprebbe quale tasto spingere.

Quando un governo sarà formato – non è detto che ciò avvenga presto – ci accorgeremo che il bipolarismo del prossimo futuro non sarà più tra centrodestra e centrosinistra (vale a dire, tra i pro e i contro Berlusconi, stella polare dell’ultimo ventennio tricolore), ma tra chi sarà a favore delle politiche della UE e chi invece sarà contro. Tutto a beneficio dell’incertezza.
Recita un’antica maledizione cinese: “possa tu vivere in tempi interessanti“. I nostri, certamente, lo sono.

Le elezioni in Giordania (qui i risultati preliminari) confermano un parlamento fedele a re Abdallah: come nel 2008 e nel 2010, l’assemblea nazionale vedrà la presenza predominante di esponenti delle basi di potere del regime, in particolare degli apparati di sicurezza, del mondo degli affari e dei gruppi tribali. Soltanto poco più di una ventina dei 150 seggi totali sono andati a uno schieramento diviso al suo interno di gruppi di sinistra e islamici. Risultati scontati e non hanno prodotto nessun cambiamento.

L’affluenza alle urne è stata del 56,56%, per un totale di un milione e 251 mila votanti. È stato dunque superato quel 50% considerato la soglia minima dagli osservatori locali per considerare legittimo il nuovo parlamento, nonostante l’invito Fronte Islamico d’Azione, braccio politico dei Fratelli Musulmani a boicottare le elezioni, descritte come “fraudolente”. Fratellanza che ora parla di compravendita di voti e finte tessere elettorali.
In effetti, nei giorni precedenti alle consultazioni non sono mancati di casi di arresti per voto di scambio. A cominciare da quelli di Ahmed Safadi, ex deputato ora finito in carcere con l’accusa di compravendita voti e di possesso illegale di tessere elettorali, e di Mohammed Khushman, segretario dell’Unione Nazionale Giordana. Ma anche il regime stesso è coinvolto nel meccanismo dello scambio. Inoltre, con la corruzione diffusa che infetta i vari apparati dello Stato, è scontato supporre che siano proprio gli alti gradi del potere a scegliere quali personaggi perseguire e quali no.

Per gli osservatori internazionali, va bene così. La favola della “Giordania isole felice e moderata” continua a nascondere i reali problemi del Paese. – non ultimo, lo sfruttamento del lavoro minorile.
Ci si è limitati a sottolineare che la pressione esercitata dai movimenti di protesta (rimando al mio post precedente) ha permesso di ottenere alcune riforme: già il fatto che le elezioni siano state supervisionate da una commissione indipendente è un segnale di cambiamento e di apertura, come pure la quota rosa di quindici seggi da destinare alle donne, tre in più rispetto alla scorsa tornata, e la scelta del primo ministro che Abdallah II dovrà condividere con il Parlamento. Trascurando però che la legge elettorale impedisce con la selezione dei candidati di garantire un’effettiva competizione plurale: i partiti infatti potevano candidare solo il 20% dei parlamentari, mentre il restante 80 è stato scelto su base locale, favorendo in tal modo i candidati tribali vicini al re. a favore di una scelta su base tribale più che individuale.
In ogni caso, nonostante l’immagine glamour costruita attorno alla Regina Rania, la Giordania questa volta potrebbe essere contagiata dai mutamenti regionali. Abdallah II intanto è stato costretto a chiedere un alto prestito al Fondo Monetario: 2 miliardi di dollari.

Linkiesta nota le implicazioni della partita giordana non solo per quanto riguarda la politica interna di Amman, ma per il futuro di tutto lo scacchiere mediorientale. Dove la parte del leone, manco a dirlo, la fa il Qatar:

Dietro la battaglia antimonarchica dei Fratelli Musulmani ci sarebbe, infatti, il Paese protagonista della primavera araba e della caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia: il Qatar. Le autorità del piccolo emirato avrebbero minacciato ritorsioni in campo politico ed economico nei confronti della Giordania per la posizione assunta dal re, Abdallah II, che intende ostacolare l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani proprio nella vicina Siria. Secondo quanto rivela il periodico giordano Al Majalla, un esponente della Coalizione nazionale siriana dell’opposizione ha riferito alle autorità di Amman che il governo qatariota sarebbe irritato per la scelta dell’esecutivo giordano di sostenere i gruppi dell’opposizione siriana antagonisti dei Fratelli Musulmani.
Il periodico giordano sostiene che il Qatar avrebbe più volte chiesto ad Amman di entrare nell’asse di cui fanno parte anche Turchia e Egitto per far cadere il regime di Bashar al Assad a vantaggio del gruppo islamico. Doha avrebbe inviato una serie di messaggi ad Amman che si ostinerebbe a restare legata all’Arabia Saudita, preoccupata per l’avanzata dei Fratelli Musulmani nella regione. Il pericolo è che il Qatar possa usare la sua emittente televisiva Al Jazeera per avviare una campagna contro la casa reale giordana, già in difficoltà sul fronte interno per la scelta dell’opposizione islamica di non partecipare alle elezioni di domani.

Sullo sfondo, l’emergenza dei profughi siriani, ancora in attesa dell’aiuto internazionale. A causa della guerra centinaia di migliaia di persone hanno lasciato la Siria per rifugiarsi nella vicina Giordania. Amman per ora tiene aperte le porte, ma le condizioni disagiate dei campi spingono alcuni rifugiati a tornare in patria, nonostante la guerra in corso.

Il Post:

Da alcuni giorni si continua a parlare in Francia del caso delle tre attiviste curde uccise nella notte tra mercoledì e giovedì all’interno di un centro culturale a Parigi. Una di loro, Sakine Cansiz, era stata nel 1978 tra le fondatrici del PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori, considerato un gruppo terrorista dalla Turchia, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Tutte e tre sono state uccise con colpi di arma da fuoco: due di loro con colpi alla nuca, la terza con un colpo alla pancia e uno alla testa. Diverse migliaia di curdi – 15 mila solo oggi a Parigi, scrive Le Monde – hanno manifestato in questi giorni davanti al centro culturale dove sono avvenuti gli omicidi e in altre città della Francia. Le tre donne si chiamavano Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez e il loro omicidio è accaduto nelle stanze del Centro d’informazione del Kurdistan, nel X arrondissement di Parigi. I tre corpi sono stati trovati giovedì, ma è probabile che gli omicidi siano avvenuti il giorno prima. Il presidente della repubblica francese, François Hollande, ha descritto gli omicidi come «orribili» e ha dichiarato che conosceva personalmente una delle vittime – probabilmente si riferiva a Fidan Dogan, rappresentante in Francia del Congresso nazionale curdo. Il ministro degli interni ha dichiarato che si è «certamente» trattato di un’esecuzione. Su chi possa averla organizzata sono emerse finora due teorie.

Una larga parte dei 150.000 curdi di Francia è accorsa da ogni dove nella capitale per dimostrare la propria solidarietà alle famiglie delle vittime e agli altri militanti, altre proteste si sono svolte contemporaneamente anche a Marsiglia e a Strasburgo.
Al di là della cronaca, è interessante notare la tempistica in cui il fatto è avvenuto. L’eccidio a Parigi della co-fondatrice del PKK Sakine Cansiz pesera’ sulle possibilita’ di attuazione del piano che i negoziati segreti turco-curdi avevano faticosamente messo a punto poco prima che le attiviste fossero uccise. Globalist:

Le agenzie di stampa internazionali ci dicono che da qualche giorno esisterebbe una “roadmap” per avviare un soluzione del conflitto tra autorita’ turche e il popolo curdo che prevede anche il disarmo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Molti sono i punti in sospeso da analizzare per cogliere la reale portata di quello che sta accadendo.

Secondo fonti giornalistiche il piano prevederebbe che, in una prima fase, il PKK ritiri le sue forze dal sud della Turchia e, successivamente, deponga tutte le armi ancora in suo possesso. In seconda battuta ad alcuni verrebbe concesso l’esilio in Europa, mentre per altri, stanziati perlopiù nell’area dei Monti Qandil (nord-Iraq), sarebbe prevista un’amnistia generale che permetta loro di tornare in Turchia e di reinserirsi nella vita politica del Paese. Coloro che sono incarcerati in terra turca per connivenza con il PKK dovrebbero, invece, essere progressivamente rilasciati. Infine dovrebbe essere stanziata una forza di pace nel sud del Paese che garantisca la sicurezza dell’area durante la fase di transizione. Parallelamente dovrebbero essere promosse iniziative a sostegno del riconoscimento dell’identità curda e dovrebbe essere garantito il voto popolare per i governatori locali.
Questo piano lascia, però, alcuni problemi irrisolti senza la cui soluzione non si potrà proseguire nella messa in atto della tregua. In primo luogo è necessario sciogliere il nodo delle condizioni di detenzione di Ocalan. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha escluso la possibilità di ammorbidimento delle condizioni di isolamento o di concessione di arresti domiciliari per il leader curdo.

Ankara si è affrettata a dichiarare che si tratta probabilmente di un regolamento di conti tra fazioni curde, di cui la Turchia non è responsabile, e che in ogni caso l’episodio non interferirà con il processo di pace in corso. Ma la comunità curda in Francia punta il dito contro i Lupi grigi o i servizi segreti turchi. Ipotesi confermata da questa analisi del New York Times, dove oltre all’intelligence turca e alle fazioni curde che si oppongono alla pace con Ankara, si parla anche di un coinvolgimento dei servizi segreti siriani e iraniani.
In effetti, Damasco e Teheran ospitano entrambe una copiosa comunità curda avrebbero tutto l’interesse a destabilizzare Ankara dall’interno, in ragione dell’attivismo di quest’ultima nella crisi siriana. E’ sempre stato un gioco comune dei tre suddetti Paesi: reprimere i propri curdi e aizzare quelli degli altri. Il tutto sullo sfondo della crescente rivalità strategica tra Iran e Turchia, acuita il mese scorso dal dispiegamento di missili NATO lungo il confine turco-siriano.
In ogni caso, l’ipotesi “esterna” circa la responsabilità del massacro di Parigi, al di là dell’attuale quadro geopolitico e delle congetture che potrebbe suggerire, è ancora tutta da dimostrare.

Un background dell’irrisolta questione curda in Turchia si trova su Limes:

Le radici dello scontro tra curdi e turchi risalgono alla fine della prima guerra mondiale, nel massimo momento di affermazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

I curdi hanno caratteristiche socio-culturali che li distinguono nettamente dai turchi. La loro lingua è legata più al persiano che al turco; lo stesso si può dire per le loro origini, mentre i turchi hanno radici mongole; la loro organizzazione sociale fa di loro l’anima rurale (e, sotto alcuni punti di vista, ancora tribale) della Turchia.

A determinare probabilmente la polarizzazione delle posizioni tra Stato turco e comunità curda e la progressiva escalation dello scontro è stato l’approccio di Ankara alla questione. Le autorità turche non sono apparse in grado di affrontare la problematica da un punto di vista politico-diplomatico e socio-economico, relegandola a una questione di sicurezza nazionale e reprimendo con la forza le manifestazioni di dissenso della comunità curda. Nonostante le aperture promesse dall’attuale primo ministro Erdoğan, i curdi sono ancora privi di rappresentanza politica, in quanto i partiti di matrice curda sono vietati dalla Costituzione turca.

Il nodo della questione è di natura socio-economica: il sud-est della Turchia (il Kurdistan turco) ha un reddito pro-capite pari al 40% della media nazionale, un settore industriale ancora molto arretrato e carenti servizi di sanità e istruzione.

Il Pkk è considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia e da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Non è un mistero che, dal punto di vista di molti curdi, esso sia il rappresentante delle istanze della comunità nei confronti di Ankara, e che sia legittimato a ricorrere alla lotta armata di fronte alle politiche – percepite come discriminatorie – che la Repubblica fondata da Ataturk persegue nei loro confronti.

In una simile cornice, l’emigrazione è diventata una valvola di sfogo.

La differenza tra i primi anni del Novecento e oggi è che all’epoca a “emigrare” (sarebbe più corretto dire “auto-esiliarsi”) era la borghesia colta

I curdi che oggi vivono in Europa, al contrario, sono l’estensione naturale delle comunità rurali anatoliche. I legami con la propria terra sono molto forti e il senso di appartenenza alla comunità è accentuato.

È probabile che se il governo di Ankara ingaggiasse un dialogo più costruttivo con le comunità curde, includendo e non escludendo le formazioni partitiche che ambiscono a uscire dalla spirale di violenza e ad affrancarsi dallo stesso Pkk, molti cittadini curdi avrebbero un’alternativa valida tra i due tipi di violenza.

Nei primi di dicembre Borut Pahor , già presidente del parlamento e primo ministro sloveno, si è aggiudicato un ballottaggio senza storia, sconfiggendo il presidente uscente Danilo Türk col 67% dei suffragi.

Pahor è il quarto presidente della Slovenia indipendente, il primo ad aver coperto tutte e tre le più alte cariche dello stato. Pochi avrebbero scommesso che ce l’avrebbe fatta. La sua vittoria è stata anche la vittoria del premier Janez Janša - soprannominato “il principe delle tenebre” dall’ex primo ministro Janez Drnovšek, per lepurazione dei personaggi sgraditi e per aver attaccato l’indipendenza della giustiziae della sua politica di rigore e di contenimento della spesa pubblica (su indicazione dell’Europa e del FMI).
La quale politica che non è che una mera presa d’atto dell‘incapacità della classe dirigente di trovare adeguate soluzioni per il rilancio del Paese, come confermato dai continui declassamenti da parte delle agenzie di rating.

Perché Lubjana ha bisogno di un rilancio. Dopo essere stato per anni un modello della transizione al capitalismo, gli sloveni non si sono mai risollevati dal crollo economico del 2009 (PIL -8%; deficit da allora mai sotto la soglia del 5%). Le previsioni per l’anno in corso e per il prossimo sono altrettanto pessimistiche. L’economiaslovena ha inanellato la seconda recessione degli ultimi tre anni, fortemente influenzata dal pessimo andamento dell’eurozona, oltre che penalizzata da un settore bancario sull’orlo di una crisi di nervi.
Inoltre, il piano di riduzione del deficit è stato parzialmente compromesso da un referendum, che con una percentuale del 72% ha respinto il progetto di riforma delle pensioni che prevedeva l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni. I contrasti politici su questo punto hanno provocato la caduta del governo e le elezioni anticipate all’inizio di quest’anno, che hanno riportato al potere il rigorista Janša.

Ma la gente protesta, sia contro la corruzione che contro le severe politiche di austerità (una misura su tutte: il taglio del 40% delle già misere pensioni). La rivolta di Maribor ne è l’esempio lampante: in pratica, tutto è partito dalla decisione comunale di piazzare una serie di autovelox, tramite un’azienda appaltatrice. Quando sono partite le multe il malcontento ha cominciato a montare, scatenando violente accuse contro la gestione – ritenuta clientelare – della città da parte del sindaco Franc Kangler.
Per la prima volta in Slovenia, la polizia ha caricato i manifestanti. Il bilancio degli scontri è lieve e si limita a qualche contuso tra agenti, manifestanti e cavalli. Ma lo shock ha lasciato il segno nell’opinione pubblica. E testimonia come le corruttele e l’impunità dei politici locali abbiano portato all’esasperazione un popolo già provato dalla crisi. E che adesso non sembra più disposto a sopportare.

Il premier Victor Ponta ha vinto le elezioni politiche tenutesi in Romania. Grande sconfitto il suo avversario di sempre: il presidente Traian Băsescu. Ma è tuttavia difficile proclamare un vincitore, a fronte di un’astensione del 60%.
Nonostante la schiacciante maggioranza (59%), Ponta potrebbe comunque non governare il Paese. Da un lato, la coalizione che lo sostiene e composta anche dai nazionalisti e dalla minoranza ungherese, che si sono presentati alle urne con programmi contrapposti. Dall’altro, il Presidente Basescu ha dichiarato di non voler nominare Ponta per un secondo mandato.

Conclusa una campagna elettorale dominata dai temi dell’austerity e della lotta alla corruzioneil futuro governo dovrà affrontare grandi sfide: prima fra tutte, l’attuazione delle riforme attese da tempo dai creditori internazionali (FMI, Banca Mondiale ed UE) in cambio dei prestiti necessari per continuare a pagare gli stipendi e le pensioni, i quali gravano sul debito pubblico in misura sempre più preoccupante.
Anche a causa dell’incapacità della classe dirigente di gestire adeguatamente le finanze pubbliche.

Tutto questo mentre quasi nove milioni di rumeni vivono con poco più di cento euro al mese e le grandi imprese pubbliche chiudono i propri bilanci regolarmente in perdita. Inoltre, a cinque anni dall’adesione all’Unione Europea, i cittadini romeni (assieme a quelli bulgari) continuano a essere esclusi dall’area di libera circolazione sancita in quel di Schengen e discriminati nel mercato del lavoro.

Bruxelles finge di non vedere, nonostante i due Paesi siano in prima linea nei piani di politica energetica della UE. La Romania ha anche dato il via – assieme alla Moldavia – alla costruzione del gasdotto Iasi-Ungheni, un progetto che condurrà all’integrazione energetica di Chisinau nel mercato europeo.

Ma con Ponta le cose potrebbero cambiare. Le speranze di approvvigionamento energetico dai giacimenti romeni sono legate allo sviluppo dei giacimenti di shale gas. Ora, mentre presidente Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles, il premier Ponta ha deciso una moratoria alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione, suscitando le furie della Commissione Europea.

Nello stesso giorno delle elezioni politiche, un referendum sullo sfruttamento del gas shale in Romania non ha raggiunto il quorum necessario per essere valido. Formalmente, il fallimento del referendum consente la continuazione dello sfruttamento dello shale, ma la conferma di Ponta alla testa del governo potrebbe portare Bucarest a confermare la moratoria sul gas non convenzionale, e a reiterare lo scontro politico con il Capo dello Stato. E di riflesso, con l’Europa.

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