In Ungheria vince Vik­tor Orbán, finto nemico dell’Europa che conta

Pochi leader politici al mondo sono in grado di suscitare sentimenti più contrastanti di Viktor Orbán. E’ grazie a lui se, mai come quest’anno, le elezioni in Ungheria avevano attirato così tanto l’attenzione degli osservatori stranieri. Il voto a Budapest si prefigurava l’ennesima vittoria degli “euroscettici” e dei nazionalisti a meno di due mesi dalle elezioni europee, e così è stato. Il partito di governo Fidesz, guidato proprio da Orbán, ha infatti trionfato con il 44,4% dei consensi: circa l’8% in meno rispetto al 2010, ma sufficienti per garantire alla formazione al potere una maggioranza di due terzi nel parlamento (133 seggi su un totale di 199). Un dato che restituisce l’immagine di un’Ungheria letteralmente innamorata del suo premier, in stridente contrasto con quella di leader bugiardo e autoritario divulgata sulla stampa internazionale.

Va detto che, nello stesso Occidente, sono in tanti a pensare che il leader ungherese sia un coraggioso anticonformista in lotta contro l’Europa delle banche e dei grandi capitalisti. La sua filosofia economica, l’Orbanomics, basata sulla vendetta nei confronti degli istituti creditizi e sul prepotente ritorno dello Stato nell’economia, è vista da molti come la vera alternativa ai diktat delle grandi istituzioni finanziarie globali, in grado di garantire la crescita interna e l’equilibrio dei conti pubblici senza passare per lo smantellamento dello Stato sociale imposto dalla Troika.

I risultati del suo governo parlano di una crescita di un tasso di crescita previsto per il 2014 e per il 2015 del 2,1%: un miracolo, se pensiamo alla flessione del -1,7% registrata nel 2012; di un deficit di bilancio del 2,2%, contro un 2,7% previsto e comunque sotto il 3% per la prima volta dal 2004; di un tasso di disoccupazione è sceso all’8,6% dopo il record negativo (11,8%) dell’aprile 2013. L’attività manifatturiera (da cui dipende il 70% del PIL) è in forte ripresa, favorita da una politica dei tassi che ha portato la Banca centrale a tagliare il costo del denaro dal 7% di metà 2012 all’attuale 2,6%. L’inflazione è passata dal 5,7% di due anni fa all’1,7% di oggi. Persino l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha modificato il suo outlook sull’Ungheria da negativo a stabile.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? L’Ungheria sta davvero meglio rispetto a quattro anni fa? E poi, se Orbán è davvero un campione nella lotta contro l’economia dei poteri forti, come mai i risultati che ha sbandierato per vincere un secondo mandato (deficit, crescita, inflazione) sono gli stessi di cui si sarebbe vantata una paladina del rigore come Angela Merkel? Continua a leggere

Afghanistan, si fa presto a dire democrazia

Sabato 5 aprile si è votato in Afghanistan per eleggere il nuovo presidente che andrà a sostituire Hamid Karzai, eletto per la prima volta nel 2004 ma di fatto in carica dalla fine del 2001, dopo la caduta del regime dei talebani. La partecipazione al voto è stata molto bassa nelle zone rurali, dominate dai talebani. C’è stata una grande affluenza, invece, nelle città, dove gli aventi diritto si sono recati in massa alle urne, tanto che molti seggi hanno dovuto essere urgentemente riforniti di schede vista l’insufficienza di quelle già predisposte.

La grande attesa che circonda le elezioni presidenziali afghane è dovuta principalmente al fatto che si tratterà del primo esperimento di passaggio dei poteri da un presidente all’altro tramite elezioni.  Le presidenziali in Afghanistan sono considerate tra le elezioni più importanti del 2014: il loro esito non è importante solo per la politica afghana, ma anche per gli effetti che potrebbero prodursi sui soldati statunitensi ancora sul territorio afghano – che dovrebbero completare il ritiro entro la fine dell’anno – e più in generale su alcuni temi di importanza mondiale, come la lotta al terrorismo. 

Se paragonate a quelle del 2009, queste elezioni sono state un successo. Tuttavia si è votato in un clima di alta tensione, dovuto all’omicidio della fotografa tedesca Anja Niederghaus, già Premio Pulitzer, e alle minacce dei talebani. In tutto il paese si sono verificati episodi di violenza: un seggio su dieci non è stato aperto per motivi di sicurezza, nonostante fossero stati dispiegati circa 200 mila soldati per garantire la regolarità delle operazioni. Inoltre sono già 162 i ricorsi presentati per denunciare varie irregolarità nello svolgimento delle votazioni: riguardano il mancato accesso ai seggi, la mancanza di schede, l’esistenza di schede false e anche la denuncia di pressioni operate dai leader politici locali. In realtà le denunce di irregolarità sono state oltre mille. Continua a leggere

Primavera bosniaca o autunno di Dayton?

E’ impressionante notare come le proteste più grandi e diffuse, quelle in grado davvero di interrompere l’inerzia di uno status quo, nascano spesso da episodi minori, dalle azioni di singoli uomini o da mobilitazioni inizialmente confinate in luoghi circoscritti. Si pensi alla Primavera araba, partita dall’autoimmolazione del giovane tunisino Mohamed Bouazizi.

In Bosnia sta forse accadendo qualcosa di simile. Il 5 febbraio a Tuzla, la terza città del paese e principale polo industriale, centinaia di operai scendono in strada per manifestare contro la chiusura di quattro industrie privatizzate nel corso degli anni Duemila e fino a ieri principale fonte di reddito per la città e per la sua popolazione. Organizzata via Facebook e partita come un raduno pacifico (agli operai si sono aggiunti disoccupati, ma anche studenti e gente comune in segno di solidarietà), la manifestazione degenera poi in violenti scontri con la polizia.

In poche ore le proteste subiscono brusca accelerazione, arrivando a contagiare un po’ tutti e dieci i cantoni in cui è suddivisa la Federazione di Bosnia-Erzegovina (una delle due entità in cui è suddivisa la Bosnia-Erzegovina; l’altra è la Republika Srpska). In cinque di essi le sedi cantonali vengono danneggiate (sebbene questi episodi vengano enfatizzati oltremisura dalla stampa; più avanti vedremo perché), costringendo le autorità ad evacuare quasi tutti i principali edifici istituzionali. In totale si svolgono manifestazioni in più di 30 città. Il dato più interessante è che tutto avviene senza alcun coordinamento né a livello locale, né tanto meno nazionale – l’unica eccezione è Tuzla, dove i manifestanti rendono nota una lista di richieste. Solo nei giorni successivi I dimostranti iniziano ad organizzarsi intorno a dei forum civici nei diversi centri coinvolti dalle proteste. Alcuni portali, come Bosnia-Herzegovina Protest Files, sono stati creati ex novo per pubblicare le richieste dei dimostranti.

Continua a leggere

OT: La violenza sulle donne è una colpa di tutti

Il 25 novembre non è la giornata contro il femminicidio, bensì la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. C’è differenza. Innanzitutto la violenza sulle donne è (ahimè) un concetto molto ampio che comprende una lunga casistica di abusi fisici, psicologici, economici, normativi, sociali e religiosi che impediscono alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale. Se ci fermassimo all’omicidio, tutto il resto finirebbe giusto per fare volume, quasi a suggerire tra le righe che gli altri fatti “non sono poi così gravi” come si vorrebbe far credere.

In secondo luogo la stessa parola “femminicidio” sembra poco pregnante in termini di significatività. A parte che qui si parla delle donne usando la parola “femmina”, più adatto agli animali che alle persone, il vulnus sta nel fatto che mentre l’espressione “violenza sulle donne” detiene in sé soggetto, oggetto ed esecuzione, nel neologismo “femminicidio” non è presente né chi esercita la violenza né perché. Creando un vuoto semantico spesso colmato da luoghi comuni e pericolose semplificazioni.

Le parole servono a descrivere la realtà, ma talvolta la creano (o distorcono) pure. Perché confermano immaginari, consolidano visioni, cambiano la portata dei fatti finanche a smentirli. Qualche volta, poi, assorbono il disvalore dei comportamenti che invece sarebbero chiamate a biasimare, aprendo così la strada ad un ambiguo processo di giustificazione.

E’ vero che l’attenzione del lettore medio di giornali (specie peraltro in via d’estinzione: siamo il Paese occidentale che legge meno quotidiani in rapporto alla popolazione) non va oltre la seconda o terza riga, e di certo un’espressione diretta come “delitto passionale” fa presa molto di più rispetto ad una complessa disamina storica, psicologica e sociologica sull’argomento. Ma chi, come i giornalisti, ha la responsabilità dell’uso delle parole dovrebbe fare molta attenzione all’uso che ne fa. Invece la stampa ci dimostra ogni giorno quanto sia facile passare dalla cronaca nera alla normalizzazione della violenza che inquina i rapporti tra uomini/presunti cacciatori e donne/inevitabili prede.

Delitto passionale, violenza familiare, dramma della gelosia, raptus di follia. Tutte espressioni con cui sovente gli organi di stampa riassumono i casi di donne morte per mano di uomini. E tutte fuorvianti, per non dire ipocrite e assolutorie. Non soltanto perché esemplificano la realtà di fatti deprivandola del suo significato, ma perché si focalizzano sui sentimenti, sulle frustrazioni, sulla vita dell’uomo che ha compiuto violenza anziché sulla sofferenza patita dalla donna vittima. Così la comunicazione viene deviata in un racconto del fatto dal punto di vista del carnefice, il quale diventa paradossalmente  “più umano” e quindi vittima a sua volta. Come dire che allora l’omicidio di una donna è “meno grave” rispetto ad un altro avvenuto per rapina o per mafia in virtù del suo contenuto “sentimentale”. Del resto, in Italia il delitto d’onore era previsto dal codice penale ancora nel 1981, e a trent’anni di distanza i suoi echi sono ancora udibili nel sottobosco della società.

Così, per rimediare all’equivoco del femminicidio sminuito in delitto passionale, si alza la voce sul tema elevandolo ad emergenza sociale. Niente di più errato. In Italia le statistiche e i dati ufficiali mostrano che l’omicidio di donne da parte di partner o conoscenti non è diventata “un’epidemia” e in realtà non è nemmeno in aumento. Si uccidono meno donne nel Belpaese che nel resto d’Europa e agli altri paesi sviluppati. Il vero problema è un altro.

Quando si parla di “femminicidio” deve essere chiaro che non ci si limita ad indicare semplicemente l’omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna per il fatto di essere donna. La motivazione di genere come causa profonda della violenza. E qui si apre un altro scenario, perché ci obbliga a lasciare il caso singolo per allargare lo sguardo sulla condizione della donna in generale. Passando così dalla comodità del facile giustizialismo contro il “mostro” di turno alla necessità di riflettere sul modello educativo su cui la società stessa si basa.

Oggi consideriamo normale che vestire i maschietti d’azzurro e le femminucce di rosa, di regalare agli uni le automobiline e alle altre le bambole. In realtà si tratta solo di un paradigma culturale, che non è neanche universale. In altre parole, fin dalla più tenera età sono le scelte e i comportamenti dei genitori a forgiare la differenziazione di genere nei figli, talvolta fino ad esasperarla. E’ forse un caso che i Paesi dove la distinzione di genere viene rimarcata fin da piccoli (come in India, a causa del rigido sistema delle caste) sono proprio quelli dove le donne sono meno rispettate?

Troppo spesso trascuriamo di ricordarci che la distinzione di genere è il fondamento stesso della democrazia. Il contatto con l’altro sesso, non fosse altro che con con la propria madre, è il primo incontro di un soggetto con un essere distinto, con l’altro da sé. Il primo e fondamentale esempio di coesistenza degli opposti. Qui si gioca tutta la sua futura concezione del diverso e il suo grado di tolleranza nei confronti dello stesso. In genere gli uomini che non rispettano le donne, non rispettano neppure le altre forme di diversità: tendono cioè a discriminare anche omosessuali, stranieri e adepti di altre religioni. Questo basta a spiegare perché l’educazione al rispetto di genere debba essere una priorità in una società che si reputa civile. Già, che si reputa. Senza il rispetto per le donne la democrazia resta incompiuta. Ma può dirsi “civile” quella società che insegna alle donne a difendersi dagli uomini anziché insegnare agli uomini a non fare del male alle donne?

La violenza sulle donne è una colpa di tutti, non soltanto di chi la commette. Perché è in primo luogo la condizione delle donne d’oggi ad esserlo. Negli anni Settanta una nota psicologa americana diceva che le bambine sono allenate “alla” dipendenza e i bambini ad uscire dalla dipendenza, e a quattro decadi da allora lo schema non sembra cambiato. Se il punto di partenza è questo, non stupiamoci che il raggiungimento delle pari opportunità sia tuttora un miraggio.

* Post originariamente comparso su Val Vibrata Deal

In Tagikistan trionfa lo status quo

Emomali Rahmon è stato rieletto presidente del Tagikistan per la quarta volta. Secondo la Commissione elettorale centrale, il capo di Stato ha ottenuto l’84% dei suffragi, in una consultazione dove i votanti sono stati l’87% degli aventi diritto. Come per la maggior parte delle precedenti consultazioni elettorali dell’area post-sovietica, l’Osce ha definito le presidenziali tagike “non libere e trasparenti” in quanto caratterizzate da episodi di voto multiplo e irregolarità.

Il Tagikistan, ex repubblica sovietica incastonata in Asia centrale e divisa dalle catene montuose dell’Alai e del Pamir, che per lunghi periodi dell’anno fungono da naturale confine interno, è un Paese affetto da un endemico sottosviluppo: il suo pil pro capite è tra i più bassi al mondo e la sua unica risorsa (oltre alla scarsa attività agricola, visto solo il 7% della superficie è coltivabile, e alla pastorizia), è quella del narcotraffico. Il territorio impervio, la povertà e la debole legislazione hanno infatti reso Dushanbe un avamposto strategico del narcotraffico dei traffici illeciti da e verso l’Afghanistan, con il quale i tagiki condividono un confine di 1.200 chilometri.

A ciò si aggiunga che il Paese è retto da un regime palesemente corrotto ed inefficiente, attraversato da tensioni etniche sempre sul punto di sfociare in una guerra civile, alle prese con relazioni problematiche con i vicini, in particolare con l’Uzbekistan.

In realtà, esattamente come nel vicino Kazakistan, nessuno si cura delle lacune democratiche del regime tagiko, visto che in gioco c’è molto di più. Finora la progressiva instabilità del Tagikistan e del vicino Kirghizistan hanno suscitato l’interesse dell’Occidente solo perché Stati Uniti e Nato hanno basi logistiche nel Paese e la zona è via di passaggio per raggiungere le forze in Afghanistan. La questione afgana e la lotta al terrorismo, costantemente all’ordine del giorno presso le cancellerie occidentali, hanno sempre fatto chiudere un occhio sulle contraddizioni tagike, concedendo così a Rahmon l’opportunità di stabilizzare il proprio potere. Ora che la missione ISAF sta per concludersi, americani, russi e cinesi si contendono i favori di Dushanbe per garantirsi un posto al sole in Asia centrale. Secondo Limes:

Nello scacchiere geopolitico centroasiatico, il Tagikistan rappresenta una delle pedine più fragili: la pericolosa combinazione di autoritarismo, povertà, minacce alla sicurezza interna (come i sanguinosi combattimenti della Rasht Valley nel 2010 e nell’oblast autonomo del Gorno-Badakhshan nel 2012) e minacce derivanti dal vicino Afghanistan (con le infiltrazioni terroristico-jihadiste e il traffico di droga e armi attraverso il confine) mettono in serio pericolo la stabilità di questa repubblica.

Ciononostante, considerato il fatto che preservare la stabilità e la sicurezza regionale rappresenta un obiettivo condiviso di  Stati Uniti, Cina e Russia, il Tagikistan potrebbe beneficiare del loro attivismo locale al fine di vedersi garantita la propria sopravvivenza.

Nell’ottica statunitense, la stabilità del Tagikistan è funzionale al ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan nel 2014 in quanto parte del Northern distribution network – l’attuale corridoio di approvvigionamento per le truppe impegnate a Kabul – che sarà destinato a operare in senso inverso per completare il ritiro. Per la Cina, è una garanzia per preservare lo Xinjang da pericolose infiltrazioni terroristiche e per incrementare proficue relazioni economico-commercali bilaterali. Per la Russia, infine, rappresenta un argine al proliferare dell’islamismo radicale afghano lungo le proprie frontiere meridionali e al traffico di stupefacenti. Mosca prevede infatti di includere Dushambe all’interno dell’Unione Euroasiatica, così da consolidare la sua influenza nello spazio post sovietico.

Di fronte a questa situazione, il Tagikistan intende ricavare i maggiori vantaggi possibili attraverso una politica estera multivettoriale. Ma la sua debolezza economica e geopolitica, di fatto, vanifica ogni aspirazione.

Rahmon sarebbe infatti propenso ad accettare la proposta di Washington di ospitare una base militare statunitense nel territorio tagiko (ricavandone i proventi dell’affitto, cooperazione militare e maggiore peso politico regionale), tanto più a seguito dell’annunciata chiusura della base kirghisa di Manas.

Tuttavia, non ha la forza di superare la netta opposizione di Mosca, che si appella alla decisione comune assunta in ambito Otsc (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva) secondo la quale è fatto divieto, ai paesi membri, di ospitare basi militari di paesi terzi nel proprio territorio.

Sempre Limes, in luglio:

Mentre Washington probabilmente guarda a Tashkent come partner privilegiato e attende con qualche ansia lo sviluppo dei rapporti russo-tagiki anche alla luce della quasi certa chiusura della base kirghiza di Manas, la Cina ha sviluppato nel corso di questi anni una strategia di avvicinamento culminata nell’incontro del 19-20 giugno tra Rahmon e Xi Jinping a Pechino. Strategia che ha fatto titolare all’autorevole Jamestown Foundation questo commento sul summit: “China as lender of the last resort”.

Il Tagikistan è l’unico Stato con il quale la Cina ha sottoscritto un trattato che, previa restituzione di piccole porzioni di territorio, ha sanato la ferita ancora aperta dei famosi “trattati ineguali” di fine Ottocento. Poiché il paese è privo di risorse naturali, le avance di Pechino hanno esclusiva valenza geopolitica con l’intuibile scopo di aprire una crepa (oltre Myanmar) in un futuribile containment russo-statunitense.

Quanto al post-Isaf, sembra che la preoccupazione nata con l’intervento americano sia minore di quella della sua fine. In ogni caso, una propagazione del terrorismo di marca salafita con una destabilizzazione degli Stati centroasiatici non è tra i desiderata di nessuno dei tre grandi attori geopolitici così come un ulteriore aumento del già intenso traffico di armi e droga che vede come principali terminali le economie e le società degli stessi paesi.

Per Pechino, Mosca e Washington è probabilmente più logico preferire la stabilità dei regimi autoritari confinanti con Kabul ad un cambio di governo dalle conseguenze imprevedibili.

Cresce comunque la dipendenza di Dushanbe da Pechino. Nel 2011 i due Paesi hanno raggiunto un accordo per la ridefinizione dei rispettivi confini che prevedeva la cessione da parte del Tajikistan di un’area di 1.158 chilometri quadrati del Pamir, parte di una porzione più vasta che Pechino rivendicava da un centinaio d’anni. Da allora l’economia tagika è diventata sempre più legata agli investimenti cinesi, fino a diventarne succube. In settembre, ad esempio, la Cina ha siglato un accordo sulla fornitura di gas naturale al Tajikistan per 25-50 miliardi di metri cubi. Un progetto che secondo il governo tagiko permetterà di attrarre più di 3 milioni di dollari di investimenti. Ed è solo l’inizio.

In America le ideologie lasciano il posto alla richiesta di equità

L’elezione di Bill De Blasio a sindaco di New York ha avuto un grande risalto nel nostro Paese, non fosse altro perché il neo primo cittadino della Grande Mela vanta origini campaneIl vero elemento su cui riflettere, che ci offre un’idea su come gli Usa stiano cambiando, è invece un altro, e per inquadrarlo occorre dare uno sguardo anche alle due altre concomitanti elezioni in New Jersey e Virginia.
Secondo Enrico Beltramini su Limes:

I risultati delle elezioni parziali di ieri a New York, New Jersey (NJ) e Virginia rappresentano un rompicapo per gli analisti. Hanno vinto i democratici (Terry McAuliffe e Bill De Blasio) e i repubblicani (Chris Christie), i radicali (De Blasio) e i moderati (McAuliffe e Christie), gli outsider (De Blasio) e gli incumbent (Christie): è difficile trovare un filo rosso che leghi tra loro eventi così diversi e tra loro distanti.

Il dato politico di questi tre eventi elettorali mostrano un’America (o almeno una sua parte) preoccupata del crescente problema della diseguaglianza socioeconomicaLinkiesta approfondisce questo aspetto, mettendo a confronto i rispettivi contesti in cui queste elezioni hanno avuto luogo:

Il più significativo dei tre eventi elettorali è forse la vittoria a New York del 52 enne De Blasio con il 68 per cento delle preferenze e un margine di quasi quaranta punti sul suo avversario repubblicano Joseph J. Lhota la cui piattaforma elettorale si è basata su un messaggio di continuità pro-business con il predecessore Michael Bloomberg.

Sotto Bloomberg i livelli di diseguaglianza tra i cittadini più abbienti e quelli più poveri sono cresciuti di diversi punti percentuali e il numero di residenti in città sotto la soglia di povertà, secondo gli ultimi dati del censimento del 2012, è salito a 21.2 rispetto al 20.1 per cento di due anni prima portando il totale di persone sotto la soglia di povertà a 1.7 milioni. Non a caso De Blasio si è inserito nella corsa elettorale con il titolo del libro di Dickens A Tale of Two Cities (“Racconto di Due Città”). Queste sono la “New York reale” e “la New York della Finanza”. Mentre la seconda non ha bisogno di molte spiegazioni, la prima è la città dove il reddito medio delle famiglie è sceso dai $54,695 nel 2008 ai $50,895 attuali, dove il 14 per cento delle persone non ha copertura sanitaria, il 50 per cento di chi ha una casa spende il 30 per cento circa del proprio reddito su mutuo o affitto e il 21 per cento delle persone non arriverebbe a fine mese se non fosse per i food stamps, aiuti del governo che permettono di comprare beni di prima necessità.

Questa narrativa deve molto a quella di Occupy Wall Street e il suo slogan di un 99% opposto all’1%; e non a caso De Blasio ha difeso il movimento in diverse occasione e condivide alcuni suoi elementi di fondo: lotta alla crescente diseguaglianza e un incremento delle tassazione per chi guadagna di più, in questo caso per tutti coloro il cui reddito è superiore ai 500 mila dollari.

Appena al di là del fiume Hudson [New Jersey, n.d.a.] ha vinto invece Chris Christie, un personaggio del tutto diverso da De Blasio, ma pur sempre importante per captare l’umore dell’America di oggi. Il suo stampo politico pragmatico al di là delle narrazioni ideologiche ha attratto una base elettorale aliena al partito repubblicano di oggi: afro-americani, giovani, membri delle minoranza e donne.

Il successo di Christie (le percentuali finali sono state di 60 a 39) deriva in parte dalla sua gestione durante la crisi dell’urgano Sandy. In un momento in cui il partito repubblicano – guidato più dall’odio verso il Presidente che da una visione di lungo periodo – rifiutava qualsiasi compromesso sul debito, Christie si è lanciato anima e corpo nell’aiutare il titolare della Casa Bianca ed ha elogiato più volte il suo managment della crisi Sandy. Atteggiamento simile Christie lo ha mantenuto durante la battaglia sullo shutdown. In quei giorni il governatore ha duramente criticato il suo partito e definito «come un assoluto disastro» il risultato ottenuto con la strategia di ostruzionismo ad ogni costo.

Nelle stesse ore, appena più a sud, in Virginia, uno degli swing state più importanti, il candidato dei repubblicani Ken Cuccinelli ha perso di due punti percentuali contro il candidato dem Terry McAuliffe il cui messaggio elettorale è stato fortemente a favore del matrimonio gay, dell’aborto e della restrizioni sul possesso di armi da fuoco. Ma ciò che ha sorpreso di più numerosi osservatori è il cambiamento di uno stato il cui voto pende spesso in favore dei repubblicani e che il Gop pensava di poter conquistare con Cucinelli, politico vicino al Tea Party il cui principale messaggio elettorale è stato contro l’aborto, contro il matrimonio gay e a sostengo di Ted Cruz, il senatore del Texas responsabile dello shutdown dello scorso mese. Non solo. Cucinelli, il primo procuratore a contestare per vie legali Obamacare, ha improntato la sua narrazione elettorale sulla promessa di non far approvare la riforma della sanità del presidente nello stato, un messaggio che secondo i primi exit-poll ha poco interessato gli elettori e dovrebbe dunque far riflettere i repubblicani non solo in Virginia ma anche nel resto degli Stati Uniti.

Dalle urne è così emersa la realtà di un Paese stanco della retorica, delle contrapposizioni meramente ideologiche e delle estenuanti divisioni che non più tardi di un mese fa avevano portato allo shutdown del governo federale. Accantonata la logica degli schieramenti, il filo conduttore delle tre elezioni in esame è il desiderio di maggiore equità sociale. Aspetto su cui i due opposti partiti, ma in particolar modo quello repubblicano, dovranno riflettere in vista delle elezioni di midterm del prossimo anno.

Caso Cancellieri, in Italia anche i diritti più semplici sono già dei privilegi

Il Ministro della Giustizia ha ricevuto la notizia di una detenuta a rischio e ha segnalato il caso al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ha fatto bene o ha fatto male? Difficile da dire, e nel Paese delle mille contraddizioni è difficile dirlo di molte altre cose, ragion per cui non spenderò una parola sull’opportunità che lei rassegni le dimissioni o meno. Di sicuro, il (non) “caso della Cancellieri” è una perfetta sintesi del regresso socioculturale che da vent’anni contrassegna la cosiddetta Seconda Repubblica, e per due motivi.

In primo luogo, l’affaire Cancellieri (riassunto qui in dieci punti) certifica l’impossibilità nel nostro Paese di affrontare un dibattito pubblico senza schierarsi in due opposte tifoserie, che poi sono sempre le stesse: da una parte gli ultrà del centrosinistra e dall’altro quelli del centrodestra, in teoria divisi su tutto e in pratica tutti col naso all’insù verso la stella polare di Berlusconi.
Attraverso la discolpa per l’ex prefetto di Bologna, i berluscones (falchi, colombe o polli che siano)agognano l’indulgenza verso il loro Grande capo, inventando un parallelismo tra i due episodi semplicemente inconcepibile. Qualunque persona sana di mente sarebbe capace di distinguere tra un Ministro che sollecita un intervento per una detenuta a rischio della propria vita e un Primo Ministro che ottiene la liberazione di una prostituta arrestata per furto millantando una parentela con un Capo di Stato estero. O almeno, in un Paese normale chiunque lo sarebbe. Già, in un Paese normale.
Nessuno poi sembra cogliere una stridente incoerenza. In marzo, nel corso delle convulse trattative per la formazione del governo Letta, emerse l’evidente sgradimento del Pdl per la figura della Cancellieri. La ragione? Aver sciolto ben 33 comuni per infiltrazioni mafiose, quasi tutti amministrati proprio dal centrodestra, tra cui quello di Reggio Calabria - il più grande comune mai sciolto per mafia – retto da un sindaco Pdl, erede del governatore in carica Scopelliti. Oggi invece i pidiellini sono tutti con la Cancellieri. E’ la (mala) politica, bellezza.

Inoltre, nessuno nota che il caso Cancellieri è noto grazie a una telefonata intercettata dalla procura di Torino, una telefonata che non avremo mai dovuto nemmeno conoscere. Perché si tratta diun’intercettazione telefonica penalmente irrilevante, che per tale ragione non doveva essere trascritta né tanto meno pubblicata dalla stampa. Ma nessuno ci ha fatto caso. Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di intercettazioni solo perché inerenti alle vicende private di Berlusconi, dimenticando che l’intercettazione, codice di procedure penale alla mano, è un mezzo di prova. Dovrebbe servire al processo per dimostrare una colpevolezza, non ai giornali per vendere un paio di copie in più. Invece negli ultimi anni è diventato un mezzo di ricerca della prova, andando ben oltre i limiti consentiti dalla legge, e infine un mezzo di ricerca dello sputtanamento. Ma nessuno ci fa più caso. Anzi, chi nota queste anomalie finisce pure per essere assalito dagli ultrà del centrosinistra.

Inutile stupirsi. Ultimamente sembra diventato impossibile discutere di un tema senza dover per forza buttare tutto in vacca. La riflessione è bandita, e dunque largo agli slogan e alle (pseudo) ideologie; unico mezzo possibile per sintonizzarsi sullo stile espressivo (e cognitivo) dell’italiano medio.

Passiamo al secondo aspetto, a mio modo di vedere il più avvilente. Proviamo a farci delle domande, come quelle che il direttore del PostLuca Sofri si pone sul suo blog. Domande che a me ne fanno sorgere un’altra: in Italia un detenuto affetto da un problema deve per forza invocare il Ministro, senza che l’amministrazione penitenziaria contempli altre figure intermedie (es. il direttore del carcere o il personale di servizio) a cui rivolgersi? La Cancellieri ha più volte ribadito di essere intervenuta in oltre cento analoghi casi in tre mesi, ma i detenuti ospitati nelle carceri sono molti, molti di più (ufficialmente 65.891, ossia 18.851 in più rispetto ai 47.000 posti disponibili). Quasi nessuno dei quali con il numero privato del Ministro in rubrica.
Una volta si telefonava al potente amico per avere un favore. Non è il caso di Giulia Ligresti: per lei la scarcerazione era un diritto, stante le sue drammatiche condizioni di salute di allora. Lo stesso diritto che in teoria spettava e spetta a tutti i detenuti in analoghe condizioni. Un diritto, non dimentichiamolo, è una situazione di vantaggio che spetta a tutti; un privilegio, invece, è roba di pochi.  Ma se la Giustizia italiana - vuoi per deficienze amministrative, burocratiche, finanziarie, ecc. –  non è in grado di assicurare al sig. Rossi, lo stesso trattamento riservato a Giulia Ligresti, il riguardo della Cancellieri verso quest’ultima rimane un diritto o diventa piuttosto un privilegio?

L’Italia è ormai un Paese impoverito, prostrato da una crisi che la politica riesce a comprendere e figuriamoci ad affrontare, retto da una classe politica miope e autoreferenziale, incapace di qualunque pensiero originale o anche solo di empatia nei confronti di una popolazione disincantata e sempre più alla deriva. Un Paese giuridicamente e finanziariamente non più in grado di assicurare quei diritti inviolabili che l’art. 3 della Costituzione assegna a ciascun cittadino senza distinzioni di sorta, in cui si arriva a selezionare i beneficiari dell’intervento pubblico nell’impossibilità di provvedere ai bisogni di tutti. Selezione che, ovviamente, avviene in base alle conoscenze.
Se ieri l’intercessione di un potente garantiva dei privilegi, oggi invece basta appena a salvaguardare i diritti fondamentali della persona. Siamo caduti veramente in basso. L’imbarbarimento politico, amministrativo e culturale della nostra società ha fatto sì che in Italia perfino i diritti di tutti diventassero i privilegi di pochi.
E’ questa la riflessione più amara che il caso Cancellieri ci lascia.