In Ungheria vince Vik­tor Orbán, finto nemico dell’Europa che conta

Pochi leader politici al mondo sono in grado di suscitare sentimenti più contrastanti di Viktor Orbán. E’ grazie a lui se, mai come quest’anno, le elezioni in Ungheria avevano attirato così tanto l’attenzione degli osservatori stranieri. Il voto a Budapest si prefigurava l’ennesima vittoria degli “euroscettici” e dei nazionalisti a meno di due mesi dalle elezioni europee, e così è stato. Il partito di governo Fidesz, guidato proprio da Orbán, ha infatti trionfato con il 44,4% dei consensi: circa l’8% in meno rispetto al 2010, ma sufficienti per garantire alla formazione al potere una maggioranza di due terzi nel parlamento (133 seggi su un totale di 199). Un dato che restituisce l’immagine di un’Ungheria letteralmente innamorata del suo premier, in stridente contrasto con quella di leader bugiardo e autoritario divulgata sulla stampa internazionale.

Va detto che, nello stesso Occidente, sono in tanti a pensare che il leader ungherese sia un coraggioso anticonformista in lotta contro l’Europa delle banche e dei grandi capitalisti. La sua filosofia economica, l’Orbanomics, basata sulla vendetta nei confronti degli istituti creditizi e sul prepotente ritorno dello Stato nell’economia, è vista da molti come la vera alternativa ai diktat delle grandi istituzioni finanziarie globali, in grado di garantire la crescita interna e l’equilibrio dei conti pubblici senza passare per lo smantellamento dello Stato sociale imposto dalla Troika.

I risultati del suo governo parlano di una crescita di un tasso di crescita previsto per il 2014 e per il 2015 del 2,1%: un miracolo, se pensiamo alla flessione del -1,7% registrata nel 2012; di un deficit di bilancio del 2,2%, contro un 2,7% previsto e comunque sotto il 3% per la prima volta dal 2004; di un tasso di disoccupazione è sceso all’8,6% dopo il record negativo (11,8%) dell’aprile 2013. L’attività manifatturiera (da cui dipende il 70% del PIL) è in forte ripresa, favorita da una politica dei tassi che ha portato la Banca centrale a tagliare il costo del denaro dal 7% di metà 2012 all’attuale 2,6%. L’inflazione è passata dal 5,7% di due anni fa all’1,7% di oggi. Persino l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha modificato il suo outlook sull’Ungheria da negativo a stabile.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? L’Ungheria sta davvero meglio rispetto a quattro anni fa? E poi, se Orbán è davvero un campione nella lotta contro l’economia dei poteri forti, come mai i risultati che ha sbandierato per vincere un secondo mandato (deficit, crescita, inflazione) sono gli stessi di cui si sarebbe vantata una paladina del rigore come Angela Merkel? Continua a leggere

Afghanistan, si fa presto a dire democrazia

Sabato 5 aprile si è votato in Afghanistan per eleggere il nuovo presidente che andrà a sostituire Hamid Karzai, eletto per la prima volta nel 2004 ma di fatto in carica dalla fine del 2001, dopo la caduta del regime dei talebani. La partecipazione al voto è stata molto bassa nelle zone rurali, dominate dai talebani. C’è stata una grande affluenza, invece, nelle città, dove gli aventi diritto si sono recati in massa alle urne, tanto che molti seggi hanno dovuto essere urgentemente riforniti di schede vista l’insufficienza di quelle già predisposte.

La grande attesa che circonda le elezioni presidenziali afghane è dovuta principalmente al fatto che si tratterà del primo esperimento di passaggio dei poteri da un presidente all’altro tramite elezioni.  Le presidenziali in Afghanistan sono considerate tra le elezioni più importanti del 2014: il loro esito non è importante solo per la politica afghana, ma anche per gli effetti che potrebbero prodursi sui soldati statunitensi ancora sul territorio afghano – che dovrebbero completare il ritiro entro la fine dell’anno – e più in generale su alcuni temi di importanza mondiale, come la lotta al terrorismo. 

Se paragonate a quelle del 2009, queste elezioni sono state un successo. Tuttavia si è votato in un clima di alta tensione, dovuto all’omicidio della fotografa tedesca Anja Niederghaus, già Premio Pulitzer, e alle minacce dei talebani. In tutto il paese si sono verificati episodi di violenza: un seggio su dieci non è stato aperto per motivi di sicurezza, nonostante fossero stati dispiegati circa 200 mila soldati per garantire la regolarità delle operazioni. Inoltre sono già 162 i ricorsi presentati per denunciare varie irregolarità nello svolgimento delle votazioni: riguardano il mancato accesso ai seggi, la mancanza di schede, l’esistenza di schede false e anche la denuncia di pressioni operate dai leader politici locali. In realtà le denunce di irregolarità sono state oltre mille. Continua a leggere

Primavera bosniaca o autunno di Dayton?

E’ impressionante notare come le proteste più grandi e diffuse, quelle in grado davvero di interrompere l’inerzia di uno status quo, nascano spesso da episodi minori, dalle azioni di singoli uomini o da mobilitazioni inizialmente confinate in luoghi circoscritti. Si pensi alla Primavera araba, partita dall’autoimmolazione del giovane tunisino Mohamed Bouazizi.

In Bosnia sta forse accadendo qualcosa di simile. Il 5 febbraio a Tuzla, la terza città del paese e principale polo industriale, centinaia di operai scendono in strada per manifestare contro la chiusura di quattro industrie privatizzate nel corso degli anni Duemila e fino a ieri principale fonte di reddito per la città e per la sua popolazione. Organizzata via Facebook e partita come un raduno pacifico (agli operai si sono aggiunti disoccupati, ma anche studenti e gente comune in segno di solidarietà), la manifestazione degenera poi in violenti scontri con la polizia.

In poche ore le proteste subiscono brusca accelerazione, arrivando a contagiare un po’ tutti e dieci i cantoni in cui è suddivisa la Federazione di Bosnia-Erzegovina (una delle due entità in cui è suddivisa la Bosnia-Erzegovina; l’altra è la Republika Srpska). In cinque di essi le sedi cantonali vengono danneggiate (sebbene questi episodi vengano enfatizzati oltremisura dalla stampa; più avanti vedremo perché), costringendo le autorità ad evacuare quasi tutti i principali edifici istituzionali. In totale si svolgono manifestazioni in più di 30 città. Il dato più interessante è che tutto avviene senza alcun coordinamento né a livello locale, né tanto meno nazionale – l’unica eccezione è Tuzla, dove i manifestanti rendono nota una lista di richieste. Solo nei giorni successivi I dimostranti iniziano ad organizzarsi intorno a dei forum civici nei diversi centri coinvolti dalle proteste. Alcuni portali, come Bosnia-Herzegovina Protest Files, sono stati creati ex novo per pubblicare le richieste dei dimostranti.

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OT: La violenza sulle donne è una colpa di tutti

Il 25 novembre non è la giornata contro il femminicidio, bensì la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. C’è differenza. Innanzitutto la violenza sulle donne è (ahimè) un concetto molto ampio che comprende una lunga casistica di abusi fisici, psicologici, economici, normativi, sociali e religiosi che impediscono alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale. Se ci fermassimo all’omicidio, tutto il resto finirebbe giusto per fare volume, quasi a suggerire tra le righe che gli altri fatti “non sono poi così gravi” come si vorrebbe far credere.

In secondo luogo la stessa parola “femminicidio” sembra poco pregnante in termini di significatività. A parte che qui si parla delle donne usando la parola “femmina”, più adatto agli animali che alle persone, il vulnus sta nel fatto che mentre l’espressione “violenza sulle donne” detiene in sé soggetto, oggetto ed esecuzione, nel neologismo “femminicidio” non è presente né chi esercita la violenza né perché. Creando un vuoto semantico spesso colmato da luoghi comuni e pericolose semplificazioni.

Le parole servono a descrivere la realtà, ma talvolta la creano (o distorcono) pure. Perché confermano immaginari, consolidano visioni, cambiano la portata dei fatti finanche a smentirli. Qualche volta, poi, assorbono il disvalore dei comportamenti che invece sarebbero chiamate a biasimare, aprendo così la strada ad un ambiguo processo di giustificazione.

E’ vero che l’attenzione del lettore medio di giornali (specie peraltro in via d’estinzione: siamo il Paese occidentale che legge meno quotidiani in rapporto alla popolazione) non va oltre la seconda o terza riga, e di certo un’espressione diretta come “delitto passionale” fa presa molto di più rispetto ad una complessa disamina storica, psicologica e sociologica sull’argomento. Ma chi, come i giornalisti, ha la responsabilità dell’uso delle parole dovrebbe fare molta attenzione all’uso che ne fa. Invece la stampa ci dimostra ogni giorno quanto sia facile passare dalla cronaca nera alla normalizzazione della violenza che inquina i rapporti tra uomini/presunti cacciatori e donne/inevitabili prede.

Delitto passionale, violenza familiare, dramma della gelosia, raptus di follia. Tutte espressioni con cui sovente gli organi di stampa riassumono i casi di donne morte per mano di uomini. E tutte fuorvianti, per non dire ipocrite e assolutorie. Non soltanto perché esemplificano la realtà di fatti deprivandola del suo significato, ma perché si focalizzano sui sentimenti, sulle frustrazioni, sulla vita dell’uomo che ha compiuto violenza anziché sulla sofferenza patita dalla donna vittima. Così la comunicazione viene deviata in un racconto del fatto dal punto di vista del carnefice, il quale diventa paradossalmente  “più umano” e quindi vittima a sua volta. Come dire che allora l’omicidio di una donna è “meno grave” rispetto ad un altro avvenuto per rapina o per mafia in virtù del suo contenuto “sentimentale”. Del resto, in Italia il delitto d’onore era previsto dal codice penale ancora nel 1981, e a trent’anni di distanza i suoi echi sono ancora udibili nel sottobosco della società.

Così, per rimediare all’equivoco del femminicidio sminuito in delitto passionale, si alza la voce sul tema elevandolo ad emergenza sociale. Niente di più errato. In Italia le statistiche e i dati ufficiali mostrano che l’omicidio di donne da parte di partner o conoscenti non è diventata “un’epidemia” e in realtà non è nemmeno in aumento. Si uccidono meno donne nel Belpaese che nel resto d’Europa e agli altri paesi sviluppati. Il vero problema è un altro.

Quando si parla di “femminicidio” deve essere chiaro che non ci si limita ad indicare semplicemente l’omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna per il fatto di essere donna. La motivazione di genere come causa profonda della violenza. E qui si apre un altro scenario, perché ci obbliga a lasciare il caso singolo per allargare lo sguardo sulla condizione della donna in generale. Passando così dalla comodità del facile giustizialismo contro il “mostro” di turno alla necessità di riflettere sul modello educativo su cui la società stessa si basa.

Oggi consideriamo normale che vestire i maschietti d’azzurro e le femminucce di rosa, di regalare agli uni le automobiline e alle altre le bambole. In realtà si tratta solo di un paradigma culturale, che non è neanche universale. In altre parole, fin dalla più tenera età sono le scelte e i comportamenti dei genitori a forgiare la differenziazione di genere nei figli, talvolta fino ad esasperarla. E’ forse un caso che i Paesi dove la distinzione di genere viene rimarcata fin da piccoli (come in India, a causa del rigido sistema delle caste) sono proprio quelli dove le donne sono meno rispettate?

Troppo spesso trascuriamo di ricordarci che la distinzione di genere è il fondamento stesso della democrazia. Il contatto con l’altro sesso, non fosse altro che con con la propria madre, è il primo incontro di un soggetto con un essere distinto, con l’altro da sé. Il primo e fondamentale esempio di coesistenza degli opposti. Qui si gioca tutta la sua futura concezione del diverso e il suo grado di tolleranza nei confronti dello stesso. In genere gli uomini che non rispettano le donne, non rispettano neppure le altre forme di diversità: tendono cioè a discriminare anche omosessuali, stranieri e adepti di altre religioni. Questo basta a spiegare perché l’educazione al rispetto di genere debba essere una priorità in una società che si reputa civile. Già, che si reputa. Senza il rispetto per le donne la democrazia resta incompiuta. Ma può dirsi “civile” quella società che insegna alle donne a difendersi dagli uomini anziché insegnare agli uomini a non fare del male alle donne?

La violenza sulle donne è una colpa di tutti, non soltanto di chi la commette. Perché è in primo luogo la condizione delle donne d’oggi ad esserlo. Negli anni Settanta una nota psicologa americana diceva che le bambine sono allenate “alla” dipendenza e i bambini ad uscire dalla dipendenza, e a quattro decadi da allora lo schema non sembra cambiato. Se il punto di partenza è questo, non stupiamoci che il raggiungimento delle pari opportunità sia tuttora un miraggio.

* Post originariamente comparso su Val Vibrata Deal

In Tagikistan trionfa lo status quo

Emomali Rahmon è stato rieletto presidente del Tagikistan per la quarta volta. Secondo la Commissione elettorale centrale, il capo di Stato ha ottenuto l’84% dei suffragi, in una consultazione dove i votanti sono stati l’87% degli aventi diritto. Come per la maggior parte delle precedenti consultazioni elettorali dell’area post-sovietica, l’Osce ha definito le presidenziali tagike “non libere e trasparenti” in quanto caratterizzate da episodi di voto multiplo e irregolarità.

Il Tagikistan, ex repubblica sovietica incastonata in Asia centrale e divisa dalle catene montuose dell’Alai e del Pamir, che per lunghi periodi dell’anno fungono da naturale confine interno, è un Paese affetto da un endemico sottosviluppo: il suo pil pro capite è tra i più bassi al mondo e la sua unica risorsa (oltre alla scarsa attività agricola, visto solo il 7% della superficie è coltivabile, e alla pastorizia), è quella del narcotraffico. Il territorio impervio, la povertà e la debole legislazione hanno infatti reso Dushanbe un avamposto strategico del narcotraffico dei traffici illeciti da e verso l’Afghanistan, con il quale i tagiki condividono un confine di 1.200 chilometri.

A ciò si aggiunga che il Paese è retto da un regime palesemente corrotto ed inefficiente, attraversato da tensioni etniche sempre sul punto di sfociare in una guerra civile, alle prese con relazioni problematiche con i vicini, in particolare con l’Uzbekistan.

In realtà, esattamente come nel vicino Kazakistan, nessuno si cura delle lacune democratiche del regime tagiko, visto che in gioco c’è molto di più. Finora la progressiva instabilità del Tagikistan e del vicino Kirghizistan hanno suscitato l’interesse dell’Occidente solo perché Stati Uniti e Nato hanno basi logistiche nel Paese e la zona è via di passaggio per raggiungere le forze in Afghanistan. La questione afgana e la lotta al terrorismo, costantemente all’ordine del giorno presso le cancellerie occidentali, hanno sempre fatto chiudere un occhio sulle contraddizioni tagike, concedendo così a Rahmon l’opportunità di stabilizzare il proprio potere. Ora che la missione ISAF sta per concludersi, americani, russi e cinesi si contendono i favori di Dushanbe per garantirsi un posto al sole in Asia centrale. Secondo Limes:

Nello scacchiere geopolitico centroasiatico, il Tagikistan rappresenta una delle pedine più fragili: la pericolosa combinazione di autoritarismo, povertà, minacce alla sicurezza interna (come i sanguinosi combattimenti della Rasht Valley nel 2010 e nell’oblast autonomo del Gorno-Badakhshan nel 2012) e minacce derivanti dal vicino Afghanistan (con le infiltrazioni terroristico-jihadiste e il traffico di droga e armi attraverso il confine) mettono in serio pericolo la stabilità di questa repubblica.

Ciononostante, considerato il fatto che preservare la stabilità e la sicurezza regionale rappresenta un obiettivo condiviso di  Stati Uniti, Cina e Russia, il Tagikistan potrebbe beneficiare del loro attivismo locale al fine di vedersi garantita la propria sopravvivenza.

Nell’ottica statunitense, la stabilità del Tagikistan è funzionale al ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan nel 2014 in quanto parte del Northern distribution network – l’attuale corridoio di approvvigionamento per le truppe impegnate a Kabul – che sarà destinato a operare in senso inverso per completare il ritiro. Per la Cina, è una garanzia per preservare lo Xinjang da pericolose infiltrazioni terroristiche e per incrementare proficue relazioni economico-commercali bilaterali. Per la Russia, infine, rappresenta un argine al proliferare dell’islamismo radicale afghano lungo le proprie frontiere meridionali e al traffico di stupefacenti. Mosca prevede infatti di includere Dushambe all’interno dell’Unione Euroasiatica, così da consolidare la sua influenza nello spazio post sovietico.

Di fronte a questa situazione, il Tagikistan intende ricavare i maggiori vantaggi possibili attraverso una politica estera multivettoriale. Ma la sua debolezza economica e geopolitica, di fatto, vanifica ogni aspirazione.

Rahmon sarebbe infatti propenso ad accettare la proposta di Washington di ospitare una base militare statunitense nel territorio tagiko (ricavandone i proventi dell’affitto, cooperazione militare e maggiore peso politico regionale), tanto più a seguito dell’annunciata chiusura della base kirghisa di Manas.

Tuttavia, non ha la forza di superare la netta opposizione di Mosca, che si appella alla decisione comune assunta in ambito Otsc (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva) secondo la quale è fatto divieto, ai paesi membri, di ospitare basi militari di paesi terzi nel proprio territorio.

Sempre Limes, in luglio:

Mentre Washington probabilmente guarda a Tashkent come partner privilegiato e attende con qualche ansia lo sviluppo dei rapporti russo-tagiki anche alla luce della quasi certa chiusura della base kirghiza di Manas, la Cina ha sviluppato nel corso di questi anni una strategia di avvicinamento culminata nell’incontro del 19-20 giugno tra Rahmon e Xi Jinping a Pechino. Strategia che ha fatto titolare all’autorevole Jamestown Foundation questo commento sul summit: “China as lender of the last resort”.

Il Tagikistan è l’unico Stato con il quale la Cina ha sottoscritto un trattato che, previa restituzione di piccole porzioni di territorio, ha sanato la ferita ancora aperta dei famosi “trattati ineguali” di fine Ottocento. Poiché il paese è privo di risorse naturali, le avance di Pechino hanno esclusiva valenza geopolitica con l’intuibile scopo di aprire una crepa (oltre Myanmar) in un futuribile containment russo-statunitense.

Quanto al post-Isaf, sembra che la preoccupazione nata con l’intervento americano sia minore di quella della sua fine. In ogni caso, una propagazione del terrorismo di marca salafita con una destabilizzazione degli Stati centroasiatici non è tra i desiderata di nessuno dei tre grandi attori geopolitici così come un ulteriore aumento del già intenso traffico di armi e droga che vede come principali terminali le economie e le società degli stessi paesi.

Per Pechino, Mosca e Washington è probabilmente più logico preferire la stabilità dei regimi autoritari confinanti con Kabul ad un cambio di governo dalle conseguenze imprevedibili.

Cresce comunque la dipendenza di Dushanbe da Pechino. Nel 2011 i due Paesi hanno raggiunto un accordo per la ridefinizione dei rispettivi confini che prevedeva la cessione da parte del Tajikistan di un’area di 1.158 chilometri quadrati del Pamir, parte di una porzione più vasta che Pechino rivendicava da un centinaio d’anni. Da allora l’economia tagika è diventata sempre più legata agli investimenti cinesi, fino a diventarne succube. In settembre, ad esempio, la Cina ha siglato un accordo sulla fornitura di gas naturale al Tajikistan per 25-50 miliardi di metri cubi. Un progetto che secondo il governo tagiko permetterà di attrarre più di 3 milioni di dollari di investimenti. Ed è solo l’inizio.

In America le ideologie lasciano il posto alla richiesta di equità

L’elezione di Bill De Blasio a sindaco di New York ha avuto un grande risalto nel nostro Paese, non fosse altro perché il neo primo cittadino della Grande Mela vanta origini campaneIl vero elemento su cui riflettere, che ci offre un’idea su come gli Usa stiano cambiando, è invece un altro, e per inquadrarlo occorre dare uno sguardo anche alle due altre concomitanti elezioni in New Jersey e Virginia.
Secondo Enrico Beltramini su Limes:

I risultati delle elezioni parziali di ieri a New York, New Jersey (NJ) e Virginia rappresentano un rompicapo per gli analisti. Hanno vinto i democratici (Terry McAuliffe e Bill De Blasio) e i repubblicani (Chris Christie), i radicali (De Blasio) e i moderati (McAuliffe e Christie), gli outsider (De Blasio) e gli incumbent (Christie): è difficile trovare un filo rosso che leghi tra loro eventi così diversi e tra loro distanti.

Il dato politico di questi tre eventi elettorali mostrano un’America (o almeno una sua parte) preoccupata del crescente problema della diseguaglianza socioeconomicaLinkiesta approfondisce questo aspetto, mettendo a confronto i rispettivi contesti in cui queste elezioni hanno avuto luogo:

Il più significativo dei tre eventi elettorali è forse la vittoria a New York del 52 enne De Blasio con il 68 per cento delle preferenze e un margine di quasi quaranta punti sul suo avversario repubblicano Joseph J. Lhota la cui piattaforma elettorale si è basata su un messaggio di continuità pro-business con il predecessore Michael Bloomberg.

Sotto Bloomberg i livelli di diseguaglianza tra i cittadini più abbienti e quelli più poveri sono cresciuti di diversi punti percentuali e il numero di residenti in città sotto la soglia di povertà, secondo gli ultimi dati del censimento del 2012, è salito a 21.2 rispetto al 20.1 per cento di due anni prima portando il totale di persone sotto la soglia di povertà a 1.7 milioni. Non a caso De Blasio si è inserito nella corsa elettorale con il titolo del libro di Dickens A Tale of Two Cities (“Racconto di Due Città”). Queste sono la “New York reale” e “la New York della Finanza”. Mentre la seconda non ha bisogno di molte spiegazioni, la prima è la città dove il reddito medio delle famiglie è sceso dai $54,695 nel 2008 ai $50,895 attuali, dove il 14 per cento delle persone non ha copertura sanitaria, il 50 per cento di chi ha una casa spende il 30 per cento circa del proprio reddito su mutuo o affitto e il 21 per cento delle persone non arriverebbe a fine mese se non fosse per i food stamps, aiuti del governo che permettono di comprare beni di prima necessità.

Questa narrativa deve molto a quella di Occupy Wall Street e il suo slogan di un 99% opposto all’1%; e non a caso De Blasio ha difeso il movimento in diverse occasione e condivide alcuni suoi elementi di fondo: lotta alla crescente diseguaglianza e un incremento delle tassazione per chi guadagna di più, in questo caso per tutti coloro il cui reddito è superiore ai 500 mila dollari.

Appena al di là del fiume Hudson [New Jersey, n.d.a.] ha vinto invece Chris Christie, un personaggio del tutto diverso da De Blasio, ma pur sempre importante per captare l’umore dell’America di oggi. Il suo stampo politico pragmatico al di là delle narrazioni ideologiche ha attratto una base elettorale aliena al partito repubblicano di oggi: afro-americani, giovani, membri delle minoranza e donne.

Il successo di Christie (le percentuali finali sono state di 60 a 39) deriva in parte dalla sua gestione durante la crisi dell’urgano Sandy. In un momento in cui il partito repubblicano – guidato più dall’odio verso il Presidente che da una visione di lungo periodo – rifiutava qualsiasi compromesso sul debito, Christie si è lanciato anima e corpo nell’aiutare il titolare della Casa Bianca ed ha elogiato più volte il suo managment della crisi Sandy. Atteggiamento simile Christie lo ha mantenuto durante la battaglia sullo shutdown. In quei giorni il governatore ha duramente criticato il suo partito e definito «come un assoluto disastro» il risultato ottenuto con la strategia di ostruzionismo ad ogni costo.

Nelle stesse ore, appena più a sud, in Virginia, uno degli swing state più importanti, il candidato dei repubblicani Ken Cuccinelli ha perso di due punti percentuali contro il candidato dem Terry McAuliffe il cui messaggio elettorale è stato fortemente a favore del matrimonio gay, dell’aborto e della restrizioni sul possesso di armi da fuoco. Ma ciò che ha sorpreso di più numerosi osservatori è il cambiamento di uno stato il cui voto pende spesso in favore dei repubblicani e che il Gop pensava di poter conquistare con Cucinelli, politico vicino al Tea Party il cui principale messaggio elettorale è stato contro l’aborto, contro il matrimonio gay e a sostengo di Ted Cruz, il senatore del Texas responsabile dello shutdown dello scorso mese. Non solo. Cucinelli, il primo procuratore a contestare per vie legali Obamacare, ha improntato la sua narrazione elettorale sulla promessa di non far approvare la riforma della sanità del presidente nello stato, un messaggio che secondo i primi exit-poll ha poco interessato gli elettori e dovrebbe dunque far riflettere i repubblicani non solo in Virginia ma anche nel resto degli Stati Uniti.

Dalle urne è così emersa la realtà di un Paese stanco della retorica, delle contrapposizioni meramente ideologiche e delle estenuanti divisioni che non più tardi di un mese fa avevano portato allo shutdown del governo federale. Accantonata la logica degli schieramenti, il filo conduttore delle tre elezioni in esame è il desiderio di maggiore equità sociale. Aspetto su cui i due opposti partiti, ma in particolar modo quello repubblicano, dovranno riflettere in vista delle elezioni di midterm del prossimo anno.

Caso Cancellieri, in Italia anche i diritti più semplici sono già dei privilegi

Il Ministro della Giustizia ha ricevuto la notizia di una detenuta a rischio e ha segnalato il caso al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ha fatto bene o ha fatto male? Difficile da dire, e nel Paese delle mille contraddizioni è difficile dirlo di molte altre cose, ragion per cui non spenderò una parola sull’opportunità che lei rassegni le dimissioni o meno. Di sicuro, il (non) “caso della Cancellieri” è una perfetta sintesi del regresso socioculturale che da vent’anni contrassegna la cosiddetta Seconda Repubblica, e per due motivi.

In primo luogo, l’affaire Cancellieri (riassunto qui in dieci punti) certifica l’impossibilità nel nostro Paese di affrontare un dibattito pubblico senza schierarsi in due opposte tifoserie, che poi sono sempre le stesse: da una parte gli ultrà del centrosinistra e dall’altro quelli del centrodestra, in teoria divisi su tutto e in pratica tutti col naso all’insù verso la stella polare di Berlusconi.
Attraverso la discolpa per l’ex prefetto di Bologna, i berluscones (falchi, colombe o polli che siano)agognano l’indulgenza verso il loro Grande capo, inventando un parallelismo tra i due episodi semplicemente inconcepibile. Qualunque persona sana di mente sarebbe capace di distinguere tra un Ministro che sollecita un intervento per una detenuta a rischio della propria vita e un Primo Ministro che ottiene la liberazione di una prostituta arrestata per furto millantando una parentela con un Capo di Stato estero. O almeno, in un Paese normale chiunque lo sarebbe. Già, in un Paese normale.
Nessuno poi sembra cogliere una stridente incoerenza. In marzo, nel corso delle convulse trattative per la formazione del governo Letta, emerse l’evidente sgradimento del Pdl per la figura della Cancellieri. La ragione? Aver sciolto ben 33 comuni per infiltrazioni mafiose, quasi tutti amministrati proprio dal centrodestra, tra cui quello di Reggio Calabria - il più grande comune mai sciolto per mafia – retto da un sindaco Pdl, erede del governatore in carica Scopelliti. Oggi invece i pidiellini sono tutti con la Cancellieri. E’ la (mala) politica, bellezza.

Inoltre, nessuno nota che il caso Cancellieri è noto grazie a una telefonata intercettata dalla procura di Torino, una telefonata che non avremo mai dovuto nemmeno conoscere. Perché si tratta diun’intercettazione telefonica penalmente irrilevante, che per tale ragione non doveva essere trascritta né tanto meno pubblicata dalla stampa. Ma nessuno ci ha fatto caso. Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di intercettazioni solo perché inerenti alle vicende private di Berlusconi, dimenticando che l’intercettazione, codice di procedure penale alla mano, è un mezzo di prova. Dovrebbe servire al processo per dimostrare una colpevolezza, non ai giornali per vendere un paio di copie in più. Invece negli ultimi anni è diventato un mezzo di ricerca della prova, andando ben oltre i limiti consentiti dalla legge, e infine un mezzo di ricerca dello sputtanamento. Ma nessuno ci fa più caso. Anzi, chi nota queste anomalie finisce pure per essere assalito dagli ultrà del centrosinistra.

Inutile stupirsi. Ultimamente sembra diventato impossibile discutere di un tema senza dover per forza buttare tutto in vacca. La riflessione è bandita, e dunque largo agli slogan e alle (pseudo) ideologie; unico mezzo possibile per sintonizzarsi sullo stile espressivo (e cognitivo) dell’italiano medio.

Passiamo al secondo aspetto, a mio modo di vedere il più avvilente. Proviamo a farci delle domande, come quelle che il direttore del PostLuca Sofri si pone sul suo blog. Domande che a me ne fanno sorgere un’altra: in Italia un detenuto affetto da un problema deve per forza invocare il Ministro, senza che l’amministrazione penitenziaria contempli altre figure intermedie (es. il direttore del carcere o il personale di servizio) a cui rivolgersi? La Cancellieri ha più volte ribadito di essere intervenuta in oltre cento analoghi casi in tre mesi, ma i detenuti ospitati nelle carceri sono molti, molti di più (ufficialmente 65.891, ossia 18.851 in più rispetto ai 47.000 posti disponibili). Quasi nessuno dei quali con il numero privato del Ministro in rubrica.
Una volta si telefonava al potente amico per avere un favore. Non è il caso di Giulia Ligresti: per lei la scarcerazione era un diritto, stante le sue drammatiche condizioni di salute di allora. Lo stesso diritto che in teoria spettava e spetta a tutti i detenuti in analoghe condizioni. Un diritto, non dimentichiamolo, è una situazione di vantaggio che spetta a tutti; un privilegio, invece, è roba di pochi.  Ma se la Giustizia italiana - vuoi per deficienze amministrative, burocratiche, finanziarie, ecc. –  non è in grado di assicurare al sig. Rossi, lo stesso trattamento riservato a Giulia Ligresti, il riguardo della Cancellieri verso quest’ultima rimane un diritto o diventa piuttosto un privilegio?

L’Italia è ormai un Paese impoverito, prostrato da una crisi che la politica riesce a comprendere e figuriamoci ad affrontare, retto da una classe politica miope e autoreferenziale, incapace di qualunque pensiero originale o anche solo di empatia nei confronti di una popolazione disincantata e sempre più alla deriva. Un Paese giuridicamente e finanziariamente non più in grado di assicurare quei diritti inviolabili che l’art. 3 della Costituzione assegna a ciascun cittadino senza distinzioni di sorta, in cui si arriva a selezionare i beneficiari dell’intervento pubblico nell’impossibilità di provvedere ai bisogni di tutti. Selezione che, ovviamente, avviene in base alle conoscenze.
Se ieri l’intercessione di un potente garantiva dei privilegi, oggi invece basta appena a salvaguardare i diritti fondamentali della persona. Siamo caduti veramente in basso. L’imbarbarimento politico, amministrativo e culturale della nostra società ha fatto sì che in Italia perfino i diritti di tutti diventassero i privilegi di pochi.
E’ questa la riflessione più amara che il caso Cancellieri ci lascia.

Georgia e Repubblica ceca, dopo le elezioni è tempo di bilanci

Lo scorso fine settimana si è votato in Georgia e Repubblica ceca, dove le urne hanno prodotto risultati molto diversi e, almeno nel secondo caso, non ancora definitivi.

In Georgia le elezioni presidenziali chiudono l’era Saakashvili, iniziata nel 2003 con il processo democratico passato alla storia come Rivoluzione delle Rose.
Domenica, 27 Ottobre, Giorgi Marvelashvili, candidato della coalizione di governo Sogno Georgiano (il partito del premier Bidzina Ivanishvili, il più ostico avversario del presidente uscente), ha vinto le elezioni al primo turno, con il 63% dei consensi. Allo sfidante David Bakradze, ex-Presidente del Parlamento, candidato del Movimento Popolare Unito e vicino a Saakashvili, non sono andate che le briciole.
Ora il Paese volta pagina. Già con la vittoria di Sogno Georgiano nelle elezioni politiche di un anno fa, che portarono il miliardario Ivanishvili a capo del governo, la Georgia ha abbandonato ogni velleità di protagonismo mondiale puntando piuttosto sulla ridefinizione di un ruolo da leader regionale, con particolare attenzione ai rapporti con i Paesi confinanti, in primo luogo la Russia, ma anche Azerbaijan (Paese fondamentale per la diversificazione delle forniture di gas) e Turchia.
Di nuovo c’è che, in ossequio alla riforma costituzionale approvata lo scorso anno, lo Stato georgiano passa da essere una repubblica presidenziale a repubblica parlamentare.
Secondo Limes:

Si chiude amaramente la parabola di Saakashvili, con il suo pupillo relegato al ruolo di comparsa, dopo che già alle parlamentari dello scorso anno il suo Movimento nazionale unito aveva dovuto cedere il passo e i posti di governo al nuovo partito pigliatutto dell’oligarca Ivanishvili.

È proprio lui, Ivanishvili, il nuovo dominatore della politica georgiana, capace in 2 anni di ribaltare equilibri consolidati, grazie ai suoi miliardi, ma soprattutto agli errori del suo avversario. Saakashvili ha certamente il merito di aver dato un’accelerazione positiva alla transizione postsosvietica, spingendo la Georgia fuori dal tunnel della stagnazione, ma è colpevole per aver trascinato il paese nella guerra con la Russia del 2008 che ha portato all’indipendenza delle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. La regressione democratica del suo secondo mandato è stata decisiva perché l’elettorato gli voltasse le spalle, dando fiducia all’offerta politica di Ivanishvili e compagni.

Dopo il cambiamento della Costituzione approvato lo scorso anno, il ruolo del presidente sarà in ogni caso meno determinante, con i maggiori poteri in mano al primo ministro. L’asse istituzionale tra Margvelashvili e il premier Ivanishvili – e soprattutto il suo futuro successore, visto che quest’ultimo ha annunciato di volersi dimettere – costituisce però il motore con cui Sogno georgiano può affrontare da un lato la questione delle riforme interne lasciate a metà da Saakashvili.

Dall’altro c’é da riequilibrare la politica estera, cercando il dialogo con la Russia, dopo la rottura dei rapporti e l’incomunicabilità cronica tra Vladimir Putin e Mikhail Saakashvili. È questa la sfida più grande che il nuovo blocco di potere ha davanti a sé per evitare i fatali errori del recente passato.

Più intricata la situazione nella Repubblica Ceca: dalle elezioni anticipate non è emersa una maggioranza chiara. Sabato 26 Ottobre, il Partito Socialdemocratico Ceco ha ottenuto la maggioranza relativa con il 20,45% dei consensi (a fronte del 30% atteso), e, con esso, il diritto a formare una non facile coalizione di Governo.
Alle sue spalle si è piazzato il movimento moderato Ano (sì, in ceco) fondato dall’imprenditore post-comunista Andrej Babiš (18,65%), già definito come “il Berlusconi ceco“, davanti al Partito comunista di Boemia e Moravia (Ksčm), considerato la vera sorpresa della consultazione che ha ottenuto il 14,91% dei consensi. A seguire ci sono il partito liberal-conservatore Top-09 (Tradizione, Responsabilità, Prosperità) con il 12%, il conservatore Partito Democratico Civico con il 7,72%, il movimento Alba di una Nuova Democrazia Rappresentativa con il 6,88%, e l’Unione Cristiano Democratica-Partito Popolare Ceco, con il 6,78%.

Vista la frammentazione dell’elettorato fra 7 diversi partiti, siamo di fronte a un sostanziale pareggio che scontenta tutti e lascia il Paese nella totale ingovernabilità. Probabile terreni di scontro sarà la politica estera, data la presenza di partiti le cui idee rimettono in questione la posizione del paese all’interno dello spazio transatlantico, o con altri che strumentalizzano il tema dell’Europa a fini populistiVicini a Bruxelles paiono solo i socialdemocratici, che da tempo sostengono la necessità di firmare l’adesione al Fiscal compact.
Bagarre in vista anche per quanto riguarda la politica fiscale, visto che Babiš ha promesso di non aumentare le imposte mentre i socialdemocratici vogliono alzarle sia per i cittadini più abbienti sia per le società commerciali.
In attesa che un quadro istituzionale si delinei, tra i socialdemocratici è già iniziata la resa dei conti. Secondo La voce Arancione:

Nella giornata di martedì, 29 Ottobre, il Segretario del Partito Social Democratico Ceco, Bohuslav Sobotka, è stato estromesso dalle consultazioni per la formazione di un Governo di coalizione dal suo Vice, Michal Hasek.

La decisione, presa da un organismo interno del Partito, e che paventa anche il dimissionamento di Sobotka dalla guida dei Socialdemocratici, è stata accolta con fermezza dal Segretario, che ha sottolineato come egli possa essere cacciato solo con un voto a scrutinio segreto da parte del Comitato Centrale Esecutivo.

Oltre alla corrente interna di Hasek, vero regista dell’operazione anti-Sobotka è il Presidente della Repubblica, Milos Zeman: ex-Premier Socialdemocratico fuoriuscito dal Partito, che intende vendicarsi con l’attuale Segretario per il mancato sostegno alle votazioni parlamentari del 2003 e del 2013.

Nel 2003, i deputati Socialdemocratici -tra cui Sobotka- non appoggiarono Zeman, che pure aveva vinto le primarie interne al Partito. Nel 2013, nelle prime Elezioni Presidenziali dirette in Repubblica Ceca, vinte da Zeman, Sobotka ha supportato un proprio candidato, Jiri Dienstbier.

La guerra intestina ai socialdemocratici cechi ha provocato una doppia trattativa per la creazione di una colazione di Governo, che ha visto sia Sobotka che Hasek corteggiare il movimento moderato ANO dell’imprenditore Andrej Babis.

L’analisi più lunga e completa sulle elezioni ceche è offerto da Limes. Oltre ad un breve profilo di Babiš (considerato l’ago della bilancia di qualunque trattativa per la formazione di un governo) e delle strategie che i vari partiti stanno già mettendo in campo, è interessante questo passaggio sulla spaccatura tra la ricca Praga e la provincia povera:

La distribuzione geografica del voto ha marcato ancora una volta il divario che intercorre in Repubblica Ceca fra la capitale e il resto del paese. Praga costituisce infatti quasi uno Stato nello Stato, un’isola del benessere con tassi di disoccupazione contenuti (poco più del 4%, mentre la media nazionale è vicina all’8%), stipendi medi di quasi 35 mila corone al mese (circa 1350 euro, rispetto a una media nazionale di mille euro) e un tenore di vita complessivo ben al di sopra della media Ue.

Nella zona di Praga, ove risiede poco più di 1 milione di abitanti, sui 10 della Repubblica Ceca, si calcola che il pil pro-capite medio sia superiore del 72% a quello della Ue a 27 paesi (fonte Eurostat), mentre nelle restanti regioni inferiore di circa il 20% alla media Ue. Un divario che si riflette anche sulle aspettative di vita degli abitanti stessi, che nella capitale sfiora gli 80 anni, quasi 5 in più rispetto a regioni più povere come Boemia del nord e Moravia-Slesia.

Stati Uniti: shutdown e debt ceiling sono un problema politico, più che economico

In inglese esistono due parole per dire “politica”: politics e policy. Per politics si intendono le dinamiche attuate dai vari partiti o gruppi di pressione per riuscire a conquistare il potere politico: è la ricerca di consensi popolari, nonché la loro aggregazione verso soluzioni che siano accettate anche se non necessariamente ottimali. Essa riguarda il problema del potere e delle istituzioni. La policy, invece, è la ricerca di una via razionale per risolvere problemi complessi che coinvolgono società, economia e tecnologia: con essa si intendono le leggi o altri atti giuridici attuati dal potere politico per gestire la cosa pubblica. In altre parole, politics è ciò che precede il voto, dunque il dibattito politico; policy è ciò lo segue, ossia le decisioni.
Tralasciando il fatto che in italiano abbiamo una parola sola (“politica”, appunto) che rimanda sempre e costantemente alla politics, questa breve premessa di semantica inglese può aiutarci a inquadrare meglio altre due espressioni anglofone (“shutdown” e “debt ceiling“) molto in voga negli Stati Uniti in questi giorni.

Il problema dello shutdown

Democratici e Repubblicani al Congresso USA non sono riusciti a dotarsi del budget per il 2014: il fallimento delle trattative ha causato il famigerato shutdown, ossia la chiusura di molti servizi non essenziali del governo, a partire dalla mezzanotte del primo ottobre. Circa 800.000 dipendenti pubblici sono stati mandati a casa; chiusi parchi e musei (con tanto di multa a chi vi entra comunque), ma anche molti impiegati della NASA ed analisti di varie agenzie. In salvo sono invece i soldati, per i quali Obama ha emesso uno speciale ordine esecutivo. Alcuni Stati hanno riattivato i servizi sospesi accollandosene i costi. Limes illustra lo shutdown in 8 punti; il Washington Post elenca cosa funziona e cosa no.

Il disagio provocato dallo scontro politico sta avendo delle conseguenze sociali per tutti gli americani, ma sono soprattutto quelle economiche a pesare. Nel 1995 lo shutdown (durato 17 giorni) non causò problemi ad un economia che tirava; oggi lo stallo costa un miliardo di dollari al giorno e rappresenta un rischio per la ripresa. Se per ipotesi la crisi procede per 3 mesi (fino alla fine dell’anno, cioè), il suo costo per l’economia americana sarebbe esattamente uguale alla crescita prevista per quest’anno: 1,4%. I mercati tuttavia non hanno prestato troppa attenzione al problema mantenendosi relativamente stabili, probabilmente nell’assunto che un accordo, prima o poi, sarebbe stato trovato.

La bomba del debt ceiling

A preoccupare gli investitori è invece la questione del debt ceiling, ossia il tetto del debito. Se entro il 17 ottobre i politici statunitensi non raggiungono un accordo per alzare il limite di indebitamento federale, gli Usa risulterebbero insolventi sul proprio debito entro la fine di ottobre. In rete impazzano già analisi che vedono in questa eventualità un’apocalisse geoeconomica. Secondo Bloomberg, l’incapacità della principale economia mondiale di pagare i suoi debiti, una situazione senza precedenti nella storia moderna, devasterà i mercati finanziari da Brasilia a Zurigo, incepperà il meccanismo degli investitori, farà salire i tassi d’interesse dei prestiti per miliardi di persone e aziende, farà crollare il dollaro e lascerà gli Stati Uniti in una recessione che probabilmente diventerà depressione. Altre opinioni (come quella della BBC) sono meno catastrofiste, pur ammettendo la drammaticità della situazione.

Per rendere le cose ancora più complesse, la data in cui le casse del Tesoro saranno vuote non è certa, vista l’imprevedibilità dei pagamenti e degli incassi. In teoria la data limite sarebbe quella del 17 ottobre, a partire dalla quale gli Usa saranno formalmente in default, ma i politici potrebbero continuare a tergiversare anche dopo nella speranza che uno dei due contendenti ceda. Al momento si sa che, non molto oltre la fatidica data del 17 ottobre, il governo federale avrà abbastanza entrate fiscali per pagare solo il 68% dei suoi debiti, ma in realtà il  “giorno X” dovrebbe cadere tra il 22 ottobre e il primo novembre, date in cui sono previsti alcuni importanti pagamenti.

In teoria vi sono alcuni sistemi di protezione in caso di superamento del limite (es: dare priorità ai debiti e al pagamento degli interessi; violare la legge sul debt ceiling continuando semplicemente a emettere debito; oppure aggirarlo coinvolgendo la Fed attraverso una violazione del Federal Reserve Act), oppure la possibilità di ricorrere a trucchi di “cosmesi contabile per mascherare il superamento del tetto del debito, ma non vi è la certezza che nella pratica possano essere concretamente sfruttati. E comunque, anche un loro azionamento richiederebbe difficili decisioni politiche. Inoltre, praticare azioni simili (e analogamente con la decisione di isolare ulteriormente i politici Repubblicani) avrebbe conseguenze sulla futura indipendenza della Fed, dove alcuni repubblicani sono già molto critici per le politiche di quantitative easing – peraltro destinate a continuare, alla luce della nomina di Janet Yellen a prossimo Presidente della Fed.
In vista del 17 ottobre, l’agenzia di rating Fitch ha già avvertito l’America del rischio downgrade, che si tradurrebbe in un aumento dei tassi d’interesse sui titoli e dunque delle tasse.

E’ la politics, bellezza

Come si è arrivati a questa paralisi istituzionale? Semplicemente perché da due anni a questa parte ogni decisione in merito alle finanze pubbliche è diventata un problema di politics, e non di policy come dovrebbe essere.

A parole, i Repubblicani (o meglio, o quelli del Tea Party) non volevano che si arrivasse alla chiusura del governo federale; il loro obiettivo era impedire l’entrata in vigore dell’Affordable Care Act, meglio nota come Obamacare, Nei fatti, oggi il governo federale è “chiuso” e l’Obamacare è entrata in funzione.

Non che dei tentativi di mediazione non ci siano stati, ma le rispettive proposte risultano irricevibili. In base alla proposta inizialmente presentata dai Repubblicani al Senato, si era arrivati alla decisione di riaprire il governo fino al 15 gennaio e alzare il tetto del debito con scadenza il 15 di febbraio. Ma la maggioranza Repubblicana alla Camera dei Rappresentanti ha inasprito queste condizioni, sostenendo che il tetto al debito dovrebbe essere innalzato fino al 22 novembre prossimo, ovvero sei settimane, in modo da offrire spazi di trattativa più lunghi per sciogliere gli altri nodi sul complicato tavolo politico di Washington. La proposta non è in ogni caso risolutiva, poiché si limita a calciare la lattina più in là nel tempo, mantenendo il negoziato sotto costante ricatto.

E come in ogni contesa politica che si rispetti, non poteva mancare la guerra mediatica. Obama ha avuto gioco facile nello scaricare tutta la colpa sui Repubblicani, responsabili della crisi anche per il 70% degli americani, secondo alcuni sondaggi. Il GOP ha replicato con una campagna di falsi miti tutti tesi a screditare la l’onestà e la reale volontà di negoziazione dei Democratici, accusati di rifiutare qualunque intesa (nonostante siano stati proprio i Repubblicani a rifiutare ben 19 proposte di compromesso) nonché di voler favorire amici e accoliti a tutti i costi (nonostante siano notoriamente i Repubblicani quelli al soldo di magnati e multinazionali).

La questione del debito americano è lungamente trattata su Limes, da cui estraggo questo passaggio incentrato sul versante politico della questione:

Il tetto del debito venne introdotto per la prima volta nel 1917. L’aspetto più interessante, a giudicare dai recenti eventi, è l’obiettivo che portò alla sua creazione: semplificare il processo di emissione del debito. Da un lato, il Congresso svolge meglio il suo compito – previsto dalla Costituzione – di controllare le spese dello Stato. Dall’altro, l’esecutivo può vedersi approvato il proprio debito tutto in un’unica tranche.

La questione è stata a lungo più che altro una formalità, eccezion fatta per il 1979, quando in effetti gli Stati Uniti hanno conosciuto un breve default, il secondo nella storia dopo quello del 1812. Dal marzo 1962, il tetto del debito è stato alzato ben 74 volte, adattandosi progressivamente alle necessità sempre più grandi del crescente welfare statunitense.

Come si è arrivati alla crisi attuale?

La routine è terminata nel 2011. La maggioranza repubblicana alla Camera, uscita vittoriosa dalle elezioni midterm del 2010 grazie all’influsso conservatore dei Tea Party, si è rifiutata per la prima volta di approvare il rialzo del tetto del debito ponendo un’unica condizione: il presidente Obama avrebbe dovuto avanzare proposte concrete per la riduzione del deficit. I mercati sono andati nel panico, aspettandosi un default statunitense. Lo stallo è costato la perdita della tripla A nel rating e un aumento di 1,3 miliardi di dollari nella tassazione nell’anno 2011.

All’ultimo si è trovato un compromesso. Il tetto del debito sarebbe stato alzato ma, se l’amministrazione non avesse presentato un piano di bilancio credibile, all’inizio del 2013 sarebbero partiti in modo automatico aumenti delle tasse insieme a forti tagli alla spesa. Cosa che si è verificata puntualmente nel gennaio 2013.

Attorno al tetto del debito si sono giocate, e si stanno giocando, numerose altre partite in cui i contendenti hanno provato a forzare una vittoria unilaterale senza mai cercare un vero e proprio compromesso. Fiscal cliffsequester e shutdown sono stati nel corso dei mesi il frutto di negoziazioni fallite, rimandate o semplicemente mai iniziate. La seguente timeline ripercorre i principali fatti degli ultimi anni.

 Qual è la posta in gioco dello scontro? 

La questione del tetto è la protagonista dell’ultimo capitolo della polarizzazione politica che paralizza governo e Congresso. E porta all’apice uno scontro epocale.

Da una parte, i repubblicani vedono questa battaglia come il modo per limitare le enormi spese del governo federale. Forti della maggioranza alla Camera, si oppongono a qualunque aumento della spesa pubblica, sostenendo che per migliorare la situazione delle casse americane occorra tagliare le tasse. Diametralmente opposta è la posizione dei democratici, che hanno la maggioranza al Senato. Questi intendono risolvere la questione lasciando immutata la spesa ma aumentando le imposte, almeno per i redditi più alti.

Il risultato è un dialogo tra sordi. Peraltro aggravato dalla battaglia su Obamacare, la discussa riforma sanitaria, uno dei pochi successi della Casa Bianca. I repubblicani rifiutano di convalidare qualunque piano di spesa se prima non verrà cancellata, rinviata o comunque indebolita Obamacare, osteggiata dalla componente più conservatrice del Grand Old Party. Dal canto loro, i democratici sembrano non voler scendere a compromessi su una legge già entrata in vigore e che ha ricevuto il via libera dalla stessa Corte Suprema.

La radicalizzazione e l’incapacità di raggiungere un compromesso hanno anche radici geografiche. Con il fenomeno del redistricting, i singoli Stati disegnano i confini dei distretti elettorali per avvantaggiare uno dei 2 partiti. Così facendo creano però comunità compatte dal punto di vista politico. Di conseguenza, per farsi rieleggere, icongressmen sanno che la partita più dura è quella delle primarie interne al partito, dove spesso fronteggiano un avversario più a destra (per i repubblicani) o più a sinistra (per i democratici) di loro. Ecco perché in Congresso adottano posizioni estreme.

Un esempio: commentando la bozza d’accordo proposta dal Senato, il deputato repubblicano Tim Huelskamp, vicino ai Tea Party, ha definito “un gruppo di vigliacchi” i suoi colleghi senatori. Aggiungendo: “Chiunque approverà questo piano, si prepari ad affrontare una sconfitta alle prossime primarie”

Quello dei collegi elettorali è un tema interessante. Secondo Imerica:

perché i Repubblicani si possono permettere di arrivare a chiudere il Congresso, prendendo il Paese sotto ostaggio? Non hanno paura degli effetti elettorali di una tale scelta che a molti commentatori appare scellerata?

In effetti, no. O meglio, ai Repubblicani interessano e come gli effetti elettorali della scelta. Ma essi vanno nel senso opposto a quello che pensiamo noi. Infatti, i Repubblicani – ma, in misura minore, anche i Democratici- non fanno riferimento al corpo elettorale nella sua interezza, ma solo alla propria base. E la base conservatrice, che abita nei paesini dell’America profonda ed é infuocata dei dogmi dei tea party,  é totalmente contraria ad Obamacare, vista come un’intromissione indebita dello Stato nella vita dei cittadini. E’ solo a loro che rispondono i Repubblicani eletti; ed é solo a loro che risuona il ricatto dello shutdown


Il distretto 11 della California, disegnato in modo da avvantaggiare i Repubblicani. Fonte: Wikipedia

La causa di questo ‘ripiegamento su sé stesso’ del partito Repubblicano é da ricercarsi in una procedura ben precisa: il gerrymandering. Ovvero, la pratica diffusa di tracciare i distretti elettorali in modo tale che essi diventino quasi impossibili da vincere – o perdere – per un partito. Essa si basa sul fatto che il compito di tracciare i distretti è assegnato dalla Costituzione ai singoli stati, e in particolare al potere esecutivo detenuto dal Governatore: questo fa sì che ogni partito al potere in un dato momento sia spinto a disegnare i confini dei distretti in modo tale che essi comprendano più elettori del proprio schieramento e diventino, così, sicuri e al riparo dalla competizione di un altro partito. La conseguenza più evidente di cio’ é la forma bizzarra e irrazionale di molti distretti – nell’immagine, il distretto 11 della California. La tendenza ad una riduzione marcata della competività in molti distretti è testimoniata dal fatto che sempre più deputati in carica si aspettano di venire confermati ad ogni ciclo elettorale, qualunque sia lo stato d’animo dell’elettorato nei confronti del Congresso.

Un caso particolarmente esemplificativo di questo è dato dalle elezioni di midterm del 2010: esse si svolsero in un clima di profondo scontento nei confronti del Governo, manifestato dalle numerose proteste messe in atto dai gruppi del Tea Party, e si conclusero con il risultato più netto degli ultimi vent’anni, con 63 seggi che cambiarono di partito. Eppure, 63 seggi sono solo il 14% dei seggi totali! In ogni caso, molte analisi hanno riscontrato che i seggi estremamente sicuri, cioè in cui gli eletti sono confermati con più del 60% dei voti, sono aumentati dal 47% del totale negli anni ’60 al 62% di oggi.

Ecco quindi il motivo per cui si é arrivati a questo shutdown: la maggiore preoccupazione dei deputati conservatori non é il bene del Paese. E’ quella di essere rieletti dai loro distretti elettorali, fortemente conservatori. E per essere rieletti in un distretto conservatore, da elettori conservatori, devono farsi vedere inflessibili. Altrimenti, alle primarie del prossimo anno dovranno vedersela con un avversario ancora più di destra – e non é detto che la spunteranno loro. 

Riassumendo, shutdown e debt ceiling sono più un problema politico, di politics, che economico. O meglio: hanno un’origine politica, che però comporta anche conseguenze economiche. La metafora del braccio di ferro non potrebbe essere più calzante: si cerca di sfiancare l’avversario per indurlo a cedere. Il problema è che il tavolo intorno al quale i contendenti gonfiano i muscoli è rappresentato dall’economia americana.

Inutile formulare scenari su cosa potrà accadere. Vale la pena notare una cosa: in termini di politics, di politica nel senso “italiano” del termine, e nonostante il biasimo generale dei cittadini americani, i Repubblicani sono già vincitori. Lo sono da cinque anni, a giudicare da tutti quei provvedimenti promossi dall’amministrazione Obama ma che non hanno mai visto la luce o che sono stati svuotati di significato a causa dell’opposizione del GOP e della sua frangia estremista del Tea Party:

Per finire, secondo PolicyMic il dibattito su shutdown e debt ceiling dimostra che Alexis de Tocqueville si era sbagliato: il vero pericolo per la democrazia non è la cosiddetta “dittatura della maggioranza” teorizzata dal filosofo, bensì che una minoranza (il Tea Party) possa prendere in ostaggio il governo e condurre tutti, maggioranza compresa, verso un abisso senza uscita.

Azerbaijan e Kazakistan, per l’Europa l’energia conta più della democrazia

Mercoledì 9 ottobre Ilham Aliyev è stato rieletto per la terza volta presidente dell’Azerbaijan con l’84,5% dei voti. Il principale sfidante, Jamil Hasanli, ha ottenuto solo il 5,5% e ha denunciato massicce violazioni in tutto il paese durante la campagna elettorale e il voto.

Per la maggior parte degli azeri è stato un giorno come tutti gli altri, dato che i più avevano già smesso di credere che sia possibile avere elezioni libere ed eque. Tra gli elettori sembrava esserci voglia di cambiamento, ma in pochi credevano che questo fosse possibile. Ed ecco allora le due facce della medaglia: da un lato, la notorietà di Aliyev e l’impopolarità degli altri 9 candidati assicura una scontata vittoria all’attuale presidente; dall’altro, astensionismo, denunce di brogli e mobilitazioni degli attivisti all’estero testimoniano un dissenso comunque diffuso. in particolare l’elevato numero di denunce di irregolarità presentate, soprattutto online, dai cittadini azeri sono state la vera novità di queste elezioni.

Nonostante ciò, gli osservatori internazionali sono divisi: per l’OSCE le elezioni sono state macchiate dai brogli, per l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è invece tutto a posto. La ragione prova a spiegarla l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il forte contrasto che emerge tra questi rapporti di monitoraggio internazionali lascia perplessi e ci si chiede se tutto questo sia l’effetto della cosiddetta diplomazia del caviale, che ha spinto a lasciare indifferenti rispetto al processo di costruzione democratica del Paese.

Un rapporto pubblicato nel 2012 dall’ESI e titolato “La diplomazia del caviale: come l’Azerbaijan ha silenziato il Consiglio d’Europa” descrive dettagliatamente questa “diplomazia del caviale” evidenziando anche chi, in seno all’Assembla parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), sia “caduto” sotto l’incantesimo.

Prima che si tenessero le elezioni erano usciti numerosi articoli in cui si anticipavano di fatto i risultati. Ma si è andati ben oltre. La sera prima delle elezioni infatti, chi ha scaricato una App appositamente realizzata dalla Commissione elettorale centrale per diffondere i risultati elettorali, si è ritrovato già i nomi dei candidati con i rispettivi risultati ottenuti. La Commissione si è affrettata a intervenire, affermando si fosse verificato un disguido meramente tecnico, ma sulla credibilità della giornata elettorale è stato messo un grande punto interrogativo.

Ho già spiegato in passato che il futuro energetico dell’Europa dipende dall’Azerbaijan. Non c’è da stupirsi che Unione Europea e Stati Uniti abbiano promosso le elezioni presidenziali azere senza dar peso alle denunce di brogli: Il gas, il petrolio e la posizione strategica di Baku sono più importanti dei principî. Già l’Eurovision 2012 ci aveva dimostrato come  i soldi del petrolio bastino a tenere lontane le critiche.

All’Occidente va bene così, dato che non c’è niente che assicuri stabilità degli investimenti esteri più una dittatura. Secondo Limes:

L’Azerbaigian dispone di riserve di petrolio per 7 miliardi di barili e di circa altri 18 miliardi recuperabili. Per il gas si parla di 1,3 trilioni di metri cubi di riserve provate e di 4,4 trilioni recuperabili. Ma oltre alla quantità, che rimane comunque inferiore alle disponibilità dei principali paesi esportatori mondiali, è soprattutto la sua posizione strategica a farne una pedina di primo piano sullo scacchiere energetico a cavallo fra Europa e Mar Caspio.

È infatti nel settore del gas naturale che Baku è destinata a giocare un ruolo sempre più importante nei prossimi decenni, in concorrenza con quello della Russia. E con l’Europa che prova a smarcarsi da Mosca, l’Azerbaigian sarà un partner chiave anche per l’Italia. Basti pensare alla Tap (la Trans Adriatic Pipeline) che, attraversando prima la Turchia, porterà l’oro azzurro nel vecchio continente a partire dal 2019.

Il progetto della joint venture internazionale – costituita da Socar (20%), BP (20%), Statoil (20%), Fluxys (16%), Total (10%), E.on (9%) e Axpo (5%) – prevede la realizzazione di un gasdotto che dalla Grecia si muoverà verso occidente fino al territorio albanese e quindi al Mare Adriatico. La sezione offshore del metanodotto si irradierà dalla città albanese di Fier oltre l’Adriatico, collegandosi a quella italiana gestita da Snam ReteGas. Nella sua porzione iniziale la Tap risulterà invece interconnesso al Desfa, il sistema di gasdotti greco che, continuando verso oriente, sarà a sua volta connesso alle infrastrutture turche, così da garantire l’accesso dell’intera rete al giacimento di gas naturale azero di Shah Deniz.

Nell’ottica di questo e altri progetti (il primo dei quali è stato lo sfruttamento dei giacimenti offshore caspici di Azeri, Chirag e Guneshli a opera del consorzio Azerbaijan International Oil Company, partecipato dall’azera Socar e da altri gruppi internazionali) risulta chiaro come i rapporti tra Azerbaigian e Occidente saranno sempre più determinati dal fattore energetico.

In questo senso la stabilità assicurata dalla dinastia Aliev rappresenta la base migliore per una fruttuosa cooperazione, peraltro già comprovata, che nel futuro si farà – magari – sempre più stretta.

Un analogo discorso vale per il Kazakistan. Due anni fa scrivevo:

Oggi il Kazakistan è forse il Paese più stabile dell’Asia Centrale. Il 3 aprile il presidente Nursultan Nazarbayev, che guida il Paese dal 1989 in epoca sovietica, è stato rieletto per altri 5 anni con il 95,6% dei voti. Benché l’Ocse abbia denunciato brogli e irregolarità nel voto, in Occidente la rielezione di Nazarbayev è stata salutata con favore. Stabilità politica significa stabilità economica, e gli investitori esteri, che dal 1991 hanno impiegato oltre 120 miliardi di dollari nel Paese centroasiatico, lo sanno bene. Inutile indignarsi per la (consueta) doppia morale delle nostre latitudini.

Il caso Ablyazov ha messo in luce non soltanto l’importanza strategica delle relazioni economiche tra Italia e Kazakistan. ma anche la sudditanza di Roma nei confronti di Astana, capace di violare sia l’art. 10 della Costituzione che le più elementari garanzie del giusto processo pur di non mettere questo legame in discussione.

Perfino l’l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato l’arresto e l’espulsione dall’Italia della moglie e della figlia di Ablyazov, riscontrando una similitudine con la pratica illegale della extraordinary rendition.

Se però può consolarci, non si tratta di un’esclusiva del Belpaese. Secondo un rapporto di EUobserver, il Kazakistan si avvale nientemeno che dell’Interpol, il corpo di polizia comune con sede a Lione, per perseguitare i dissidenti politici esiliati nei Paesi della UE.
Alla faccia dei principi di libertà e democrazia di cui Bruxelles ama ergersi ad alfiere.