Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere

ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere

Per fermare l’ISIS, Siria e Iran bombardano l’Iraq

La mattina del 24 giugno, alcuni caccia non identificati hanno bombardato un mercato nella città islamista-detenuto di Al Qa’im nel nord-ovest dell’Iraq. Si tratta di una località prossima al confine siriano, recentemente caduta nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Data la prossimità con la Siria, si è pensato che si trattasse di velivoli dell’aviazione di Damasco, e due giorni dopo il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha confermato questa voce. Il premier ha detto di non aver chiesto l’intervento dell’esercito siriano, ma di aver accolto con favore la notizia del bombardamento. “Ogni aiuto contro l’Isil è il benvenuto”, ha dichiarato.

E aiuti, a quanto pare, ne stanno arrivando. Oltre alla Siria, anche l’Iran è pienamente coinvolto nella controffensiva per arginare i jihadisti.  Secondo il New York Times, l’Iran sta fornendo armi al governo iracheno per contrastare i ribelli. Non solo. Fin dai giorni scorsi, alcuni droni iraniani decollano da un aeroporto vicino Baghdad e per sorvolare l’Iraq in missioni segrete di sorveglianza, circostanza nota anche ai funzionari della difesa statunitense. Quindi il sostegno del Paese dei mullah non si limita all’invio di consiglieri militari già annunciato nei giorni scorsi, ma si sta sviluppando in una partecipazione diretta alle sorti del conflitto. Non dimentichiamo che nei giorni scorsi l’ISIS ha preso di mira una località (Qasre Shirin) alla frontiera tra i due Paesi, uccidendo due funzionari iraniani. Continua a leggere

ISIS lancia l’offensiva anche in Iran

Da giorni le tv di tutto il mondo ripetono come i militanti dell’ISIS proseguano la loro avanzata all’interno dell’Iraq, conquistando città e procedendo ad esecuzioni sommarie di militari e altri agenti di sicurezza catturati. Quello che quasi nessuno ha detto è che i jihadisti hanno sferrato un attacco anche alle guardie di frontiera iraniane vicino alla località diQasre Shirin, al confine con l’Iraq. Il fatto sarebbe avvenuto qualche giorno fa, ma si è saputo solo ieri attraverso il passaparola sui social media, stante la consueta censura di Teheran ogniqualvolta si verifichino incidenti di frontiera con Baghdad.

Tra le prove dell’avvenuto scontro circola questa fotografia dei corpi di due funzionari di Teheran uccisi. È probabile che sia stata anche la diffusione di questa immagine a convincere le autorità iraniane a fare chiarezza sui fatti di Qasre Shirin. Il primo a parlarne apertamente è stato Fath Allah Hosseini, deputato locale nel Parlamento iraniano, il quale tuttavia ha cercato di “minimizzare” la vicenda, ripetendo che le frontiere iraniane sono sicure e che in ogni caso i residenti di Qasre Shirin non temono un’avanzata dell’ISIS fino alla frontiera. In seguito, in una dichiarazione all’agenzia di stampa YJC, il generale di brigata Ahmad Reza Pourdastan ha confermato che l’incidente ha avuto luogo, aggiungendo però che gli aggressori appartenevano al Partito per la vita libera del Kurdistan, gruppo militante curdo conosciuto anche con l’acronimo Pejak. Continua a leggere

OT: In memoria di Alan Turing, scienziato della libertà

Possiamo vedere solo poco davanti a noi, ma possiamo vedere tante cose che bisogna fare.
Alan Turing

Il 23 giugno del 1912 nasceva Alan Turing, oggi considerato il padre del calcolo elettronico e dell’Intelligenza Artificiale. Morto suicida all’età di soli 41 anni, Alan Turing creò la macchina che consentì al controspionaggio britannico di decifrare i codici nazisti nel corso ella Seconda Guerra Mondiale. E’ stato proprio il suo decisivo contributo come crittoanalista a consegnare il suo nome alla storia.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i risultati fondamentali da egli ottenuti nella decrittazione finirono per condizionare l’esito della guerra, salvando la vita a migliaia di soldati alleati. I nazisti comunicavano attraverso codici prodotti da una macchina chiamata “Enigma”, che gli Alleati non erano in grado di decifrare. Ci riuscì proprio Turing, tramite una macchina – la “bomba” – messa a punto assieme ai suoi colleghi. Alla fine della guerra ne circolavano più di duecento esemplari. Grazie a questo prodigioso strumento, gli Alleati poterono decifrare le comunicazioni del Reich, riuscendo a trarli in inganno sulla data e il luogo dello sbarco in Normandia.

A onor del vero, gli storici hanno a lungo dibattuto sull’effettivo impatto delle intuizioni di Turing sull’organizzazione dello sbarco. La decisione del governo britannico di dichiarare la sua opera top secret impedì di svolgere un’analisi approfondita su tutta a vicenda, oltreché al grande pubblico di conoscere l’importanza del suo contributo. In ogni caso, per la Germania, la decrittazione dei messaggi targati Enigma sancì l’inizio della fine.

Invece di essere acclamato come un eroe, Turing fu perseguitato fino alla morte. Un giorno, dopo aver scoperto un’irruzione dei ladri nella sua casa, chiamò la polizia, la quale, nel corso dei sopralluoghi, trovò le prove della sua omosessualità, all’epoca considerata reato. Turing fu di fatto “scomunicato” dalle gerarchie accademiche. Nessuno volle più lavorare con lui. Subì un processo e fu condannato ad una terapia ormonale obbligatoria, che ebbe l’effetto di distruggerlo nel corpo e nella mente. Gli crebbe il seno e cominciò a soffrire di turbe psichiche. Alla fine, si uccise nel 1954 mangiando una mela intrisa di cianuro. Si dice – verità? Leggenda? La distinzione fa qualche differenza? – che il logo di Apple, una mela morsicata da un lato, sia un omaggio di Steve Jobs al genio di Turing, quando l’elogio pubblico del genio inglese era visto ancora come inopportuno. Continua a leggere

Anche la Cina alle prese con la minaccia jihadista

Contrariamente a quanto si pensi, il fondamentalismo islamico non rappresenta un pericolo solo per gli Stati Uniti e l’Occidente: anche la Cina deve fare i conti con questa minaccia.

Il 1° marzo, presso la stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia dello Yunnan, otto uomini armati di coltelli si sono scagliati contro la folla, compiendo in pochi minuti una strage: 33 morti e 143 feriti. L’agenzia di stampa Xinhua lo ha definito l’11 settembre della Cina. Alcuni mesi prima, precisamente il 28 ottobre, nella celeberrima piazza Tienanmen, a Pechino, una jeep si è lanciata a tutta velocità contro i passanti che si trovavano di fronte all’ingresso principale della Città Proibita, provocando la morte di cinque persone (i tre attentatori e due turisti). In un primo momento si era parlato di un attentato legato alla repressione cinese in Tibet, ma nei giorni seguenti la polizia ha arrestato cinque sospetti militanti islamici di etnia uigura.

Pechino gli uiguri, una convivenza difficile

Su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, la Cina conta circa 20 milioni di musulmani: meno del 2% della popolazione. Tra essi primeggiano proprio gli uiguri, un popolo concentrato nella regione dello Xinjiang. Attualmente costituiscono uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dal governo cinese: nonostante ci sia incertezza sui numeri, si può ragionevolmente supporre che 8 milioni circa risiedano in patria e 3 milioni all’estero.

Lo Xinjiang – “Nuova frontiera” in lingua cinese – comprende gli aridi deserti occidentali del Paese. Molti fattori ne indicano il forte collegamento con l’Asia centrale: cultura, economia, lingua e religione. Gli uiguri sono infatti una popolazione di stirpe mongola, turcofona e musulmana. Secondo la storiografia cinese contemporanea, lo Xinjiang rappresenta una inalienabile parte della Cina da più di un millennio, ma la sua conquista definitiva è avvenuta solo nel 1759. In seguito, nella regione si istituì un governo integrato nel sistema imperiale cinese e cominciò una massiccia immigrazione di funzionari e lavoratori Han da ogni parte del Paese. Un processo d’integrazione che avrebbe conosciuto un punto di svolta con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese da Con e le riforme di Mao Zedong. In analogia alle politiche etniche già attuate in Unione Sovietica, volte a spezzare l’omogeneità culturale, religiosa e storica delle minoranze interne con le popolazioni turche stanziate in Asia Centrale, l’identità uigura venne definitivamente codificata in una serie di provvedimenti legislativi, la cui attuazione venne affidata ai funzionari locali inviati dalla capitale. Continua a leggere

La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”. Continua a leggere

In Ungheria vince Vik­tor Orbán, finto nemico dell’Europa che conta

Pochi leader politici al mondo sono in grado di suscitare sentimenti più contrastanti di Viktor Orbán. E’ grazie a lui se, mai come quest’anno, le elezioni in Ungheria avevano attirato così tanto l’attenzione degli osservatori stranieri. Il voto a Budapest si prefigurava l’ennesima vittoria degli “euroscettici” e dei nazionalisti a meno di due mesi dalle elezioni europee, e così è stato. Il partito di governo Fidesz, guidato proprio da Orbán, ha infatti trionfato con il 44,4% dei consensi: circa l’8% in meno rispetto al 2010, ma sufficienti per garantire alla formazione al potere una maggioranza di due terzi nel parlamento (133 seggi su un totale di 199). Un dato che restituisce l’immagine di un’Ungheria letteralmente innamorata del suo premier, in stridente contrasto con quella di leader bugiardo e autoritario divulgata sulla stampa internazionale.

Va detto che, nello stesso Occidente, sono in tanti a pensare che il leader ungherese sia un coraggioso anticonformista in lotta contro l’Europa delle banche e dei grandi capitalisti. La sua filosofia economica, l’Orbanomics, basata sulla vendetta nei confronti degli istituti creditizi e sul prepotente ritorno dello Stato nell’economia, è vista da molti come la vera alternativa ai diktat delle grandi istituzioni finanziarie globali, in grado di garantire la crescita interna e l’equilibrio dei conti pubblici senza passare per lo smantellamento dello Stato sociale imposto dalla Troika.

I risultati del suo governo parlano di una crescita di un tasso di crescita previsto per il 2014 e per il 2015 del 2,1%: un miracolo, se pensiamo alla flessione del -1,7% registrata nel 2012; di un deficit di bilancio del 2,2%, contro un 2,7% previsto e comunque sotto il 3% per la prima volta dal 2004; di un tasso di disoccupazione è sceso all’8,6% dopo il record negativo (11,8%) dell’aprile 2013. L’attività manifatturiera (da cui dipende il 70% del PIL) è in forte ripresa, favorita da una politica dei tassi che ha portato la Banca centrale a tagliare il costo del denaro dal 7% di metà 2012 all’attuale 2,6%. L’inflazione è passata dal 5,7% di due anni fa all’1,7% di oggi. Persino l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha modificato il suo outlook sull’Ungheria da negativo a stabile.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? L’Ungheria sta davvero meglio rispetto a quattro anni fa? E poi, se Orbán è davvero un campione nella lotta contro l’economia dei poteri forti, come mai i risultati che ha sbandierato per vincere un secondo mandato (deficit, crescita, inflazione) sono gli stessi di cui si sarebbe vantata una paladina del rigore come Angela Merkel? Continua a leggere

Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Afghanistan, si fa presto a dire democrazia

Sabato 5 aprile si è votato in Afghanistan per eleggere il nuovo presidente che andrà a sostituire Hamid Karzai, eletto per la prima volta nel 2004 ma di fatto in carica dalla fine del 2001, dopo la caduta del regime dei talebani. La partecipazione al voto è stata molto bassa nelle zone rurali, dominate dai talebani. C’è stata una grande affluenza, invece, nelle città, dove gli aventi diritto si sono recati in massa alle urne, tanto che molti seggi hanno dovuto essere urgentemente riforniti di schede vista l’insufficienza di quelle già predisposte.

La grande attesa che circonda le elezioni presidenziali afghane è dovuta principalmente al fatto che si tratterà del primo esperimento di passaggio dei poteri da un presidente all’altro tramite elezioni.  Le presidenziali in Afghanistan sono considerate tra le elezioni più importanti del 2014: il loro esito non è importante solo per la politica afghana, ma anche per gli effetti che potrebbero prodursi sui soldati statunitensi ancora sul territorio afghano – che dovrebbero completare il ritiro entro la fine dell’anno – e più in generale su alcuni temi di importanza mondiale, come la lotta al terrorismo. 

Se paragonate a quelle del 2009, queste elezioni sono state un successo. Tuttavia si è votato in un clima di alta tensione, dovuto all’omicidio della fotografa tedesca Anja Niederghaus, già Premio Pulitzer, e alle minacce dei talebani. In tutto il paese si sono verificati episodi di violenza: un seggio su dieci non è stato aperto per motivi di sicurezza, nonostante fossero stati dispiegati circa 200 mila soldati per garantire la regolarità delle operazioni. Inoltre sono già 162 i ricorsi presentati per denunciare varie irregolarità nello svolgimento delle votazioni: riguardano il mancato accesso ai seggi, la mancanza di schede, l’esistenza di schede false e anche la denuncia di pressioni operate dai leader politici locali. In realtà le denunce di irregolarità sono state oltre mille. Continua a leggere