Il ruolo di Cipro nella guerra di Siria

Nei due anni in cui la guerra civile siriana si è protratta, esperti e commentatori di politica estera di tutto il mondo hanno passato al vaglio la posizione dei vari attori in gioco: locali (Turchia, Iran, Israele, Libano, Giordania), regionali (Egitto e petromonarchie del Golfo) e globali (Stati Uniti e UE da una parte, Russia e Cina dall’altra).

Poco o nulla si è invece detto su Cipro, nell’ultimo anno salita alla ribalta per i suoi problemi finanziari ma praticamente mai in relazione al conflitto siriano. Con ciò trascurando che Nicosia, in virtù della propria posizione geografica, della propria appartenenza all’Unione Europea, del fatto di essere per metà (quella Nord) sotto occupazione da parte dell’esercito turco, e della presenza di due basi militari britanniche (Akrotiri e Dhekelia), e in ultimo dei suoi stretti legami con la Russia, è pienamente integrata nello scenario di crisi.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il movimento di mezzi militari all’interno e intorno all’isola ha prodotto tensioni, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, nell’opinione pubblica greco-cipriota. Il portavoce del governo, Christos Stylianides, il ministro della Difesa, Fotis Fotiou, e il ministro degli Esteri, Ioannis Kasoulides, hanno cercato di contenere il senso d’allarme ribadendo che l’isola rappresenta un “centro di stabilità, pace e sicurezza” nella regione.

La crescita della tensione e la strategia di contenimento

Tali dichiarazioni sono state una replica alle preoccupazioni suscitate dall’arrivo di sei jet Typhoon britannici, all’inizio di settembre, e dalla missione di controllo, decisa con inconsueta rapidità, effettuata da due di essi nello spazio internazionale tra la Siria e Cipro, lo scorso 8 settembre. Come confermato dal ministro della Difesa britannico, due aerei da combattimento hanno attraversato lo spazio tra i due paesi, non rispondendo alle richieste d’identificazione provenienti da Cipro.

Gli esperti hanno interpretato l’accaduto come una risposta del governo siriano agli avvertimenti ricevuti dagli Stati Uniti e da altri paesi Nato. Gli aerei non identificati erano probabilmente due Sukhoi Su-24s di fabbricazione russa, dotati di armamento pesante.

Il 16 settembre un altro episodio è accaduto non lontano dall’isola, alimentando le tensioni nella regione. Un elicottero siriano, dopo essere entrato nello spazio aereo turco ed aver ricevuto un avvertimento da due jet F-16, è stato abbattuto all’altezza del confine tra la Siria e la provincia turca dell’Hatay.

Il senso d’allarme a Cipro è stato rafforzato dall’arrivo di una fregata francese nei dintorni di Larnaca, nella parte meridionale dell’isola, e di alcuni aerei francesi e statunitensi presso la base britannica di Akrotiri, nei pressi di Limassol.

Tutto ciò è parso difficilmente conciliabile con le parole di rassicurazione pronunciate dai rappresentanti della Repubblica di Cipro. Il portavoce del governo ha infatti dichiarato che in nessun caso l’isola sarebbe diventata una “base di operazioni militari”, e quindi un possibile bersaglio degli attacchi siriani. Alle sue parole ha fatto eco il ministro della Difesa, Fotiou, ribadendo che il ruolo della Repubblica di Cipro sarebbe stato limitato all’eventuale assistenza umanitaria, accogliendo i possibili profughi provenienti dalla Siria, dal Libano o da altri paesi limitrofi.

Fotiou ha aggiunto che proprio il riconoscimento di Cipro come territorio sicuro ha indotto i paesi coinvolti nello scenario di crisi a pensare all’isola come destinazione verso cui dirigere i propri cittadini in caso di necessità. Sarebbe contraddittorio, ha osservato il ministro, utilizzare come piattaforma d’attacco un paese d’accoglienza per le vittime del conflitto.

Tuttavia, alcuni analisti hanno osservato come sia difficile trascurare due dati di fatto: la vicinanza di Cipro alla costa siriana, a poco più di cento chilometri, e la presenza nell’isola, oltre alle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, di sofisticate apparecchiature di spionaggio. Cipro ospita infatti la Joint Service Signals Unit, una delle maggiori postazioni di sorveglianza al mondo.

In effetti, nei convulsi giorni di fine agosto, quando l’attacco missilistico a Damasco pareva imminente, Regno Unito e USA avevano messo in pre-allarme le proprie basi aeree sull’isola, ma il 31 agosto il ministro degli Esteri Kasoulides ha ribadito che “dall’isola di Cipro non partirà alcun attacco militare contro la Siria ed abbiamo ricevuto garanzie in questo senso”.

Casualmente, proprio il giorno prima la Russia aveva accettato di ristrutturare le condizioni del prestito di 2,5 miliardi di euro fatto a Cipro, richiedendo, fino al 2016, solo il pagamento di cedole semestrali con interessi (molto più accessibili) al 2,5% e rinviando la restituzione del capitale ai quattro anni successivi.

Altro che Gezi Park, la vera minaccia per la Turchia è la bolla economica

Come ho già detto, Gezi Park non sarà il principio di una primavera turca: difficile credere che le manifestazioni in corso ad Istanbul porteranno alla caduta del governo di Erdogan.
Tuttavia, il premier ha poco da star tranquillo, così come la sua nazione in generale.

Facciamo un salto indietro di un anno per rileggere un articolo pubblicato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso nel giugno dello scorso anno:

Durante la campagna per le ultime elezioni politiche che hanno segnato l’ennesimo trionfo del suo partito, L’AKP, Erdoğan ha reso pubblico un ambizioso programma da realizzare entro il 2023 quando la Repubblica turca compirà 100 anni: “La nostra economia sarà tra le 10 più importanti del mondo, il reddito pro-capite raggiungerà i 25 mila dollari, le esportazioni i 500 miliardi di dollari e l’industria darà il via alla produzione di automobili, velivoli e mezzi militari 100% made in Turkey”, ha annunciato il premier.

Il 28 maggio, ossia appena tre giorni prima che esplodesse la protesta ad Istanbul, il Guardian aveva definito quella turca un’economia fiorente in una zona pericolosa, basata sui fondamentali macroeconomici piuttosto che bolle o scoperte di risorse. Apparentemente la Turchia è dunque in rapido sviluppo procede come un treno in corsa verso gli obiettivi stabiliti per il centenario.

Ma lo sviluppo turco è davvero così irrefrenabile, e soprattutto, così solido?

In realtà, i dati macroeconomici mostravano qualche crepa già quando gli ambiziosi propositi di Erdogan furono pronunciati. Dopo due anni di crescita “cinese” – con ritmi del 9,2% nel 2010 e dell’8,8% nel 2011 – l’economia turca ha subito una brusca frenata l’anno scorso, cresciuta “solo” del +2,2%. Un risultato peraltro inferiore alle previsioni già in ribasso del governo di Erdogan, che aveva pianificato un +3,2%.

La repentinità e la dimensione di questa battuta d’arresto rivela la verità dei fatti: contrariamente a quanto sostenuto dal Guardian, l’economia turca è in gran parte gonfiata, e la rivolta del Gezi Park ne ha messo a nudo le contraddizioni. La prova è data dal crollo della borsa di Istanbul nell’immediatezza delle proteste.

Secondo l’International Business Times:

Ma se la protesta ha motivi sociali e culturali, prima che politici, se non vi è un pericolo di rivoluzione come in altri Paesi arabi nel corso della storia recente, e se l’economia è solida, come mai la borsa turca ha reagito con un tonfo dell’8 per cento in apertura nel corso della giornata di lunedì?

La risposta è che l’economia turca non è poi così solida come potrebbe sembrare e il governo sembra aver perso la spinta riformatrice che lo ha caratterizzato nei primi anni di attività, concentrandosi principalmente su provvedimenti di carattere “etico”, come il divieto di consumo di alcool, quello relativo alle effusioni in pubblico, la mano dura sulla stampa e altro. Sembra, insomma, che il governo abbia perso di vista l’economia, preoccupandosi invece di questioni di poco conto, almeno a livello economico, quando non addirittura negative per l’economia.

Nonostante la crescita ancora relativamente forte, infatti, il Paese inizia a scricchiolare: una crescita intensa come quelli degli anni passati è ovviamente insostenibile e, come nel caso cinese, è lecito attendersi un rallentamento nel passaggio da economia emergente a economia emersa. Vi sono poi alcuni indicatori statistici che destano preoccupazione: la Turchia è diventata sempre più dipendente dal finanziamento estero, il suo deficit nelle partite correnti è il peggiore fra quelli considerati nel database Eurostat (10 per cento, peggiore addirittura di quello greco, sia pure di poco), e ciò ha inevitabilmente approfondito una caratteristica tipica dell’economia turca.

La Turchia è una zona piuttosto turbolenta quando si tratta di movimenti di capitale: in una fase positiva di mercato gli alti tassi di profitto offerti da un motore che gira a pieno ritmo, come la Turchia, provocano l’afflusso di capitali esteri, facendo apprezzare la lira turca, aumentando l’import, quindi peggiorando la bilancia commerciale, senza dimenticare il rischio di gonfiamento di una bolla finanziaria; quando invece si teme di inizio di una fase negativa, i capitali invece spariscono rapidamente dalla territorio turco, causando una contrazione dei consumi, un rallentamento della crescita e ovviamente maggiori difficoltà a ripagare debiti.

I capitali, insomma, entrano ed escono vorticosamente da un Paese interessato da crescita turbolenta, con il rischio bolla sempre in agguato, pesantemente esposto alla volatilità globale per via del suo enorme deficit e che ha visto parte della sua strategia internazionale (quella rivolta ai Paesi arabi) spazzata via dalla Primavera. Ora le proteste mettono in discussione un governo già “distratto” da altre faccende, e questo non sembra il migliore biglietto da visita per richiamare e trattenere finanziamenti esteri. E questo è ancora più grave se si considera che l’economia turca è naturalmente più lenta nel rispondere agli shock, per via di vistose carenze sia per quanto riguarda il capitale fisico che quello umano. Non sembra il caso di creare preoccupazioni anche per quello finanziario.

Linkiesta spiega che i rischi per l’economia di Ankara trovano origine nel peso eccessivo dell’edilizia e della manodopera a basso costo sul totale del PIL:

L’immobiliare, cioè, non è un male – ci mancherebbe – ma se rappresenta una componente eccessiva del sistema economico, così come sta succedendo in Turchia, i problemi potrebbero arrivare presto. Prima di tutto, si potrebbe creare una bolla immobiliare. A seguire, la bolla immobiliare potrebbe scoppiare a seguito dell’esaurimento della scorta di turchi che accorrono a Istanbul. Non è un caso se la domanda di abitazioni si è stabilizzata, ma i prezzi immobiliari continuino a salire.

È quello che sta succedendo in Turchia? Sembra che il premier Recep Tayyip Erdogan avrà presto a che fare con problemi economici anch’essi di tipo cinese. Il paese offre manodopera a basso prezzo per produzioni estere, e sta cercando contatti con l’Europa per poter espandere la propria rete commerciale. Così, è incontestabile che l’economia turca sia cresciuta a passi rapidissimi negli ultimi anni (quasi al 10% nel dopo-crisi), ma dalla crisi stessa l’approccio adottato per la crescita è cambiato di molto. Tra il 2008 e il 2012, il Pil turco è passato da 742 a 786 miliardi di dollari, crescendo quindi di 44 miliardi; ma lo stock di debito verso l’estero è cresciuto di 56 miliardi, cioè più del Pil. Di questi 56 miliardi di aumento, ben 48 sono debiti a breve, a forte sensibilità speculativa.

Se ciò non bastasse, si può anche citare quanto sta succedendo nel settore bancario. La crescita ha una dipendenza molto evidente dall’espansione del credito – non ultimo perché esiste un sistema di banche “sharia compliant” che hanno interesse a seguire le politiche dell’AKP, il partito islamico-riformista di Erdogan. Il credito privato è cresciuto molto. La banca centrale ha dichiarato dalla fine del 2011 di voler stabilizzare la crescita del credito, ma ha agito poi in maniera equivoca: alla luce di un’espansione economica deludente nel 2012 (appena il 2,2%), il tasso d’interesse principale della banca centrale turca è stato ridotto dal 5,7% al 4,5 per cento. Nonostante questo, l’inflazione è rimasta bassa, scendendo addirittura al 6,13% in aprile – rispetto ad attese del 6,5%. I libri di economia vorrebbero che se si abbassa il tasso, l’inflazione rimanga almeno stabile, e l’economia cresca, ma il +1,6% registrato nel primo trimestre del 2013 non sembra promettere bene, soprattutto dopo due trimestri al +0,1 per cento.

La debolezza turca risiede nei fondamentali: dipende troppo dall’offerta di manodopera a basso prezzo e dai mercati esportativi. Un sussulto internazionale potrebbe portare al tracollo economico, e soprattutto sociale. Il paese è privo della rete di assistenza presente in Europa, e licenziamenti di massa non potrebbero essere assorbiti politicamente. Non si dimentichi che dalla crisi il tasso di povertà ha smesso di scendere – segno, in presenza di crescita, di polarizzazione economica. Più precisamente, con l’AKP in Turchia i più ricchi hanno ceduto quote di ricchezza alla classe media, ma gli altri sono rimasti indietro.

La Turchia potrebbe poi essere vittima del suo stesso successo: le esportazioni potrebbero far aumentare la lira turca, riducendo le esportazioni stesse. Se la banca centrale reagisce abbassando il tasso di cambio (che dovrebbe anche svalutare la lira turca sui mercati), è anche in reazione a questo fenomeno.
C’è quindi molta Turchia da scoprire oltre Istanbul. Non bisogna credere alla Taksim lucida dello shopping-mile e degli alberghi di lusso, ma a quella delle proteste. La reazione violenta di Erdogan è dovuta a questo: la consapevolezza che il suo partito fortemente ideologico può rimanere al potere solo con la crescita economica. Se il modello zoppica, il suo potere annaspa. C’è da sperare che la Turchia riesca a proseguire nel suo cammino di stabilità, ma per ora non c’è da fidarsi della Turchia.

E tutto ciò non è affatto una novità dei nostri giorni.

In sostanza, la crescita economica di Erdogan è solo una versione della “crescita” degli Stati Uniti post 2001 in salsa turca: l’espansione è avvenuta grazie alle laute elargizioni di denaro a buon mercato, alimentando un bolla edilizia e speculativa che un governo saggio avrebbe fatto bene a raffreddare, ma che al contrario Erdogan ha addirittura incentivato per garantirsi la rielezione. Ma per la stabilità di un sistema economico l’espansione creditizia non può – e non deve – mai durare a lungo. In Turchia, invece, va avanti da un decennio, e tutti i nodi stanno pian piano venendo al pettine.

Già nel gennaio 2012 Europa scriveva:

Il lato oscuro del miracolo economico turco sta cominciando a scalfire l’immagine scintillante del paese che Recep Tayyip Erdogan e i suoi uomini erano riusciti a creare. Dopo anni di crescita sensazionale, condita da primati in classifica e numeri da capogiro, l’economia turca sembra essere arrivata al punto in cui non è più possibile nascondere le crepe che il suo successo strabiliante, accecando, celava.
Il valore della lira, la moneta di Ankara, è via via sempre diminuito negli ultimi mesi. Sino a toccare il suo minimo storico nei primi giorni del 2012, quando è precipitato a quota 1,898 rispetto al dollaro. Goldman Sachs, preoccupata, aveva già fatto arrivare le sue raccomandazioni alla più grande banca del paese, la Garanti Bankasi, scrivendo nel suoreport che la Turchia «è esposta a un deterioramento delle dinamiche bancarie che possono portare l’economia turca sino alla recessione».
La Turchia si potrebbe così trovare a passare, nel giro di pochi mesi, dall’essere il paese che cresce di più dopo la Cina a dover innestare forzosamente la marcia indietro della decrescita. Dall’euforia dei primi della lista precipiterebbe, repentinamente, alla depressione degli ultimi della classe. Con conseguenze sociali drammatiche, e con una potente diminuzione delle sue ambizioni politiche.

Il ridimensionamento del successo economico turco, però, potrebbe avere delle conseguenze politiche altrettanto dolorose. La volontà di potenza di Ankara, la sua ambizione di diventare il centro nevralgico di un nuovo Medio Oriente, ne uscirebbe senz’altro ridimensionata. E il fascino del suo modello – che coniuga islam, istituzioni moderne ed economia di mercato – perderebbe molta della sua potenza di seduzione una volta che le piazze arabe si trovassero di fronte a un altro paese in preda a una crisi economica, come un qualsiasi paese dell’occidente capitalista. Finendo per rafforzare le obiezioni alla modernità degli integralisti islamici.
I problemi però non rimarrebbero confinati all’estero, ma avrebbero un risvolto immediato anche in patria. Dove in realtà sono già iniziati. Il processo di menomazione delle libertà e dei diritti che si sta registrando negli ultimi mesi in Turchia, con arresti ai danni di giornalisti e studenti, nonché l’imbarbarimento della lotta contro il terrorismo curdo, è il rovescio politico più evidente di una situazione economica che sta andando verso il peggio (unita allo stallo del processo di adesione all’Unione europea).
Il modo in cui Erdogan cercherà di togliersi dai guai – centralizzando ancora di più sulla sua persona il sistema turco, oppure aprendolo e correggendolo insieme alle altre forze della società – definirà non solo il suo terzo mandato alla guida del governo, ma l’intero senso della sua avventura politica. Per questo, l’economia non è solo economia.

Sempre nel gennaio 2012, l’Asia Times riportava un’analisi (da leggere per intero) di cui sottolineo questo passaggio:

Tra tutte le stupidaggini dette a proposito della cosiddetta primavera araba dello scorso anno, forse la più stupida è stata l’idea che le nuove democrazie del mondo arabo potessero seguire il modello turco.

In realtà, se aveste investito nel modello turco (cioè, sul mercato azionario turco) allo scoppio delle rivolte arabe, oggi avreste perso circa la metà del vostro denaro. Se lasciate il denaro in Turchia, probabilmente perderete il resto. La Turchia non è un modello. Si tratta di una bolla, e sta per rompersi, a cominciare dal mercato azionario e dalla moneta nazionale. Sto lasciando la Turchia non per una qualsiasi motivazione politica, ma perché è la politica economica del governo turco ad essere uno spettacolo di pagliacci.

Torniamo ora all’articolo dell’Osservatorio Balcani e Caucaso citato in apertura:

Scricchiolii

“Sebbene molti paesi europei che passano di crisi in crisi si ucciderebbero a vicenda pur di avere i problemi che ha la Turchia, tuttavia lo sviluppo economico degli ultimi anni è insostenibile” scrive Daniel Dombey sul Financial Times. Secondo il giornalista il principale problema dell’economia turca sarebbe rappresentato da un “disavanzo nella bilancia commerciale che rappresenta l’8-8,5% del Pil”. In altre parole Ankara esporta poco e importa troppo, soprattutto dall’Europa, e quindi si indebita. “L’UE rimane il primo partner commerciale del paese e la principale fonte di investimento” e considerando che la maggior parte dei paesi UE sta attraversando un periodo di crisi “la Turchia è in balia di eventi esterni che influiscono sulla quantità di investimenti che interessano il paese”.

Secondo l’Economist quella turca sarebbe un’economia “estremamente vulnerabile”. “Quando l’economia, a livello globale, attraversa una fase positiva c’è un forte afflusso di denaro verso la Turchia che offre alti tassi di profitto e la lira turca acquista valore, aumentano gli import e il disavanzo nella bilancia commerciale, ma quando gli investitori hanno paura allora i capitali escono dal mercato turco più rapidamente rispetto ad altri paesi, spingendo in basso la lira turca e provocando una riduzione della domanda interna”.

In altre parole gli investitori dei paesi ricchi dove i tassi d’interesse sono bassi investono “soldi caldi” in Turchia creando una situazione di benessere effimera, destinata a dissolversi quando, cambiato il clima, gli stessi investitori ritirano i fondi che prima avevano investito.

Inoltre l’economia turca, dopo anni di crescita a doppia cifra, dal 2012 ha cominciato a rallentare. Dopo l’aumento record dell’11,9% nel primo trimestre 2011, il Pil turco ha cominciato a crescere di meno fino ad arrivare a un ben più ridotto aumento del 3,2% nel primo trimestre del 2012. La locomotiva Turchia quindi ha rallentato, ma il paese di Atatürk continua a crescere. Lo sviluppo degli ultimi anni ha reso davvero la vita di tutti migliore?

Crescita e benessere

“Il tenore di vita e il livello di ricchezza delle famiglie dell’alta borghesia è sicuramente aumentata – spiega a Osservatorio Balcani e Caucaso Sevket Pamuk, storico dell’economia di fama mondiale e Presidente del Dipartimento di studi sulla Turchia della London School of Economics ­– allo stesso tempo è nata una nuova piccola borghesia, formata da coloro che sono emigrati dalle campagne dell’Anatolia verso le grandi metropoli turche come Istanbul, Ankara e Izmir per cercare un futuro migliore. Divenuti principalmente commercianti e piccoli imprenditori si sono arricchiti grazie alle politiche del Akp di Erdoğan di cui sono i più forti sostenitori. Diversa invece la condizione di operai, lavoratori non qualificati e dipendenti pubblici – sottolinea Pamuk – che non è migliorata di molto. Inoltre a un aumento seppur ridotto dei loro stipendi, fa da contraltare l’aumento del costo della vita nelle città e un’inflazione all’8,9% che rende impercettibile questo cambio”.

Per chi fosse interessato a grafici e tabelle, consiglio di leggere – e confrontare – due articoli sul Middle East Forum, think tank con sede a Philadelphia che segue le vicende mediorientali, sia pur dal punto di vista degli interessi americani:

1) Il “miracolo economico” di Ankara collassa, pubblicato nell’inverno del 2012;

2) L’economia della primavera turca, pubblicato nei primi di giugno;

concludendo con le ultime righe del secondo contributo:

Col senno di poi, gli analisti della politica turca potrebbero concludere che l’islamismo di Erdogan non è stato un nuovo inizio per la Turchia, ma piuttosto un ritardato tentativo di versare della colla islamica nelle crepe che minacciano di fratturare la società turca. Erdogan potrebbe avere già fallito. Una quota crescente di elettori turchi si è resa conto di aver fatto un patto con il diavolo, e che il diavolo non ha mantenuto la sua parte dell’accordo.

Per favore non chiamatela primavera turca

La proverbiale disattenzione che i media nostrani riservano alla pagina degli esteri comporta, quando di ciò che accade nel mondo non si può proprio fare a meno di parlarne, una lettura degli eventi superficiale e per lo più legata ad una serie di cliché consolidati.
Non c’è dunque da stupirsi che le manifestazioni in corso in Turchia vengano interpretate alla luce di uno tra i paradigmi più temuti (e abusati) dei nostri tempi: la protesta contro il pericolo di re-islamizzazione della società, a cui si contrappone lo spirito di autodeterminazione di una gioventù laica e cosmopolita. E non mancano poi gli audaci paragoni tra i giovani di piazza Taksim e quelli (non più fortunati) che due anni fa riempivano piazza Tahrir; paragoni dettati più dalla seducente assonanza tra i nomi che da una approfondita analisi sul campo.

Detto questo, proviamo a guarda le cose per quelle che sono.

Non è strano che la maggiore (ma non l’unica) sfida all’autorità del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan in quasi undici anni di potere sia cominciato come una piccola manifestazione ambientalista. Lo scontro sul parco Gezi nasconde infatti un regolamento di conti su altre questioni. Non soltanto il divieto sull’alcool, quello di baciarsi in pubblico o le altre manifestazioni di islamizzazione strisciante. A frustrare il presente della popolazione turca son piuttosto le pressioni sulle università, la repressione della libertà di espressione e in generale l’arroganza con cui il premier si è imposto pensando che il Paese gli appartenga solo perché ha avuto per tre volte la maggioranza dei voti.
In Turchia (qui una breve guida alla storia recente) si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere in democrazia. Perché la Turchia governata dall’Akp è un caso da manuale di come funziona una democrazia svuotata.
Gezi Park è la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un conflitto tra le componenti di una società spaccata che si protrae già da lungo tempo. Ma da qui a parlare di primavera turca ce ne corre.

Riporto qui alcuni contributi tra i (pochi) interessanti che si circolano in questi giorni. Continua a leggere

Si scrive Unione Europea, si legge divisione energetica

L’indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l’indipendenza economica; l’indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest’ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.
Per trovare un senso alle tante, troppe divisioni che lacerano l’Unione Europea dall’interno, riporto per intero questo editoriale di Gabriele Crescente su Presseurop, dal significativo titolo L’energia è politica:

A chi si chiede come mai il tentativo dell’Ue di trovare un accordo sull’embargo sulle armi alla Siria sia fallito in modo cosi imbarazzante, una piccola macchia sulle carte potrebbe offrire qualche risposta. È il gigantesco giacimento di gas South Pars/North Dome nel Golfo persico, a metà tra le acque territoriali di Iran e Qatar. Teheran, alleata di Damasco, vuole costruire un gasdotto attraverso la Siria per raggiungere le sponde del Mediterraneo e il ricco mercato europeo. Doha, il principale sponsor dei ribelli, ha un progetto rivale che attraverserebbe una Siria post-Assad e la Turchia con la stessa destinazione finale. Curiosamente, la degenerazione della crisi siriana all’inizio del 2011 è avvenuta pochi mesi dopo l’inizio dei negoziati per il progetto iraniano alla fine del 2010.

Attraverso i loro campioni nazionali Gdf e Shell, Francia e Regno Unito sono tra i principali partner dell’industria gasifera del Qatar. La Russia ha da tempo stretto un patto d’acciaio con l’Iran per contrastare i tentativi dei paesi sunniti del Golfo e dei loro alleati occidentali di rompere il suo quasi monopolio sulle forniture all’Europa. La Germania è legata alla Russia dal gasdotto Nord Stream, promosso dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, mentre l’italiana Eni è un partner chiave di Gazprom. Che Parigi e Londra abbiano idee diverse rispetto a Berlino e Roma sul futuro assetto della Siria sembra così un po’ meno sorprendente.

La crisi siriana non è l’unico scenario in cui l’energia ha spaccato l’Unione europea ultimamente. Il dibattito sui rischi per l’ambiente e la salute legati allo sfruttamento delle riserve europee di gas di scisto è sempre più pilotato dagli opposti interessi nazionali, e complicato dalle pressioni dell’industria nucleare russa e dalle incertezze della transizione energetica tedesca. Questa settimana la posizione dell’Ue nella disputa commerciale con la Cina sui pannelli solari è stata fortemente indebolita dal disaccordo tra Francia e Germania sull’imposizione di tasse doganali sull’importa zione dei prodotti delle industrie cinesi sovvenzionate dallo stato.

Dopo la smentita delle tradizionali teorie sul “peak oil”, il mondo sembra andare verso una rivoluzione energetica epocale. Gli investimenti nel gas di scisto e negli idrocarburi non convenzionali potrebbero rendere gli Stati Uniti autosufficienti entro il 2020, liberandoli dalle importazioni e dalle loro pesanti implicazioni geopolitiche. Lo scarso interesse di Washington per la crisi siriana ne è una prova. Se le recenti notizie dal Giappone si rivelassero fondate, lo sfruttamento dei diffusissimi idrati di metano potrebbe abbassare ulteriormente il prezzo dell’energia – per i paesi che vi hanno accesso.

Entro allora il pericolante sistema europeo di riduzione delle emissioni di CO2 avrà perso ogni senso. Per l’Ue proteggere la competitività delle sue industrie di fronte a concorrenti che pagano metà delle bollette della luce sarà sempre più difficile, specialmente se non troverà il modo di rendere convenienti le energie pulite. Ma soprattutto, energia e politica diventeranno indistinguibili. Tutta la retorica sulla costruzione dell’unione politica si ridurrà a una barzelletta, come sta già accadendo al maldestro tentativo di creare una diplomazia comune. I governi europei devono sedersi a un tavolo insieme ai rappresentanti delle loro industrie energetiche per mettere a punto una visione coordinata. Se non lo faranno, non saranno solo i federalisti europei a piangerne le conseguenze.

Sullo shale gas e delle divisioni che sta generando all’interno della UE ho già scritto. Per approfondire il tema della partita energetica in Siria si veda Limesdove si spiega come il futuro di Damasco sarà in buona misura determinato dagli idrocarburi.
Per quanto riguarda, invece, le altre partite energetiche in corso in Europa, nella ricostruzione di Presseurop manca un tassello che penso sia il caso di aggiungere.

A fine marzo ha sorpreso tutti l’improvviso clima di distensione tra Israele e Turchia. Dopo l’incidente della Mavi Marmara nel 2010 e le mancate scuse del governo israeliano, tra i due Paesi era sceso il gelo. Invece, nel corso della visita del presidente Obama a Tel Aviv, il premier Netanyahu ha contattato il suo omologo turco Erdogan per esprimergli le scuse del suo paese per l’accaduto di tre anni fa. Poco dopo un comunicato ufficiale del governo di Ankara dichiarava completamente normalizzate le relazioni tra i due Paesi.
Tutto bene, se non fosse che la riconciliazione tra i due più potenti e stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, contrariamente a quanto sostenuto dai media, non è stata merito di Obama.

In ballo c’è ben altro, come l’accordo per un progetto congiunto turco-israeliano per la costruzione di un gasdotto sottomarino che da Israele, via Turchia, esporti gas naturale verso l’Europa. Punto di partenza sarebbe proprio quel giacimento Leviathan che negli ultimi due anni ha contribuito non poco a rinfocolare le tensioni tra Gerusalemme e Ankara coinvolgendo anche Cipro.

Non è allora un caso che la vantaggiosa riconciliazione Israele e Turchia sia giunta appena un mese dopo la notizia che il gruppo turco Zorlu avrebbe avanzato un’offerta a Gerusalemme per costruire il gasdotto in questione. Perché Israele, il suo gas, ha fretta di venderlo, e i turchi hanno fretta di fare affari.
E non è un caso che l’allentamento delle tensioni tra i due Paesi sia coinciso con la crisi di Cipro, che tra i due litiganti ha fatto fuori il terzo, rendendo possibile un negoziato bilaterale. Questo dopo che in un primo momento Tel Aviv e Nicosia avevano stretto accordi che avrebbero facilitato la ricerca congiunta di giacimenti, la perforazione, lo sfruttamento, la distribuzione e la protezione degli stessi. Probabilmente più per mettere fretta ai turchi che per una reale volontà di collaborazione con i ciprioti. Da qui l’offerta del gruppo Zorlu per la realizzazione del progetto.

Con uno stato israeliano potenzialmente esportatore d’energia, le conseguenze geopolitiche nel levante Mediterraneo sarebbero notevoli. Gli idrocarburi diventerebbero per gli israeliani quell’arma strategica che non hanno mai avuto e che, viceversa, ha consentito ai Paesi arabi confinanti – notoriamente anti-israeliani – di avere uno strumento di pressione nello scacchiere geopolitico globale (chi non ricorda lo shock petrolifero del ’73?), inducendo non poche nazioni a limitare il proprio sostegno nei confronti di Gerusalemme. Per l’Europa, invece, un tale scenario segnerebbe la nascita di nuove fratture diplomatiche tra i suoi membri.
Con mezza Europa attaccata al rubinetto israeliano, dimezzato sarebbe anche il sostegno alla causa palestinese, di cui Bruxelles si è fatta carico con una piccola quota prevista nel bilancio comunitario, ma che potrebbe venire meno al primo pugno sul tavolo di Tel Aviv.

Se l’energia è politica, non stupiamoci che l’Europa energeticamente litigiosa sia anche politicamente divisa.

La morte delle tre attiviste curde e quell’accordo di pace con Ankara sempre più lontano

Il Post:

Da alcuni giorni si continua a parlare in Francia del caso delle tre attiviste curde uccise nella notte tra mercoledì e giovedì all’interno di un centro culturale a Parigi. Una di loro, Sakine Cansiz, era stata nel 1978 tra le fondatrici del PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori, considerato un gruppo terrorista dalla Turchia, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Tutte e tre sono state uccise con colpi di arma da fuoco: due di loro con colpi alla nuca, la terza con un colpo alla pancia e uno alla testa. Diverse migliaia di curdi – 15 mila solo oggi a Parigi, scrive Le Monde – hanno manifestato in questi giorni davanti al centro culturale dove sono avvenuti gli omicidi e in altre città della Francia. Le tre donne si chiamavano Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez e il loro omicidio è accaduto nelle stanze del Centro d’informazione del Kurdistan, nel X arrondissement di Parigi. I tre corpi sono stati trovati giovedì, ma è probabile che gli omicidi siano avvenuti il giorno prima. Il presidente della repubblica francese, François Hollande, ha descritto gli omicidi come «orribili» e ha dichiarato che conosceva personalmente una delle vittime – probabilmente si riferiva a Fidan Dogan, rappresentante in Francia del Congresso nazionale curdo. Il ministro degli interni ha dichiarato che si è «certamente» trattato di un’esecuzione. Su chi possa averla organizzata sono emerse finora due teorie.

Una larga parte dei 150.000 curdi di Francia è accorsa da ogni dove nella capitale per dimostrare la propria solidarietà alle famiglie delle vittime e agli altri militanti, altre proteste si sono svolte contemporaneamente anche a Marsiglia e a Strasburgo.
Al di là della cronaca, è interessante notare la tempistica in cui il fatto è avvenuto. L’eccidio a Parigi della co-fondatrice del PKK Sakine Cansiz pesera’ sulle possibilita’ di attuazione del piano che i negoziati segreti turco-curdi avevano faticosamente messo a punto poco prima che le attiviste fossero uccise. Globalist:

Le agenzie di stampa internazionali ci dicono che da qualche giorno esisterebbe una “roadmap” per avviare un soluzione del conflitto tra autorita’ turche e il popolo curdo che prevede anche il disarmo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Molti sono i punti in sospeso da analizzare per cogliere la reale portata di quello che sta accadendo.

Secondo fonti giornalistiche il piano prevederebbe che, in una prima fase, il PKK ritiri le sue forze dal sud della Turchia e, successivamente, deponga tutte le armi ancora in suo possesso. In seconda battuta ad alcuni verrebbe concesso l’esilio in Europa, mentre per altri, stanziati perlopiù nell’area dei Monti Qandil (nord-Iraq), sarebbe prevista un’amnistia generale che permetta loro di tornare in Turchia e di reinserirsi nella vita politica del Paese. Coloro che sono incarcerati in terra turca per connivenza con il PKK dovrebbero, invece, essere progressivamente rilasciati. Infine dovrebbe essere stanziata una forza di pace nel sud del Paese che garantisca la sicurezza dell’area durante la fase di transizione. Parallelamente dovrebbero essere promosse iniziative a sostegno del riconoscimento dell’identità curda e dovrebbe essere garantito il voto popolare per i governatori locali.
Questo piano lascia, però, alcuni problemi irrisolti senza la cui soluzione non si potrà proseguire nella messa in atto della tregua. In primo luogo è necessario sciogliere il nodo delle condizioni di detenzione di Ocalan. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha escluso la possibilità di ammorbidimento delle condizioni di isolamento o di concessione di arresti domiciliari per il leader curdo.

Ankara si è affrettata a dichiarare che si tratta probabilmente di un regolamento di conti tra fazioni curde, di cui la Turchia non è responsabile, e che in ogni caso l’episodio non interferirà con il processo di pace in corso. Ma la comunità curda in Francia punta il dito contro i Lupi grigi o i servizi segreti turchi. Ipotesi confermata da questa analisi del New York Times, dove oltre all’intelligence turca e alle fazioni curde che si oppongono alla pace con Ankara, si parla anche di un coinvolgimento dei servizi segreti siriani e iraniani.
In effetti, Damasco e Teheran ospitano entrambe una copiosa comunità curda avrebbero tutto l’interesse a destabilizzare Ankara dall’interno, in ragione dell’attivismo di quest’ultima nella crisi siriana. E’ sempre stato un gioco comune dei tre suddetti Paesi: reprimere i propri curdi e aizzare quelli degli altri. Il tutto sullo sfondo della crescente rivalità strategica tra Iran e Turchia, acuita il mese scorso dal dispiegamento di missili NATO lungo il confine turco-siriano.
In ogni caso, l’ipotesi “esterna” circa la responsabilità del massacro di Parigi, al di là dell’attuale quadro geopolitico e delle congetture che potrebbe suggerire, è ancora tutta da dimostrare.

Un background dell’irrisolta questione curda in Turchia si trova su Limes:

Le radici dello scontro tra curdi e turchi risalgono alla fine della prima guerra mondiale, nel massimo momento di affermazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

I curdi hanno caratteristiche socio-culturali che li distinguono nettamente dai turchi. La loro lingua è legata più al persiano che al turco; lo stesso si può dire per le loro origini, mentre i turchi hanno radici mongole; la loro organizzazione sociale fa di loro l’anima rurale (e, sotto alcuni punti di vista, ancora tribale) della Turchia.

A determinare probabilmente la polarizzazione delle posizioni tra Stato turco e comunità curda e la progressiva escalation dello scontro è stato l’approccio di Ankara alla questione. Le autorità turche non sono apparse in grado di affrontare la problematica da un punto di vista politico-diplomatico e socio-economico, relegandola a una questione di sicurezza nazionale e reprimendo con la forza le manifestazioni di dissenso della comunità curda. Nonostante le aperture promesse dall’attuale primo ministro Erdoğan, i curdi sono ancora privi di rappresentanza politica, in quanto i partiti di matrice curda sono vietati dalla Costituzione turca.

Il nodo della questione è di natura socio-economica: il sud-est della Turchia (il Kurdistan turco) ha un reddito pro-capite pari al 40% della media nazionale, un settore industriale ancora molto arretrato e carenti servizi di sanità e istruzione.

Il Pkk è considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia e da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Non è un mistero che, dal punto di vista di molti curdi, esso sia il rappresentante delle istanze della comunità nei confronti di Ankara, e che sia legittimato a ricorrere alla lotta armata di fronte alle politiche – percepite come discriminatorie – che la Repubblica fondata da Ataturk persegue nei loro confronti.

In una simile cornice, l’emigrazione è diventata una valvola di sfogo.

La differenza tra i primi anni del Novecento e oggi è che all’epoca a “emigrare” (sarebbe più corretto dire “auto-esiliarsi”) era la borghesia colta

I curdi che oggi vivono in Europa, al contrario, sono l’estensione naturale delle comunità rurali anatoliche. I legami con la propria terra sono molto forti e il senso di appartenenza alla comunità è accentuato.

È probabile che se il governo di Ankara ingaggiasse un dialogo più costruttivo con le comunità curde, includendo e non escludendo le formazioni partitiche che ambiscono a uscire dalla spirale di violenza e ad affrancarsi dallo stesso Pkk, molti cittadini curdi avrebbero un’alternativa valida tra i due tipi di violenza.

Armi libiche spedite in Siria. Cosa nasconde l’assalto di Bengasi

Un pool di analisti indipendenti è giunto alla conclusione che l’assalto al consolato americano di Bengasi nel quale ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens è stato reso possibile da una sistematica disorganizzazione e da condizioni di sicurezza totalmente inadeguate. Qui il rapporto completo. La sintesi de Il Post:

Nel proprio rapporto, la commissione ricorda che ben prima degli attacchi erano state inviate dall’ambasciata di Tripoli richieste al Dipartimento di Stato per aumentare le misure di sicurezza nel paese. L’intelligence è inoltre accusata di essersi dedicata all’analisi di singoli pericoli per i funzionari statunitensi in Libia senza tenere in considerazione un quadro più generale, dal quale emergeva con una certa evidenza il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Il rapporto cita come esempio diversi episodi avvenuti a Bengasi mesi prima dell’11 settembre come il crescente numero di omicidi, un attacco a un convoglio britannico e l’esplosione di un ordigno all’esterno di uno dei palazzi della missione diplomatica statunitense in Libia. Nei risultati dell’indagine ci sono anche critiche evidenti contro due uffici del Dipartimento, incaricati della sicurezza dei diplomatici statunitensi (“Diplomatic Security”) e dei rapporti con il vicino Oriente (“Near Eastern Affairs”), accusati di non essersi coordinati a sufficienza. Diversi funzionari sono stati anche accusati di avere svolto con scarsa efficacia le mansioni che erano state loro assegnate. Nella versione resa pubblica dell’indagine non ci sono comunque riferimenti a persone specifiche.

Chi ha negato aiuto?

Già qualche settimana fa Fox News ha rivelato che, durante l’assalto, gli uomini della CIA a Bengasi avevano chiesto rinforzi, ma qualcuno li ha negati. Secondo alcune voci, il presidente Obama avrebbe addirittura osservato l’attacco in tempo reale tramite le riprese dei droni dall’alto.

Nelle settimane seguenti, Limes ha rivelato che almeno una dozzina di velivoli da combattimento ha attraversato l’oceano nei giorni successivi all’assalto di Bengasi in direzione delle basi in Sicilia e a Creta. Gli Stati Uniti si tengono pronti per un attacco in Libia, ma l’operazione comporta rischi per almeno quattro motivi: non sa ancora bene chi colpire; c’è il rischio di alienarsi l’appoggio della Libia; manca una copertura legale per l’operazione; si potrebbe lasciare ai libici l’onere di occuparsi delle minacce libiche.

L’indagine indipendente commissionata dal Dipartimento di Stato ha già fatto cadere alcune teste. In seguito alla diffusione del rapporto, il responsabile della sicurezza per il corpo diplomatico del Dipartimento di stato americano, Eric Boswell, ha rassegnato le proprie dimissioni con effetto immediato. Secondo AP, si sono anche dimessi anche altri due funzionari del Dipartimento.

Il caso Petraeus

Inutile ricordare che le dimissioni più illustri sono state quelle del generale David Petraeus. Ufficialmente, l’uscita di scena di Petraeus è stata la conseguenza di un’indagine dell’FBI che voleva verificare una presunta violazione della sua casella email: sono state trovate così le missive con la sua biografa Paula Broadwell. Un terremoto partito dalle mail minatorie che la sua amante inviava a un’altra donna, percepita come una minaccia per la sua relazione. Il fatto è che i primi sospetti di una relazione con la Broadwell erano emersi già qualche mese fa; eppure il caso è scoppiato solo a novembre. Petraeus (qui la sua biografia mediatica) era un perfetto capro espiatorio nella vicenda dell’attacco dei jihadisti al consolato di Bengasi, utilizzando la giustificazione del tradimento coniugale tenuta a lungo nel cassetto. All’interno dell’agenzia si era fatto molti nemici, tutti avevano notato la sua assenza ai funerali di Stevens. Nella sua testimonianza, il generale ha puntato il dito sui vertici delle altre agenzie di intelligence federali, accusandole di aver modificato il primo rapporto CIA sui fatti di Bengasi in cui già si parlava di attacco terroristico.

Armi libiche verso la Siria

In realtà, c’è un motivo per cui tutti i rapporti che sull’affaire Bengasi sono così confusi. Oggi si sa che nella sede diplomatica agiva sotto copertura un nutrito staff della CIA, cui appartenevano ben 23 dei trenta funzionari in servizio presso il consolato (ammesso che fosse davvero un consolato). Gli altri erano in forza al Dipartimento di Stato. La missione, iniziata già poco dopo lo scoppio della rivolta nel febbraio 2011, aveva l’obiettivo di svolgere operazioni di antiterrorismo, oltre che di mettere in sicurezza gli armamenti pesanti rimasti (in)custoditi negli arsenali gheddafiani per evitare che cadessero nelle mani di jihadisti infiltratisi tra ribelli. Tuttavia quelle armi non sarebbero rimaste inutilizzate, poiché ci sono anche prove che i funzionari USA – in particolare, proprio l’ambasciatore Stevens – fossero a conoscenza dei flussi di armi pesanti dalla Libia ai ribelli siriani.

Ad esempio, si pensa ci sia qualche legame tra l’attentato di Bengasi e una nave libica con un carico di missili antiaerei SA-7-da 400 tonnellate, ancorata nel sud della Turchia, pronta per essere spedita ai ribelli siriani. L’uomo che ha organizzato la spedizione sarebbe Abdelhakim Belhadj, già noto alle cronache e collaboratore di Stevens durante la rivoluzione. Secondo Fox News, l’ultima riunione di Stevens prima di morire è stata con il console turco Ali Sait Akin per negoziare il trasferimento di tale carico. Poiché i funzionari intorno a Stevens erano quasi tutti agenti della CIA, l’agenzia di spionaggio era certamente a conoscenza del traffico di armi made in USA verso la Siria. E oggi si sa che i ribelli in lotta contro Assad sono composti in realtà al 95% da combattenti stranieri, anche qui con folte schiere di jihadisti al seguito (quiquiquiquiquiquiquiquiqui e qui), benché la presenza di al-Qa’ida sia ancora limitata (qui, qui e qui).

 

Molti hanno ipotizzato che la mancanza di misure di sicurezza adeguate fosse dovuta alla necessità per la CIA di mantenere un profilo basso, al fine di proteggere la propria copertura. I fatti hanno poi dimostrato come queste precauzioni sarebbero state necessarie tanto per l’ambasciatore Stevens quanto per la copertura stessa.

La guerra tra Siria e Turchia non ci sarà

Dopo il bombardamento di ieri al confine tra Siria e Turchia, costato la vita ad una cittadina turca e ai suoi quattro bambini, i giornali hanno paventato la possibilità di una guerra aperta tra Damasco e Ankara.
L’ONU e la NATO hanno condannato l’episodio, ma nel contempo il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato il governo turco a non rompere i legami con quello siriano. La NATO sostiene la Turchia, Paese membro dotato esercito per dimensioni dell’Alleanza, ma in ogni caso una risposta collettiva all’azione militare della Siria non ci sarà. Non c’è possibilità che le forze occidentali intervengano nella guerra civile in Siria; il perché l’ho più volte spiegato in questi mesi.
Eppure il Parlamento di Ankara ha già dato il via libera allo svolgimento di operazioni militari lungo il confine con la Siria. Un provvedimento che ha tutta l’aria di una dichiarazione di guerra, per quanto il viceministro turco si sia affrettato a smentire tale voce. Il confine turco-siriano è turbolento e, secondo quanto raccontato dall’ex agente della Cia Philip Giraldi, è frequentato dai servizi segreti di mezzo Occidente (non solo CIA) a supporto dei ribelli.

Di fatto, la Turchia è in guerra con la Siria già dall’inizio della sua rivolta interna. Ankara si è assunta da tempo l’onere di appoggiare la causa dei ribelli. Dobbiamo dunque aspettarci un nuovo conflitto in un Medio Oriente già in ebollizione? Razionalmente, no.
Lorenzo Trombetta su Limes spiega perché l’escalation militare non ci sarà:

Nell’ultimo anno la situazione in Siria si è fatta sempre più rovente dal punto di vista militare e la Turchia, membro della Nato, ha più volte fatto capire che non intende infilarsi nel ginepraio siriano. Nemmeno quando uno dei suoi jet è stato abbattuto da un missile terra-aria sparato dalla Siria.
La frontiera tra i due paesi è puntellata di regioni a maggioranza curda. Alcune sostengono la rivolta contro Damasco ma prendono le distanze dai ribelli arabi. Altri mantengono una posizione più defilata in attesa di capire chi sia il vincitore. Altri ancora, fedeli alla linea di quell’ala locale del Pkk dagli anni Ottanta cooptata dalla Siria in funzione anti-Ankara, sono ostili a ogni influenza turca nell’area. Nei giorni scorsi, due di questi miliziani sono stati uccisi in territorio siriano da fuoco turco: un altro episodio inedito che non ha però suscitato alcuna reazione a Damasco.
Ieri invece, le autorità siriane, per bocca del ministro dell’informazione Umran Zubi, hanno accusato implicitamente terroristi di aver sparato il mortaio letale in Turchia. Il ministro ha espresso le condoglianze alle famiglie delle vittime e al popolo turco, definito “fratello e amico”, invitando Ankara a un atteggiamento “responsabile”. “Individueremo con esattezza l’origine dello sparo del colpo di mortaio”, ha detto Zubi, citato dall’agenzia ufficiale Sana, ammettendo poi che quel tratto di confine non è più sotto il controllo delle autorità e alludendo alla presenza di al Qaida (sic).
A Tall Abyad, cittadina frontaliera a due passi da Akcakale - la località turca colpita ieri dal mortaio – si è vissuto stanotte un misto di timore e speranza. Alcuni sperano che un blitz o un raid mirato turco possa aiutare i resistenti siriani ad avere la meglio sulle forze fedeli al presidente Bashar al Asad. Altri temono che l’esercito turco possa entrare via terra: le divise militari di Ankara non sono ben viste.

La Turchia non vuole la guerra aperta, anche perché tale evenienza danneggerebbe la sua (non più florida) economia. Eppure è coinvolta nel calderone siriano più di qualunque altro Paese al mondo, non soltanto per privilegio di territorio o per il crescente legame tra la crisi siriana e l’irrisolta questione curda.
Cosa vuole davvero Ankara – o meglio, il premier Erdogan?

Contrariamente a quanto da molti ipotizzato, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalle primavere arabe. Non è stata in grado di elevarsi a guida delle nuove generazioni nei Paesi in rivolta, ruolo a cui peraltro Ankara aspirava. Anche nella guerra libica ha mantenuto un profilo defilato, ancor più marginalizzato dall’attivismo del Qatar. Nella bagarre post rivoluzionaria, l’emiro al-Thani foraggiava la Fratellanza Musulmana in Tunisia ed Egitto; idem i sauditi con le frange salafite. In questo quadro la Turchia si è ritrovata tagliata fuori dalla lottizzazione del Medio Oriente neo-democratizzato (leggi: re-islamizzato), cancellando di fatto il dividendo politico che Erdogan si era guadagnato negli anni presso la regione – innanzitutto per il suo sostegno alla causa palestinese e per il conseguente contrasto con Israele, culminato nell’episodio della Mavi Marmara del 2010.
Favorire la caduta di Assad e il successivo insediamento di un regime sunnita è per Erdogan una missione. Per il premier turco la Siria rappresenta la possibilità (l’ultima, forse) di porsi alla guida dell’universo sunnita, riunendo la corrente maggioritaria dell’Islam sotto la sua egida. E difficilmente Erdogan rinuncerà a questa ambizione.