La Serbia tra il martello di Mosca e l’incudine di Bruxelles

L’onda lunga della crisi in Ucraina si sta propagando fino a Belgrado. Il governo serbo, tradizionalmente vicino alla Russia ma in trattativa con Bruxelles in vista di una futura adesione alla UE, si trova sempre più in imbarazzo a causa della difficoltà di esprimersi in modo coerente sulla situazione.
Da un lato, c’è la situazione internazionale: il processo di euro-integrazione in corso imporrebbe alla Serbia di associarsi alle parole di condanna verso le iniziative di Mosca sin qui manifestate dall’Europa, ma il Paese balcanico non può correre il rischio di alienarsi le simpatie del Cremlino.
Dall’altro, però, la questione ucraina ha degli importanti riflessi di politica interna. La gran parte delle argomentazioni con cui la Russia ha preteso di legittimare l’annessione della Crimea si fondano sulla similitudine con il precedente del Kosovo. Abbiamo già detto che la Crimea non è il Kosovo, ma se Belgrado se dovesse appoggiare le rivendicazioni di Mosca andrebbe contro i suoi stessi principi di integrità nazionale secondo i quali questo è una parte della Serbia e dunque quella sarebbe parte dell’Ucraina.
Si tratta dello stesso paradosso  in cui è caduta la comunità internazionale, ma Da qui l’impossibilità di trovare una posizione coerente.

Come ricorda l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

per la Serbia la questione centrale collegata all’Ucraina è quella del Kosovo. Belgrado avrebbe in questo senso interesse a sostenere l’Ucraina e a contrastare la separazione della Crimea. Tuttavia ciò facendo entrerebbe in netto contrasto con la Russia. La Russia a sua volta è sempre stata contraria all’indipendenza del Kosovo ed ha sempre appoggiato la Serbia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma poi in Ucraina ha agito seguendo altri principi.

Sia la Russia che l’Occidente, ognuno con le proprie argomentazioni, affermano che il Kosovo e la Crimea non sono la stessa cosa. Alla Serbia aggrada però di più il punto di vista di Mosca secondo il quale il Kosovo non ha il diritto di separarsi dalla Serbia. In Occidente invece si riconosce il diritto all’autodeterminazione del Kosovo ma non quello della Crimea.

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Perché la Crimea non è il Kosovo

L’argomento principale con la Russia giustifica la secessione de facto della Crimea e il suo pronto ricongiungimento a Mosca è l’accostamento con il Kosovo, autoproclamatosi indipendente da Belgrado nel 2008. All’epoca Putin criticò duramente la decisione degli Stati Uniti, della Ue e di alcuni singoli Stati europei di procedere al riconoscimento di Pristina come nuova entità statale; oggi, invece, invoca quel precedente per giustificare la presunta regolarità degli eventi in corso a Sinferopoli.

Tuttavia il paragone è infondato per diverse ragioni. Innanzitutto per la modalità dell’intervento militare: se l’azione della NATO in Serbia nel 1998 è stata necessaria per arrestare il genocidio (reale) della popolazione albanese del Kosovo, la Russia ha giustificato l’occupazione militare per tutelare i diritti della popolazione russofona della Crimea sulla base di discriminazioni puramente immaginarie. Il russo è addirittura la lingua ufficiale in Crimea, e la penisola gode di un’ampia autonomia dal governo centrale dell’Ucraina, tanto da avere lo status di Repubblica autonoma. Certo, le rivolte a Kiev hanno visto la partecipazione di falange dell’estrema destra, tradizionalmente ostili alla minoranza russa, ma le tensioni tensioni nella capitale non avevano sfiorato la penisola che marginalmente. Non a caso, le proteste contro Yanukovich e la sua cricca infuocavano nella capitale e in altre città filooccidentali come Leopoli, ma non a Odessa, a Donestk e per l’appunto in Crimea, dove prevale la popolazione russa. Continua a leggere

Primavera bosniaca o autunno di Dayton?

E’ impressionante notare come le proteste più grandi e diffuse, quelle in grado davvero di interrompere l’inerzia di uno status quo, nascano spesso da episodi minori, dalle azioni di singoli uomini o da mobilitazioni inizialmente confinate in luoghi circoscritti. Si pensi alla Primavera araba, partita dall’autoimmolazione del giovane tunisino Mohamed Bouazizi.

In Bosnia sta forse accadendo qualcosa di simile. Il 5 febbraio a Tuzla, la terza città del paese e principale polo industriale, centinaia di operai scendono in strada per manifestare contro la chiusura di quattro industrie privatizzate nel corso degli anni Duemila e fino a ieri principale fonte di reddito per la città e per la sua popolazione. Organizzata via Facebook e partita come un raduno pacifico (agli operai si sono aggiunti disoccupati, ma anche studenti e gente comune in segno di solidarietà), la manifestazione degenera poi in violenti scontri con la polizia.

In poche ore le proteste subiscono brusca accelerazione, arrivando a contagiare un po’ tutti e dieci i cantoni in cui è suddivisa la Federazione di Bosnia-Erzegovina (una delle due entità in cui è suddivisa la Bosnia-Erzegovina; l’altra è la Republika Srpska). In cinque di essi le sedi cantonali vengono danneggiate (sebbene questi episodi vengano enfatizzati oltremisura dalla stampa; più avanti vedremo perché), costringendo le autorità ad evacuare quasi tutti i principali edifici istituzionali. In totale si svolgono manifestazioni in più di 30 città. Il dato più interessante è che tutto avviene senza alcun coordinamento né a livello locale, né tanto meno nazionale – l’unica eccezione è Tuzla, dove i manifestanti rendono nota una lista di richieste. Solo nei giorni successivi I dimostranti iniziano ad organizzarsi intorno a dei forum civici nei diversi centri coinvolti dalle proteste. Alcuni portali, come Bosnia-Herzegovina Protest Files, sono stati creati ex novo per pubblicare le richieste dei dimostranti.

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Bosnia, quando un censimento riapre vecchie ferite

Dal primo al 15 ottobre si tiene il primo censimento nella storia della Bosnia Erzegovina. L’ultimo risale al 1991, c’era ancora la Jugoslavia. Allora la Bosnia si chiamava Repubblica Socialista di Bosnia Erzegovina e aveva una popolazione di 4,4 milioni di persone così ripartita: 43,5% musulmani, 31,2% serbi e 17,4% croati.  In un Paese da secoli caratterizzato dalla convivenza di popoli e religioni diversi, questi dati avrebbero fotografato per l’ultima volta l’estrema complessità del tessuto etnico-confessionale bosniaco. Da allora è tutto cambiato: la guerra degli anni Novanta ha provocato lo sfollamento di metà della popolazione; più di 100.000 persone sono state uccise.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, i bosniaci residenti nel paese sarebbero oggi 3,8 milioni, 600.000 meno di 20 anni fa. Ma secondo Zdenko Milinović, direttore dell’Istituto Nazionale di Statistica della Bosnia Erzegovina, il dato della perdita di popolazione potrebbe essere ancora più rilevante: “Tutte le nostre stime ci portano a situare il numero della popolazione attuale tra i 3,3 e i 3,5 milioni“.

Con queste premesse, contare la popolazione significa inevitabilmente riaprire i capitoli chiusi con gli accordi di Dayton nel 1995.

Secondo Linkiesta:

Gli accordi di pace conclusi a Dayton, nel novembre 1995, avevano un solo scopo: far tacere le armi e preservare, allo stesso tempo, l’integrità territoriale della Bosnia Erzegovina, divenuta ormai uno stato indipendente. I trattati, che gettavano le basi della struttura istituzionale del Paese, non si premurarono di creare una Costituzione che ne garantisse la governabilità. A quello, si pensava, ci si sarebbe arrivati in un secondo momento: l’importante, dopo tre anni di combattimenti, era che le tre fazioni in lotta accettassero di convivere nello stesso Stato.

Negli ultimi vent’anni, la Bosnia Erzegovina è rimasta un paese paralizzato e gravato da pesantissime inefficienze istituzionali. La riforma degli accordi di Dayton, fino ad ora, si è rivelata una missione impossibile. L’equilibrio raggiunto in questi anni rischia però adesso di essere messo a dura prova, per il semplice fatto che il mantra del 1991, l’equazione fondamentale della Bosnia Erzegovina indipendente, verrà rimesso in discussione. Si scoprirà, molto probabilmente, che i Bosgnacchi hanno accresciuto il proprio peso demografico; ma anche che la percentuale dei Croati è diminuita (in molti, avendo anche un passaporto croato, hanno scelto di emigrare), rinforzando così le proposte nazionalistiche di chi propugna, come ’unico modo per tutelare la presenza croata nel paese’, la creazione della terza entità autonoma, l’Herceg-Bosna che le milizie dell’HVO (il Consiglio croato della difesa) tentarono di attuare negli anni novanta.

Verranno al pettine, inoltre, anche i nodi rimasti irrisolti dopo la fine della guerra: quelle realtà che, per molti versi, sono sotto gli occhi di tutti, ma che non sono mai state ufficializzate ’nero su bianco’. Si saprà, quindi, che la Republika Srpska è stata creata attraverso l’espulsione forzata dei non-serbi. Ma anche che Sarajevo, lungi dall’essere quella «Gerusalemme d’Europa» di cui spesso di parla, è diventata una città a schiacciante maggioranza musulmana. O che, ancora, a Mostar non vivono più Serbi, che rappresentavano circa il 18% della popolazione nel 1991.

Dopo ottobre, insomma, la Bosnia Erzegovina sarà costretta a confrontarsi con l’immagine reale di se stessa. Inevitabilmente, questa prospettiva ha fatto sì che si scatenasse un vero e proprio revival nazionalista attorno alla questione. I politici hanno insistito, nonostante le raccomandazioni dell’Eurostat (che coordina il progetto), affinché nel questionario comparissero le domande relative alla lingua, alla religione e all’affiliazione nazionale. Non sarà obbligatorio pronunciarsi, ma da più parti si sono fatti sempre più insistenti gli appelli a rispondere «nel modo giusto». Soprattutto per quanto riguarda i Bosgnacchi, che sono evidentemente quelli che hanno più da guadagnare dal censimento, provando di essere il gruppo etnico dominante.

Il rischio delle elezioni

La situazione, già complicata, è ancora più tesa per il fatto che, probabilmente, il censimento non avrebbe potuto essere convocato in un momento peggiore. La situazione nel paese è andata aggravandosi nel corso degli ultimi anni. Il Consiglio dei ministri, formato a fine 2011 dopo estenuanti trattative durate 14 mesi, non ha saputo finora promuovere le leggi necessarie a smuovere il paese dalla sua profonda crisi economica, nella quale sta soffocando per colpa di un crescente indebitamento internazionale e di un numero di disoccupati che si aggira attorno al 30% della popolazione.

In questo scenario desolante, il prossimo anno si tornerà alle urne, dopo che già le elezioni amministrative del 2012 avevano premiato i partiti nazionalisti. «Il rischio concreto», dice Lajla Zaimović-Kurtović, dell’Ong ’Iniziativa per la libertà d’espressione’, «è che i risultati del censimento siano resi noti in concomitanza con la campagna elettorale». E che, quindi, la situazione possa degenerare. «Non possiamo evitare le pressioni nazionaliste all’interno dell’opinione pubblica», conclude: «ma spero vivamente che non facciano troppi danni. Questo censimento è davvero necessario, per il bene del Paese».

I principali partiti temono questo appuntamento per la possibile affermazione di un concetto di cittadinanza civile, e non nazionale. Per questo non manca chi accus Un nutrito gruppo di organizzazioni non governative, infatti, sta portando avanti attività volte ad invitare i cittadini della Bosnia Erzegovina a definirsi nel censimento liberamente e senza pregiudizi, anteponendo i fattori di identificazione civili e statali rispetto a quelli nazionali.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

La Commissione Europea vuole sapere quanti sono i bosniaci, quale il loro livello di istruzione, l’età media, la distribuzione sul territorio, la ripartizione di genere e le altre informazioni che nel resto d’Europa vengono normalmente censite ogni 10 anni. In Bosnia Erzegovina però, al centro del dibattito sul censimento non ci sono questi dati, ma tre domande: la 24, la 25 e la 26. La prima chiede ai cittadini di indicare la propria nazionalità, la seconda la religione e la terza la lingua materna.

Il paradosso, in un paese che si chiama “Bosnia Erzegovina”, è che non ci sarà una casella con scritto “bosniaco erzegovese”. “Abbiamo solo tre popoli costitutivi”, spiega Milinović. “Se uno vuole segnarsi come bosniaco erzegovese può farlo, ma dovrà scriverlo nella casella aperta”.

Oggi però chi sceglie di identificarsi con un’opzione “civica”, rifiutando quella etnica, oltre ad essere una minoranza è anche un cittadino di seconda categoria. Secondo la Costituzione stabilita con gli accordi di pace di Dayton, infatti, gli appartenenti ai cosiddetti tre popoli costitutivi, serbi, croati e bosgnacchi [bosniaco musulmani], hanno più diritti degli altri, in particolare per quanto riguarda l’accesso ad alcune cariche elettive. Un meccanismo di rappresentanza etnica sovrintende anche all’impiego pubblico. Le quote si basano su proiezioni che si rifanno al censimento del 1991. Questa versione “etnica” della democrazia è uno degli aspetti che rendono particolarmente delicato l’attuale censimento.

A oltre vent’anni dalla fine della guerra la Bosnia non riesce ancora a voltare pagina. Il censimento è stato solo l’ultimo di una lunga lista di elementi che, nel corso del 2013, hanno risvegliato i vecchi fantasmi del conflitto. Il 6 settembre la Corte suprema dell’Aia ha confermato la sentenza che accertava la responsabilità dello stato olandese nel massacro di Srebrenica, riaprendo uno dei capitoli più dolorosi della guerra. Il 12 settembre il Parlamento Europeo ha votato un dispositivo di legge che rende possibile il ritorno temporaneo dei visti per i cittadini dei Balcani occidentali in situazioni d’emergenza. La misura riguarda in particolare la Bosnia Erzegovina, la Serbia e la Macedonia, Paesi che fanno parte della cosiddetta “lista bianca” di Schengen e da poco beneficiano di un sistema agevolato di visti.
Nei mesi scorsi abbiamo assistito alla cosiddetta Beboluzione, la protesta di migliaia di cittadini contro un parlamento incapace di produrre una nuova legge che attribuisse i numeri d’identificazione (l’equivalente del nostro codice fiscale) ai bambini nati dopo il 12 febbraio di quest’anno, quando la legge precedente – che in ossequio agli accordi di Dayton prevedeva i comuni recassero la doppia denominazione in serbo e in bosniaco – è stata sospesa dalla Corte costituzionale.
Pensiamo poi alla Vijećnica, l’ex biblioteca nazionale della Bosnia Erzegovina e simbolo della sua capitale Sarajevo: distrutta dai serbi nel 1992, è stata ricostruita con cinque milioni di euro stanziati dall’UE. Ma la sua rinata presenza continua ancora a dividere i nazionalisti (serbi, croati o musulmani che siano) che premono per una maggiore autonomia da quanti invece vorrebbero veder risorgere un emblema della storia comune del Paese.

Infine, c’è una relazione di diretta proporzionalità tra la stasi politica e quella economica. La classe dirigente non fa più riforme, l’economia non cammina, la prospettiva europea rimane lontana. Sarebbero addirittura circa mille le leggi da emendare per adeguare l’ordinamento a quello comunitario, ma nessuno provvede. L’unico piano che in questi anni è andato avanti è stato quello delle privatizzazioni: mezzo milione di disoccupati, una valanga di aziende chiuse e un numero imprecisato di persone arricchite ne sono stati il disastroso risultato.

Balcani, le rivolte dimenticate

Da diverse settimane l’Europa orientale è in pieno fermento. Cortei di manifestanti attraversano le principali piazze di Sofia, Lubiana, Sarajevo e delle altre capitali dell’Est, tutti inneggianti contro la corruzione, il malgoverno e l’«autoreferenzialità» di classi politiche tacciate d’incompetenza, se non addirittura di vera e propria disonestà. Nell’Europa un tempo socialista, la legittimità dei vari governi è stata messa in forse un po’ ovunque. Eppure, al di fuori del perimetro dei Balcani, nessuno ne parla. Da un lato perché, com’è inevitabile, l’attenzione dei media internazionali è tutta concentrata sull’instabilità egiziana di ieri e sui vènti di guerra in Siria d’oggi. Dall’altro, tuttavia, emerge l’evidente contrasto tra le immagini degl’indignados spagnoli di due anni fa, trasmesse dai TG di tutto il mondo, e il silenzio sulle analoghe manifestazioni al di là dell’ex cortina di ferro.
Cercheremo qui di narrare quanto accade nell’altra metà dell’Europa.

Partiamo dalla Bulgaria, dove l’ondata di manifestazioni popolari si propaga a piú riprese dallo scorso inverno. In febbraio, piú di 100.000 persone invadono le strade di Sofia e d’altre quaranta città in segno di protesta contro gli eccessivi rincari delle bollette energetiche, divenute insostenibili in un Paese dove il salario medio mensile non supera i 440 euro. Sul banco degl’imputati c’è anzitutto il governo, allora guidato da Bojko Borisov, al potere dal 2009 e artefice d’una politica di «risanamento economico» fatta d’allentamento di vincoli e privatizzazioni indiscriminate, tanto appoggiata dall’Unione Europea quanto invisa ai cittadini. Ma non mancano slogan contro le multinazionali dell’energia e la stessa UE, additati come corresponsabili degli aumenti. Il 20 febbraio, Borisov è costretto alle dimissioni. Simbolo della protesta è Plamen Goranov, 36enne deceduto il 4 marzo dopo essersi dato fuoco proprio nel giorno del passo indietro del Primo Ministro.

Le elezioni anticipate di maggio – ma la legislatura sarebbe comunque terminata in luglio – sembrano addirittura peggiorare lo stallo politico. Il partito di Borisov ottiene il 30,1% dei voti; i socialisti di Sergej Stanišev, principale sfidante del Primo Ministro uscente, s’attestano al 26,1%; la quota d’astensionismo è prossima al 50%. Per uscire dall’impasse, l’incarico di governo è affidato al socialista Plamen Oresharski, sostenuto dal proprio partito e dal Movimento per i Diritti e le Libertà (che rappresenta gl’interessi della comunità musulmana), ma che per aver la maggioranza ha bisogno anche dei voti dei deputati del partito xenofobo e ultranazionalista Ataka («Attacco»), guidato da Volen Siderov. Ai bulgari il nuovo governo non piace: da un lato, perché Oresharski è visto come troppo vicino agl’interessi dei grandi imprenditori, a scapito di quelli della popolazione; dall’altro, perché l’esecutivo appare fin da súbito ostaggio dei capricci di Siderov, i cui voti sono necessari per la stabilità dello stesso esecutivo.

A metà giugno, la gente scende nuovamente in strada. Stavolta la scintilla è la nomina del discusso deputato Delyan Peevski, 32 anni, a capo dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale – DANS, il controspionaggio – nonostante le resistenze dell’opinione pubblica. Rispetto a febbraio, però, la protesta è ben piú estesa e articolata. Se allora il malcontento era frutto d’un problema concreto, il caro bollette, stavolta la protesta dei cittadini esprime il rigetto nei confronti di quella che l’analista Georgi Gospodinov definisce «un’oligarchia dell’ombra che continua a dirigere il Paese». In Bulgaria, come sottolinea la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «alcune consorterie provenienti dalla vecchia nomenclatura o dai servizi segreti comunisti hanno fagocitato un gran numero d’istituzioni dello Stato per poter condurre i loro affari in una vasta zona grigia che mescola politica, economia e crimine organizzato». L’apice delle proteste è raggiunto il 23 luglio, quando migliaia di bulgari manifestano davanti al Parlamento, impedendo l’uscita dei deputati, che riescono a evacuare il palazzo dietro la protezione d’un fitto cordone di poliziotti. Ma la protesta degenera, e la serata si conclude con una decina di feriti negli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Le manifestazioni proseguono per tutto il mese d’agosto (anche tramite forme creative), ma la politica rimane indifferente alle istanze della piazza, permettendosi addirittura il lusso d’andar in vacanza. A nulla serve l’annuncio del governo d’un massiccio rimpasto ai vertici dei principali enti pubblici: il legame di fiducia tra il popolo bulgaro e i suoi rappresentanti appare definitivamente compromesso. La contestazione prosegue ininterrottamente da tre mesi. Ironia della sorte, l’unico a beneficiarne è l’ex Primo Ministro Borisov. Proprio colui ch’era stato spinto al passo indietro sotto pressione della piazza, infatti, ha pensato bene di mendicare il consenso perduto aggiungendosi alle centinaia di manifestanti che il 4 settembre hanno sfilato a Sofia, in occasione del rientro parlamentare dalle vacanze.

L’altro Paese dell’Est dove la protesta popolare ha costretto il governo alle dimissioni è la Slovenia. I movimenti di piazza iniziano alla fine del 2012, in reazione alla politica di rigore imposta dal governo di centrodestra di Janez Janša. Il sindaco di Maribor, Franc Kangler, è costretto a dare le dimissioni, mentre altri esponenti politici rimangono ai propri posti nonostante le analoghe richieste d’un passo indietro avanzate dai manifestanti. Coll’arrivo del nuovo anno, le manifestazioni di piazza calano d’intensità, e il nuovo governo – nato dal colpo di mano con cui Janša, dopo le elezioni, ha emarginato all’opposizione il partito Slovenia Positiva di Zoran Janković, che pure aveva ottenuto la maggioranza relativa – appare stabile e in grado di coprire l’intera legislatura.

Poi, un fulmine a ciel sereno. In gennaio, un rapporto della Commissione anticorruzione denuncia una serie d’irregolarità a carico dei leader dei due principali partiti, Janković e appunto Janša, sospettati d’arricchimento illecito. Benché i due non siano accusati di corruzione, l’esistenza di transazioni finanziarie occulte e di proprietà immobiliari non dichiarate risultanti dal rapporto in esame richiama il tema della scarsa trasparenza con cui i partiti maneggiano i soldi pubblici. La crisi politica porta alla caduta del governo, sfiduciato dal Parlamento in data 27 febbraio. La 42enne Alenka Bratušek, esponente di Slovenia Positiva, è incaricata di formare un nuovo esecutivo. Ma per Janša i problemi devono ancora venire: in giugno, l’ex Primo Ministro è condannato a due anni di prigione per un caso di corruzione legato all’acquisto di forniture militari dalla compagnia finlandese Patria nel 2006. È in corso un analogo processo in Finlandia, inaugurato a Helsinki il 20 agosto e che dovrebbe concludersi il 24 ottobre.

Ad alimentare la frustrazione dell’opinione pubblica concorrono poi le misure d’austerity cui la Slovenia deve nel frattempo sottoporsi per evitare di ricorrere a un aiuto esterno (ossia della «trojka», con tutte le conseguenze del caso). Per evitare il «bailout» (il quinto dellazona euro), a metà maggio il governo di Lubiana presenta un piano di riforme che prevede una serie di privatizzazioni nonché ulteriori prelievi fiscali (compresa una nuova imposta dell’1% su tutte le buste paga). Misure cui la gente s’oppone tornando in strada a protestare, esprimendo non soltanto la totale perdita di fiducia nei confronti d’una classe politica corrotta, senza distinzione tra maggioranza e opposizione, ma anche il disappunto verso la sottomissione dell’esecutivo alle decisioni dell’Europa. Le contestazioni sono tuttora in corso.

In Bosnia, le manifestazioni di piazza hanno assunto caratteri molto particolari. Siamo a Sarajevo, a fine maggio. I medici diagnosticano una grave malformazione congenita alla piccola Belmina Ibrišević, una neonata d’appena tre mesi. Per sopravvivere, Belmina deve sottoporsi urgentemente a un delicato trapianto di midollo in Germania, ma purtroppo non può espatriare. Questo perché la piccola, come tutti i bambini nati dopo il 12 febbraio 2013, è priva del Jedinstveni matični broj građana («numero unico d’identificazione»), equivalente al nostro codice fiscale, che viene di norma assegnato alla nascita e che costituisce il presupposto per il rilascio di qualsiasi documento, compreso il passaporto.

La vicenda nasce da un’aberrazione prodotta dall’Accordo di Dayton, che nel 1995 mise fine alla guerra attraverso la divisione etnica della Bosnia ed Erzegovina – divisione alla base della stessa intelaiatura burocratica e istituzionale che amministra il Paese. Oggi la Bosnia è una federazione suddivisa in due entità nazionali: la Repubblica Serba di Bosnia e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, croato-musulmana, a sua volta ripartita in dieci cantoni su base etnica. È facile intuire come i nazionalismi condizionino ancora profondamente le dinamiche politiche interne alla federazione. Per esempio, ai politici serbi nazionalisti non va giú che i comuni della Republika Srpska siano ancora chiamati con la doppia denominazione, serba e bosniaca. All’inizio dell’anno, Milorad Dodik, Presidente della regione serba, adisce la Corte Costituzionale per impugnare la legge sull’attribuzione dei «numeri unici d’identificazione», che nell’assegnare tali codici identifica i comuni attraverso il criterio della doppia denominazione. La Corte dà ragione a Dodik, sospendendo la legge in questione. Ma, dal giorno seguente alla pronuncia, nessun bambino può piú ricevere il codice identificativo alla nascita; e non può riceverlo ancora oggi, perché in sette mesi il Parlamento nazionale non ha ancora trovato un accordo sulla riforma della legge.

In giugno, il caso della piccola Belmina diventa di dominio pubblico. Decine di cittadini si riuniscono intorno al Parlamento, manifestando silenziosamente. A poco a poco, i manifestanti diventano migliaia. Da Sarajevo, dove si parla già di beboluzione (la «rivoluzione dei bebè»), la protesta s’allarga ad altre località. Alla gente comune, che sfila esibendo le foto della neonata, s’aggiungono gli studenti di Banja Luka – scesi in strada nonostante il divieto di manifestare – e di Mostar. Il 6 giugno, i parlamentari sono addirittura posti sotto assedio dai manifestanti, decisi a non lasciar uscire i deputati dal Parlamento finché non sarà approvata una nuova legge. Il Primo Ministro Vjekoslav Bevanda fugge dalla finestra; gli altri politici vengono «liberati» solo grazie alla mediazione notturna dell’Alto Rappresentante dell’ONU per la Bosnia.
Sorpreso dall’intensità delle manifestazioni, il governo vara un decreto d’urgenza per consentire il temporaneo rilascio dei numeri identificativi, in attesa d’approvare una legge definitiva. La misura non basta ad aiutare la sfortunata Belmina, che nel frattempo viene a mancare. Ma la sua vicenda squarcia il velo s’una realtà troppo spesso sottaciuta: il risentimento dei bosniaci verso una classe politica capace di sacrificare tutto, perfino il buonsenso, sull’altare dei nazionalismi.

In Romaniatutto il 2013 – cosí come il 2012 – è costellato di scioperi e manifestazioni, quasi sempre per questioni salariali e di lavoro. Il caso piú eclatante è quello dell’Oltchim S.A., polo nazionale dell’industria chimica, che il 15 aprile annuncia il licenziamento senza preavviso di 1200 dipendenti (su 4000 totali). La decisione è frutto delle disastrose condizioni in cui l’azienda versa: il 2012 s’è chiuso con un passivo di bilancio pari al 20,9%, e quasi tutti i lavoratori non percepiscono lo stipendio da mesi.
A manifestare sono altresí gl’impiegati delle Poste, ente in perdita per 40 milioni d’euro e che il governo intendeva privatizzare entro il luglio di quest’anno. Decisione che preoccupa i dipendenti, in vista di probabili licenziamenti. Ma analoghe proteste hanno coinvolto anche i dipendenti delle ferrovie e gl’insegnanti, senza contare i lavoratori del settore privato.
In tutti i casi, i manifestanti convergevano verso un punto comune: l’esplicita richiesta di dimissioni dell’esecutivo guidato da Victor Ponta, accusato d’inettitudine nel far fronte all’attuale crisi.

Manifestazioni popolari si segnalano anche in Serbia e Croazia, senza dimenticare l’Ungheria di Viktor Orbán, dove la controversa riforma costituzionale voluta dal Primo Ministro ha messo in forse persino le libertà fondamentali.

In generale, dalla Slovenia alla Bulgaria, passando per le madri di Sarajevo e gli operai dell’Oltchim, c’è un elemento di fondo che lega tutti i sommovimenti in questione. A innescare la miccia delle contestazioni sono quasi sempre problemi locali, frutto di scandali circoscritti. Da qui, l’ondata del malcontento si diffonde rapidamente, accogliendo le istanze d’un numero sempre maggiore di cittadini, fino a metter in discussione la stabilità stessa dei governi di turno. Ciò appare stupefacente, alla luce d’un dato culturale: nei Paesi dell’ex blocco sovietico la gente non è abituata a scendere in piazza. È ancora forte il ricordo delle manifestazioni obbligatorie come esercizio di consenso al regime; non c’è da stupirsi che il ricorso alla piazza risvegli cattivi ricordi ancora oggi, perlomeno nelle fasce piú anziane della popolazione. Ma dalla caduta del Muro è trascorso ormai un quarto di secolo. Oggi, una generazione di giovani si sta affacciando sulla scena per chiedere diritti, lavoro e legalità istituzionale al cospetto di classi dirigenti incapaci e corrotte, aggregando a sé anche quelle fasce meno giovani la cui diffidenza verso la piazza è nota. I movimenti sono cosí passati da locali a nazionali, e in séguito a transnazionali, tutti accomunati dal rifiuto dei partiti e dei politici che li rappresentano.

In un tale contesto, stupisce la totale assenza dell’Europa, che sulle proteste di Sofia, Bucarest, Lubiana e cosí via non ha nemmeno preso posizione. Come se, tra i 27 Paesi dell’UE, i nostri cugini balcanici fossero membri di serie B. Per Bruxelles, le stelle che compaiono sulla sua bandiera non brillano tutte della stessa luce. Silenzio dell’Europa e silenzio dei media, come dicevamo all’inizio.

Peraltro, la rivolta in Bulgaria infiammava proprio nei giorni in cui era in corso un’altra protesta: quella di piazza Taksim, nel centro d’Istanbul, contro il governo Erdoğan, che intendeva abbattere gli alberi del parco Gezi per far posto a un centro commerciale. Tantoché il Corriere ne parlò in un articolo significativamente intitolato «La Taksim dimenticata». In Turchia, che non fa parte dell’UE (né, probabilmente, v’entrerà mai), c’erano le testate di tutto il mondo. In Bulgaria, che della grande famiglia europea fa parte ormai da sei anni, no. Famiglia di cui fanno parte anche Slovenia, Romania e – dal primo luglio – Croazia, mentre la Serbia è in procinto d’aggiungersi. Paesi tanto problematici quanto vicini a noi, dove le telecamere non sono però arrivate.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Adriatico, la corsa agli idrocarburi

Si scrive Adriatico,‭ ‬ma si potrebbe leggere Golfo Persico.‭ ‬La ricerca di idrocarburi nelle acque di quello un tempo era il confine marittimo della Cortina di ferro è infatti in costante crescita.‭ ‬Solo sul versante italiano‭ ‬si contano‭ ‬107‭ ‬piattaforme offshore dedicate all’estrazione di gas naturale – destinate ad aumentare grazie allo sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti in Puglia – ‭ ‬che attualmente coprono il‭ ‬9,2%‭ ‬del fabbisogno nazionale di gas.‭ ‬Oltre ad essere un inesauribile fonte di polemiche sul tema dell’impatto ambientale.
La novità di oggi è che lo sfruttamento dei combustibili fossili racchiusi nei fondali marini non è più una prerogativa tutta italiana.‭ ‬Anche Albania,‭ ‬Croazia e Montenegro stanno avviando una serie di attività di ricerca e coltivazione dei depositi a largo delle proprie coste.‭ ‬Con possibili risvolti anche per l’Europa.
In Albania l’attività petrolifera ha una‭ ‬lunga storia:‭ ‬il bitume veniva estratto già in epoca romana.‭ ‬L’estrazione moderna è iniziata alla fine degli anni Venti durante l’occupazione italiana e ha toccato il suo apice intorno al‭ ‬1970‭ ‬con il contributo dell’ingegneria cinese,‭ ‬che consentì a Tirana di raggiungere una produzione pari a‭ ‬43.000‭ ‬b/g‭ (‬barili al giorno‭)‬.‭ ‬Pochi per diventare un produttore mondiale di rilievo,‭ ‬ma sufficienti per essere il primo limitatamente alla regione balcanica.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬con lo strappo‭ “‬strappo di Hoxha‭” ‬del‭ ‬1978,‭ ‬l’allora dittatore al potere decretò la fine di ogni alleanza internazionale dell’Albania e ci cinesi partirono per non tornare più.‭ ‬Da allora la produzione di oro nero è costantemente scesa fino a toccare il suo minimo storico nel‭ ‬2004:‭ ‬appena‭ ‬600‭ ‬b/g.
Ora l’era petrolifera di Tirana sembra poter inaugurare un nuovo capitolo,‭ ‬come dettagliatamente illustrato da‭ ‬Balkanalisys‭ ‬già lo scorso anno.‭ ‬A partire dal‭ ‬2009‭ ‬gli investimenti privati nel settore del greggio hanno registrato una decisa impennata,‭ ‬da quando cioè sono iniziate le operazioni nel giacimento onshore di Patos Marinza,‭ ‬dove si pensa sia no custoditi più di‭ ‬7,7‭ ‬miliardi di barili.‭ ‬L’ultimo accordo di rilievo risale allo scorso‭ ‬27‭ ‬aprile,‭ ‬quando il ministero albanese dell’Economia e dell’Energia ha concluso un‭ ‬negoziato‭ ‬con la società San Leon Energy Plc.‭ ‬Investimento previsto:‭ ‬250‭ ‬milioni di dollari per i prossimi due anni.‭ ‬Tirana punta a raggiungere l’autosufficienza petrolifera entro i prossimi cinque anni,‭ ‬e c’è la possibilità che diventi esportatore netto almeno per un certo periodo. In Albania le royalties sono del‭ ‬70%‭ ‬sui pozzi già avviati‭ – ‬alcuni risalenti alla Guerra Fredda e costellati di problemi strutturali‭ – ‬mentre ammontano appena al‭ ‬10%‭ ‬sui pozzi nuovi pre-tasse,‭ ‬a cui si somma una tassa speciale del‭ ‬50%‭ ‬sui profitti.‭ ‬Buona parte del petrolio albanese finirà nelle raffinerie d’Italia.‭
Fin qui i pro.‭ ‬I contro,‭ ‬invece,‭ ‬si annidano nella corruzione e nelle precarie condizioni socioeconomiche del Paese.‭ ‬L’Albania è solo al‭ ‬69simo posto dell’indice di sviluppo umano dell‭’‬United Nations development programme.‭ ‬E l’eldorado petrolifera non ha finora contribuito a migliorare la situazione.‭ ‬Anzi,‭ ‬due anni fa ha addirittura rischiato di farla precipitare,‭ ‬è vero che è stato una delle cause principali dell’acuirsi delle tensioni tra il governo allora guidato da Sami Berisha ed opposizione capeggiata dal sindaco di Tirana Edi Rama‭ (‬vincitore delle‭ ‬elezioni dello scorso giugno‭)‬,‭ ‬poi riversatesi in‭ ‬duri scontri di piazza.‭ ‬Non dimentichiamo poi la dura coda polemica che è seguita alla‭ ‬privatizzazione‭ ‬della compagnia statale Albpetrol,‭ ‬voluta dal governo Berisha sul fiire del‭ ‬2011‭ ‬e contro cui Rama si scagliò con veemenza arrivando a definirla un‭ “‬atto antinazionale‭”‬.‭ ‬La legge di vendita era stata varata poco prima che l’Autorità di controllo concedesse alla comagnia anche una licenza di esplorazione e ricerca nei fondali marini.‭ ‬Dopo due anni di polemiche,‭ ‬accuse e strumentalizzazioni a sfondo politico,‭ ‬in febbraio il ministro dell’Economia,‭ ‬Edmond Haxhinasto,‭ ‬ha dichiarato che il processo di privatizzazione si è concluso con un sostanziale fallimento.‭
Resta infine controversa la questione dei possibili legami tra le attività in corso a Patos Marinza e lo‭ ‬sciame sismico‭ ‬che interessa le città limitrofe da circa tre anni,‭ ‬per i quali la popolazione accusa senza mezzi termini la compagnia petrolifera canadese Bankers Petroleum,‭ ‬concessionaria del giacimento.

In Croazia,‭ ‬l’avvio della ricerca è stato‭ ‬annunciato‭ ‬lo scorso‭ ‬2‭ ‬luglio,‭ ‬all’indomani dell’ingresso ufficiale come‭ ‬28esimo nell’Unione Europea.‭ ‬Dopo aver sposato entrambi i progetti‭ ‬TAP‭ ‬e‭ ‬South Stream‭ ‬per rafforzare la diversificazione delle forniture di gas,‭ ‬Zagabria punta ora ad implementare dello sfruttamento dei giacimenti ubicati a largo delle proprie coste.‭ ‬Secondo il Ministro dell’Economia,‭ ‬Ivan Vrdoljak,‭ ‬vi sarebbero circa‭ ‬20‭ ‬giacimenti in un’area di‭ ‬2000‭ ‬chilometri quadrati,‭ ‬che nei piani del governo dovrebbero garantire introiti per milioni di euro sotto forma di‭ ‬royalties‭ ‬già dal prossimo anno.
Il governo croato è ben consapevole che l’industria energetica del Paese goda di‭ ‬buone prospettive.‭ ‬In maggio,‭ ‬l’esecutivo ha proposto un ddl sugli idrocarburi che prevede una‭ ‬semplificazione delle procedure burocratiche‭ ‬necessarie per avere i permessi di ricerca e sfruttamento di‭ ‬idrocarburi‭ ‬offshore,‭ ‬nel presupposto che la vecchia legge non stimolava la ricerca di gas e petrolio.‭ ‬Ad oggi,‭ ‬infatti un investitore che potenzialmente trovi dei giacimenti non è automaticamente garantito anche il loro sfruttamento,‭ ‬ma c’è bisogno di una nuova gara.
Oltre che alla ricerca di gas lungo le coste e al suo futuro ruolo di corridoio di transito,‭ ‬la Croazia è impegnata in un altro progetto,‭ ‬destinato ad impreziosire il suo ruolo nello schacchiere energetico del Mediterraneo:‭ ‬la costruzione di un rigassificatore sull’isola di Krk‭ (‬con il‭ ‬contributo del Qatar‭)‬,‭ ‬che consentirà a Zagabria di importare sia il gas liquefatto da Doha che lo shale proveniente dagli USA da destinare poi al mercato europeo.

Infine,‭ ‬anche il Montenegro guarda con interesse ai‭ (‬possibili‭?) ‬giacimenti sottomarini.
Già in settembre il governo di Podgorica aveva indetto una gara d’appalto per lo sfruttamento del petrolio nazionale che però‭ ‬non è ancora stato scoperto,‭ ‬anche se la presenza di alcuni depositi di gas naturale lascia sperare nella analoga presenza di oro nero.‭ ‬La dimensione di ogni blocco è di circa‭ ‬300‭ ‬chilometri quadrati.‭ ‬Nella prima gara saranno pubblicati i bandi per‭ ‬13‭ ‬blocchi per una superficie totale di un massimo di‭ ‬3.000‭ ‬chilometri quadrati.
Allo stesso tempo,‭ ‬il governo ha adottato una politica fiscale per la produzione di petrolio e gas che garantisca un reddito stabile e congruo per lo Stato.‭ ‬Secondo le nuove norme,‭ ‬nelle casse pubbliche confluirà il‭ ‬70%‭ ‬degli utili di compagnie che operano in questo business.‭ ‬La compensazione per il petrolio sarà progressiva,‭ ‬dal‭ ‬5%‭ ‬al‭ ‬12%‭ ‬della produzione,‭ ‬e la tassa extra profitto sarà del‭ ‬59%.‭ ‬L’obiettivo,‭ ‬secondo il portavoce del Ministro dell’Economia,‭ ‬Vladan Dubljević,‭ ‬è quello di aspettarsi un cospicuo flusso di entrate a partire dal‭ ‬2017.
In realtà,‭ ‬non è tutto rose e fiori.
In primo luogo,‭ ‬la gara d’appalto per le esplorazioni rientra nel quadro di un piano più ampio ufficialmente volto ad attrarre capitali stranieri,‭ ‬ma che in concreto si sostanzia nella‭ ‬progressiva svendita degli asset nazionali‭ ‬per risanare l’esangue bilancio del Paese.
In secondo luogo,‭ ‬se da un lato le autorità croate si sono dette disposte a collaborare nella ricerca e nello sfruttamento delle risorse sottomarine con quelle montenegrine,‭ ‬dall’altro non sono escluse‭ ‬future tensioni tra i due vicini,‭ ‬se davvero verrà confermata l’esistenza di un grosso giacimento di oro nero al largo della penisola di Prevlaka,‭ ‬la cui delimitazione marittima è tuttora contesa con Zagabria.

Tra luci e ombre,‭ ‬il settore energetico presenta interessanti prospettive in tutti e tre i Paesi esaminati.‭ ‬Anche l’Europa sembra interessata,‭ ‬e non soltanto per i volumi di idrocarburi che l’offshore dell’Adriatico potrebbe immettere sul mercato.‭ ‬Albania,‭ ‬Croazia e‭ – ‬benché in misura inferiore‭ ‬-‭ ‬il Montenegro interessano altresì come canali di transito.‭
Già in maggio i rispettivi governi‭ ‬-‭ ‬assieme all’Italia‭ ‬-‭ ‬avevano già firmato‭ ‬un protocollo d’intesa a sostegno del Gasdotto Trans Adriatico‭ (‬TAP‭)‬,‭ ‬il progetto di diversificazione delle forniture di gas nato in concorrenza con quello sponsorrizato dall’Unione,‭ ‬il Nabucco,‭ ‬e che ha praticamente indotto Bruxelles‭ ‬a rinunciare a questo.‭ ‬Per l’Europa,‭ ‬l’accantonamento del gasdotto di verdiana denominazione rappresenta una‭ ‬sconfitta‭; ‬per i Paesi adriatici,‭ ‬invece,‭ ‬la TAP rappresenta una ghiotta opportunità di rilancio,‭ ‬a cui anche la famelica Bruxelles sembra ora strizzare l’occhio.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

La Croazia in Europa senza entusiasmo

Da oggi la Croazia è il ventottesimo membro dell’Unione Europea. Dopo la Slovenia, è il secondo Paese dell’ex-Jugoslavia a entrare a farne parte, ma i festeggiamenti sono smorzati dalla grave situazione economica in cui Zagabria versa. Questo, unito alla lunghezza eccessiva (2005-2011) dei negoziati, frutto del peso della guerra degli anni Novanta, della difficile riconciliazione con le ex repubbliche jugoslave e del non facile processo di democratizzazione delle istituzioni, ha molto raffreddato gli entusiasmi dei croati alla viglia dell’adesione. L”astensione del 79% alle sue prime elezioni europee e del 57% al referendum interno sull’adesione sono i segni più evidenti della crescente disillusione croata nei confronti dell’Europa.

Per celebrare l’ingresso di Zagabria come 28esimo Stato membro, dal 24 giugno al primo luglio Presseurop ha pubblicato ogni giorno un articolo del quotidiano Novi List sulla Croazia alla vigilia dell’adesione.
In sintesi, i croati sono divisi nelle loro aspettative: alcuni temono l’arrivo dell’austerity, altri sperano nelle opportunità offerte dall’apertura dei confini.
Germania, Austria e Italia temono un’invasione di lavoratori croati dopo l’adesione di Zagabria e si preparano a limitare i flussi di manodopera.
Serpeggiano disillusione e scetticismo delle fasce più deboli della popolazione, soprattutto degli operai e dei piccoli artigiani, timorosi che Bruxelles trasformi Zagabria in una “piccola Cina europea.
L’ingresso nel mercato comune europeo esporrà le aziende croate a una maggiore concorrenza, che penalizzerà soprattutto le imprese più piccole e meno all’avanguardia.
Nei dieci anni intercorsi tra la domanda di adesione e l’ingresso nella UE, il percorso di riforme necessario per adeguare le istituzioni croate agli standard europei hanno profondamente cambiato il volto del Paese.
Infine, Novi List ricorda che per un Paese con un passato di guerre e di regimi autoritari, aderire all’Ue significa prima di tutto entrare in una comunità di valori positivi.

Questo per quanto riguarda Zagabria. E per Bruxelles, invece, cosa cambia?

Secondo la stampa europea l’allargamento non risolverà alcun problema e pone interrogativi sulla forma futura dell’UE.

Secondo Limes, invece:

L’ingresso della Croazia nell’Unione Europea, evento dagli effetti pratici immediati piuttosto modesti a Bruxelles, è un fatto politico fondamentale in vista del definitivo aggancio dei paesi dei Balcani occidentali – quelli che un tempo componevano la Jugoslavia – all’orbita europea.

Per quanto secondo una crescente parte dell’opinione pubblica
 continentale l’Unione non abbia nulla da guadagnare da un allargamento a questi paesi, il processo di stabilizzazione dell’area e la sua integrazione nel sistema economico-politico europe compiono grazie all’adesione croata un significativo passo in avanti.

L’integrazione della Croazia all’Ue, effettiva da oggi lunedì primo luglio – ricuce appunto simbolicamente una serie di profonde fratture legate alle vicissitudini storiche di tutto il continente.

Insomma l’adesione sarà un’opportunità per ambo le parti, in teoria. In concreto Zagabria, appena entrata a Bruxelles, è già a rischio sanzioni per i suoi pessimi indicatori macroeconomici. Non proprio il modo migliore di dare il benvenuto.

Da che parte va l’Albania del dopo Berisha

Nelle elezioni parlamentari in Albania del 23 giugno, l’opposizione del partito socialista del sindaco di Tirana Edi Rama (Partito Socialista) ha vinto sulla maggioranza di centro-destra del premier conservatore Sali Berisha (Partito Democratico), già al secondo mandato.
All’Alleanza per un’Albania europea, la coalizione di Rama, andranno 84 seggi contro i 56 della compagine uscente. Nello specifico, i socialisti si sono aggiudicati 66 seggi, che ne fanno la prima forza politica del Paese, mentre il Movimento Socialista per l’Integrazione (LSI) di Ilir Meta si è accaparrato 16 mandati, quadruplicando quelli presi nel 2009. Gli altri due mandati sono andati ai partiti minori della coalizione: uno all’Unione per i Diritti Umani (PDBNJ) dei minoritari di Vangjel Dule e l’altro al Partito Cristiano Democratico (PKDSH), formazione di centrodestra ma alleata con i socialisti.

Per tutto quello che riguarda gli schieramenti e lo svolgimento del voto si veda questo articolo su Limes, dove si cerca anche di ipotizzare gli scenari futuri:

Edi Rama, dopo il verdetto, ha dichiarato che sarà il primo ministro e servitore del popolo albanese. Con questa dichiarazione ha tolto ogni dubbio su chi avrebbe rivestito riguardo il ruolo di premier tra lui e Ilir Meta. Con i suoi alleati, Rama promette di porre in atto le riforme necessarie per avvicinare l’Albania all’Ue e di far uscire l’economia albanese dalla profonda crisi in cui versa.

Il Pd, sconfitto, esce drasticamente ridimensionato. Si prefiggono grossi cambiamenti al suo interno: dopo 23 anni di guida autoriaria e indiscussa, Berisha abbandona anche le sue funzioni all’interno del partito. Gli 8 anni al governo hanno logorato il Pd, al quale mancano nuove personalità che possano prendere in mano la situazione per avviare le riforme di cui esso ha bisogno. Finora non sono emerse nuove figure; il primo nome che viene invocato è quello dell’attuale sindaco di Tirana, Lulezim Basha, ma anche lui non rappresenterebbe niente di nuovo, essendo cresciuto sotto l’ala protettrice di Berisha.

Gli osservatori internazionali hanno dato un parere positivo sull’andamento di queste elezioni. Una transizione pacifica del governo dalla maggioranza uscente guidata da Berisha a quella nuova di Rama e Meta rafforzerebbe le credenziali democratiche ed europee del paese delle aquile e potrebbe influire positivamente sul parere di Bruxelles.

Un ulteriore approfondimento è svolto da Albania News (che qui analizza anche il voto nelle singole circoscrizioni):

In molti sono rimasti sorpresi dal successo del LSI di Meta che fino al Primo Aprile scorso ha governato insieme a Berisha. Sembra che Meta abbia preso tutti i meriti degli ultimi quattro anni di governo al contrario del suo ex-alleato che ne è uscito sbaragliato. Ciò, oltre all’assoluto protagonismo ed autoritarismo di Berisha, potrebbe derivare anche dal fatto che il suo partito ha sempre deciso sulle politiche nazionali incluso gli investimenti strategici e la distribuzione delle risorse. Invece, il LSI di Meta le ha semplicemente ratificate, senza prendersi sulle proprie spalle nessuna responsabilità per le grandi politiche del Paese. Dall’altra parte, il LSI ha diretto alcuni dei Ministeri di peso durante l’ultima legislatura, accumulando un capitale politico immenso grazie ai favori politici concessi ai suoi militanti.

Oramai è indubbio il fatto che Meta sia considerato la via di mezzo tra Berisha e Rama, l’ago della bilancia tra le due grandi forze politiche, ovvero un elemento di freno per le loro ambizioni illimitate, constatazione che si è sicuramente tradotto in un ulteriore raffica di voti dagli indecisi e non solo. Tuttavia, non stiamo parlando della Norvegia: si deve tener conto anche di una zona grigia, ossia dei fondi pubblici appropriati dal suo partito e utilizzati come mezzo per allargare il proprio elettorato. Per capirlo basta andare in giro per Tirana e chiedere ai votanti del LSI il movente del loro voto.

Ora che Berisha “non c’è” dobbiamo stare attenti a non permettere che Rama presenti gli stessi orientamenti semi-dittatoriali del suo predecessore, sempre tenendo d’occhio Meta, che rischia di diventare una sorta di Tayllerand, il ministro presente in ogni governo francese sia ai tempi della Monarchia sia durante la Repubblica napoleonica. Come sostiene Fatos Lubonja, il voto albanese ha condannato le tendenze dittatoriali ed autoritarie, ma non il sistema di corruzione, un modello societario nell’Albania di oggi. Per quest’ultimo servirebbe una rivoluzione democratica alle urne che si spera l’Albania sarà pronta ad accoglierla alle prossime elezioni politiche. Fin ad allora, si deve segnare al taccuino, che – forse – dal 1992, quelle del 2013 sono state le elezioni più democratiche e libere in Albania, e se a questo progresso il nuovo parlamento ci mette anche il dialogo e la collaborazione interpartitica, lo status di Paese candidato concessa da parte del Consiglio Europeo non sarà che una formalità.

In generale, nella complicata storia dell’Albania l’instabilità politica sembra essere una costante. Secondo Il Post, che ripercorre le tappe salienti della cronologia del Paese, a Tirana il voto è stato spesso un semplice evento tra una crisi e l’altra:

Dalla fine del regime comunista, nel 1991, in Albania non si è mai svolta un’elezione considerata completamente libera e giusta. Nonostante il voto di domenica 23 giugno fosse considerato una prova per il paese, un’opportunità per rompere con il passato, non sembrano esserci segnali positivi di novità e cambiamento. E non solo perché la giornata è stata segnata da un grave episodio di violenza (c’è stata una sparatoria a Lac, a circa 50 chilometri da Tirana, in cui è morto un attivista dell’opposizione e un candidato del Partito democratico è rimasto ferito), ma anche perché durante la campagna elettorale le due coalizioni si sono presentate con un programma molto generico e basato soprattutto su critiche e accuse reciproche.

Eppure, come nota l’Osservatorio Balcani e Caucaso (che sulle elezioni del 23 giugno propone un dossier), da questo voto è emersa una situazione che nessuno si aspettava:

Come non era mai successo nella storia del pluralismo albanese, tutte le forze politiche – tranne i nazionalisti di Kreshnik Spahiu – hanno accettato i risultati delle urne. Una maggioranza da record, ben 84 deputati, andrà alla coalizione di centro-sinistra con a capo il Partito Socialista di Edi Rama. Mentre sono rimasti solo 56 deputati alla coalizione di centro-destra guidata dal Partito Democratico di Berisha.

Non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento i nazionalisti di Kreshnik Spahiu, gli esponenti della nuova destra scissi dal PD qualche mese fa, FRD, e nemmeno i candidati indipendenti come l’ex LSI Dritan Prifti, e l’ex PS Arben Malaj.

Una vittoria quindi molto netta della coalizione di sinistra che ha stupito gli albanesi, ha smentito tutti i sondaggi e anche gli analisti che prevedevano un testa a testa con pochi punti percentuali di differenza tra le due coalizioni principali.

Il Partito Democratico ha perso persino nelle sue roccaforti come la città settentrionale di Scutari, ed è riuscito a mantenere le proprie posizioni solo nella regione di Tropoja, al confine con il Kosovo, zona di provenienza del premier uscente Berisha. Una sconfitta senza precedenti.

Non sono riusciti invece a superare la soglia di sbarramento i nazionalisti di Alleanza Rosso-nera. Nonostante la grande grinta e le spese esorbitanti con cui hanno iniziato la loro campagna elettorale, non ha funzionato la loro retorica anacronistica arrivata con almeno 20 anni di ritardo rispetto a quanto è avvenuto – e tragicamente funzionato – nei paesi vicini.

Gli albanesi possono vantarsi di nuovo di essere l’unico paese nei Balcani a non avere in parlamento dei rappresentati apertamente nazionalisti e fascistoidi.

Con il voto del 23 giugno i cittadini dell’Albania hanno dimostrato di essere pragmatici, di non meritare i vecchi schemi della politica degli ultimi anni, e di poter decidere democraticamente sulle proprie sorti. Nonostante nessuno ci credesse realmente, le ultime elezioni, sicuramente grazie anche alla cospicua presenza internazionale, hanno apportato il cambiamento che ci si augurava.

Quello che si può dire sicuramente fin da ora è però che l’Albania ha inaugurato una nuova fase di rottura con un passato semi-autoritario e che gli albanesi si sono dimostrati cittadini più consapevoli e reattivi di quattro anni fa.

Una consapevolezza che il popolo ha dimostrato di possedere già in aprile, quando una straordinaria mobilitazione dei cittadini ha consentito di promuovere un referendum per dire “no” ad una controversa disposizione, approvata dalla maggioranza di governo nel 2011, che contemplava la possibilità di importare circa 400 tipi differenti di rifiuti dall’estero.

A rama spetterà il compito di dare avvio alle riforme necessarie a portare Tirana nell’Unione Europea, ma prima ancora di sistemare le precarie condizioni dell’economia, dopo che il rallentamento della crescita del PIL da un 6,1% del 2008 all’1,8% previsto per il 2013 ha dato un severo colpo alle prospettive di impiego nel Paese.

Croazia, non ancora in Europa ma già nei Piigs

Il primo luglio di quest’anno la Croazia diventerà il 28esimo Stato membro dell’Unione Europea. Eppure il matrimonio tra Bruxelles e Zagabria, non ancora celebrato, è già in crisi. Crisi come quella – economica - dalla quale la Croazia non riesce ad uscire.
Secondo Stefano Giantin:

Ma che cosa porta in dote Zagabria all’Europa? L’orgoglio di avercela fatta, fresche energie. E nuovi problemi.

Problemi perché l’ex repubblica jugoslava issa la bandiera blu a dodici stelle dopo quattro anni di recessione, con un Pil in flessione nel 2012 del 2% e crescita zero nel 2013, causa consumi, investimenti ed export al palo. Una recessione gravissima che, malgrado il florido settore turistico, ha portato a un crollo complessivo del Pil dell’11% dal 2008 a oggi, «la seconda più grave contrazione registrata nel mondo», sottolinea un rapporto Barclays. Come se non bastasse, Zagabria paga l’onta dello stigma di “spazzatura” assegnato ai suoi bond da due agenzie di rating su tre. E in valigia il Paese balcanico nasconde anche una seria questione sociale, con una disoccupazione da codice rosso che ha superato il 18% secondo i dati Eurostat, il 21% secondo quelli dell’omologo locale dell’Istat. Peggio fanno solo Grecia e Spagna, altre nazioni che condividono simili affanni, come l’alto deficit trainato da sanità e pensioni, bassa competitività, un ipertrofico settore pubblico.

Non proprio un quadro roseo. Così, mentre si attendono gli ultimi benestare dei Ventisette al trattato d’adesione di Zagabria – in primis quello di una riluttante Berlino, fra le prime capitali a riconoscere l’indipendenza croata e oggi fra gli ultimi Paesi Ue a ratificarne l’ingresso – non ci si può non interrogare. La Croazia è veramente pronta?

In Germania c’è anche la stampa ad esprimere una certa perplessità. Il tabloid Bild dubita fortemente che l’Unione tragga un vantaggio dall’ammissione della Croazia. “Bruxelles ha già pagato un miliardo abbondante in aiuti per l’adesione al governo di Zagabria”, ricorda il quotidiano, prevedendo che “gli euro scorreranno a fiumi anche dopo l’adesione, perché i croati sperano di mettere le mani su almeno tre miliardi provenienti dalle casse UE”.

La diffidenza tedesca  ha finito per contagiare anche Bruxelles – di cui Berlino è, assieme a Parigi, azionista di maggioranza. La Germania oggi è la capofila di un gruppo di paesi scettici nei confronti dell’allargamento dell’UE, perché è insoddisfatta della situazione di alcuni dei paesi entrati di recente a far parte dell’Unione.
Dopo le adesioni rapide degli anni scorsi, le brutte esperienze hanno suggerito ai 27 un approccio più prudente al processo di apertura verso i Paesi candidati. Il caso limite è stata l’adesione di Romania e Bulgaria all’inizio del 2007: all’ingresso nel club europeo Sofia e Bucarest erano ancora lontane dal raggiungimento dei requisiti richiesti, specialmente in termini di legalità e lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Per colmare il ritardo accumulato rispetto agli impegni presi, la Commissione europea ha dovuto improvvisare un “meccanismo di cooperazione e di controllo”, ma ancora oggi Bulgaria e Romania non sono in grado di entrare nell’area Schengen.

Per evitare il ripetersi di una tale situazione, Bruxelles ha instaurato un “meccanismo specifico di rafforzamento continuo” che permetta alla Commissione di valutare il rispetto degli impegni presi nel corso dei negoziati.
La Croazia è stata il primo Paese a subire gli effetti di questa lezione: è stata sottoposta a criteri di adesione molto più rigidi, (che se fossero stati applicati in precedenza, alcuni Paesi attualmente membri dell’UE non vi sarebbero mai entrati. E questo spiega perché il processo di adesione di Zagabria sia durato dieci anni.

Nel frattempo, l’entusiasmo per l’imminente ingresso nell’Unione si è raffreddato. E non soltanto in ragione della lunga attesa. La Croazia, come illustrato nell’articolo di Giantin, soffre una grave recessione, come ricordato anche dal Bild che la considera già alla stregua dei Piigs.
Sulle difficoltà vissute dal Paese avevo già scritto due anni fa. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma pare anche aver spento le speranze che i croati riponevano nelle opportunità conseguenti all’ingresso nella UE.
Il primo atto concreto di partecipazione al processo europeo, ossia le prime elezioni europee nella storia del Paese in aprile, si sono rivelate un autentico flop: ha votato solo il 20,7% degli aventi diritto. “Vi presentiamo i dodici eletti per i quali probabilmente non avete votato“, esordiva il quotidiano Večernji List, commentando con sarcasmo il dato sull’affluenza. Per la cronaca, il voto ha segnato la vittoria della coalizione guidata dall’Unione democratica croata (HDZ, di destra) la sconfitta della coalizione del Partito socialdemocratico (SPD) del primo ministro Zoran Milanović (che ha ottenuto il peggior risultato dalle legislative del 2008).
In realtà, è improprio parlare di una vittoria del HDZ. La scelta dei cittadini di premiare il partito all’opposizione testimonia più che altro la sempre maggiore frustrazione dei croati verso una classe politica incapace di tirare fuori il Paese dalla crisi.
La Croazia perché aderirà nel corso di una delle più gravi crisi finanziarie europee, mentre le misure d’austerità stanno portando alla rinascita dei nazionalismi - emblematico il caso della Catalogna.

Infine, dopo l’adesione alla UE, la Croazia spera di entrare nello spazio Schengen entro il 2015. Tuttavia Zagabria si troverebbe ad essere la frontiera esterna dello spazio di libera circolazione, la gestione della quale rappresenta una grossa sfida per il Paese in termini di mezzi e personale.

Tutto male, allora? Per fortuna no.

Il processo di adesione ha svolto un ruolo decisivo nella risoluzione dell’annoso contenzioso con la vicina Slovenia. Inoltre, sono in via di definizione anche i rapporti con la vicina Serbia: la visita del vice primo ministro serbo Aleksandar Vučić a Zagabria il 29 aprile è il segno di un disgelo nelle relazioni tra i due ex rivali.

“In questo periodo di crisi del progetto europeo, i paesi dei Balcani occidentali ci mostrano che l’Unione europea conserva ancora un po’ del suo soft power”, commenta Eric Maurice su Presseurop ricordando anche l’accordo sulla normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo e la richiesta di perdono del presidente serbo Tomislav Nikolić per i crimini di Srebrenica, Un segnale incoraggiante che però impone a Bruxelles definire una linea di sviluppo mettendo al tempo stesso dei limiti, per preparare meglio l’accoglienza dei nuovi membri ed evitare delusioni future.

A cominciare dalla Croazia, che se dal matrimonio con l’Europa non si aspetta più una luna di miele, confida almeno in un’opportunità per uscire finalmente dalla crisi.

Serbia, il Kosovo è più vicino ma l’Europa ancora lontana

Una ventina di giorni fa la Serbia aveva detto no all’accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. I negoziati sono però proseguiti e il 19 aprile, sotto gli auspici dell’UE, Belgrado e Pristina hanno finalmente raggiunto un’intesa, accolta con sollievo dalla stampa di entrambi i Paesi.

East Journal riporta i 15 punti dell’”Accordo sui principi che disciplinano la normalizzazione delle relazioni”, benché tale versione non sia ancora ufficialmente confermata.
Sul triangolo Belgrado-Pristina-Bruxelles si veda anche questa interessante analisi sulla stessa testata.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina.
Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

L’accordo in questione regola l’autonomia dei serbi all’interno del Kosovo, il che in pratica significa che non saranno parte della Serbia. Verrà costituita un’Unione dei comuni serbi che godrà di un suo statuto, ma la cui esistenza sarà garantita dalle leggi del Kosovo, e non da quelle della Repubblica di Serbia. Questa Unione, quindi, sarà parte del sistema giuridico del Kosovo e non di quello della Serbia.
I serbi nella futura Unione dei comuni serbi del Kosovo avranno una propria polizia la cui composizione rispetterà la composizione etnica dei comuni. Proporranno i comandanti della polizia sul territorio di questi comuni, ma questi verranno formalmente nominati da Pristina, scegliendo uno dei candidati proposti dai comuni serbi. In Kosovo, quindi, formalmente non esisterà altra polizia oltre a quella kosovara e la polizia nei comuni serbi godrà di una sorta di autonomia e si atterrà alle leggi del Kosovo.
Detto in parole chiare, la parte serba ha mantenuto l’ingerenza in loco, ossia nei comuni serbi, mentre il governo kosovaro ha ottenuto una soluzione che gli offre lo spazio per potere trattare formalmente i comuni serbi come parte del Kosovo. Questa sorta di politica di scambio è davvero il massimo che entrambe le parti in gioco potevano ottenere in questo momento. A Pristina è chiaro che prendere i comuni serbi con la forza non sarebbe stata una buona opzione, e Belgrado comprende che della sovranità sul Kosovo non c’è più niente e che la situazione in Serbia degenererebbe rapidamente se non si accettasse di migliorare le relazioni con Pristina.

Sul piano internazionale, l’accordo schiude a entrambe le porte dell’Unione.

Ancora secondo l’OBC, l’intesa tra Belgrado e Pristina rappresenta un successo per la diplomazia europea oltreché l’unica scelta pragmatica che Belgrado e Pristina potevano fare. Si tratta di un passo fondamentale sia per la Serbia, perché cade il principale ostacolo all’integrazione europea, che per il Kosovo, che può concentrarsi sulla qualità delle proprie istituzioni.

Tutti contenti, allora? Non proprio.

Innanzitutto perché non tutta l’opinione pubblica ha apprezzato la conclusione dell’accordo. A cominciare dai nazionalisti serbi, che hanno organizzato delle manifestazioni di protesta a Belgrado – però in gran parte disattese dalla cittadinanza -, seguiti da altri attori tradizionalmente conservatori, come la Chiesa ortodossa serba, che hanno condannato duramente il patto.

Inoltre, in concreto l’accordo non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.
Secondo Linkiesta, resta il fatto che i grandi sconfitti del negoziato sono proprio serbi dell’enclave, visto che gli accordi si sono svolti senza di loro.
La testata sottolinea poi che se da un lato un riconoscimento formale dell’indipendenza della provincia è da escludere per Belgrado, dall’altro la conclusione dell’accordo la riduce a una mera formalità. Eppure questa formalità avrà il suo peso nel cammino di Belgrado verso Bruxelles. Un ostacolo a cui vanno aggiunte le evidenti riluttanze di Francia e Germania ad accogliere lo Stato serbo nella grande famiglia europea.

Le recenti scuse del presidente serbo Nikolic per il massacro di Srebrenica rappresentano forse l’ennesimo gesto di buona volontà per ammorbidire le posizioni di Parigi e Berlino; in ogni caso la prospettiva di adesione della Serbia ai 27 resta ancora lontana.