Georgia e Repubblica ceca, dopo le elezioni è tempo di bilanci

Lo scorso fine settimana si è votato in Georgia e Repubblica ceca, dove le urne hanno prodotto risultati molto diversi e, almeno nel secondo caso, non ancora definitivi.

In Georgia le elezioni presidenziali chiudono l’era Saakashvili, iniziata nel 2003 con il processo democratico passato alla storia come Rivoluzione delle Rose.
Domenica, 27 Ottobre, Giorgi Marvelashvili, candidato della coalizione di governo Sogno Georgiano (il partito del premier Bidzina Ivanishvili, il più ostico avversario del presidente uscente), ha vinto le elezioni al primo turno, con il 63% dei consensi. Allo sfidante David Bakradze, ex-Presidente del Parlamento, candidato del Movimento Popolare Unito e vicino a Saakashvili, non sono andate che le briciole.
Ora il Paese volta pagina. Già con la vittoria di Sogno Georgiano nelle elezioni politiche di un anno fa, che portarono il miliardario Ivanishvili a capo del governo, la Georgia ha abbandonato ogni velleità di protagonismo mondiale puntando piuttosto sulla ridefinizione di un ruolo da leader regionale, con particolare attenzione ai rapporti con i Paesi confinanti, in primo luogo la Russia, ma anche Azerbaijan (Paese fondamentale per la diversificazione delle forniture di gas) e Turchia.
Di nuovo c’è che, in ossequio alla riforma costituzionale approvata lo scorso anno, lo Stato georgiano passa da essere una repubblica presidenziale a repubblica parlamentare.
Secondo Limes:

Si chiude amaramente la parabola di Saakashvili, con il suo pupillo relegato al ruolo di comparsa, dopo che già alle parlamentari dello scorso anno il suo Movimento nazionale unito aveva dovuto cedere il passo e i posti di governo al nuovo partito pigliatutto dell’oligarca Ivanishvili.

È proprio lui, Ivanishvili, il nuovo dominatore della politica georgiana, capace in 2 anni di ribaltare equilibri consolidati, grazie ai suoi miliardi, ma soprattutto agli errori del suo avversario. Saakashvili ha certamente il merito di aver dato un’accelerazione positiva alla transizione postsosvietica, spingendo la Georgia fuori dal tunnel della stagnazione, ma è colpevole per aver trascinato il paese nella guerra con la Russia del 2008 che ha portato all’indipendenza delle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. La regressione democratica del suo secondo mandato è stata decisiva perché l’elettorato gli voltasse le spalle, dando fiducia all’offerta politica di Ivanishvili e compagni.

Dopo il cambiamento della Costituzione approvato lo scorso anno, il ruolo del presidente sarà in ogni caso meno determinante, con i maggiori poteri in mano al primo ministro. L’asse istituzionale tra Margvelashvili e il premier Ivanishvili – e soprattutto il suo futuro successore, visto che quest’ultimo ha annunciato di volersi dimettere – costituisce però il motore con cui Sogno georgiano può affrontare da un lato la questione delle riforme interne lasciate a metà da Saakashvili.

Dall’altro c’é da riequilibrare la politica estera, cercando il dialogo con la Russia, dopo la rottura dei rapporti e l’incomunicabilità cronica tra Vladimir Putin e Mikhail Saakashvili. È questa la sfida più grande che il nuovo blocco di potere ha davanti a sé per evitare i fatali errori del recente passato.

Più intricata la situazione nella Repubblica Ceca: dalle elezioni anticipate non è emersa una maggioranza chiara. Sabato 26 Ottobre, il Partito Socialdemocratico Ceco ha ottenuto la maggioranza relativa con il 20,45% dei consensi (a fronte del 30% atteso), e, con esso, il diritto a formare una non facile coalizione di Governo.
Alle sue spalle si è piazzato il movimento moderato Ano (sì, in ceco) fondato dall’imprenditore post-comunista Andrej Babiš (18,65%), già definito come “il Berlusconi ceco“, davanti al Partito comunista di Boemia e Moravia (Ksčm), considerato la vera sorpresa della consultazione che ha ottenuto il 14,91% dei consensi. A seguire ci sono il partito liberal-conservatore Top-09 (Tradizione, Responsabilità, Prosperità) con il 12%, il conservatore Partito Democratico Civico con il 7,72%, il movimento Alba di una Nuova Democrazia Rappresentativa con il 6,88%, e l’Unione Cristiano Democratica-Partito Popolare Ceco, con il 6,78%.

Vista la frammentazione dell’elettorato fra 7 diversi partiti, siamo di fronte a un sostanziale pareggio che scontenta tutti e lascia il Paese nella totale ingovernabilità. Probabile terreni di scontro sarà la politica estera, data la presenza di partiti le cui idee rimettono in questione la posizione del paese all’interno dello spazio transatlantico, o con altri che strumentalizzano il tema dell’Europa a fini populistiVicini a Bruxelles paiono solo i socialdemocratici, che da tempo sostengono la necessità di firmare l’adesione al Fiscal compact.
Bagarre in vista anche per quanto riguarda la politica fiscale, visto che Babiš ha promesso di non aumentare le imposte mentre i socialdemocratici vogliono alzarle sia per i cittadini più abbienti sia per le società commerciali.
In attesa che un quadro istituzionale si delinei, tra i socialdemocratici è già iniziata la resa dei conti. Secondo La voce Arancione:

Nella giornata di martedì, 29 Ottobre, il Segretario del Partito Social Democratico Ceco, Bohuslav Sobotka, è stato estromesso dalle consultazioni per la formazione di un Governo di coalizione dal suo Vice, Michal Hasek.

La decisione, presa da un organismo interno del Partito, e che paventa anche il dimissionamento di Sobotka dalla guida dei Socialdemocratici, è stata accolta con fermezza dal Segretario, che ha sottolineato come egli possa essere cacciato solo con un voto a scrutinio segreto da parte del Comitato Centrale Esecutivo.

Oltre alla corrente interna di Hasek, vero regista dell’operazione anti-Sobotka è il Presidente della Repubblica, Milos Zeman: ex-Premier Socialdemocratico fuoriuscito dal Partito, che intende vendicarsi con l’attuale Segretario per il mancato sostegno alle votazioni parlamentari del 2003 e del 2013.

Nel 2003, i deputati Socialdemocratici -tra cui Sobotka- non appoggiarono Zeman, che pure aveva vinto le primarie interne al Partito. Nel 2013, nelle prime Elezioni Presidenziali dirette in Repubblica Ceca, vinte da Zeman, Sobotka ha supportato un proprio candidato, Jiri Dienstbier.

La guerra intestina ai socialdemocratici cechi ha provocato una doppia trattativa per la creazione di una colazione di Governo, che ha visto sia Sobotka che Hasek corteggiare il movimento moderato ANO dell’imprenditore Andrej Babis.

L’analisi più lunga e completa sulle elezioni ceche è offerto da Limes. Oltre ad un breve profilo di Babiš (considerato l’ago della bilancia di qualunque trattativa per la formazione di un governo) e delle strategie che i vari partiti stanno già mettendo in campo, è interessante questo passaggio sulla spaccatura tra la ricca Praga e la provincia povera:

La distribuzione geografica del voto ha marcato ancora una volta il divario che intercorre in Repubblica Ceca fra la capitale e il resto del paese. Praga costituisce infatti quasi uno Stato nello Stato, un’isola del benessere con tassi di disoccupazione contenuti (poco più del 4%, mentre la media nazionale è vicina all’8%), stipendi medi di quasi 35 mila corone al mese (circa 1350 euro, rispetto a una media nazionale di mille euro) e un tenore di vita complessivo ben al di sopra della media Ue.

Nella zona di Praga, ove risiede poco più di 1 milione di abitanti, sui 10 della Repubblica Ceca, si calcola che il pil pro-capite medio sia superiore del 72% a quello della Ue a 27 paesi (fonte Eurostat), mentre nelle restanti regioni inferiore di circa il 20% alla media Ue. Un divario che si riflette anche sulle aspettative di vita degli abitanti stessi, che nella capitale sfiora gli 80 anni, quasi 5 in più rispetto a regioni più povere come Boemia del nord e Moravia-Slesia.

Dare un senso alle provocazioni della Russia nello spazio postsovietico

Forse lo avevamo dimenticato, ma la caratteristica fondamentale della Russia è quella di sorgere sul territorio russo. Non è un gioco di parole. A forza di citare Mosca nel contesto del braccio di ferro diplomatico che contorna il conflitto siriano, abbiamo trascurato che gli interessi geopolitici dei russi si concentrano primariamente a ridosso del Mar Nero, nel Caucaso e in Asia centrale. In quelle aree che una volta facevano parte dell’Urss e che oggi, non a caso, chiamiamo spazio postsovietico.

Spazio ex sovietico sul quale la Russia non ha mai mancato di esercitare un’influenza, per non dire una prelazione. Risale ad un anno fa, all’indomani dell’annuncio da parte di Putin della sua candidatura alle presidenziali di marzo 2012, la prima menzione ufficiale del progetto di Unione eurasiatica. L’idea, ispirata al modello di’integrazione dell’Unione Europea e rivolta ai Paesi che furono parte dell’Urss (con le scontate eccezioni dei Paesi baltici, della Georgia e anche dell’Azerbaijan), affonda le sue radici in una serie di precedenti tentativi di integrazione della regione, tutti tesi alla riorganizzazione geostrategica dello spazio postsovietico all’indomani della dissoluzione.
Il primo passo in questa direzione è stato compiuto da Russia, Bielorussia e Kazakhstan, che nel 2010 hanno dato vita ad un’unione doganale che prevede l’adozione di una tariffa doganale unica e l’abolizione dei controlli doganali alle frontiere comuni. E’ a partire da questa prima forma di integrazione economica che, nel novembre 2011, i presidenti dei tre Paesi costitutivi hanno sottoscritto una dichiarazione in cui si prefiggono di realizzare l’Unione euroasiatica entro il 2015. A tal fine, nel gennaio 2012 è entrato in vigore – sempre fra i tre Stati fondatori – uno Spazio economico comune modellato sulla base di quello europeo, in cui merci, servizi, persone e capitali possano circolare liberamente. Dal 1991, quando la bandiera sovietica fu ammainata per l’ultima volta, si tratta del progetto più ambizioso volto a colmare il vuoto geopolitico lasciato dalla dissoluzione – sotto l’egida di Mosca, ovviamente.

Fondamentale, a questo punto, è capire chi di questo spazio farà parte, e a quali condizioni. Nell’Unione Eurasiatica è recentemente confluita l’ArmeniaProspettata già da diverso tempo, l’adesione di Yerevan è ora ufficiale. L’accordo con Russia, Bielorussia e Kazakhstan vanifica la prevista conclusione di un accordo di associazione con l’UE. Gas meno caro ed appoggio militare nel Nagorno-Karabakh sono due argomentazioni in favore di Mosca a cui Bruxelles non ha potuto replicare con offerte più allettanti.

Ma la vera partita tra Europa e Russia si gioca in Ucraina, tuttora sospesa tra l’Accordo di associazione con la UE e l’adesione all’Unione Eurasiatica. Con il Paese ormai ad un passo dalla firma dell’Accordo – che consentirebbe l’integrazione economica di Kiev nell’Unione – la Russia ha avviato nei confronti degli ucraini una serie di ritorsioni commerciale per costringere il governo a cambiare idea, In agosto, la Russia ha sospeso le importazioni di macchinari dall’Ucraina, mentre il Kazakhstan ha respinto le importazioni a base di uova da Kiev sulla base di supposte mancanze fitosanitarie. Già in luglio, Mosca aveva deciso il blocco delle importazioni dei prodotti della dolciaria Roshen, società posseduta da Petro Poroshenko, ministro del governo ucraino che, più di tutti, sostiene l’avvicinamento del Paese all’Unione Europea. Non dimentichiamo le cosiddette guerre del gas, che l’Europa pare aver scoperto dopo la Rivoluzione arancione ma che in realtà fanno litigare Mosca e Kiev da sempre.
L’Ucraina è un Paese per dimensioni e popolazione pari più o meno alla Francia, che versa in una crisi economica e politica tanto profonda da rendere impossibile al momento prevederne l’esito. E’ qui che nel 2005 ebbe avvio la cosiddetta Rivoluzione arancione, esplosa per impedire la falsificazione delle elezioni a favore del candidato filorusso. Fu allora che il mondo prese coscienza che a Kiev coesistono due anime: quella di un’Ucraina storicamente e/o potenzialmente europea e un’Ucraina russofona, vicina a Mosca. Una realtà moderna e pluralista, l’una; più arretrata e monoculturale, l’altra. Solo grazie al pronto intervento della UE si impedì che la situazione precipitasse in una guerra civile.
Dopo la disgregazione dell’Urss, l’Ucraina è diventata oggetto di un gioco a somma zero tra la Russia e gli Stati Uniti. A Kiev fu imposto di scegliere tra Europa (e di riflesso gli USA) e Russia. Per un paese così eterogeneo, addirittura polarizzato, come l’Ucraina, in cui qualunque scelta politica equivale ad un cammino in un campo minato, una scelta tra “Oriente” e “Occidente” è impossibile. Dalla parte americana si è subito schierata la Polonia. La prospettiva di un riavvicinamento alla Russia suscitava in molti il timore di essere nuovamente inghiottiti dall’impero rinascente; d’altra parte l’idea di entrare a far parte nella UE, avvertita come bacchetta magica per favorire il benessere economico della popolazione, ha sollevato le preoccupazioni di quanti considerano l’integrazione in Europa come l’anticamera dell’ingresso nella Nato. opzione improponibile ai filorussi.
Sui rapporti tra la Russia e l’Ucraina la vicenda Nato ha avuto pesanti conseguenze. Con l’intensificarsi nel 2007-2008 degli sforzi americani – ed europei – per spingere l’adesione di Georgia e Ucraina alla Nato, diversi politici ucraini di etnia russa, che non rappresentano direttamente il Cremlino ma occupano posizioni di rilievo nelle gerarchie istituzionali ucraine, hanno cominciato ad avanzare decise richieste di “restituzione” alla Russia della Crimea, assegnata all’Ucraina da Kruscev nel 1954, in occasione della celebrazione dei trecento anni dell’unificazione dell’Ucraina alla Russia. Non è che un primo assaggio del focolaio di tensione, al momento controllato, che potrebbe divampare nel caso in cui l’Ucraina dovesse davvero intraprendere la strada verso l’Alleanza Atlantica.
Nel summit della Nato a Bucarest dell’aprile 2008, Putin ha avuto modo di esporre senza mezzi termini la sua visione geopolitica riguardo all’Ucraina, nella quale questa risultava una mera creazione dell’Urss in virtù di “territori regalati” sia dalla Russia (come la Crimea, appunto) che dall’Europa orientale. Era una provocazione calcolata, ma sintomatica di come Putin non intenda permettere a Kiev di allontanarsi dall’orbita moscovita. Lo storico Samuel Huntington, nel suo discusso Lo scontro delle civiltà aveva indicato, come confine tra il mondo democratico e quello autocratico, l’arteria del fiume Dnepr-Dnipro che taglia l’Ucraina in due parti. A conferma della sua tesi, quello che sta succedendo nel Paese negli ultimi anni costituisce un’innegabile riprova dell’antagonismo tra l’attuale Russia e l’Occidente.

Un luogo dove questo dualismo ha portato ad una vera e propria guerra è la Georgia, attaccata e smembrata in tre parti al termine di una guerra-lampo con Mosca nel 2008.
Martedì 27 Agosto, il Presidente russo Vladimir Putin si è recato in visita ufficiale regione separatista dell’Abcasia, Inutile dire che il gesto di Putin ha sollevato la protesta ufficiale del governo di Tblisi. La Georgia ha almeno due motivi per considerare questa visita come un’autentica provocazione. In primo luogo tempistica: esattamente cinque anni e venti giorni prima, i carri armati di Mosca attraversavano il Tunnel di Roki dalla repubblica russa dell’Ossezia del Nord per entrare in Ossezia del Sud, dando così avvio al conflitto. In secondo luogo, non più tardi di due mesi prima, in giugno, la Russia aveva rafforzato i confini dell’Ossezia del Sud attraverso una barriera il filo spinato, spostando peraltro la frontiera di alcune centinaia di metri in territorio georgiano. Inizialmente la Georgia ha sminuito, preferendo non reagire alla provocazione. In realtà, il presidente georgiano Saakashvili era solo in attesa del momento opportuno, e questo è arrivato il 25 settembre, quando egli ha tenuto un acceso discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite con il quale ha duramente attaccato la Russia e la sua politica imperialistica. Per Saakashvili l’Unione euroasiatica è un pericolo per tutti gli Stati ex sovietici perché li obbligherebbe ad abbandonare le loro aspirazioni di democrazia e libertà - rappresentate da un’eventuale adesione in Europa – e tornare sotto la dittatura della grande madre Russia.
Saakashvili è convinto che Abcasia ed Ossezia torneranno sotto la sovranità di Tblisi, sebbene neanche lui, al momento, abbia probabilmente idea di come questo ritorno potrà avvenire. Per ora il presidente si limita di perdere tempo per guadagnare tempo: a parole il suo governo alterna aperture in merito a possibili relazioni di interesse comune con Mosca; di fatto resta in attesa del 2014, quando la Georgia riceverà dalla Nato il sospirato Membership Action Plan, anticamera dell’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Tali episodi testimoniano la reciproca diffidenza tra le parti e di certo non agevolano una distensione che procede già a passo di lumaca. Il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Russia e Georgia si accompagna ad alcune condizioni (nello specifico: il ritiro dell’esercito russo da Abcasia e Ossezia per i georgiani; il riconoscimento delle due repubbliche da parte di Tbilisi per i russi) reciprocamente inaccettabili, e pertanto ad oggi i due Paesi rimangono su posizioni inalterate rispetto a cinque anni fa.

La Georgia è un caso da manuale di come il Cremlino sfrutti la disattenzione dell’opinione pubblica internazionale, tutta concentrata su quanto avviene a Damasco, per compiere delle ennesime provocazioni nello spazio ex sovietico, con pesanti conseguenze per tutto lo spazio stesso.
Tuttavia, nel corso degli anni anche l’Occidente ha compiuto una serie di atti che Mosca ha percepito come ostili. L’idea che la Nato possa spingere i suoi confini sino a quelli di Mosca è avvertita dai russi come una minaccia. . Ad esempio, quando nel citato summit Nato di Bucarest furono intensificati gli sforzi per accogliere Georgia e Ucraina, alla Russia fu risposto che, in quanto non membro dell’Alleanza, non aveva voce in capitolo nella questione. Dichiarazioni che a Mosca sono state recepite come un affronto. Inoltre, sempre nel 2008 la guerra russo-georgiana fu preceduta dal riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo – unilateralmente dichiarata nei confronti della Serbia – da parte dell’Unione Europea, nonostante la ferma opposizione di Mosca. E’ probabile che questo secondo episodio abbia contribuito in modo determinante a far precipitare la situazione nel Caucaso: con la guerra Mosca ha voluto avvertire tutti che, se davvero Kiev e Tbilisi aderissero al Patto atlantico, lo farebbero da staterelli dimidiati. All’indomani della guerra russo-georgiana, rappresentante della Federazione Russa presso la Nato, Dmitrij Rogozin, ha affermato: “Adesso semplicemente non si capisce quale Georgia possa essere accolta nella Nato. Risulta che tutti i paesi della Nato dovrebbero forse riconoscere l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, e allora, staccandole dalla Georgia, accogliere la parte restante del paese”. In pratica, l’ingresso di Tblisi nel Patto Atlantico comporterebbe il necessario riconoscimento delle due repubbliche separatiste da parte dei Europa e America, aspetto al momento fuori discussione.

Quando si parla del desiderio della Russia di recuperare lo status di grande potenza, troppo spesso ci si dimentica di chiarire cosa ciò significhi. Le ingerenze di Mosca in quel di Kiev  e di Tblisi, e la costituzione dell’Unione Eurasiasica, non rappresentano dei tentativi di ricreare l’Urss. Questa idea non gode oggi di grande favore e non corrisponde agli interessi delle élite al potere. Persino la rinascita dell’unità slava di Russia, Ucraina e Bielorussia non ispira granché la popolazione.
L’interesse di Mosca per ciò che avviene nel suo cortile di casa è dettato da una ragione esistenziale. Il rapporto con lo spazio è sempre stato un elemento vitale per l’esistenza stessa della Russia e costituisce il punto di partenza della sua visione geopolitica. Lo spazio postsovietico è l’ex spazio sovietico, e questo, a sua volta, è l’ex spazio dell’impero russo. Il fatto che la Russia sia sorta sul territorio che fu dell’Urss e prima ancora dello stato russo è l’unico contrassegno oggettivo che accomuna popoli e regioni tra loro diversissimi (che cosa ha in comune la Lettonia con il Tagikistan?) ma che hanno vissuto per decenni sotto le stesse insegne, e che tutt’oggi subiscono l’influenza, per non dire il peso, della tradizione sociale e politica del gigante che un tempo li riuniva.
In un certo senso, Mosca si sente impero. Ma ci si stupirà di apprendere che nella storia russa la visione imperiale ha sempre avuto poco a che vedere con la volontà di potenza, Scriveva l’analista Pavel Byrkov nel 2008: “La storia dell’impero russo non si differenzia così marcatamente da quella degli altri imperi europei. Per molti aspetti è stata anche più umana. In ogni caso la Russia non ha avuto la possibilità di scegliere se essere un impero o un normale Stato democratico europeo. La scelta che si è presentata è stata se essere impero o colonia”. Lo stesso presidente Putin non è molto lontano da questo pensiero. Nel 2009 dichiarò: “O la Russia fa parte del gruppo deiPaesi leader del mondo, oppure essa scompare“.

Alla fine degli anni Novanta il rischio di una frammentazione della Russia in tante entità minori era diventato reale. La disgregazione dell’Urss nel 1991 era avvenuta in modo repentino e in maniera inaspettata per la maggior parte della popolazione. Ancora oggi l’ideologia che rappresenta un potenziale pericolo sia per la Russia che per i suoi vicini è l’irredentismo, vale a dire quella forma di nazionalismo che pone l’accento sulla “riunificazione” in un unico Stato delle terre e dei popoli che questo nazionalismo ritiene propri. Con il crollo dell’Urss sono effettivamente rimasti fuori dalla Federazione Russa ampi territori e numerosi gruppi di popolazione russofona che l’opinione pubblica considera come propri, non nel senso che un tempo erano appartenuti all’impero, ma in quanto russi. Questo è un effetto collaterale della genesi stessa dell’Unione Sovietica, nella quale i confini delle repubbliche furono tracciati con proditorio sfregio di quelli etnici, in base al principio “unisci per indebolire”. Popoli eterogenei furono inclusi in territori omogenei, alimentando così l’instabilità politica: nel 2010 il Kirghizistan fu sull’orlo di una guerra civile tra la maggioranza kirghiza e la minoranza usbeca. Ancora oggi sia in Russia che in quasi tutte le repubbliche limitrofe esistono movimenti separatistici, e in alcuni casi (in Georgia, appunto) si hanno Stati illegali autoproclamatisi tali.
Così, se l’Europa è riuscita a realizzare un progetto di diritti civili, di modernizzazione, di pace e benessere per la maggior parte dei propri cittadini, la Russia invece, dalla fine degli anni Novanta si è messa a ricostruire la sua dimensione politica in termini sostanzialmente imperialistici, incompatibili dunque con la modernità. Detto in altri termini, dopo aver inglobato e tentato di omologare realtà eterogenee, popoli ed etnie diversissimi, la Russia si è ritrovata ostaggio della sua strategia colonialista. Diventando impero, è diventata Eurasia, e quindi né Europa né Asia. Mentre la maggior parte dei popoli europei usciti dall’orbita di Mosca, recuperando le rispettive identità culturali distrutte dal comunismo, si stanno integrando, seppur tra mille difficoltà, nello spazio comune della democrazia, la Russia si trova ancora a fare a pugni davanti allo specchio. Oggi Mosca, cercando di recuperare spazi perduti, spera di dar ordine alla sua situazione interna.

Per questa ragione ogni rischio di un indebolimento dell’esercizio del potere da parte dello Stato sullo spazio russo viene visto dai russi come una minaccia potenzialmente fatale. Instabilità politica del proprio spazio e timore nella percezione della propria sicurezza sono due facce della stessa medaglia. Per Mosca l’episodio del confine osseto-georgiano rafforzato con il filo spinato, ad esempio, è di fatto un messaggio del suo malcontento per l’estensione del MAP a Tblisi. Ancora, passando all’Ucraina, durante la Rivoluzione arancione Sergio Romano scriveva che l’Europa dovrà “garantire a Putin che l’Ucraina non sarà mai più una spina polacca nel fianco dello Stato russo”, cosa che in effetti non è stata.
Si capisce perché il rapporto tra Russia e Occidente è sempre stato contraddittorio e improntato più sulla diffidenza che sulla collaborazione. Le due realtà parlano due lingue diverse: l’Occidente, seppur con incerta coerenza, pone comunque l’accento su valori quali la libertà e la democrazia, mentre la Russia avverte questi stessi valori come minaccia per la propria identità. La cattiva esperienza vissuta negli anni di Eltsin ha parecchio screditato il modello democratico agli occhi dell’opinione pubblica, tanto che oggi democrazia e logoramento dello Stato sono quasi diventati sinonimi.
Oggi, per la Federazione russa, la spazio per una nuova architettura di sicurezza trova le sue fondamenta su una solida rete di partenariati con le repubbliche sue ex sottoposte e nella bonifica dello spazio stesso dalle situazioni conflittuali, in particolare con la Georgia. Per la quale la porta della Nato sarà sempre aperta, assicura l’organizzazione. Ma intanto resta chiusa, e anche negli USA c’è chi comincia a chiedersi se sia ancora il caso di accogliere Tblisi, all’idea della (ulteriore) instabilità che verrebbe a crearsi in una regione, quella caucasica già in ebollizione.

Quando nel 2009 il presidente americano Obama parlò di un “reset” nella relazioni con Mosca, molti osservatori, anche di parte russa, apprezzarono la buona volontà manifestata dalla Casa Bianca, anche se non era ben chiaro cosa questo “reset” volesse dire. Da allora si è fatto ben poco. Affinché una nuova cornice di rapporti tra USA, UE e Russia sia possibile, bisogna mandare in soffitta quella vecchia. Qualunque cambio di strategia richiede innanzitutto un mutamento radicale delle concezioni reciproche dei partecipanti: l’Europa dovrà sì diversificare le proprie fonti di energia, in modo da liberarsi dai ricatti di Mosca, ma dovrà anche togliere a questa l’etichetta di “barbaro eternamente alle porte” che le ha imposto nei secoli passati. Allora si parlerà di un sistema di sicurezza paneuropeo e di relazioni radicalmente nuove tra Russia e UE, tra Russia e Nato. Sarebbe vantaggioso per tutti, visto che la categoria dei pesi massimi geopolitici ha da poco visto visto l’ingresso di un nuovo contendente, la Cina, la cui proiezione esterna in Asia centrale e in Siberia sembra minacciare la sfera di integrità russa molto più di quanto non farebbe la temuta Nato.

* Articolo comparso originariamente su The Fielder

La vicenda TAP dimostra quanto l’Italia conti poco in Europa

Abbiamo visto come il tramonto del progetto Nabucco comporterà il via libera definitivo al gasdotto TAP, che connetterà Italia e Grecia attraverso l’Albania, permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dalla zona del Caucaso, del Mar Caspio (Azerbaijian) e, potenzialmente, del Medio Oriente.
Una sconfitta per l’Europa e una vittoria per la Russia, sempre più monopolista nelle forniture energetiche al Vecchio continente.

In un primo momento, la realizzazione della TAP prometteva delle ricadute positive per l‘Italia. La posizione privilegiata al centro del Mediterraneo, infatti, metteva il nostro Paese nella condizione di diventare un hub di prima grandezza nel trasporto del gas dall’Azerbaijan al resto d’Europa.
A partire dal 2019, infatti, dovrebbero approdare in Puglia circa 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, una quantità sufficiente per alimentare circa 3 milioni di consumatori domestici. Con l’aggiunta di una terza stazione di compressione il gasdotto sarà in grado di duplicare la quantità trasportata a 20 miliardi di metri cubi/anno. Il gas così immesso nelle rete nazionale sarebbe poi venduto ad altri acquirenti europei.

Questo era ieri. Oggi, invece, la posizione dell’Italia sembra essere a serio rischio.

 Venerdì 20 settembre il governo azero ha siglato due sontuosi contratti di fornitura con la compagnia tedesca E.On e con francese Suez Gaz de France, rispettivamente per l’acquisto di 1,4 miliardi e 92 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno. La firma conferma le indiscrezioni sul prolungamento della TAP in Nord Europa, in ossequio ad un disegno sostenuto dalle aziende azioniste del progetto: l’inglese British Petroleum, la norvegese Statoil, la belga Fluxys, la francese Total, la svizzera AXPO, oltre ovviamente alla tedesca E.On.

L’Italia sarebbe ridotta dall’essere il Paese di approdo della TAP a un mero corridoio di transito verso altre destinazioni, senza avere negoziato in termini contrattuali il cambio di status. In altre parole, rischiamo di declassati per unilaterale decisione dei nostri vicini e con il governo Letta del tutto impreparato di fronte a tale iniziativa.
L’Italia, potenza medio-piccola sempre costretta ad ingegnarsi per ritagliarsi uno spazio in un contesto internazionale ostile, palesa di nuovo l’incapacità di tutelare i propri interessi strategici al cospetto dei partner europei. Per l’ennesima volta, la posizione di Roma al centro del Mediterraneo si rivela essere una straordinaria fonte di opportunità… per gli altri; per noi, al contrario, sarebbe l’ennesima occasione persa.

L’Azerbaijan si affaccia sul Mediterraneo

Un anno fa ho spiegato il ruolo cruciale dell’Azerbaijan nei piani di diversificazione energetica dell’Unione Europea. Se ne è parlato in un incontro a Londra il 24 ottobre, in occasione dei dieci anni dal completamento dell’oleodotto BTC, che trasporta un milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del Caspio all’importante terminal di Ceyhan (Turchia). Tuttavia, negli ultimi dodici mesi Bruxelles non si è avvicinata di molto a Baku; in compenso oggi quest’ultima pare avvicinarsi sempre di più al Mediterraneo.

L’Azerbaijan sta coltivando rapporti sempre più stretti col Montenegro. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Lo scorso luglio ad esempio la SOCAR, potente e ricchissima azienda statale petrolifera azera, ha vinto la gara per accaparrarsi (per i prossimi 90 anni) la concessione dell’ex zona militare di Kumbor, sulla suggestiva costa delle Bocche di Cattaro, e trasformarla in un complesso vacanziero di lusso [l’analisi del Financial Times su questo controverso investimento, n.d.r.]. La vittoria è arrivata nonostante la mancanza di precedenti esperienze nel settore, e superando l’agguerrita concorrenza di consorzi turchi e americani.
E questo è solo l’ultimo di una serie di ricchi accordi bilaterali firmati negli ultimi due anni. Oggi l’Azerbaijan investe in Montenegro anche nel porto di Bar, nella costruzione della superstrada Tivat – Budva, nell’autostrada Bar – Boljari, in perforazioni alla ricerca di idrocarburi nell’Adriatico meridionale.
D’un tratto, la rotta aerea Podgorica – Baku s’è fatta affollata. Molto affollata.

Visti i precedenti, fin troppo facile pronosticare che, a breve, anche Podgorica potrà fregiarsi di una statua ad Heydar Aliyev . E pensare che, come ricorda Monitor
, la capitale montenegrina è gemellata da anni con quella armena Yerevan...

Ma sono soprattutto i crescenti legami con Israele ad avvicinare Baku all’ex Mare Nostrum. SOCAR ha iniziato il proprio piano per diventare un produttore energetico internazionale proprio da qui, entrando con una partecipazione del 5% nel giacimento petrolifero di Mel Ashdod, l’unico economicamente conveniente nelle acque a largo dello Stato ebraico. Previsti investimenti anche per lo sviluppo dei giacimenti di gas.
I ben informati non mancheranno di notare che l’accordo è giunto tre mesi dopo che Israele aveva concluso con Baku un contratto per la vendita di armi (con tanto di sistemi di difesa antimissile) da 1,6 miliardi di dollari. L’asse tra azeri e israeliani affonda le sue radici, oltre che nella cooperazione energetica, anche nella comune rivalità con l’Iran, ribadita in febbraio con la disponibilità di concedere le proprie basi all’aviazione israeliana - benché Baku non avrebbe nulla da guadagnare da un eventuale ai siti nucleari di Teheran.
Israele fornirà all’Azerbaijan anche la tecnologia necessaria per la dissalazione e la potabilizzazione dell’acqua di mare.

Per finire, gli azeri hanno più volte ribadito la propria neutralità di fronte ai due progetti concorrenti del Nabucco e del TAP, entrambi volti a convogliare il gas dalle proprie sponde a quelle più calde del Mediterraneo. Qualunque progetto sarà alla fine realizzato, Baku sarà comunque più vicina.

Armenia, Ungheria e Azerbaijan. Cosa c’è dietro l’affare Safarov

Nel 2004 due ufficiali, uno armeno e l’altro azero, erano entrambi ospiti della base Nato a Budapest, per un seminario della Partnership per la Pace. Come è facile immaginare, i due non si piacquero granché. Finita la sessione, Gurgen Margaryan, 24 anni, l’armeno, fece ritorno nel suo alloggio. Ramil Safarov, l’azero invece si recò allo spaccio del compound militare per comprare un’ascia. Giunto nel dormitorio, si introdusse nella stanza di Margaryan, sfortunatamente aperta e, mentre il ragazzo dormiva (secondo altre versioni no), lo uccise con 16 colpi d’accetta. Il motivo? Quest’ultimo aveva urinato sulla bandiera dell’Azerbaigian.
Safarov venne arrestato subito dopo e nel 2006 condannato all’ergastolo, da scontare in Ungheria. La storia, dopo il clamore iniziale, fu presto dimenticata. Almeno fino a pochi giorni fa, quando l’Ungheria si è decisa ad accogliere la richiesta di estrazione avanzata dall’Azerbaijan. Ma appena è atterrato a Baku, ad accogliere Safarov non c’era una cella, bensì il presidente Ilham Aliyev in persona. Il quale lo ha “perdonato”, abbracciato e addirittura promosso al grado di maggiore in quanto “eroe” nazionale. Il motivo? Se Margaryan aveva oltraggiato la bandiera azera, allora il suo omicidio è “patriottico”.

Inutile dire che l’Armenia è su tutte le furie. Yerevan ha già interrotto i suoi rapporti con l’Ungheria e il 2 settembre il presidente armeno Serzh Sarkisian si è spinto a dichiarare di essere pronto ad una guerra contro l’Azerbaijan. La tregua fra i due Paesi è sempre più fragile. Solo un armistizio, firmato nel maggio del 1994, si frappone fra la pace e la guerra. E i ripetuti incidenti alle frontiere negli ultimi tre mesi hanno fatto che aumentare la tensione.
Se l’affermazione del presidente armeno sembra troppo avventata, non è stata da meno quella del vicepresidente azero nonché segretario del partito presidenziale Nuovo Azerbaigian, Ali Akhmedov: ora che “Ramil è stato rilasciato, la prossima liberazione sarà quella del Karabakh“.
L’indignazione degli armeni è stata forte e le scuse degli ungheresi non sono bastate a placarla. Sarkistan ha dovuto chiedere alla sua gente di non bruciare più bandiere ungheresi in segno di protesta.

Peraltro, lo stesso governo ungherese si dice contrariato dall’atteggiamento di Baku, visto che il governo azero si era impegnato a rispettare le condizioni stabilite da Budapest per l’accoglimento della richiesta di estradizione. A riguardo, il Ministero ungherese della Pubblica amministrazione e la giustizia aveva ricevuto una risposta via fax, firmata dal viceministro della Giustizia azero, Vilayat Zahirov, la quale rassicurava sul fatto che, per prassi generale, le persone condannate all’estero ed estradate in Azerbaigian devono scontare la propria pena senza bisogno di una nuova procedura giudiziaria.
In realtà, Zahirov aveva affermato di aderire al disposto dell’art. 9 della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento di persone condannate, il quale statuisce che:

Le autorità competenti dello Stato di esecuzione devono: 
continuare l’esecuzione della condanna immediatamente o sulla base di una decisione giudiziaria o amministrativa, alle condizioni previste dall’articolo 10; o convertire, per mezzo di una procedura giudiziaria o amministrativa, la condanna in una decisione di detto Stato, sostituendo in tal modo la pena inflitta nello Stato di condanna con una sanzione prevista dalla legge dello Stato di esecuzione per lo stesso reato, alle condizioni previste all’articolo 11. 
Lo Stato di esecuzione deve, se richiesto, indicare allo Stato di condanna, prima del trasferimento della persona condannata, quale delle procedure intende seguire. 
L’esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione e questo Stato è l’unico competente a prendere ogni decisione al riguardo.

Ma la stessa convenzione prevede, all’art. 12, che “Ciascuna Parte può accordare la grazia, l’amnistia o la commutazione della condanna conformemente alla propria Costituzione o ad altre leggi”. In altre parole, nessuno poteva impedire all’Azerbaijan di liberare Safarov una volta tornato in patria. Per quanto discutibile, si tratta di una scelta giuridicamente legittima.
Altra cosa è la questione politica. Il quotidiano magiaro Origo riporta una controversa dichiarazione di Zahid Oruj, un membro del comitato  nazionale sicurezza del parlamento azero, secondo cui la ragione principale dell’apertura di un’ambasciata azera a Budapest era proprio quella di tutelare gli interessi di Safarov in vista di una possibile estradizione. Dunque l’Ungheria sapeva – e non poteva non sapere - che, una volta in patria, questi sarebbe stato liberato e perfino accolto come un eroe. Eppure lo ha consegnato lo stesso alla “giustizia” azera. Perché?
Il governo Orban, in carica dal 2010, ha ereditato la pesante situazione economica di un Paese oberato dai debiti e in piena recessione. Una sfida che il nuovo esecutivo ha cercato di affrontare attraverso – parole dello stesso Orban – soluzioni “non ortodosse”. Una politica che, dietro le confortanti espressioni di “apertura globale” e “apertura orientale”, ha sbattuto la porta in faccia ai prestiti condizionati dell’Europa e del FMI per aprire la strada ad accordi di cooperazione economica ed assistenza con Paesi come la Cina, l’Arabia Saudita ed anche – e questo è il punto che ci interessa – l’Azerbaijan.
All’inizio di agosto l’Ungheria ha annunciato di considerare l’idea di una emissione di titoli di Stato in Turchia, denominati in lire turche oppure in manat azeri, o in entrambe le divise. E a proposito di titoli sovrani, gira voce (smentita dagli azeri) che il governo di Baku abbia promesso l’acquisto di quelli ungheresi per un ammontare di 3 miliardi di euro. Il 20 dello stesso mese, vale a dire un giorno dopo che la compagnia petrolifera azera Socar aveva dichiarato la propria partecipazione al progetto Nabucco per il trasporto di gas dai giacimenti di Shah Deniz all’Europa, l’Ungheria ha confermato il proprio assenso alla costruzione del gasdotto sul proprio territorio.
11 giorni dopo Safarov è stato estradato. Coincidenze?

Il sospetto che il governo ungherese si sia “venduto” è forte: a pensarlo sono sia gli armeni che gli stessi ungheresi (qui qui). Oggi il segretario degli affari esteri azero Novruz Mammadov rivela che colloqui occasionali tra Orban e il presidente azero Ilham Aliyev a proposito del destino di Safarov si sono susseguiti per oltre un anno.
L’Ungheria ha bisogno sia di prestiti che di energia, per cui l’opzione azera non poteva – e non può – essere accantonata a cuor leggero. E la libertà di un assassino, nei canoni della realpolitik, è un prezzo sufficiente in cambio del benessere di un intero Paese. Sull’altro piatto della bilancia troviamo la rottura dei legami con un partner orientale, il danno d’immagine e un futuro giudizio (poco lusinghiero) da parte della storia.
In ogni caso, l’affare Safarov è l’ennesimo esempio di come la giustizia venga facilmente sacrificata sull’altare degli interessi politici. Avanti il prossimo.

Sale la tensione tra Armenia e Azerbaijan

Dai primi di giugno il traballante cessate-il-fuoco tra Armenia e Azerbaijan è messo a dura prova da una delle peggiori serie di incidenti degli ultimi anni.

Tutto è iniziato il 31 maggio con ripetuti scambi di artiglieria in diverse località in tutto il settore settentrionale, che si protraggono per 3 giorni. Pochi giorni dopo si comincia a spargere sangue. Il 4 giugno tre soldati armeni sono stati uccisi e sei feriti dalle forze azere in uno scontro presumibilmente innescata da un tentativo di infiltrazione in territorio armeno. Le autorità azere hanno tuttavia affermato che l’incidente è stato una  provocazione da parte delle forze di Yerevan. Il giorno seguente sono caduti cinque soldati azeri  in un nuovo scontro al confine.

Quale che sia la verità sugli incidenti, le informazioni disponibili suggeriscono che in entrambi i casi si sia trattato di un tentativo delle due parti di catturare le posizioni avversarie. Ed è un fatto preoccupante, se pensiamo che di solito gli scontri si limitano a raffiche di mitragliatrice o al massimo al lancio di alcune granate. E’ inoltre degno di nota che i combattimenti sono avvenuti ad una distanza significativa (circa 50 km) dalla frontiera col Nagorno-Karabakh, teatro abituale degli scontri: i soldati armeni morto a Tavush, vicino al villaggio di Chinari, mentre i soldati azeri sono stati uccisi nei pressi di Ashagy-Askipara, parte di una piccola – e quasi interamente deserta – esclave di Baku in Armenia. Tutto ciò indica che gli scontri non sono in funzione della geografia locale (vale a dire una incursione armeno seguito da un locale azero contropiede), ma bensì di un disegno più ampio volto a sondare la capacità di reazione avversaria lungo il confine.

Coincidenza, i fatti sono avvenuti proprio nel corso del tour di Hillary Clinton nel Caucaso. Il Segretario di Stato USA ha  condannato le violenze, insistendo affinché le parti si astengano dall’uso della forza. Le quali, in ogni caso, non hanno perso occasione per incolparsi reciprocamente. Secondo Yerevan, gli azeri avrebbero violato il cessate-il-fuoco quasi 11.000 volte negli ultimi sette mesi.

E gli incidenti, manco a dirlo, sono continuati.
Il 20 luglio un ufficiale azero ha perso la vita per mano delle forze azere. Coincidenza anche qui, il giorno prima si era avuta la conferma di Bako Sahakian a presidente dell’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh. Evento che ha contribuito a gettare benzina sul fuoco regionale, visto che nessuno tra Turchia (i cui già tesi rapporti con l’Armenia minacciano di deteriorarsi ulteriormente), Georgia e ovviamente Azerbaijan intende riconoscere il benché minimo valore a queste elezioni.
L’ultimo episodio si è verificato a fine luglio, quando le guardie azere hanno aperto il fuoco approfittando del fatto che il presidente armeno si trovava a Londra per presenziare ai Giochi Olimpici.

Nonostante questa scia di fuoco – contornata da 11 morti totali – militari e politici di ambo i fronti non hanno alimentato l’avvio di una vera e propria escalation.
Possiamo pensare che i comandanti di frontiera godano di una certa autonomia rispetto ai rispettivi stati maggiori centrali. Tuttavia la concomitanza tra scontri a fuoco ed eventi politici di vario genere suggerisce che le parti – soprattutto l’Azerbaijan – intendessero sfruttare la maggiore visibilità per attrarre l’attenzione sul tema del Nagorno-Karabakh.
Un piano coerente con l’ambigua strategia azera, che alterna offerte di dialogo e minacce di guerra:

Innanzitutto nel 2014 ricorrerà il ventennale del cessate-il-fuoco ratificato nel luglio del 1994. Se risultati negoziali di spessore non saranno raggiunti entro questa data, la dirigenza di Baku potrebbe essere tentata a spingere sull’ “acceleratore” del conflitto per evitare che i maggiori attori internazionali incomincino a considerare lo status-quo come un elemento ormai acquisito. In secondo luogo, il 2014 segnerà anche il lento ma inevitabile declino delle scorte petrolifere azere, il cosiddetto “oil peak”. Per il “Centre for Economic and Social Development” di Baku, la stima dovrebbe essere anticipata al 2011, mentre il 2012 sarà l’anno di svolta secondo quanto affermato dalla stessa dirigenza azera e dalla BP. Malgrado il paese disponga di ingenti scorte di gas naturale, l’attuale potere negoziale di Baku, costruito in gran parte sugli idrocarburi, potrebbe incrinarsi sensibilmente dando al regime degli Aliyev un senso di malsana “urgenza” nel colpire il nemico storico. Oltre a questo, nel 2014 si terranno anche le Olimpiadi invernali a Sochi, in Russia, con il conseguente “spostamento” dell’interesse pubblico mondiale per l’area dal minuscolo Nagorno al più consistente evento sportivo.

Ma come si sta preparando, materialmente, l’Azerbaijan al conflitto?

Come detto, incrementando in qualità e quantità gli armamenti a sua disposizione. Con il 3.4% di PIL (1,421,000,000$) destinato alla difesa, il paese caucasico si pone al 30esimo posto mondiale in valore percentuale e al 60esimo in valore assoluto per spesa (Sipri, 2011). Confrontato al più modesto budget armeno (404,000,000$), il flusso di denaro destinato al futuro sforzo bellico risalta alquanto rendendo l’Azerbaijan un attivo compratore internazionale. Nonostante le vicinanze “storiche”, per quanto riguarda le armi non tanto è la Turchia il partner commerciale di spicco quanto piuttosto Russia, Pakistan, Sud Africa e Israele oltre che, in maniera saltuaria, Germania, Repubblica Ceca e Polonia (Oxford Analytica, 2012). Questo, ovviamente, in spregio a un embargo istituito dall’OSCE nel 1992 che impedirebbe la vendita di armi ai soggetti coinvolti direttamente nel conflitto in Nagorno-Karabakh.

D’altra parte, in questi diciotto anni, le armi hanno fatto sentire la loro voce molto più della diplomazia. Secondo Wikipedia:

Sin dal loro avvio le trattative di pace sono state coordinate dall’Osce attraverso il Gruppo di Minsk. I primi colloqui, nel 1994 e nel 1995 non concretizzano alcun risultato per il sostanziale immobilismo delle parti. Nel 1996 la dichiarazione conclusiva del Summit Osce di Lisbona non è firmata dall’Armenia che contesta la posizione espressa nel documento.
Nel maggio 1997 il Gruppo di Minsk presenta un nuovo documento che scontenta sia gli armeni che gli azeri. Altri tentativi e proposte nei mesi a venire non sortiscono alcun risultato. Nel 1999 il presidente armeno Robert Kocharyan e quello azero Ilham Aliyev si incontrano a New York a margine di lavori delle Nazioni Unite: sarà il primo di numerosi incontri tra le massime autorità dei due stati.
Anche i meeting di Parigi (gennaio 2001), Key West in Florida (aprile 2001), Rambouillet in Francia (gennaio 2006) si concludono senza risultati apprezzabili.
Nel 2007 un documento Osce, i cosiddetti Principi di Madrid, getta le basi per le future discussioni nonostante il livello di insoddisfazione delle parti rimanga alto; il documento verrà rivisto nel 2009 dopo che anche l’incontro di San Pietroburgo (giugno 2008) non è andato a buon fine.
Il 2 novembre 2008 il presidente armeno (ora Serzh Sargsyan) e quello azero si incontrano al castello moscovita di Maiendorf ospiti del collega russo Dmitrij Medvedev e firmano una dichiarazione congiunta (la prima dall’Accordo di Bishkek del 1994) in cinque punti che sembra rappresentare una concreta base di mediazione.
Nonostante questo passaggio significativo il negoziato non riesce ad andare avanti. Nuove proposte sono avanzate al G8 del’Aquila a luglio 2009.
Ma tra frequenti violazioni del cessate il fuoco, minacce di ripresa dell’ostilità (soprattutto da parte azera) e nuovi vertici falliti (l’ultimo a Kazan nel giugno 2011) la trattativa per la soluzione del contenzioso non riesce a sbloccarsi.

Lo scenario pare destinato a mantenersi in questo limbo. Ma gli incidenti dei giorni scorsi hanno dimostrato quanto la tregua sia fragile, e quanto facilmente gli scontri possano diffondersi lungo il confine.

Caucaso: tre anni fa, la guerra russo-georgiana

 

1. L’8 agosto 2008 il mondo si svegliò con la notizia che dello scontro in atto tra le truppe georgiane e quelle russe nella città di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, dando l’avvio ad una guerra che pur nella sua breve durata avrebbe mutato (forse) definitivamente i preesistenti assetti nel Caucaso.
È noto che un piano d’attacco contro Tbilisi era sul tavolo del Cremlino già da tempo, ma non va trascurato il fatto che il confine tra i due Paesi era stato più volte infiammato dalle ripetute provocazioni georgiane. Ancora oggi non è chiaro chi abbia sconfinato per primo, sebbene il Rapporto finale dell’inchiesta commissionata dall’Unione Europea attribuisca all’esercito georgiano la responsabilità di aver sparato del primo colpo. E tutto sommato la questione è irrilevante.
Il conflitto terminò nove giorni dopo con la vittoria della Russia, la quale il 26 agosto promulgò un decreto in cui riconosceva formalmente le neonate repubbliche di Ossezia del Sud e Abcasia. Ad oggi, sono riconosciute solo da quattro Stati: Nicaragua, Venezuela Nauru, e ovviamente Russia.
La guerra lampo russo-georgiana va analizzata sotto la lente delle reali intenzioni del Cremlino: rovesciare il governo georgiano, guidato dall’intransigente Mikhail Saakhashvili, per sostituirlo con un altro filorusso.

2. Le tensioni tra Mosca e Tbilisi hanno radici lontane. Sul finire degli anni Novanta, proprio nel pieno infuocare del secondo conflitto in Cecenia, i due Paesi entrarono rapidamente in collisione. Il voltafaccia di Shevardnadze nelle relazioni con il Cremlino, culminato nella chiusura delle basi russe nel Paese nonché nel rifiuto di offrire supporto logistico alle guardie di frontiera russe impegnate nel conflitto ceceno.
Negli anni a seguire, altri fattori si aggiunsero ad esacerbare la questione: da parte georgiana, la Rivoluzione delle Rose e la domanda di ingresso nella Nato; da parte russa, l’incapacità di risolvere il conflitto ceceno, oltre che di fronteggiare il crescente dissenso indipendentista (e islamico) nel Caucaso. Fallite le sanzioni economiche e l’isolamento politico, l’ultima carta nelle mani del Cremlino per mettere la Georgia in ginocchio era la guerra, e il pretesto di difendere i cittadini russi in Abcasia e Ossezia del Sud si prestava bene allo scopo. Sdoganando l’uso della forza, opzione messa da parte dai tempi della disastrosa campagna sovietica in Afghanistan, Mosca fece comprendere alla comunità internazionale di essere disposta a giocare anche tale mossa pur di difendere la propria legittima sfera di interessi. Il Cremlino si disse soddisfatto dell’esito dell’operazione.
Tuttavia, le cose non sono andate secondo i piani di Mosca. A distanza di tre anni, quasi nessuno Stato al mondo riconosce le due nuove repubbliche. Neppure Bielorussia e Armenia, solitamente allineate alle decisioni russe, hanno finora provveduto in tal senso. Saakashvili, l’uomo che Putin avrebbe voluto “impiccare sull’albero più alto di Tblisi”, è ancora al suo posto. Le misure da lui promosse per contenere l’opposizione filorussa non hanno pienamente sortito i loro effetti, ma il suo governo è ancora in carica. La Georgia ha subito un duro contraccolpo dalla sconfitta, con un’economia rallentata ma ancora in piedi, nonostante le prospettive di crescita siano ancora incerte, ma non è stata messa al tappeto. La distribuzione energetica nel Paese non è stata compromessa dalle operazioni belliche. Tblisi ha inoltre rafforzato il dialogo con gli Stati Uniti ed è sempre in attesa di entrare nell’Alleanza Atlantica, garantendosi un ombrello protettivo contro le pressioni russe. Alcuni giorni fa il Senato degli Stati Uniti ha adottato una risoluzione che condanna la Russia per la violazione dell’indipendenza della Georgia.
Indizi evidenti di come non tutti i calcoli di Mosca si siano rivelati esatti.

3. A tre anni di distanza, la Georgia resta un luogo di tensioni internazionali, acuite dalla possibile entrata della Russia nel WTO. È qui infatti che il piccolo Stato caucasico ha in parte un potere nei confronti del grande vicino. La posizione georgiana è contraria all’ingresso di Mosca e per ammorbidirla il Cremlino è costretto a trattare. Lo stesso presidente russo Medvedev ha ammesso la disponibilità del suo Paese a fare un primo passo per ricomporre le relazioni bilaterali, in cambio del sostegno di Tbilisi alla causa russa.
In un certo senso, la Georgia è stata una sorta di valvola di sfogo delle tensioni tra Russia e Occidente accumulatesi negli anni Novanta, quelli dell’unipolarismo americano. Oltre ai dissapori sorti ai tempi di Shevarnadze, l’ostilità di Mosca per Tblisi nasce dall’aver identificato nella Georgia un facile bersaglio in risposta all’unilateralismo occidentale, considerato una mincaiia per l’integrità e la salvaguardia della sfera di interessi russa.
Nell’attesa di nuovi sviluppi, il conflitto resta congelato. Il precario equilibrio instaurato dal cessate il fuoco negoziato da Sarkozy e sostenuto da periodici incontri a Ginevra tra le parti in conflitto rimane un preoccupante fattore di instabilità per tutta la regione.

4. In conclusione, quei caldi giorni di agosto del 2008 hanno avuto effetti desolanti per tutti. Da un lato, la Georgia non si è ancora ripresa dalla sconfitta. Gli errori di Saakashvili, che aveva esagerato con le tendenze accentratrici sul fronte interno e sbagliato completamente l’approccio con l’ex madrepatria su quello esterno, hanno causato il disastro geopolitico che è costato a Tbilisi oltre un quinto del proprio territorio. Dall’altro, la Russia ha raggiunto i suoi obiettivi solo a metà. Tblisi è ancora retta da un governo ostile e sempre in procinto di diventare un membro Nato, e il Caucaso rimane una polveriera pronta ad esplodere.
Sullo sfondo rimangono Ossezia del Sud e Abcasia, figlie dirette del conflitto e tuttora incapaci di stare in piedi sulle proprie gambe, visto che le rispettive economie dipendono pressoché interamente dai contributi di Mosca. Dal punto di vista diplomatico, tuttavia, la circostanza che le due repubbliche siano riconosciute solo da Mosca e pochi altri assume una relativa importanza. L’Unione Europera e la Nato si sono rifiutate di riconoscere la legittimità delle recenti elezioni in Abcasia, che hanno visto la clamorosa vittoria del candidato filorusso Aleksandr Ankvab. Ma la comunità internazionale dispone di mezzi limitati, e il più delle volte non può far altro che restare a guardare. Il caso della Repubblica di Cipro del Nord, indipendente de facto da 37 anni, dimostra come uno Stato non riconosciuto possa esistere e funzionare a prescindere dal consenso degli altri Stati.