Come la Cina sta guadagnando sulla crisi in Ucraina

Partiamo da un presupposto. Il futuro dell’Ucraina è nelle mani di tanti attori: USA, Russia e ricchi poteri privati, ma non del governo di Kiev. Ognuno ha fatto la sua parte per condurre il Paese sull’orlo del baratro e sarà solo attraverso l’incontro tra queste opposte volontà a salvarlo dall’abisso. Il vicepresidente statunitense Joe Biden, nel corso di una visita diplomatica, ha minacciato nuove sanzioni contro la Russia, ma alla fine un accordo sarà necessario. Non a caso al tavolo di Ginevra sedevano rappresentanti di Washington, Mosca e Bruxelles, con il governo ucraino a ratificare le decisioni assunte dagli altri.

C’è però un altro grande Paese che nella crisi ucraina è pienamente coinvolto, e dalla quale potrebbe ricavare lauti profitti – economici e geopolitici – a prescindere da quale sarà l’esito finale della contesa. Parliamo della Cina.

L’interesse cinese per l’Ucraina non è nuovo. Ufficialmente nel 2013 il volume del commercio bilaterale tra la Repubblica popolare cinese e l’ex repubblica sovietica è stato di 11,12 miliardi di dollari, oltre il 7,3 % in più rispetto al 2012, e in generale le multinazionali del Dragone nutrono forti interessi in quel di Kiev. Dal grano alle infrastrutture, i due Paesi hanno collaborato intensamente negli ultimi anni.  Continua a leggere

Ucraina, perché l’accordo di Ginevra è già un fallimento

L’annessione dell’Est Ucraina da parte della Russia è solo rimandata. In una diretta televisiva di mercoledì 16 aprile,  Vladimir Putin ha affermato che la Russia ha annesso la Crimea in parte per rispondere all’espansione della Nato nell’Est Europa. Il capo del Cremlino ha inoltre ammesso che truppe russe si trovavano nella penisola prima che ritornasse sotto Mosca, ma ha negato che esse siano ora presenti nell’Ucraina orientale.

Il presidente russo per ora non vuole invadere, ma può ottenere quello che vuole in altri modi. La minaccia di una guerra civile, di un intervento armato russo e della guerra economica con Mosca sono leve sufficienti per rafforzare il suo potere negoziale con Kiev, impedendo all’Ucraina di scivolare verso Ovest.

Sul fronte interno, l’Ucraina che non riesce a tirarsi fuori dalle sabbie mobili in cui rischia di inabissarsi. La fiducia nei confronti del presidente ad interim Olexandr Turchynov e del premier Arseni Yatseniuk è ai minimi storici. La nuova classe dirigente si trova davanti al compito immane di non far sprofondare il Paese economicamente. Da questo punto di vista non è stato fatto nulla e si aspetta in sostanza l’arrivo dei fondi internazionali. In otto settimane al potere, il nuovo establishment si è dimostrato impotente di fronte agli eventi e le diverse anime del nuovo governo, unite nella fase rivoluzionaria contro Yanukovich, hanno seguito strategie diverse, contraddittorie e controproducenti. Continua a leggere

Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Perché la Crimea non è il Kosovo

L’argomento principale con la Russia giustifica la secessione de facto della Crimea e il suo pronto ricongiungimento a Mosca è l’accostamento con il Kosovo, autoproclamatosi indipendente da Belgrado nel 2008. All’epoca Putin criticò duramente la decisione degli Stati Uniti, della Ue e di alcuni singoli Stati europei di procedere al riconoscimento di Pristina come nuova entità statale; oggi, invece, invoca quel precedente per giustificare la presunta regolarità degli eventi in corso a Sinferopoli.

Tuttavia il paragone è infondato per diverse ragioni. Innanzitutto per la modalità dell’intervento militare: se l’azione della NATO in Serbia nel 1998 è stata necessaria per arrestare il genocidio (reale) della popolazione albanese del Kosovo, la Russia ha giustificato l’occupazione militare per tutelare i diritti della popolazione russofona della Crimea sulla base di discriminazioni puramente immaginarie. Il russo è addirittura la lingua ufficiale in Crimea, e la penisola gode di un’ampia autonomia dal governo centrale dell’Ucraina, tanto da avere lo status di Repubblica autonoma. Certo, le rivolte a Kiev hanno visto la partecipazione di falange dell’estrema destra, tradizionalmente ostili alla minoranza russa, ma le tensioni tensioni nella capitale non avevano sfiorato la penisola che marginalmente. Non a caso, le proteste contro Yanukovich e la sua cricca infuocavano nella capitale e in altre città filooccidentali come Leopoli, ma non a Odessa, a Donestk e per l’appunto in Crimea, dove prevale la popolazione russa. Continua a leggere

Primavera bosniaca o autunno di Dayton?

E’ impressionante notare come le proteste più grandi e diffuse, quelle in grado davvero di interrompere l’inerzia di uno status quo, nascano spesso da episodi minori, dalle azioni di singoli uomini o da mobilitazioni inizialmente confinate in luoghi circoscritti. Si pensi alla Primavera araba, partita dall’autoimmolazione del giovane tunisino Mohamed Bouazizi.

In Bosnia sta forse accadendo qualcosa di simile. Il 5 febbraio a Tuzla, la terza città del paese e principale polo industriale, centinaia di operai scendono in strada per manifestare contro la chiusura di quattro industrie privatizzate nel corso degli anni Duemila e fino a ieri principale fonte di reddito per la città e per la sua popolazione. Organizzata via Facebook e partita come un raduno pacifico (agli operai si sono aggiunti disoccupati, ma anche studenti e gente comune in segno di solidarietà), la manifestazione degenera poi in violenti scontri con la polizia.

In poche ore le proteste subiscono brusca accelerazione, arrivando a contagiare un po’ tutti e dieci i cantoni in cui è suddivisa la Federazione di Bosnia-Erzegovina (una delle due entità in cui è suddivisa la Bosnia-Erzegovina; l’altra è la Republika Srpska). In cinque di essi le sedi cantonali vengono danneggiate (sebbene questi episodi vengano enfatizzati oltremisura dalla stampa; più avanti vedremo perché), costringendo le autorità ad evacuare quasi tutti i principali edifici istituzionali. In totale si svolgono manifestazioni in più di 30 città. Il dato più interessante è che tutto avviene senza alcun coordinamento né a livello locale, né tanto meno nazionale – l’unica eccezione è Tuzla, dove i manifestanti rendono nota una lista di richieste. Solo nei giorni successivi I dimostranti iniziano ad organizzarsi intorno a dei forum civici nei diversi centri coinvolti dalle proteste. Alcuni portali, come Bosnia-Herzegovina Protest Files, sono stati creati ex novo per pubblicare le richieste dei dimostranti.

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Quando Davide soccombe a Golia: San Marino bussa a Bruxelles per sfuggire a Roma

Nel corso dell’anno c’è un solo momento in cui il mondo torna a parlare di San Marino: inizio settembre, in occasione del Gran Premio di MotoGP che si tiene sul circuito di Misano Adriatico. Per il resto, agli occhi dei non residenti il corso degli eventi in cima al Titano rimane pressoché ignoto – aggettivo che, come vedremo, nella visione politica sammarinese del mondo è tra i più caratteristici.

In pochi a conoscenza del referendum che domenica 20 ottobre ha chiamato i cittadini di San Marino a decidere se formulare o meno una domanda ufficiale per entrare a far parte dell’Unione Europea. Per la cronaca, la consultazione non ha raggiunto il quorum del 32% previsto per essere considerata valida. Ma è interessante comprendere i motivi per cui la piccola Repubblica ha deciso di intraprendere il cammino verso Bruxelles: esso è in pratica l’estremo tentativo di sfuggire allo strangolamento a cui essa è stata sottoposta dal governo di Roma, da quando la crisi economica ha reso le relazioni tra Italia e San Marino sempre più tese. Continua a leggere

Georgia e Repubblica ceca, dopo le elezioni è tempo di bilanci

Lo scorso fine settimana si è votato in Georgia e Repubblica ceca, dove le urne hanno prodotto risultati molto diversi e, almeno nel secondo caso, non ancora definitivi.

In Georgia le elezioni presidenziali chiudono l’era Saakashvili, iniziata nel 2003 con il processo democratico passato alla storia come Rivoluzione delle Rose.
Domenica, 27 Ottobre, Giorgi Marvelashvili, candidato della coalizione di governo Sogno Georgiano (il partito del premier Bidzina Ivanishvili, il più ostico avversario del presidente uscente), ha vinto le elezioni al primo turno, con il 63% dei consensi. Allo sfidante David Bakradze, ex-Presidente del Parlamento, candidato del Movimento Popolare Unito e vicino a Saakashvili, non sono andate che le briciole.
Ora il Paese volta pagina. Già con la vittoria di Sogno Georgiano nelle elezioni politiche di un anno fa, che portarono il miliardario Ivanishvili a capo del governo, la Georgia ha abbandonato ogni velleità di protagonismo mondiale puntando piuttosto sulla ridefinizione di un ruolo da leader regionale, con particolare attenzione ai rapporti con i Paesi confinanti, in primo luogo la Russia, ma anche Azerbaijan (Paese fondamentale per la diversificazione delle forniture di gas) e Turchia.
Di nuovo c’è che, in ossequio alla riforma costituzionale approvata lo scorso anno, lo Stato georgiano passa da essere una repubblica presidenziale a repubblica parlamentare.
Secondo Limes:

Si chiude amaramente la parabola di Saakashvili, con il suo pupillo relegato al ruolo di comparsa, dopo che già alle parlamentari dello scorso anno il suo Movimento nazionale unito aveva dovuto cedere il passo e i posti di governo al nuovo partito pigliatutto dell’oligarca Ivanishvili.

È proprio lui, Ivanishvili, il nuovo dominatore della politica georgiana, capace in 2 anni di ribaltare equilibri consolidati, grazie ai suoi miliardi, ma soprattutto agli errori del suo avversario. Saakashvili ha certamente il merito di aver dato un’accelerazione positiva alla transizione postsosvietica, spingendo la Georgia fuori dal tunnel della stagnazione, ma è colpevole per aver trascinato il paese nella guerra con la Russia del 2008 che ha portato all’indipendenza delle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. La regressione democratica del suo secondo mandato è stata decisiva perché l’elettorato gli voltasse le spalle, dando fiducia all’offerta politica di Ivanishvili e compagni.

Dopo il cambiamento della Costituzione approvato lo scorso anno, il ruolo del presidente sarà in ogni caso meno determinante, con i maggiori poteri in mano al primo ministro. L’asse istituzionale tra Margvelashvili e il premier Ivanishvili – e soprattutto il suo futuro successore, visto che quest’ultimo ha annunciato di volersi dimettere – costituisce però il motore con cui Sogno georgiano può affrontare da un lato la questione delle riforme interne lasciate a metà da Saakashvili.

Dall’altro c’é da riequilibrare la politica estera, cercando il dialogo con la Russia, dopo la rottura dei rapporti e l’incomunicabilità cronica tra Vladimir Putin e Mikhail Saakashvili. È questa la sfida più grande che il nuovo blocco di potere ha davanti a sé per evitare i fatali errori del recente passato.

Più intricata la situazione nella Repubblica Ceca: dalle elezioni anticipate non è emersa una maggioranza chiara. Sabato 26 Ottobre, il Partito Socialdemocratico Ceco ha ottenuto la maggioranza relativa con il 20,45% dei consensi (a fronte del 30% atteso), e, con esso, il diritto a formare una non facile coalizione di Governo.
Alle sue spalle si è piazzato il movimento moderato Ano (sì, in ceco) fondato dall’imprenditore post-comunista Andrej Babiš (18,65%), già definito come “il Berlusconi ceco“, davanti al Partito comunista di Boemia e Moravia (Ksčm), considerato la vera sorpresa della consultazione che ha ottenuto il 14,91% dei consensi. A seguire ci sono il partito liberal-conservatore Top-09 (Tradizione, Responsabilità, Prosperità) con il 12%, il conservatore Partito Democratico Civico con il 7,72%, il movimento Alba di una Nuova Democrazia Rappresentativa con il 6,88%, e l’Unione Cristiano Democratica-Partito Popolare Ceco, con il 6,78%.

Vista la frammentazione dell’elettorato fra 7 diversi partiti, siamo di fronte a un sostanziale pareggio che scontenta tutti e lascia il Paese nella totale ingovernabilità. Probabile terreni di scontro sarà la politica estera, data la presenza di partiti le cui idee rimettono in questione la posizione del paese all’interno dello spazio transatlantico, o con altri che strumentalizzano il tema dell’Europa a fini populistiVicini a Bruxelles paiono solo i socialdemocratici, che da tempo sostengono la necessità di firmare l’adesione al Fiscal compact.
Bagarre in vista anche per quanto riguarda la politica fiscale, visto che Babiš ha promesso di non aumentare le imposte mentre i socialdemocratici vogliono alzarle sia per i cittadini più abbienti sia per le società commerciali.
In attesa che un quadro istituzionale si delinei, tra i socialdemocratici è già iniziata la resa dei conti. Secondo La voce Arancione:

Nella giornata di martedì, 29 Ottobre, il Segretario del Partito Social Democratico Ceco, Bohuslav Sobotka, è stato estromesso dalle consultazioni per la formazione di un Governo di coalizione dal suo Vice, Michal Hasek.

La decisione, presa da un organismo interno del Partito, e che paventa anche il dimissionamento di Sobotka dalla guida dei Socialdemocratici, è stata accolta con fermezza dal Segretario, che ha sottolineato come egli possa essere cacciato solo con un voto a scrutinio segreto da parte del Comitato Centrale Esecutivo.

Oltre alla corrente interna di Hasek, vero regista dell’operazione anti-Sobotka è il Presidente della Repubblica, Milos Zeman: ex-Premier Socialdemocratico fuoriuscito dal Partito, che intende vendicarsi con l’attuale Segretario per il mancato sostegno alle votazioni parlamentari del 2003 e del 2013.

Nel 2003, i deputati Socialdemocratici -tra cui Sobotka- non appoggiarono Zeman, che pure aveva vinto le primarie interne al Partito. Nel 2013, nelle prime Elezioni Presidenziali dirette in Repubblica Ceca, vinte da Zeman, Sobotka ha supportato un proprio candidato, Jiri Dienstbier.

La guerra intestina ai socialdemocratici cechi ha provocato una doppia trattativa per la creazione di una colazione di Governo, che ha visto sia Sobotka che Hasek corteggiare il movimento moderato ANO dell’imprenditore Andrej Babis.

L’analisi più lunga e completa sulle elezioni ceche è offerto da Limes. Oltre ad un breve profilo di Babiš (considerato l’ago della bilancia di qualunque trattativa per la formazione di un governo) e delle strategie che i vari partiti stanno già mettendo in campo, è interessante questo passaggio sulla spaccatura tra la ricca Praga e la provincia povera:

La distribuzione geografica del voto ha marcato ancora una volta il divario che intercorre in Repubblica Ceca fra la capitale e il resto del paese. Praga costituisce infatti quasi uno Stato nello Stato, un’isola del benessere con tassi di disoccupazione contenuti (poco più del 4%, mentre la media nazionale è vicina all’8%), stipendi medi di quasi 35 mila corone al mese (circa 1350 euro, rispetto a una media nazionale di mille euro) e un tenore di vita complessivo ben al di sopra della media Ue.

Nella zona di Praga, ove risiede poco più di 1 milione di abitanti, sui 10 della Repubblica Ceca, si calcola che il pil pro-capite medio sia superiore del 72% a quello della Ue a 27 paesi (fonte Eurostat), mentre nelle restanti regioni inferiore di circa il 20% alla media Ue. Un divario che si riflette anche sulle aspettative di vita degli abitanti stessi, che nella capitale sfiora gli 80 anni, quasi 5 in più rispetto a regioni più povere come Boemia del nord e Moravia-Slesia.

Dare un senso alle provocazioni della Russia nello spazio postsovietico

Forse lo avevamo dimenticato, ma la caratteristica fondamentale della Russia è quella di sorgere sul territorio russo. Non è un gioco di parole. A forza di citare Mosca nel contesto del braccio di ferro diplomatico che contorna il conflitto siriano, abbiamo trascurato che gli interessi geopolitici dei russi si concentrano primariamente a ridosso del Mar Nero, nel Caucaso e in Asia centrale. In quelle aree che una volta facevano parte dell’Urss e che oggi, non a caso, chiamiamo spazio postsovietico.

Spazio ex sovietico sul quale la Russia non ha mai mancato di esercitare un’influenza, per non dire una prelazione. Risale ad un anno fa, all’indomani dell’annuncio da parte di Putin della sua candidatura alle presidenziali di marzo 2012, la prima menzione ufficiale del progetto di Unione eurasiatica. L’idea, ispirata al modello di’integrazione dell’Unione Europea e rivolta ai Paesi che furono parte dell’Urss (con le scontate eccezioni dei Paesi baltici, della Georgia e anche dell’Azerbaijan), affonda le sue radici in una serie di precedenti tentativi di integrazione della regione, tutti tesi alla riorganizzazione geostrategica dello spazio postsovietico all’indomani della dissoluzione.
Il primo passo in questa direzione è stato compiuto da Russia, Bielorussia e Kazakhstan, che nel 2010 hanno dato vita ad un’unione doganale che prevede l’adozione di una tariffa doganale unica e l’abolizione dei controlli doganali alle frontiere comuni. E’ a partire da questa prima forma di integrazione economica che, nel novembre 2011, i presidenti dei tre Paesi costitutivi hanno sottoscritto una dichiarazione in cui si prefiggono di realizzare l’Unione euroasiatica entro il 2015. A tal fine, nel gennaio 2012 è entrato in vigore – sempre fra i tre Stati fondatori – uno Spazio economico comune modellato sulla base di quello europeo, in cui merci, servizi, persone e capitali possano circolare liberamente. Dal 1991, quando la bandiera sovietica fu ammainata per l’ultima volta, si tratta del progetto più ambizioso volto a colmare il vuoto geopolitico lasciato dalla dissoluzione – sotto l’egida di Mosca, ovviamente.

Fondamentale, a questo punto, è capire chi di questo spazio farà parte, e a quali condizioni. Nell’Unione Eurasiatica è recentemente confluita l’ArmeniaProspettata già da diverso tempo, l’adesione di Yerevan è ora ufficiale. L’accordo con Russia, Bielorussia e Kazakhstan vanifica la prevista conclusione di un accordo di associazione con l’UE. Gas meno caro ed appoggio militare nel Nagorno-Karabakh sono due argomentazioni in favore di Mosca a cui Bruxelles non ha potuto replicare con offerte più allettanti.

Ma la vera partita tra Europa e Russia si gioca in Ucraina, tuttora sospesa tra l’Accordo di associazione con la UE e l’adesione all’Unione Eurasiatica. Con il Paese ormai ad un passo dalla firma dell’Accordo – che consentirebbe l’integrazione economica di Kiev nell’Unione – la Russia ha avviato nei confronti degli ucraini una serie di ritorsioni commerciale per costringere il governo a cambiare idea, In agosto, la Russia ha sospeso le importazioni di macchinari dall’Ucraina, mentre il Kazakhstan ha respinto le importazioni a base di uova da Kiev sulla base di supposte mancanze fitosanitarie. Già in luglio, Mosca aveva deciso il blocco delle importazioni dei prodotti della dolciaria Roshen, società posseduta da Petro Poroshenko, ministro del governo ucraino che, più di tutti, sostiene l’avvicinamento del Paese all’Unione Europea. Non dimentichiamo le cosiddette guerre del gas, che l’Europa pare aver scoperto dopo la Rivoluzione arancione ma che in realtà fanno litigare Mosca e Kiev da sempre.
L’Ucraina è un Paese per dimensioni e popolazione pari più o meno alla Francia, che versa in una crisi economica e politica tanto profonda da rendere impossibile al momento prevederne l’esito. E’ qui che nel 2005 ebbe avvio la cosiddetta Rivoluzione arancione, esplosa per impedire la falsificazione delle elezioni a favore del candidato filorusso. Fu allora che il mondo prese coscienza che a Kiev coesistono due anime: quella di un’Ucraina storicamente e/o potenzialmente europea e un’Ucraina russofona, vicina a Mosca. Una realtà moderna e pluralista, l’una; più arretrata e monoculturale, l’altra. Solo grazie al pronto intervento della UE si impedì che la situazione precipitasse in una guerra civile.
Dopo la disgregazione dell’Urss, l’Ucraina è diventata oggetto di un gioco a somma zero tra la Russia e gli Stati Uniti. A Kiev fu imposto di scegliere tra Europa (e di riflesso gli USA) e Russia. Per un paese così eterogeneo, addirittura polarizzato, come l’Ucraina, in cui qualunque scelta politica equivale ad un cammino in un campo minato, una scelta tra “Oriente” e “Occidente” è impossibile. Dalla parte americana si è subito schierata la Polonia. La prospettiva di un riavvicinamento alla Russia suscitava in molti il timore di essere nuovamente inghiottiti dall’impero rinascente; d’altra parte l’idea di entrare a far parte nella UE, avvertita come bacchetta magica per favorire il benessere economico della popolazione, ha sollevato le preoccupazioni di quanti considerano l’integrazione in Europa come l’anticamera dell’ingresso nella Nato. opzione improponibile ai filorussi.
Sui rapporti tra la Russia e l’Ucraina la vicenda Nato ha avuto pesanti conseguenze. Con l’intensificarsi nel 2007-2008 degli sforzi americani – ed europei – per spingere l’adesione di Georgia e Ucraina alla Nato, diversi politici ucraini di etnia russa, che non rappresentano direttamente il Cremlino ma occupano posizioni di rilievo nelle gerarchie istituzionali ucraine, hanno cominciato ad avanzare decise richieste di “restituzione” alla Russia della Crimea, assegnata all’Ucraina da Kruscev nel 1954, in occasione della celebrazione dei trecento anni dell’unificazione dell’Ucraina alla Russia. Non è che un primo assaggio del focolaio di tensione, al momento controllato, che potrebbe divampare nel caso in cui l’Ucraina dovesse davvero intraprendere la strada verso l’Alleanza Atlantica.
Nel summit della Nato a Bucarest dell’aprile 2008, Putin ha avuto modo di esporre senza mezzi termini la sua visione geopolitica riguardo all’Ucraina, nella quale questa risultava una mera creazione dell’Urss in virtù di “territori regalati” sia dalla Russia (come la Crimea, appunto) che dall’Europa orientale. Era una provocazione calcolata, ma sintomatica di come Putin non intenda permettere a Kiev di allontanarsi dall’orbita moscovita. Lo storico Samuel Huntington, nel suo discusso Lo scontro delle civiltà aveva indicato, come confine tra il mondo democratico e quello autocratico, l’arteria del fiume Dnepr-Dnipro che taglia l’Ucraina in due parti. A conferma della sua tesi, quello che sta succedendo nel Paese negli ultimi anni costituisce un’innegabile riprova dell’antagonismo tra l’attuale Russia e l’Occidente.

Un luogo dove questo dualismo ha portato ad una vera e propria guerra è la Georgia, attaccata e smembrata in tre parti al termine di una guerra-lampo con Mosca nel 2008.
Martedì 27 Agosto, il Presidente russo Vladimir Putin si è recato in visita ufficiale regione separatista dell’Abcasia, Inutile dire che il gesto di Putin ha sollevato la protesta ufficiale del governo di Tblisi. La Georgia ha almeno due motivi per considerare questa visita come un’autentica provocazione. In primo luogo tempistica: esattamente cinque anni e venti giorni prima, i carri armati di Mosca attraversavano il Tunnel di Roki dalla repubblica russa dell’Ossezia del Nord per entrare in Ossezia del Sud, dando così avvio al conflitto. In secondo luogo, non più tardi di due mesi prima, in giugno, la Russia aveva rafforzato i confini dell’Ossezia del Sud attraverso una barriera il filo spinato, spostando peraltro la frontiera di alcune centinaia di metri in territorio georgiano. Inizialmente la Georgia ha sminuito, preferendo non reagire alla provocazione. In realtà, il presidente georgiano Saakashvili era solo in attesa del momento opportuno, e questo è arrivato il 25 settembre, quando egli ha tenuto un acceso discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite con il quale ha duramente attaccato la Russia e la sua politica imperialistica. Per Saakashvili l’Unione euroasiatica è un pericolo per tutti gli Stati ex sovietici perché li obbligherebbe ad abbandonare le loro aspirazioni di democrazia e libertà - rappresentate da un’eventuale adesione in Europa – e tornare sotto la dittatura della grande madre Russia.
Saakashvili è convinto che Abcasia ed Ossezia torneranno sotto la sovranità di Tblisi, sebbene neanche lui, al momento, abbia probabilmente idea di come questo ritorno potrà avvenire. Per ora il presidente si limita di perdere tempo per guadagnare tempo: a parole il suo governo alterna aperture in merito a possibili relazioni di interesse comune con Mosca; di fatto resta in attesa del 2014, quando la Georgia riceverà dalla Nato il sospirato Membership Action Plan, anticamera dell’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Tali episodi testimoniano la reciproca diffidenza tra le parti e di certo non agevolano una distensione che procede già a passo di lumaca. Il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Russia e Georgia si accompagna ad alcune condizioni (nello specifico: il ritiro dell’esercito russo da Abcasia e Ossezia per i georgiani; il riconoscimento delle due repubbliche da parte di Tbilisi per i russi) reciprocamente inaccettabili, e pertanto ad oggi i due Paesi rimangono su posizioni inalterate rispetto a cinque anni fa.

La Georgia è un caso da manuale di come il Cremlino sfrutti la disattenzione dell’opinione pubblica internazionale, tutta concentrata su quanto avviene a Damasco, per compiere delle ennesime provocazioni nello spazio ex sovietico, con pesanti conseguenze per tutto lo spazio stesso.
Tuttavia, nel corso degli anni anche l’Occidente ha compiuto una serie di atti che Mosca ha percepito come ostili. L’idea che la Nato possa spingere i suoi confini sino a quelli di Mosca è avvertita dai russi come una minaccia. . Ad esempio, quando nel citato summit Nato di Bucarest furono intensificati gli sforzi per accogliere Georgia e Ucraina, alla Russia fu risposto che, in quanto non membro dell’Alleanza, non aveva voce in capitolo nella questione. Dichiarazioni che a Mosca sono state recepite come un affronto. Inoltre, sempre nel 2008 la guerra russo-georgiana fu preceduta dal riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo – unilateralmente dichiarata nei confronti della Serbia – da parte dell’Unione Europea, nonostante la ferma opposizione di Mosca. E’ probabile che questo secondo episodio abbia contribuito in modo determinante a far precipitare la situazione nel Caucaso: con la guerra Mosca ha voluto avvertire tutti che, se davvero Kiev e Tbilisi aderissero al Patto atlantico, lo farebbero da staterelli dimidiati. All’indomani della guerra russo-georgiana, rappresentante della Federazione Russa presso la Nato, Dmitrij Rogozin, ha affermato: “Adesso semplicemente non si capisce quale Georgia possa essere accolta nella Nato. Risulta che tutti i paesi della Nato dovrebbero forse riconoscere l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, e allora, staccandole dalla Georgia, accogliere la parte restante del paese”. In pratica, l’ingresso di Tblisi nel Patto Atlantico comporterebbe il necessario riconoscimento delle due repubbliche separatiste da parte dei Europa e America, aspetto al momento fuori discussione.

Quando si parla del desiderio della Russia di recuperare lo status di grande potenza, troppo spesso ci si dimentica di chiarire cosa ciò significhi. Le ingerenze di Mosca in quel di Kiev  e di Tblisi, e la costituzione dell’Unione Eurasiasica, non rappresentano dei tentativi di ricreare l’Urss. Questa idea non gode oggi di grande favore e non corrisponde agli interessi delle élite al potere. Persino la rinascita dell’unità slava di Russia, Ucraina e Bielorussia non ispira granché la popolazione.
L’interesse di Mosca per ciò che avviene nel suo cortile di casa è dettato da una ragione esistenziale. Il rapporto con lo spazio è sempre stato un elemento vitale per l’esistenza stessa della Russia e costituisce il punto di partenza della sua visione geopolitica. Lo spazio postsovietico è l’ex spazio sovietico, e questo, a sua volta, è l’ex spazio dell’impero russo. Il fatto che la Russia sia sorta sul territorio che fu dell’Urss e prima ancora dello stato russo è l’unico contrassegno oggettivo che accomuna popoli e regioni tra loro diversissimi (che cosa ha in comune la Lettonia con il Tagikistan?) ma che hanno vissuto per decenni sotto le stesse insegne, e che tutt’oggi subiscono l’influenza, per non dire il peso, della tradizione sociale e politica del gigante che un tempo li riuniva.
In un certo senso, Mosca si sente impero. Ma ci si stupirà di apprendere che nella storia russa la visione imperiale ha sempre avuto poco a che vedere con la volontà di potenza, Scriveva l’analista Pavel Byrkov nel 2008: “La storia dell’impero russo non si differenzia così marcatamente da quella degli altri imperi europei. Per molti aspetti è stata anche più umana. In ogni caso la Russia non ha avuto la possibilità di scegliere se essere un impero o un normale Stato democratico europeo. La scelta che si è presentata è stata se essere impero o colonia”. Lo stesso presidente Putin non è molto lontano da questo pensiero. Nel 2009 dichiarò: “O la Russia fa parte del gruppo deiPaesi leader del mondo, oppure essa scompare“.

Alla fine degli anni Novanta il rischio di una frammentazione della Russia in tante entità minori era diventato reale. La disgregazione dell’Urss nel 1991 era avvenuta in modo repentino e in maniera inaspettata per la maggior parte della popolazione. Ancora oggi l’ideologia che rappresenta un potenziale pericolo sia per la Russia che per i suoi vicini è l’irredentismo, vale a dire quella forma di nazionalismo che pone l’accento sulla “riunificazione” in un unico Stato delle terre e dei popoli che questo nazionalismo ritiene propri. Con il crollo dell’Urss sono effettivamente rimasti fuori dalla Federazione Russa ampi territori e numerosi gruppi di popolazione russofona che l’opinione pubblica considera come propri, non nel senso che un tempo erano appartenuti all’impero, ma in quanto russi. Questo è un effetto collaterale della genesi stessa dell’Unione Sovietica, nella quale i confini delle repubbliche furono tracciati con proditorio sfregio di quelli etnici, in base al principio “unisci per indebolire”. Popoli eterogenei furono inclusi in territori omogenei, alimentando così l’instabilità politica: nel 2010 il Kirghizistan fu sull’orlo di una guerra civile tra la maggioranza kirghiza e la minoranza usbeca. Ancora oggi sia in Russia che in quasi tutte le repubbliche limitrofe esistono movimenti separatistici, e in alcuni casi (in Georgia, appunto) si hanno Stati illegali autoproclamatisi tali.
Così, se l’Europa è riuscita a realizzare un progetto di diritti civili, di modernizzazione, di pace e benessere per la maggior parte dei propri cittadini, la Russia invece, dalla fine degli anni Novanta si è messa a ricostruire la sua dimensione politica in termini sostanzialmente imperialistici, incompatibili dunque con la modernità. Detto in altri termini, dopo aver inglobato e tentato di omologare realtà eterogenee, popoli ed etnie diversissimi, la Russia si è ritrovata ostaggio della sua strategia colonialista. Diventando impero, è diventata Eurasia, e quindi né Europa né Asia. Mentre la maggior parte dei popoli europei usciti dall’orbita di Mosca, recuperando le rispettive identità culturali distrutte dal comunismo, si stanno integrando, seppur tra mille difficoltà, nello spazio comune della democrazia, la Russia si trova ancora a fare a pugni davanti allo specchio. Oggi Mosca, cercando di recuperare spazi perduti, spera di dar ordine alla sua situazione interna.

Per questa ragione ogni rischio di un indebolimento dell’esercizio del potere da parte dello Stato sullo spazio russo viene visto dai russi come una minaccia potenzialmente fatale. Instabilità politica del proprio spazio e timore nella percezione della propria sicurezza sono due facce della stessa medaglia. Per Mosca l’episodio del confine osseto-georgiano rafforzato con il filo spinato, ad esempio, è di fatto un messaggio del suo malcontento per l’estensione del MAP a Tblisi. Ancora, passando all’Ucraina, durante la Rivoluzione arancione Sergio Romano scriveva che l’Europa dovrà “garantire a Putin che l’Ucraina non sarà mai più una spina polacca nel fianco dello Stato russo”, cosa che in effetti non è stata.
Si capisce perché il rapporto tra Russia e Occidente è sempre stato contraddittorio e improntato più sulla diffidenza che sulla collaborazione. Le due realtà parlano due lingue diverse: l’Occidente, seppur con incerta coerenza, pone comunque l’accento su valori quali la libertà e la democrazia, mentre la Russia avverte questi stessi valori come minaccia per la propria identità. La cattiva esperienza vissuta negli anni di Eltsin ha parecchio screditato il modello democratico agli occhi dell’opinione pubblica, tanto che oggi democrazia e logoramento dello Stato sono quasi diventati sinonimi.
Oggi, per la Federazione russa, la spazio per una nuova architettura di sicurezza trova le sue fondamenta su una solida rete di partenariati con le repubbliche sue ex sottoposte e nella bonifica dello spazio stesso dalle situazioni conflittuali, in particolare con la Georgia. Per la quale la porta della Nato sarà sempre aperta, assicura l’organizzazione. Ma intanto resta chiusa, e anche negli USA c’è chi comincia a chiedersi se sia ancora il caso di accogliere Tblisi, all’idea della (ulteriore) instabilità che verrebbe a crearsi in una regione, quella caucasica già in ebollizione.

Quando nel 2009 il presidente americano Obama parlò di un “reset” nella relazioni con Mosca, molti osservatori, anche di parte russa, apprezzarono la buona volontà manifestata dalla Casa Bianca, anche se non era ben chiaro cosa questo “reset” volesse dire. Da allora si è fatto ben poco. Affinché una nuova cornice di rapporti tra USA, UE e Russia sia possibile, bisogna mandare in soffitta quella vecchia. Qualunque cambio di strategia richiede innanzitutto un mutamento radicale delle concezioni reciproche dei partecipanti: l’Europa dovrà sì diversificare le proprie fonti di energia, in modo da liberarsi dai ricatti di Mosca, ma dovrà anche togliere a questa l’etichetta di “barbaro eternamente alle porte” che le ha imposto nei secoli passati. Allora si parlerà di un sistema di sicurezza paneuropeo e di relazioni radicalmente nuove tra Russia e UE, tra Russia e Nato. Sarebbe vantaggioso per tutti, visto che la categoria dei pesi massimi geopolitici ha da poco visto visto l’ingresso di un nuovo contendente, la Cina, la cui proiezione esterna in Asia centrale e in Siberia sembra minacciare la sfera di integrità russa molto più di quanto non farebbe la temuta Nato.

* Articolo comparso originariamente su The Fielder

Il ruolo di Cipro nella guerra di Siria

Nei due anni in cui la guerra civile siriana si è protratta, esperti e commentatori di politica estera di tutto il mondo hanno passato al vaglio la posizione dei vari attori in gioco: locali (Turchia, Iran, Israele, Libano, Giordania), regionali (Egitto e petromonarchie del Golfo) e globali (Stati Uniti e UE da una parte, Russia e Cina dall’altra).

Poco o nulla si è invece detto su Cipro, nell’ultimo anno salita alla ribalta per i suoi problemi finanziari ma praticamente mai in relazione al conflitto siriano. Con ciò trascurando che Nicosia, in virtù della propria posizione geografica, della propria appartenenza all’Unione Europea, del fatto di essere per metà (quella Nord) sotto occupazione da parte dell’esercito turco, e della presenza di due basi militari britanniche (Akrotiri e Dhekelia), e in ultimo dei suoi stretti legami con la Russia, è pienamente integrata nello scenario di crisi.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il movimento di mezzi militari all’interno e intorno all’isola ha prodotto tensioni, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, nell’opinione pubblica greco-cipriota. Il portavoce del governo, Christos Stylianides, il ministro della Difesa, Fotis Fotiou, e il ministro degli Esteri, Ioannis Kasoulides, hanno cercato di contenere il senso d’allarme ribadendo che l’isola rappresenta un “centro di stabilità, pace e sicurezza” nella regione.

La crescita della tensione e la strategia di contenimento

Tali dichiarazioni sono state una replica alle preoccupazioni suscitate dall’arrivo di sei jet Typhoon britannici, all’inizio di settembre, e dalla missione di controllo, decisa con inconsueta rapidità, effettuata da due di essi nello spazio internazionale tra la Siria e Cipro, lo scorso 8 settembre. Come confermato dal ministro della Difesa britannico, due aerei da combattimento hanno attraversato lo spazio tra i due paesi, non rispondendo alle richieste d’identificazione provenienti da Cipro.

Gli esperti hanno interpretato l’accaduto come una risposta del governo siriano agli avvertimenti ricevuti dagli Stati Uniti e da altri paesi Nato. Gli aerei non identificati erano probabilmente due Sukhoi Su-24s di fabbricazione russa, dotati di armamento pesante.

Il 16 settembre un altro episodio è accaduto non lontano dall’isola, alimentando le tensioni nella regione. Un elicottero siriano, dopo essere entrato nello spazio aereo turco ed aver ricevuto un avvertimento da due jet F-16, è stato abbattuto all’altezza del confine tra la Siria e la provincia turca dell’Hatay.

Il senso d’allarme a Cipro è stato rafforzato dall’arrivo di una fregata francese nei dintorni di Larnaca, nella parte meridionale dell’isola, e di alcuni aerei francesi e statunitensi presso la base britannica di Akrotiri, nei pressi di Limassol.

Tutto ciò è parso difficilmente conciliabile con le parole di rassicurazione pronunciate dai rappresentanti della Repubblica di Cipro. Il portavoce del governo ha infatti dichiarato che in nessun caso l’isola sarebbe diventata una “base di operazioni militari”, e quindi un possibile bersaglio degli attacchi siriani. Alle sue parole ha fatto eco il ministro della Difesa, Fotiou, ribadendo che il ruolo della Repubblica di Cipro sarebbe stato limitato all’eventuale assistenza umanitaria, accogliendo i possibili profughi provenienti dalla Siria, dal Libano o da altri paesi limitrofi.

Fotiou ha aggiunto che proprio il riconoscimento di Cipro come territorio sicuro ha indotto i paesi coinvolti nello scenario di crisi a pensare all’isola come destinazione verso cui dirigere i propri cittadini in caso di necessità. Sarebbe contraddittorio, ha osservato il ministro, utilizzare come piattaforma d’attacco un paese d’accoglienza per le vittime del conflitto.

Tuttavia, alcuni analisti hanno osservato come sia difficile trascurare due dati di fatto: la vicinanza di Cipro alla costa siriana, a poco più di cento chilometri, e la presenza nell’isola, oltre alle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, di sofisticate apparecchiature di spionaggio. Cipro ospita infatti la Joint Service Signals Unit, una delle maggiori postazioni di sorveglianza al mondo.

In effetti, nei convulsi giorni di fine agosto, quando l’attacco missilistico a Damasco pareva imminente, Regno Unito e USA avevano messo in pre-allarme le proprie basi aeree sull’isola, ma il 31 agosto il ministro degli Esteri Kasoulides ha ribadito che “dall’isola di Cipro non partirà alcun attacco militare contro la Siria ed abbiamo ricevuto garanzie in questo senso”.

Casualmente, proprio il giorno prima la Russia aveva accettato di ristrutturare le condizioni del prestito di 2,5 miliardi di euro fatto a Cipro, richiedendo, fino al 2016, solo il pagamento di cedole semestrali con interessi (molto più accessibili) al 2,5% e rinviando la restituzione del capitale ai quattro anni successivi.

Bosnia, quando un censimento riapre vecchie ferite

Dal primo al 15 ottobre si tiene il primo censimento nella storia della Bosnia Erzegovina. L’ultimo risale al 1991, c’era ancora la Jugoslavia. Allora la Bosnia si chiamava Repubblica Socialista di Bosnia Erzegovina e aveva una popolazione di 4,4 milioni di persone così ripartita: 43,5% musulmani, 31,2% serbi e 17,4% croati.  In un Paese da secoli caratterizzato dalla convivenza di popoli e religioni diversi, questi dati avrebbero fotografato per l’ultima volta l’estrema complessità del tessuto etnico-confessionale bosniaco. Da allora è tutto cambiato: la guerra degli anni Novanta ha provocato lo sfollamento di metà della popolazione; più di 100.000 persone sono state uccise.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, i bosniaci residenti nel paese sarebbero oggi 3,8 milioni, 600.000 meno di 20 anni fa. Ma secondo Zdenko Milinović, direttore dell’Istituto Nazionale di Statistica della Bosnia Erzegovina, il dato della perdita di popolazione potrebbe essere ancora più rilevante: “Tutte le nostre stime ci portano a situare il numero della popolazione attuale tra i 3,3 e i 3,5 milioni“.

Con queste premesse, contare la popolazione significa inevitabilmente riaprire i capitoli chiusi con gli accordi di Dayton nel 1995.

Secondo Linkiesta:

Gli accordi di pace conclusi a Dayton, nel novembre 1995, avevano un solo scopo: far tacere le armi e preservare, allo stesso tempo, l’integrità territoriale della Bosnia Erzegovina, divenuta ormai uno stato indipendente. I trattati, che gettavano le basi della struttura istituzionale del Paese, non si premurarono di creare una Costituzione che ne garantisse la governabilità. A quello, si pensava, ci si sarebbe arrivati in un secondo momento: l’importante, dopo tre anni di combattimenti, era che le tre fazioni in lotta accettassero di convivere nello stesso Stato.

Negli ultimi vent’anni, la Bosnia Erzegovina è rimasta un paese paralizzato e gravato da pesantissime inefficienze istituzionali. La riforma degli accordi di Dayton, fino ad ora, si è rivelata una missione impossibile. L’equilibrio raggiunto in questi anni rischia però adesso di essere messo a dura prova, per il semplice fatto che il mantra del 1991, l’equazione fondamentale della Bosnia Erzegovina indipendente, verrà rimesso in discussione. Si scoprirà, molto probabilmente, che i Bosgnacchi hanno accresciuto il proprio peso demografico; ma anche che la percentuale dei Croati è diminuita (in molti, avendo anche un passaporto croato, hanno scelto di emigrare), rinforzando così le proposte nazionalistiche di chi propugna, come ’unico modo per tutelare la presenza croata nel paese’, la creazione della terza entità autonoma, l’Herceg-Bosna che le milizie dell’HVO (il Consiglio croato della difesa) tentarono di attuare negli anni novanta.

Verranno al pettine, inoltre, anche i nodi rimasti irrisolti dopo la fine della guerra: quelle realtà che, per molti versi, sono sotto gli occhi di tutti, ma che non sono mai state ufficializzate ’nero su bianco’. Si saprà, quindi, che la Republika Srpska è stata creata attraverso l’espulsione forzata dei non-serbi. Ma anche che Sarajevo, lungi dall’essere quella «Gerusalemme d’Europa» di cui spesso di parla, è diventata una città a schiacciante maggioranza musulmana. O che, ancora, a Mostar non vivono più Serbi, che rappresentavano circa il 18% della popolazione nel 1991.

Dopo ottobre, insomma, la Bosnia Erzegovina sarà costretta a confrontarsi con l’immagine reale di se stessa. Inevitabilmente, questa prospettiva ha fatto sì che si scatenasse un vero e proprio revival nazionalista attorno alla questione. I politici hanno insistito, nonostante le raccomandazioni dell’Eurostat (che coordina il progetto), affinché nel questionario comparissero le domande relative alla lingua, alla religione e all’affiliazione nazionale. Non sarà obbligatorio pronunciarsi, ma da più parti si sono fatti sempre più insistenti gli appelli a rispondere «nel modo giusto». Soprattutto per quanto riguarda i Bosgnacchi, che sono evidentemente quelli che hanno più da guadagnare dal censimento, provando di essere il gruppo etnico dominante.

Il rischio delle elezioni

La situazione, già complicata, è ancora più tesa per il fatto che, probabilmente, il censimento non avrebbe potuto essere convocato in un momento peggiore. La situazione nel paese è andata aggravandosi nel corso degli ultimi anni. Il Consiglio dei ministri, formato a fine 2011 dopo estenuanti trattative durate 14 mesi, non ha saputo finora promuovere le leggi necessarie a smuovere il paese dalla sua profonda crisi economica, nella quale sta soffocando per colpa di un crescente indebitamento internazionale e di un numero di disoccupati che si aggira attorno al 30% della popolazione.

In questo scenario desolante, il prossimo anno si tornerà alle urne, dopo che già le elezioni amministrative del 2012 avevano premiato i partiti nazionalisti. «Il rischio concreto», dice Lajla Zaimović-Kurtović, dell’Ong ’Iniziativa per la libertà d’espressione’, «è che i risultati del censimento siano resi noti in concomitanza con la campagna elettorale». E che, quindi, la situazione possa degenerare. «Non possiamo evitare le pressioni nazionaliste all’interno dell’opinione pubblica», conclude: «ma spero vivamente che non facciano troppi danni. Questo censimento è davvero necessario, per il bene del Paese».

I principali partiti temono questo appuntamento per la possibile affermazione di un concetto di cittadinanza civile, e non nazionale. Per questo non manca chi accus Un nutrito gruppo di organizzazioni non governative, infatti, sta portando avanti attività volte ad invitare i cittadini della Bosnia Erzegovina a definirsi nel censimento liberamente e senza pregiudizi, anteponendo i fattori di identificazione civili e statali rispetto a quelli nazionali.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

La Commissione Europea vuole sapere quanti sono i bosniaci, quale il loro livello di istruzione, l’età media, la distribuzione sul territorio, la ripartizione di genere e le altre informazioni che nel resto d’Europa vengono normalmente censite ogni 10 anni. In Bosnia Erzegovina però, al centro del dibattito sul censimento non ci sono questi dati, ma tre domande: la 24, la 25 e la 26. La prima chiede ai cittadini di indicare la propria nazionalità, la seconda la religione e la terza la lingua materna.

Il paradosso, in un paese che si chiama “Bosnia Erzegovina”, è che non ci sarà una casella con scritto “bosniaco erzegovese”. “Abbiamo solo tre popoli costitutivi”, spiega Milinović. “Se uno vuole segnarsi come bosniaco erzegovese può farlo, ma dovrà scriverlo nella casella aperta”.

Oggi però chi sceglie di identificarsi con un’opzione “civica”, rifiutando quella etnica, oltre ad essere una minoranza è anche un cittadino di seconda categoria. Secondo la Costituzione stabilita con gli accordi di pace di Dayton, infatti, gli appartenenti ai cosiddetti tre popoli costitutivi, serbi, croati e bosgnacchi [bosniaco musulmani], hanno più diritti degli altri, in particolare per quanto riguarda l’accesso ad alcune cariche elettive. Un meccanismo di rappresentanza etnica sovrintende anche all’impiego pubblico. Le quote si basano su proiezioni che si rifanno al censimento del 1991. Questa versione “etnica” della democrazia è uno degli aspetti che rendono particolarmente delicato l’attuale censimento.

A oltre vent’anni dalla fine della guerra la Bosnia non riesce ancora a voltare pagina. Il censimento è stato solo l’ultimo di una lunga lista di elementi che, nel corso del 2013, hanno risvegliato i vecchi fantasmi del conflitto. Il 6 settembre la Corte suprema dell’Aia ha confermato la sentenza che accertava la responsabilità dello stato olandese nel massacro di Srebrenica, riaprendo uno dei capitoli più dolorosi della guerra. Il 12 settembre il Parlamento Europeo ha votato un dispositivo di legge che rende possibile il ritorno temporaneo dei visti per i cittadini dei Balcani occidentali in situazioni d’emergenza. La misura riguarda in particolare la Bosnia Erzegovina, la Serbia e la Macedonia, Paesi che fanno parte della cosiddetta “lista bianca” di Schengen e da poco beneficiano di un sistema agevolato di visti.
Nei mesi scorsi abbiamo assistito alla cosiddetta Beboluzione, la protesta di migliaia di cittadini contro un parlamento incapace di produrre una nuova legge che attribuisse i numeri d’identificazione (l’equivalente del nostro codice fiscale) ai bambini nati dopo il 12 febbraio di quest’anno, quando la legge precedente – che in ossequio agli accordi di Dayton prevedeva i comuni recassero la doppia denominazione in serbo e in bosniaco – è stata sospesa dalla Corte costituzionale.
Pensiamo poi alla Vijećnica, l’ex biblioteca nazionale della Bosnia Erzegovina e simbolo della sua capitale Sarajevo: distrutta dai serbi nel 1992, è stata ricostruita con cinque milioni di euro stanziati dall’UE. Ma la sua rinata presenza continua ancora a dividere i nazionalisti (serbi, croati o musulmani che siano) che premono per una maggiore autonomia da quanti invece vorrebbero veder risorgere un emblema della storia comune del Paese.

Infine, c’è una relazione di diretta proporzionalità tra la stasi politica e quella economica. La classe dirigente non fa più riforme, l’economia non cammina, la prospettiva europea rimane lontana. Sarebbero addirittura circa mille le leggi da emendare per adeguare l’ordinamento a quello comunitario, ma nessuno provvede. L’unico piano che in questi anni è andato avanti è stato quello delle privatizzazioni: mezzo milione di disoccupati, una valanga di aziende chiuse e un numero imprecisato di persone arricchite ne sono stati il disastroso risultato.