Category: L’Europa oltre l’Unione


Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

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Nei giorni tra il 7 e l’11 aprile il Sultano del Brunei Hassanal Bolkiah si è recato in visita in Turchia, dove ha incontrato il premier Recep Tayyip Erdogan, in procinto di partire per la Cina. Si è trattata della prima visita di alto livello tra i due Paesi dall’inizio delle loro relazioni bilaterali nel febbraio del 1985.
Tra le altre cose, i due governi hanno annunciato l’apertura di ambasciate nelle rispettive capitali (fino ad ora quella turca in Brunei era accreditata a Kuala Lumpur), l’abolizione dei visti d’ingresso e la cooperazione in futuri programmi di difesa, oltre a numerosi accordi commerciali.
Oggi l’interscambio commerciale tra i due Paesi ammonta a 7 milioni di euro, in continua crescita. Il Brunei è uno dei pochi Stati in tutta l’Asia con i quali Ankara ha un saldo commerciale attivo, ed è ricco di risorse energetiche – esporta 180.000 barili di petrolio al giorno ed è il terzo produttore di gnl in Asia.

Di per sé, questa notizia non ha molto peso. Se tuttavia la inquadriamo nella più generale visione delle relazioni internazionali di Ankaka, notiamo risvolti molto significativi.
Per anni il mantra della politica estera turca è stato “zero problemi coi vicini”. Invece, problemi coi vicini la Turchia sembra averne tanti, a cominciare dalla crisi sirianache sta creando sempre più grattacapi ad Ankara. Poi c’è Israele, con il quale i rapporti sembrano ormai compromessi, almeno fintantoché Erdogan e Netanyahu occuperanno i rispettivi scranni. Le relazioni con la UE si sono raffreddate, ora che Ankara pare non più interessata ad entrare nel club – ammesso che lo sia mai veramente stata. Cipro è sempre più spaccata in due. Anche con Russia e Iran, partner strategici sul piano della politica energetica, i rapporti non più così solidi a causa delle rispettive posizioni sulla Siria. Inoltre, contrariamente a quanto era stato pronosticato un anno fa, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalla primavera araba - nonostante le roboanti dichiarazioni del ministro degli esteri Davutouglu in proposito -, smentendo quanti la accreditavano come nuovo faro del mondo islamico. Era accaduta la stessa cosa vent’anni fa, all’indomani della dissoluzione dell’URSS. La nascita delle repubbliche turcofone dell’Asia Centrale offr’ ad Ankara l’opportunità di recitare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale – l’allora presidente Turgut Özal aveva parlato del XXI secolo come il possibile “secolo dei turchi“. La storia preso un’altra strada.
Il declino in politica estera rappresenta il primo scricchiolio nel sontuoso edificio messo in piedi da Ergodan nel suo decennio di governo. Il doppio gioco di cui si è reso protagonista in questi anni ha assicurato prosperità economica e influenza internazionale al prezzo di minori libertà per i cittadini e di un pericoloso islamismo strisciante, ma si trattava di un castello di carta. Peraltro, ora anche gli indicatori economici iniziano a girare in senso contrario.

Per risollevarsi da questa situazione, negli ultimi tempi la Turchia ha rivolto lo sguardo verso orizzonti più lontani. Come la Somalia, dove Erdogan si è recato lo scorso agosto con la promessa di lauti aiuti, poi ribadita nel febbraio di quest’anno. Evidente tentativo di avvantaggiarsi rispetto all’Unione Europea, interessata al destino di Mogadisho soltanto per garantirsi un posto al sole nei giacimenti petroliferi del Puntland.
Il Sudest asiatico rappresenta un’altra interessante frontiera per Ankara. Nel luglio 2010, Davutoğlu ha partecipato alla 43° riunione dei ministri degli esteri dell’ASEAN ad Hanoi, dove ha firmato un accordo per l’amicizia e la cooperazione  con l’associazione; partnership che ora la Turchia punta a rafforzare. E qui entra in gioco il Brunei. Anche se si tratta di un Paese piccolo, il sultanato gioca un ruolo molto attivo nell’organizzazione (un pò  il Qatar in Medio Oriente), di cui occuperà il turno di presidenza per il prossimo anno. Di conseguenza, stringere una più stretta collaborazione col Brunei è per la Turchia un ottimo trampolino di lancio per sviluppare le sue relazioni con la regione.
Morale della favola: quando si hanno molti problemi coi vicini, tanto vale andare a cercare amici lontani. Meglio ancora se ricchi e influenti.

La Jugoslavia poteva essere salvata”. Negli ultimi vent’anni questa storia si è sentita più volte, ciclicamente riesumata dalla formalità delle ricorrenze; il ventennale del primo attacco a Sarajevo – che cade il 5 aprile – non fa eccezione.
La Jugoslavia crollò in seguito a due guerre d’indipendenza tra la Serbia e altrettante repubbliche federali. La prima, contro la Slovenia, durò 11 giorni nell’agosto del 1991 e lasciò pochi segni, presto cancellati. La seconda, contro la Croazia, fu molto più cruenta e si concluse solo nell’estate del 1995 con la riconquista da parte di Zagabria dell’autoproclamata Repubblica Serba della Krajina, Stato fantoccio alle dipendenze di Belgrado.
La Bosnia dichiarò l’indipendenza nel 1992 e fu trascinata in una guerra di tutti contro tutti molto più violenta di quella serbo-croata, terminata alla fine del 1995 con gli accordi di Dayton. La Macedonia si era separata già sul finire del 1991 e senza spargimenti di sangue. Ciò che restava della Jugoslavia sopravvisse fino al 2003, quando fu sostituita dall’Unione di Serbia e Montenegro. Tre anni dopo il Montenegro raggiunse l’indipendenza per via referendaria. E per finire il Kosovo ha proclamato unilateralmente la propria secessione da Belgrado nel 2008.
Con la dietrologia non si va da nessuna parte, ma non va dimenticato che la disgregazione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia era iniziata molto prima che le armate dessero fuoco alle polveri. La Federazione veniva da un travagliato decennio, gli anni Ottanta, segnati dalla crisi economica iniziata nel ‘79 e mai finita, dall’instabilità politica successiva ala morte di Tito e dall’erosione – comune a tutto il blocco orientale – della mitologia comunista. A ciò si aggiunse il ritorno delle suggestioni etnico-nazionaliste, brandite dalle élite a cui faceva gola la ripartizione delle risorse delle rispettive repubbliche e funzionali alla necessaria mobilitazione delle masse. Di lì a poco, la caduta del Muro di Berlino avrebbe fato da innesco a questo processo centrifugo.

Ufficialmente la storia è andata così, ma c’è un cortocircuito mentale in questa ricostruzione. Di fronte alle carneficine balcaniche ci siamo ripetuti che l’Europa poteva e doveva fare di più, ma nessuno sa spiegare di preciso cosa. A noi europei – o meglio, a noi che nei quarant’anni precedenti eravamo stati al di qua della cortina di ferro – certe dinamiche sfuggirono quasi completamente. Alle nostre orecchie la causa del conflitto furono le fanatiche ambizioni serbocentriche di Slobodan Milosevic, a cui si contrapponevano il desiderio di libertà degli altri popoli a lui sottoposti. L’opinione pubblica dei dodici (quanti erano i membri della UE), così come i governi, si schierarono apertamente dalla parte delle istanze indipendentiste, ma fu proprio questa confusa partigianeria per il principio di indeterminazione a far precipitare le cose.
Fu la Germania a premere affinché l’Europa riconoscesse la sovranità di Lubiana e Zagabria. L’allora cancelliere Helmut Kohl, spalleggiato dal ministro degli esteri Hans-Dietrich Genscher, furono irremovibili in questo proposito. Il tentativo di riequilibrare la destabilizzazione balcanica attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, a ragion veduta, fece da apripista ad un conflitto uscito presto fuori controllo, al di là del fatto che la realtà sul campo denotasse già segni di ebollizione.
Perché l’Europa sposò acriticamente la posizione di Berlino? Per la stessa ragione per cui è sempre Berlino, al giorno d’oggi, a dirigere di fatto i conti pubblici all’interno dell’Eurozona. Se la chiamano Locomotiva d’Europa, non è solo per le sue potenzialità economiche. Ma allora, perché Berlino aveva adottato proprio quella posizione per raffreddare il calderone balcanico? Probabilmente per due ragioni. Da un lato, in ossequio al principio di autodeterminazione, lo stesso che aveva consentito ai tedeschi dell’est di riunirsi all’ovest giusto pochi mesi prima. Dall’altro, per forzare i tempi verso la cancellazione di ciò che restava dell’ordine mondiale stabilito a Jalta. In altre parole, Kohl vedeva negli eventi in corso in Jugoslavia la possibilità di archiviare la pax europea del 1945 per forgiare una nuova politica estera libera dai lacci e laccioli a cui era stata costretta in quanto ex superpotenza sconfitta.

Vent’anni dopo, qual’è la morale della storia?
Allora, come oggi, Berlino si è servita dell’impalcatura europea per tutelare i propri interessi a scapito di quelli di chi le stava intorno. Oggi la Locomotiva mantiene una robusta presenza nell’ex Jugoslavia, favorita da relazioni economico-finanziarie che sono prosperate nei decenni in perfetta continuità con l’era di Tito. Massimo risultato col minimo sforzo.
Per l’Europa, invece, vale l’esatto contrario. Maldestra e inconsistente negli anni caldi del conflitto, Bruxelles ha cercato di riparare alle proprie mancanze attraverso la progressiva integrazione delle ex martoriate repubbliche forte della ricca dote promessa – benessere, fondi strutturali, libertà di circolazione -, prima che la crisi economica e i mal di pancia post allargamento del 2004 rallentassero tutto. E per ripulirsi la coscienza (oltre alla memoria?) delle atrocità di quegli anni, ha più volte esercitato pressioni affinché i responsabili degli eccidi fossero consegnati alla Corte penale dell’Aja, al punto da condizionare la stessa adesione alla UE alla collaborazione nella persecuzione dei criminali di guerra- lasciandolo intendere tra le righe, ovviamente.
Ironia della sorte, l’Europa cerca di riunire le sei repubbliche jugoslave proprio oggi che pare sul punto di implodere, incapace di ricomporre gli squilibri economici e politici – su tutti, l’ambiguità di un’unione monetaria a cui corrispondono 27 differenti politiche fiscali – che l’eurocrazia aveva generato.
La Croazia diventerò il 28esimo membro dell’Unione il 1° luglio 2013; la Serbia è ufficialmente candidata da quest’anno, il Montenegro lo è dal 2010 e la Macedonia già dal 2005.
Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti. E pensare che oggi, in un’epoca in cui i giovani si dicono convinti di vivere un periodo più difficile di quella dei propri genitori, la stragrande maggioranza delle persone ancora rimpiange la perdita di un Paese unito.

Lo scorso 26 dicembre Turchia e Azerbaijan hanno firmato un memorandum per la costruzione del gasdotto Tanap (Trans Anational Pipeline), che nella fase iniziale trasporterà 16 miliardi di m3 all’anno, di cui sei miliardi destinati al mercato turco, e i restanti dieci all’Europa, provenienti dal giacimento azero di Shah Deniz II. Al consorzio partecipano la compagnia statale per l’energia azera Socar (80%) e due compagnie turche, quella per la gestione degli oleodotti turca Botas quella petrolifera Tpao (20%), a cui in futuro potranno aggiungersi anche altre imprese. I lavori per l’infrastruttura, che avrà un costo stimato di 3,8 miliardi di euro, inizieranno nel 2012 e dovrebbero concludersi a fine 2017. La capacità del gasdotto con il tempo potrà essere aumentata a 24 miliardi di m3.
Tale accordo avrà molte conseguenze per l’Europa. Il Tanap conferma il ruolo della Turchia come incrocio delle vie di approvvigionamento tra l’Asia e il vecchio continente, ma farà tramontare forse definitivamente il progetto Nabucco, sostenuto dalla Ue, perché non c’è più abbastanza gas nei giacimenti azeri per alimentarlo.

Nabucco (qui la presentazione) è un progetto nato male e cresciuto peggio. Messe da parte le questioni del superamento dei costi previsti, a lungo sottovalutati dai responsabili di gestione, e della crisi finanziaria europea, che ha monopolizzato l’attenzione di Bruxelles accantonando ogni altro dossier dal tavolo dei 27, la realizzazione del gasdotto è messa in forse da due grossi ostacoli.
Il primo è la mancanza di fonti sicure di approvvigionamento. Nel gennaio 2010 l’unico fornitore confermato era l’Azerbaijan, ma nel frattempo il gas azero ha trovato altri acquirenti.
Il secondo è il fattore R, ossia la Russia, la quale considera il Nabucco nient’altro che un tentativo dell’Europa di farle pressione. In questi anni Moscaha saputo giocare bene le sue carte per mettere i bastoni tra le ruote del Nabucco, complici le spaccature interne alla Ue. Dapprima ha proposto un progetto alternativo (South Stream), adesso in fase di realizzazione, che presentava l’ulteriore vantaggio di bypassare l’Ucraina per lasciarla evntualmente a secco. In seguito ha raddoppiato la capacità prevista dallo stesso South Stream (da 31 a 63 miliardi di m3) rendendo ogni altra struttura ridondante. Infine ha acquistato sempre maggiori quantità di gas dall’Azerbaijan, togliendo dal mercato l’unico fornitore che l’Europa considerava certo.
Nel 2010 Mosca importava da Baku 800 milioni di m3 all’anno; nel 2011 la quantità è raddoppiata a 1,5 miliardi e la scorsa settimana le due parti hanno firmato un accordo che prevede un ulteriore raddoppio a 3 miliardi di m3 all’anno per il 2013 “a condizioni molto favorevoli per noi”, ha dichiarato Rovnag Abdullayev, presidente di Socar.
Anche in Iraq, altro possibile fornitore, la russa Lukoil è un importante attore nei progetti di esplorazione ed estrazione.

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La storia dell’Islanda che “sconfigge l’economia globale” circola da mesi. Idealisti e indignados sia di destra che di sinistra l’hanno elevata ad emblema della ribellione popolare per dimostrare a noi onesti cittadini oppressi dal debito che vincere contro presunti complotti di altrettanto presunti “poteri forti”, “governi occulti”, e chi più ne ha più ne metta, si può.
Tuttavia, nell’epoca di internet e dell’informazione in tempo reale, praticamente nessuno si è preoccupato di verificare le fonti, limitandosi ad accettare acriticamente quanto veniva diffuso su Facebook o altri canali alternativi. Se qualcuno si fosse degnato di fare una ricerca con il pc nella sua cameretta, senza dar retta a questa o quella chimera, si sarebbe reso conto da solo che la sproporzione tra entusiaste dichiarazioni e realtà sul campo si dimostra massima.
Questo articolo su sito Approfondendo.it analizza la vicenda islandese punto per punto, spiegando perché quanto viene propagandato dalla controinformazione italiana non sia altro che fumo negli occhi. Il testo risponde fondamentalmente a queste tre domande: cosa c’è di vero nel caso islandese, cosa è veramente successo e se l’esperienza islandese possa essere trasposta nella realtà italiana.

Una premessa: qui mi sono limitato a sintetizzare questo articolo, ma sulla rete ci sono molti altri contributi che approfondiscono la vicenda islandese. Mesi fa, io stesso avevo parlato della decisione di Regno Unito e Olanda di convenire l’Islanda in tribunale in caso di bocciatura del referendum popolare sul piano di rientro del debito (mentre tutti elogiavano tale scelta di “non pagare il debito”) e della disinformazione che anima  slogan e “ricette per la crisi” proposti dai cosiddetti indignados. Ricevendo insulti e critiche, come prevedibile, o al più indifferenza.
È chiaro che svegliarsi da un sogno non è mai piacevole, ma chiudere gli occhi di fronte alla realtà non è cosa saggia. Finalmente sulla rete, in mezzo a tante approssimazioni, se non addirittura vere e proprie menzogne e falsità, cominciano ad elevarsi alcune voci decise a chiarezza.

Dunque, il caso Islanda.
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Carta di Laura Canali tratta dal volume di Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

Dall’inizio delle rivolte in Siria in molti si aspettavano che la NATO lanciasse una nuova operazione con il pretesto di “proteggere i civili”, sulla falsariga di quanto accaduto in Libia. Anche l’opposizione guidata dal neonato Consiglio Nazionale siriano aveva iniziato a far circolare questa idea, poi categoricamente smentita dalla stessa Alleanza Atlantica.
In realtà l’Occidente non potrà ripetere a Damasco ciò che aveva fatto a Tripoli, benché voci in tal senso continuino a diffondersi (qui e qui). Non sono le minacce di Assad a spaventare le cancellerie nostrane. La verità è che la Siria ricopre un ruolo troppo delicato all’interno degli equilibri mediorientali perché le potenze occidentali possano avventurarsi in una nuova missione “umanitaria”. La Libia è ricca di petrolio ma povera di significato geopolitico, per cui Europa (rectius: Francia e Regno Unito) e Usa avevano solo da guadagnare dal rovesciare Gheddafi. La Siria, al contrario, riveste un decisivo peso politico nella regione (e possiede scarso petrolio: produce 385.000 barili al giorno). Perfino Israele teme le conseguenze della caduta di Assad. Condizioni che sconsigliano qualunque possibilità di intervento.
Ciò che la stampa sembra non comprendere è che la vera partita della Siria si gioca sul tavolo della Lega Araba, non su quello dell’Occidente. Ma la stessa Lega, dopo la sospensione iniziale, sta ora adottando un approccio più morbido alla questione. La missione appena approvata non cambierà di una virgola situazione, proprio come tutti si aspettano. In generale, la Lega sta cercando di imporre sanzioni con la consapevolezza che non potranno mai funzionare. La risposta l’ha offerta alcune mesi fa l’analista Ibrahim Saif: colpire la Siria, per i Paesi arabi, significherebbe danneggiare le proprie economie.

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Cosa hanno in comune le operazioni militari turche contro il Pkk nel Nord Iraq e quelle del Kenya contro gli al-Shabaab in Somalia? In entrambi i casi l’esercito di uno Stato sovrano si è spinto fino all’interno di un altro per contrastare una minaccia nemica.


In Turchia la questione curda risale al secolo scorso, col passaggio dall’impero ottomano alla repubblica kemalista. Per salvare il Paese dal baratro del disfacimento, Ataturk riforgiò il sentimento popolare nei termini della fedeltà assoluta all’ethos dello Stato, in cui qualunque cosa il potere facesse era giustificata e mai messa in discussione, pena l’incorrere nei rigori della legge. Corollario di questa transizione fu l’odio viscerale verso il pluralismo etnico-culturale, che in epoca ottomana aveva contribuito all’ascesa della decaduta potenza d’oriente. Il tentativo di forzata assimilazione che ne seguì suscitò la reazione del popolo curdo, fino allo scoppio della lotta armata del Pkk contro lo Stato turco nel 1984. Ora il governo di Ankara progetta anche di sviluppare una pattuglia di droni per colpire le basi curde dentro e fuori i confini turchi.


In Kenya l’incursione dell’esercito in territorio somalo, avvenuta in reazione ad una serie di rapimenti di lavoratori e turisti in territorio kenyota, va inserita nel più ampio contesto della guerra civile somala. Le ostilità tra Kenya e milizie Shabaab ha toccato il suo apice il 20 luglio 2010, quando i ribelli uccisero due soldati kenyoti nel corso di un feroce attacco lungo una zona di confine. Il Kenya peraltro, paga in prima persona il prezzo della catastrofe somala, sia per il dramma dei profughi che confluiscono in massa in territorio kenyota (il rifugio di Dadaab, è ormai il più grande campo profughi del mondo), che per la minaccia della pirateria a cui sono costantemente sottoposte le rotte marittime. È noto da tempo che le autorità di Nairobi reclutano giovani somali per impiegarli nella lotta contro gli Shabaab, attingendo proprio al copioso bacino di Dadaab, ma le autorità kenyote hanno sempre negato questa circostanza.

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La Turchia potrebbe allontanarsi dall’Europa in maniera definitiva. Se l’anno prossimo Cipro avrà la presidenza di turno semestrale dell’Unione, Ankara è pronta a congelare le proprie relazioni con la Ue.
Cipro (limitatamente alla parte Sud) è Paese membro dal 2004, e come tale ha diritto ad assumere la presidenza per sei mesi, come previsto dal regolamento. Ma la Turchia non accetta che a capo dei 27 ci sia uno Stato che nemmeno riconosce. Se i negoziati di pace per l’isola non saranno conclusi entro il prossimo giugno (quando Nicosia assumerà la presidenza Ue), la vera crisi sarà tra Turchia e Ue, è il messaggio del governo turco.
Dal fallimento del Piano Annan per la riunificazione dell’isola, Ankara ha rifiutato ogni successiva concessione negli sforzi diplomatici per risolvere la questione cipriota. Ostacolando di fatto il suo stesso processo di adesione alla Ue, visto che le due questioni sono intimamente collegate.

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di Luca Troiano

1. L’8 agosto 2008 il mondo si svegliò con la notizia che dello scontro in atto tra le truppe georgiane e quelle russe nella città di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, dando l’avvio ad una guerra che pur nella sua breve durata avrebbe mutato (forse) definitivamente i preesistenti assetti nel Caucaso.
È noto che un piano d’attacco contro Tbilisi era sul tavolo del Cremlino già da tempo, ma non va trascurato il fatto che il confine tra i due Paesi era stato più volte infiammato dalle ripetute provocazioni georgiane. Ancora oggi non è chiaro chi abbia sconfinato per primo, sebbene il Rapporto finale dell’inchiesta commissionata dall’Unione Europea attribuisca all’esercito georgiano la responsabilità di aver sparato del primo colpo. E tutto sommato la questione è irrilevante.
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di Luca Troiano

1. L’improvvisa morte di Sergei Bagapsh, da sette anni presidente de facto dell’Abcasia, regione separatista della Georgia, potrebbe provocare instabilità nel futuro politico nello Stato caucasico.

Molti abcasi hanno accolto la notizia con sgomento. La prematura scomparsa del loro presidente ha dato al Paese la sensazione di aver perduto la terra sotto i piedi. E già circolano le prime complottiste sulla sua morte.

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Ankara, nostalgia ottomana

Con tutta probabilità, il 12 giugno sarà riconfermato alla guida della Turchia per il suo terzo mandato. Altri cinque anni, in cui il premier Recep Tayyp Erdogan farà il possibile per trasformare il Paese in una repubblica presidenziale, sullo stampo della Francia di Nicolas Sarkozy.
Il presidente del partito islamico conservatore Akp viene chiamato il re sole dell’Anatolia e cercherà prima di tutto di estendere la sua influenza sui Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, spostando il baricentro della politica estera di Ankara dall’Europa, ormai economicamente e politicamente in declino, ai vicini Stati musulmani.
Ma come, non era candidato a entrare nella Ue e per lui non si era ampiamente speso anche l’italiano Silvio Berlusconi? Certo, ma i tempi sono cambiati e oggi il premier turco, in carica dal 2002, può persino permettersi di snobbare l’Europa, visto che per la Turchia in pieno boom economico entrare nell’Unione non è più una priorità.

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1. Da alcuni mesi l’Azerbaijan è attraversato da un sottile ma crescente ondata di dissenso, e nelle alte sfere del governo di Baku si sta facendo strada l’idea che dietro la regia dei disordini ci sia l’Iran. In altre parole, la Repubblica Islamica sta facendo leva sulla comune fede islamica sciita per accrescere la propria influenza nel Paese del Caucaso, secondo una politica che rischia di alimentare una spirale di tensione tra le parti.
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Il dossier Mladić

Il capo militare dei serbo bosniaci era stato formalmente incriminato dal Tribunale dell’Aja già nel luglio 1995. Nostra scheda sui capi d’imputazione di cui Mladić deve rispondere di fronte ai giudici internazionali

Decine di migliaia di persone nei Balcani stanno firmando per sostenere il progetto della Rekom, un’iniziativa regionale volta ad accertare i fatti avvenuti durante i dieci anni di guerre in ex Jugoslavia. Un passo concreto verso la riconciliazione. Il progetto nella voce di alcuni dei suoi protagonisti
Il 23 giugno Maja Mićić, rappresentante della Rekom, sarà a Rovereto per partecipare al dibattito “Vent’anni dopo: donne per la riconciliazione nei Balcani”, organizzato da Osservatorio Balcani e Caucaso in collaborazione con il comune di Rovereto nell’ambito della manifestazione “Sentieri di Pace 2011”

 

di Luca Troiano

1. Da un anno le prospettive di riunificazione di Cipro e dell’adesione della Turchia all’Unione europea sono sempre più remote. I due elementi sono intimamente collegati.
Cipro è divisa dal luglio 1974, quando la Turchia invase l’isola dopo un colpo di stato sostenuto dal governo greco nell’ambito di un fallito tentativo di Enosis (unione) con la Grecia. Nel 1983 la parte occupata si è autoproclamata indipendente, assumendo il nome di Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. L’entità è affidata alla protezione dell’esercito turco, presente con 30.000 uomini (40.000 secondo fonti non confermate), e sulle generose sovvenzioni annuali da Ankara.
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1. Primo Stato al mondo ad aver adottato il cristianesimo come religione ufficiale (nel 301) e da sempre vicina all’Europa per cultura e tradizione, l’Armenia sta vivendo forse il periodo più difficile della sua storia recente. Gran parte della popolazione vive in condizioni di indigenza, e la conseguente emigrazione sottrae al Paese le risorse umane per favorire una pronta ripresa.
Secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, nel 2009 un terzo degli armeni viveva sotto la soglia di povertà. Leggi l’articolo completo »

Nel 2008, il default delle tre principali banche islandesi (la Glitnir, la Kaupþing, e la Landsbanki ) lasciò sul lastrico, oltre agli islandesi, anche parecchi investitori stranieri. In particolare, il fallimento di Icesave, società controllata da Landsbanki, comportò una perdita complessiva da 5,6 miliardi di dollari per circa 340.000 correntisti inglesi e olandesi. Un danno di cui Regno Unito e Olanda si fecero carico, in attesa che l’Islanda fosse in grado di rifondere i capitali elargiti.

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Sebbene ufficialmente né l’Armenia né l’Azerbaijan stiano pianificando azioni belliche nell’immediato, l’intensificarsi delle schermaglie lungo il confine preoccupa la comunità internazionale. In particolare l’Europa, che nel Caspio e dintorni vede un forziere di idrocarburi a cui attingere nel futuro prossimo.

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Carta realizzata per la trasmissione Limes Mappe del 7 ottobre 2009 su Repubblica Tv

I progetti di approvvigionamento energetico indicati come “Corridoio Sud”, volti a bypassare il territorio russo, coinvolgono l’Azerbaijan in un modo o nell’altro. Che sia fornitore o semplice Paese di transito, il nostro futuro energetico passa dalle parti di Baku.
Il Nabucco potrebbe farsi, ma è rimesso alla volontà azera. L’Europa attende, ripiegando al momento sul più modesto ITGI.

Scontri tra la polizia e i manifestanti a Zagabria. copyright: The First Post, www.thefirstpost.co.uk

A vent’anni dall’indipendenza, il Paese si appresta ad entrare nell’Unione all’ombra di una situazione sempre più difficilIn febbraio la Croazia è stata scossa da una serie di manifestazioni di piazza contro il governo Kosor, giudicato responsabile della difficile situazione economica. Accanto alle proteste dei giovani, organizzate su Facebook, ci sono quelle dei veterani di guerra che accusano lo stesso governo di tradimento degli interessi nazionali.


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La Transnistria, Transdniestra, Trans- Dniester o Pridnestrovie, Stato de facto posizionato fra la sponda est del fiume Dniestr e la frontiera con l’Ucraina, con i suoi 600 mila abitanti è una Repubblica Sovietica tuttora esistente. Ha una sua bandiera, una sua capitale, Tiraspol, un suo Parlamento, un suo Governo, ma per molti esperti rappresenta una faccenda geopolitica complessa fra strategie russe, moldave, ucraine, rumene, europee e statunitensi. Questa sottile striscia di terra fra la Moldavia e l’Ucraina, una volta parte dell’URSS, si è autoproclamata indipendente il 2 settembre 1990, ma fino ad oggi non ha ancora ottenuto il riconoscimento di questo status dalla Comunità Internazionale.

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