Perché l’indipendentismo veneto deve essere preso sul serio

L’indipendentismo veneto non è una novità degli ultimi giorni. Già da qualche anno era tornato alla ribalta, rilanciato dalla crisi economica, dalle piccole e medie imprese che chiudono ogni giorno, dai suicidi degli imprenditori e dal malessere crescente contro lo Stato centrale. Ad ogni modo, per capire quello che sta accadendo in Veneto è bene tenere distinta l’ideologia dalla propaganda.

Partiamo da questo secondo punto. Il referendum consultivo promosso dall’avvocato Alessio Morosin, fondatore e leader di Indipendenza veneta, fa suo quel sogno secessionista che per vent’anni è stato la bandiera della Lega, senza aspettare la creazione della Padania per separarsi dall’Italia ma procedendo con il distacco da Roma del solo Veneto. Già, la Lega, che dopo un decennio di governo in tandem con Berlusconi, (in)degnamente concluso con lo scandalo di Belsito ha palesato la propria totale incapacità di influire sui cambiamenti in maniera incisiva, persino quando miete alti consensi elettorali.

La più ricca e dinamica delle regioni del Nordest non è dunque che l’epicentro della crisi del Carroccio: qui, alle politiche del 2013, si è verificato un massiccio travaso di voti in direzione Movimento Cinque Stelle e Scelta Civica. Le elezioni europee sono alle porte, lo sbarramento è al 4%, e i sondaggi dicono che la Lega non ce la farà. Il progetto macroregionalista, rilanciato da Maroni per salvare quel che restava del leghismo, non ha mai goduto di molta fortuna, forse per il timore di ritrovarsi ai margini fra le tre grandi Regioni del Nord guidate dalla Lega. L’idea macroregione scalda forse gli animi contro l’odiata Roma, ma non regge l’urto delle gelosie territoriali e dei i conflitti amministrativi fra le sue componenti.

Tenendo a mente l’incombere delle elezioni europee, la trovata di Morosin mira a favorire altri attori che soffierebbero alla Lega il ruolo di ago della bilancia regionale. Tanto che Beppe Grillo si è affrettato a dare la sua benedizione ai secessionisti del Leone di San Marco. L’iniziativa va pertanto inquadrata come il tentativo di intercettare consensi in uscita dalla Lega, ora che il fu partito dell’indipendenza nordista procede nel suo declino tra discese nei sondaggi e rese di conti interne. Solo perché la Lega si è sbriciolata in tribù tra loro ostili, non significa che l’indipendentismo veneto sia morto. Anzi. Continua a leggere

Quando Davide soccombe a Golia: San Marino bussa a Bruxelles per sfuggire a Roma

Nel corso dell’anno c’è un solo momento in cui il mondo torna a parlare di San Marino: inizio settembre, in occasione del Gran Premio di MotoGP che si tiene sul circuito di Misano Adriatico. Per il resto, agli occhi dei non residenti il corso degli eventi in cima al Titano rimane pressoché ignoto – aggettivo che, come vedremo, nella visione politica sammarinese del mondo è tra i più caratteristici.

In pochi a conoscenza del referendum che domenica 20 ottobre ha chiamato i cittadini di San Marino a decidere se formulare o meno una domanda ufficiale per entrare a far parte dell’Unione Europea. Per la cronaca, la consultazione non ha raggiunto il quorum del 32% previsto per essere considerata valida. Ma è interessante comprendere i motivi per cui la piccola Repubblica ha deciso di intraprendere il cammino verso Bruxelles: esso è in pratica l’estremo tentativo di sfuggire allo strangolamento a cui essa è stata sottoposta dal governo di Roma, da quando la crisi economica ha reso le relazioni tra Italia e San Marino sempre più tese. Continua a leggere

Corno d’Africa, l’eredità coloniale

In Africa i processi di costruzione dello Stato sono stati essenzialmente di tipo esogeno. Durante l’era della colonializzazione, le potenze europee cercarono di imporre e consolidare barriere tra i territori e distinzioni artificiali tra i gruppi etnici. Questo non significa che la regione manchi del tutto di storie e tradizioni nazionali: proprio parlando del Corno d’Africa, si pensi all’Etiopia, che ancora oggi rivendica di essere il Paese più antico del continente. Tuttavia, i confini sono stati tracciati dalle madrepatrie con squadra e righello prescindendo dalle dinamiche antropiche sul campo. Nel Corno la maggiore - benché non l’unica - potenza coloniale è stata l’Italia. In Eritrea l’inizio della colonizzazione si ebbe nel 1869. con l’avvio delle trattative per l’acquisto della baia di Assab, e fu completata nel 1890 dopo l’acquisizione dell’importante città portuale di Massaua e di ulteriori possedimenti nell’entroterra. In Somalia il processo è stato più travagliato, poiché ancora prima del ritiro dell’Egitto dal Corno d’Africa nel 1884 si era aperta un’aspra lotta tra italiani, inglesi e francesi per il controllo dell’intera regione; nel 1892 la costa meridionale venne riconosciuta come Somalia italiana. In Etiopia la presenza italiana è durata lo spazio di un quinquennio (1936 – 1941) durante l’era fascista. In Africa il colonialismo italiano conobbe orrori e palesi ingiustizie analoghi a quelli compiuti dalle altre nazioni, se non peggiori: furono circa 500.000 le vittime africane sotto l’egida dell’Italia liberale e fascista. Ma è anche vero che negli anni venti e trenta furono realizzate numerose opere stradali dando vita a una rete di circa 18.794 km di strade principali e secondarie, oltre ad opere ferroviarie ed altre infrastrutture. Rimasugli della parentesi italiana si incontrano ancora oggi nell’architettura (soprattutto in Eritrea), nella (il tigrino e dell’amarico annoverano vari prestiti dall’italiano), e nell’amministrazione (In Somalia quasi tutte le leggi e gli atti giudiziari nascono da leggi italiane).

Ferite ancora aperte

Dopo aver ampiamente illustrato le dinamiche della regione, ci si stupirà di costatare che queste, perfino a decenni di distanza, siano tuttora un riflesso di alcune storture risalenti alla parentesi coloniale. Valgano due esempi. Il primo è l’Ogaden, a cui facevamo cenno nella seconda parte delle presente analisi. Si tratta di un vasto territorio dell’Etiopia che dal punto di vista federale fa parte della Regione somala del Paese, in quanto il suo popolo è prevalentemente composto da somali. Con la creazione dell’Africa Orientale Italiana in seguito alla guerra d’Etiopia, l’Ogaden venne annesso alla Somalia italiana, per poi tornare all’Etiopia nel 1954. Nel 1977 il dittatore somalo Mohamed Siad Barre tentò di riannettere la regione tramite una guerra-lampo contro l’Etiopia, con l’obiettivo di ricostituire quella “Grande Somalia” così come appariva sulle mappe di mussolinana memoria. Il secondo è la questione eritrea, di cui abbiamo sottolineato l’omogeneità culturale e linguistica con la nemica Etiopia. Ebbene, il colonialismo italiano ha costituito la principale base di legittimazione storica, politica e geografica dell’identità nella nazione eritrea nei trent’anni in cui questa fu in guerra con l’Etiopia per conquistare l’indipendenza, fino alla secessione de facto di Asmara da Addis Abeba nel 1991, Ancora nel 1998, quando i due Paesi tornarono ad imbracciare le armi per dispute territoriali, i mediatori internazionali fecero ricorso all’antica cartografia coloniale per definire in modo “oggettivo” i confini tra i due Stati.

Africa bel suol d’affari

La maggior parte degli italiani ignora la storia dei crimini compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali con il suo drammatico bilancio umano. Avvolti nell’ombra sono anche gli sviluppi successivi. Non si può dire che, negli ultimi decenni, la politica estera italiana nel Corno d’Africa abbia portato giovamento a questa regione. In primo luogo, per il sostegno che il nostro Paese ha sempre avuto per Siad Barre. L’ex uomo forte di Mogadiscio ha sempre avuto dei forti legami con l’Italia, avendo prestato servizio nella polizia post-coloniale prima e nell’Arma dei Carabinieri (frequentò la Scuola Allievi ufficiali di Firenze) poi. Una volta preso il potere nel 1969 si impegnò a mantenere salde le relazioni con Roma. Emblematico l’incontro al Quirinale, l’11 settembre 1978, con l’allora presidente Sandro Pertini, il quale elogiò gli “ideali di indipendenza e di democrazia” a cui Siad avrebbe “votato con infaticabile impegno la sua nobile esistenza”. Poco importa che una volta tornato in patria il dittatore fece giustiziare 17 oppositori politici. La politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari della Farnesina sarebbe stata una costante nelle relazioni italo-somale: nel corso degli anni a Mogadiscio sono andati moltissimi esponenti politici italiani, tutti prodighi di promesse e di riconoscimenti, ma l’apice sarebbe arrivato negli anni Ottanta, con l’avvento del PSI al governo. E’ risaputo che Bettino Craxi fosse il miglior amico di Siad Barre, con il quale aveva firmato importanti accordi commerciali; meno noti sono i suoi affari con Aidid, assai prima che la stampa internazionale lo dipingesse come il “nuovo Saddam”. Che dire poi dei traffici di rifiuti tossici dal nostro Paese in direzione di Mogadiscio, spesso patrocinati dalla ‘Ndrangheta, la scoperta dei quali sarebbe costata la vita alla giornalista Ilaria Alpi? E’ difficile stabilire con esattezza il numero dei carichi spediti sulle coste somale nel corso degli anni, ma si sa per certo che le navi dei veleni battono queste rotte ancora oggi, come racconta la relazione della Direzione Nazionale Antimafia datata dicembre 2011.

I rapporti tra Italia ed Eritrea non sono da meno. Secondo un corposo dossier degli ispettori ONU, reso pubblico lo scorso luglio, aziende italiane avrebbero fornito armi, elicotteri e veicoli utilizzati dalle forze armate del regime, nonostante l’embargo internazionale a cui Asmara è sottoposta. Nel documento si parla anche delle denunce di estorsioni presentate dai cittadini eritrei residenti a Milano ed ignorate dalla polizia, e soprattutto si accusano le nostre autorità di non collaborato con le Nazioni Unite. D’altra parte il silenzio del nostro Paese sui soprusi commessi dal regime eritreo è stato più volte denunciato nel corso degli anni.
Quanto ai rapporti con l’Etiopia, infine, va rimarcato che l’Italia è il primo esportatore della UE verso Addis Abeba, con un interscambio commerciale che nel 2012 ha raggiunto quota 300 milioni di euro. Non mancano però i motivi di attrito. Lo scorso anno il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di Rodolfo Graziani, colui che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso del del colonialismo italiano, fu “il più sanguinario assassino” di quel periodo. Alla notizia, i discendenti dell’imperatore Hailé Selassié hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un “incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio”, ma che “ancora più spaventosa” è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia. Al presidente della Repubblica hanno scritto anche gli studiosi riuniti nella 18esima Conferenza internazionale sugli studi etiopici, tenuta nella città etiope di Dire Dawa dal 29 ottobre al 2 novembre 2012, rimarcando come questo episodio potrebbe compromettere le pur buone relazioni esistenti con il nostro Paese. Lo sconcerto è stato tale da indurre molti osservatori a riflettere sul “problema irrisolto dell’Italia con il proprio passato coloniale“. In effetti è inquietante come la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Un piano Marshall per il Corno d’Africa?

L’Italia potrebbe fare molto per favorire lo sviluppo di questa regione. E’ vero che negli ultimi anni la nostra diplomazia si è adoperata per rafforzare la proiezione economica di Roma nell’area, soprattutto in Somalia e in Eritrea, ma in concreto quasi mai l’agenda italiana ha previsto degli obiettivi che andassero oltre la mera penetrazione commerciale; quest’ultima, poi, non sempre è avvenuta in perfetta trasparenza, come le Nazioni Unite hanno stabilito in riferimento ai nostri rapporti con Asmara.
L’immobilismo politico, l’incompetenza della sua classe dirigente e la più totale mancanza di pianificazione delle prerogative nazionali in politica estera impediscono all’Italia di assumere quel ruolo di guida nella stabilizzazione del Corno d’Africa, che pure le spetterebbe per ragioni storiche e culturali. Pensiamo alla Somalia. In settembre, il presidente somalo Sheikh Mohamud, in carica da un anno, nel corso della sua prima visita al nostro Paese ha dichiarato: “Nessuno è nella condizione e nella posizione migliore per aiutarci. Questo grazie alla conoscenza, al legame culturale e a quello storico che ci lega. Oggi l’Italia può di nuovo tornare a ricostruire lo stato somalo, così come è stata l’Italia ad aiutarci a crearlo 60 anni fa“.
Invece oggi il ruolo di capofila occidentale nella ripresa economica di Mogadiscio è occupato dal Regno Unito, attirato dai giacimenti petrolifere del Puntland. La scarsa proiezione internazionale di Roma, unita ad una mancanza di visione di lungo periodo sul nostro ruolo nel mondo, ha fatto sì che Londra ci soffiasse un’occasione che faremmo meglio a riprenderci al più presto. Un concreto piano di investimenti per aiutare i somali – e gli eritrei – a rialzarsi sarebbe quanto mai opportuno, posto che anche se l’Italia non si interessasse più della Somalia, la Somalia prima o poi tornerebbe comunque ad interessarsi dell’Italia. Che cosa succederebbe se Mogadiscio chiedesse a Roma un risarcimento per i veleni che le nostre navi hanno scaricato sulle loro coste? 

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Putin in Italia: il grande gioco del South Stream e la “santa alleanza” con il Papa

Vladimir Putin giunge in visita in Italia nello stesso giorno in cui l’Europa critica Mosca per le pressioni sull’Ucraina. Kiev ha annunciato che non firmerà l’accordo di associazione proposto dall’UE in occasione del vertice del partenariato orientale di Vilnius del 28 e 29 novembre, la gente è scesa in strada a protestare e il governo ucraino ha risposto mettendo in atto una dura repressione, ma tutto questo sembra non interessarci.

Putin, a noi, un “favore” lo ha già fatto: il rilascio su cauzione di  Cristian D’Alessandro e di altri quattro attivisti di Greenpeace in prigione dal 20 settembre, quando la guardia costiera russa li ha arrestati dopo un blitz contro una piattaforma di Gazprom nell’Artico, a meno di una settimana dall’incontro di Trieste.

Il presidente russo non veniva in veste ufficiale in Italia da sette anni, e da tre mancava un incontro intergovernativo fra i due Paesi. Tuttavia le relazioni tra Roma e Mosca procedono a gonfie vele, considerato che il presente russo in Italia si intreccia sempre con l’energia: argomento rispetto al quale tutte le altre questioni (diritti umani compresi) passano in cavalleria.

Non a caso che l’unico progetto per cui il presidente russo si è sempre speso in prima persona: il gasdotto South Stream, conduttura che serve a Mosca per rifornire l’Europa scavalcando la litigiosa Ucraina e di cui il Belpaese è il punto terminale. Un gasdotto ormai senza rivali dopo il (definitivo?) tramonto dell’alternativa Nabucco, suo diretto concorrente sponsorizzato da Bruxelles.

Questo spiega come mai l’Italia sia (indirettamente) coinvolta nell’affare ucraino. Kiev punta all’indipendenza energetica, che tuttavia non raggiungerà prima il 2020, quando però sarà troppo tardi per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo. Proprio sfruttando il ricatto del gas, di cui nei giorni scorsi si è sfiorata l’ennesima “guerra” (la quarta in sei anni), il governo russo ha convinto quello ucraino a desistere dal richiamo delle sirene europee. Del resto il mercato energetico ucraino è sempre un complesso risiko opacamente gestito secondo criteri non di mercato, ma politici e oligarchici, per cui ogni alla fine sarà sempre Mosca a spuntarla.

In ogni caso Linkiesta rivela perché, a conti fatti, il South Stream è un progetto quasi esclusivamente politico:

La situazione dei rapporti energetici tra Russia ed Europa, ma insieme la ragione ultima della visita di Putin in Italia, si potrebbero riassumere in una sola domanda: chi ha bisogno di South Stream? Il gasdotto, sviluppato da Eni (che ne detiene il 20%) Edf e Wintershall (con il 15% ciascuno) e Gazprom, sarà lungo 2.380 chilometri e dovrebbe arrivare a trasportare 62 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2015, transitando per Bulgaria e Balcani, e congiungendosi all’Italia. Eppure, i consumi di gas in Europa sono in caduta: siamo arrivati a 466 miliardi di metri cubi, mentre nel 2010 ne consumavamo 515 miliardi. In Italia, la domanda di gas è a livello del 2003. È inoltre in arrivo la seconda ondata del gas di scisto americano

commercialmente, i russi stanno giocando di potenza. Il mondo è già sazio di gas, e assorbire nuove quantità in arrivo da tutto il mondo sarà difficile. I russi con South Stream – e con la testarda intenzione di portarlo avanti – inviano un messaggio a tutti i paesi in procinto di completare “terminali di rigassificazione” per esportare, e il messaggio è “non fatelo”. Nella scelta tra diverse fonti di approvvigionamento, a partire da una certa quantità, un gas trasportato per tubo può essere più conveniente di quello trasportato per nave – che addirittura potrebbe servire solo da “complemento” per periodi di particolare intensità di domanda.

Va comunque rimarcato che gli interessi reciproci italo-russi non si limitano al gas. In Russia sono attive quasi 500 aziende italiane e i grandi conglomerati russi possiedono a vario titolo 91 società nel nostro Paese. In totale sono 28 gli accordi commerciali e le intese intergovernative firmati a Trieste nell’ambito del forum Italia-Russia e del concomitante vertice bilaterale, dove oltre all’energia spiccano anche finanza e industria.

Infine, è interessante notare che il presidente russo, oltre all’incontro con Enrico Letta, aveva in programma anche una visita a Papa Francesco in Vaticano. Limes nota come Cremlino e Santa Sede abbiano così l’opportunità di dialogare intorno a temi di politica internazionale con reciproco vantaggio, tanto che la rivista parla già di una “santa alleanza” tra Bergoglio e Putin, forgiata già da settembre quando una rappresaglia americana in Siria pareva imminente:

Guardando ai protagonisti dell’impresa, è difficile immaginare due profili più distinti e due stili più distanti sul piano delle psicologie personali e della sociologia politica: se Putin da un lato è inventore di un modello di populismo “freddo”, in formato baltico e siberiano, Bergoglio dall’altro ha importato in Vaticano lo stile caldo e sudamericano di un papa descamisado, che sin dall’inizio si è spogliato della mozzetta, con gesto appassionato e memore di Perón, che toglieva la giacca durante i comizi.

Eppure, proprio la lontananza biografica e geopolitica custodisce e costituisce, paradossalmente ma non troppo, il segreto e la spiegazione della loro intesa. Geograficamente Buenos Aires si colloca infatti agli antipodi di Mosca. Bergoglio arriva dunque da confini remoti e neutrali, a differenza di Wojtyla e Ratzinger, che rappresentavano frontiere prossime e antagoniste, benché con gradi assai diversi di coinvolgimento.

Nassiriya. Dieci anni fa la strage, quattro anni fa l’insabbiamento, oggi il petrolio per l’Eni

Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un camion cisterna forzò senza troppa fatica il posto di blocco all’ingresso della base italiana “Maestrale” di Nassiriya, seguito da un altro automezzo imbottito d’esplosivo. L’attentato provocò 19 morti italiani, nove iracheni e un gran numero di feriti. Il bilancio sarebbe stato ancora peggiore se il militare Andrea Filippa, di guardia all’ingresso della base, non fosse riuscito a fermare i due attentatori sul camion uccidendoli quando il mezzo era sul cancello di entrata, evitando così una strage di più ampie proporzioni. Quel giorno la guerra entrò di nuovo nella vita degli italiani, lasciandosi dietro una scia di sangue e di polemiche.

I nostri soldati si trovavano a Nassiriya dal 19 luglio per partecipare all’operazione di peacekeeping, autorizzata dalle Nazioni Unite e conseguente alla guerra avviata dagli Stati Uniti per deporre Saddam Hussein. Il nome della missione, cominciata ufficialmente il 15 luglio, era “Antica Babilonia”. L’operazione sarebbe terminata il primo dicembre 2006, quando Nassiriya tornò sotto il controllo dell’esercito americano. In tutto, 33 italiani furono uccisi nel corso della missione.

Dopo l’attentato vennero aperte diverse inchieste. Non soltanto per accertare chi fossero i responsabili dell’attacco, ma anche per stabilire se ci fossero state negligenze da parte dei comandi militari nel prevedere l’attacco e nel difendere adeguatamente la base. Come ricostruisce Il Post:

L’inchiesta sulle responsabilità dei militari italiani è stata lunga e complessa e ha coinvolto diversi ufficiali tra cui i due generali responsabili del settore, Vincenzo Lops e Bruno Stano, oltre al comandante della base, il colonnello Georg Di Pauli. Con la sentenza  del 20 gennaio 2011 la Corte di Cassazione confermò quella della corte d’appello militare che aveva assolto tutti e tre gli ufficiali da ogni responsabilità penale, ma rinviò il caso alla giustizia civile per il risarcimento dei danni ai familiari delle vittime.

La Cassazione, in questa come in altre sentenze  che hanno riguardato il caso, stabilì che erano state sottovalutate le avvisaglie di un attacco imminente e che non erano state prese le adeguate misure per contrastarlo. Ad esempio: all’ingresso della base non era stato costruito un percorso obbligatorio a zig-zag per evitare che un mezzo potesse lanciarsi a grande velocità nel parcheggio della base, la riserva di munizioni non era stata adeguatamente protetta, mentre gli hesco bastionerano stati riempiti di ghiaia e non di sabbia come sarebbe stato più prudente in caso di pericolo di attentati.

Dopo la strage, iniziò l’opera di insabbiamento. Durissimo questo commento su Globalist:

Il giorno dei solenni funerali di Stato, a Roma, fu un’orgia di nazionalismo e di retorica patriottarda a reti unificate. Poi – nel silenzio anch’esso a reti unificate – i comandanti furono accusati di “imprudenza, imperizia e negligenza”.

Avevano sottovalutato gli allarmi e non avevano adeguatamente protetto la base. I blocchi anticarro non erano stati riempiti di sabbia, come si vede in qualsiasi film di guerra, ma di ghiaia e sassi che, al momento dell’attentato, si sono trasformati in proiettili. Il deposito di munizioni era a ridosso degli alloggi militari e le munizioni italiane hanno moltiplicato il volume di fuoco dell’esplosivo iracheno. La decantata professionalità dell’esercito professionale voluto da D’Alema era deflagrata con tutto l’edificio.

Nel 2009 il colonnello Di Pauli era imputato in un processo a Roma proprio per questi reati gravi. Un generale, Stano, era già stato condannato in primo grado a due anni di reclusione e poi assolto in appello (non per non aver commesso il fatto, ma per aver obbedito a ordini superiori). Imputato con lui, ma assolto già in primo grado, il generale Vincenzo Lops, che lo aveva preceduto al comando della base. Ma a dicembre di quell’anno tutto si ferma. Nel decreto sul rifinanziamento delle missioni, primo esempio di larghe intese visto che l’hanno sempre votato Pd e Pdl insieme, scivola una norma che stabilisce l’improcessabilità per quei reati degli alti papaveri in divisa a meno che non lo chieda il ministro della guerra in persona. All’epoca era l’indimenticabile La Russa. Così la Cassazione non iniziò nemmeno a esaminare le carte e il Tribunale militare interruppe il processo a Di Pauli. La norma venne ribattezzata “salva-generali”. Altri due commi del decreto resero più semplice l’uso delle armi per i soldati in missione di “pace”.

Ed oggi, al di là della retorica commemorativa, cosa rimane di quella strage? Grazie alla norma salva-generali, le vittime di Nassiriya non avranno mai giustizia. In compenso, oggi in Iraq c’è qualcuno che ricava molti, molti profitti. Come l’Eni, grazie ai barili di petrolio estratti dal giacimento di Zubairsituato in prossimità di Bassora e considerato uno dei più grandi depositi di oro nero al mondo.

Come scriveva UniMondo nel 2009:

Allora avevamo ragione. L’Italia è andata a Nassiriya, per il petrolio. O, almeno, anche per il petrolio. Dopo tutte le smentite seguite in questi anni alle segnalazioni di Un ponte per…  ora abbiamo la conferma: sia l’Eni che il Ministero del petrolio iracheno hanno confermato l’esistenza di una gara di tipo particolare “riservata” a Eni, Nippon Oil, e Repsol per Nassiriya, un giacimento di 4,4 miliardi barili con una potenzialità di 300mila di barili/giorno. L’Eni si è detta “fiduciosa” di aggiudicarsela, e i commenti di Paolo Scaroni, il suo amministratore delegato, ostentano sempre maggiore ottimismo.

L’Eni – va da sé – ha sempre smentito, ma non ha mai smesso di lavorare per mantenere il “diritto di prelazione” su Nassiriya.

Il 5 gennaio 2009 Platts Oilgram, l’autorevolissima agenzia di informazione sull’energia della McGrow Hill, rivela, citando fonti irachene del ministero del Petrolio, che fin dallo scorso agosto era stato firmato un Memorandum of Understanding congiunto con l’Eni e la giapponese Nippon Oil per lo sviluppo del giacimento di Nassiriya e la costruzione di una raffineria della capacità di 300mila barili al giorno. Platt riferisce anche che all’interno del ministero del Petrolio erano state sollevate obiezioni perché l’accordo era stato realizzato senza gara di appalto e senza il coinvolgimento dell’ufficio competente per i contratti e le licenze. La stessa Platts Oilgram ha informato il 13 gennaio che l’accordo prevederebbe per la Nippon Oil la costruzione della raffineria, e per l’Eni lo sviluppo del giacimento petrolifero.

In effetti nell’agosto 2008 l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, si era recato in Iraq dichiarando al rientro (a margine di “Cortina Incontra”): “Nella nostra ultima visita in Iraq ci siamo presentati con tutti gli argomenti che Eni può mettere sul tavolo … E credo che la nostra presenza in quel paese possa essere articolata”.

Se le rivelazioni di Platt sono vere, l’Eni avrebbe in tasca Nassiriya sin da agosto, e la gara annunciata in questi giorni potrebbe essere nient’altro che la ratifica di una decisione già presa, forse non a caso con due governi “amici”.

Facciamo attenzione ai tempi. In aprile cade il Governo Prodi, che aveva ritirato le truppe, nello stesso mese Scaroni annuncia “L’Eni è pronta a tornare in Iraq” (Repubblica, Corriere della Sera). Fonti confidenziali ci hanno riferito che l’anno precedente, a seguito del ritiro del contingente militare italiano, gli Usa sarebbero intervenuti per contrastare le trattative sin da allora in corso su Nassiriya.

Ultimo atto. La gara di appalto “riservata”.

Dopo una procedura di prequalificazione, con la quale sono state selezionate 35 imprese internazionali (per l’Italia, l’Eni e il Gruppo Edison), ammesse a partecipare al primo round di gare per l’assegnazione di contratti di servizio per lo sviluppo di 8 fra giacimenti petroliferi e di gas iracheni, il ministero del Petrolio di Baghdad ha poi annunciato un secondo giro di gare per la assegnazione di altri 11 giacimenti. Entrambi i round dovrebbero concludersi con l’assegnazione dei contratti entro il 2009. Inspiegabilmente, però, in nessuno dei due round è compreso il giacimento di Nassiriya.

Perché? Era forse già “assegnato”. Cosa ha discusso a Baghdad Paolo Scaroni nella visita lampo di dicembre 2008, appena pochi giorni prima dell’annuncio del secondo round di gare di appalto?

Nel novembre 2009 viene firmato l’accordo preliminare tra il governo iracheno per Zubair e l’Eni, capogruppo di un consorzio internazionale composto da Occidental Petroleum Corporation, Korea Gas Corporation e Missan Oil Company. Il giacimento diventa remunerativa nel giro di un anno esatto, quando nel novembre 2010 la produzione si attesta sui 200.000 barili al giorno. Oggi la produzione è di 320.000 b/g e si lavora per portarla ad 850.000 entro il 2016, come annunciato dal primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki, e l’Amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni, a margine di un incontro a Baghdad tenuto lo scorso 2 settembre.

Per chiudere il cerchio, dato che il 30% del capitale di Eni è ancora in mano pubblica, un terzo dei profitti totali dell’azienda (e dunque anche dei ricavi di Zubair) entra nelle casse dello Stato. Quello stesso Stato che, in nome di quei profitti, prima spedisce i suoi militari in Iraq e poi garantisce l’impunità agli ufficiali responsabili della loro strage.

PS: Quando parliamo di Iraq, non dobbiamo mai dimenticare che il conflitto voluto da George W. Bush aveva un obiettivo ben preciso: prendere possesso dei giacimenti iracheni per avere il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regioneOggi possiamo dire che l’operazione si è risolta con un totale fallimento. A dieci anni dall’invasione l’Iraq non esiste: la guerra ha lasciato un Paese spaccato lungo le linee etniche, con un governo centrale debole e contestato.

La vicenda TAP dimostra quanto l’Italia conti poco in Europa

Abbiamo visto come il tramonto del progetto Nabucco comporterà il via libera definitivo al gasdotto TAP, che connetterà Italia e Grecia attraverso l’Albania, permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dalla zona del Caucaso, del Mar Caspio (Azerbaijian) e, potenzialmente, del Medio Oriente.
Una sconfitta per l’Europa e una vittoria per la Russia, sempre più monopolista nelle forniture energetiche al Vecchio continente.

In un primo momento, la realizzazione della TAP prometteva delle ricadute positive per l‘Italia. La posizione privilegiata al centro del Mediterraneo, infatti, metteva il nostro Paese nella condizione di diventare un hub di prima grandezza nel trasporto del gas dall’Azerbaijan al resto d’Europa.
A partire dal 2019, infatti, dovrebbero approdare in Puglia circa 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, una quantità sufficiente per alimentare circa 3 milioni di consumatori domestici. Con l’aggiunta di una terza stazione di compressione il gasdotto sarà in grado di duplicare la quantità trasportata a 20 miliardi di metri cubi/anno. Il gas così immesso nelle rete nazionale sarebbe poi venduto ad altri acquirenti europei.

Questo era ieri. Oggi, invece, la posizione dell’Italia sembra essere a serio rischio.

 Venerdì 20 settembre il governo azero ha siglato due sontuosi contratti di fornitura con la compagnia tedesca E.On e con francese Suez Gaz de France, rispettivamente per l’acquisto di 1,4 miliardi e 92 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno. La firma conferma le indiscrezioni sul prolungamento della TAP in Nord Europa, in ossequio ad un disegno sostenuto dalle aziende azioniste del progetto: l’inglese British Petroleum, la norvegese Statoil, la belga Fluxys, la francese Total, la svizzera AXPO, oltre ovviamente alla tedesca E.On.

L’Italia sarebbe ridotta dall’essere il Paese di approdo della TAP a un mero corridoio di transito verso altre destinazioni, senza avere negoziato in termini contrattuali il cambio di status. In altre parole, rischiamo di declassati per unilaterale decisione dei nostri vicini e con il governo Letta del tutto impreparato di fronte a tale iniziativa.
L’Italia, potenza medio-piccola sempre costretta ad ingegnarsi per ritagliarsi uno spazio in un contesto internazionale ostile, palesa di nuovo l’incapacità di tutelare i propri interessi strategici al cospetto dei partner europei. Per l’ennesima volta, la posizione di Roma al centro del Mediterraneo si rivela essere una straordinaria fonte di opportunità… per gli altri; per noi, al contrario, sarebbe l’ennesima occasione persa.

Porta Pia, quel lontano XX settembre abbiamo unito e diviso l’Italia

La presa di Roma, nota anche come Breccia di Porta Pia, non fu soltanto l’episodio del Risorgimento che sancì l’annessione di Roma al Regno d’Italia, di cui sarebbe divenuta capitale l’anno seguente e che decretò la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi.
Scriveva l’ambasciatore Sergio Romano sulle pagine del Corriere nel 2000:

La data del «XX settembre», rigorosamente scritta in numeri romani, dovrebbe essere ricordata e celebrata come la maggiore data europea dell’ Ottocento. Segna la conclusione di un grande fenomeno politico: la nascita della nazione italiana. È il più evidente simbolo del principio di nazionalità. Mette termine a una lunghissima fase storica durante la quale il Pontefice romano ha regnato, come un qualsiasi sovrano temporale, su uno Stato europeo di media grandezza. È l’ inizio di una nuova fase in cui la Chiesa cattolica può esercitare più liberamente la sua missione spirituale nel mondo. Non sarebbe illogico quindi sperare che domani, a Porta Pia, si riunissero per celebrare quell’avvenimento i rappresentanti dello Stato italiano, della Santa Sede, dell’ Unione europea, dell’Onu: tutti, per diversi aspetti, beneficiari della storica spallata con cui i bersaglieri del generale Cadorna entrarono nella città eterna il 20 settembre del 1870. Ma, a dispetto del suo obiettivo significato e della sua universale importanza, la ricorrenza è sempre stata, in Italia e in Europa, una data scomoda, troppo carica di significati polemici e di interpretazioni controverse.

Sempre il Corriere della Sera pubblica un interessante repertorio cronologico, digitalizzato dall’Istituto per la Storia del Risorgimento di Roma, in cui l’evolversi dei fatti viene narrato ora per ora.
Linkiesta accenna al resoconto d’epoca che ne fece Edmondo De Amicis, chiudendo il post con questa riflessione:

Oggi assistiamo al sostanziale oblio della data del 20 Settembre e del suo significato storico e politico. Sembrerebbe cosa poco grave nell’enorme confusione politica e costituzionale che stiamo attraversando ma è invece nello stesso tempo causa ed effetto di tutto ciò. Dovrebbe essere praticata una riflessione dagli uomini più pensosi e da tutti coloro che ritengono la Storia elemento sostanziale della vita di un popolo. Ce ne sarà ancora qualcuno?

Chissà. L’anniversario del XX settembre è stato festività nazionale fino alla sua abolizione dopo i Patti Lateranensi nel 1929, quando la ricorrenza fu cancellata da Mussolini per compiacere il papa e mai più recuperata. Il duce aveva deliberatamente ceduto alle richieste delle gerarchie ecclesiastiche per rinforzare il suo consenso e rinforzare la sua fama di “Uomo della Provvidenza”. Nel 2008 una proposta di legge – presentata da Maria Antonietta Coscioni della pattuglia radicale nel Pd e da Mario Pepe del Pdl – tentò di restituire la dignità di festa nazionale a questa data, ma l’iniziativa non ha avuto seguito.

Oggi il ricordo di questo evento, e di riflesso del suo significato nella storia dell’Italia contemporanea si va tristemente perdendo nell’ignoranza generale. Eppure è tuttora fonte di polemiche e dissapori. Si pensi a cosa accadde nel 2010, quando il cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, annuciò la propria presenza alle celebrazioni romane, accettando l’invito del sindaco di Roma Alemanno: atei razionalisti, radicali e cattolici tradizionalisti insorsero per i motivi più disparati, senza però cogliere lo spirito di riconciliazione che tale annuncio intendeva comunicare. Allora Bertone fece la scelta giusta, sia dal punto di vista politico (ribadendo così che l’Italia, nella sua storia e nel suo presente è una questione che riguarda i cattolici italiani), sia da quello, più profondo, storico-commemorativo (pregando per la memoria dei caduti di ambo le parti, riconobbe la dignità degli uni e degli altri), ma l’ondata disappunto che la sua presa di posizione riuscì a sollevare la dice lunga sulle divisioni che questa ricorrenza suscita ancora oggi. Lo scorso anno, ad esempio, è diventata teatro della manifestazione “Chiesa, paga anche tu la Spending Review!” promossa dai Radicali.
Episodi che lasciano intuire perché l’oblio sia tacitamente incoraggiato. Al posto di ricordare – da noi sinonimo di litigare, anziché di riflettere – preferiamo “fare all’italiana”, e cioè dimenticare. Lasciando che un giorno in cui è stata scritta la Storia scorra placidamente come tutti gli altri.