OT: Grillo, se l’Italia non merita i ladri altrettanto dicasi per gli ignoranti

Ieri tante persone si lamentavano dell‘infelice uscita di Beppe Grillo sulla Shoah. E tante altre si lamentavano dell’eccessivo spazio riservato all’infelice uscita di Grillo sulla Shoah.

Partiamo da un punto. Se c’è una pratica più subdola - e a mio avviso infame – della negazione di certi dolorosi avvenimenti storici è la loro banalizzazioneLa loro riduzione a barzelletta, a luogo comune da tirare fuori per fini personali e/o elettorali. Grillo ieri ha recitato un copione di scarsissima qualità, volto solo a sollevare un polverone, a gettare un sasso nella pozzanghera proprio nel punto in cui sapeva che avrebbe schizzato di più. Il “megafono” stonato dei Cinque stelle è quel tipo di persona che al bar comincia a parlare di un argomento per sentito dire e, quando le sue scarse conoscenze in merito vanno a schiantarsi sul muro di calcestruzzo della loro evidente insufficienza, si salva inevitabilmente in calcio d’angolo dicendo che tuttirubano, tutti sono falsi, tutti sono disonesti. Salvo chi parla, ovviamente.

Non è una questione di mero perbenismo, e poco importa che la battuta – come Luca Telese su Linkiesta ha opportunamente ricordato – non fosse antisemita. Qualunque persona di buon senso dovrebbe avere coscienza che rievocare i simboli di una storia oscura e maledetta vuol dire incidere sulla carne viva di chi quella storia l’ha subita ed è ancora qui per raccontarla, sulla memoria di chi è passato per quei cancelli, per quell’orrendo percorso di morte di cui Primo Levi ci ha tramandato il ricordo. Paradossalmente chi oggi usa quei simboli non reca danno ai suoi nemici, ma solo a se stesso. Perché testimonial’appiattimento culturale di cui fa parte, di cui è espressione. Perché rivela tutta la sua ignoranza. Quella stessa ignoranza – mista a mala fede – che porta a dire “la mafia non strangola nessuno, la politica sì“, quando si trattava di ramazzare qualche voto al Sud. Continua a leggere

Perché l’indipendentismo veneto deve essere preso sul serio

L’indipendentismo veneto non è una novità degli ultimi giorni. Già da qualche anno era tornato alla ribalta, rilanciato dalla crisi economica, dalle piccole e medie imprese che chiudono ogni giorno, dai suicidi degli imprenditori e dal malessere crescente contro lo Stato centrale. Ad ogni modo, per capire quello che sta accadendo in Veneto è bene tenere distinta l’ideologia dalla propaganda.

Partiamo da questo secondo punto. Il referendum consultivo promosso dall’avvocato Alessio Morosin, fondatore e leader di Indipendenza veneta, fa suo quel sogno secessionista che per vent’anni è stato la bandiera della Lega, senza aspettare la creazione della Padania per separarsi dall’Italia ma procedendo con il distacco da Roma del solo Veneto. Già, la Lega, che dopo un decennio di governo in tandem con Berlusconi, (in)degnamente concluso con lo scandalo di Belsito ha palesato la propria totale incapacità di influire sui cambiamenti in maniera incisiva, persino quando miete alti consensi elettorali.

La più ricca e dinamica delle regioni del Nordest non è dunque che l’epicentro della crisi del Carroccio: qui, alle politiche del 2013, si è verificato un massiccio travaso di voti in direzione Movimento Cinque Stelle e Scelta Civica. Le elezioni europee sono alle porte, lo sbarramento è al 4%, e i sondaggi dicono che la Lega non ce la farà. Il progetto macroregionalista, rilanciato da Maroni per salvare quel che restava del leghismo, non ha mai goduto di molta fortuna, forse per il timore di ritrovarsi ai margini fra le tre grandi Regioni del Nord guidate dalla Lega. L’idea macroregione scalda forse gli animi contro l’odiata Roma, ma non regge l’urto delle gelosie territoriali e dei i conflitti amministrativi fra le sue componenti.

Tenendo a mente l’incombere delle elezioni europee, la trovata di Morosin mira a favorire altri attori che soffierebbero alla Lega il ruolo di ago della bilancia regionale. Tanto che Beppe Grillo si è affrettato a dare la sua benedizione ai secessionisti del Leone di San Marco. L’iniziativa va pertanto inquadrata come il tentativo di intercettare consensi in uscita dalla Lega, ora che il fu partito dell’indipendenza nordista procede nel suo declino tra discese nei sondaggi e rese di conti interne. Solo perché la Lega si è sbriciolata in tribù tra loro ostili, non significa che l’indipendentismo veneto sia morto. Anzi. Continua a leggere

OT: L’Aquila, 6 aprile. Il più freddo dei giorni

[Scritto per Val Vibrata Deal]

Per spiegare cosa sia L’Aquila oggi, a cinque anni dal sisma che l’ha devastata, ci vorrebbe qualcuno capace di raccontare il silenzio. Il silenzio spettrale che regna tra le macerie che un tempo furono case, tra le vie transennate, tra le chiese crepate, tra i negozi chiusi del centro storico chiuso. Il silenzio finora interrotto solo dai cittadini armati di cariola e pazienza (che per tanto ardire sono pure finiti sotto processo…) o dai clic di quei buontemponi ansiosi di rompere la monotonia delle foto vacanziere scattandone altre più suggestive – davanti alla Concordia, alla casa di Cogne, o alle zone rosse – purché intrise di disperazione. Il silenzio deturpato da politici, opinionisti e tuttologi che oggi avranno in massa una parola per L’Aquila, anche quelli che non ci sono mai stati prima e non hanno intenzione di venirci. Il silenzio delle coloratissime new town, ieri costruite in fretta e furia e consegnate con sorrisi elettorali, e oggi abbandonate di corsa perché cedono, prendono fuoco, perché non antisismiche. Il silenzio che alle 3:32 di ogni 6 aprile, al termine della ricorrente veglia di preghiera, fa da sfondo ai 309 rintocchi della campana della chiesa del Suffragio, scandendo il ricordo delle vittime. 

Sono cinque anni che L’Aquila è stata colpita dal sisma. Ad aprile del 2014 sono rientrate nelle loro case 46mila persone. Quelle che vivono ancora all’interno degli appartamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) sono 11.670, mentre sono 2.461 quelle che vivono nei Map (Moduli abitativi provvisori, prefabbricati) e 189 negli appartamenti messi a disposizione dal comune. Allo stato attuale ci sono più di 300 cantieri aperti nel centro storico e 1.500 nelle zone periferiche. Nei 56 comuni limitrofi interessati dal terremoto sono 662 i cantieri aperti nelle periferie e 138 quelli nei centri storici; per il restauro dei beni artistici e architettonici, i cantieri aperti sono 101.

Cifre, bilanci, buoni propositi, falsità che ancora pretendono di essere vere. La realtà autentica, quella che la freddezza dei numeri non potrà mai raccontare, è impressa negli sguardi di chi aspetta di tornare a casa, o di chi la propria l’ha ricostruita con i risparmi di una vita. E’ scolpita nella rassegnazione di chi i soldi per rimetterla su non ce li ha, e non ha nemmeno quelli per fuggirre da lì. E’ marchiata a fuoco nelle voci che si sfiorano quotidianamente e si sussurrano “Come va?’ E come vuoi che vada”. Continua a leggere

Caso Cancellieri, in Italia anche i diritti più semplici sono già dei privilegi

Il Ministro della Giustizia ha ricevuto la notizia di una detenuta a rischio e ha segnalato il caso al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ha fatto bene o ha fatto male? Difficile da dire, e nel Paese delle mille contraddizioni è difficile dirlo di molte altre cose, ragion per cui non spenderò una parola sull’opportunità che lei rassegni le dimissioni o meno. Di sicuro, il (non) “caso della Cancellieri” è una perfetta sintesi del regresso socioculturale che da vent’anni contrassegna la cosiddetta Seconda Repubblica, e per due motivi.

In primo luogo, l’affaire Cancellieri (riassunto qui in dieci punti) certifica l’impossibilità nel nostro Paese di affrontare un dibattito pubblico senza schierarsi in due opposte tifoserie, che poi sono sempre le stesse: da una parte gli ultrà del centrosinistra e dall’altro quelli del centrodestra, in teoria divisi su tutto e in pratica tutti col naso all’insù verso la stella polare di Berlusconi.
Attraverso la discolpa per l’ex prefetto di Bologna, i berluscones (falchi, colombe o polli che siano)agognano l’indulgenza verso il loro Grande capo, inventando un parallelismo tra i due episodi semplicemente inconcepibile. Qualunque persona sana di mente sarebbe capace di distinguere tra un Ministro che sollecita un intervento per una detenuta a rischio della propria vita e un Primo Ministro che ottiene la liberazione di una prostituta arrestata per furto millantando una parentela con un Capo di Stato estero. O almeno, in un Paese normale chiunque lo sarebbe. Già, in un Paese normale.
Nessuno poi sembra cogliere una stridente incoerenza. In marzo, nel corso delle convulse trattative per la formazione del governo Letta, emerse l’evidente sgradimento del Pdl per la figura della Cancellieri. La ragione? Aver sciolto ben 33 comuni per infiltrazioni mafiose, quasi tutti amministrati proprio dal centrodestra, tra cui quello di Reggio Calabria - il più grande comune mai sciolto per mafia – retto da un sindaco Pdl, erede del governatore in carica Scopelliti. Oggi invece i pidiellini sono tutti con la Cancellieri. E’ la (mala) politica, bellezza.

Inoltre, nessuno nota che il caso Cancellieri è noto grazie a una telefonata intercettata dalla procura di Torino, una telefonata che non avremo mai dovuto nemmeno conoscere. Perché si tratta diun’intercettazione telefonica penalmente irrilevante, che per tale ragione non doveva essere trascritta né tanto meno pubblicata dalla stampa. Ma nessuno ci ha fatto caso. Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di intercettazioni solo perché inerenti alle vicende private di Berlusconi, dimenticando che l’intercettazione, codice di procedure penale alla mano, è un mezzo di prova. Dovrebbe servire al processo per dimostrare una colpevolezza, non ai giornali per vendere un paio di copie in più. Invece negli ultimi anni è diventato un mezzo di ricerca della prova, andando ben oltre i limiti consentiti dalla legge, e infine un mezzo di ricerca dello sputtanamento. Ma nessuno ci fa più caso. Anzi, chi nota queste anomalie finisce pure per essere assalito dagli ultrà del centrosinistra.

Inutile stupirsi. Ultimamente sembra diventato impossibile discutere di un tema senza dover per forza buttare tutto in vacca. La riflessione è bandita, e dunque largo agli slogan e alle (pseudo) ideologie; unico mezzo possibile per sintonizzarsi sullo stile espressivo (e cognitivo) dell’italiano medio.

Passiamo al secondo aspetto, a mio modo di vedere il più avvilente. Proviamo a farci delle domande, come quelle che il direttore del PostLuca Sofri si pone sul suo blog. Domande che a me ne fanno sorgere un’altra: in Italia un detenuto affetto da un problema deve per forza invocare il Ministro, senza che l’amministrazione penitenziaria contempli altre figure intermedie (es. il direttore del carcere o il personale di servizio) a cui rivolgersi? La Cancellieri ha più volte ribadito di essere intervenuta in oltre cento analoghi casi in tre mesi, ma i detenuti ospitati nelle carceri sono molti, molti di più (ufficialmente 65.891, ossia 18.851 in più rispetto ai 47.000 posti disponibili). Quasi nessuno dei quali con il numero privato del Ministro in rubrica.
Una volta si telefonava al potente amico per avere un favore. Non è il caso di Giulia Ligresti: per lei la scarcerazione era un diritto, stante le sue drammatiche condizioni di salute di allora. Lo stesso diritto che in teoria spettava e spetta a tutti i detenuti in analoghe condizioni. Un diritto, non dimentichiamolo, è una situazione di vantaggio che spetta a tutti; un privilegio, invece, è roba di pochi.  Ma se la Giustizia italiana - vuoi per deficienze amministrative, burocratiche, finanziarie, ecc. –  non è in grado di assicurare al sig. Rossi, lo stesso trattamento riservato a Giulia Ligresti, il riguardo della Cancellieri verso quest’ultima rimane un diritto o diventa piuttosto un privilegio?

L’Italia è ormai un Paese impoverito, prostrato da una crisi che la politica riesce a comprendere e figuriamoci ad affrontare, retto da una classe politica miope e autoreferenziale, incapace di qualunque pensiero originale o anche solo di empatia nei confronti di una popolazione disincantata e sempre più alla deriva. Un Paese giuridicamente e finanziariamente non più in grado di assicurare quei diritti inviolabili che l’art. 3 della Costituzione assegna a ciascun cittadino senza distinzioni di sorta, in cui si arriva a selezionare i beneficiari dell’intervento pubblico nell’impossibilità di provvedere ai bisogni di tutti. Selezione che, ovviamente, avviene in base alle conoscenze.
Se ieri l’intercessione di un potente garantiva dei privilegi, oggi invece basta appena a salvaguardare i diritti fondamentali della persona. Siamo caduti veramente in basso. L’imbarbarimento politico, amministrativo e culturale della nostra società ha fatto sì che in Italia perfino i diritti di tutti diventassero i privilegi di pochi.
E’ questa la riflessione più amara che il caso Cancellieri ci lascia.

Porta Pia, quel lontano XX settembre abbiamo unito e diviso l’Italia

La presa di Roma, nota anche come Breccia di Porta Pia, non fu soltanto l’episodio del Risorgimento che sancì l’annessione di Roma al Regno d’Italia, di cui sarebbe divenuta capitale l’anno seguente e che decretò la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi.
Scriveva l’ambasciatore Sergio Romano sulle pagine del Corriere nel 2000:

La data del «XX settembre», rigorosamente scritta in numeri romani, dovrebbe essere ricordata e celebrata come la maggiore data europea dell’ Ottocento. Segna la conclusione di un grande fenomeno politico: la nascita della nazione italiana. È il più evidente simbolo del principio di nazionalità. Mette termine a una lunghissima fase storica durante la quale il Pontefice romano ha regnato, come un qualsiasi sovrano temporale, su uno Stato europeo di media grandezza. È l’ inizio di una nuova fase in cui la Chiesa cattolica può esercitare più liberamente la sua missione spirituale nel mondo. Non sarebbe illogico quindi sperare che domani, a Porta Pia, si riunissero per celebrare quell’avvenimento i rappresentanti dello Stato italiano, della Santa Sede, dell’ Unione europea, dell’Onu: tutti, per diversi aspetti, beneficiari della storica spallata con cui i bersaglieri del generale Cadorna entrarono nella città eterna il 20 settembre del 1870. Ma, a dispetto del suo obiettivo significato e della sua universale importanza, la ricorrenza è sempre stata, in Italia e in Europa, una data scomoda, troppo carica di significati polemici e di interpretazioni controverse.

Sempre il Corriere della Sera pubblica un interessante repertorio cronologico, digitalizzato dall’Istituto per la Storia del Risorgimento di Roma, in cui l’evolversi dei fatti viene narrato ora per ora.
Linkiesta accenna al resoconto d’epoca che ne fece Edmondo De Amicis, chiudendo il post con questa riflessione:

Oggi assistiamo al sostanziale oblio della data del 20 Settembre e del suo significato storico e politico. Sembrerebbe cosa poco grave nell’enorme confusione politica e costituzionale che stiamo attraversando ma è invece nello stesso tempo causa ed effetto di tutto ciò. Dovrebbe essere praticata una riflessione dagli uomini più pensosi e da tutti coloro che ritengono la Storia elemento sostanziale della vita di un popolo. Ce ne sarà ancora qualcuno?

Chissà. L’anniversario del XX settembre è stato festività nazionale fino alla sua abolizione dopo i Patti Lateranensi nel 1929, quando la ricorrenza fu cancellata da Mussolini per compiacere il papa e mai più recuperata. Il duce aveva deliberatamente ceduto alle richieste delle gerarchie ecclesiastiche per rinforzare il suo consenso e rinforzare la sua fama di “Uomo della Provvidenza”. Nel 2008 una proposta di legge - presentata da Maria Antonietta Coscioni della pattuglia radicale nel Pd e da Mario Pepe del Pdl - tentò di restituire la dignità di festa nazionale a questa data, ma l’iniziativa non ha avuto seguito.

Oggi il ricordo di questo evento, e di riflesso del suo significato nella storia dell’Italia contemporanea si va tristemente perdendo nell’ignoranza generale. Eppure è tuttora fonte di polemiche e dissapori. Si pensi a cosa accadde nel 2010, quando il cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, annuciò la propria presenza alle celebrazioni romane, accettando l’invito del sindaco di Roma Alemanno: atei razionalisti, radicali e cattolici tradizionalisti insorsero per i motivi più disparati, senza però cogliere lo spirito di riconciliazione che tale annuncio intendeva comunicare. Allora Bertone fece la scelta giusta, sia dal punto di vista politico (ribadendo così che l’Italia, nella sua storia e nel suo presente è una questione che riguarda i cattolici italiani), sia da quello, più profondo, storico-commemorativo (pregando per la memoria dei caduti di ambo le parti, riconobbe la dignità degli uni e degli altri), ma l’ondata disappunto che la sua presa di posizione riuscì a sollevare la dice lunga sulle divisioni che questa ricorrenza suscita ancora oggi. Lo scorso anno, ad esempio, è diventata teatro della manifestazione “Chiesa, paga anche tu la Spending Review!” promossa dai Radicali.
Episodi che lasciano intuire perché l’oblio sia tacitamente incoraggiato. Al posto di ricordare – da noi sinonimo di litigare, anziché di riflettere – preferiamo “fare all’italiana”, e cioè dimenticare. Lasciando che un giorno in cui è stata scritta la Storia scorra placidamente come tutti gli altri.

Derivati del Tesoro, un finto scoop per inguaiare Draghi

In ottobre avevo parlato degli strumenti finanziari derivati all’interno del debito pubblico italiano. Sulla base di alcune ricostruzioni, si parlava di un ammontare complessivo di 160 miliardi di euro, circa il 10% rispetto ai 1.617 miliardi di titoli in circolazione a fine febbraio 2012.

Oggi viene fuori una notizia…

Repubblica e il Financial Times scrivono che i conti pubblici italiani rischiano perdite nell’ordine di alcuni miliardi di euro a causa di una serie di contratti derivati stipulati probabilmente nel corso degli anni Novanta. Molti dettagli sulle operazioni, però, sono ancora da chiarire.
Lo scoop si basa su una relazione riservata del Tesoro, lunga 29 pagine e consegnata nei primi mesi del 2013 alla Corte dei Conti, in cui viene analizzato lo stato dei conti pubblici nella prima metà del 2012. Nel documento si parla anche della ristrutturazione di otto contratti derivati stipulati con banche straniere, per un valore nozionale totale di 31,7 miliardi di euro.
La notizia non è nuova – tanto che ne avevamo parlato già un anno fa, - eppure per la stampa nazionale ed internazionale si tratta di uno scoop.

Partiamo dai fatti.

Secondo Repubblica:

Quasi una pistola alla tempia, che si spiega con la fase drammatica di fine 2011, quando lo spread sul Btp era sopra ai 500 punti base e la finanza pubblica domestica in ginocchio. “Nel corso del primo semestre 2012 è stata portata avanti la strategia di ristrutturazione e semplificazione del portafoglio derivati, analogamente a quanto fatto nei semestri precedenti”, si legge nel documento. Eccone il motivo: “Uno degli effetti della crisi, che ha investito sempre più anche i debiti sovrani, è stata la diffusione tra le controparti bancarie di modelli di analisi e valutazione che esprimono il rischio di default di una controparte priva di garanzia (…) ciò si traduce, per la Repubblica, in un maggior costo nell’esecuzione di una nuova operazione o di ristrutturazione di una esistente“. “Rispetto alla struttura del portafoglio derivati dello stato – continua la relazione – caratterizzato da scadenze lunghe e privo di collateralizzazione, quanto descritto ha prodotto l’affermarsi di una forte correlazione inversa (e perversa) tra andamento del tratto a lunga della curva swap, valore di mercato del portafoglio e livello dei Cds italiani, con potenziali effetti negativi anche sul mercato primario e secondario dei titoli di Stato”.

Dunque, la crisi porta le banche a presentare il conto dei vecchi derivati al Tesoro, in forma di ristrutturazioni che fanno emergere una perdita potenziale di 8.100 milioni. Un derivato è un contratto basato sul valore di mercato di uno o più beni (azioni, indici, valute, tassi d’interesse). Produce i suoi effetti alla scadenza, ma si può “prezzare” attualizzando i flussi attesi, in base all’andamento dei beni sottostanti. Quindi gli 8 miliardi saranno pagati, con ogni probabilità, nei prossimi anni, in forma di più interessi e più debito, perché dai conteggi (elaborati ai valori del 20 giugno) emerge il deprezzamento dei flussi medi previsti a oggi. Alcuni di questi flussi stanno già producendo i loro danni sui conti pubblici, perché tutte le clausole peggiorative, con finestra temporale a oggi, sono già state esercitate dalle controparti bancarie. Solo nei prossimi anni si potrà capire se il Tesoro risparmierà qualcosa sul saldo, nell’improbabile caso in cui i movimenti degli asset su cui quei derivati si basano fossero a suo totale favore. La maggior parte delle operazioni ristrutturate riguarda interest rate swap: si tratta di derivati base, per trasformare oneri sul debito di tipo variabile in fissi, e per assicurare le casse pubbliche dal rischio di rialzo dei tassi.

È una pratica normale e diffusa tra gli emittenti. Ma tutti gli swap descritti sembrano rinegoziati a un prezzo “off market”, cioè non con una forte perdita iniziale per l’erario. Un’anomalia probabilmente dovuta al fatto che i contratti originari, poi revisionati, erano in realtà prestiti mascherati, che il Tesoro è oggi costretto a rimborsare a caro prezzo. Questo meccanismo, già noto agli storici dell’euro, e praticato da alcuni paesi periferici per rispettare i parametri di Maastricht, aiuta forse a comprendere come è stato possibile perdere oltre un quarto del valore nozionale sui 31 miliardi di derivati ristrutturati l’anno scorso. E getta qualche ombra sulla solidità dei conti pubblici, visto che l’Italia ha derivati per 160 miliardi, di cui un centinaio proprio in interest rate swap.

L’esempio forse più anomalo riguarda la revisione dello swap su un nozionale da 3 miliardi scadenza 2036, e modificato il 1° maggio 2012. Si tratta di un contratto degli anni Novanta, in cui Tesoro vendeva alla banca di turno una swaption, ossia l’opzione a entrare in un contratto swap dal 2016 al 2036. Su quei 3 miliardi di debito pubblico, in cambio di un anticipo di cassa ricevuto all’epoca, il Tesoro si impegnò a pagare un futuro tasso fisso del 4,652% su 3 miliardi di propri titoli, ricevendo in cambio l’interesse Euribor 6 mesi (attualmente, poco più di zero). Ma nel marzo 2012, con quattro anni di anticipo, lo Stato rinegozia quello swap, e lo trasforma in un nuovo scambio di tassi – sempre fisso contro variabile – su una scadenza inferiore (circa 6 anni) e su un controvalore triplicato a 9 miliardi.

La Relazione qui si ferma. Le elaborazioni indicano che quel derivato “prima versione” aveva un valore negativo per lo Stato di 900 milioni al momento del riassetto. E un valore negativo di 1.350 milioni nella versione rinegoziata. Perché mai rinegoziare un contratto aggiungendo 450 milioni di perdite attese per l’Erario? Anzi, dal marzo 2012 a oggi quel derivato ha aumentato il valore negativo di 1.550 milioni, confermando gli assunti probabilistici secondo i quali solo nel 18% dei casi poteva generare, nel tempo, un beneficio per le casse pubbliche.

Molti errori sono stati fatti negli anni Novanta per far entrare l’Italia nell’euro – racconta un funzionario governativo – e oggi si trasformano in più debito, nascosto dai conti ufficiali, in un’area molto grigia che al Tesoro solo poche persone sono in grado di comprendere e maneggiare”

Il Sole 24 Ore aggiunge:

Il rapporto – mette in evidenza il Financial Times – si riferisce solo alle “transazioni e all’esposizione sul debito nella prima metà del 2012, inclusa la ristrutturazione di otto contratti derivati con banche straniere dal valore nozionale di 31,7 miliardi di euro. Il rapporto lascia fuori dettagli cruciali e non fornisce una quadro completo delle perdite potenziali dell’Italia. Ma gli esperti che lo hanno esaminato – aggiunge il Financial Times – hanno detto che la ristrutturazione ha consentito al Tesoro di scaglionare i pagamenti dovuti alle banche straniere su un periodo più lungo ma, in alcuni casi, a termini più svantaggiosi per l’Italia”.

Il documento non nomina le banche né fornisce i dettagli sui contratti originali “ma gli esperti ritengono che risalgano alla fine degli anni 1990. In quel periodo Roma aggiustava i conti con pagamenti in anticipo dalle banche per centrare gli obiettivi di deficit fissati dall’Unione Europea per i primi 11 paesi che volevano aderire all’euro. Nel 1995 l’Italia aveva un un deficit di bilancio del 7,7%. Nel 1998, l’anno cruciale per l’approvazione del suo ingresso nell’euro, il deficit si era ridotto al 2,7%”.

Lo “scoop” non convince Fabrizio Goria su Linkiesta, il quale nota le seguenti incongurenze:

La tempistica è quantomeno dubbia. Il Tesoro, tanto in Italia così come in tutto il mondo conosciuto, ha fra le armi a sua disposizione la possibilità di aprire swap con banche e istituzioni finanziarie al fine di diluire la spesa, i pagamenti degli interessi sul debito e le altre incombenze. Si è sempre fatto e sempre si farà. Nello specifico, negli ultimi 20 anni l’Italia ha usato diversi stratagemmi contabili per alleviare il proprio debito pubblico, e le spese che esso comporta. Lo sapeva bene il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi, dal 1991 al 2001 direttore generale del Tesoro e dal 2002 al 2005 vicepresidente e managing director di Goldman Sachs International.

Oltre alla tempistica, c’è la metodologia. La mail del Financial Times, con dicitura “FT Exclusive”, è stata inviata nel cuore della notte, alle 2.13. Orario inusuale, dato il periodo di calma piatta e l’assenza di novità. C’è però un particolare che non deve essere sottovalutato. Il presidente del Consiglio Enrico Letta dovrà fronteggiare i leader Ue al Consiglio europeo a partire da domani. Farlo con questa patata bollente, non sarà facile. E nn sarà nemmeno semplice negoziare l’erogazione di nuovi fondi Ue, anche dopo la chiusura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo.

Infine, sono tanti i dubbi sull’entità della notizia. Come già spiegato, gli strumenti finanziari, come i derivati, sono sempre stati usati dai governi. Sempre. Punto. È un deal che fa comodo sia allo Stato, che può alleggerire il peso dei propri debiti, sia alla controparte, che si garantisce un flusso di capitali praticamente sicuro. Il 25 giugno Maria Cannata, direttore generale del Debito pubblico del Tesoro, ha spiegato che sta tornando l’appetito degli investitori internazionali sull’Italia. Suggestivo che proprio oggi, cioè stanotte, siano state pubblicate queste rivelazioni.

Come mai allora una notizia vecchia diventa uno scoop proprio ora?

C’è un dettaglio su cui riflettere. Negli anni Novanta, quando cioè il grosso dei derivati in questione fu stipulato, direttore generale del Tesoro era quel Mario Draghi che oggi è il governatore della BCE. Personaggio competente e autorevole, sempre più deciso a mantenere la stabilità dell’euro a tutti i costi, senza mai trascurare l’opportunità di “aiutare” il suo Paese d’origine attraverso quelle iniezioni di liquidità alle banche che hanno consentito a queste di acquistare i nostri titoli pubblici, calmierando così lo spread.
Una figura importante, e per questo il possibile bersaglio grosso di un regolamento di conti interno al sistema del potere italiano, ma anche di un crescente desiderio da parte degli azionisti europei di liberarsi di un personaggio sempre meno gradito a certi ambienti.
Secondo Affari Italiani,:

Un trappolone lobbistico contro Mario Draghi, “reo” – agli occhi dei tedeschi oltranzisti, ma non solo – di star difendendo “troppo bene” la stabilità dell’Unione europea. E’ questa la lettura più diffusa, tra gli addetti ai lavori, sullo “scoop” del Financial Times circa gli 8 miliardi di perdite teoriche sommerse nei conti dello Stato italiano a causa di una serie di operazioni in titoli derivati fatte tra il ’97 e il ’99, in concomitanza con le trattative per l’ingresso dell’Italia nell’euro sin dalla prima fase. “Hanno messo i derivati nel ventilatore per gettare un’ombra contro Draghi, ma anche contro i suoi uomini che oggi, in Italia, sono ancora tutti in posizione chiave, come il direttore generale attuale del Tesoro Vincenzo La Via o la responsabile del debito pubblico Maria Cannata”. Ma cos’è, quest’interpretazione, un puro afflato sciovinistico, e fantozziano, a difesa di un bilancio pubblico schiacciato da un debito che ormai naviga verso il 130% del Pil, o un’interpretazione attendibile?

“Questo che posso dire è che tutti gli Stati europei hanno fatto derivati in quegli anni”, esclama Gianluca Garbi, ex “Draghi-boy” (anzi: il vero “golden boy” della squadra di Draghi al Tesoro). Garbi, oggi amministratore delegato e azionista di Banca Sistema, è stato a capo di Mts Spa (la società che gestisce il mercato telematico dei titoli di Stato) e di Euromts, il mercato paneuropeo dei Titoli di Stato, dal 1998 al 2007. Insomma, era uno che respirava minuto per minuto l’aria di quei mercati dove, secondo le accuse del foglio britannico, l’Italia avrebbe accumulato questo maxi-buco. “Tutti gli Stati hanno fatto grandi operazioni di derivati”, aggiunge, “sia per coprire emissioni di titoli denominati in valuta estera sia per prevenire eventuali oscillazioni dei tassi. Ma soprattutto mi sembra assurdo che qualcuno riesca a prezzare i derivati che ha il Tesoro italiano, o qualunque altro, senza avere in mano i contratti di cui sta parlando. Saranno migliaia, come fai a sapere qual è il valore mark-to-market?”

Fin qui uno che c’era e che queste cose le vedeva da vicino. Ma effettivamente tutti, sul mercato, sanno che anche Paesi finanziariamente certo più sani dell’Italia hanno coperto le loro emissioni internazionali con contratti derivati: dall’Olanda alla Finlandia, dal Belgio alla Francia alla stessa Germania. D’altronde la speculazione mediatica – ammesso che di questo si tratti – trova nel caso italiano un facile appiglio, ed anche una chiarissima e duplice concomitanza. L’appiglio va riletto nella storia faticosissima dell’”aggancio” dell’Italia all’euro. Nessun altro Paese europeo come il nostro riuscì a migliorare i parametri della propria finanza pubblica. Ancora nel ’97 l’Italia, nonostante la pace salariale e le privatizzazioni, era molto perplessa sull’opportunità di conferire la lira all’euro da subito rispetto a quella di posticipare la sfida. “Prodi andò da Aznar a Madrid, sperando di trovare nel premier spagnolo un compagno di sventura e invece lo trovò determinatissimo a entrare subito con la sua peseta”, racconta un altro che “c’era”. “Capimmo di doverlo fare anche noi, ma era un gran problema perché il parametro del rapporto tra debito pubblico e Pil era già oltre il 100. Dovemmo farcelo perdonare offrendo in cambio il rispetto dell’altro parametro-chiave, cioè il rispetto del rapporto del 3% tra deficit e Pil. Tutta la strategia di governo dell’economia pubblica fu dunque rivolta a quello scopo. Anche a costo di imporre la famosa Eurotassa. Non lesinammo operazioni spericolate di window dressing, insomma di maquillage finanziario: per esempio quella sulle riserve auree della Banca d’Italia che furono passate all’Ufficio italiano dei cambi con plusvalenze favolose… E secondo alcuni esagerammo con i derivati”.

Ecco scoperta la logica delle accuse. Ma il loro scopo? Sicuramente intralciare l’operato di Draghi. Ma anche boicottare la conferma di La Via alla direzione generale del Tesoro, che secondo lo spoil system potrebbe essere messa in discussione.

Quanto pesano l’economia sommersa e quella criminale in Italia

Non poche polemiche suscitò un’analisi di Stratfor della scorso anno, secondo cui l’Italia tiene testa alla crisi grazie all’economia sommersa, considerata di fatto “una rete di sicurezza” che “le autorità, soprattutto a livello locale, tollerano e spesso incoraggiano per evitare il malcontento sociale e per guadagnare voti“.

L’economia sommersa è l’insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al prodotto interno lordo ufficialmente osservato, ma che non sono state registrate e quindi regolarmente tassate, con l’esclusione del giro d’affari delle attività criminali. In pratica, in base questa definizione possiamo dire che esistono tre PIL: quello ufficiale, quello sommerso e quello criminale.

Dando per certo il dato inerente al primo, cerchiamo di capire a quanto ammontino gli altri due.

Il PIL sommerso

Partiamo da un fatto: i dati sui consumi delle famiglie italiane sono costantemente superiori a quelli sui redditi dichiarati, sintomo di una ampia diffusione dell’evasione fiscale, soprattutto al Sud.
La distribuzione territoriale fa addirittura presumere che l’economia meridionale riesca a sopravvivere proprio perché non paga le tasse, posto che il divario economico e sociale con il Nord va sempre più allargandosi e che, stando ai più recenti rapporti sul tema, per il Mezzogiorno è difficile anche solo sperare in un futuro migliore.

Passando ai numeri, le valutazioni di Banca d’Italia, Corte dei Conti, Istat  ed Eurispes sul sommerso vanno da un terzo a oltre metà del fatturato in chiaro del settore privato.

Per la Banca d’Italia, che si basa sull’analisi del flusso di denaro contante nel quadriennio tra il 2005-2008, l’economia inosservata (evasione più crimine) rappresenta il 31,1% del PIL. In valore assoluto l’economia che sfugge alle statistiche ufficiali sfiora i 490 miliardi di euro, 290 dei quali dovuti all’evasione fiscale e contributiva e circa 187 all’economia criminale.

Per la Corte dei Conti l’evasione si situa intorno al 18% del PIL, dato che pone l’Italia al secondo posto della graduatoria internazionale, dopo la Grecia. La Corte, a differenza di Bankitalia, piuttosto che valutare in modo sistematico il fenomeno del sommerso in termini di imponibile, valuta il mancato gettito e in particolare gli effetti perversi e pesanti della corruzione sul funzionamento della pubblica amministrazione.

Secondo l’Istat – rapporto del 2010 in riferimento a dati del 2008 -  il sommerso rappresenta tra il 16,3 e 17,5% del PIL, ossia tra 255 e 275 miliardi di euro. Il dettaglio dell’evasione è così ripartito: 32% nel settore agricolo, 12,4% nell’industria e 20,9% nei servizi.

Più pessimiste le stime dell’Eurispes: 540 miliardi di euro (35% del PIL ufficiale): circa 280 miliardi dovuti all’evasione fiscale e contributiva, circa 160 di lavoro nero nelle imprese, circa 100 di economia informale. Nello stesso anno il PILç criminale avrebbe superato i 200 miliardi di euro. Il dato si basa estendendo i risultati su oltre 700mila controlli  da effettuati presso le imprese  da parte della Guardia di Finanza – attraverso i quali sono stati riscontrati 27 miliardi di euro di base imponibile sottratta - ai circa quattro milioni di piccole e medie imprese. Da qui si arriva ai quasi 160 miliardi sopra indicati.
Sommando i tre PIL (ufficale, sommerso e criminale) il prodotto interno italiano complessivo schizzerebbe a oltre 2.200 miliardi. Troppo per considerare le stime Eurispes coerenti con la realtà.

Il PIL criminale

La quantificazione di fatturato e patrimonio delle mafie è molto difficoltosa: secondo  i diversi studi (Sos Impresa: Banca d’Italia e Transcrime), si passa da 26 a 138 miliardi di euro. Di solito le stime si basano su valutazioni soggettive ritenute attendibili dalle fonti investigative istituzionali (denunce, sequestri e confische), ma si tratta di criteri basati su presunzioni assolute e molto approssimative: ad esempio si ritiene che i sequestri di droga siano in rapporto di uno a dieci rispetto al consumo reale.

La fonte che di solito viene presa a riferimento per la quantificazione in termini economici delle attività criminali è il rapporto annuale di Sos Impresa, secondo il quale nel 2010 il fatturato delle mafie era stimato in 138 miliardi di euro, la liquidità disponibile in circa 65 miliardi, l’utile in 105 miliardi.
Tuttavia le fonti utilizzate (rapporti ufficiali sui traffici illeciti che non sono oggetto dell’attività di Sos Impresa) e la metodologia impiegata (elaborazione di dati che provengono dai Rapporti semestrali della Dia, dai Bollettini della Banca d’Italia, da Unioncamere, oltre ai riscontri  dell’associazione sul territorio) non sono precisati con chiarezza, anzi le stime vengono definite “azzardate da un punto di vista prettamente scientifico” dalla stessa associazione.

La Banca d’Italia ha effettuato una stima basandosi sulla domanda di contante integrata da informazioni sulle denunce per droga e prostituzione messe in relazione al PIL delle singole province italiane. Un  rapporto pubblicato nel 2012 attribuisce all’economia criminale  un valore pari al 10,9% del PIL nel periodo 2005-2008, ma in ascesa nell’ultimo anno preso in considerazione al 12,6%.

Più contenuti i dati di Transcrime (centro di ricerca sul crimine transnazionale): il giro d’affari della criminalità organizzata ammonterebbe in media “solo” all’1,7% del PIL, con un fatturato che varia in un intervallo compreso tra i 17,7 e i 33,7 miliardi.
L’ipotesi di fondo dello studio è che solo una fetta delle attività illegali sia controllata da organizzazioni criminali (ad eccezione delle estorsioni, tipiche del crimine organizzato): il fatturato delle mafie varierebbe tra il 32 e 51% del PIL illegale. Tuttavia elle cifre complessive non rientrano i ricavi da attività per cui non esistono dati ufficiali, come il gioco d’azzardo.

Mentre sul fatturato delle mafie i dati risultano contrastanti e poco indicativi, viceversa sul patrimonio accumulato i numeri mancano del tutto, così come sulle infiltrazioni delle organizzazioni criminali nell’economia legale. L’unico dato certo è che il patrimonio sottratto fino a oggi alla criminalità organizzata e a disposizione dello Stato ammonta a circa 20 miliardi.  In altre parole, sugli aspetti più opachi dell’economia illegale non esistono analisi.
Difficile, dunque, contrastare un fenomeno se non si riesce neanche a stimarne approssimativamente le dimensioni quantitative.

N.B: I dati qui riportati sono tratti dalle analisi sul sito Economy 2050. Per approfondire, si veda anche La Voce.info, che raccoglie qui tutti gli articoli degli ultimi anni su lavoro nero, evasione fiscale, affari della criminalità organizzata e gli altri aspetti dell’economia sommersa e illegale che penalizzano pesantemente il nostro Paese.

Giulio Andreotti, il potere che logorò la Prima Repubblica in nome dello status quo

Il senatore Andreotti risponde dinanzi alla Storia, scrivevano i giudici della Corte nell’epilogo del processo per mafia che lo vide coinvolto. Nessuno più di Andreotti è stato sospettato di complotti e macchinazioni. Ed è per questo che tutti, dai giornalisti più autorevoli fino ai dilettanti della rete, si dilettano in questi giorni a cercare una risposta alla più retorica delle domande – quale posto gli riserverà la storia? – senza rendersi conto della vacuità di qualunque analisi che tratti la figura di Andreotti prescindendo dal contesto storico in cui essa ha operato. Quello che in virtù degli accordi di Jalta vedeva l’Italia assegnata alla sfera occidentale del mondo.

Secondo Lucio Caracciolo, Andreotti  ha incarnato perfettamente l’Italia della Guerra fredda: un paese a sovranità limitata, stretto tra i due blocchi. Non è stato un politico visionario, ma un raffinato gestore dello status quo. Immobilismo dettato dalla necessità di allontanare il Paese dalle sirene dell’Est, oltre la Cortina di ferro.

Nella visione andreottiana, l’interesse nazionale consisteva in un difficile gioco d’equilibrio tra l’inevitabilità di mantenere l’Italia saldamente al guinzaglio degli USA – e dell’Europa, motori della nostra rinascita economica -, cercando tuttavia di ampliare i margini d’azione del nostro Paese. Per questo mentì a Washington per vendere un centinaio di carri armati a Gheddafi, allo scopo di favorire l’ENI nelle concessioni petrolifere in Libia, e dopo la strage di Fiumicino (17 dicembre 1973: 32 morti e 15 feriti provocati da un commando di cinque terroristi palestinesi) strinse una serie di taciti accordi con i palestinesi e gli stati mediorientali per tener fuori l’Italia dalle operazioni terroristiche.

E sempre per questo, comprese l’indispensabilità di trattare anche con la mafia (fino al 1980, secondo quanto ricostruito dai giudici), di cui egli rappresentava la parte più debole: lo Stato. Perché se la mafia aveva bisogno dello Stato per continuare i suoi affari, lo Stato aveva bisogno della mafia per tenere l’elettorato meridionale nell’orbita democristiana, o comunque alla larga dalle tentazioni comuniste. Nel 1994 il giudice Luca Pastorelli raccontava sulle pagine di Limes:

Il crollo della Prima Repubblica travolge definitivamente l’equilibrio geopolitico che per quasi mezzo secolo, dall’epoca dello sbarco americano in Sicilia, aveva strutturato la precaria coesistenza fra Stato e Cosa Nostra. I politici siciliani che avevano operato come luogotenenti del Palazzo non sono più in grado di garantire il patto di non belligeranza che, quasi come una legge non scritta ma molto più cogente di qualsiasi codice, aveva legato Roma e Palermo. In sostanza: nel mondo diviso dalla frattura Est-Ovest, comunismo-anticomunismo, alla mafia spettava di orientare il voto e il potere politico siciliano per evitare rischi di slittamento verso il campo comunista. In cambio, il potere centrale evitava con cura di stimolare lo sviluppo economico e sociale dell’isola, e del Sud in genere, che considerava un serbatoio di voti essenziale per bilanciare l’avanzata delle sinistre al Nord. Di questo scambio geopolitico hanno fruito per decenni i potenti di Roma, i loro rappresentanti a Palermo e naturalmente Cosa Nostra.

La storia (ripeto: a prescindere di quale posto gli riserverà) non glielo perdonerà mai. Ma lui era un pragmatico, e del resto la realtà dei tempi lo richiedeva. Lui che è stato simbolo di un potere che ha lentamente logorato il nostro Paese. Il monologo dell’Andreotti – magistralmente interpretato da Toni Servillo – ne Il Divo esprime tutta l’essenza di questo freddo pragmatismo:

“Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io.”

Per riassumere l‘idea che aveva dello Stato e delle sue regole basterebbe comunque una frase sola: l‘infelice battuta con cui commentò l’omicidio Ambrosoli. Se l’è andata a cercare. Come dire che, pur di sopravvivere, tanto vale affidarsi a qualsiasi persona che “non se le va a cercare” e quindi disponibile a scendere a patti con chiunque e con qualsiasi cosa. Tutto in nome del pragmatismo. In nome della Guerra fredda. Dell’interesse (inter)nazionale che lui declinava come lo status quo a tutti i costi. Economici, sociali e umani compresi.

D’altra parte, era lui a dire che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

“Facciamo come il Belgio,” l’ultima bufala dei grillini

Il populismo vive di ignoranza: è ignoranza. Così, dopo un ventennio imbevuto del populismo di Berlusconi (al proclama di “un milione di posti di lavoro “, “meno tasse per tutti” e “vi restituirò l’Imu”), e quello di Bossi (“Padania”, “secessione” conditi dall’immancabile dito medio), l’ultimo pifferaio magico che lo sfacelo della nostra politica ci ha consegnato è Beppe Grillo con il suo populismo 2.0.
Dopo aver contribuito per mesi alla disinformazione in rete  invocando di “fare come l’Islanda” – senza rendersi conto che in realtà a Rejkjavik non c’è mai stata nessuna rivoluzione – oggi per risolvere lo stallo politico generato dalle ultime elezioni il padre-padrone del M5S lancia un nuovo grido di battaglia: “fare come il Belgio“. O meglio, come rilanciato anche su Twitter, #SiPuòFare.

E dire che basterebbe un pò di cultura, educazione e istruzione per saper discernere le proposte serie dalle baggianate.
I grillini vantano la più alta percentuale di laureati tra i propri eletti in Parlamento: l’88% (Marta Grande compresa?). Tuttavia, se davvero fossero “istruiti” e “informati” come millantano (e come Le Iene hanno ampiamente smentito), dovrebbero sapere alcune cose:

1) Se anche si arrivasse all’approvazione di alcune leggi senza il governo, ci vorrebbe comunque un potere esecutivo perché queste vengano messe in pratica, come ricordato, tra gli altri, da autorevoli costituzionalisti come Michele Ainis e Marco Olivetti.
Secondo Il Post:

Al di là dei tecnicismi, ci sono due considerazioni da fare di carattere molto concreto, nel caso in cui si avesse un Parlamento che legifera e che fa riforme senza un governo.
La prima è che, mentre il Parlamento approvasse autonomamente delle leggi, i colloqui per formare un governo andrebbero avanti, come prevede il ruolo del presidente della Repubblica. Questi gestisce le consultazioni e dà l’incarico di governo, per cui teoricamente in qualsiasi momento un governo potrebbe presentarsi davanti al Parlamento e giurare. Oppure, in assenza della possibilità di fare un governo, scioglie le camere. Questo si lega al secondo problema: che cioè un eventuale governo in disaccordo con le riforme approvate prima del suo insediamento – magari da una maggioranza diversa da quella che lo sostiene – potrebbe impedirne di fatto l’applicazione.
Il governo, infatti, fa le cose che abbiamo ricordato prima dell’approvazione delle leggi, ma poi deve farne altre dopo: tra queste, cose essenziali come trovare i soldi per le riforme o stendere i regolamenti attuativi o esecutivi. È proprio per questo suo ruolo essenziale e questa sua capacità di bloccare – di fatto – norme già approvate dal Parlamento che, quando cambia il governo dopo un’elezione, spesso le riforme avviate da un’altra maggioranza non vengono portate a compimento (cosa successa diverse volte negli ultimi anni).

2) il modello belga, ai belgi, non è piaciuto affatto. Come ricorda l’Huffington Post:

I cittadini hanno dato vita, nel corso della crisi quasi biennale, a numerose forme di protesta contro lo stallo. Tra le più bizzarre si ricorda quella lanciata dallo speaker radiofonico Nicolas Buytaers, che nel gennaio 2011 propose ai belgi di lasciarsi crescere la barba fino a quando i politici non avessero trovato l’accordo. Molti personaggi dello spettacolo diedero man forte a Buytaers e la protesta prese quota, registrando molti aderenti. Circa ottocento, si dice. Tra questi un’altra voce della radio, Koen Fillet, che al momento della nascita dell’esecutivo fu lieto di farsi riprendere e fotografare nella bottega del suo barbiere (link alla foto), dove era andato a radersi.
Sempre in quei giorni decine di migliaia di belgi scesero in piazza a Bruxelles, reclamando la fine dello stallo e chiamando i politici a mettere da parte giochi e veti incrociati.
Alcune settimane dopo, invece, si tenne una singolare manifestazione. I partecipanti scesero nelle strade della capitale seminudi. Solo mutande per gli uomini; mutande e reggiseno per le donne. Il ritornello fu sempre quello: «Vogliamo un governo, un governo vero». No, ai belgi il “modello belga” proprio non è piaciuto.

3) Il Belgio ha una struttura politica complessa, che discende dal suo status di amministrazione federale: il governo centrale svolge sì un ruolo importante, ma non sempre decisivo. Durante la lunga vacatio di 540 giorni, gli altri livelli di governo (comunitario, regionale e provinciale) hanno continuato a funzionare normalmente; le parti sociali non hanno mai smesso di dialogare – in virtù di una lunga tradizione di concertazione sociale – e il governo dimissionario di Lenterme, seppur in carica unicamente per il disbrigo degli affari correnti, ha  sempre potuto contare su ampie maggioranze parlamentari, non essendovi una vera e propria opposizione. Un esempio: la decisione di partecipare alla guerra in Libia.
Secondo Linkiesta, che ricostruisce la cronologia dei 540 giorni di impasse:

Umori popolari a parte, c’è una cosa che l’Italia non può ignorare: se il Belgio ha funzionato anche senza governo è soprattutto per il suo assetto fortemente federale. La massima parte delle competenze non è dello Stato centrale (responsabile di questioni d’interesse nazionale, come la Difesa, la Politica estera, il sistema pensionistico), ma delle regioni federali (Fiandre, Vallonia e Regione Bruxelles Capitale), responsabili di sanità, trasporti, istruzione, politiche economiche e per il lavoro, persino del commercio estero, con i rispettivi parlamenti locali. E tutte e tre le regioni hanno avuto per tutta lunga crisi federale governi regolarmente in carica e funzionanti. Per l’Italia, tuttora lontana dal vero federalismo, è tutta un’altra storia.

In nota, diceva Beppe Severgnini, recentemente ospite delle Invasioni Barbariche di Daria Bignardi: “Tanta gente che incontro è incavolata nera perché questi signori [i grillini, appunto] sono lì da un mese e ancora non hanno fatto nulla, non dovrebbero essere pagati sino a che non cominciano a lavorare”. E in fondo la gente ha anche ragione: il tempo delle chiacchiere dovrebbe essere finito da un pezzo.

Requiem della Seconda Repubblica. L’incerto destino dell’Italia dopo le ultime elezioni politiche

Nel linguaggio aziendale si chiama Worst case: ossia il peggiore scenario possibile. Quello dellingovernabilità. Nessuna maggioranza chiara ma tre grandi minoranze zoppe. Nella storia repubblicana non era mai successo.
Il PD è il primo partito alla Camera, ma non è in grado di formare un governo; dall’altra parte il PDL ha perduto quasi la metà dei voti rispetto al 2008, eppure  quel una vittoria. Monti c’è ma è come se non ci fosse. Grillo, al contrario, è presente ma non c’è per nessuno. Al momento tutte le ipotesi di alleanze e combinazioni sono irrealistiche e contraddittorie, come gli pseudo-programmi dei partiti durante la campagna elettorale. E se i mercati sono il termometro dei nostri tempi, il crollo della Borsa di Milano (e di riflesso degli altri listini europei) non lascia molto spazio all’ottimismo.
E’ il quadro che risulta all’indomani delle elezioni. Le ultime della Seconda Repubblica. Una Terza non ci sarà e, al momento, tra la crisi dei partiti, il boom del voto di protesta, gli scandali di tangenti e gli attacchi speculativi al nostro debito pubblico, sembriamo ripiombati di colpo nella Prima.

Il dato saliente è che il PD è riuscito a perdere un elezione che si diceva vinta già da un anno e mezzo. Colpa dello scarso appeal di Bersani, dell’immortalità di Berlusconi o della convincente (?) irruenza di Grillo, si dirà. Non è solo questo.
La non-vittoria del PD è anche frutto del caso Monte Paschi, certo. Ma in questi due anni il partito ha perso l’occasione di rinnovarsi e, soprattutto, darsi un programma di interventi concreti che convincesse gli elettori di centrosinistra delusi a tornare alle urne. Troppo complicato. Si è preferito continuare con la retorica dell’antiberlusconismo, contribuendo di fatto alla resurrezione dell’avversario. E dimenticando che i problemi dell’Italia sono ben altri.
Ci voleva Renzi, si dice oggi. Peccato che a dirlo siano gli stessi ipocriti che durante le primarie lo definivano come un “uomo di sinistra che parla come uno di destra”, o come “l’infiltrato di Berlusconi”, senza rendersi conto che l’endorsement (parola tanto brutta quanto di moda) del Cavaliere serviva proprio a screditare il sindaco di Firenze agli occhi dell’elettorato, evitando così il confronto alle urne con un rampante candidato che lo avrebbe messo in difficoltà certamente più del “comunista” Bersani.

Dall’altra parte, Berlusconi è riuscito a non perdere, nonostante i sei milioni di  voti in meno rispetto al 2008. Per strada, nei bar, al mercato sentiamo il sig. Rossi domandarsi “come hanno fatto gli italiani a votarlo ancora”, usando la terza plurale anziché della prima. Come se lui beneficiasse della nazionalità svedese o australiana.
Anche qui, le promesse da marinaio sull’Imu e l’affare Balotelli c’entrano poco. Troppo spesso si dimentica che l’Italia è un tessuto sociale le cui diramazioni spesse volte sfuggono alla nostra percezione. Così non ci sono soltanto padri e madri di famiglia, giovani precari, tronisti e veline, ma anche i proprietari di uno o più immobili da condonare, gli evasori con capitali all’estero da scudare e i disoccupati pronti a vendere il proprio voto per 20 euro ai candidati suggeriti dalla locale “famiglia”. Una galassia che non ha ideali da inseguire, ma interessi da difendere. A cui si aggiungono i tanti, troppi anziani che votano a simpatia e le persone medie che non leggono i giornali e si informano solo dalla tv.
I 117 seggi conquistati al Senato faranno del PDL l’ago della bilancia nel quadro della configurazione politica appena uscita dal voto. Una moneta di scambio che assicurerà la stabilità del futuro governo in di fronte di precise garanzie per quanto riguarda gli interessi e le aziende di chi sappiamo.

E poi c’è Grillo. Ennio Remondino su Globalist:

Su una cosa Beppe Grillo ha avuto indubbiamente ragione: “Sconquasseremo tutto il vecchio sistema partitico”. Bersaglio centrato. Ora occorre capire come evitare che questo voto sconquassi quanto resta degli equilibri economici e sociali di una Italia già in fortissime difficoltà. Certamente il vecchio sistema politico che ci era noto è scardinato. Conta poco che Bersani non abbia vinto e che Berlusconi non abbia perso, e che Monti si sia scoperto un ben piccolo centro. Conta la necessità di andare oltre. Perché la rabbia che ha mosso il voto a 5stelle c’è, e brucia qualsiasi altra memoria o prassi consolidata di protesta politica o di forma di aggregazione ideologica.

Davvero è tutto merito di Grillo? Il voto di protesta esiste in tutti i Paesi democratici: nelle ultime presidenziali in Francia Marine Le Pen ha preso il 18%. Ma oltralpe – come altrove – il sistema politico è in grado di assorbire questo voto senza subirne la deflagrazione. Da noi no. Perché il  problema del sistema Italia (Casta a parte) sono le istituzioni e le leggi che le regolano.

Della legge elettorale abbiamo detto tutto il male possibile. I difetti non risiedono soltanto nelle tanto vituperate liste bloccate, bensì anche nell’irrazionale sproporzione che c’è tra il premio di maggioranza per il primo partito alla Camera e quello su base regionale al Senato. In un sistema a bicameralismo perfetto, ciò si traduce nel caos. In quale altro Paese al mondo  al primo partito – per mezzo punto percentuale – spettano cento seggi più del secondo in un ramo del Parlamento, mentre nell’altro ne racimola appena due in più?
Linkiesta, partendo da un’analisi dei flussi di voto dell’Istituto Cattaneo, trae queste conclusioni:

quello che dicono i dati è chiaro: l’Italia è cambiata. Ora non si tratta tanto di capire chi abbia vinto di più (o piuttosto perso di meno). La débacle dei due maggiori partiti, e la crescita di un terzo, del tutto nuovo, soggetto politico, dicono tante cose. Lo scontento degli italiani, l’impopolarità della classe politica, la difficoltà delle riforme sono tutte cose vere e importanti. Ma il punto nodale sembra uno solo: di fronte alle difficoltà del Paese, il modello del bipolarismo, più o meno perfetto, non ha funzionato. Non sono bastate né primarie né cavalcate televisive. Questa tornata elettorale d’inverno spazza via l’ultimo suo sogno perseguito per vent’anni. Le cose sono cambiate, Berlusconi c’è ancora, il Pd anche. Ma la seconda Repubblica finisce qui.

Già, le difficoltà del Paese. Ho già spiegato che la debolezza strutturale dell’economia italiana è data da un sistema burocratico troppo legato agli interessi di pochi, piuttosto che quelli della collettività. Sono 20 anni che si discute di riforme, liberalizzazioni, misure per liberare il potenziale di crescita inchiodato da un decennio a percentuali da prefisso. Cosa si è fatto di concreto? Nulla, ovviamente. Da un lato, il populismo. Dall’altro, la pochezza di idee concrete per affrontare i mali che affliggono l’Italia. In mezzo, l’incertezza e la sensazione, bruciante, di aver perso l’ennesima occasione per presentare qualcosa di realmente nuovo.

O per proseguire lungo una strada già intrapresa. Come voleva l’Europa.

Come già avvenuto in Grecia, le elezioni italiane sono lo spartiacque di quello che sarà il futuro dell’eurozona e, di conseguenza, della stessa Unione dei 27. Con la differenza che l’Italia – in termini di PIL e debito – “pesa” molto, ma molto più di Atene. Da qui le preoccupazioni della stampa estera per i possibili riflessi del voto sulla stabilità dell’euro.
Non a caso, come l’anno scorso all’ombra dell’Acropoli, quest’anno a Roma sono transitati i leader europei in cerca di risposte. L’obiettivo minimo doveva essere quello di avere una maggioranza abbastanza forte per continuare con la strada fatta finora. Ma il risultato delle elezioni politiche parla di un chiaro rifiuto della politica di rigore portata avanti da Monti, grande sconfitto di questo scrutinio. Un vero e proprio avvertimento all’Europa (leggi: alla Germania).
Secondo il Guardian, per il quale le elezioni italiane sono state un “trionfo della democrazia che farà uscire il paese, e l’Europa, dal dogma dell’austerità”, le prospettive per il Belpaese sono due: uscire dall’euro e incamminarsi verso la ripresa economica; o restare definitivamente nelle mani dei banchieri europei. In entrambi i casi l’Europa ricorderà questo momento. E anche noi. Rimane il fatto che, sommando i voti di Grillo e quelli del PDL, più della metà degli italiani appoggia formazioni dichiaratamente contro Bruxelles.
Lucio Caracciolo su Limes:

Vista dal resto del pianeta, e soprattutto dell’Eurozona, l’Italia è una mina vagante. Ora più che mai emergono le sue dimensioni sistemiche. L’ingovernabilità dell’Italia equivale al rischio di crisi della costruzione europea, a cominciare dall’euro. Finora abbiamo sopperito alle vaghezze del sistema istituzionale nostrano e all’inesistenza di efficienti meccanismi politici e partitici con forme di eterodirezionesoft.
Un nome sopra tutti: Mario Draghi. Senza la sua peculiare interpretazione dello statuto della Banca Centrale Europea l’Italia sarebbe andata in default già nella scorsa estate. L’exploit di Draghi è stato reso possibile da due condizioni convergenti: la faticosa intesa fra Stati Uniti, Germania e altri partner europei che ha dato via libera agli acquisti massicci di bond italiani da parte di Francoforte; e la presenza in Italia di un bottone da premere, l’esecutivo Monti.
Ora chiunque volesse teleguidare la politica economica e fiscale italiana, per limitarne gli effetti catastrofici sul sistema euro, non saprebbe quale tasto spingere.

Quando un governo sarà formato – non è detto che ciò avvenga presto – ci accorgeremo che il bipolarismo del prossimo futuro non sarà più tra centrodestra e centrosinistra (vale a dire, tra i pro e i contro Berlusconi, stella polare dell’ultimo ventennio tricolore), ma tra chi sarà a favore delle politiche della UE e chi invece sarà contro. Tutto a beneficio dell’incertezza.
Recita un’antica maledizione cinese: “possa tu vivere in tempi interessanti“. I nostri, certamente, lo sono.