Category: Speciale Iran


Nella civiltà dell’immagine, chi controlla i media è re. Meglio ancora: è demiurgo, poiché crea la realtà che afferma.
A nessuno è sfuggito il decisivo ruolo di al-Jazeera nel corso della primavera araba, dove si è distinta per attenzione e professionalità attraverso le dirette non stop da piazza Tahrir o da Tripoli assediata sotto le bombe. Tanto da meritarsi il Peabody award 2011 per la copertura full time nei giorni più caldi delle rivolte.
Quello che in pochi si sono chiesti è quale interesse abbia l’emiro del Qatar, proprietario di fatto dell’emittente, a dare voce alle richieste di libertà e diritti umani per altri popoli, al contrario negati in casa propria. Il Qatar e le aziende che ne fanno capo sono di fatto poco più di un patrimonio personale in mano alla sua famiglia. Come può parlare di democrazia proprio lui che è forse il sovrano più autocratico al mondo?
Al-Jazeera ha 65 uffici con 3.000 dipendenti e 400 giornalisti sparsi per il mondo, frutto di un bilancio da 100 milioni di dollari interamente finanziato dall’emiro. Con la sua reputazione e con questo capitale di avviamento, è sempre stata in grado di orientare l’opinione pubblica. Tra le iniziative promosse dal Qatar, è quella in cui maggiormente affiora la volontà di potenza del piccolo e ricchissimo Stato del Golfo: tutte le altre – diplomatiche, economiche e militari – non sarebbero state neppure immaginabili senza l’influenza di al-Jazeera. Si veda questa analisi.
Facile immaginare che un così ampio attivismo potesse condurre ad una ridefinizione degli equilibri geopolitici nel Golfo.

Il peso massimo della regione, com’è ovvio, è l’Arabia Saudita. Gli altri Stati sono più o meno satelliti di Ryadh, con la sola eccezione del Qatar.
Negli ultimi anni la casa di Sa’ud ha mostrato sempre più insofferenza verso il populismo di al-Jazeera, al punto da vietare ai propri cittadini di apparire sull’emittente – unico “trasgressore”, Osama bin Laden.
Poi sono arrivate le rivolte arabe a rivoluzionare tutto. La rimozione di Ben Alì e Mubarak, vista all’inizio come una minaccia per la stabilità della regione, si è poi dimostrata un’occasione per sostituire – democraticamente – due regimi laici con governanti nuovi di zecca espressione dei Fratelli musulmani e della costellazione salafita. Entrambi lautamente finanziati proprio dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Un primo passo per la restaurazione de facto dell’islamismo nelle terre che furono parte del califfato medioevale.
Il comune interesse pilotare il corso della primavera araba ha portato ad un riavvicinamento tra i due Paesi.
Prova ne è la brusca virata nella linea editoriale di al-Jazeera Quando i movimenti di protesta hanno raggiunto gli Stati del Golfo – in particolare il Bahrain, per non parlare delle province orientali dell’ Arabia Saudita -, la copertura di Al Jazeera è stata inspiegabilmente addomesticata rispetto alle dirette fiume dei giorni di Tahrir. Il direttore generale della rete, Wadah Khanfar, che nel corso della sua direzione aveva stretto un buon rapporto con i governanti del Qatar e l’influente religioso Yousef al-Qaradawi, è stato costretto a dimettersi (benché insista che sia stata una sua scelta). Un doppio standard che non è sfuggito agli spettatori.

Per due rivali che tornano ad essere amici, ci sono due amici che rischiano di diventare rivali. Negli anni il Qatar ha instaurato una proficua relazione con l’Iran, non soltanto perché condividono il più grande giacimento di gas del mondo (North Field/South Pars). Doha si è attivamente impegnata in tutti i dossier più caldi che coinvolgono la diplomazia iraniana (non ultimo, il programma nucleare di Teheran), diventandone di fatto il volto presentabile. Sempre a Doha, ad esempio, sono in corso i negoziati per la risoluzione della controversia su Abu Musa e altre due isole di fronte allo Stretto di Hormuz occupate dall’Iran e rivendicate dagli EAU con l’appoggio degli altri Paesi del Golfo.
A guastare le relazioni c’è ora la crisi siriana, dove i due Paesi sono schierati su fronti opposti: Teheran è la prima sostenitrice di Assad, mentre Doha sta facendo di tutto per farlo cadere. Una divergenza che traspare sempre di più a livello mediatico.
Si veda questa intervista a Jihad Ballout, ex Media Relations Manager di al-Jazeera, sul canale satellitare iraniano Press Tv. Egli accusa l’emiro del Qatar di pilotare la linea editoriale dell’emittente, ricordando la raffica di dimissioni di dipendenti, soprattutto in Libano, in segno di protesta per la manipolazione delle informazioni sulla Siria.
Press Tv è prona agli interessi della Guida Suprema Ali Khamenei tanto quanto al-Jazeera lo è a quelli dell’emiro al-Thani. Non a caso apre ogni notiziario con le ultime dal Bahrein e da Qatif (dove la gente chiede la testa di re Abdullah), per poi dare ampio spazio alle manifestazioni di sostegno ad Assad.
Le schermaglie tra i contendenti sono appena iniziate.

 

In settimana il segretario del Tesoro statunitense Geithner ha compiuto un viaggio in Asia per convincere i giganti economici del continente a ridurre le proprie importazioni di greggio iraniano. Giappone e Corea del Sud hanno promesso di diversificare, l’India no.
Ma è la posizione della Cina a lasciare perplessi un po’ tutti, americani e iraniani compresi. Pechino a parole condanna le sanzioni; di fatto in questi giorni il premier Wen Jiabao si recherà in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar per cercare alternative alle forniture iraniane. Il che farebbe guadagnare alla Cina una maggiore capacità negoziale con Teheran.
Conscio del rischio di perdere importanti quote di export, l’Iran ha messo in guardia i suoi vicini dall’aumentare la propria produzione per compensare il minore acquisto di petrolio iraniano da parte dei Paesi importatori, sia europei che asiatici: “Se le nazioni del Golfo decidono di sostituire il petrolio iraniano, poi saranno ritenute responsabili per ciò che accadrà“, ha dichiarato Mohammad Ali Khatibi, rappresentante iraniano nell’Opec, in risposta all’annuncio del ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi della disponibilità di Ryadh ad aumentare il proprio output in qualsiasi momento per soddisfare la domanda dei paesi consumatori.

In realtà il potere negoziale dell’Iran va sempre più affievolendosi. Se i compratori cercano alternative al greggio di Teheran, anche i produttori pensano ad una allo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato del 40% del greggio che esportano.
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Carta di Laura Canali per Limes 6/08 "Progetto Obama"

La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l’analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.
L’idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l’export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l’esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l’export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.
Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.
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Carta di Laura Canali tratta dal volume di Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

Dall’inizio delle rivolte in Siria in molti si aspettavano che la NATO lanciasse una nuova operazione con il pretesto di “proteggere i civili”, sulla falsariga di quanto accaduto in Libia. Anche l’opposizione guidata dal neonato Consiglio Nazionale siriano aveva iniziato a far circolare questa idea, poi categoricamente smentita dalla stessa Alleanza Atlantica.
In realtà l’Occidente non potrà ripetere a Damasco ciò che aveva fatto a Tripoli, benché voci in tal senso continuino a diffondersi (qui e qui). Non sono le minacce di Assad a spaventare le cancellerie nostrane. La verità è che la Siria ricopre un ruolo troppo delicato all’interno degli equilibri mediorientali perché le potenze occidentali possano avventurarsi in una nuova missione “umanitaria”. La Libia è ricca di petrolio ma povera di significato geopolitico, per cui Europa (rectius: Francia e Regno Unito) e Usa avevano solo da guadagnare dal rovesciare Gheddafi. La Siria, al contrario, riveste un decisivo peso politico nella regione (e possiede scarso petrolio: produce 385.000 barili al giorno). Perfino Israele teme le conseguenze della caduta di Assad. Condizioni che sconsigliano qualunque possibilità di intervento.
Ciò che la stampa sembra non comprendere è che la vera partita della Siria si gioca sul tavolo della Lega Araba, non su quello dell’Occidente. Ma la stessa Lega, dopo la sospensione iniziale, sta ora adottando un approccio più morbido alla questione. La missione appena approvata non cambierà di una virgola situazione, proprio come tutti si aspettano. In generale, la Lega sta cercando di imporre sanzioni con la consapevolezza che non potranno mai funzionare. La risposta l’ha offerta alcune mesi fa l’analista Ibrahim Saif: colpire la Siria, per i Paesi arabi, significherebbe danneggiare le proprie economie.

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Iran: due anni fa, l’Onda Verde

carta di Laura Canali tratta da Limes 1/2010 C’era una volta Obama

1. Esattamente due anni fa fa, le strade di Teheran furono invase da una rumorosa orda di giovani, poi denominata “Onda verde”, che per alcuni giorni riempì le vie del Paese come le prime pagine di mezzo mondo.
Fu il verdetto delle elezioni a scatenare tutto. La conferma del presidente uscente Mahmoud Ahmadi-Nejad, tutt’altro che scontata secondo i sondaggi della vigilia, provocò una reazione di massa che nessuno si sarebbe aspettato.
A complicare le cose contribuì anche l’irrazionale atteggiamento di Khamenei, che anziché placare gli animi, come l’altezza del suo ruolo richiedeva, finì per esasperarli. Nella settimana delle elezioni la Guida suprema, infatti, nel tentativo di ricondurre la folla a più miti consigli, commette tre passi falsi che hanno finito per infervorarla ancora di più.
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Il nucleare nel mondo

L'energia nucleare nel mondo. In rosso: le centrali attive; in blu quelle in costruzione; in verde quelle progettate. Fonte: Frankfurter Allgemeine Zeitung su dati dell'International Journal for Nuclear Power, al 31 dicembre 2008

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Carta di Laura Canali, in Limes 1/09 "Il buio oltre Gaza"

1. Il grande assente nel panorama delle rivoluzioni in Medio Oriente sembra essere l‘Iran. Le rivolte arabe , infatti, hanno sfiorato il Paese solo marginalmente. Il 14 febbraio, dopo mesi di appannamento, l’Onda Verde è tornata a far sentire la sua voce, ma il Paese degli ayatollah non è caduto vittima dell’effetto domino che in Nordafrica aveva spazzato via in poche settimane una classe dirigente al potere da decenni. Al contrario, l’Iran ha tentato di volgere gli eventi a suo favore, interpretando le ribellioni mediorientali come la fine del servilismo nei confronti del “corrotto” Occidente.
Tali proclami, come era prevedibile, non hanno sortito alcun effetto. Per una volta, l’impeto dei fatti ha presto sepolto la vacuità delle parole. Ma l’indubbia stabilità (o mancata instabilità) del regime iraniano rispetto al resto del Medio Oriente lascia intatte le ambizioni di Teheran di diventare la maggiore potenza della regione.
Una posizione contesa all’Arabia Saudita, ambiguamente amica degli Usa ma rivale assoluta dell’Iran. Nella guerra fredda mediorientale, com’è stato definito il conflitto sotterraneo da Ryadh e Teheran, il Bahrein è ora il nuovo terreno di scontro.

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Lo scorso anno, l’amministrazione Obama ha definito il regime di sanzioni contro l’Iran come il più duro mai applicato, pubblicizzandolo come un grande successo diplomatico. Oggi, la reale efficacia delle misure sembra limitata alla cattura dei pesci piccoli.

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il quotidiano inglese The Independent del 28 febbraio segnala una denuncia della Campagna Internazionale per i diritti umani in Iran secondo cui i due leader dell’opposizione, Mir Hossein Mousavi e Mahdi Karroubi, agli arresti domicialiari dal 14 febbraio, sarebbero stati rapiti assieme alle mogli dai serivizi di sicurezza iraniani1. Alle proteste dei loro sostenitori si è aggiunta la voce dell’ex Khatami.
Il presente articolo tratteggia la figura di Mousavi, antagonista di Ahmadi-Nejad nelle contestate presidenziali dello stesso anno. E considerato il vincitore morale delle stesse.
Con buona pace dei cliché occidentali.

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Il sequestro di un carico di armi in Nigeria, di provenienza iraniana, ha allarmato le autorità di Lagos. Per Israele le armi erano dirette a Gaza. Per Lagos erano destinate ai dissidenti interni. Intanto il Gambia interrompe le relazioni con Teheran. Ma lo scenario potrebbe allargarsi a tutto il continente. La partita in Africa tra Iran e Occidente è appena iniziata.

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1. Il 23 Novembre, nello stesso giorno in cui l’attenzione della stampa mondiale era concentrata sulla Corea del Nord, i presidenti dei cinque Paesi che si affacciano sul Caspio (Russia, Iran, Azerbaijan, Turkmenistan e Kazakhstan) si sono incontrati a Baku nel quadro di un vertice per una comune politica di cooperazione e la definizione dello status giuridico dello specchio d’acqua condiviso.
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Le sanzioni Onu emanate in giugno stanno seriamente mettendo a rischio l’economia di Teheran. A dispetto dei segnali di ripresa, cresce il malcontento della gente per un’inflazione ormai fuori controllo. Il governo ribadisce che l’economia iraniana è forte e che proseguirà il programma nucleare. Intanto anche la Cina decide di raffreddare i rapporti economici con Teheran. A Vienna, tra meno di un mese, la prossima partita dei negoziati.

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La Conferenza di Roma ha visto la partecipazione di un delegato iraniano, a conferma del ruolo svolto dalla Repubblica Islamica nei delicati equilibri dello scacchiere mediorientale. Il regime degli ayatollah muove parecchi fili, soprattutto dove la situazione interna è affetta da cronica instabilità come l’Afghanistan. E le sorti dei nostri militari a Kabul non sono immuni dalle trame orchestrate da Teheran.

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La contestata rielezione di Ahmadi-Nejad ha fatto sorgere la convinzione, peralto incentivata dai media occidentali, che i suoi concorrenti fossero personaggi più validi e presentabili rispetto all’ex sindaco di Teheran. Ma non è così.

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map Iran Usa Onu

Carta di Laura Canali tratta dal volume di Limes 5/2006 "L'impero dei Pasdaran"

1. La situazione di perpetuo stallo diplomatico tra Iran e Stati Uniti è vista da Washington come un riflesso della politica estera estremista di Teheran, quando non si parla apertamente di riluttanza da parte della Repubblica Islamica ad accettare ogni offerta di dialogo.
Tuttavia, mascherando la reciproca diffidenza, entrambe le sponde hanno più volte dichiarato la propria disponibilità ad impegnarsi in negoziati diretti. Da parte di Teheran, messaggi in tal senso erano stati lanciati dai tempi della presidenza Khatami, prima che Bush ribadisse l’inclusione dell’Iran nell’Asse del male a pochi mesi dalla guerra in Iraq, di fatto rispedendo al mittente ogni invito al dialogo.
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