Categoria: Siria & Libano


Il fermo (e non “sequestro”) dei 4 reporter italiani in Siria ha costretto i media a gettare la luce sulla formazione militare islamista ritenuta responsabile del gesto: Jabhat al-Nursa (Fronte di Supporto).
Si tratta di  una sigla di miliziani fondamentalisti d’ispirazione qaidista, iscritta nella lista USA dei gruppi terroristi, salita alla ribalta agli inizi dello scorso anno come sedicente responsabile di una serie di attentati contro il regime di Bashar al-Assad. Secondo il Washington Post sarebbe il quarto gruppo armato attivo in Siria per dimensioni (benché i numeri sull’effettiva consistenza delle bande ribelli citati nell’articolo siano esagerati). In gennaio girava voce che avesse instaurato un emirato islamico nella Siria orientale, come ribadito oggi da Pepe Escobar sull’Asia Times.

Il fattore Iraq

Un’analisi di Ennio Remondino su Globalist traccia una sintesi della Siria in cui i 4 italiani erano stati fermati. Tra le altre cose, l’articolo spiega come il progressivo aggravarsi del conflitto in Siria stia favorendo l’infiltrazione e l’ascesa di movimenti jihadisti, provenienti soprattutto dall’Iraq (alcune foto). Un anno fa scrivevo:

oggi gli insorti iracheni utilizzano le stesse reti di comunicazione e trasporto percorse – in senso inverso – negli anni dal 2003 al 2008. Ne consegue che la crescente violenza in Siria è in parte frutto di un disegno tracciato dall’interno del vicino Iraq. Tutti a Baghdad sono interessati al corso degli eventi a Damasco: il primo ministro al-Maliki, al-Qa’ida, i trafficanti di armi, i sadristi. Ciascuno di loro ha qualcosa da guadagnare o proteggere. E finché l’instabilità permane, sempre più iracheni saranno incoraggiati a gettarsi nella mischia. Alimentando una spirale di violenza sempre più fuori controllo.

Comunemente si pensa che la politica dell’Iraq verso la Siria sia eterodiretta dall’Iran, ma questa semplicistica interpretazione trascura un fatto. In realtà, il tiepido sostegno del premier al-Maliki al regime di Assad è dettato dalla preoccupazione che la maggioranza sunnita possa sconfiggere il presidente e prendere il controllo della Siria che verrà. Così ufficialmente Baghdad si mantiene neutrale verso Damasco, ma allo stesso tempo i continua ad invocare una soluzione diplomatica al conflitto. Limes, in una lunga analisi sulle relazioni tra Iraq e Siria alla luce della guerra civile a Damasco, spiega:

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Alleanze qaidiste

Al-Qa’ida in Iraq entra ufficialmente nel conflitto siriano l’11 marzo, quando rivendica la paternità di un attentato in cui perdono la vita 48 soldati siriani e nove guardie irachene.
Praticamente un mese dopo, l’8 aprile, Abu Bakr al-Baghdadi, capo del gruppo qaidista, annuncia che la fusione tra la sua organizzazione e Jabhat al-Nusra in Siria. Nel contempo, afferma che lo Stato Islamico in Iraq è stato coinvolto nella guerra civile siriana fin dall’inizio, di fatto confermando l’idea da sempre sostenuta dal regime siriano di una rivolta condotta dai jihadisti.
Ma a smentire la notizia della fusione è proprio il capo di al-Nusra, che in un messaggio audio promette fedeltà ad Ayman al-Zawahri, prendendo però le distanze da al-Qa’ida in Iraq. Non solo. L’annuncio di al-Baghdadi solleva anche la reazione del Free Syrian Army, il quale ribadisce la propria distanza ideologica da al-Nusra.
Come si spiegano tutte queste prese di posizione? Secondo Lorenzo Declich:

Alcuni analisti, visto “l’omaggio”, affermano che “l’ordine” di fondere le due organizzazioni sia arrivato direttamente da Ayman al-Zawahiri.
Se così fosse la Jabhat al-nusra avrebbe disatteso un ordine.
Più probabilmente l’intera vicenda è, lasciando da parte al-Zawahiri, il risultato di un antagonismo fra le sigle irachena e siriana.
Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico Iracheno, cioè al-Qaida irachena, non ha più molto seguito in Iraq, essendosi votato sostanzialmente al caos per aver perseguito negli anni una strategia dinamitarda cieca (molte vittime innocenti). La Jabhat al-nusra, invece, ha in pochi mesi raccolto attorno a sé molti consensi e molti combattenti, impegnandosì certamente in attacchi terroristici-dinamitardi, ma anche in vere e proprie battaglie, nelle quali ha potuto mostrare il coraggio dei propri affiliati.
Questa “mossa” del capo di al-Qaida in Iraq può essere dunque letta come un estremo tentativo di “mettere il cappello” sulla Jabhat al-nusra.
Un tentativo che, fra l’altro, si è rivelato un boomerang mediatico, andando controcorrente rispetto a quella che era stata individuata dagli osservatori come una “strategia di dissimulazione” della Jabhat al-nusra, tesa a farsi ben volere dalla popolazione.
Una strategia che stava funzionando e che ora non funzionerà più, o funzionerà molto meno.
Da diverse aree della Siria “liberata”, luoghi dove le nuove entità politiche stanno costruendo il “dopo Asad”, giungono fra l’altro notizie di tensioni fra militanti della Jabhat al-nusra e di altre formazioni.
Tensioni che fanno preconizzare un lungo e turbolento “post-Asad”.
Al tutto si aggiungono le dichiarazioni sdegnate dei Comitati di Coordinamento Locali i quali, nonostante le violenze e le armi, rimangono l’unico vero organismo politico della rivolta siriana:
“I Comitati di Coordinamento Locali” si afferma in un comunicato “rifiutano completamente le affermazioni di [...] Zawahiri riguardanti la fondazione di uno Stato islamico in Siria [...]. I CCL condannano le interferenze di Zawahiri negli affari interni alla Siria [...] Solo i siriani decideranno il futuro del loro paese. I CCL ribadiscono, di nuovo, che la rivoluzione siriana ha come obbiettivi la libertà, la giustizia e uno Stato civile, pluralista e democratico”.

Assad dopo Assad?

I risvolti politici delle giravolte di cui sopra sono evidenti. A parole, l’obiettivo comune dell’opposizione siriana – nelle sue varie diramazioni – è la caduta di Assad, ma la frammentazione esistente al suo interno e le infiltrazioni jihadiste vanno tutte a vantaggio del presidente siriano. Il quale  sembrava spacciato fino a pochi mesi fa e invece ora, complice l’inerzia della comunità internazionale, potrebbe rimanere in carica fino alle presidenziali del 2014. E magari anche vincerle.

Annamaria Rivera sul Manifesto ricorda come Belaid avesse denunciato più volte l’escalation della violenza politica, che rischiava, diceva, di mettere in grave pericolo la transizione democratica in Tunisia: lui stesso era stato più volte minacciato di morte. Nei primi due giorni di febbraio ci sono stati almeno sei atti di violenza politica in 48 ore ad opera, si dice, delle famigerate «Leghe di protezione della rivoluzione» – milizie armate al servizio di Ennahda.
Il fatto è che di milizie, in Tunisia, ce ne sono ben altre. E in questo aspetto sta forse la risposta al perché dell’uccisione di Belaid.

Giorni prima del suo assassinio, il leader dell’opposizione tunisina aveva rilasciato un’intervista al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al-Khaleej. Alla domanda: “Qual è la sua opinione sulla crisi in Siria?“, Belaid ha risposto che quello che sta accadendo a Damasco è una cospirazione di americani e sionisti per sostituire il regime siriano con la complicità di alcuni Paesi arabi, usati come strumenti per agevolare la presenza statunitense nella regione.

Facciamo un passo indietro.

Nel mese di ottobre il settimanale francese, Marianne aveva rivelato l’esistenza di due campi di addestramento jihadisti in Tunisia, rimarcando la scarsa attenzione del governo in proposito.
Secondo la testata, i campi si troverebbero nella regione Tanarka, a nord, e vicino al confine libico e algerino,non lontano dall’oasi di Ghadamès, nel sud. Un (anonimo) diplomatico europeo  citato nell’articolo ha sottolineato come le autorità di Tunisi fossero state avvertite della situazione, senza però prendere provvedimenti. Probabilmente, la questione era stata tenuta segreta per non alterare la già fragile transizione che lo Stato nordafricano sta attraversando.
Nel pezzo si leggeva che, per il governo algerino, il confine con la Tunisia è diventato una delle maggiori principali preoccupazioni. In poche settimane, due importanti operazioni hanno messo in evidenza l’entità del pericolo: la prima ha smentellato una rete jihadista nella località di Annaba; nella seconda le forze di sicurezza algerine hanno recuperato missili terra-aria – provenienti dalla Libia – a Tebessa, giunti fin lì dopo aver attraversato la Tunisia. L’articolo paventava la possibilità di attacchi terroristici in Europa nell’eventualità – poi concretizzata – di un intervento militare francese in Mali.
Il governo di Tunisi ha smentito quanto affermato nel rapporto. Però  il 21 dicembre le forze di sicurezza tunisine hanno annunciato l’arresto di 16 uomini sospettati di appartenere ad un gruppo legato ad al-Qa’ida nel Maghreb islamico, a riprova che il problema del jihadismo da quelle parti esiste eccome.

Chokri Belaid è stato il primo – e unico – uomo politico tunisino a rivelare l’esistenza di questi campi di addestramento segreti nel Paese. Lo ha fatto in questo video (segnalatomi da un’amica) nel corso di un’accesa discussione televisiva. Le strutture in questione sono finanziate dal Qatar attraverso Ennahda, braccio politico della Fratellanza Musulmana, e servono a formare jihadisti da inviare poi in Siria. In un passaggio  Belaid parla di circa 5000 uomini reclutati nella zona al confine tra Tunisia e Algeria e poi mandati in Siria attraverso la Turchia. In un altro video, Belaid rivela la complicità del governo con i salafiti.
La denuncia di Belaid non poteva non infastidire qualcuno. In quest’ultimo video un leader religioso emette addirittura una fatwa per farlo uccidere. Quattro giorni prima del suo assassinio.

Due mesi fa la fine di Assad pareva vicina: con la perdita di importanti basi militari, le continue defezioni tra gli alti gradi e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran, la contesa sembrava ormai volgere a favore dei ribelli.

Invece, dopo 60.000 morti il dittatore è ancora al suo posto. E ora potrebbe addirittura vincere.

A sorpresa, Moaz al-Khatib, leader  del Syrian National Coalition. propone ora una exit strategy dalla guerra civile. Fra le condizioni il leader della Snc ha posto la liberazione di 160.000 detenuti ribelli nelle carceri di Stato e il rinnovo dei passaporti per gli esuli siriani.
Khatib ha già indicato un possibile interlocutore: Farouq al- Sharaa, vice-presidente siriano, considerato “come l’unico membro del regime a non avere le mani grondanti di sangue”. Insieme ad altri funzionari, questi si sarebbe opposto più di una volta alla linea sanguinaria di Assad.

Per adesso il regime di Damasco non risponde. O meglio, replica come meglio sa fare: continuando la sua propaganda. Fahed al- Freij, ministro della Difesa, ha annunciato che l’esercito non ha paura nè degli attacchi di Israele nè delle minacce internazionali. E la stampa vicina al presidente giudica l’offerta di dialogo come una mossa tardiva, una manovra meramente politica che arriva con due anni di ritardo.
Russia e Iran, grandi sostenitori di Assad, giudicano “incoraggiante” l’offerta di Khatib.

Siamo vicini ad una svolta? Probabilmente no. Innanzitutto perché le affermazioni del leader dell’opposizione sono a titolo personale. In caso di una risposta del regime sarà necessario il sostegno di tutto il SNC, al momento caratterizzato da profonde divisioni. E il regime potrebbe sfruttare i segnali di debolezza che giungono dall’altra parte per garantirsi un margine contrattuale più ampio.
Linkiesta sintetizza così le polemiche sollevate dalla proposta di Khatib:

Si tratta di una iniziativa che sin dall’inizio non ha trovato d’accordo tutti i membri della Coalizione. Ieri infatti l’ufficio legislativo del gruppo e il direttivo del Consiglio nazionale siriano (Cns) l’hanno definita «frutto di una posizione del tutto personale di Khatib, in contrasto con lo statuto della Coalizione, che invece vieta qualsiasi dialogo con il regime di Damasco».

Si è detto invece favorevole a questa idea solo uno degli esponenti del Cns, Samir Satuf, intervistato ad Algeri dall’emittente Al Maiadin. Satuf ha spiegato di «essere favorevole, anche se ritengo che sia difficilmente realizzabile. Le condizioni poste da Khatib sono relativamente importanti, perché in realtà avremmo bisogno di un cessate il fuoco immediato». Secondo Satuf, oltretutto, il regime potrebbe avere difficoltà a liberare 160 mila detenuti, molti dei quali, ricorda l’esponente del Cns, sarebbero «morti nel corso dei mesi».

Più netta invece è stata la reazione di Haytham al Maleh, dirigente del Consiglio nazionale siriano, che all’emittente satellitare Al Arabiya ha spiegato: «l’idea di aprire al dialogo con il regime è unicamente di Khatib il quale non ci ha consultati prima di annunciare la sua proposta». Più morbida invece è la reazione di Abdel Ahad Stif, del direttivo della Coalizione nazionale siriana, il quale sostiene che «pur non essendo questa idea corrispondente ai principi della nostra coalizione, può essere certamente discussa. Bisogna evitare di fare il gioco di chi vuole dividere l’opposizione siriana usando questo pretesto».

Per difendersi dalle critiche Khatib ha spiegato che la sua iniziativa aveva come obiettivo quello di «ridurre le sofferenze del popolo in Siria». Intervistato dall’emittente araba Al Jazeera, in collegamento telefonico dal Cairo, l’imam di Damasco si è difeso dalle accuse di aver tradito i principi dell’opposizione con l’apertura al dialogo con Assad, spiegando che «non ci sono conflitti interni alla Coalizione e in particolare con i membri del Cns. Noi vogliamo solo cercare una via di uscita per aiutare il nostro popolo».

Secondo gli analisti arabi questa «fuga in avanti» di Khatib dimostra le difficoltà in cui versano i ribelli siriani.

Il leader dell’opposizione siriana sa bene che gli unici a conquistare qualche villaggio in questi mesi sono stati i miliziani che fanno capo ad al Qaeda, con i quali non potrà mai governare la futura Siria e che fanno sempre più paura all’occidente. Nella migliore delle ipotesi quindi, nel caso cioè di una caduta del regime di Assad in Siria, «scoppierà certamente un duro scontro tra i gruppi jihadisti e quelli laici dell’opposizione». Ne è convinto anche il leader dei salafiti giordani, Mohammed Shalabi, impegnato da mesi a reclutare e inviare giovani jihadisti in Siria a combattere contro le truppe di Damasco per conto del Fronte di Salvezza, gruppo legato ad al Qaeda.

A indebolire la posizione dei ribelli, rafforzando quella di Assad, è stato anche il raid aereo israeliano di due giorni fa in Siria, che ha provocato due morti e cinque feriti.

Su questo punto, va detto che a una settimana dal bombardamento compiuto in Siria, i caccia dell’aviazione israeliana continuano a violare lo spazio aereo libanese ma nessuno sembra trovarlo illegale.
Intanto, la guerra continua a devastare tutte le regioni della Siria. Quelle orientali sono in mano ad al-Qa’ida, dove il fronte al-Nusra pare aver creato un emirato islamico. In mezzo ci sono i profughi (4 milioni), di cui la comunità internazionale sembra non interessarsi.

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime - è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione - segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

L’agenzia stampa siriana SANA ha confermato le indiscrezioni riportate dalla tv di Stato sull’attacco aereo compiuto da Israele nei confronti di un sito militare nei pressi di Damasco, negando dunque che l’obiettivo del raid fosse fosse un convoglio che trasportava missili SA-17 russi a Hezbollah.

Eppure fonti americane confermano questa seconda versione (si veda anche qui). Alcuni funzinari israeliani avrebbero anche avvertito i loro omologhi USA circa la volontà di procedere. La Russia condanna.

L’obiettivo del raid non è l’unico aspetto controverso.

In un primo si era parlato di un attacco lungo il confine siro-libanese; ora invece si parla di un intervento all’interno del territorio siriano, non lontano da Damasco. Ma per colpire un deposito di armi o un convoglio?

Entrambe le cose, perché ora appare chiaro che i raid sono stati due.

Questa la sintesi dei fatti offerta dal blog Falafel Café:

Domenica scorsa Netanyahu l’aveva detto. «Il Medio Oriente non aspetta: o ci muoviamo o rischiamo di trovarci tonnellate di esplosivo chimico in casa. A est, a nord, a sud del nostro Paese tutto è in fermento, dobbiamo prepararci». Quarantotto ore dopo ecco che alle 2 di notte (ora israeliana, l’1 in Italia) di mercoledì 30 gennaio dodici caccia dell’Israeli Air Force e un drone radiocomandato decollavano dalle basi israeliane. Direzione Siria.

Il veicolo radiocomandato è arrivato sopra la città di Al-Zabadani verso le 4,30 del mattino. Qui, in pochi secondi, ha sganciato i suoi missili contro un convoglio che da Damasco stava viaggiando verso il confine libanese. L’esplosione è avvenuta a circa 5 chilometri dall’autostrada Damasco-Beirut. All’interno del mezzo militare munizioni, armi di vario tipo. Soprattutto sistemi missilistici di fabbricazione russa, a partire dagli SA-17.

Più o meno alla stessa ora i dodici caccia – dieci velivoli secondo altre fonti – sorvolavano i cieli sopra il Libano a gruppi di 2-3, passavano sopra Damasco e una volta a Jamraya, a pochi chilometri dalla capitale, attaccavano un deposito di munizioni. Nell’edificio, secondo l’agenzia di Stato siriana – che smentisce qualsiasi attacco a convogli a Al-Zabadani – almeno due persone avrebbero perso la vita, altre cinque sarebbero ferite in quello che non chiamano deposito militare, ma «centro di ricerca che lavorava per rafforzare la resistenza ai ribelli e ai nemici».

Quello che è certo è che la località di Al-Zabadani, dove ha colpito il drone, per Gerusalemme è diventato un centro nevralgico del passaggio di armi da Damasco a Beirut. «Da mesi in città c’è un clima di relativa calma», spiegano da Gerusalemme. «Pochissima resistenza ad Assad, poche vittime tra i civili e, soprattutto, cibo che non scarseggia. Dall’anno scorso il dittatore siriano ha concesso una sorta di indipendenza all’area in cambio di due cose: nessun gruppo ribelle e lasciapassare ai convogli militari di Damasco».
La località, secondo gl’israeliani, non sarebbe stata scelta a caso da Assad. «Nelle stesse zone, prima dell’accordo con il dittatore, passavano le armi (missili anti-carro, munizioni, mitra, ecc) fornite dagli occidentali ai ribelli siriani pagate dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, ovviamente, da Washington.
Che qualcosa stava cambiando, in Israele, lo si era capito anche da quel ch’è successo la scorsa settimana quando l’esercito ha installato due Iron Dome – il sistema anti-missilistico super-sofisticato – nel Nord, tra Haifa e il confine con il Libano. «Magari la guerra non arriva domani, ma dobbiamo essere pronti per ogni scenario», ha spiegato Amir Eshel, generale delle forze armate israeliane. E nel farlo ha parlato, per la prima volta, anche dell’Egitto. Il governo Netanyahu, nella riunione di domenica, ha chiaramente spiegato che «il governo guidato dal presidente Morsi e dai Fratelli Musulmani non funziona più. Nessuno degli aspetti chiave del Paese – l’esercito, la sicurezza interna e la polizia – è ormai sotto il controllo di Morsi».

Conclusione che lascia intravedere nuove nubi all’orizzonte di uno scenario regionale già instabile.

——————–

UPDATE

Long War Journal:

Durante la scorsa settimana, i funzionari israeliani hanno espresso una crescente preoccupazione per quanto riguarda la situazione in Siria. Domenica scorsa, Israele ha schierato batterie Iron Dome nel nord, tra cui vicino a Haifa, anche se un portavoce dell’IDF ha detto che lo schieramento “non è legato a valutazioni della situazione attuale.”

Il giorno seguente, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Israeliano Yaakov Amidror è stato inviato a Mosca per una “visita lampo”, nel tentativo “di convincere il Cremlino ad adottare misure per evitare che i depositi [di armi] della Siria possano cadere nelle mani di gruppi terroristici”. Lo stesso giorno, il New York Times ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “ha avuto [una recente] maratona di riunioni con i capi militari e di intelligence e di ministri  per diversi giorni, con insoliti protocolli si segretezza.”

Martedì, Al-Monitor ha riferito che il capo dell’agenzia d’intelligence IDF, il Magg. Gen. Aviv Kochavi, si è incontrato con i funzionari del Pentagono, tra cui il presidente del Joint Chiefs of Staff generale Martin Dempsey.

giovedì 6 dicembre il sito israeliano Debka (si veda anche Russia Today) riporta che di fronte alla Siria sono d’istanza 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 cacciabombardieri, 10 tra cacciatorpedinieri e fregate, inviati lì dagli Stati Uniti in attesa dell’ordine di intervenire. Non sono soli: ci sono anche inglesi, francesi e uomini della NATO. E non dimentichiamo che lungo il confine con la Turchia ci sono delle batterie di missili Patriot dell’Alleanza Atlantica.
La ragione dietro un tale dispiegamento di forze è semplice: il terrore dell’America è che il regime di Assad, ormai alle strette, possa giocare l’ultima carta che ha in mano. Quella delle armi chimiche. Alcuni (anonimi) funzionari del Dipartimento di Stato accusano la Siria di essere sul punto di farne uso, ed anche la BBCcitando fonti del Foreign Office, afferma che la leadership di Damasco è pronta a utilizzarle.

Alcune notazioni.

La prima. Secondo alcuni funzionari del Pentagono, non vi è alcuna prova che la Siria impiegherà le armi chimiche, e che non è nemmeno chiaro se siano state spostate dai siti di stoccaggio oppure no. Inoltre, anche a fronte di una situazione disperata è improbabile che Assad ricorra a questi strumenti: l’uso del sarin (gas nervino di cui Damasco avrebbe centinaia di tonnellate), ad esempio, è strategicamente inadatto nel contesto delle lotte urbane che finora hanno caratterizzato la guerra civile.

La seconda. Onestamente, è difficile dire se il timore americano per le armi segrete di Assad sia reale o piuttosto una false flag: l’esperienza irachena deve pur averci insegnato qualcosa. Tuttavia alla storia delle armi di distruzione di massa sembrano averci creduto gli israeliani, se è vero che squadre di forze speciali israeliane operano attualmente all’interno della Siria, nel tentativo di individuare e sabotare gli arsenali chimici e biologici del regime.

La terza. Gli Stati Uniti paiono non avere una grande cognizione di ciò che succede in campo. La decisione di sostenere la guerra dalla parte dei ribelli, senza sporcarsi le mani direttamente e purché il conflitto resti sigillato all’interno del perimetro siriano, rende impossibile controllarne il coinvolgimento e prevedere le conseguenze.
Ad esempio, in questi giorni Washington ha inserito il gruppo ribelle al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche (si veda anche qui). Nei mesi scorsi il gruppo ha orchestrato diversi attentati costati la vita a centinaia di persone, e nelle sue fila si contano alcuni ex qaidisti. Eppure è in prima linea nella lotta contro Assad, dunque essenziale nella strategia di proxy war che l’America sta attivamente sostenendo.

La quarta. Gli USA devono ridurre le spese militari per diminuire il loro cronico deficit di bilancio in doppia cifra, eppure ogni tanto si sente parlare di migliaia di soldati spediti qua e là nelle zone di crisi. Sempre in migliaia e sempre inosservati, visto che nessuno pare incrociarli lungo il loro cammino. In principio furono i 12.000 soldati spediti a Malta e pronti ad intervenire nella Libia post Gheddafi, come denunciato dalla deputata del Congresso Cynthia McKinney. Poi le forze speciali stanziate a Sigonella e Souda (Creta) e in procinto di entrare sempre in Libia all’indomani dell’attacco costato la vita all’ambasciatore Chir Stevens. E oggi i 10.000 a largo delle coste siriane, secondo quanto rivelato da Debka che, non dimentichiamolo, è un sito di spie israeliane, da prendere con le molle.
Ma gli americani come potrebbero spedire migliaia di uomini in un Paese in fiamme, posto che (al-Nusra deve far riflettere) non sanno neppure chi sono i ribelli che stanno sostenendo?

La quinta. Alla guerra sul campo se ne affianca un’altra mediatica (ne è un esempio questo video in cui i ribelli uccidono dei conigli con delle presunte armi chimiche). E ciascuno ha la sua posizione, come in ogni derby che si rispetti. D’altra parte il web abbonda di cretini 2.0, e loro sì, alla storia dei 10.000 soldati ci credono davvero. Loro credono a tutto, tranne che ai media tradizionali.

Nelle ultime settimane il regime siriano ha perso un gran numero di basi ed aeroporti militari con la distruzione al suolo di vari aerei jet ed elicotteri. Così Assad sta progressivamente perdendo la sua forza maggiore: il controllo dei cieli.
Sarà forse per questo che, come rivelato dal New York Times, l’esercito sta compiendo manovre sospette con l’arsenale chimico? Il quotidiano, citando una fonte anonima dell’amministrazione USA, ha persino paventato l’idea che tali armi siano messe in posizione in questi giorni, per quanto non vi sia certezza che Assad abbia ordinato di schierarle né che intenda usarle. Nel dubbio, Hilary Clinton e Barack Obama hanno già lanciato il loro monito: l’uso (o anche solo movimenti preparatori) delle armi chimiche “sarebbe totalmente inaccettabile“.
Fatto sta che le armi chimiche siriane (qui un approfondimento di Massimiliano Ferraro), oltre alla popolazione della Siria, spaventano sul serio anche l’America.

Ora, probabilmente nessuno a Damasco pensa che l’uso di armi chimiche come mezzo estremo di sopravvivenza politica possa rivelarsi una strategia vincente. Il regime di Assad finora non ha mai usato le armi chimiche e ribadito in più occasioni che non le userà contro il suo popolo, e benché il presidente non si sia mai curato dei drammatici risvolti umanitari della crisi, stavolta possiamo credergli. Dopo tutto, usare le armi per colpire o più semplicemente mostrare i muscoli contro il nemico non sono certo gli unici motivi validi per tirarle fuori dalla naftalina: riposizionarle in luoghi più sicuri consentirà all’esercito di tenerle al riparo dai ribelli, ormai sempre più vicini alla capitale Damasco.  L’esperienza libica – dove le armi trafugate dagli arsenali gheddafiani, lasciati incustoditi, hanno foraggiato sia la rivolta nel Nord del Mali che le bande beduine del Sinai – dovrebbe suggerirci che tale mossa non è certamente un male. Soprattutto se davvero al-Qa’ida è attiva nelle fila dei ribelli.

Allora perché tanta enfasi da parte dell’amministrazione USA nel denunciare la faccenda? Potrebbe essere un’azione diversiva nel quadro di un’operazione più complessa, volta a rimuovere Assad passo dopo passo, attraverso una lenta ma efficace strategia di soffocamento.
Secondo Ennio Remondino su Globalist:

Una trama complessa. Non sappiamo esattamente chi abbia elaborato la strategia complessiva e i dettagli delle diverse operazioni, ma ne conosciamo alcuni passaggi. Basta guardarsi attorno. Come far implodere il regime di Assad senza farsi coinvolgere in un conflitto aperto e senza cavalcare opposizioni interne più pericolose dello stesso vecchio despota? Lettura atlantica e Statunitense, a quanto ci dicono le nostre fonti. Con la responsabilità di un bel po’ di vittime tra la popolazione di quello sfortunato paese. Ma quando mai le vittime civili entrano nelle contabilità delle guerre?
Operazione Doha. Su pressione di Stati Uniti e Qatar e con la partecipazione attiva di Francia, Germania, Italia, Turchia e Gran Bretagna, dal 4 all’11 novembre sono stati riuniti a Doha oltre 400 delegati della dissidenza siriana. Fritto politicamente e militarmente misto, da maneggiare con le molle, ma indispensabile per formare un soggetto politico siriano credibile e formalmente unitario. Un Parlamento alternativo a quello di Damasco e un Governo transitorio copiato dal “modello libico”. Compito, gestire le “aree liberate”, le attività dell’«Esercito Libero Siriano», soldi e armi.
Democrazia a lotti. Gli equilibri interni sono fondamentali per garantire chi paga. Come Presidente del “Consiglio Nazionale Siriano” (Cns) viene eletto George Sabra (in sostituzione di Abdel Baset Sieda) affiancato da un vice, l’esponente dei Fratelli Musulmani Faruk Tayfur, e 40 membri anche essi di nuova nomina. L’inaspettata scelta di Sabra, cristiano ed ex comunista, è una mossa abile. Sottrarre al Presidente Bashar Assad l’egemonia sulla comunità cristiana, preoccupata dall’ascesa in tutta la regione dei Fratelli Musulmani. Qualche resistenza Usa su quel passato comunista, ma si sa.
L’ombrello plurale. La “Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione” (Ncof) è l’ombrello sotto il quale hanno deciso di ripararsi tutti i rappresentanti delle diverse formazioni. Con l’accordo firmato anche dal Cns (cui andranno 22 dei 60 seggi della Coalizione), di non accettare alcun dialogo e negoziato con il regime damasceno. Nasce un “Consiglio Militare” e una “Commissione Giuridica Nazionale” e, il 19 novembre in Marocco, il gruppo “Gli amici della Siria” per ottenerne i riconoscimento di “legittimo rappresentante del popolo siriano” e i supporti economici e militari.
La Nato chioccia. Presidente è Sheikh Ahmed Moaz al Khatib, siriano, contiguo ai Fratelli Musulmani, all’estero da 3 anni. Due vice: Riad Seif, esponente di spicco dell’opposizione siriana, critico del Cns che valuta scarsamente incisivo, ma favorito dagli USA; Suhair al Atassi, unica donna fra gli eletti. La nuova coalizione è stata subito riconosciuta dal “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (Ccg) di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il segretario generale della Nato Rasmussen, ha applaudito: “Oltre la situazione di stallo della crisi”.
Enfasi umanitaria. Movimento a tenaglia. Contestualmente all’elezione del nuovo Presidente del Cns, il Capo dell’ “Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari” (Ocha) dell’Onu a Ginevra , John Ging, ha denunciato l’aggravamento dell’emergenza umanitaria in Siria. Una crisi che il prossimo anno investirà oltre 4 milioni di persone. Mentre in centinaia di migliaia continueranno a fuggire dalla Siria in guerra verso i Paesi confinanti. Nel giorno stesso della denuncia Onu sono stati registrati oltre 11 mila profughi siriani che avevano attraversato il confine con la Turchia.
Mezzaluna sciita. Il quotidiano libanese “Daily Star” lancia un’intervista ad esponenti del neo-nato “Esercito Libero dell’Iraq” (Eli), che si ispira all’Els e intende combattere i regimi sciiti sostenuti dall’Iran. La milizia raggrupperebbe anche militanti di Al Qaeda presenti nelle zone sunnite di Anbar, Qaim e Mosul ed elementi di “Sahwa”, formazione di sunniti che, vicende locali li fanno nemici giurati del premier iracheno Nuri al Maliki, contro il quale combattono affinché insieme alla Siria cada anche l’Iraq e si indebolisca l’Iran che li sostiene. Clienti difficili da gestire e intenti dubbi.
Poi la questine curda. Durante il vertice di Doha vi è stata una intensificazione delle attività curde nel nord-est delle Siria dove militanti del “Partito dell’Unione Democratica” (Pyd), vicini al “Partito dei Lavoratori Curdi” (Pkk), hanno assunto il controllo di al Dirbasiyyah, Tel Nemer, Amuda e Malikieh, abbandonate dai lealisti. I curdi, ritenuti dall’Els vicini al regime damasceno e ostili alla Turchia, mantengono in realtà le distanze dall’uno e dagli altri nel tentativo di ritagliarsi con la forza delle armi anche in Siria quell’autonomia conquistata nel nord dell’Iraq dove esiste uno Stato curdo.
La somma dei fatti. Tali eventi, casuali o no, forniscono dati incontrovertibili. 1) Crescente destabilizzazione del Paese, non più in grado di provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini e, in particolare, di quanti ne siano (o ne siano stati) sostenitori (alawiti e cristiani), costretti a fuggire e bersagliati dagli insorgenti, con conseguente delegittimazione davanti alla Comunità Internazionale. 2) Incapacità del controllo territoriale anche nelle città più importanti, Damasco e Aleppo, oggetto di continui attentati. 3) Aperta minaccia da parte di Israele e indebolimento della “mezzaluna sciita”.
Risultati prossimi. Dopo avere di fatto azzerato il tentativo dell’inviato speciale di Onu e Lega Araba, Lakhdar Brahim, resta ben poco spazio alla speranza del Presidente Assad di reggere sino alla Presidenziali del 2013. Il nuovo organismo dell’opposizione, pur diviso come è al suo interno tra salafiti, jihadisti nazionalisti, qaedisti internazionali e mercenari, non avrà l’intervento Nato ma otterrà la legittimazione della maggioranza Comunità Internazionale. E con essa il supporto per sconfiggere l’esercito siriano minato dalle diserzioni anche ad alto livello che continuano a crescere.

Il destino del regime di Damasco parrebbe segnato. Non soltanto per le defezioni di alto livello (ultima in ordine di tempo, quella di Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri), quanto perché potrebbe venir meno il supporto del suo più stretto alleato: l’Iran. Si sa da tempo che giornalmente la Siria riceve armi da Teheran via Iraq (forniture che proseguono ancora oggi), ma per quanto ancora la Repubblica Islamica continuerà a sostenere Assad prima di abbandonarlo a sé stesso?
L’analista Amir Taheri se lo chiedeva già un anno fa. Secondo la sua visione, l’Iran non voleva lasciare che fosse la Turchia ad avvantaggiarsi dalla possibile caduta di Assad, così Alì Khamenei aveva già iniziato a programmare il dopo. Proprio in quei giorni l’agenzia di stampa governativa iraniana, l’IRNA, dichiarava che Assad doveva “rispondere alle richieste della piazza”, dopo che per settimane non aveva speso una parola in merito. Nel frattempo il flusso di pellegrini iraniani al santuario di Sayyida Zaynab, a Damasco, si era arrestato. Segnali che lasciavano intuire un possibile cambio di campo di Teheran.
Ciò non è avvenuto, ma è di questi giorni la notizia che, secondo un rapporto riservato, l’appoggio dell’Iran ad Assad è in dirittura d’arrivo. Il deterioramento della situazione economica della repubblica islamica e limprobabile sopravvivenza del regime nel lungo termine suggeriscono di gettare la spugna. Ma non prima del giugno 2013, quando si terranno le elezioni presidenziali, alle quali Ahmadi-Nejad non potrà ricandidarsi.
Attenzione: l’Iran sta lasciando Assad, non la Siria. Il Paese levantino è troppo importante per la proiezione geopolitica di Teheran perché quest’ultima possa abdicarvi. Non c’è allora da stupirsi che lo scorso 19 novembre Iran e Siria, insieme all’Iraq, abbiano annunciato la costruzione di un gasdotto che dal giacimento di South Pars (in condominio col Qatar) porterà 110 milioni di mc3 al giorno di gas naturale verso Baghdad e Damasco, e da lì (forse) anche verso l’Europa. Il progetto legherà indissolubilmente i due Paesi all’Iran. A prescindere, dunque, da chi sarà al potere in Siria.
E Assad cosa farà? Secondo alcune voci, pare stia cercando asilo politico in America Latina.

Un’ottima ricostruzione sull’attentato di Beirut del 19 ottobre, in cui ha perso la vita Wissam al-Hassan, capo dell’intelligence della polizia libanese, è fornita da Lorenzo Trombetta sul suo sito SiriaLibano. Interpretazione che smentisce le voci sul ruolo di Hezbollah e i timori di una prossima discesa del Paese dei Cedri nell’abisso siriano:

Il 19 ottobre 2012 a Beirut il generale libanese Wissam al Hasan, capo dell’intelligence della polizia, è stato ucciso dalla mafia. La stessa che da decenni compie assassini politici nel vicino Libano contro chiunque osi intralciare i suoi interessi a Beirut e dintorni.
Ma a uccidere il generale Wissam al Hasan con un ordigno piazzato sotto un’auto nel cuore della parte cristiana di Beirut non sono stati gli Hezbollah libanesi, come alcuni hanno scritto. Il movimento sciita alleato dell’Iran non ha interesse a far salire la tensione in Libano e sta gradualmente prendendo le distanze dal regime siriano, ancora in piedi a Damasco ma già caduto in alcune regioni del Paese.

Centrale in questa storia è la vicenda dell’ex ministro Michel Samaha, arrestato l’estate scorsa a Beirut al termine di un’inchiesta condotta proprio dal dipartimento d’informazione della polizia diretto dal generale al Hasan. Samaha, nelle cui abitazioni sono state trovate bombe da innescare, ha confessato di aver pianificato, per conto dei servizi di sicurezza di Damasco, attentati contro personalità anti-siriane in Libano. Samaha ha confessato tutto. In particolare dopo che gli uomini di al Hasan hanno registrato, tramite un informatore, delle conversazioni tra quest’ultimo e l’ex ministro, che ha ammesso di essere andato personalmente a Damasco, nell’ufficio del generale siriano Ali Mamluk, ora a capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale, e di aver preso ordini, soldi ed esplosivi. A seguito delle confessioni di Samaha, pubblicate dai media libanesi e mai smentite dagli avvocati dell’arrestato, la procura di Beirut ha aperto un fascicolo contro il generale Ali Mamluk e un suo assistente, un ufficiale indicato come “Adnan”.
Per la prima volta dopo decenni, la giustizia libanese ha puntato ufficialmente il dito contro i servizi di sicurezza siriani.

La vicenda ha dimostrato che il regime siriano non può più contare sulla manovalanza di Hezbollah per procurare esplosivi, trasportarli e posizionarli negli obiettivi richiesti, ma che è costretta a far venire di persona un ex ministro, da Beirut a Damasco, per compiere i suoi atti terroristici e intimidatori.

Damasco non può più contare su Hezbollah perché gli interessi del regime siriano e del movimento sciita non coincidono più come un tempo
: nel lungo periodo, Hezbollah ha tutto da perdere nel continuare a stare a bordo di una barca che cola a picco. Impossibile dire se i vertici del Partito di Dio fossero al corrente dei dettagli del piano di uccidere al Hasan, ma di certo non hanno interesse a far salire ulteriormente la tensione politica e confessionale nel paese.

Ricordate il capitano Eid? Era il 25 gennaio 2008 e il capitano Wissam Eid, della polizia libanese, saltava in aria investito da un’autobomba alla periferia orientale di Beirut.

Molte le analogie con l’attentato che ha squarciato una via secondaria di Ashrafiye, centro della Beirut cristiana, e che ha ucciso tra gli altri il generale Wissam al Hasan, capo della stessa struttura in cui lavorava il capitano Wissam Eid. L’attentato del 19 ottobre 2012 è il ventiseiesimo compiuto in Libano dal primo ottobre 2004. Una lunga serie di omicidi mirati contro personalità politiche, militari e intellettuali che con il loro impegno hanno a vario grado lavorato contro gli interessi del regime siriano e dei loro alleati in Libano.
La linea rossa era stata segnata. Successivamente, come ha più volte ricordato Samira Eid, madre di Wissam, il capitano fu minacciato da pacchi bomba non innescati ritrovati nei pressi della sua auto e di fronte all’uscio di casa.

Ascesa e caduta del generale al Hasan. Il suo lavoro certosino è stato poi ripreso, postumo, dagli investigatori internazionali e ha costituito la base per l’incriminazione di quattro membri di Hezbollah – indicati come coinvolti nell’esecuzione dell’assassinio Hariri – da parte della procura del Tribunale speciale per il Libano, incaricato di far luce sull’omicidio Hariri e su alcuni degli altri attentati compiuti nel paese dal 2004 al 2008.

Wissam al Hasan è stato ucciso per una segnalazione che nessuno potrà mai rintracciare. Il 19 ottobre si trovava in quella traversa di piazza Sassin ma nessuno, a parte la sua guardia del corpo, Ahmad Sahiyun, morto assieme a lui, era a conoscenza di quello spostamento. Era arrivato in una “casa sicura” dell’agenzia a bordo di un’auto non di servizio. “Di solito si muoveva con sei o sette vetture blindate”, mi ha detto una fonte della sicurezza libanese molto vicina al generale. Probabilmente doveva incontrare qualcuno, ma mai si saprà chi ha incontrato. Anche perché il generale Hasan non condivideva con nessuno le informazioni più riservate. Solitamente in questo genere di spostamenti lasciava i suoi cellulari in ufficio per evitare che la sua posizione fosse triangolata. Una prudenza che non gli ha salvato la vita.

Una sinistra analogia con altri due attentati di personalità anti-siriane: erano da pochissime ore tornati dall’estero prima di morire dilaniati dalle esplosioni di autobomba sia Gibran Tueni (12 dicembre 2005) sia Antoine Ghanem (19 settembre 2007), entrambi deputati. Si sa, all’aeroporto di Beirut ci sono mille occhi e quella è l’unica porta girevole per entrare e uscire dal Libano. Persino il capo della polizia, Ashraf Rifi, ha ammesso che non era a conoscenza del rientro in patria da Parigi del generale al Hasan. “Non gli facevo mai domande sui suoi spostamenti – ha detto Rifi – perché era uno specialista della sicurezza”.
La mafia ne sa di più.

Per la cronaca, il regime siriano ha sì condannato l’attentato, ma allo stesso tempo non ha smentito le accuse circa un suo coinvolgimento.

Secondo GlobalPost, al-Hassan, era a conoscenza di una serie di minacce inviate ai politici libanesi da telefoni siriani prima di essere ucciso.
Al momento dell’esplosione stava recandosi presso il deputato Amar Houri proprio per discutere di un minaccioso messaggio di testo inviato da un numero di telefono siriano. Minacce simili erano state inviate ad altri tre parlamentari. Tutti e quattro membri del Movimento del Futuro del Libano, la maggiore fazione anti-siriana della Coaliziaone 14 marzo guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex premier ucciso nel 2005.
Sulla controversa figura di al-Hassan, si veda questo commento di Elias Muhanna sul New York Times, dove si racconta che al-Hassan era un alleato di Saad Hariri, odiato da molti altri alleati dell’ex primo ministro di Beirut. E’ in questo complesso quadro di alleanze e rivalità, pesi e contrappesi, che si celano molte risposte.
L’Indro aggiunge:

Wissam al-Hassan era una figura di punta dell’ISF (Intelligence Internal Security Forces libanesi). Indubbiamente, era lui l’obiettivo dell’attentato che ha causato otto vittime e una settantina di feriti e sembra aver riportato Beirut indietro nel tempo. Vicino a Piazza Sassine, trent’anni fa, infatti era esplosa la bomba che aveva ucciso Bashir Gemayel, presidente neo-eletto del Libano a capo della Falange cristiano-maronita
Ma non solo. Wissam al-Hassan, era visto anche come una delle personalità sunnite più importanti del Paese. Aveva condotto le indagini sull’attentato del 14 febbraio 2005, in cui perse la vita l’ex premier Rafiq Hariri accusando del fatto la Siria e le milizie sciite di Hezbollah. E aveva arrestato, nell’agosto scorso, Michel Samaha, allora ministro dell’Informazione libanese, con l’incriminazione di aver ordito un complotto per uccidere personalità politiche e religiose libanesi malviste da Damasco. 
Ma Wissam al-Hassam era stato anche sospettato di ’coinvolgimento’ nell’uccisione di Rafiq Hariri; in quel periodo infatti era a capo dei servizi di sicurezza personali del Presidente e il giorno dell’attentato, il 14 febbraio 2005, non si trovava accanto a lui, come da protocollo, ma aveva preso un giorno di ferie per sostenere, in mattinata, un esame universitario. Gli investigatori delle Nazioni Unite trovarono l’alibi sospetto (anche per via delle 24 telefonate fatte dal Wissam quella mattina) ma le indagini non proseguirono perché Saad, il figlio di Rafiq Hariri, confermò la piena fiducia nel generale Wissam.
Un altro elemento importante e non trascurabile, è che l’Intelligence Internal Security Forces, del generale Wissam, ha l’incarico di controllare le infiltrazioni nel Paese dei Servizi israeliani. E, in seguito ad indagini, aveva arrestato Fayez Karam, a capo dei servizi di antiterrorismo e contro-spionaggio durante gli anni Ottanta e figura di spicco del Partito FPM (Free Patriotic Movement)con l’accusa di fornire informazioni sul partito di Hezbollah e del FPM (suo alleato).

Oggi dalla Siria ci giungono una notizia e una non-notizia.

La notizia. Alcuni jihadisti hanno attaccato nella notte una struttura dell’intelligence aeronautica alle porte di Damasco. L’attacco al compound nel quartiere di Harasta è stato rivendicato dal gruppo al-Nusra (info sul gruppo qui, qui e qui).

La non-notizia. La BBC ha mostrato la foto di una cassa di armi in una base dei ribelli anti-Assad nella città di Aleppo. Le casse (tre, per la precisione) provengono dall’Arabia Saudita. Nessun commento da Ryadh.
Globalist prova ad esaminare i dettagli:

Dalla foto, però, è possibile comprendere altri particolari. Ad esempio che l’origine del carico sia l’Ucraina, che la società venditrice sia la Dastan Engineering Company e che la casa produttrice dia la Lcw Lushansk, sempre ucraina. Il carico sarebbe partito da Gostomel, Ucraina, per arrivare a Riad. Da lì, per qualche via misteriosa, ai ribelli di Aleppo.
La Dastan Engineering Company è specializzata in armi navali, sistemi radio, componenti missilistiche e sistemi di protezione aerea.
Quindi è verosimile pensare che nelle casse ci fossero sistemi portatili antimissili.

Che le petromonarchie del Golfo stiano foraggiando i ribelli è il segreto di Pulcinella: tutti sanno da mesi che il Free Syrian Army riceve armi, soldi e supporto d’intelligence dall’estero (si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui, ma l’elenco di riferimenti è sconfinato). La differenza è che ora l’informazione mainstream comincia a dirlo apertamente.
E quando certe notizie si dicono ad alta voce, spesse volte sono il segno che qualcosa sta per succedere.

Dopo il bombardamento di ieri al confine tra Siria e Turchia, costato la vita ad una cittadina turca e ai suoi quattro bambini, i giornali hanno paventato la possibilità di una guerra aperta tra Damasco e Ankara.
L’ONU e la NATO hanno condannato l’episodio, ma nel contempo il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato il governo turco a non rompere i legami con quello siriano. La NATO sostiene la Turchia, Paese membro dotato esercito per dimensioni dell’Alleanza, ma in ogni caso una risposta collettiva all’azione militare della Siria non ci sarà. Non c’è possibilità che le forze occidentali intervengano nella guerra civile in Siria; il perché l’ho più volte spiegato in questi mesi.
Eppure il Parlamento di Ankara ha già dato il via libera allo svolgimento di operazioni militari lungo il confine con la Siria. Un provvedimento che ha tutta l’aria di una dichiarazione di guerra, per quanto il viceministro turco si sia affrettato a smentire tale voce. Il confine turco-siriano è turbolento e, secondo quanto raccontato dall’ex agente della Cia Philip Giraldi, è frequentato dai servizi segreti di mezzo Occidente (non solo CIA) a supporto dei ribelli.

Di fatto, la Turchia è in guerra con la Siria già dall’inizio della sua rivolta interna. Ankara si è assunta da tempo l’onere di appoggiare la causa dei ribelli. Dobbiamo dunque aspettarci un nuovo conflitto in un Medio Oriente già in ebollizione? Razionalmente, no.
Lorenzo Trombetta su Limes spiega perché l’escalation militare non ci sarà:

Nell’ultimo anno la situazione in Siria si è fatta sempre più rovente dal punto di vista militare e la Turchia, membro della Nato, ha più volte fatto capire che non intende infilarsi nel ginepraio siriano. Nemmeno quando uno dei suoi jet è stato abbattuto da un missile terra-aria sparato dalla Siria.
La frontiera tra i due paesi è puntellata di regioni a maggioranza curda. Alcune sostengono la rivolta contro Damasco ma prendono le distanze dai ribelli arabi. Altri mantengono una posizione più defilata in attesa di capire chi sia il vincitore. Altri ancora, fedeli alla linea di quell’ala locale del Pkk dagli anni Ottanta cooptata dalla Siria in funzione anti-Ankara, sono ostili a ogni influenza turca nell’area. Nei giorni scorsi, due di questi miliziani sono stati uccisi in territorio siriano da fuoco turco: un altro episodio inedito che non ha però suscitato alcuna reazione a Damasco.
Ieri invece, le autorità siriane, per bocca del ministro dell’informazione Umran Zubi, hanno accusato implicitamente terroristi di aver sparato il mortaio letale in Turchia. Il ministro ha espresso le condoglianze alle famiglie delle vittime e al popolo turco, definito “fratello e amico”, invitando Ankara a un atteggiamento “responsabile”. “Individueremo con esattezza l’origine dello sparo del colpo di mortaio”, ha detto Zubi, citato dall’agenzia ufficiale Sana, ammettendo poi che quel tratto di confine non è più sotto il controllo delle autorità e alludendo alla presenza di al Qaida (sic).
A Tall Abyad, cittadina frontaliera a due passi da Akcakale - la località turca colpita ieri dal mortaio – si è vissuto stanotte un misto di timore e speranza. Alcuni sperano che un blitz o un raid mirato turco possa aiutare i resistenti siriani ad avere la meglio sulle forze fedeli al presidente Bashar al Asad. Altri temono che l’esercito turco possa entrare via terra: le divise militari di Ankara non sono ben viste.

La Turchia non vuole la guerra aperta, anche perché tale evenienza danneggerebbe la sua (non più florida) economia. Eppure è coinvolta nel calderone siriano più di qualunque altro Paese al mondo, non soltanto per privilegio di territorio o per il crescente legame tra la crisi siriana e l’irrisolta questione curda.
Cosa vuole davvero Ankara – o meglio, il premier Erdogan?

Contrariamente a quanto da molti ipotizzato, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalle primavere arabe. Non è stata in grado di elevarsi a guida delle nuove generazioni nei Paesi in rivolta, ruolo a cui peraltro Ankara aspirava. Anche nella guerra libica ha mantenuto un profilo defilato, ancor più marginalizzato dall’attivismo del Qatar. Nella bagarre post rivoluzionaria, l’emiro al-Thani foraggiava la Fratellanza Musulmana in Tunisia ed Egitto; idem i sauditi con le frange salafite. In questo quadro la Turchia si è ritrovata tagliata fuori dalla lottizzazione del Medio Oriente neo-democratizzato (leggi: re-islamizzato), cancellando di fatto il dividendo politico che Erdogan si era guadagnato negli anni presso la regione – innanzitutto per il suo sostegno alla causa palestinese e per il conseguente contrasto con Israele, culminato nell’episodio della Mavi Marmara del 2010.
Favorire la caduta di Assad e il successivo insediamento di un regime sunnita è per Erdogan una missione. Per il premier turco la Siria rappresenta la possibilità (l’ultima, forse) di porsi alla guida dell’universo sunnita, riunendo la corrente maggioritaria dell’Islam sotto la sua egida. E difficilmente Erdogan rinuncerà a questa ambizione.

Diversamente da quanto accaduto in Libia, in Siria l’intervento militare internazionale non c’è stato (e probabilmente non ci sarà), ma ciò non significa che l’Occidente e le altre potenze esterne non siano attivamente coinvolte sul campo.
Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia offrono supporto materiale e logistico alMosca rifornisce Damasco di armi, radar e ricambi; Teheran schiera centinaia di pasdaran e numerosi miliziani di Hezbollah.
Ma il ruolo degli attori stranieri non si ferma qui. Accanto alla guerra militare – tra le forze di Assad e i ribelli -, a quella mediatica – tra chi sostiene un intervento esterno e chi invece denunzia un complotto imperialista – e a quella diplomatica – nel Consiglio di Sicurezza ONU -, in Siria si sta facendo strada un altro conflitto ombra: quello delle spie.
Già in marzo Linkiesta denunciava il coinvolgimento dell’intelligence di Parigi:

Nel silenzio generale dei media, e dopo l’ennesima offensiva militare nel quartiere di Bab Amr, ad Homs, l’esercito siriano fa più di 1.500 prigionieri, di cui numerosi “stranieri”. Tra questi, figurano almeno diciotto francesi. Chi sono? Non civili, certo. Alla stregua di soldati, chiedono immediatamente di avvalersi dello statuto di prigionieri di guerra, ma rifiutano recisamente di fornire la loro identità, il loro grado militare e l’élite d’appartenenza. Tra di essi, spunta un colonnello del servizio trasmissione della Dsge, il contro-spionaggio dei servizi segreti francesi. Tra le armi ritrovate dall’esercito siriano fucili, mitragliette e lanciarazzi di fabbricazione israeliana.

L’articolo (da leggere tutto e al quale rinvio) ricostruisce poi la genesi e gli sviluppi della missione operativa condotta dal  DSGE. Informazioni confermate  da Wikileaks che cita alcune mail trafugate dal sito d’intelligence Stratfor.
Non ci sono solo i francesi. Già nell’inverno scorso il sito d’intelligence israeliano Debka (non sempre attendibile, a onor del vero) aveva parlato di agenti segreti britannici – e francesi – al fianco dei rivoltosi. In giugno il New York Times ha rivelato la presenza di uomini della CIA impegnati nella Turchia meridionale a spedire armi e aiuti agli insorti. Il 19 agosto il Times conferma che le forze di Sua Maestà addestrano i ribelli e li affiancano in azione in territorio siriano, appoggiati dalle informazioni raccolte dai servizi segreti di Londra attraverso la base britannica di Akrotiry, Cipro. A riguardo, a fine agosto il Ministro degli Affari Esteri di Nicosia, Erato Kozakou-Marcoullis, ha chiesto alle autorità britanniche chiarimenti sulle notizie stampa secondo cui le installazioni militari del Regno Unito sull’isola stanno fornendo intelligence ai ribelli siriani.
Hanno le mani in pasta anche i servizi segreti tedeschi del Bundesnachrichtendienst (BND), che schiera in Mediterraneo il meglio della tecnologia radar e di spionaggio imbarcata sulla nave-spia Oker3,000 tonnellate di stazza e 83 metri di lunghezza che, navigando al largo delle coste siriane, sarebbero in grado di cogliere i movimenti di aerei ed elicotteri fino a 600 km di profondità intercettando ogni tipo di comunicazioni. I dati raccolti vengono poi trasmessi nella base Nato di Adana (Turchia), dove si provvede ad intercettare i messaggi radio e le comunicazioni telefoniche tra i membri del governo siriano e dei vertici militari. Le informazioni raccolte vengono poi trasmesse al FSA per pianificare le operazioni sul campo.
In tutto ciò la Turchia – che contro Damasco conduce da mesi una guerra non dichiarata – ha un ruolo non secondario, come testimoniato dalla recente visita a Istanbul del capo della CIA David Petraeus, riportato da un pò tutti i media turchi ma non confermato (e neppure smentito) dal governo di Ankara:

Una conferma dei piani per la creazione in tempi rapidi di una zona cuscinetto lungo il confine ma all’interno della Siria – zona che la Francia vorrebbe proteggere impiegando forze militari straniere, dando così il via all’intervento militare internazionale – viene dall’offensiva lanciata dai ribelli su Harem, città a soli due km dal confine, a nordovest di Aleppo. E’ un crocevia strategico e la sua cattura permetterebbe agli insorti armati di garantirsi una ulteriore via d’accesso verso la Turchia.

Ricapitolando, in Siria ci sono praticamente le spie di mezzo mondo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Turchia, Russia, Iran. E Italia.
Cosa c’entriamo noi?
A fine agosto si scopre che in luglio quattro uomini armati, con passaporti italiani ma nomi inglesi, erano stati arrestati in Libano, e che gli Stati Uniti ne avevano il rilascio immediato d’accordo con l’ambasciata italiana:

La storia, che le autorità di Beirut hanno cercato di occultare, risale a luglio, quando in Libano sono stati bloccati quattro uomini appena entrati nel paese, ma proveninenti dalla Siria. Fermati ad un posto di blocco, i quattro hanno esibito regolari passaporti italiani, ma con nomi inglesi (o americani): James Newton, Andrew Robert, Thomas Oliver e Sam (non si è saputo il cognome). Uomini la cui presenza non era passata inosservata: infatti fin dal 5 luglio uomini delle forze tribali dell’area nord della Bekaa (la valle che si estende al confine libanese/siriano, storicamente centro di ogni tipo di traffico illegale, area logistica di Hezbollah ma ultimamente indicata da Damasco come luogo dal quale gli islamisti si infiltrano in Siria per partecipare alla rivolta) si erano accorti di movimenti sospetti ed avevano notato la presenza di una Range Rover nera (con targa che finiva con 21/c) e di una Jeep Tri Blazer nera (con targa che finiva con 11/c). Le macchine avvistate nella Bekaa il 5 luglio erano entrate in Siria e tornate in Libano due giorni dopo.

saputo dell’arresto dei quattro con gli accompagnatori, è entrata direttamente in azione Maura Connelly, dal 2010 ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, che ha contattato le autorità di Beirut ottenendo il rilascio del gruppo. Un’azione congiunta, a quanto sembra, con l’ambasciata italiana.

Globalist rivela che i quattro erano contractors ingaggiati dall’AISE – il nostro serizio segreto esterno – e molto probabilmente impegnati in una covert action congiunta con elementi della Cia. Operazione di quale natura, però, non è ancora dato sapere:

Se, come sembra del tutto verosimile, la ricostruzione delle fonti di Sama Syria fosse corretta, il mistero dei passaporti italiani autentici non sarebbe più tale. Infatti nel nostro ordinamento sono previste norme che consentono il rilascio di falsi passaporti là dove ci siano esigenze di sicurezza o interesse nazionale. In altri termini, l’autenticità dei passaporti rappresenterebbe un’ulteriore conferma del legame dei 4 con l’intelligence italiana.
Questa la storia, che però non deve meravigliare: sarebbe molto più strano se in Siria non ci fossero servizi segreti di tutte le risme e reti spionistiche di questo o quel paese. Tanti, troppi gli interessi.

L’idea che la guerra  in Siria possa far sprofondare anche il Libano comincia a diffondersi sulla stampa. Ache le cancellerie di mezzo mondo condividono la stessa preoccupazione. Il timore è che la destabilizzazione del Paese dei cedri possa essere il passo decisivo verso l’internazionalizzazione della crisi siriana:

Lo scorso 13 luglio, il vice-segretario di Stato Usa William Burns, al termine di una serie di incontri con le maggiori autorità del Paese, aveva rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale si ribadiva “l’interesse degli Stati Uniti d’America a mantenere il Libano isolato dalla violenza in Siria”, pur invitando il Paese dei cedri a proteggere gli oppositori del regime siriano, oltreché i profughi e i disertori.

Il 31 luglio poi, il gen. Jean Kahwaji, comandante in capo delle forze armate libanesi, in occasione del 67° anniversario della loro fondazione, aveva affermato che “qualunque sia la situazione in Siria, le forze armate libanesi sono sempre pronte ad assolvere il proprio compito e ad assumersi le proprie responsabilità nazionali in conformità con le decisioni prese dal potere politico, allo scopo di limitare le ripercussioni della situazione siriana sul Libano, per proteggere le popolazioni delle aree di frontiera ed evitare l’estensione del conflitto all’interno del territorio libanese”.
A tale scopo, ha aggiunto il generale Kahwaji, “l’esercito impedirà che il Libano si trasformi in un campo di battaglia dove si affronterebbero le fazioni siriane o le potenze regionali”: le forze armate libanesi quindi, “non permetteranno che si crei una zona tampone senza controllo da parte dello Stato e agirà efficacemente secondo piani adattati alle condizioni sul terreno”.

In effetti la situazione sul campo a Tripoli non è rassicurante: ad oggi si contano dieci morti e oltre un centinaio di feriti. Anche la stampa libanese è allarmata. I tanti, ripetuti episodi di violenza tra le fazioni pro e contro Assad, uniti alla crisi economica e alla precaria situazione situazione politica interna, risvegliano antiche paure:

Un confronto anche questa volta dalle molteplici chiavi: da una parte i riflessi della vicina Siria sono sicuramente centrali, dall’altra le due comunità sono da anni anche divise sulla politica interna, la prima sostiene Hariri mentre la seconda è da sempre vicina agli Hezbollah. 
C’è poi anche chi afferma che la tensione a Tripoli sia creata ad arte per allentare il controllo dell’esercito dai confini con la Siria sulla direttrice verso Homs e Hama per lasciare campo libero all’Esercito Libero Siriano.

Torna così inevitabilmente alla mente quella teoria del “caos costruttivo”, somma di provocazioni e sedizioni finanziate e promosse da apparati di intelligence, centri studi e ong, che così bene ha funzionato in Ucraina, Serbia, e nelle cosiddette “primavere arabe”. Il Libano da anni ne è palestra. Basta ricordarsi l’uccisione di Rafik Hariri nel 2005 e delle manifestazioni antisiriane, i fatti di Nahar al bared, il campo profughi palestinese distrutto nel 2007 dall’esercito libanese per stanare l’organizzazione sunnita Fatah al islaam, vicina agli ambienti qaedisti e finanziata da quella Banca Mediterranee tanto vicina alla famiglia Hariri. Oppure a quello che accadde l’anno dopo a Beirut, nel 2007, dove gli scontri armati fra seguaci di Hariri e Gea Gea da una parte e Hezbollah dall’altra hanno rischiato di riportare indietro le lancette dell’orologio ai giorni della guerra civile.

Un esempio di questo “caos” indotto è offerto dall’ondata di sequestri di siriani in Libano in questi ultimi giorni, in risposta alla mancata liberazione dei libanesi rapiti in Siria dall’ESL. Momenti così i siriani non li vivevano dal 2005, quando, dopo l’assassinio dell’ex premier sunnita Rafiq Hariri, in tanti furono costretti a fuggire dal Libano perchè minacciati dalle fazioni che accusavano Damasco di essere la mente di quell’attentato. Le accuse rivolte dai giudici di Beirut al generale Ali Mamluk, alto responsabile della sicurezza siriana sospettato di aver organizzato organizzare attentati in Libano, sono un chiaro indice che che gli equilibri di potere tra i due vicini stanno cambiando.

Eppure non tutti pensano che i venti di guerra di Damasco incendieranno anche Beirut. In maggio Lorenzo Trombetta, corrispondente in Libano per l’Ansa e per varie testate, e fonte affidabile sulle vicende sirolibanesi, sosteneva che l’eventualità di una nuova guerra civile in Libano è da esludere. Pensiero ribadito in questo più recente articolo, dove esordisce:

Ci provano in tutti i modi da più di un anno ma finora non sono riusciti a far scoppiare in Libano nessuno scontro armato, su larga scala, a sfondo confessionale.

Finora no, dunque. Con l’augurio che non ci riescano nel prossimo futuro.

La principale ragione per cui la guerra in Siria passerà alla storia è l’overdose di disinformazione con cui viene raccontata. Analisti di mezzo mondo dichiarano che la terza guerra mondiale potrebbe avere avvio proprio a Damasco, trascurando che l’unica guerra combattuta su larga scala è proprio quella dei media. Quelli occidentali, che da mesi anticipano la probabile caduta di Assad alla faccia delle reali dinamiche sul campo. Quelli arabi (al-Jazeera e al-Arabiya), che si abbeverano di fonti non verificabili (i “citizen journalists”) per denunciare le efferatezze del regime, stando attenti a chiudere entrambi gli occhi su quelle dei ribelli. Quelli russi (RT), cinesi (CCTV) e iraniani (Press Tv) che parlano di “guerra in nome dell’imperialismo americano” per alimentare l’ampio dissenso all’intervento armato in seno ai Paesi occidentali.
Il nuovo fronte di questa guerra di carta è il web. Questa analisi della Reuters parte dalle incursioni dei ribelli su Twitter per diffondere voci fasulle sulla morte di Assad o su una Aleppo completamente in mano all’opposizione per concentrarsi sull‘ampio uso dell’hacking ad opera delle parti in campo. Qui si parla del Syrian Electronic Army, un gruppo hacker pro Assad che sul web combatte una battaglia parallela a quella in campo. Globalist aggiunge che Damasco blocca e spia le comunicazioni online dell’opposizione grazie a di sofisticati prodotti made in Usa, venduti all’Iraq, ma arrivati illecitamente in Siria.

A proposito di ciò che accade sul campo, la Turchia è pronta ad invadere il nord della Siria per combattere il movimento rivoluzionario curdo Pkk Le analisi di Globalist Lettera43.
Intanto negli USA riprende corpo l’idea di una no-fly-zone. La guerra civile siriana procede verso la soluzione libica:

Gli Usa e i paesi alleati, in Occidente e in Medio oriente, con ogni probabilita’ attueranno al piu’ presto una «no-fly zone» sulla Siria. Lo ha di fatto annunciato l’ex segretario alla Difesa statunitense, William Cohen, in un’intervista a «Political Capital with Al Hunt» di Bloomberg Television.
Secondo Cohen «stiamo arrivando ad un punto in cui la violenza è così grave, credo, che si assisterà ad una spinta in favore dell’istituzione di quelle no- fly zone“. Per l’ex segretario alla difesa tuttavia la partecipazione americana a questa possibile operazione di “no-fly zone” sarà legata a quella degli alleati. «Non credo che gli Stati Uniti procederanno da soli». 
Nei giorni scorsi John Brennan, consigliere del presidente Barack Obama in materia di sicurezza, aveva rivelato che l’Amministrazione Usa sta valutando l’ipotesi di una no-fly zone “molto attentamente”. Intanto oggi a Istanbul il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha detto durante gli incontri con gli alleati turchi che e’ un imperativo “rompere l’asse Iran-Siria-Hezbollah”.

La vera domanda è per quanto ancora il regime di Assad potrà resistere. Le defezioni degli ultimi giorni – compresa quella del primo ministro Riad Hijabnon hanno ancora destabilizzato la struttura portante del regime, contrariamente a quanto sostenuto da più parti. Tuttavia, nei giorni precedenti il regime pare aver perduto uno dei suoi pilatri portanti. Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes, spiega cos’è il clan dei Tlass e perché la loro uscita di scena potrebbe essere un colpo al cuore per Assad:

La notizia è passata quasi inosservata, ma potrebbe segnare una svolta nella crisi siriana. Si tratta della defezione, con fuga a Parigi via Turchia, del brigadiere-generale Manaf Tlass. Eppure, questo è un evento che colpisce al cuore il regime siriano, perché Tlass è una figura assai vicina a Bachar al Assad.
Nelle analisi usuali sulla struttura del potere di Damasco si parla di solito del clan alawita degli Assad e di quello dei Makhlouf, da cui proveniva la moglie di Hafez el Assad, ora saldamente rappresentato da Rami e Hafez, cugini del presidente Bashar. Queste due famiglie in effetti si sono divise il potere politico e non solo.

Ma in questa architettura c’è un terzo pilastro, fondamentale per la tenuta del sistema fin dall’inizio dell’era Assad. C’è infatti una terza famiglia nel cerchio del potere: quella sunnita dei Tlass, originari di Rostan nella regione di Homs. Questa famiglia ha acquisito importanza grazie alla strettissima collaborazione che più di 40 anni fa Mustafa Tlass ha fornito al compagno di accademia e futuro presidente Hafez el Assad. Mustafà Tlass, che poi è stato ministro della difesa per ben 32 anni, dal 1972 al 2004, è stato un personaggio potentissimo, fuori dalla scena ma in termini sostanziali, poiché ha coagulato a supporto del regime importanti élites sunnite militari e del mondo commerciale imprenditoriale. Il colpo di stato che ha portato al potere Hafez el Assad e la successiva esautorazione della vecchia guardia del partito Baath non sarebbero stati possibili contando solo sulla minoranza alawita, dominante nelle forze speciali e nell’aviazione, senza l’appoggio delle forze armate di terra.

I figli di Mustafa Tlass entrano nel potere economico e militare: Firas Tlass è uno degli uomini più ricchi del paese, secondo solo a Rami Makhlouf, mentre Manaf Tlass, giovane brillante amico e compagno di accademia di Bachar diviene generale nella Guardia repubblicana comandata da Maher el Assad; è incaricato della protezione di Damasco a capo della brigata 105. 

La defezione di Manaf Tlas apre un nuovo scenario. L’effetto è dirompente: ora molti sunniti, e molti ufficiali dell’esercito, sanno che non c’è più nulla da fare, che i loro punti di riferimento hanno abbandonato il regime. È il segnale di una svolta – ne sono il segno le defezioni di altri 45 ufficiali nei giorni scorsi, e probabilmente anche la ripresa di combattimenti a Damasco e Aleppo, o il fatto che la Lega Araba offra una «uscita con garanzie» a Bachar al Assad. Nella sua prima dichiarazione pubblica dopo la fuga, Manaf Tlass ha lanciato un appello all’opposizione a unirsi e ha chiesto ai militari siriani di abbandonare Assad. Pare che ora sia in pellegrinaggio alla Mecca (per rinverdire le sue credenziali musulmane?). Ma mentre l’opposizione siriana in questi mesi si è divisa, il nome del generale Tlass comincia a circolare come il possibile capo di un «Consiglio supremo delle Forze armate», stile egiziano, che potrebbe mantenere l’unità dell’esercito e farne un garante della transizione: sembra in ogni caso che sia i sauditi, sia la Francia e anche la Russia vedano con favore un suo ruolo.

Perché questa defezione ha avuto pochissimo risalto sui media mentre quella di Hijab è stata sbandierata come l’inizio della fine per Assad? Forse perché alla stampa internazionale non interessa davvero comprendere (e far comprendere) le dinamiche al potere di Damasco: per far presa sul pubblico è meglio puntare sulla spettacolarizzazione. Hijab ha avuto più spazio perché ricopriva un ruolo più elevato nella gerarchia. Il tutto a conferma della tesi iniziale: Assad ha già perso, sa di avere le ore contate e, non potendo più riprendere il mano il suo Paese, massacra la sua gente da efferato dittatore qual è.
A forza di ripetere una bugia, prima o poi questa si trasforma in verità. Un principio che stampa conosce bene.

A livello internazionale, il regime pare tutt’altro che isolato. L’Iran ha recentemente ospitato una conferenza sulla Siria (un’altra è in programma tra un mese) a cui hanno partecipato circa 30 nazioni, tra cui tra cui Russia, Cina, India, Pakistan, Indonesia, Sri Lanka, Ecuador, Afghanistan, Algeria, Iraq. Alcuni non mancano di notare che questi Paesi rappresentano complessivamente 3,4 miliardi di persone – trascurando il fatto che quasi nessuno di essi è una democrazia: dunque chi rappresenta cosa?
Spicca l’assenza di Paesi occidentali o della penisola Arabica, così come l’Iran viene puntualmente messo da parte ogni volta che una conferenza la organizziamo qui da questo lato del mondo. Segno che non è la Siria ad essere isolata: sono le potenze internazionali ad isolarsi a vicenda, arroccandosi in una divisione a blocchi in stile Guerra Fredda (due, per la precisione) che rende impossibile qualunque forma di dialogo.

Non è ancora chiaro chi vincerà in Siria. In compenso, l’informazione e la diplomazia hanno già perso.

La fuga  del primo ministro Riad Hijab (in Giordania? Qatar?) non rappresenta certo l’unica defezione di alto rango nel regime di Assad, ma è quella di più più alto rango.
Questo ha portato gli organi di stampa (ed anche il nostro ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata) ad affermare che per il presidente siriano è l’inizio della fine.

In effetti, l’uscita di scena di Hijab – giunta una settimana dopo la fuga di una decine di importanti famiglie sunnite la scorsa settimana - suggerisce che Assad sta perdendo la fedeltà dell’élite sunnita cooptata alla gestione del potere. O più che altro, dimostra che la linea saudito-qatariota (convertire dirigenti e funzionari di Damasco alla causa dei rivoltosi), espressa nell’articolo di Lucio Caracciolo da me più volte citato, comincia a dare i suoi frutti.

Tuttavia, al di là dei necrologi già sbandierati dalla stampa occidentale, il regime di Assad continua a resistere.
Per avere un’idea sul reale peso delle defezioni, basta dare uno sguardo a questo grafico interattivo su al-Jazeera. Scopriamo che il governo siriano è rimasto sorprendentemente compatto (3 defezioni su 33 membri), e così il Parlamento (4 su 250), mentre i “tradimenti” sono arrivati dal corpo diplomatico (8) e soprattutto da quello della sicurezza (esercito e intelligence; 26).
Perciò gli sbandierati proclami di “svolta alla crisi siriana” o secondo cui “Assad è sempre più solo” non sono altro che il classico funerale senza il morto.

Di morti veri, invece, in Siria ce ne sono parecchi. Ogni giorno di più.
Questo post di Valerio Peverelli su 30secondi ci racconta la realtà sul campo, con alcuni interessanti dettagli:

1) L’attentato alla Tv di stato odierno potrebbe dimostrare ulteriormente come esistano due guerre parallele, una dell’ESL e una dei terroristi. 

2) Iniziano a vedersi parecchie armi leggere (ma per ora sopratutto armi leggere) di provenienza straniera sul lato ribelle.

3) La battaglia di Damasco non è finita, quella di Aleppo è appena cominciata e si preannuncia durissima. [...] Notevole come i ribelli stiano tutto sommato tenendo ancora più che bene, attuando importanti sortitite anche contro basi dell’aviazione e missioni ben coordinate che denotano un salto di qualità operativo notevole. Questo a mio avviso denota come su quel fronte vi siano sia degli ufficiali capaci nell’ESL, vi sia molto personale con un vero addestramento militare, più che bande di miliziani [...] questo lo dico per quelli che tendono a sopravvalutare il peso degli stranieri nei combattimenti

4) L’impiego dell’aviazione da parte del governo Assad è in netta crescita, [...] Inoltre la presenza di numerosi elicotteri (anche vecchi ma potenti Mil Mi 24) denota come ancora oggi nessuna potenza occidentale (e nemmeno araba) se la sia sentita di fornire all’ESL e agli altri gruppi (anche religiosi e filo qatarioti) missili anti aerei spalleggiabili.

Se la speranza è l’ultima a morire, possiamo dire che dopo le dimissioni di Kofi Annan tramonta forse l’ultima possibilità di una soluzione diplomatica al conflitto in Siria. Secondo Giuliana Sgrena su Globalist:

La rinuncia non è una sconfitta di Kofi Annan ma della comunità internazionale. Ovviamente chi voleva l’intervento militare non aveva nessun motivo per sostenere il piano Onu in 6 punti, equilibrato e accettabile sia per il presidente sanguinario Bashar Assad che per gli oppositori che hanno militarizzato lo scontro, sostenuti dai paesi del Golfo, dai consiglieri occidentali e ora apertamente anche dalla Cia. Quelli che avrebbero voluto realmente un processo democratico sono rimasti isolati.

E’ una sconfitta per noi pacifisti che ci siamo dichiarati contro l’intervento militare senza essere in grado di qualsiasi azione politica, manifestazione di piazza che denunciasse i responsabili del bagno di sangue siriano e sostenesse una opzione diplomatica, a partire dal piano Onu, rafforzato con un aumento di osservatori protetti da un corpo Onu con compiti di polizia e anche da osservatori civili. Forse non era realizzabile, ma non ci abbiamo nemmeno provato, scontrandoci invece sulle “nostre verità” che non sono quelle sul terreno.

Putin piange lacrime di coccodrillo: si è detto dispiaciuto delle dimissioni, continuando a sostenere la necessità di una soluzione diplomatica, quando in realtà è stata proprio Mosca – in collaborazione con Pechino -, a condannare la missione di Anna al fallimento a suon di veti. Peraltro rifiutando l’unica condizione posta da Annan per cui la transizione avrebbe potuto avere senso, ossia le dimissioni di Bashar al-Assad.
Ma è ormai chiaro che la Russia è decisa a lasciare che il bagno di sangue prosegua pur di salvare il suo avamposto residuo in riva al Mare Nostrum – e in tutto il Medio Oriente.

Fallita la diplomazia, il piano B dell’amministrazione USA è molto meno rassicurante. Obama ha ufficialmente autorizzato la CIA a compiere azioni coperte in Siria a “sostegno” dei ribelli - con tutto il carico di ambiguità che questo termine porta con sé. Il governo americano ha messo a disposizione 25 milioni di dollari per l’assistenza “non-letale” in favore dell’opposizione siriana, da impiegare per lo più per le apparecchiature di comunicazione, e altre strumentazioni. Ha inoltre stanziato ulteriori 64 milioni dollari in aiuti umanitari per il popolo siriano, posto che la guerra civile sta provocando una grave crisi alimentare nel Paese.
Che gli USA stiano “sostenendo” i ribelli è cosa nota già da tempo. Tuttavia, la pubblica ammissione di questa realtà è un esplicito riconoscimento che la questione Siria sarà risolta dalle armi, più che dai tavoli nei piani alti.
Difficile esprimere un giudizio su questa scelta. Secondo il Washington Times, Obama finirà di fatto per armare al-Qa’ida (ammesso che la formazione sia davvero presente in Siria); per Foreign Policy, al contrario, la strategia di Obama sta funzionando.
Lucio Caracciolo, direttore di Limes, all’indomani dell’attentato di Damasco scriveva:

Sul piano militare, nessuno può vincere. Da sole, le opposizioni armate non prevarranno. Nemmeno con i sostanziosi aiuti arabosauditi, qatarini e occidentali. Ma non potranno essere sradicate, a meno che i pretoriani di al-Assad non optino per la guerra di sterminio, mettendo mano financo alle armi chimiche.

In questa come in altre guerre civili le armi servono a manutenere il conflitto, non a risolverlo. Quando gli storici scriveranno la storia della crisi in Siria, scopriremo probabilmente che a deciderne le sorti sarà stato il denaro. Quello che scarseggia nelle casse del regime, mentre sovrabbonda nei conti dei petromonarchi della Penisola arabica. Ed è speso non solo per armare il raffazzonato Esercito siriano libero, ma soprattutto per convertire dirigenti e funzionari di Damasco alla causa dei rivoltosi.

Intanto le acque siriane si fanno sempre più movimentate:

Domenica 29 Luglio una nave da guerra cinese ha attraversato il Canale di Suez per dirigersi verso le coste della Siria.

Con i cinesi le acque intorno alla Siria e, comunque, intorno al medio oriente tutto, iniziano ad essere esageratamente congestionate di navi militari, portaerei, incrociatori di tutte le più grosse marine militari del mondo.

La possibilità di una guerra in Siria si avvicina sempre di più se è vero, come a noi sembra, che non c’è nulla di peggio e di più semplice, per scatenare una guerra, di un incidente causato dalla presenza di tante navi militari, di paesi diversi e storicamente contrapposti, in un piccolo specchio d’acqua.

La questione è approfondita da una blogger egiziana, la quale nota che il quotidiano egiziano Ahram (unico, assieme a Shourouk, a parlarne) parla addirittura di tre navi. Eppure, il lunedì seguente il ministro dell’interno del Cairo ha smentito il passaggio delle navi.
Nei giorni precedenti si era parlato anche dell’arrivo di una piccola flotta russa con 360 militari a bordo per una serie esercitazioni congiunte con la marina di Damasco, ma proprio oggi Mosca ha smentito che le navi fossero dirette in Siria.
Voci che testimoniano come gli USA non sono gli unici a muoversi sulla strada dell’escalation militare. E che adesso la partita geopolitica della Siria si gioca a carte scoperte.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 479 follower

%d bloggers like this: