Tunisia, la verità sui campi jihadisti segreti dietro la morte di Chokri Belaid

Annamaria Rivera sul Manifesto ricorda come Belaid avesse denunciato più volte l’escalation della violenza politica, che rischiava, diceva, di mettere in grave pericolo la transizione democratica in Tunisia: lui stesso era stato più volte minacciato di morte. Nei primi due giorni di febbraio ci sono stati almeno sei atti di violenza politica in 48 ore ad opera, si dice, delle famigerate «Leghe di protezione della rivoluzione» – milizie armate al servizio di Ennahda.
Il fatto è che di milizie, in Tunisia, ce ne sono ben altre. E in questo aspetto sta forse la risposta al perché dell’uccisione di Belaid.

Giorni prima del suo assassinio, il leader dell’opposizione tunisina aveva rilasciato un’intervista al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al-Khaleej. Alla domanda: “Qual è la sua opinione sulla crisi in Siria?“, Belaid ha risposto che quello che sta accadendo a Damasco è una cospirazione di americani e sionisti per sostituire il regime siriano con la complicità di alcuni Paesi arabi, usati come strumenti per agevolare la presenza statunitense nella regione.

Facciamo un passo indietro.

Nel mese di ottobre il settimanale francese, Marianne aveva rivelato l’esistenza di due campi di addestramento jihadisti in Tunisia, rimarcando la scarsa attenzione del governo in proposito.
Secondo la testata, i campi si troverebbero nella regione Tanarka, a nord, e vicino al confine libico e algerino,non lontano dall’oasi di Ghadamès, nel sud. Un (anonimo) diplomatico europeo  citato nell’articolo ha sottolineato come le autorità di Tunisi fossero state avvertite della situazione, senza però prendere provvedimenti. Probabilmente, la questione era stata tenuta segreta per non alterare la già fragile transizione che lo Stato nordafricano sta attraversando.
Nel pezzo si leggeva che, per il governo algerino, il confine con la Tunisia è diventato una delle maggiori principali preoccupazioni. In poche settimane, due importanti operazioni hanno messo in evidenza l’entità del pericolo: la prima ha smentellato una rete jihadista nella località di Annaba; nella seconda le forze di sicurezza algerine hanno recuperato missili terra-aria – provenienti dalla Libia – a Tebessa, giunti fin lì dopo aver attraversato la Tunisia. L’articolo paventava la possibilità di attacchi terroristici in Europa nell’eventualità – poi concretizzata – di un intervento militare francese in Mali.
Il governo di Tunisi ha smentito quanto affermato nel rapporto. Però  il 21 dicembre le forze di sicurezza tunisine hanno annunciato l’arresto di 16 uomini sospettati di appartenere ad un gruppo legato ad al-Qa’ida nel Maghreb islamico, a riprova che il problema del jihadismo da quelle parti esiste eccome.

Chokri Belaid è stato il primo – e unico – uomo politico tunisino a rivelare l’esistenza di questi campi di addestramento segreti nel Paese. Lo ha fatto in questo video (segnalatomi da un’amica) nel corso di un’accesa discussione televisiva. Le strutture in questione sono finanziate dal Qatar attraverso Ennahda, braccio politico della Fratellanza Musulmana, e servono a formare jihadisti da inviare poi in Siria. In un passaggio  Belaid parla di circa 5000 uomini reclutati nella zona al confine tra Tunisia e Algeria e poi mandati in Siria attraverso la Turchia. In un altro video, Belaid rivela la complicità del governo con i salafiti.
La denuncia di Belaid non poteva non infastidire qualcuno. In quest’ultimo video un leader religioso emette addirittura una fatwa per farlo uccidere. Quattro giorni prima del suo assassinio.

Con l’omicidio di Belaid, i nodi della Tunisia vengono al pettine

Chokri Belaïd era uno dei politici più importanti dell’opposizione di sinistra in Tunisia. Il 6 febbraio è stato ucciso a Tunisi, di fronte alla sua casa. Dopo la sua uccisione sono iniziate in alcune zone del paese una serie di manifestazioni e proteste contro la polizia. Tutti i partiti si affrettano a condannare l’attentato, in una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata.
Ma la situazione si complica anche a livello politico, dopo che il partito di governo Ennahda (al-Nahda) si è opposto alla proposta del suo leader Hamadi Jebali, e primo ministro, di sciogliere il governo in carica e formarne uno nuovo di unità nazionale formato da tecnici, con un “mandato limitato per gestire gli affari del paese fino alle elezioni, che dovranno svolgersi il prima possibile”.

Si tratta solo dell’ultimo – e più grave – episodio che testimonia come negli ultimi mesi la realtà sociale e politica nel Paese maghrebino si sia fatta particolarmente tesa e violenta, per quanto messa in ombra dal più risonante marasma egiziano.
Egitto col quale la Tunisia condivide il fatto di essere governata da un partito espressione della Fratellanza Musulmana, al punto che ora si teme un’evoluzione simile a quella in corso al Cairo.
Ma qui la “contrapposizione” tra tra laici e islamisti rimarcata dalla stampa nostrana non c’entra quasi nulla. Lorenzo Declich spiega che la reazione della popolazione all’omicidio di Belaid esprime la sfiducia nei confronti del nuovo sistema di potere (partiti secolari compresi), che si è spartito le poltrone mentre la Tunisia sprofonda nel baratro:

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale.

Giacomo Fiaschi, esperto di comunicazione e da anni residente in Tunisia, aggiunge:

alla domanda “chi c’è dietro alla mano omicida che ha stroncato l’esistenza di Chokri Belaïd?” la risposta non può essere che una: chi ha interesse a destabilizzare il Paese, e nessuna formazione, nessun movimento politico attualmente in campo può avere questo interesse. Ma, a questo proposito, conviene ricordare che le mani su questo paese, per oltre un secolo, non è stata solo la politica di chi l’ha governato, o ha fatto finta di governarlo, ad avercele.

Una pista porta alla polizia.

A due anni dalla rivoluzione, l’Egitto non è ancora quello che sognavano i giovani di piazza Tahrir

A due anni dai raduni in piazza Tahrir, dagli scontri con le forze di sicurezza, dai morti, oggi l’Egitto ha una nuova Costituzione, un Parlamento e un presidente liberamente eletti. Eppure piazza Tahrir continua a riempirsi. L’Egitto è l’immagine di un Paese in transizione: a volte accelera verso il cambiamento, altre fa dei passi indietro. Ma i problemi di sempre rimangono: dalla corruzione alla violenza, passando per la discriminazione delle donne e per le tensioni tra copti e musulmani. A cui si aggiungono l’impunità dei vecchi esponenti del regime e le persone uccise come diretta conseguenza degli scontri di piazza avvenuti negli ultimi tempi. Poi ci sono i casi degli abitanti dell’isola di Qursaya, di Muhammad Sabry, e di tutti quei civili che ancora oggi sono costretti a subire processi militari.
Ripensando ai giorni di inizio 2011 c’è un particolare che da allora la stampa internazionale sembra aver trascurato: la mobilitazione che portò alla caduta del trentennale regime di Mubarak, più che ad una sincera richiesta di rappresentanza e partecipazione, era il frutto della mancanza di lavoro, di prospettive, di futuro. In definitiva, la gente soffriva la mancanza non tanto della democrazia, quanto del pane quotidiano.
Dopo tutto, l’aspirazione alla democrazia è anche l’esigenza di migliori condizioni economiche. Dobbiamo partire da qui per comprendere come mai la piazza principale del Cairo continua a ribollire.

L’economia in panne

La caduta di Mubarak ha avuto pesanti conseguenza sull’economia egiziana: le riserve in valuta estera, da 36 miliardi di dollari, sono calate a 15,5 miliardi (dati febbraio 2012); la crescita è crollata dall 5% del 2010 all’1,8% dell’anno seguente (per il FMI si attesterà al 3,3% nel 2013); la percentuale di giovani disoccupati e che non seguono nemmeno programmi di studio o formazione supera il 40%. Soltanto per non far aumentare il numero di disoccupati sarebbe necessario creare più di 750.000 posti di lavoro all’anno.
L’esportazione dei capi d’abbigliamento segnerà una caduta del 20% per tutto il 2013, e gli scioperi portuali hanno gettato seri dubbi sulla raggiungere il suo obiettivo dichiarato di esportare 17,5 miliardi di dollari di merci entro la fine dell’anno. Stesse previsioni per altri settori chiave dell’economia.
Oggi il Paese importa praticamente tutto e per pagarlo ha riserva valutarie che bastano per tre mesi. Intanto incombe una svalutazione che potrebbe deprezzare la moneta nazionale fino al 50%. Problemi che Morsi e il suo gabinetto non si mostrano in grado di affrontare.
Linkiesta:

La crescita dei prezzi al consumo, che con le famose rivolte del pane a metà degli anni Duemila aveva posto le premesse della Rivoluzione del 2011, non si è affatto fermata, alimentando insieme alla povertà il dissenso popolare. Il presidente Mohammed Morsi, eletto lo scorso giugno come candidato dei Fratelli musulmani, ha dimostrato per il momento di non contestare, né di volersi sottrarre alle regole dell’economia globale e alle sue logiche neoliberiste, limitandosi nei fatti a pararne le conseguenze più negative sulla gente comune attraverso il varo di una serie di politiche assistenziali che però avranno difficoltà nel contrastare in modo duraturo l’aumento della povertà nel paese.
Non è un caso che le recenti azioni legali conclusasi con la rinazionalizzazione di alcune imprese pubbliche, privatizzate negli ultimi anni dell’era Mubarak a tutto vantaggio di clienti corrotti del passato regime siano state vittoriosamente portate avanti dai sindacati, piuttosto che dai Fratelli musulmani. Intanto, scioperi e disservizi continuano a singhiozzo con conseguenze anche gravi sulla manutenzione di strutture e impianti. Risultato: una serie impressionate di incidenti (e morti) nel settore ferroviario. Sono ancora moltissime le fabbriche che rimangono chiuse, mentre uno dei principali settori generatori di reddito, il turismo, continua a risentire degli effetti dell’interezza e dei timori generati da questa nei possibili visitatori.
A due anni dalla Rivoluzione e a poco più di sei mesi dalla vittoria di Morsi la domanda rimane la stessa: i Fratelli musulmani che per anni hanno coltivato nella clandestinità l’opposizione al regime di Mubarak, una volta usciti allo scoperto per partecipare alla rivoluzione, riusciranno a trasformarsi in un vero e proprio partito politico? Al momento quelle che erano le logiche religioso-assistenziali dei Fratelli sembrano essere transitate direttamente nell’agenda del Partito della giustizia e della libertà e di conseguenza in quella del governo, mentre riforme annunciate (come quella di un tetto minimo e massimo per i salari) restano inevase.
Per un governo abituato a governare a colpi di maggioranza il rischio è quello di perdere proprio quella maggioranza, alienandosi il consenso di quella parte della classe media e laica che aveva creduto nella capacità di Morsi e dei Fratelli di operare riforme effettive al di là della maggiore o minore prossimità all’Islam dei singoli.

Cosa farà Morsi? Secondo Il Mondo di Annibale:

Il Qatar, sempre più attivo, intende soffiare l’Egitto e la Fratellanza Musulmana al “competitori” sauditi, e mette sul tavolo un prestito di 5 miliardi dollari. L’emiro di soldi ne ha e può farlo. L’interesse è chiaro. Ma 5 miliardi di dollari basteranno? No. Forse aiuteranno Morsi a prender tempo, ma resta necessario l’aiuto finanziario del FMI, e quelli i soldi li prestano in nome delle solite politiche che Morsi non può permettersi.
Le scelte suicide che il FMI pretende in cambio di altri 5 miliardi, privatizzazioni, sgradite ai militari, e liberalizzazione dei prezzi, oggi sovvenzionati. Per i poveri, oggi il 40% del Paese vive con due dollari al giorno, sarebbe una catastrofe.
Morsi a inserire una tassazione progressiva non ci pensa proprio, pensa piuttosto ad allargare la base dei prodotti sottoposti a IVA. Ma è chiaro che questa manovra colpisce più i poveri che i ricchi. Se si eliminassero le sovvenzioni che bloccano i prezzi poi, sarebbe una carneficina.
Il fatto è che il tempo stringe e le elezioni politiche incalzano. Cosa farà Morsi?
L’impressione è che non si sforzerà di pensare a una politica economica, si aggrapperà al prestito del Qatar per prender tempo e negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, quanto meno per non trovarsi costretto a capitolare davanti al Fondo prima delle elezioni e inimicarsi proprio quei ceti meno abbienti ai quali chiede il voto.

Questa la durissima critica all’operato del presidente di Mohamed Elmasry, docente all’Università di Waterloo:

Mentre era intento a prendere il massimo dei poteri, Morsi non ha mai prestato attenzione ai gravissimi problemi economici dell’Egitto. La Banca Centrale ha annunciato di avere una riserva di moneta di 12 miliardi di dollari, quanto basta a coprire gli importi dei soli tre mesi prossimi. La sterlina egiziana sta perdendo velocemente terreno nei confronti del dollaro americano, con un’inflazione del 20%, dal momento che il paese importa il 70% del suo fabbisogno.Il governo Morsi ha richiesto un prestito di 4.8 miliardi al Fondo monetario internazionale (FMI) per coprire il deficit di budget, ma Standard&Poor ha abbassato il rating del credito egiziano a lungo termine di un livello, proprio questa settimana: al ‘B-‘, ossia sei gradini sotto il limite dell’investment grade.
Morsi conta sulla pressione americana nei confronti del FMI e sui paesi del Golfo affinché concedanoall’Egitto tutto quello di cui ha bisogno.
Gli americani sono contenti di Morsi, con la sola clausola che segua i loro “5 comandamenti”: evitare commenti retorici contro Israele; non ristabilire relazioni diplomatiche con l’Iran; supportare i ribelli siriani; ignorare la rivolta civile in Bahrein e non offrire asilo politico al presidente islamista del Sudan.
Morsi non ha ne’ un piano a lungo termine ne’ obiettivi intermedi per rimettere l’Egitto in carreggiata verso lo sviluppo economico e la giustizia sociale (…).
L’Egitto sta affrontando gravi problemi e le risposte di Morsi sono queste: ‘non è colpa nostra, abbiamo ereditato questi problemi e incolpiamo l’opposizione per l’instabilità politica e i media indipendenti per i feedback negativi di questi 6 mesi di governo’.
Secondo le previsioni, non ci saranno terreni agricoli disponibili in Egitto nei prossimi 183 anni a partire da oggi, dal momento che gli egiziani continuano a costruire sui territori arabili lungo il fiume Nilo.

Analisi che però tralascia un dato fondamentale. Dove ha fatto la prima visita il Presidente egiziano Morsi? In Cina. Il risultato più tangibile dell’incontro con Hu Jintao fu l’apertura di una linea di credito dalla Banca cinese alla Banca Nazionale d’Egitto per 200 milioni di dollari. “5 comandamenti” a parte, il totale degli scambi tra il Cairo e Pechino è salito a 8,8 miliardi dollari nel 2011 mentre quelli con gli USA ammontavano a 8,3 miliardi. Scettica verso le rivolte arabe, Pechino sarà l’asso nella manica di Morsi? Forse, comunque sia, da sola non basterà a sostenere un’economia che al momento non sta sulle proprie gambe.

L’incertezza politica

Se l’economia va male, la politica non se la passa meglio. Dapprima Morsi ha rischiato di inimicarsi la piazza con quel controverso decreto con cui si attribuiva pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione” – benché la vicenda sia stata fraintesa dalla stampa e strumentalizzata dall’opposizione -, poi è stata la volta della nuova Costituzione, approvata con referendum popolare ma che lascia perplessi sotto molti punti di vista.
Le lacune del progetto costituzionale sono evidenziate da OsservatorioIraq. In sintesi, il processo di redazione del testo si è svolto in tutta fretta tra il 22 e il 30 novembre, e la bozza di Costituzione che ne è emersa ha provocato molte divisioni. Non solo. Alcuni articoli della proposta costituzionale sono mal formulati, come quello sul bilancio. Il potere giudiziario viene indebolito in diverse maniere. Non vi è menzione di un meccanismo per la protezione delle donne e delle minoranze religiose. Infine, l’Egitto non è mai stato così confessionale da definire apertamente il sunnismo come la fonte esclusiva della sua tradizione islamica.
Da un lato, la Costituzione stata approvata dal 63,8% dei votanti al referendum confermativo; dall’altro, ha votato solo il 32,9% della popolazione. E non sono mancati gli strascichi polemici, con le fazioni politiche contrarie al progetto costituzionale che hanno presentato ricorso contro i risultati del referendum, a loro dire viziati da evidenti “frodi e violazioni”.
L’Egitto è uscito così dal referendum in uno stato di totale ostilità tra governo e opposizione. Brutto segno in in vista delle prossime elezioni legislative, dove l’incertezza regna sovrana.
In ogni caso, riguardo alla consultazione referendaria erano i numeri dell’affluenza alle urne quelli che preoccupavano Morsi. Dietro la questione del voto, c’erano almeno 20 miliardi di dollari in investimentiSoldi che il Qatar si era detto pronto a versare nelle casse dello Stato egiziano in cambio della nuova Costituzione, e che vanno ad aggiungersi ai quasi 5 miliardi summenzionati.

A proposito: l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani sta ridisegnando il quadro dei complicati equilibri regionali nel Golfo. Non c’è solo il Qatar: tutte le monarchie della penisola arabica sono in qualche modo interessate (leggi: preoccupate) riguardo all’evolversi degli eventi al Cairo. Per una sintesi delle implicazioni geopolitiche, si veda questa analisi di Sultan Sooud Al Qassemi su Osservatorio Iraq. Da leggere dall’inizio alla fine.

La libertà di stampa (che non c’è)

Infine, non mancano le accuse di censura e di repressione del dissenso.
Poche settimane fa il vicepresidente Mahmoud Mekki, che aveva svolto un ruolo di primo piano nei colloqui di unità nazionale, ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico. Ufficialmente, spiegando di “non essere portato per la politica”, sebbene  dalle sue parole emerga una critica velata alle politiche del presidente.
Qualche tempo dopo, il general manager di Al-Arabiya Abdul Rahman al-Rashed, ha denunciato la difficoltà di criticare la Fratellanza Musulmana da parte dei media, dal momento che la trappola ideologica sapientemente costruita dall’organizzazione fa sì che ogni critica nei suoi confronti venga interpretata come una critica all’Islam.

Riassumendo, i giovani di piazza Tahrir sono sempre lì. Ma l’Egitto di oggi non è ancora quello che essi speravano quando la riempirono la prima volta, quel 25 gennaio di due anni fa.

Anche la Giordania in bilico

Nel caos della “Primavera araba” ci si dimentica spesso della Giordania, erroneamente considerata un’isola felice come il Marocco. Invece anche la monarchia hascemita deve fare i conti con dei problemi seri e improcrastinabili.
Un anno fa, re Abdullah fu il primo leader arabo a chiedere ad Assad di lasciare il potere. Ma oggi, anche il suo trono pare essere tutt’altro che saldo.

Se ci pensiamo, della Giordania non si sa nulla. Perché nessuno ne scrive, nessuno ne parla. In Italia lo fa solo Alice Marziali su Limes (questa la sua ultima analisi, da legge per intero).
Per mesi ad Amman si è ripetuto che il re è forte, il governo è saldo e mantiene tutto sotto controllo, quindi si può stare davvero tranquilli. Più o meno la stessa cosa che si diceva in Tunisia, Egitto, Libia e Siria, prima che storia prendesse un altro corso.
Dalla sua salita al trono il re non fa altro che giocare la carta della credibilità internazionale, presentandosi come l’alfiere della pace nel Medio Oriente (proprio come suo padre Hussein). Ed è la ragione per cui il re continua a raccogliere consensi all’estero, mentre la situazione interna si fa sempre più precaria. In patria, infatti, re Abdullah ha rimosso ben tre primi ministri dall’inizio dell’anno, ha sciolto il parlamento, ha una legge che consente allo Stato di oscurare i siti internet “che rappresentino una minaccia” – e non è nemmeno il primo bavaglio che Amman mette al web.
Sulla libertà d’espressione in Giordania si veda questa intervista allo scrittore Fadi Zaghmout.

Inoltre, Amman sta pagando un prezzo altissimo alla crisi siriana: secondo l’UNHCR, profughi riparati in Giordania hanno già superato le centomila unità - parliamo di quelli registrati, dunque “ufficiali”; quelli effettivi sarebbero almeno 40.000 in più. La massa di rifugiati rischia di turbare i fragili equilibri di uno Stato che ha già dovuto assorbire ben tre ondate di palestinesi in fuga dalla guerra (nel 1948, nel 1967 e nel 1973).

Poi c’è la crisi economica. Il deficit di bilancio dovrebbe raggiungere i 3.5 miliardi di dollari, mentre quello commerciale ha toccato quota 9,569 miliardi dollari nei primi nove mesi di quest’anno, in crescita del 19,5% rispetto all’anno scorso. In poche parole, la Giordania esporta meno della metà di quello che importa. Situazione insostenibile nel lungo periodo. La corruzione e la disoccupazione, poi, aumentano indisturbate. Fino ad ora, gli unici aiuti concreti per aiutare Amman a rialzarsi sono stati i 487 milioni dollari depositati nella Banca centrale giordana dall’Arabia Saudita e i 250 milioni dal Kuwait. Ma il governo non sembra avere alcun piano per imprimere una svolta.
Il re ha dovuto rivolgersi al FMI per l’impennata del debito pubblico, provocato dalle continue chiusure del gasdotto (colpito da 14 attentati dal febbraio 2011) che trasferisce il gas egiziano attraverso il Sinai. I prezzi dei generi alimentari sono cresciuti. Ma allo stesso tempo non ha pensato di contenere la spesa statale, ad esempio riducendo gli investimenti militari. La Giordania è infatti uno dei Paesi più militarizzati al mondo.

La sera del 14 novembre, il neopremier Abdallah Ensour, nominato dal re da meno di un mese, ha dato il colpo di grazia al malcontento nazionale annunciando della liberalizzazione del mercato energetico e della fine dei sussidi statali. In meno di un’ora, la piazza antistante il ministero degli Interni si è riempita di manifestanti che chiedevano il ritiro del provvedimento. E la caduta del regime. Le proteste hanno violentemente scosso il paese per giorni.
L’unica risposta immediata del regime è la repressione. 45 membri della Fratellanza Musulmana sono stati arrestati a fine mese in seguito alle proteste per il caro carburante.

In ottobre, parlando ad una platea di 3.00 selezionatissimi personaggi della scena pubblica, re Abdullah aveva ribadito di volere che la Giordania cambi per il meglio. Ora il re avrebbe tutte le carte in regola per seguire il sentiero tracciato da Mohammed VI in Marocco, ma sembra non averne il coraggio. Anzi, il usseguirsi di provvedimenti repressivi ha di fatto dimostrato la sua concreta indisponibilità ad attuare dei cambiamenti sostanziali. E allora a decidere potrebbero essere i giordani.

Come già fecero tunisini ed egiziani, al di là degli inconvenienti che qualunque vicenda di regime change comporta.

Tutti parlano dell’Egitto, ma le vere proteste sono in Tunisia

Un anno fa la cacciata di Ben Alì pareva aver inaugurato un nuovo corso per la Tunisia. Oggi, invece, ci rendiamo conto che il vento della cd. Primavera araba non ha cambiato nulla rispetto a prima. Cacciato il dittatore, restano i problemi di sempre: disoccupazione, povertà, mancanza di prospettive. Lo dimostrano le veementi manifestazioni di questi giorni a Siliana, una città sui bordi superiori del deserto del Sahara.
Questa settimana, oltre 10.000 persone sono scese in piazza per protestare contro le precarie condizioni economiche nella zona. Mobilitazioni, in molti casi degenerate in scontri, che hanno lasciato sul terreno oltre 220 feriti. La polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per contenere i disordini. Tanto che Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha duramente preso posizione contro la repressione in atto.
I manifestanti in Siliana hanno chiesto al primo ministro Hamadi Jebali di dimettersi. Inizialmente lui ha risposto con sdegno; poi, per placare gli animi, ha annunciato l’intenzione di formare un nuovo governo per venire incontro alle richieste della piazza (si veda anche qui).

Un gruppo di giovani attivisti a Tunisi ha tenuto una protesta in segno di solidarietà. Siliana si trova a meno di 100 km a nord di Sidi Bouzid, il paese da cui la rivoluzione in Tunisia – e da lì, tutta la Primavera araba – è iniziata. Ma dal sacrificio di Mohamed Bouazizi poche cose sembrano essere cambiate. Le promesse di rinnovamento non sono state mantenute. E poco importa che nel 2013 si terranno sia le elezioni parlamentari che le presidenziali.

In settimana, il governo di Tunisi ha ottenuto due prestiti di 500 milioni di dollari ciascuno: uno della Banca africana per lo sviluppo e un altro dalla Banca Mondiale. Il bilancio statale del 2013 è dunque coperto, ma in futuro servirà molto di più. La la Tunisia potrebbe chiedere al Fondo Monetario Internazionale l’apertura di una linea di credito da 2,5 miliardi dal 2014 in poi.
In un Paese (come pure l’Egitto) dove i salafiti sono passati dalle prigioni al parlamento, i problemi economici della base restano tuttora irrisolti. E gli aiuti internazionali non sono altro che un rimedio tampone, il cui unico effetto è quello di prendere tempo, rimandando i nodi da sciogliere ad un futuro prossimo. In attesa di non sa bene cosa. Certo, come ha puntualizzato il governatore regionale Ahmed Zine Mahjoubi, in un anno di lavoro non si potevano risollevare le sorti di una città che ha subito 50 anni di emarginazione.
Passata la rivoluzione, i tunisini aspettano ancora un vero cambiamento.

Egitto, piazza Tahrir di nuovo in fermento. Ma quanta disinformazione al riguardo…

[premessa metodologica: scrivere "Morsi", "Mursi", "Morsy" è indifferente. La prima versione (con la "o") è quella più diffusa, ma anche la seconda (con la "u", che ho personalmente adottato in alcuni post precedenti, non è errata. La riportano, tra le principali testate, BBC, Reuters e al-Arabiya. Scriverò Morsi per mere ragioni di maggiore fruibilità del testo.]

Come spiega Limes, militari e servizi segreti del Cairo sono stati decisivi per il cessate-il-fuoco tra Israele, Hamas e le altre fazioni armate palestinesi otto giorni dopo l’inizio di Pillar of Defense. La novità sta nel ruolo del presidente Mohammed Morsi: l’operazione gli ha dato grande visibilità mediatica e il suo prestigio personale ne è uscito rafforzato da questo conflitto. Ma dopo l’annuncio della tregua egli ha reso nota una dichiarazione costituzionale con cui si attribuisce pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione”, secondo cui le leggi e i decreti approvati da quando è presidente non possono essere contestati fino all’approvazione di una Costituzione.

Così, piazza Tahrir è tornata ad essere teatro di manifestazioni. In più, i giudici delle corti d’appello del Paese hanno proclamato uno sciopero contro la decisione del presidente. Nonostante tali mobilitazioni, Morsi non avrebbe alcuna intenzione di rinunciare al decreto. Diversi funzionari e politici egiziani sarebbero comunque al lavoro per trovare una soluzione condivisa, che possa accontentare sia gli oppositori del presidente sia i suoi sostenitori.

Detto ciò, la stampa estera si è scatenata nei paragoni tra le proteste di oggi e quelle del 25 gennaio 2011, quando la rivoluzione è iniziata. E i paragoni sono anche tra lo stesso presidente Morsi, democraticamente eletto, e il vecchio dittatore Mubarak di cui ha preso il posto. Sembra di rivedere le immagini di un anno fa: l’alba di una nuova rivoluzione. Sembra, perché non è proprio così.

L’elezione di Morsi solo pochi mesi fa ci ha fatto dimenticare che l’Egitto è ancora nel pieno del suo processo di transizione. I lavori dell’Assemblea costituente non sono ancora terminati, molti vecchi solidali di Mubarak sono ancora al loro posto e le nuove istituzioni sorte all’indomani della rivoluzione (il Parlamento e, per l’appunto, il presidente) non hanno trovato un punto di equilibrio nella nuova cornice istituzionale.
In particolare, ad uno sguardo più attento, lo scontro in atto fra il presidente e l’apparato giudiziario, non dovrebbe stupire nessuno. Come ricorda Linkiesta:

In Egitto, dove la Corte Costituzionale, formata da 21 giudici, nominati a vita dal presidente della Repubblica, è ancora quella dell’era mubarakiana, le sue sentenze si sono rivelate il bastone utilizzato dall’esercito per fermare l’avanzata islamista. A maggio la Consulta ha selezionato le candidature alle elezioni presidenziali, rifiutando quella del milionario (in dollari) Khairat al-Shater, prima scelta dei Fratelli Musulmani, e ammettendo quella di Ahmed Shafiq, ultimo premier di Mubarak.
Tutto questo malgrado il Parlamento avesse votato una legge che vietava ai cacicchi dell’ancien régime di scendere in campo. La Fratellanza ha comunque presentato un proprio candidato di ripiego, Morsi appunto, che è uscito in testa dal primo turno delle presidenziali, lo scorso 24 maggio. Qui è entrata in gioco la Corte. Il 14 giugno, alla vigilia della ballottaggio, ha dichiarato incostituzionale l’elezione di un terzo dei membri del Parlamento, quelli scelti con il sistema uninominale. L’intera assemblea legislativa – dominata dagli islamisti – è stata sciolta: a molti è sembrata una mossa preventiva, in vista di un ballottaggio dal quale sarebbe scaturito – come è effettivamente avvenuto – un presidente della Fratellanza. Il 12 agosto, poi, lo stesso Morsi, ha ripreso possesso di alcuni poteri dei quali era stato privato, attraverso una dichiarazione costituzionale emessa dall’esercito, prima del suo insediamento. La dialettica, come dimostrato dagli eventi di questi giorni, è destinata a proseguire.

Due contributi su Osservatorio Iraq, fonte preziosa di informazioni sul Medio Oriente (nonché una delle poche rimaste, vista l’ecatombe di analoghe testate che ha caratterizzato il 2012), ci aiutano a comprendere meglio le dinamiche in atto all’interno del paradigma politico egiziano. Con buona pace dei cliché della stampa internazionale.
Il primo ci spiega il quadro di alleanze e rivalità negli attuali vertici al Cairo:

L’ultima mossa del presidente ha letteralmente spaccato il paese in due, anche se la frattura interna al mondo politico e sociale egiziano sembrava evidente già da diverso tempo.
Il 18 novembre, Ahmed Maher, rappresentante del movimento giovanile del ’6 aprile’, si era ritirato dall’Assemblea costituente chiedendo che in 48 ore fossero accolte le sue richieste in merito ad alcune modifiche della sezione “Stato e Società” che si trova nella nuova Costituzione.
La sua fuoriuscita seguiva quelle del Free Egyptians Party, dell’Egyptian Social Democratic Party, del Tagammu Party e successivamente ancora del Karama Party, del Socialist Popular Alliance Party e del Democratic Front Party.
Allo stesso modo anche il leader del sindacato dei giornalisti Gamal Fahmy ha recentemente annunciato la volontà di abbandonare i lavori dell’Assemblea, così come il rappresentante del sindacato dei farmacisti Mohamed Abdel-Qader ed i vari rappresentanti copti.
Come il 25 gennaio 2011, il mondo dell’opposizione sembra unirsi e ritrovare vigore quando identifica un nemico comune, in questo caso il presidente Morsi.
Il nuovo National Front for Salvation of the Revolution, fondato da Muhamamd El Baradei, ‘Amr Moussa e Hamdeen Sabbahi sembra essere alla testa delle proteste, ma alcuni manifestanti non cessano di criticare questa ‘nuova e variopinta’ alleanza.
Nel mirino, la presenza di due uomini che sarebbero esponenti del vecchio regime: il già citato Amr Moussa (che all’epoca di Mubarak fu addiriittura ministro degli Esteri) e Sayed El-Badawi (leader del Wafd Party, uomo dal torbido passato che  pochi giorni prima del 25 gennaio 2011 affermava che “nessuno poteva mettere in discussione la legittimità del potere di Mubarak”).
Allo stesso modo moltissimi avversano la presenza nella coalizione del Free Egyptians Party, fondato dal miliardario Naguib Sawiris, personaggio storicamente vicino alla famiglia Mubarak ed in particolare amico di Gamal Mubarak.
Per quanto possa sembrare paradossale, il fronte che vuole ‘salvare la rivoluzione’ critica il presidente per le sue manovre autoritarie che ricordano il vecchio regime, ma poi accetta al suo interno la presenza di esponenti di quel mondo.
E se il fronte dell’opposizione appare tutt’altro che monolitico e compatto, si può dire altrettanto di qello dei giudici, ormai letteralmente spaccati tra chi ritiene accettabile il decreto di Morsi e chi invece lo giudica lesivo del principio di separazione dei poteri.
Fra i maggiori oppositori, spicca Ahmed al-Zend, capo del Judges Club, personaggio che nella sua storia ha largamente collaborato in maniera attiva con il regime di Mubarak.
Altri gruppi invece, come ad esempio i Judges for Egypt, hanno espresso parere positivo rispetto alle decisioni presidenziali.
Morsi sembra aver ricevuto anche l’appoggio della corrente politica salafita. Il portavoce del partito al-Nour, Nader Bakkar, ha difeso l’azione del presidente salutando con favore la rimozione del procuratore generale Abdel-Maguid Mahmoud.
Ed è proprio ancora Bakkar ad annunciare che di qui a pochissimi giorni la Fratellanza e i salafiti organizzeranno una grande manifestazione in supporto del governo, e proprio in Piazza Tahrir.
La posizione di Morsi è delicatissima e l’unica via di uscita sembra essere quella di chiudere al più presto i lavori di un’Assemblea costituente decimata – sono rimasti circa 60 componenti rispetto ai 100 originari ed ormai sono tutti in maggioranza islamisti - in modo da poter far decadere la validità del recente decreto e provare a riaprire il dialogo con l’opposizione.

Il secondo illustra nel dettaglio il contenuto della dichiarazione. Già, perché tutti i media ne parlano ma nessuno finora ha provato a spiegarne il contenuto:

L’adozione di una nuova Dichiarazione Costituzionale appare, sotto il profilo giuspubblicistico, come un’astuta mossa per recidere completamente ogni filo di continuità con il regime precedente e, a ben vedere, permette alla Fratellanza di mettere in sicurezza il potere fin qui acquisito.
Inoltre assolve almeno altri due compiti: difendere l’Assemblea Costituente e neutralizzare eventuali attacchi della magistratura.
Nel primo caso, il presidente ha implicitamente ammesso l’impossibilità dell’Assemblea di concludere il proprio mandato nel tempo stabilito, fatto che, data la disciplina precedentemente riportata, avrebbe riaperto la partita conferendo alla Giunta il potere di nominarne una nuova.
Nel secondo caso, l’adozione della Dichiarazione Costituzionale è stata giustificata dalla necessità di far fuori il procuratore generale Abdel-Meguid Mahmoud.
Costui in ottobre era già stato indotto da Morsi a lasciare il proprio incarico, in cambio della nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede.
In quel caso, dati i principi di indipendenza ed inamovibilità dei membri della magistratura, l’attacco presidenziale non era andato a buon fine.
Mahmuod, accusato da più parti di voler difendere l’ancien régime, replicava di rimanere al suo posto, dato che l’organo esecutivo non può dimettere un membro del giudiziario.
Da ciò è derivata la necessità del presidente di agire attraverso lo strumento delle norme quasi-costituzionali.
Chiarita dunque natura e scopi della dichiarazione costituzionale nella recente storia dell’Egitto, cosa c’è scritto nell’ultimo documento firmato da Muhamamd Morsi?
Innanzitutto il testo non sostituisce, bensì integra, quello precedente emendandolo in alcune disposizioni. Non casualmente il primo dei sette articoli introdotti si riferisce ai crimini commessi durante la fase rivoluzionaria.
Leggendo il testo si deduce che tutte le indagini relative ad atti di violenza compiuti contro i manifestanti nei giorni delle rivolte di piazza saranno riaperte e poste sotto l’attenta analisi di nuovi e più neutrali organi giudicanti.
L’articolo richiama infatti la “Legge per la protezione della rivoluzione” e stabilisce che tutti gli ufficiali, siano essi attivi nella politica o nell’apparato burocratico, implicati in fatti criminogeni accertati saranno dismessi dal proprio incarico.

l’analisi racconta nel dettaglio cos’è una dichiarazione costituzionale e ne esamina i principali punti. Tuttavia, puntualizza il testo:

Se è chiaro che Morsi ha inteso sfruttare la tempistica derivante dalla recente vittoria diplomatica riscossa con la crisi a Gaza, è rilevante ricordare come la sua elezione sia avvenuta con il 51% dei voti espressi.
Ciò mette in dubbio la liceità al ricorso di strumenti legali compiuti nel nome del popolo sovrano.

Da qui il marasma sociale che ne è seguito.
Non è azzardato supporre che gli esponenti del vecchio regime cerchino di sfruttare l’onda lunga delle proteste per delegittimare Morsi. Questo spiega perché la dichiarazione del presidente abbia ricevuto più enfasi del necessario. Finendo per (ri)scaldare gli animi nel Paese.
In sintesi: la partita per il potere in Egitto non è ancora finita. E il fatto che in questa partita l’esercito (espressione dell’ancient régime) non sia più in prima linea non ne riduce in alcun modo le possibilità di vittoria.

Armi saudite nel conflitto siriano

Oggi dalla Siria ci giungono una notizia e una non-notizia.

La notizia. Alcuni jihadisti hanno attaccato nella notte una struttura dell’intelligence aeronautica alle porte di Damasco. L’attacco al compound nel quartiere di Harasta è stato rivendicato dal gruppo al-Nusra (info sul gruppo qui, qui e qui).

La non-notizia. La BBC ha mostrato la foto di una cassa di armi in una base dei ribelli anti-Assad nella città di Aleppo. Le casse (tre, per la precisione) provengono dall’Arabia Saudita. Nessun commento da Ryadh.
Globalist prova ad esaminare i dettagli:

Dalla foto, però, è possibile comprendere altri particolari. Ad esempio che l’origine del carico sia l’Ucraina, che la società venditrice sia la Dastan Engineering Company e che la casa produttrice dia la Lcw Lushansk, sempre ucraina. Il carico sarebbe partito da Gostomel, Ucraina, per arrivare a Riad. Da lì, per qualche via misteriosa, ai ribelli di Aleppo.
La Dastan Engineering Company è specializzata in armi navali, sistemi radio, componenti missilistiche e sistemi di protezione aerea.
Quindi è verosimile pensare che nelle casse ci fossero sistemi portatili antimissili.

Che le petromonarchie del Golfo stiano foraggiando i ribelli è il segreto di Pulcinella: tutti sanno da mesi che il Free Syrian Army riceve armi, soldi e supporto d’intelligence dall’estero (si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui, ma l’elenco di riferimenti è sconfinato). La differenza è che ora l’informazione mainstream comincia a dirlo apertamente.
E quando certe notizie si dicono ad alta voce, spesse volte sono il segno che qualcosa sta per succedere.

Dalle primavere arabe all’inverno salafita

Per capire l’attuale ondata di proteste nel mondo islamico è opportuno tenere distinti i sanguinosi fatti di Bengasi dalle manifestazioni che contagiano il resto della regione mediorientale.
L’attacco al consolato americano in Libia è opera di Ansar al-sharia, una costola di al-Qa’ida che nell’anniversario dell’11 settembre ha voluto dimostrare ad Obama che, contrariamente da quanto affermato dal presidente USA, il terrorismo islamico non è stato sconfitto.
Le manifestazioni sono invece opera della componente salafita nei vari Paesi arabi o comunque a maggioranza sunnita.

Ora, nei mesi scorsi abbiamo già visto come nei Paesi arabi  - soprattutto in Egitto – la transizione da politica dalla forma dei regimi autoritari a quella (proto)democratica sia stata caratterizzata dal confronto tra le due anime dell’islam politico: i Fratelli Musulmani (vicini agli Stati Uniti e sostenuti dal Qatar), da un lato, e i partiti espressione dei gruppi salafiti (in gran parte antioccodentali e sostenuti dall’Arabia Saudita), dall’altro. La vittoria di Ennahda (al-Nahda) nella laica Tunisia ha anticipato di alcuni mesi il trionfo della Fratellanza al Cairo, e con essa il massiccio ritorno all’islam nella vita quotidiana nei due Paesi.
Tuttavia, mentre in Occidente si è molto parlato dei successi elettorali dei primi, poco o nulla si è detto riguardo ai secondi.
In un articolo pubblicato su Limes (volume 1/12, “Protocollo Iran“), Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring), descrive i salafiti così:

Il salafita è un musulmano sunnita, praticante, ortodosso, che vive come vivevano i suoi antenati nei primi secoli dell’islam. Ciò si ripercuote anche sul suo modo di pensare, parlare e vestire. Il salafita è riconoscibile per la sua lunga tunica bianca che indossa, il tradizionale abito arabo, e la barba incolta. “Salafita” non è sinonimo di “jihadista”. Tutti i jihadisti sono salafiti, ma non tutti i salafiti diventano jihadisti. In un’ipotetica scala della radicalizzazione, che parte dalla tappa del “ritorno all’islam” e culmina con il jihadismo, la fase del salafismo è la penultima, prima dell’azione armata. Volendo azzardare un paragone con il contesto politico italiano degli anni di piombo, i salafiti sono gli intellettuali e i mujahiddin (jihadisti) i terroristi. Un jihadista è un salafita passato all’azione. Tutti i casi documentati, senza eccezione, di mujahiddin lo attestano. E’ per questo che spesso i salafiti vengono considerati una minaccia. Di fatto lo possono diventare, ma finché il salafita non sconfina nel proselitismo jihadista non è perseguibile.
Salafita è tutto ciò che va in senso contrario alla modernità. Politicamente, il salafita non riconosce il sstema democratico occidentale. L’unica forma di potere ammessa è quella applicata nelle prime società islamiche, vale a dire la
Shura, il consiglio dei saggi. La legge non può essere decisa dall’uomo, ma soltanto da Dio. Da qui la scelta di sostituire la shari’a, la legge islamica, alla costituzione.

Auspicando un ritorno alle origini, un salafita non vede di buon occhio le dottrine islamiche più assertive di una lettura non strettamente letterale del Corano. In particolare la dottrina sufi. Negli ultimi mesi le notizie di attentati e demolizioni di luoghi di culto sufi si sono susseguite nel silenzio generale dell’informazione mainstream.
In Tunisia si sono distinti per aver attaccato un corteo a sostegno della causa palestinese e per aver imposto il divieto alle donne di mettersi in bikini - scoraggiando ulteriormente i flussi turistici verso il Paese, già ai minimi storici.
Ben più drammatica la situazione in Libia, dove i i salafiti avevano iniziato a distruggere luoghi di culto sufi già in novembre. Alla fine di agosto, a Zintan, hanno demolito un complesso di santuari che comprendeva anche una biblioteca e la tomba di Abdel Salam al-Asmar, figura religiosa del XV secolo. Poi è stata la volta del mausoleo di Al-Shaab Al-Dahman - dove è stato anche rapito un imam che si era opposto alla demolizione – e della moschea di Sidi Sha’aba, entrambi a Tripoli. Diversi cittadini hanno protestato contro queste profanazioni. Anche Abdelrahman al-Gharyani, Gran mufti della Libia, ha espresso la sua condanna contro gli attacchi.
Stesso contesto nel Nord del Mali, dove i salafiti si sono accaniti contro il patrimonio storico di Timbuctu.
Tutti questi episodi devono farci riflettere su un punto. Qui non si tratta di “cristiani perseguitati da musulmani”, come avviene in Pakistan. E forse le notizie di attacchi e demolizioni di moschee sufi sono passate sotto silenzio proprio per questo. Qui troviamo musulmani intolleranti verso altri musulmani. Non sono il cristianesimo o l’ebraismo ad essere in pericolo, ma la libertà religiosa in generale.
Si veda anche qui.

Torniamo alla stretta attualità. Se un salafita è contrario alla modernità, allora è ragionevole pensare che egli non parli inglese e nemmeno navighi in internet. E che dunque non vada nemmeno su Youtube. Fino all’11 settembre il trailer del vituperato “Innocence of Muslims” contava appena 388 visualizzazioni. Poi d’improvviso tutto i musulmani più radicali sembravano esserne a conoscenza. Com’è stato possibile?
Sempre el Khoury, questa volta sul sito di Limesricostruisce cosa può aver scatenato l’ondata di proteste a cui assistiamo:

Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer.
Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek.
Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico.
Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda.
La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano,che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale.

Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro.

Era successa la stessa cosa con le vignette satiriche su Maometto, che nel 2006 di punto in bianco scatenarono la rabbia dei musulmani di mezzo mondo benché fossero in circolazione da mesi. Ed è successo pochi mesi fa in Tunisia, dove in giugno un gruppo di salafiti tunisini ha assalito con bombe molotov l’Istituto Superiore di Belle Arti, scatenando poi disordini nel resto del Paese. La causa? Un quadro intitolato “Allah” che ritraeva alcune formiche. Interessante l’interpretazione di Giacomo Flaschi, imprenditore italiano da 12 anni in Tunisia, intervistato da Il Sussidiario:

Le violenze di questi giorni appaiono originate da piccole bande di vandali, molto verosimilmente ingaggiati da qualcuno allo scopo di mantenere elevata la tensione sociale. I riferimenti ideologici, di qualsiasi tipo (salafiti, estremisti dell’una o dell’altra parte), che collegano questi atti di vandalismo ad organizzazioni politiche religiose sono, in tutta evidenza, precostruiti per essere prontamente sbandierati poi attraverso il tam-tam di media. 

Gli episodi di violenza che in passato hanno visto in primo piano i salafiti, indicati come autori di atti vandalici, di intimidazioni e di aggressioni fisiche, si sono rivelati delle grottesche messe in scena da parte di chi auspica il ritorno della dittatura agitando lo spettro dell’islamofobia. Un episodio per tutti: quando l’anno scorso, fu dato assalto al cinema Africa dove veniva proiettato il film “Ni Dieu ni Maitre”, intervenne la polizia per disperdere gli autori degli atti vandalici, in apparenza salafiti. Dopo l’intervento della polizia furono rinvenute sull’asfalto numerose barbe finte. Di questo i media non parlarono.

I salafiti sono una componente ingombrante nei Paesi che hanno subito e stanno ancora subendo forti sconvolgimenti interni; affinché la transizione di tali Paesi alla democrazia possa completarsi, bisognerà tener conto anche con loro. Il problema è che sono in tanti ad avere interesse a che la fiamma del sentimento antioccidentale continui ad ardere.
La benzina gettata sul fuoco dello scontro di civiltà – espressione lungi dal passare di moda – è il sangue che scorre nelle vene del jihadismo. E dunque di al-Qa’ida, principale ma non unica formazione jihadista. Ma anche dell’Arabia Saudita, il più grande alleato degli Stati Uniti eppure il loro primo nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, contraria ad un’alleanza tra Washington e i Fratelli Musulmani che ne ridurrebbe drasticamente l’influenza nel mondo arabo.
Il male non è l’islam, ma l’uso strumentale che certi musulmani fanno della sensibilità dei propri correligionari. Le proteste contro un film che nessuno ha mai neppure visto testimoniano quanto sia facile manipolare la suscettibilità delle fasce medio-basse della popolazione e poi brandirle come un’arma contro il mondo occidentale. Meglio ancora: contro le relazioni tra il mondo islamico e quello occidentale.
E’ questo l’obiettivo di chi muove i fili delle rivolte da dietro le quinte.

In Egitto è l’ora della resa dei conti, o dei compromessi

Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha “pensionato” il potente ministro della Difesa Hussein Tantawi, insieme al Capo di Stato Maggiore  Sami Enan, rispettivamente sostituiti dal capo dell’intelligence militare Abdel Fatah El-Sissi e  Sedky Sobhy. Congedati anche il comandante dell’aviazione e quello della marina. Quest’ultimo, il generale Mohan Mameesh, è stato nominato presidente del Canale di Suez.

L’occasione per il via libera al repulisti è stato l’eccidio di 16 guardie di frontiera nel Sinai. Tre giorni dopo, il presidente aveva silurato (tra gli altri) il capo dei servizi segreti Muraf Muwafi - il quale ha ammesso di essere stato informato di un possibile attacco -, il governatore del Sinai settentrionale dove è avvenuto il massacro, Abdel Wahab Mabruk e il capo della polizia militare, Hamdi Badeen.
Stranamente, non sono stati toccati i vertici delle guardie di frontiera, ossia la branca militare più direttamente coinvolta nella tutela del Sinai. La selettività nelle rimozioni, unita alla mancata costituzione di una commissione d’inchiesta sull’incidente, alimenta le voci sulla lotta per il potere in corso al Cairo.
Per approfondire sull’influenza dei militari in Egitto, Al-Akhbar segnala una mappa (in arabo) indicante la distribuzione dei generali in tutto il Paese e con i dati salienti di ciascuno.

Con un altro decreto Morsi ha abolito la dichiarazione costituzionale dello scorso 17 giugno, ad opera dello SCAF capeggiato proprio da Tantawi, con la quale era stato privato di alcune prerogative prima del suo insediamento. Ora Morsi ha teoricamente gli stessi poteri che furono di Mubarak.
Inoltre il presidente ha nominato un nuovo vice: si tratta di un magistrato, Mahmoud Mekki, già vicepresidente della Corte di Cassazione. Un ex magistrato che in passato aveva denunciato le frodi elettorali di Mubarak, ma la cui designazione stride con la precedente promessa di nominare una donna e un cristiano copto come suoi vice, in ultima analisi perché Mekki non è né donna né copto.
Non è l’unica pecca in questo primo scorcio di mandato del neopresidente.

Tra i giovani attivisti di Piazza Tahrir serpeggia l’idea che Morsi non perseguirà i responsabili dei massacri di Piazza Tahrir, nei giorni caldi che precedettero la cacciata di Mubarak. Uno shock per molti egiziani, ma non per tutti – compreso lo SCAF. Forse, la vera chiave di lettura del rinnovamento dei vertici militari è proprio qui.
Secondo il Time, il generale Mohamed al-Assar, un membro del Consiglio, ha detto ad al-Jazeera che il licenziamento di Tantawi e Anan giunto al termine di una consultazione con Morsi. Alcuni analisti ipotizzano l’esistenza di un accordo al riguardo: il Paese ai Fratelli Musulmani in cambio di un salvacondotto a Tantawi, secondo Mamdouh Hamza, un importante uomo d’affari e avvocato pro democrazia. Perché se si fossa applicato ai generali lo stesso trattamento riservato a Mubarak, a quest’ora anche Tantawi sarebbe dietro le sbarre.
Le sostituzioni nel settore della sicurezza e poi in quello militare hanno uno scopo più ampio di una semplice “punizione” per i fatti del Sinai, dicono gli analisti. Sissi e Mekki sono uomini vicini alla Fratellanza Musulmana, e la loro nomina non è certamente casuale. La confraternita sta lentamente riordinando la scacchiera politica dell’Egitto, inserendo in ogni casella un proprio alleato.

Ai media americani (come VOA e CNN) il rimpasto di Morsi non dispiace. A prima vista perché l’Egitto, per la prima volta dall’indipendenza, conoscerà finalmente un equilibrio nel rapporto tra potere civile e potere militare. Un passo avanti verso una vera democrazia, dunque. Peccato che democrazia significhi innanzitutto libertà d’opinione, e sotto questo aspetto non si può ancora dire che ci sia granché differenza rispetto ai tempi di Mubarak.
Sotto stati messi sotto inchiesta con l’accusa di ostilità al presidente Morsi il presidente della tv indipendente egiziana Al Farain, Tawfiq Okasha, e il direttore del quotidiano Al DostourAfifi. Entrambi hanno ricevuto dalla magistratura un provvedimento di divieto di espatrio.
Okasha – da sempre oppositore dei Fratelli Musulmani – è accusato di incitazione alla violenza e all’uccisione del presidente attraverso la sua emittente, che pochi giorni fa ha ricevuto un ordine di sospensione delle trasmessioni per un mese. Afifi, anch’egli poco disponibile verso la confraternita, è accusato di incitazione al disturbo dell’ordine pubblico. Una settimana fa il suo giornale è stato sequestrato prima della distribuzione.

Morsi ha studiato negli Stati Uniti. Si tratta di una figura gradita all’establishment americano, così come la stessa Fratellanza Musulmana. Come ho già detto e ridettola Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani; la “resurrezione” del movimento è stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita); i suoi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
Per l’America Morsi è un amico, come testimoniato dai recenti colloqui con Hillary Clinton al Cairo. Ed è un amico anche per il Qatar, dal quale l’Egitto ha ricevuto un prestito da 2 miliardi di dollari per risollevare la sua esangue economia. Non è un amico dei sauditi, i quali non fanno nulla per nascondere la propria diffidenza verso il “nuovo” Egitto.
La stampa USA giustifica il colpo di mano del presidente, argomentando che l’eccessivo peso politico dello SCAF non avrebbe permesso la fioritura della democrazia. E gli americani si augurano proprio questo: che in Egitto ci sia una vera democrazia. Perché è stata la democrazia a portare i Fratelli al potere. Anzi, gli “amici”.

Egitto e Arabia Saudita, ora i due poli si guardano con diffidenza

L’ondata della primavera araba ha messo in crisi non solo l’apparato politico tradizionale dell’Egitto (si veda la bagarre elettorale in corso), ma anche la sua rete di relazioni estere. A parte la rinata atmosfera di tensione con Israele, è interessante dare uno sguardo ai rapporti tra l’Egitto e l’altro peso massimo della regione mediorientale. L’Arabia Saudita.
Con la caduta i Mubarak i rapporti tra la repubblica egiziana e il regno saudita si sono incrinati. La crisi delle relazioni tra Il Cairo e Ryadh si è recentemente inasprita in seguito all’arresto dell’avvocato ed attivista per i diritti umani Ahmad Gezawi in Arabia Saudita, con l’accusa di vilipendio al re ed in seguito anche di contrabbando di stupefacenti. Le conseguenti manifestazioni di protesta di cittadini egiziani davanti all’ambasciata saudita del Cairo hanno provocato la decisione saudita di chiudere l’ambasciata.
In realtà i rapporti tra i due Paesi sono tesi fin dallo scoppio della rivoluzione egiziana. Questo articolo su al-Quds, tradotto da Medarabnews, spiega cosa c’è dietro:

La rabbia dei sauditi, data la loro avversione nei confronti dei Fratelli Musulmani, è cresciuta in seguito alla conquista, da parte degli islamisti, di 75 seggi al Consiglio del Popolo, tanto da spingere il principe Nayef  Bin Abdulaziz, attuale ministro degli interni, a definire la confraternita come  “l’origine dei flagelli della regione”.

Il problema fondamentale è che i responsabili sauditi non hanno capito che l’Egitto è cambiato, che Hosni Mubarak non tornerà a governarlo e che il suo regime è scomparso definitivamente; perciò è necessario che si adattino a questo cambiamento e che imparino a conviverci. L’arresto di egiziani o di arabi in generale, e la detenzione senza processo, come accadeva un tempo, non sono più accettabili all’epoca delle rivoluzioni arabe e della rivoluzione informatica e digitale.

La crisi Gezawi non è tra il popolo egiziano e quello saudita, bensì tra il popolo egiziano e le autorità del regno, e rappresenta un monito per tutte le altre autorità arabe che abusano  dei cittadini arabi perché i loro governi, deboli o corrotti, non difendono i propri cittadini come dovrebbero.

L’Egitto è cambiato, ed anche i popoli arabi, e ciò che si taceva prima delle rivoluzioni non verrà più nascosto dopo di esse. Riconosciamo che alcuni media egiziani hanno superato il giusto limite nella critica nei confronti della monarchia saudita, ma anche molti autori sauditi sono andati troppo oltre insultando il popolo egiziano, ed entrambe le cose non sono ammissibili.

La reazione scomposta di Ryadh è solo l’ultima dimostrazione dell’incapacità della dinastia saudita di affrontare una serie di sconvolgimenti  a cui non era preparata.
La ciliegina sulla torta delle incomprensioni politiche è rappresentata dalla riapertura dei rapporti bilaterali con l’Iran, acerrimo rivale di Ryadh. Uno smacco per la Casa di Sa’ud. Ma quest’ultima sa bene quali argomentazioni mettere sul tavolo per ricucire i rapporti con i vecchi amici. L’ottimo blog Lissnup segnala che il 10 maggio l’Arabia Saudita ha effettuato un deposito di un miliardo di dollari presso la Banca Centrale del Cairo come contributo per la ripresa dell’economia egiziana:

Saudi Arabia has made a deposit of USD 1 billion in the Central Bank of Egypt (CBE), a senior Egyptian official has said.
Egypt’s Minister of Planning and International Cooperation Fayza Abul-Naga expressed last night her country’s appreciation and gratitude to Saudi Arabia and the custodian of the two holy mosques King Abdullah bin Abdulaziz for the contribution and support, aimed at improving the condition of the Egyptian economy during its current circumstances.

The last remaining USD 500 million sum of the amount was signed in Marrakech, Morocco, by minister Abul-Naga and the Saudi Minister of Finance Dr. Ibrahim bin Abdulaziz Al-Assaff, which targets the financing of priority state development projects in Egypt.
The amount also includes USD 250 million for the purchase of petroleum products intended for the Egyptian public and a USD 200 million non-refundable grant to support small to medium-sized enterprises.

Tuttavia si tratta di briciole in confronto ai sontuosi aiuti che Ryadh aveva promesso nelle settimane successive alla defenestrazione dell’alleato Mubarak. Ciò che la Casa di Sa’ud non riesce ad accettare che ora in Egitto, oltre ad un regime, ad avere voce in capitolo ci sia anche un popolo. Soggetto col quale la casa regnante nutre una malcelata diffidenza, se non addirittura timore. All’indomani della decisione di Riyadh di chiudere l’ambasciata in Egitto, ad esempio, centinaia di blogger egiziani e sauditi hanno fraternizzato su Twitter scambiandosi messaggi di solidarietà. Episodio che ha aumentato le preoccupazioni della casa regnante circa una possibile ripresa delle manifestazioni nel cuore del regno.
Tutto ciò, sul piano concreto, si è tradotto nella riluttanza a sostenere finanziariamente la fragile economia del Cairo. Nell’attesa di conoscere il nome del successore di Mubarak alla guida del Paese.