Si scrive Unione Europea, si legge divisione energetica

L’indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l’indipendenza economica; l’indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest’ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.
Per trovare un senso alle tante, troppe divisioni che lacerano l’Unione Europea dall’interno, riporto per intero questo editoriale di Gabriele Crescente su Presseurop, dal significativo titolo L’energia è politica:

A chi si chiede come mai il tentativo dell’Ue di trovare un accordo sull’embargo sulle armi alla Siria sia fallito in modo cosi imbarazzante, una piccola macchia sulle carte potrebbe offrire qualche risposta. È il gigantesco giacimento di gas South Pars/North Dome nel Golfo persico, a metà tra le acque territoriali di Iran e Qatar. Teheran, alleata di Damasco, vuole costruire un gasdotto attraverso la Siria per raggiungere le sponde del Mediterraneo e il ricco mercato europeo. Doha, il principale sponsor dei ribelli, ha un progetto rivale che attraverserebbe una Siria post-Assad e la Turchia con la stessa destinazione finale. Curiosamente, la degenerazione della crisi siriana all’inizio del 2011 è avvenuta pochi mesi dopo l’inizio dei negoziati per il progetto iraniano alla fine del 2010.

Attraverso i loro campioni nazionali Gdf e Shell, Francia e Regno Unito sono tra i principali partner dell’industria gasifera del Qatar. La Russia ha da tempo stretto un patto d’acciaio con l’Iran per contrastare i tentativi dei paesi sunniti del Golfo e dei loro alleati occidentali di rompere il suo quasi monopolio sulle forniture all’Europa. La Germania è legata alla Russia dal gasdotto Nord Stream, promosso dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, mentre l’italiana Eni è un partner chiave di Gazprom. Che Parigi e Londra abbiano idee diverse rispetto a Berlino e Roma sul futuro assetto della Siria sembra così un po’ meno sorprendente.

La crisi siriana non è l’unico scenario in cui l’energia ha spaccato l’Unione europea ultimamente. Il dibattito sui rischi per l’ambiente e la salute legati allo sfruttamento delle riserve europee di gas di scisto è sempre più pilotato dagli opposti interessi nazionali, e complicato dalle pressioni dell’industria nucleare russa e dalle incertezze della transizione energetica tedesca. Questa settimana la posizione dell’Ue nella disputa commerciale con la Cina sui pannelli solari è stata fortemente indebolita dal disaccordo tra Francia e Germania sull’imposizione di tasse doganali sull’importa zione dei prodotti delle industrie cinesi sovvenzionate dallo stato.

Dopo la smentita delle tradizionali teorie sul “peak oil”, il mondo sembra andare verso una rivoluzione energetica epocale. Gli investimenti nel gas di scisto e negli idrocarburi non convenzionali potrebbero rendere gli Stati Uniti autosufficienti entro il 2020, liberandoli dalle importazioni e dalle loro pesanti implicazioni geopolitiche. Lo scarso interesse di Washington per la crisi siriana ne è una prova. Se le recenti notizie dal Giappone si rivelassero fondate, lo sfruttamento dei diffusissimi idrati di metano potrebbe abbassare ulteriormente il prezzo dell’energia – per i paesi che vi hanno accesso.

Entro allora il pericolante sistema europeo di riduzione delle emissioni di CO2 avrà perso ogni senso. Per l’Ue proteggere la competitività delle sue industrie di fronte a concorrenti che pagano metà delle bollette della luce sarà sempre più difficile, specialmente se non troverà il modo di rendere convenienti le energie pulite. Ma soprattutto, energia e politica diventeranno indistinguibili. Tutta la retorica sulla costruzione dell’unione politica si ridurrà a una barzelletta, come sta già accadendo al maldestro tentativo di creare una diplomazia comune. I governi europei devono sedersi a un tavolo insieme ai rappresentanti delle loro industrie energetiche per mettere a punto una visione coordinata. Se non lo faranno, non saranno solo i federalisti europei a piangerne le conseguenze.

Sullo shale gas e delle divisioni che sta generando all’interno della UE ho già scritto. Per approfondire il tema della partita energetica in Siria si veda Limesdove si spiega come il futuro di Damasco sarà in buona misura determinato dagli idrocarburi.
Per quanto riguarda, invece, le altre partite energetiche in corso in Europa, nella ricostruzione di Presseurop manca un tassello che penso sia il caso di aggiungere.

A fine marzo ha sorpreso tutti l’improvviso clima di distensione tra Israele e Turchia. Dopo l’incidente della Mavi Marmara nel 2010 e le mancate scuse del governo israeliano, tra i due Paesi era sceso il gelo. Invece, nel corso della visita del presidente Obama a Tel Aviv, il premier Netanyahu ha contattato il suo omologo turco Erdogan per esprimergli le scuse del suo paese per l’accaduto di tre anni fa. Poco dopo un comunicato ufficiale del governo di Ankara dichiarava completamente normalizzate le relazioni tra i due Paesi.
Tutto bene, se non fosse che la riconciliazione tra i due più potenti e stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, contrariamente a quanto sostenuto dai media, non è stata merito di Obama.

In ballo c’è ben altro, come l’accordo per un progetto congiunto turco-israeliano per la costruzione di un gasdotto sottomarino che da Israele, via Turchia, esporti gas naturale verso l’Europa. Punto di partenza sarebbe proprio quel giacimento Leviathan che negli ultimi due anni ha contribuito non poco a rinfocolare le tensioni tra Gerusalemme e Ankara coinvolgendo anche Cipro.

Non è allora un caso che la vantaggiosa riconciliazione Israele e Turchia sia giunta appena un mese dopo la notizia che il gruppo turco Zorlu avrebbe avanzato un’offerta a Gerusalemme per costruire il gasdotto in questione. Perché Israele, il suo gas, ha fretta di venderlo, e i turchi hanno fretta di fare affari.
E non è un caso che l’allentamento delle tensioni tra i due Paesi sia coinciso con la crisi di Cipro, che tra i due litiganti ha fatto fuori il terzo, rendendo possibile un negoziato bilaterale. Questo dopo che in un primo momento Tel Aviv e Nicosia avevano stretto accordi che avrebbero facilitato la ricerca congiunta di giacimenti, la perforazione, lo sfruttamento, la distribuzione e la protezione degli stessi. Probabilmente più per mettere fretta ai turchi che per una reale volontà di collaborazione con i ciprioti. Da qui l’offerta del gruppo Zorlu per la realizzazione del progetto.

Con uno stato israeliano potenzialmente esportatore d’energia, le conseguenze geopolitiche nel levante Mediterraneo sarebbero notevoli. Gli idrocarburi diventerebbero per gli israeliani quell’arma strategica che non hanno mai avuto e che, viceversa, ha consentito ai Paesi arabi confinanti – notoriamente anti-israeliani – di avere uno strumento di pressione nello scacchiere geopolitico globale (chi non ricorda lo shock petrolifero del ’73?), inducendo non poche nazioni a limitare il proprio sostegno nei confronti di Gerusalemme. Per l’Europa, invece, un tale scenario segnerebbe la nascita di nuove fratture diplomatiche tra i suoi membri.
Con mezza Europa attaccata al rubinetto israeliano, dimezzato sarebbe anche il sostegno alla causa palestinese, di cui Bruxelles si è fatta carico con una piccola quota prevista nel bilancio comunitario, ma che potrebbe venire meno al primo pugno sul tavolo di Tel Aviv.

Se l’energia è politica, non stupiamoci che l’Europa energeticamente litigiosa sia anche politicamente divisa.

Siria, il raid israeliano non provocherà una guerra con Damasco

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime - è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione - segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

Doppio raid israeliano in Siria

L’agenzia stampa siriana SANA ha confermato le indiscrezioni riportate dalla tv di Stato sull’attacco aereo compiuto da Israele nei confronti di un sito militare nei pressi di Damasco, negando dunque che l’obiettivo del raid fosse fosse un convoglio che trasportava missili SA-17 russi a Hezbollah.

Eppure fonti americane confermano questa seconda versione (si veda anche qui). Alcuni funzinari israeliani avrebbero anche avvertito i loro omologhi USA circa la volontà di procedere. La Russia condanna.

L’obiettivo del raid non è l’unico aspetto controverso.

In un primo si era parlato di un attacco lungo il confine siro-libanese; ora invece si parla di un intervento all’interno del territorio siriano, non lontano da Damasco. Ma per colpire un deposito di armi o un convoglio?

Entrambe le cose, perché ora appare chiaro che i raid sono stati due.

Questa la sintesi dei fatti offerta dal blog Falafel Café:

Domenica scorsa Netanyahu l’aveva detto. «Il Medio Oriente non aspetta: o ci muoviamo o rischiamo di trovarci tonnellate di esplosivo chimico in casa. A est, a nord, a sud del nostro Paese tutto è in fermento, dobbiamo prepararci». Quarantotto ore dopo ecco che alle 2 di notte (ora israeliana, l’1 in Italia) di mercoledì 30 gennaio dodici caccia dell’Israeli Air Force e un drone radiocomandato decollavano dalle basi israeliane. Direzione Siria.

Il veicolo radiocomandato è arrivato sopra la città di Al-Zabadani verso le 4,30 del mattino. Qui, in pochi secondi, ha sganciato i suoi missili contro un convoglio che da Damasco stava viaggiando verso il confine libanese. L’esplosione è avvenuta a circa 5 chilometri dall’autostrada Damasco-Beirut. All’interno del mezzo militare munizioni, armi di vario tipo. Soprattutto sistemi missilistici di fabbricazione russa, a partire dagli SA-17.

Più o meno alla stessa ora i dodici caccia – dieci velivoli secondo altre fonti – sorvolavano i cieli sopra il Libano a gruppi di 2-3, passavano sopra Damasco e una volta a Jamraya, a pochi chilometri dalla capitale, attaccavano un deposito di munizioni. Nell’edificio, secondo l’agenzia di Stato siriana – che smentisce qualsiasi attacco a convogli a Al-Zabadani – almeno due persone avrebbero perso la vita, altre cinque sarebbero ferite in quello che non chiamano deposito militare, ma «centro di ricerca che lavorava per rafforzare la resistenza ai ribelli e ai nemici».

Quello che è certo è che la località di Al-Zabadani, dove ha colpito il drone, per Gerusalemme è diventato un centro nevralgico del passaggio di armi da Damasco a Beirut. «Da mesi in città c’è un clima di relativa calma», spiegano da Gerusalemme. «Pochissima resistenza ad Assad, poche vittime tra i civili e, soprattutto, cibo che non scarseggia. Dall’anno scorso il dittatore siriano ha concesso una sorta di indipendenza all’area in cambio di due cose: nessun gruppo ribelle e lasciapassare ai convogli militari di Damasco».
La località, secondo gl’israeliani, non sarebbe stata scelta a caso da Assad. «Nelle stesse zone, prima dell’accordo con il dittatore, passavano le armi (missili anti-carro, munizioni, mitra, ecc) fornite dagli occidentali ai ribelli siriani pagate dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, ovviamente, da Washington.
Che qualcosa stava cambiando, in Israele, lo si era capito anche da quel ch’è successo la scorsa settimana quando l’esercito ha installato due Iron Dome – il sistema anti-missilistico super-sofisticato – nel Nord, tra Haifa e il confine con il Libano. «Magari la guerra non arriva domani, ma dobbiamo essere pronti per ogni scenario», ha spiegato Amir Eshel, generale delle forze armate israeliane. E nel farlo ha parlato, per la prima volta, anche dell’Egitto. Il governo Netanyahu, nella riunione di domenica, ha chiaramente spiegato che «il governo guidato dal presidente Morsi e dai Fratelli Musulmani non funziona più. Nessuno degli aspetti chiave del Paese – l’esercito, la sicurezza interna e la polizia – è ormai sotto il controllo di Morsi».

Conclusione che lascia intravedere nuove nubi all’orizzonte di uno scenario regionale già instabile.

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UPDATE

Long War Journal:

Durante la scorsa settimana, i funzionari israeliani hanno espresso una crescente preoccupazione per quanto riguarda la situazione in Siria. Domenica scorsa, Israele ha schierato batterie Iron Dome nel nord, tra cui vicino a Haifa, anche se un portavoce dell’IDF ha detto che lo schieramento “non è legato a valutazioni della situazione attuale.”

Il giorno seguente, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Israeliano Yaakov Amidror è stato inviato a Mosca per una “visita lampo”, nel tentativo “di convincere il Cremlino ad adottare misure per evitare che i depositi [di armi] della Siria possano cadere nelle mani di gruppi terroristici”. Lo stesso giorno, il New York Times ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “ha avuto [una recente] maratona di riunioni con i capi militari e di intelligence e di ministri  per diversi giorni, con insoliti protocolli si segretezza.”

Martedì, Al-Monitor ha riferito che il capo dell’agenzia d’intelligence IDF, il Magg. Gen. Aviv Kochavi, si è incontrato con i funzionari del Pentagono, tra cui il presidente del Joint Chiefs of Staff generale Martin Dempsey.

Il fallimento di Netanyahu

Vincere le elezioni è una cosa, avere la maggioranza per governare è un’altra”. Questa affermazione su Le Monde sintetizza appieno l’ultima tornata elettorale in Israele. Benché i sondaggi della vigilia dessero per certa la vittoria del duo formato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, leader del Likud, in tandem  con l’ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, a capo del partito Yisrael Beiteinu, le urne hanno dato ben altro responso.
Questo il riassunto de Il Post:

La coalizione del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu ha vinto di misura le elezioni che si sono tenute martedì 22 gennaio in Israele. Il suo partito nazionalista liberale Likud insieme conIsrael Beitenu (“Israele, casa nostra”) della destra sionista laica ha ottenuto complessivamente31 seggi in parlamento, un numero molto distante dai 42 previsti dai sondaggi più recenti. Proprio per questo motivo, Netanyahu ha spiegato che cercherà di formare un governo con il più ampio consenso parlamentare possibile, così da avere una certa stabilità politica nei prossimi mesi.
Il partito centrista Yesh Atid (“Qui c’è il futuro”) fondato dall’ex giornalista Yair Lapid ha ottenuto, a sorpresa, 19 seggi ed è quindi il secondo partito di Israele. Ha superato di quattro seggi il Partito Laburista di sinistra che si è fermato a 15 e che nel precedente parlamento ne aveva solo 7. Tra i partiti ultraortodossi lo Shas, che nel 2006 aveva partecipato alla coalizione di governo di Ehud Olmert, ha ottenuto 11 seggi, mentre lo Yahadut Hatorah ne ha ottenuti 7. Tra i partiti di destra si è anche distinto HaBayit HaYehudi (“La casa degli ebrei”) che potrà contare su 11 seggi in Parlamento. Nel centrosinistra il partito Meretz-Yashad ha ottenuto 6 seggi come l’Hatnuah, mentre Kadima si è fermato a 2 seggi. Tra i partiti arabi, la Lista araba unita ha avuto 5 seggi, il partito politico Balad 3 seggi e Hadash 4 seggi.

Nella serata di martedì, Netanyahu ha tenuto un breve discorso per ringraziare gli elettori per avergli dato l’opportunità di guidare il paese per la terza volta. Ha poi spiegato di volersi confrontare con tutti i principali partiti per formare un’ampia e, per quanto possibile, solida coalizione di governo.

Per i risultati ufficiali e per avere un quadro completo del prima, durante e dopo elezioni, si veda il blog Falafel Café.
Il significativo arretramento della coalizione Likud-Beytenu esprime un messaggio chiaro: il Paese non vuole la svolta a destra. Ma ora è spaccato a metà. Se la maggioranza ideale per un governo stabile dovrebbe poter contare su 70 o 72 seggi, è evidente che, per ottenerla, Netanyahu potrebbe cercare l’aiuto dei partiti di centro come Kadima e Yesh Atid. Lettera 43 ipotizza i prossimi scenari.

Come spiega un esito così imprevisto? Secondo Globalist::

queste elezioni hanno avuto un esito diverso da quello che molti commentatori e analisti davano invece per scontato: non solo per il risultato finale, ma anche per l’affluenza al voto, la più alta degli ultimi anni.
Un aspetto che ha sorpreso molti e che sembra l’indice di un Paese in cerca di un’alternativa all’immobilismo che – a giudizio di alcuni – ha segnato le stagioni più recenti. E non solo in politica estera ma anche in quella interna, dove i morsi di una crisi crescente hanno indebolito la classe media e portato nelle piazze la gente sempre più in difficoltà con il caro vita. Una denuncia e un malcontento che Lapid ha saputo intercettare, cavalcando la speranza di una qualche svolta. Adesso il pallino è nelle mani del vecchio presidente Shimon Peres: dovrà affidare l’incarico, e non potrà esimersi dallo scegliere in prima battuta Netanyahu. Ma la strada per il premier in pectore appare tutt’altro che in discesa.

Linkiesta la vede così: Israele è stanca di avere la questione sicurezza al primo posto dell’agenda. Con il successo dell’ex giornalista tv Yair Lapid, la classe media trova una voce: più attenzione per l’economia e meno privilegi per gli ultraortodossi:

La tendenza Lapid era individuabile per le strade, ma non nei sondaggi. Lapid è uno scatto d’orgoglio della classe media israeliana. È stanca della gestione oltranzista dei rapporti internazionali, tanto da – ormai – ignorarla. Si preoccupa delle questioni economiche, e non riesce a comprendere come un paese in forte crescita come Israele non sia in grado di garantire la sopravvivenza della media borghesia, tanto da costringere il governo a tagli della spesa draconiani e a nuove tasse. Il governo è sempre sembrato più preoccupato delle richieste degli ultra-ortodossi, che di affrontare la questione abitativa: il paese negli ultimi cinque anni ha subito il terzo maggior aumento mondiale nei costi immobiliari, dopo Cina e Hong-Kong.
Il premier Netanyahu aveva compreso che la batosta era nell’aria: 31 seggi sono un disastro. Insieme ai nazionalisti di “Yisrael Beiteinu”, il partito di Avigdor Lieberman, alle elezioni del 2009 aveva ottenuto 42 deputati. Il 25 ottobre aveva annunciato la fusione tra i due partiti di governo, ma i risultati sperati non sono arrivati. Ha provato a cambiare le carte offrendo una posizione “last minute” come ministro delle Finanze alla “stella nascente” del Likud Moshe Khalon, ma non è servito. Khalon è un personaggio di buon richiamo per la classe media perché da ministro delle Comunicazioni era riuscito ad abbassare di molto i costi delle telefonia, ed alcuni mesi fa aveva misteriosamente dichiarato di voler lasciare il governo.
Così, tariffe dei cellulari a buon mercato hanno potuto poco contro le idee di Lapid, portavoce del sentimento borghese. Lapid vuole prendere di petto la questione degli ultra-ortodossi: sono 700.000 persone, figliano a raffica, e di quelli in età da lavoro il 60% sceglie la disoccupazione. Nelle loro scuole non s’insegna la matematica e l’inglese, e soprattutto il pensiero critico: sono viste come “centri di programmazione mentale” per essere costretti a far parte tutta la vita di una sorta di setta religiosa. Mantenere gli ultra-ortodossi in esplosione demografica costa allo stato oltre un miliardo di euro l’anno.

Per approfondire la figura di Yair Lapid, ex giornalista e più che mai astro nascente della politica israeliana, si veda su Internazionale e Lettera43.

Il dato di fondo è questo. In un’elezione dove tutti si proclamano vincitori, il vero sconfitto è proprio il premier uscente Netanyahu. Globalist:

Netanyahu ha fallito clamorosamente. Infatti in Israele si è votato non per decorrenza della legislatura, o per crisi di governo, ma perché il premier ha sciolto la Knesset, alla ricerca di una maggioranza ancor più ampia di quella che aveva. Il risultato? Calo vertiginoso del suo partito, nascita di una destra estrema, ancor più estrema di lui, tenuta degli utraortodossi, alleati odiati, e soprattutto vittoria di un centro tumultuoso e nuovo, guidato da un giovane giornalista televisivo, Lapid, che da zero arriva a 19 seggi in un colpo solo. La fine del re non poteva essere più amara.
Ha fatto la sua guerra pre-elettorale a Gaza, ha portato al calor bianco le relazioni con la Casa Bianca, ha sfidato i giovani della protesta di piazza, invaso la Cisgiordania di colonie, ha pensato leggi incredibili ai danni dei cittadini di etnia araba d’Israele, in partenariato con il suo ministro degli esteri, ha avuto il pieno sostegno bellicista del leader laburista che in virtù di questo ha ridotto il suo partito ai margini della politica, poi ha sciolto il Parlamento. E ha perso ben 9 seggi su 120, pari a una percentuale molto vicina all’8% dei voti!.

Nel discorso della vittoria (?) pronunciato a Tel Aviv, il premier ha dichiarato che cercherà di costruire una coalizione più ampia possibile ma che non rinuncerà all’idea di un governo forte per contrastare la minaccia del nucleare iraniano e risolvere i problemi economici interni. Come se la retorica anti-iraniana possa ancora avere un senso, visto che la debolezza del terzo governo Netanyahu si rifletterà proprio sulla linea da adottare nei confronti di Teheran, oltreché del processo di pace con i palestinesi.
L’era post Netanyahu comincia oggi.

Diplomazia all’italiana: bombe sulla Libia, pasticcio sulla Palestina

Per avere un’idea del perché l’Italia sia ai margini del panorama internazionale, basta dare un’occhiata a questi due esempi.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militareil generale Giuseppe Bernardis, in un libro intitolato “Missione Libia 2011. Il contributo dell’Aeronautica Militare”, svela che i bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia sono stati tenuti nascosti per motivi politici. Ora, che i nostri caccia abbiamo colpito il suolo libico non è mai stato un mistero – benché il governo Berlusconi abbia sempre ufficialmente smentito -, ma a distanza di un anno, il generale Bernardis rivela pubblicamente i numeri della missione:

Negli oltre sette mesi di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, “è stata fatta un’attività intensissima – racconta – che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’Aeronautica Militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo”.
Oggi dunque apprendiamo che velivoli italiani hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite, per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio – autorizzate dal governo Berlusconi il 26 aprile, la prima venne effettuata il 28 nell’area di Misurata – sono state 456, solo considerando quelle di “attacco al suolo contro obiettivi predeterminati” (310) e quelle di “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146), senza contare gli “attacchi a obiettivi di opportunità”, il cui numero è stato minore.

Parlando a braccio, il generale è però meno diplomatico e attribuisce questa carenza di informazione ad una precisa volontà politica di “non dire quello che si faceva”. “A volte per questioni di politica interna – ha detto Bernardis – si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c’era una situazione critica di politica interna”.

E sempre dei motivi di opportunità imposero al governo di richiedere con insistenza che le operazioni belliche fossero condotte sotto l’ombrello della NATO, causando un duro confronto diplomatico con la Francia, contraria a conferire il mandato all’Alleanza Atlantica. Allora Berlusconi dichiarò di aver ottenuto un successo diplomatico; in realtà si trattò di un copione già visto: il classico ricorso al “vincolo esterno” con cui i vari governi sono soliti annunciare al pubblico le cose politicamente impresentabili. Con la differenza che invece del solito “ce lo chiede l’Europa”, l’esecutivo disse: “ce lo chiede la NATO”. E poco importava che fossimo stati noi (perdonate il bisticcio di parole) a chiedere di chiedercelo.

Altro capitolo: la Palestina. L’Italia, che dapprima aveva annunciato di astenersi, alla fine ha votato per il sì.
Secondo Europa,la scoperta di un’autonomia forte italiana nell’arena internazionale sta diventando un tratto distintivo di questo governo:

L’Italia, se vuole essere una nazione credibile sul piano economico, e con la quale dunque fare business, deve dimostrare di avere un alto profilo politico riconosciuto. Non più paese “minore” e quasi sotto tutela americana – a distanza di ventitré anni dalla caduta del Muro! – ma attore forte e autonomo, nazione-cerniera tra due sponde del Mediterraneo, come si addice alla sua posizione geografica e alla sua storia. Monti è apparso consapevole, fin dall’inizio del suo mandato, dello stretto nesso che deve esserci tra capacità di fare politica sul piano internazionale, crescita dello status dell’Italia e della sua credibilità, e possibilità di uscire dalla crisi economica, restando nel club delle potenze mondiali.

In questo quadro va visto il sì italiano all’innalzamento dello status della Palestina all’Onu. Va visto come innanzitutto una prova di forte soggettività italiana, che in molti non si aspettavano. In passato si sono mitizzate le posizioni mediterranee dei Moro, degli Andreotti e dei Craxi, ma nessuno prima di questo governo aveva “osato” tanto, smarcandosi apertamente da Washington e da Tel Aviv. E questo non è avvenuto in ossequio a una scelta “filoaraba”, come sarebbe apparso evidente in passato, ma in virtù di una capacità nuova di usare pienamente la propria forza politica e diplomatica su tutti i fronti, sapendo anche dire no a richieste irricevibili di amici e alleati storici.

Peccato che, per essere credibili, bisogna essere innanzitutto coerenti. Una qualità di cui il nostro Paese sembra non disporre.
Lettera 43 svela questo retroscena:

Poteva essere il momento del riscatto per il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata. E, invece, il modo rocambolesco con cui l’Italia ha annunciato sul palcoscenico internazionale il suo sì all’ingresso della Palestina come Stato osservatore alle Nazioni unite è stata la dimostrazione dell’estrema debolezza del suo mandato.
LA POSIZIONE DELL’ASTENSIONE. Il nobile bergamasco, arrivato al ministero nel novembre del 2011 dopo la caduta del governo di Silvio Berlusconi, sosteneva la posizione ambigua dell’astensione, discostando Roma dalla linea non ufficiale dell’Unione europea. Una scelta diplomaticamente debole e strategicamente miope.
Dopo anni di discredito internazionale, infatti, l’Italia sta cercando di guadagnare peso a Bruxelles. E proprio il Medio Oriente trasformato dalla Primavera araba offre l’occasione di cambiare rotta, ottenendo importanti ritorni sul piano geopolitico.
SCAVALCATO DA MONTI. La posizione del ministro era perdente in partenza e ha lasciato poche strade al premier Mario Monti e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La soluzione – necessaria – è stata presa senza grosse remore: Monti ha chiamato Tel Aviv per annunciare il sì, dopo che lo stesso ambasciatore israeliano a Roma aveva ottenuto tutt’altre rassicurazioni.
Pur nel linguaggio felpato della diplomazia, la lettura è univoca: la Farnesina è stata scavalcata e l’autorevolezza del ministero messa in discussione di fronte al mondo.

Cosa (non) cambia con l’ingresso della Palestina nell’ONU

La Palestina è stata ammessa all’ONU come Stato osservatore non membro. I voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9, quelli astenuti 41 (qui il voto nel dettaglio, qui alcuni retroscena). Dato importante è l’affermazione dei confini precedenti alla guerra del 1967 (compresa Gerusalemme Est).
Ora, il voto del Palazzo di Vetro ha un valore solo simbolico, o potrebbe - il condizionale è d’obbligo trattandosi di Israele e dei suoi sostenitori - avere anche effetti concreti ?

Di fatto, il riconoscimento ha implicazioni pratiche che potrebbero mettere in imbarazzo Israele e disturbare il funzionamento delle diverse agenzie delle Nazioni Unite. La principale conseguenza è la possibilità, una volta firmato e ratificato lo Statuto di Roma, di adire la Corte Penale Internazionale dell”Aja per crimini di guerra o crimini contro l’umanità commessi dalle autorità israeliane, in particolare per l’operazione Piombo Fuso del 2008-09. Eventualità che il Regno Unito ha cercato di scongiurare, condizionando il proprio voto favorevole (Londra si è poi astenuta) alla formale rinunzia della Palestina a tale pretesa.
La Corte potrebbe entrare in gioco anche nel caso in cui si riuscisse a dimostrare che Yasser Arafat è stato avvelenato: in tal caso la Palestina potrebbe chiedere al Procuratore generale presso la Corte di aprire un’inchiesta. Ma la la verità sulle cause del decesso del raìs è una vicenda piena di punti oscuri e sulla quale nessuno vuole fare chiarezza.
Quanto alle agenzie, gli USA (principali sovventori) hanno già minacciato di ritirare i propri finanziamenti, come già accaduto per l’UNESCO.

Manco a dirlo, Netanyahu non l’ha presa bene. Il primo israeliano, oltre a ringraziare i “nove Paesi con la verità” l’appoggio, ha annunciato la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania.

In realtà, al di là dell’enfasi e delle celebrazioni, in concreto per la Palestina cambia veramente poco. Niccolò Locatelli su Limes, quasi a far eco alle parole dell’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Ron Prosor (“Abbas preferisce i simboli alla realtà. Preferisce volare a New York invece di venire a Gerusalemme per negoziare“) spiega perché l’ammissione all’ONU è una vittoria simbolica, ma non una soluzione:

La Palestina, al di là della maggioranza bulgara all’Onu, non può contare su Stati amici altrettanto importanti: gran parte del mondo arabo usa la questione palestinese come diversivo per distrarre la popolazione dai problemi di legittimità interni o per acquisire popolarità a buon mercato. Inoltre non è in grado di minacciare militarmente l’esistenza di Israele; anche il numero di vittime palestinesi è costantemente maggiore di quello delle vittime israeliane [dati 2000-2007]. Infine, la spaccatura tra le due maggiori fazioni del movimento palestinese, Fatah e Hamas, si è amplificata negli anni, giungendo dal 2006 ad assumere anche geograficamente il carattere di una spartizione: Fatah “governa” a Ramallah, dove risiede il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Abu Mazen, e in tutta la Cisgiordania; Hamas ha il predominio sulla Striscia di Gaza.
Date queste circostanze è difficile pensare che il riconoscimento dell’Onu possa avere qualche effetto sulla soluzione della questione palestinese. Certo, nel breve periodo Israele sarà isolata diplomaticamente mentre l’Anp rischierà di perdere i soldi delle tasse (che vengono raccolti da Israele) e quegli aiuti occidentali che hanno permesso a Fatah di arricchirsi e istituzionalizzarsi al potere. La Palestina potrebbe sfruttare il suo nuovo status per denunciare Israele al Tribunale penale internazionale (che finora non poteva esercitare la propria giurisdizione nei Territori) o alla Corte internazionale di giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.
Ma come detto gli argomenti del diritto internazionale non hanno particolare influenza sulle decisioni dello Stato ebraico. L’eventuale sospensione degli aiuti occidentali potrebbe avere effetti indesiderati per Usa ed Europa: aumento della popolarità di Hamas, maggiori ingerenze da parte di finanziatori con un’agenda diversa (Qatar in primis), recrudescenza dell’instabilità. Il riconoscimento ottenuto all’Onu rappresenta il lascito di Abu Mazen ma non scuote le fondamenta della questione israelo-palestinese. La soluzione di questa passa per Washington e per le maggiori capitali mediorientali, non per il Palazzo di Vetro di New York.

PS: per l’ennesima volta,  l’Unione Europea, non ha perso l’occasione di dimostrare la mancanza di una politica estera unitaria i 27 hanno votato in ordine sparso. Al di là dei tremila diplomatici di alto profilo che affollano il Servizio europeo di azione esterna, Bruxelles non possiede quell’unità e quella volontà politica necessarie alla proiezione di una identità e di una personalità sulla scena mondiale. Il tempo in cui i Paesi europei avevano una visione comune sembra ormai lontanissimo.

Israele ha ucciso il comandante militare di Hamas

Mercoledì Israele ha lanciato uno dei più feroci attacchi aerei su Gaza sin dai tempi dell’operazione Piombo Fuso, tra il dicembre 2008 e il gennaio seguente, aprendo il fuoco su almeno una ventina di bersagli sensibili.
Uno di questi era l’auto su cui viaggiava Ahmed Jabari, comandante dell’ala militare di Hamas, morto sul colpo. Al-Jabari, che era nella lista israeliana dei più ricercati militanti palestinesi, è il più alto funzionario del gruppo a essere ucciso dagli israeliani dall’invasione di quattro anni fa ad oggi.

Limes propone il video dell’attacco corredato da una serie di link per approfondire il contesto. Si veda anche Channel4. Haaretz ha iniziato un liveblog della situazione, dove si legge che secondo esponenti di Hamas “l’aggressione di Israele porterà alla guerra” e che fonti militari israeliane hanno dichiarato che l’esercito è pronto a operazioni di terra a Gaza in caso di necessità.
L’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet considerava Jabari responsabile di tutte le attività terroristiche antiisraeliane provenienti da Gaza. In passato Israele aveva tentato di ucciderlo in più di un’occasione. Con la sua morte, si rinnova la prospettiva di un’ulteriore escalation nella rinnovata ostilità tra Israele e Hamas, visto che l’organizzazione ha già annunciato che lo Stato ebraico “pagherà il prezzo per questo vile assassinio“.

Poco dopo l’omicidio di Jabari, ci sono stati diversi altri attacchi aerei israeliani nella città di Gaza. Finora fonti palestinesi parlano di sei persone uccise negli attacchi di oggi. I loro obiettivi principali, ha detto l’esercito israeliano in una conferenza stampa, erano i depositi e le strutture per il lancio di missili a lungo raggio individuati dai servizi segreti militari.
La possibilità di una nuova campagna di omicidi mirati contro comandanti e alti gradi di Hamas era stata ipotizzzata diversi funzionari della difesa israeliani negli ultimi giorni, in particolare dopo gli scontri iniziati il 10 novembre in cui sono morti almeno sei civili palestinesi e sono stati sparati molti razzi verso gli insediamenti del sud di Israele.

Ora la situazione rischia seriamente di degenerare. Ma perché Israele ha deciso di colpire proprio adesso? Lettera43 offre questa interpretazione:

Al Jabari, 46 anni, era infatti il più importante esponente delle milizie di Hamas che dal 2007 controllano Gaza: formalmente il numero due dell’ala armata, da almeno due anni il vero capo del gruppo, incolpato da Israele di una lunga sequela di attacchi.
Perché Tel Aviv abbia deciso di colpirlo proprio adesso si può forse spiegare con il nervosismo delle forze armate, allertate su più fronti: le turbolenze siriane hanno rimesso in discussione la pace di fatto delle Alture del Golan, i palestinesi tornano alla carica con la richiesta di riconoscimento all’Onu e, soprattutto, il fronte Sud di Gaza e del Sinai è in piena ebollizione.
L’ATTACCO CONTRO LE FORZE ISRAELIANE. Dal campo di addestramento delle fazioni palestinesi di Gaza, infatti, soltanto martedì 13 novembre era trapelato un video, orgogliosamente postato su YouTube, in cui si mostrava un attacco contro le forze israeliane. La novità stava nel lancia razzi montato su un camioncino e capace di lanciare missili ad una gittata senza precedenti. Forse, hanno valutati gli esperti militari, persino fino a Tel Aviv.

In prima linea contro Israele non solo gli uomini di Hamas

Il rischio della guerra in casa, nei confini impenetrabili della più animata città israeliana, avrebbe convinto Israele ad agire. Era dalla fine dall’operazione Piombo Fuso, l’assedio della Striscia da parte degli israeliani consumatosi tra dicembre 2008 e gennaio 2009, che l’esercito con la Stella di Davide non si spingeva così in là.
SOSTENERE UNA NUOVA INTIFADA.Non a caso la prima risposta delle brigate al Qassam è stata una promessa nefasta:  «Apriremo le porte dell’inferno per Israele». E nel giro di poche ore, l’assassinio del martire al Jabari è già diventato materia di propaganda per spingere l’opinione pubblica a sostenere una nuova intifada o nuovi attacchi contro Israele.
MORSI E I SERVIZI SEGRETI DEL CAIRO. L’escalation della tensione, d’altronde, era nell’aria da giorni. E soffiava con il vento caldo della penisola del Sinai. Tanto che secondo alcune fonti il presidente egiziano Mohamed Morsi aveva mandato i servizi segreti del Cairo a cercare di mediare tra Hamas e Israele per arrivare ad una tregua su Gaza.
La novità degli ultimi giorni di novembre è in fatti che il lancio di razzi sui villaggi israeliani parte proprio dalla penisola egiziana, trasformatasi, dopo la caduta del raìs Hosni Mubarak, in una vera polveriera, terra di nessuno popolata da delinquenti, jihadisti e trafficanti di ogni tipo.
GLI ATTACCHI DEI GRUPPI JIHADISTI. Da mesi si susseguono gli attacchi dei gruppi jihadisti contro le forze di polizia egiziane che cercano di arginare il passaggio di uomini e armi.  Il varco sono 1.200 i tunnel  che uniscono Gaza al Sinai, necessaria alla Striscia isolata dal resto del mondo e soffocata da un interminabile assedio per rifornirsi di generi di prima necessità. Ma canale privilegiato anche per trafficanti e terroristi.
L’ESCALATION DI VIOLENZE. Non ci sono infatti solo gli uomini di Hamas in prima linea contro Israele. Secondo fonti di sicurezza egiziane, anche la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina sono impegnati in prima linea negli attacchi. Proprio quest’ultimo gruppo ha rivendicato l’attacco compiuto la prima settimana di novembre nella striscia di Gaza contro una jeep militare israeliana, che ha provocato il ferimento di quattro soldati.
L’episodio ha fatto scalpore non tanto perché il video che lo riprendeva è finito subito su internet, bensì perché, secondo quanto riferiscono fonti militari all’emittente libanese al Maiadin, il razzo che ha colpito la jeep era un missile anti-carro del tipo Kornet di fabbricazione russa. Un genere mai usato prima, che mostra come stiano arrivando a Gaza armi sempre più sofisticate e pericolose.
Ora Israele ha deciso di rispondere. Ma la pioggia di razzi che infuoca il cielo mediorientale in queste ore non promette nulla di buono.

L’eventualità di una nuova guerra Hamas – Israele è ormai la convinzione di molti.

Israele avrebbe colpito il Sudan per avvertire l’Iran e Hamas

Il 27 ottobre l’Associated Press ha pubblicato delle foto satellitari che mostrano come una fabbrica di armi a Yarmuk (Sudan) sia stata bombardata, forse da aerei militari. L’attacco sarebbe avvenuto nella notte del mercoledì precedente e il regime sudanese ha subito accusato Israele, il quale però non conferma né smentisce. In particolare si parla di un’operazione condotta con quattro cacciabombardieri.
Secondo il Guardian quei container contenevano armi e munizioni dirette ad Hamas e ad Hezbollah per conto dell’Iran. Da quando molti carichi di armi spediti direttamente sono stati intercettati da Israele, Teheran ha cominciato ad inviare i rifornimenti bellici tramite il Sudan. L’attacco quindi sarebbe stato mirato a interrompere il flusso di armi diretto ai gruppi terroristici che operano ai confini di Israele. Non è neppure la prima volta che il regime di Khartoum accusa Tel Aviv di essere responsabile di bombardamenti ai suoi danni: era già accaduto in altre due occasioni, nel 2009 e nel 2011.
E’ probabile che l’operazione avesse anche un obiettivo secondario. Secondo alcuni analisti Israele non solo sarebbe in grado di portare a termine un attacco simile: in linea d’aria il Sudan dista circa 1.600 km da Israele, dunque i caccia israeliani ne avrebbero percorsi più di tremila in volo tra andata e ritorno. Più o meno la distanza che separa Israele dalla centrale sotterranea di Fordow, il più lontano dei siti nucleari iraniani. In realtà, grazie grazie ai rifornimenti in volo di carburante,  l’aviazione israeliana è in grado di raggiungere e colpire tali obiettivi, come era già stato dimostrato a livello teorico da alcuni esperti. L’attacco di Yarmuk lo confermerebbe anche a livello pratico.

Tuttavia, la situazione è ancora più complessa. Il Time raccoglie le opinioni di alcuni analisti scettici riguardo alla versione di Khartoum: se gli aerei erano invisibili ai radar, le autorità sudanesi come possono affermare che i velivoli fossero proprio quattro? Potrebbe anche essersi trattato di una esplosione accidentale nel magazzino, come era stato inizialmente riferito dal governatore dello stato di Khartoum. Ma in un momento di gravi tensioni sociali all’interno del Paese, Israele rappresenta un facile capro espiatorio per canalizzare la rabbia popolare distogliendola dalle miserie quotidiane.
Un analista sudanese parla di un attacco avvenuto con un drone, il cui obiettivo era un deposito di munizioni per droni accanto alla fabbrica, la quale sarebbe stata accidentalmente colpita. C’è anche la possibilità che l’obiettivo non erano le armi, bensì qualcosa di più importante: secondo un altro analista (stavolta israeliano), non si inviano quattro aerei fino a 1.900 km di distanza solo per distruggere una fabbrica che produce razzi Grad.

Interessante il contributo di Amin Rosen sull’Atlantic, che esordisce così: “Non capita spesso che un governo annunci con enfasi che una struttura militare nella sua capitale è stata distrutta da un attacco a sorpresa, anche alla luce di plausibili elementi di prova contrari.” L’idea di fondo è quella: incolpare un nemico esterno per unire una popolazione frammentata e irrequieta, come già avvenuto la scorsa estate in occasione degli scontri di frontiera col neonato Sud Sudan.
Nondimeno, ci sono indizi che l’attacco aereo sia effettivamente avvenuto, come la testimonianza di un giornalista della AFP e un video su Youtube che mostra esplosioni – benché non sia possibile stabilire cosa le abbia causate. Inoltre, Rosen ricorda che Sudan e Iran hanno firmato un “accordo di cooperazione militare” nel 2008, e che il Paese africano ha ricevuto e ospitato il personale della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Le voci sul transito per le armi destina ad Hamas sono  state confermate in un incontro tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Scott Gration e il capo dei servizi segreti sudanesi Salah Ghosh, che però ha negato il diretto coinvolgimento del suo governo.

Israele non attraversa un momento  favorevole. La scorsa settimana, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, emiro del Qatar, è stato il primo capo di Stato a visitare la Striscia di Gaza da cinque anni a questa parte, rompendo così l’isolamento diplomatico di Hamas (qui la mia analisi e qui quella di Limes). Fatto inquietante, la visita di al-Thani ha coinciso con una ripresa di lanci di razzi di Hamas contro i civili israeliani che vivono nelle zone intorno a Gaza. Alla luce di questo aspetto, l’attacco di Yarmuk potrebbe essere un avvertimento di Tel Aviv all’Iran – e a questo punto, anche ad Hamas – che la sua capacità di reazione è sempre e comunque pronta ed efficace. E devastante.

Il Qatar annette anche Gaza

Che il Qatar sia emerso come un attore influente nello scacchiere mediorientale non è un mistero. Prima le intercessioni per conto della diplomazia iraniana verso l’Occidente, poi l’attivismo guerrafondaio in Libia e il sostegno smaccato alla Fratellanza Musulmana in Egitto e Tunisia, infine la sfrenata partigianeria anti-Assad nel marasma siriano. Oggi il potente emiro al-Thani mira più in alto, volgendo le sue attenzioni al punto più caldo della geografia levantina: Gaza.
Per anni la causa palestinese è stata un pò il principale collante delle popolazioni arabe, almeno dal punto di vista mediatico. Tutti a sbraitare contro Israele, ma nessuno a dare un sostegno concreto a Gaza e alla Cisgiordania. Se i Paesi del Golfo avessero donato anche solo un giorno all’anno di introiti petroliferi ai Territori occupati, forse oggi i palestinesi se la passerebbero un pò meglio. Invece nulla. Tante parole (e tutte contro Israele), ma fatti zero.

Solo la Turchia ha provato a smuovere quest’inerzia. La spedizione della Freedom Flottilla del 2010, condita dall’incidente della Mavi Marmara (n cui nove cittadini turchi persero la vita sotto il fuoco israeliano), è bastata ad Erdogan per accattivarsi molte simpatie in questo lato del mondo. Ma non è bastato. Perché Ankara non ha saputo sfruttare l’opportunità offerta dalla Primavera araba di divenire il nuovo faro della galassia islamica sunnita. E perché – dato non indifferente – non ha le risorse finanziarie di Doha.

In questo quadro la visita a Gaza dell’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, assume un importante significato. L’emiro è stato accolto in modo trionfale, e non soltanto perché ha annunciato l’avvio di una serie di progetti per un investimento complessivo di 400 milioni di euro. Come spiega Lettera43:

IL QATAR ROMPE L’ASSEDIO PALESTINESE. Ma Hamad bin Khalifa ha portato in dote anche un altro ‘regalo’ non meno rilevante.
Lo ha sottolineato a uso della Comunità internazionale il ministro Ismail Haniyeh nell’accogliere l’ospite: «Con questa visita lei ha ufficialmente rotto l’ingiusto assedio politico ed economico imposto a Gaza per più di cinque anni», ha detto all’emiro, ricordano la battaglia di Gaza del 2007 seguita alla vittoria elettorale del 2006 di Hamas, inserito nella lista delle «organizzazioni terroristiche» da gran parte delle cancellerie occidentali, tra cui Usa, Unione europea e Giappone.
La visita contribuirà certamente a rafforzare la posizione di Haniyeh, vincitore del confronto con Meshal per la leadership del movimento, ma sottoposto al nevralgico compito di gestione del cessate il fuoco rispetto a una popolazione a dir poco insoddisfatta delle condizioni di vita che si trova a sopportare.
FATAH-HAMAS, RICONCILIAZIONE DIFFICILE. Ma non solo. Il viaggio, comunicato al telefono solo domenica 21 ottobre a Abu Mazen, il leader dell’antagonista Fatah, sembra anche lasciar trasparire un maggior favore dell’emiro nei confronti di Hamas; quasi che da Doha si ritenga ormai al tramonto il processo di riconciliazione tra le due formazioni palestinesi, con ciò che ne potrebbe derivare sulla prospettiva della creazione di un solo Stato nazionale palestinese.
Forse è prematuro ipotizzare questo sbocco, vista l’attenzione con la quale il Qatar si è impegnato in favore di tale processo di riconciliazione nel passato – un’urgenza cui ha fatto rifermento lo sceicco nella sua visita – ma va tenuta comunque presente. Tanto più in considerazione della caduta di consenso di Fatah nelle elezioni amministrative in Cisgiordania.
È altresì verosimile che il movimento sfrutterà le credenziali dell’emiro per sollecitare il Cairo – che con il presidente Mohamed Morsi ha già mostrato di voler seguire una linea di significativa apertura – ad assumere una posizione più proattiva a favore del superamento del suo isolamento internazionale.

La sostanza sta nel giro di boa effettuato da Hamas allorché, a marzo, ha denunciato, per bocca del primo ministro, la politica repressiva del regime siriano di Bashar al Assad, collocandosi dunque al fianco dei ribelli sunniti (sostenuti proprio dal Qatar).
Si è trattato di un gesto forte con il quale il presidente di Damasco ha perso un ventennale alleato. Con l’aggravante, per il regime siriano e dunque anche per Teheran, di una serie di conseguenze a catena, quali l’inaugurazione da parte di Hamas di una nuova stagione di rapporti anche con Arabia Saudita, Turchia e Giordania: quasi il tracciato di un innovativo fronte transnazionale sunnita.
A RISCHIO IL RAPPORTO CON HEZBOLLAH. Il deterioramento degli storici rapporti tra Hamas e Teheran ne è un altro corollario, anche se non ancora definitivamente sanzionato, e fa supporre che gli sceicchi abbiano manifestato concreta disponibilità a surrogare l’apporto di risorse tradizionalmente assicurato dagli iraniani ad Hamas. Al momento, restano in piedi le relazioni tra lo stesso Hamas e il libanese Hezbollah, ma c’è da chiedersi fino a quando.
Il riposizionamento di Hamas, che ha sempre giocato un rilevante ruolo regionale, assume dunque una valenza geopolitica di cruciale sensibilità in questa fase di fermentazione dell’area mediorientale.
Sullo sfondo di questa realtà geostrategica può apparire stonato l’appellativo «umanitaria» associato alla visita dello sceicco del Qatar.
GAZA, PEDINA DELLA PRIMAVERA ARABA. Ma per la popolazione palestinese di Gaza, paradossalmente di entità similare a quella del Qatar ma incommensurabilmente più povera, la visita ha rappresentato il modo migliore per festeggiare l’importante festa religiosa islamica dell’Aid al Adha che da venerdì 26 è destinata a portare alla Mecca la gigantesca fiumana di qualche milione di pellegrini.
Il Golfo, d’altronde, è stato paradossalmente il principale beneficiario della Primavera araba, con l’affermazione delle forze politiche di ispirazione islamica sunnita. Gaza ne risulta ora una piccola, ma nevralgica tessera aggiuntiva.

Gaza è l’ultimo e forse più importante tassello del mosaico geopolitico qatariota. Dopo l’annessione de facto della nuova Libia liberata (?),  le accuse di ingerenze da parte di mezzo mondo arabo, i tentativi di corruzione della Russia affinché lasciasse Assad al suo destino, la controversa iniziativa di ospitare un ufficio di rappresentanza dei taliban, e più di recente le opere umanitarie (tutt’altro che disinteressate) nel Nord del Mali, la martoriata città palestinese può essere il punto di arrivo, e insieme di partenza, dell’ascesa di Doha a potenza regionale.
Se non altro perché il momento della visita non è casuale. L’America è distratta dalle battute finali della campagna presidenziale, la Turchia è indecisa di entrare in guerra contro la Siria o no, la Russia deve fare i conti (in tutti i sensi) con le ristrettezze di bilancio e Israele (rectius: Netanyahu) è alle prese con la paranoia iraniana. Con i principali attori geopolitici in altre faccende affaccendati, l’emiro al-Thani ha avuto campo libero per mettere le mani su Gaza.
Anche a costo di inimicarsi Israele, che – come era facile immaginare – non ha mancato di stigmatizzare l’arrivo di al-Thani nella Striscia, col rischio di incrinare i già incerti rapporti tra Doha e Tel Aviv - benché l’emiro sia giunto a Gaza scortato da 12 caccia israeliani. In ogni caso, la visita di al-Thani non ha fermato gli attacchi israeliani sulla città.
Per finire, c’è da chiedersi se la politica estera del Qatar, così come avviata, possa essere sostenibile nel lungo periodo.

Entro pochi giorni sapremo se Israele attaccherà l’Iran oppure no

La questione del possibile attacco di Israele all’Iran per arrestarne il programma nucleare giunto già in fase avanzata è un’evergreen dei dibattiti di politica internazionale da vent’anni, ma in questi giorni se ne parla sempre con maggiore insistenza. Perché forse stavolta l’attacco potrebbe esserci davvero.
Per spieganre le ragioni, prendo le mosse da un articolo dell’analista americano John Hulsman intitolato pubblicato su sul quaderno speciale di Limes Media come armi“, intitolato “Idi di settembre“.

Secondo Hulsman, le indicazioni trapelate dai i colloqui riservati tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca in marzo sono preoccupanti. Il premier israeliano ha assicurato di non aver preso nessuna decisione definitiva circa un eventuale attacco all’Iran, impegnandosi a concedere alle ultime sanzioni (in vigore da luglio) un periodo di prova per verificarne l’efficacia. Il problema è che i due alleati, pur trovandosi d’accordo su alcuni punti, traggono conseguenze politiche diverse. Un rapporto dello scorso febbraio afferma che l’Iran è in possesso di circa 100 kg di uranio arricchito al 20%: se arricchito al 90%, sarebbe una quantità sufficiente per fabbricare 4 bombe. Benché sia necessario almeno un anno per assemblare un ordigno nucleare e almeno altri 18-24 mesi per montarlo su un missile Shabab 3, i servizi segreti USA calcolano che al più tardi di Natale (2012) Israele perderà la possibilità di impedire militarmente l’acquisizione dell’atomica. Ma il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha più volte affermato che il punto di non ritorno sarà varcato a inizio autunno. Per allora il reattore iraniano di Fordow, situato in una montagna vicino alla città di Qom a 60 metri di profondità e irraggiungibile alle bombe attualmente a disposizione dell’aviazione di Tel Aviv, avrà prodotto abbastanza uranio arricchito da rendere il programma nucleare di Teheran inattaccabile. Ma Obama non ha dato il via libera ad un raid israeliano, né ha promesso di intervenire direttamente in caso di fallimento delle sanzioni.
Ora, che Israele avrebbe attaccato l’Iran entro Natale (2011, questa volta) si diceva già un anno fa. Perché stavolta la minaccia israeliana dovrebbe essere più concreta? Secondo Hulsman, per il semplice motivo che i piani bellici di Netanyahu si legano a doppio filo alla congiuntura elettorale negli USA.
Tirando le somme, Obama ha gestito la politica estera americana in tono dimesso, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Una prudenza che per il presidente in carica si è trasformata in un elemento di forza: secondo i sondaggi, gli americani considerano Obama un leader più capace in politica estera rispetto all’avversario Romney. Ma il dossier Iran potrebbe rimescolare le carte: i repubblicani rimproverano alla Casa Bianca di scarso sostegno ad Israele e fanno pressione affinché essa sostenga incondizionatamente qualunque decisione Tel Aviv sceglierà di adottare. La corsa di Obama per il secondo mandato passa anche attraverso la Florida, Stato elettoralmente strategico e a forte presenza ebraica. Stretto tra due fuochi – Israele da una parte, repubblicani dall’altra – a meno di due mesi dal voto, il presidente potrebbe essere costretto perseguire verso l’Iran una politica basata sulle priorità degli israeliani, anziché su quelle di Washington. Viceversa, in caso di rielezione Obama avrebbe una forza negoziale maggiore nei confronti di Netanyahu e potrebbe così opporre il suo rifiuto ad ogni iniziativa di quest’ultimo.
Pertanto, conclude Hulsman, l’attacco sarà a settembre, oppure non sarà. Il fatto che quindici giorni siano già trascorsi potrebbe autorizzarci a sperare in bene, ma i segnali che qualcosa può ancora succedere non mancano.

Innanzitutto, Netanyahu ha ribadito che farà di tutto per impedire all’Iran di dotarsi della bomba non più tardi di pochi giorni fa, accusando l’America di avere “troppe incertezze” in merito. In agosto un blogger israelo-americano ha pubblicato in rete un estratto di un dossier contenente un piano d’attacco. Sempre in agosto c’è stato un attentato a turisti israeliani in Bulgaria, e pur senza prove certe Ntanyahu non ha perso tempo ad accusare l’Iran della strage. Infine, l’ultimo rapporto del Mossad che parla di “conseguenze imprevedibili” nell’ipotesi di un Iran nuclearizzato risale a due settimane fa. Si vedano anche le recenti dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
C’è poi lo strano caso del Canada, che di punto in bianco ha deciso di interrompere le proprie relazioni con l’Iran, inserendo quest’ultimo – insieme alla Siria – nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ok, tra i due Paesi  ci sono stati degli incidenti in passato, ma la repentinità della mossa solleva non pochi interrogativi. E’ da notare che l’annuncio è giunto per bocca del ministro degli esteri John Baird nel corso di una visita ufficiale in Russia, Paese alleato (seppur con riserve) della Repubblica Islamica, nonché fornitore di mezzi e know how per il suo programma atomico.
L’idea più accreditata presso gli analisti è che si sia trattato di una misura prodromica ad un possibile attacco militare a Teheran, posto che Ottawa tende sempre di più ad appiattirsi alle decisioni assunte da Washington (per gli approfondimenti sui rapporti USA-Canada rimando al blog BeYourOwnLeader).

Questo fino a martedì scorso, 11 settembre. Fino all’assalto alla sede diplomatica USA di Bengasi, che ha imposto ad Obama delle scelte nel momento in cui meno avrebbe voluto assumerle. La sua risposta, come nelle previsioni, è stata cauta e decisa nello stesso tempo: forte e irrevocabile presa di posizione sul piano diplomatico contro l’assalto, invio di soldati per proteggere i funzionari d’istanza nei Paesi teatro delle rivolte e dichiarazioni di rispetto nei confronti della religione islamica. Questo per limitare i prevedibili attacchi dei repubblicani che non hanno perso tempo ad accusare il presidente di scarso patriottismo e debole leadership.
Le proteste nel mondo arabo (e non solo) continuano, e gli eventi potrebbero suggerire a Netanyahu di alzare la posta per sfruttare l’ultimo scampolo di vulnerabilità politica del presidente americano. Il quale, in questo momento, ha in mente solo una cosa: la rielezione.

Capitolo Israele. La storia dimostra che, in caso di dubbio circa eventuali minacce alla propria sicurezza, Tel Aviv tende ad agire preventivamente: lo ha fatto contro l’aviazione egiziana nel 1967, contro il programma nucleare iraqeno nel 1981 e contro quello siriano nel 2007. Se fino ad oggi Israele non ha sferrato il colpo, almeno in parte, è perché un’azione diretta in territorio iraniano avrebbe una possibilità di successo solo col decisivo supporto delle forze armate americane. Il reattore di Fordow può essere distrutto solo tramite ordigni anti-bunker, che gli USA si sono sempre coscienziosamente rifiutati di vendere ad Israele, e in ogni caso è dubbio che l’aviazione israeliana, pur mettendo in campo gli oltre 100 aerei considerai necessari all’operazione, sia in grado di finire il lavoro senza l’ausilio di quella americana.
Ma la principale ragione per cui Israele non può attaccare l’Iran è politica, ed è costituita dalle divisioni interne su come affrontare la minaccia iraniana. Per agire, Netanyahu ha bisogno che il governo sia compatto nel sostenere la sua volontà d’attacco. Per tutto il 2011 il primo ministro ha provato a strappare il consenso sull’ipotesi di un’azione preventiva, sostenuto dal ministro degli esteri Barak e dal bellicoso ministro degli Esteri Avigdor Liebermann. Se dimostrerà di aver fatto di tutto per evitare la guerra (ma sono emerse prove che lui abbia falsato i dati sulla minaccia), alla fine il suo gabinetto potrebbe cedere e rassegnarsi all’ineluttabilità dell’attacco. A quel punto la palla passerebbe a Obama.
Sempre John Hulsman, in un precedente articolo sul tema, aveva spiegato che, se quando Israele deciderà di colpire, alla Casa Bianca ci sarà un neoconservatore come G. W. Bush, l’attacco è garantito. Se invece sarà un democratico, l’attacco potrebbe avvenire comunque se Israele incalza, i neocon fanno pressione e il presidente è debole.
La prima e la seconda condizione ci sono già. Sta ad Obama scongiurare l’ultima.