Nassiriya. Dieci anni fa la strage, quattro anni fa l’insabbiamento, oggi il petrolio per l’Eni

Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un camion cisterna forzò senza troppa fatica il posto di blocco all’ingresso della base italiana “Maestrale” di Nassiriya, seguito da un altro automezzo imbottito d’esplosivo. L’attentato provocò 19 morti italiani, nove iracheni e un gran numero di feriti. Il bilancio sarebbe stato ancora peggiore se il militare Andrea Filippa, di guardia all’ingresso della base, non fosse riuscito a fermare i due attentatori sul camion uccidendoli quando il mezzo era sul cancello di entrata, evitando così una strage di più ampie proporzioni. Quel giorno la guerra entrò di nuovo nella vita degli italiani, lasciandosi dietro una scia di sangue e di polemiche.

I nostri soldati si trovavano a Nassiriya dal 19 luglio per partecipare all’operazione di peacekeeping, autorizzata dalle Nazioni Unite e conseguente alla guerra avviata dagli Stati Uniti per deporre Saddam Hussein. Il nome della missione, cominciata ufficialmente il 15 luglio, era “Antica Babilonia”. L’operazione sarebbe terminata il primo dicembre 2006, quando Nassiriya tornò sotto il controllo dell’esercito americano. In tutto, 33 italiani furono uccisi nel corso della missione.

Dopo l’attentato vennero aperte diverse inchieste. Non soltanto per accertare chi fossero i responsabili dell’attacco, ma anche per stabilire se ci fossero state negligenze da parte dei comandi militari nel prevedere l’attacco e nel difendere adeguatamente la base. Come ricostruisce Il Post:

L’inchiesta sulle responsabilità dei militari italiani è stata lunga e complessa e ha coinvolto diversi ufficiali tra cui i due generali responsabili del settore, Vincenzo Lops e Bruno Stano, oltre al comandante della base, il colonnello Georg Di Pauli. Con la sentenza  del 20 gennaio 2011 la Corte di Cassazione confermò quella della corte d’appello militare che aveva assolto tutti e tre gli ufficiali da ogni responsabilità penale, ma rinviò il caso alla giustizia civile per il risarcimento dei danni ai familiari delle vittime.

La Cassazione, in questa come in altre sentenze  che hanno riguardato il caso, stabilì che erano state sottovalutate le avvisaglie di un attacco imminente e che non erano state prese le adeguate misure per contrastarlo. Ad esempio: all’ingresso della base non era stato costruito un percorso obbligatorio a zig-zag per evitare che un mezzo potesse lanciarsi a grande velocità nel parcheggio della base, la riserva di munizioni non era stata adeguatamente protetta, mentre gli hesco bastionerano stati riempiti di ghiaia e non di sabbia come sarebbe stato più prudente in caso di pericolo di attentati.

Dopo la strage, iniziò l’opera di insabbiamento. Durissimo questo commento su Globalist:

Il giorno dei solenni funerali di Stato, a Roma, fu un’orgia di nazionalismo e di retorica patriottarda a reti unificate. Poi – nel silenzio anch’esso a reti unificate – i comandanti furono accusati di “imprudenza, imperizia e negligenza”.

Avevano sottovalutato gli allarmi e non avevano adeguatamente protetto la base. I blocchi anticarro non erano stati riempiti di sabbia, come si vede in qualsiasi film di guerra, ma di ghiaia e sassi che, al momento dell’attentato, si sono trasformati in proiettili. Il deposito di munizioni era a ridosso degli alloggi militari e le munizioni italiane hanno moltiplicato il volume di fuoco dell’esplosivo iracheno. La decantata professionalità dell’esercito professionale voluto da D’Alema era deflagrata con tutto l’edificio.

Nel 2009 il colonnello Di Pauli era imputato in un processo a Roma proprio per questi reati gravi. Un generale, Stano, era già stato condannato in primo grado a due anni di reclusione e poi assolto in appello (non per non aver commesso il fatto, ma per aver obbedito a ordini superiori). Imputato con lui, ma assolto già in primo grado, il generale Vincenzo Lops, che lo aveva preceduto al comando della base. Ma a dicembre di quell’anno tutto si ferma. Nel decreto sul rifinanziamento delle missioni, primo esempio di larghe intese visto che l’hanno sempre votato Pd e Pdl insieme, scivola una norma che stabilisce l’improcessabilità per quei reati degli alti papaveri in divisa a meno che non lo chieda il ministro della guerra in persona. All’epoca era l’indimenticabile La Russa. Così la Cassazione non iniziò nemmeno a esaminare le carte e il Tribunale militare interruppe il processo a Di Pauli. La norma venne ribattezzata “salva-generali”. Altri due commi del decreto resero più semplice l’uso delle armi per i soldati in missione di “pace”.

Ed oggi, al di là della retorica commemorativa, cosa rimane di quella strage? Grazie alla norma salva-generali, le vittime di Nassiriya non avranno mai giustizia. In compenso, oggi in Iraq c’è qualcuno che ricava molti, molti profitti. Come l’Eni, grazie ai barili di petrolio estratti dal giacimento di Zubairsituato in prossimità di Bassora e considerato uno dei più grandi depositi di oro nero al mondo.

Come scriveva UniMondo nel 2009:

Allora avevamo ragione. L’Italia è andata a Nassiriya, per il petrolio. O, almeno, anche per il petrolio. Dopo tutte le smentite seguite in questi anni alle segnalazioni di Un ponte per…  ora abbiamo la conferma: sia l’Eni che il Ministero del petrolio iracheno hanno confermato l’esistenza di una gara di tipo particolare “riservata” a Eni, Nippon Oil, e Repsol per Nassiriya, un giacimento di 4,4 miliardi barili con una potenzialità di 300mila di barili/giorno. L’Eni si è detta “fiduciosa” di aggiudicarsela, e i commenti di Paolo Scaroni, il suo amministratore delegato, ostentano sempre maggiore ottimismo.

L’Eni – va da sé – ha sempre smentito, ma non ha mai smesso di lavorare per mantenere il “diritto di prelazione” su Nassiriya.

Il 5 gennaio 2009 Platts Oilgram, l’autorevolissima agenzia di informazione sull’energia della McGrow Hill, rivela, citando fonti irachene del ministero del Petrolio, che fin dallo scorso agosto era stato firmato un Memorandum of Understanding congiunto con l’Eni e la giapponese Nippon Oil per lo sviluppo del giacimento di Nassiriya e la costruzione di una raffineria della capacità di 300mila barili al giorno. Platt riferisce anche che all’interno del ministero del Petrolio erano state sollevate obiezioni perché l’accordo era stato realizzato senza gara di appalto e senza il coinvolgimento dell’ufficio competente per i contratti e le licenze. La stessa Platts Oilgram ha informato il 13 gennaio che l’accordo prevederebbe per la Nippon Oil la costruzione della raffineria, e per l’Eni lo sviluppo del giacimento petrolifero.

In effetti nell’agosto 2008 l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, si era recato in Iraq dichiarando al rientro (a margine di “Cortina Incontra”): “Nella nostra ultima visita in Iraq ci siamo presentati con tutti gli argomenti che Eni può mettere sul tavolo … E credo che la nostra presenza in quel paese possa essere articolata”.

Se le rivelazioni di Platt sono vere, l’Eni avrebbe in tasca Nassiriya sin da agosto, e la gara annunciata in questi giorni potrebbe essere nient’altro che la ratifica di una decisione già presa, forse non a caso con due governi “amici”.

Facciamo attenzione ai tempi. In aprile cade il Governo Prodi, che aveva ritirato le truppe, nello stesso mese Scaroni annuncia “L’Eni è pronta a tornare in Iraq” (Repubblica, Corriere della Sera). Fonti confidenziali ci hanno riferito che l’anno precedente, a seguito del ritiro del contingente militare italiano, gli Usa sarebbero intervenuti per contrastare le trattative sin da allora in corso su Nassiriya.

Ultimo atto. La gara di appalto “riservata”.

Dopo una procedura di prequalificazione, con la quale sono state selezionate 35 imprese internazionali (per l’Italia, l’Eni e il Gruppo Edison), ammesse a partecipare al primo round di gare per l’assegnazione di contratti di servizio per lo sviluppo di 8 fra giacimenti petroliferi e di gas iracheni, il ministero del Petrolio di Baghdad ha poi annunciato un secondo giro di gare per la assegnazione di altri 11 giacimenti. Entrambi i round dovrebbero concludersi con l’assegnazione dei contratti entro il 2009. Inspiegabilmente, però, in nessuno dei due round è compreso il giacimento di Nassiriya.

Perché? Era forse già “assegnato”. Cosa ha discusso a Baghdad Paolo Scaroni nella visita lampo di dicembre 2008, appena pochi giorni prima dell’annuncio del secondo round di gare di appalto?

Nel novembre 2009 viene firmato l’accordo preliminare tra il governo iracheno per Zubair e l’Eni, capogruppo di un consorzio internazionale composto da Occidental Petroleum Corporation, Korea Gas Corporation e Missan Oil Company. Il giacimento diventa remunerativa nel giro di un anno esatto, quando nel novembre 2010 la produzione si attesta sui 200.000 barili al giorno. Oggi la produzione è di 320.000 b/g e si lavora per portarla ad 850.000 entro il 2016, come annunciato dal primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki, e l’Amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni, a margine di un incontro a Baghdad tenuto lo scorso 2 settembre.

Per chiudere il cerchio, dato che il 30% del capitale di Eni è ancora in mano pubblica, un terzo dei profitti totali dell’azienda (e dunque anche dei ricavi di Zubair) entra nelle casse dello Stato. Quello stesso Stato che, in nome di quei profitti, prima spedisce i suoi militari in Iraq e poi garantisce l’impunità agli ufficiali responsabili della loro strage.

PS: Quando parliamo di Iraq, non dobbiamo mai dimenticare che il conflitto voluto da George W. Bush aveva un obiettivo ben preciso: prendere possesso dei giacimenti iracheni per avere il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regioneOggi possiamo dire che l’operazione si è risolta con un totale fallimento. A dieci anni dall’invasione l’Iraq non esiste: la guerra ha lasciato un Paese spaccato lungo le linee etniche, con un governo centrale debole e contestato.

Frammenti di Iraq nel caos siriano

Il fermo (e non “sequestro”) dei 4 reporter italiani in Siria ha costretto i media a gettare la luce sulla formazione militare islamista ritenuta responsabile del gesto: Jabhat al-Nursa (Fronte di Supporto).
Si tratta di  una sigla di miliziani fondamentalisti d’ispirazione qaidista, iscritta nella lista USA dei gruppi terroristi, salita alla ribalta agli inizi dello scorso anno come sedicente responsabile di una serie di attentati contro il regime di Bashar al-Assad. Secondo il Washington Post sarebbe il quarto gruppo armato attivo in Siria per dimensioni (benché i numeri sull’effettiva consistenza delle bande ribelli citati nell’articolo siano esagerati). In gennaio girava voce che avesse instaurato un emirato islamico nella Siria orientale, come ribadito oggi da Pepe Escobar sull’Asia Times.

Il fattore Iraq

Un’analisi di Ennio Remondino su Globalist traccia una sintesi della Siria in cui i 4 italiani erano stati fermati. Tra le altre cose, l’articolo spiega come il progressivo aggravarsi del conflitto in Siria stia favorendo l’infiltrazione e l’ascesa di movimenti jihadisti, provenienti soprattutto dall’Iraq (alcune foto). Un anno fa scrivevo:

oggi gli insorti iracheni utilizzano le stesse reti di comunicazione e trasporto percorse – in senso inverso – negli anni dal 2003 al 2008. Ne consegue che la crescente violenza in Siria è in parte frutto di un disegno tracciato dall’interno del vicino Iraq. Tutti a Baghdad sono interessati al corso degli eventi a Damasco: il primo ministro al-Maliki, al-Qa’ida, i trafficanti di armi, i sadristi. Ciascuno di loro ha qualcosa da guadagnare o proteggere. E finché l’instabilità permane, sempre più iracheni saranno incoraggiati a gettarsi nella mischia. Alimentando una spirale di violenza sempre più fuori controllo.

Comunemente si pensa che la politica dell’Iraq verso la Siria sia eterodiretta dall’Iran, ma questa semplicistica interpretazione trascura un fatto. In realtà, il tiepido sostegno del premier al-Maliki al regime di Assad è dettato dalla preoccupazione che la maggioranza sunnita possa sconfiggere il presidente e prendere il controllo della Siria che verrà. Così ufficialmente Baghdad si mantiene neutrale verso Damasco, ma allo stesso tempo i continua ad invocare una soluzione diplomatica al conflitto. Limes, in una lunga analisi sulle relazioni tra Iraq e Siria alla luce della guerra civile a Damasco, spiega:

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Alleanze qaidiste

Al-Qa’ida in Iraq entra ufficialmente nel conflitto siriano l’11 marzo, quando rivendica la paternità di un attentato in cui perdono la vita 48 soldati siriani e nove guardie irachene.
Praticamente un mese dopo, l’8 aprile, Abu Bakr al-Baghdadi, capo del gruppo qaidista, annuncia che la fusione tra la sua organizzazione e Jabhat al-Nusra in Siria. Nel contempo, afferma che lo Stato Islamico in Iraq è stato coinvolto nella guerra civile siriana fin dall’inizio, di fatto confermando l’idea da sempre sostenuta dal regime siriano di una rivolta condotta dai jihadisti.
Ma a smentire la notizia della fusione è proprio il capo di al-Nusra, che in un messaggio audio promette fedeltà ad Ayman al-Zawahri, prendendo però le distanze da al-Qa’ida in Iraq. Non solo. L’annuncio di al-Baghdadi solleva anche la reazione del Free Syrian Army, il quale ribadisce la propria distanza ideologica da al-Nusra.
Come si spiegano tutte queste prese di posizione? Secondo Lorenzo Declich:

Alcuni analisti, visto “l’omaggio”, affermano che “l’ordine” di fondere le due organizzazioni sia arrivato direttamente da Ayman al-Zawahiri.
Se così fosse la Jabhat al-nusra avrebbe disatteso un ordine.
Più probabilmente l’intera vicenda è, lasciando da parte al-Zawahiri, il risultato di un antagonismo fra le sigle irachena e siriana.
Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico Iracheno, cioè al-Qaida irachena, non ha più molto seguito in Iraq, essendosi votato sostanzialmente al caos per aver perseguito negli anni una strategia dinamitarda cieca (molte vittime innocenti). La Jabhat al-nusra, invece, ha in pochi mesi raccolto attorno a sé molti consensi e molti combattenti, impegnandosì certamente in attacchi terroristici-dinamitardi, ma anche in vere e proprie battaglie, nelle quali ha potuto mostrare il coraggio dei propri affiliati.
Questa “mossa” del capo di al-Qaida in Iraq può essere dunque letta come un estremo tentativo di “mettere il cappello” sulla Jabhat al-nusra.
Un tentativo che, fra l’altro, si è rivelato un boomerang mediatico, andando controcorrente rispetto a quella che era stata individuata dagli osservatori come una “strategia di dissimulazione” della Jabhat al-nusra, tesa a farsi ben volere dalla popolazione.
Una strategia che stava funzionando e che ora non funzionerà più, o funzionerà molto meno.
Da diverse aree della Siria “liberata”, luoghi dove le nuove entità politiche stanno costruendo il “dopo Asad”, giungono fra l’altro notizie di tensioni fra militanti della Jabhat al-nusra e di altre formazioni.
Tensioni che fanno preconizzare un lungo e turbolento “post-Asad”.
Al tutto si aggiungono le dichiarazioni sdegnate dei Comitati di Coordinamento Locali i quali, nonostante le violenze e le armi, rimangono l’unico vero organismo politico della rivolta siriana:
“I Comitati di Coordinamento Locali” si afferma in un comunicato “rifiutano completamente le affermazioni di [...] Zawahiri riguardanti la fondazione di uno Stato islamico in Siria [...]. I CCL condannano le interferenze di Zawahiri negli affari interni alla Siria [...] Solo i siriani decideranno il futuro del loro paese. I CCL ribadiscono, di nuovo, che la rivoluzione siriana ha come obbiettivi la libertà, la giustizia e uno Stato civile, pluralista e democratico”.

Assad dopo Assad?

I risvolti politici delle giravolte di cui sopra sono evidenti. A parole, l’obiettivo comune dell’opposizione siriana – nelle sue varie diramazioni – è la caduta di Assad, ma la frammentazione esistente al suo interno e le infiltrazioni jihadiste vanno tutte a vantaggio del presidente siriano. Il quale  sembrava spacciato fino a pochi mesi fa e invece ora, complice l’inerzia della comunità internazionale, potrebbe rimanere in carica fino alle presidenziali del 2014. E magari anche vincerle.

“Non per il petrolio, ma con il petrolio.” Perché l’America ha invaso l’Iraq

La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo - Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

Bugie, secessioni e tanto petrolio. Quel che rimane dell’Iraq

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dell’alto, ci accorgiamo che la guerra non è mai finita. Ha solo cambiato protagonisti e bersagli. A un anno dal ritiro del grosso delle truppe americane e dopo altri nove di occupazione, continuano le lotte di potere tra gruppi politici, etnici e religiosi e si profila la possibilità di elezioni anticipate prima dello scadere della legislatura, nel 2014. O peggio ancora, di una tripartizione curdo-sunnito-sciita del Paese.

L’Iraq nel 2012

Dopo Saddam doveva essere democrazia, ma la realtà è ben diversa. I più recenti dati di Human Rights Watch parlano di libertà personali e collettive negate, abusi su popolazione e minoranze, permanente divisione del Paese in tre aree etnico-religiose.
Gli attentati terroristici si moltiplicano: 325 morti e oltre 700 feriti a luglio. 365 uccisi e 683 feriti nel solo mese di settembre. Nello stesso mese, la condanna a morte in contumacia dell’ex vicepresidente iracheno, il sunnita Tariq al-Hashemi, colpevole di avere organizzato con gruppi terroristici sunniti oltre 150 attentati e omicidi tra il 2005 e il 2011 contro politici e funzionari sciiti del governo di Maliki. Hashemi, fuggito dall’Iraq, si trova ora in Turchia, che rifiuta di concederne l’estradizione a Baghdad.
Resta irrisolta la questione curda, rimasta più o meno silente dal 1992. Anche se il Kurdistan ha una produzione giornaliera di soli 1.000 barili, il Governo autonomo ha stipulato oltre 40 contratti per l’estrazione e l’esportazione autonoma del petrolio contro la volontà del governo centrale, che li ha definiti illegali.
Per finire, in dicembre il Presidente Jalal Talabani, impegnato in una difficile mediazione tra sunniti, sciiti e curdi, è stato colpito da un ictus, cadendo in uno stato di coma profondo.

Il conflitto settario

Tra tutti i paesi del Medio Oriente l’Iraq è quello che ospita al suo interno il maggior numero di minoranze - di cui i sunniti rappresentano chiaramente la punta di diamante -, i cui diritti vengono sistematicamente ignorati. Ragion per cui la deriva settaria del malcontento della popolazione rischia di infiammare un quadro già acceso.
Dal 23 dicembre infiammano le manifestazioni della minoranza sunnita, che accusa il primo ministro Nuri al-Maliki d’incompetenza nella gestione dei servizi pubblici e denuncia la legislazione antiterrorista da cui si sente presa di mira. L’argomento secessione non è più un tabù. Le proteste di massa nel governatorato di Anbar hanno dato origine l’idea di uno “Stato dell’Iraq occidentale” che comprenda popolazione sunnita del Paese.
La primavera confessionale irachena si articola sulle richieste dei manifestanti sunniti (qui in arabo) formulate in 15 punti, sui quali spicca l’istituzione di una “regione sunnita secondo la Costituzione”, a cui segue la caduta del governo Maliki nel caso di rifiuto all’accoglimento di tale istanza. Già lo scorso aprile fonti kuwaitiane (in arabo) rivelavano che Hashemi aveva sostenuto la formazione di una cosiddetta “Grande regione sunnita”  che comprendesse le province di Tikrit, Mosul, Anbar e Diyala. La quale potrebbe essere una delle ragioni, al di là di quelle ufficiali, della sua estromissione e persecuzione da parte del governo Maliki. Secondo altre fonti, Hashemi – definito un burattino nelle mani del governo turco – avrebbe elargito 4 milioni di dollari ai capi tribù delle suddette province per continuare le manifestazioni di piazza.
Negli stessi giorni è tornato a farsi vivo anche Ezzat Ibrahim ad-Duri, ex vicepresidente del Consiglio del comando della rivoluzione dei tempi di Saddam, ultimo ex uomo forte del passato regime e tuttora latitante, dando il suo sostegno alle manifestazioni antigovernative sunnite e lasciando intendere che Maliki è una burattino nelle mani dall’Iran.
La partita irachena non si gioca più solo nei palazzi del potere, ma anche nelle piazze e con le tende. E nel prossimo futuro anche con le armi, se è vero che in novembre è nato lEsercito libero dell’Iraq, fotocopia dell’omologo siriano. I suoi uomini dicono di voler abbattere il “potere sciita” nel Paese e “combattere l’influenza dell’Iran” nella regione. Nessun riferimento a libertà e diritti.
Il giornalista Latif Alsaadi ricorda:

Tutti questi problemi sono comunque la conseguenza della base politica costituzionale, su cui si è mosso il processo politico seguente, e della realtà creata dopo l’occupazione dal plenipotenziario americano Bremer e dal Governo da lui diretto.
Con lui si è fondata la distribuzione del potere su base etnica e settaria e si sono formati, “in nome” della democrazia e del processo democratico, nuovi potenti interessi. Sempre su questa base è stata modificata la legge elettorale con cui si è andati alle elezioni del 2010, in seguito alle quali, stante anche la presenza di una costituzione malata, si sono consolidati interessi selvaggi e legati ad un potere autoritario.
Tale legge infatti ha attribuito gli oltre due milioni di voti delle forze sconfitte ai partiti più forti e grandi, col risultato che molti sono entrati in parlamento senza essere stati votati.

La questione curda

E poi ci sono i curdi. Il Kurdistan gode di un certo grado di autonomia nell’area a nord del Paese, ma l’atmosfera di apparente cooperazione col governo centrale si è parecchio incrinata nell’ultimo periodo.Le polemiche con Baghdad ruotano intorno a due questioni: l’applicazione dell’art. 140 della Costituzione in merito alla giurisdizione su alcune aree contese (come le province di Kirkuk, Salah’din, Ninive e Diyala) e la divisione degli utili del petrolio. Centrale, in entrambi i casi, è la posizione di Kirkuk, città nei cui paraggi viene estratto il 20% di tutto il petrolio iracheno.
Sul primo punto, l’accordo col governo Maliki prevedeva che alle popolazioni locali venisse concesso di decidere se stare con il Governo Regionale Curdo o no, ma Baghdad ha preferito inviare un contingente armato verso i confini del Kurdistan – la Forza operativa Dijlah, allo scopo di controllare le suddette località, anche se formalmente con la finalità di combattere il terrorismo. Sul secondo, ai curdi spetterebbe 17% dei proventi petroliferi, ma non siamo mai andati oltre il 13%-14% a causa dei tagli imposti da Baghdad.
Come nella contesa tra sunniti e sciiti, il braccio di ferro tra curdi e governo centrale interessi molto concreti. Globalist:

La controversia in merito alla sovranità territoriale tra governo centrale e KGR ha, infatti, multiple sfaccettature. Da un lato alle diatribe politiche tra Baghdad ed Erbil è sottesa una spaccatura tra arabi e curdi che potrebbe riaprire contraddizioni di natura etnica all’interno del Paese, dall’altro un ruolo importante è giocato dagli alleati internazionali delle due parti. A seguito della ritirata delle truppe statunitensi, sia il governo centrale sia il KGR hanno cercato di ricalibrare a proprio favore i rapporti di forza interni. In questo senso il governo al Maliki ha tentato un riposizionamento sull’asse sciita al fianco dell’Iran mentre il governo di Barzani ha lavorato per apparire un partner credibile per gli investitori esteri.

Gli investimenti stranieri nel settore petrolifero iracheno sono diretti perlopiù in Kurdistan o nelle provincie contese e per quanto durante l’estate il governo di al Maliki abbia cercato di riprendere la gestione delle concessioni anche minacciando le compagnie petrolifere, Barzani mantiene salda la sua posizione ed ha reso noto il progetto di un oleodotto curdo verso la Turchia che estrometterebbe completamente il governo iracheno dalla gestione degli impianti. L’alleanza con attori internazionali, e in particolar modo con Ankara, ha, però, obbligato il KGR a rilanciare il proprio protagonismo nell’area e ad esprimersi anche su questioni come la guerra in Siria, foriere di dissidi a livello interno. Nel caso specifico Baghdad ed Erbil si trovano su fronti opposti. Al Maliki sostiene gli al-Assad mentre Barzani ha dato rifugio a molti profughi siriani e ha creato forti legami con il Consiglio Nazionale Siriano (CNS).

In questo contesto un eventuale conflitto interno tra curdi ed arabi non solo renderebbe palese il fallimento del processo di unificazione nazionale dell’Iraq, ma avrebbe anche conseguenze che travalicano i confini del Paese e che potrebbero aggiungere elementi di instabilità alla regione.

In quest’ottica, il Kurdistan vuole internazionalizzare la sua lotta per assumere un ruolo chiave nel quadro geopolitico regionale.
Se da un lato il governatore curdo Erbil ha intrapreso una serie di iniziative di lotta “interne”, come la sospensione delle proprie forniture a Baghdad quale arma di negoziato, dall’altro ha alzato lo sguardo oltreconfine stringendo accordi di esplorazioni con le maggior compagnie petrolifere mondiali. Uno su tutti – quello con Exxon Mobil -, ha complicato estremamente le relazioni tra il governo autonomo e la compagnia statunitense, da una parte, e le autorità irachene, dall’altra. Il pericolo rappresentato da questa mossa si spiega in due effetti: le Big Oil sembrano ora pronte a rischiare l’ira di Baghdad pur di guadagnare una posizione in Kurdistan, mentre la regione sembra acquistare, in questo modo, sempre maggiore autonomia di manovra.
Il controllo sull’Iraq passa per la frammentazione del tessuto politico, sociale ed economico che lo costituisce. Perché l’Iraq odierno non è che questo: un Paese incatenato da forze politiche ed economiche che ne inibiscono la crescita, continuando però a sfruttare le sue risorse energetiche.
Sarà anche per questo che, da qualche tempo, i media internazionali danno grande rilevanza al Kurdistan iracheno, mentre i diritti di oltre 20 milioni di curdi che vivono in Turchia non sembrano meritare lo stesso spazio (parentesi: per un background completo sulla questione curda si veda Limes).

Il futuro che non c’è

Per la Banca Mondiale l’Iraq un Paese ancora da tutto da ricostruireLe risorse per farlo ci sarebbero, in teoria. In pratica, in cima all’agenda del governo questo punto pare non esserci. Nel 2013 Baghdad avrà a disposizione il più grande bilancio della storia del Paese, forte dei 118,6 miliardi di dollari previsti dai proventi del petrolio. Ma a beneficiarne non saranno i cittadini: la fetta più grande della torta è destinata infatti a incrementare la produzione di greggio, a rafforzare la sicurezza e la difesa, e a soddisfare tutte le esigenze dell’ufficio del primo ministro. La ricostruzione, dunque, dovrà ancora attendere.
Senza contare le inefficienze e disuguaglianze direttamente imputabili alla corruzione, che in Iraq coinvolge tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Per finire, anche la verità – prima e l’ultima vittima dell’invasione irachena - dovrà attendere. Il giorno di Natale, le famiglie dei militari americani e britannici coinvolti nell’invasione del 2003 hanno appreso che la declassificazione di alcuni messaggi privati intercorsi tra l’allora premier Tony Blair e il presidente USA George W. Bush è stata nuovamente rimandata: doveva essere pronta quasi due anni fa, poi nel 2012 e ora prossima data utile sembra essere fine 2013, forse l’inizio del 2014. Colpa delle resistenze incontrate tra le fila del governo inglese.
A dieci anni di distanza, ci sono segreti (di Pulcinella) che non possono ancora essere svelati.

Trame irachene nella crisi siriana

A prima vista l’evolversi della crisi in Siria dipana i suoi effetti anche nel vicino Iraq. Baghdad diventa così uno spettatore tutt’altro che disinteressato rispetto alla piega degli eventi. Ma ad uno sguardo più attento scopriamo che il rapporto di complementarità tra i due Paesi è esattamente rovesciato.
Il primo ministro Nouri al-Maliki e i partiti sciiti temono l’ascesa dei militanti sunniti in caso di sconfitta di Assad, così offrono sostegno diplomatico al regime affinché la situazione possa normalizzarsi e dunque risolversi in favore del presidente siriano. Allo stesso tempo, stanno favorendo l’afflusso di miliziani al fianco delle forze governative.
Anni fa era la Siria ad inviare combattenti in Iraq contro l’invasore americano, soprattutto a beneficio dell’esercito del Mahdi di Moqtada al-Sadr. Oggi le parti sono ivertite, e sempre più iracheni sono coinvolti in Siria.

Le notizie di militanti iracheni impegnati dalla parte di Assad sono iniziate a circolare dopo che alcune bombe sono esplose in diverse località siriane. La sequenza parte con un un doppio attentato suicida a Damasco il 23 dicembre 2011, che ha ucciso 44 persone. Il 6 gennaio un altro ordigno è esploso in una zona residenziale della capitale mietendo altre 26 vittime. Il 10 febbraio un’esplosione in Aleppo ha fatto altri 28 morti.
Funzionari degli Stati Uniti si dicono convinti che dietro gli attentati ci sia la firma di al-Qa’ida in Iraq. Cosa indirettamente confermata da Ayman al-Zawahiri, che in un video di pochi giorni dopo ha incita gli islamisti di tutto il mondo ad andare in Siria per rovesciare il presidente Assad. Nello stesso giorno, perfino il viceministro iracheno Adnan al-Assadi si è lasciato sfuggire che diversi jihadisti locali erano andati in Siria per partecipare alla lotta contro il regime di Assad – come confermato dagli Stati Uniti. Meno di 24 ore dopo, al-Assadi si è rimangiato tutto smentendo tale eventualità, così come quella di un contrabbando di armi in corso dall’Iraq alla Siria. Ma già nel dicembre 2011, la polizia in Ninive aveva segnalato un traffico di armi ed esplosivi tra la provincia e la Siria. Altri rapporti testimoniano analoghi traffici da altre località del Paese (qui e qui).
Anche le tribù locali sostengono attivamente l’opposizione siriana. Ci sono state diverse manifestazioni in Anbar, a sostegno dell’opposizione siriana, come quella di Falluja del 16 febbraio e quella di Hit il 2 marzo. I residenti di al-Qaim, cittadina irachena vicina al confine, ammettono di aiutare i siriani per “restituire il favore” ricevuto ai tempi dell’occupazione americana. Fuori dal coro troviamo un gruppo di al-Anbar che si fa chiamare Libero Esercito Iracheno, formato da musulmani sunniti, il cui compito è monitorare il confine per porre fine a qualunque aiuto da parte di Baghdad a Damasco.

Riassumendo, oggi gli insorti iracheni utilizzano le stesse reti di comunicazione e trasporto percorse – in senso inverso – negli anni dal 2003 al 2008. Ne consegue che la crescente violenza in Siria è in parte frutto di un disegno tracciato dall’interno del vicino Iraq. Tutti a Baghdad sono interessati al corso degli eventi a Damasco: il primo ministro al-Maliki, al-Qa’ida, i trafficanti di armi, i sadristi. Ciascuno di loro ha qualcosa da guadagnare o proteggere. E finché l’instabilità permane, sempre più iracheni saranno incoraggiati a gettarsi nella mischia. Alimentando una spirale di violenza sempre più fuori controllo.

La “sacrosanta” strage degli emo in Iraq

Le cronache dell’Iraq riportano la strage di decine di adolescenti colpevoli del solo fatto di essere “emo”. L’intera vicenda può essere ricostruita seguendo il sito “A paper Bird”, che si occupa di diritti civili (in particolare quiqui e qui). Non è il caso di aggiungere nulla su un fatto in sé così drammatico.
Piuttosto, è interessante notare ciò che i media non dicono o, peggio ancora, ignorano di proposito.
Da al-Akhbar apprendiamo l’esistenza di una “Polizia morale” irachena, di cui non avevamo mai sentito parlare in precedenza. Nonostante il sito del Ministero degli Interni- che la chiama Polizia della Comunità – si sforzi di adornarla di qualità di ogni sorta (“deve promuovere i principi di cittadinanza, democrazia, pace civile e i diritti dell’uomo..”), essa ha tutta di essere un omologo del Mutaween, la polizia religiosa saudita, con le stesse competenze ma sotto le mentite spoglie di un nome più presentabile.
Forse non dirò nulla di nuovo, ma è evidente come i diritti civili di persone omosessuali o appartenenti a sottoculture, in quella che fu la Mesopotamia, non siano pienamente garantiti.
Causa ed effetto di questa triste realtà sono i pregiudizi nei confronti delle anzidette categorie, ben riflessi nei titoli osceni sulle pagine dei giornali. Il quotidiano Al-Bayan, degli EAU parla dei “discendenti di Dracula a Baghdad”; per l’egiziano al-Wafad gli emo sono la “conferma dell’esistenza dei vampiri in Iraq”.
Moqtada al-Sadr, tramite il suo sito, ha descritto gli emo come “folli e sciocchi”, aggiungendo però che devono essere trattati nel rispetto della legge. Già, ma quale? Quella civile, più tollerante, o piuttosto quella religiosa?
La cosa più inquietante è che perfino le risposte della autorità suonano quanto meno ambigue, se non proprio dello stesso tenore. Il responsabile del comitato di sicurezza del distretto di Kadhmiya, ad esempio, ha detto che gli emo sono “adoratori del diavolo che bevono gli uni il sangue degli altri”.
È interessante leggere le parole del capo della Polizia della comunità: “la polizia e il Ministero dell’Istruzione stanno collaborando per consentirci di entrare nelle scuole e contenere gli emo” (forse un termine più ortodosso per dire “arrestare”?).
Infine, nessun partito politico, religioso o laico che sia, ha pubblicamente chiesto di indagare sul caso, né ha speso una parola per commemorare i ragazzi uccisi. La paura di erodere il consenso popolare – o quel che ne rimane – sconsiglia una tale presa di posizione.

Il (finto) ritiro dall’Iraq è il primo passo per un Medio Oriente sempre più americanizzato

1. Con le parole “Benvenuti a casa” Obama ha salutato il rientro degli ultimi soldati americani d’istanza in Iraq. Per la prima volta nella storia, uno Stato celebra in pompa magna la propria sconfitta in guerra.
I numeri dell’Iraq dopo quasi nove anni all’insegna di questa scellerata campagna militare sono terribili, senza nient’altro da aggiungere. “Chiedete ad un qualsiasi iracheno se si sta meglio oggi o se si sentivano più sicuri sotto Saddam”, ha icasticamente affermato un veterano nel corso di un’intervista a Press Tv, ricordando i costi umani della guerra: 1,3-1,4 milioni di morti, 4 milioni di orfani, 5 milioni di rifugiati. Oltre ad un’intera generazione segnata dal trauma dell’occupazione.
I numeri degli USA non sono migliori: tra i 3.600 e i 4.400 miliardi di dollari di costi e oltre 4.500 soldati uccisi. Senza contare un tasso di disoccupazione tra i veterani del 12% (la media nazionale è il 9%), caso strano nel Paese che più di ogni altro è riuscito ad assicurare una seconda vita (nell’amministrazione, nelle università, o persino nei talk show) ai suoi eroi che dopo aver smesso la divisa.
Qual è il significato di fondo della disastrosa campagna irachena? Nel 2003 Bush decise di invadere l’Iraq per indurre l’Arabia Saudita ad aumentare la produzione petrolifera allo scopo di adeguarla al crescente fabbisogno interno degli americani. Oggi il prezzo del petrolio è quintuplicato rispetto a otto anni fa e la democrazia in Iraq ha portato al potere la maggioranza sciita, consegnando di fatto all’Iran un ampio margine di manovra nelle questioni interne del Paese. Il peggiore scenario possibile sia per Ryadh che per Washington.

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Ci sono cose (come l’Iraq) che non si possono comprare, per tutto il resto c’è il Qatar

Ufficialmente gli Stati Uniti non inizieranno una nuova guerra in Siria; in compenso hanno già ingaggiato una guerra psicologica contro i Paesi limitrofi per farli ad intervenire al loro posto. Le pressioni su Giordania, Libano e Iraq non hanno finora sortito effetti.
Il Primo ministro di Amman ha giustificato il rifiuto di imporre sanzioni economiche a Damasco perché questo avrebbe delle ricadute negative l’economia giordana. Inoltre ha la Carta delle Nazioni Unite dalla sua: “se si invoca l’art. 7 per imporre sanzioni alla Siria, noi invochiamo l’art. 50 che eslude i Paesi limitrofi,” ha dichiarato.
Il Libano è legato alla Siria a doppio filo sia dal punto di vista economico (tutte le merci transitano attraverso il territorio siriano) che della sicurezza (la Siria sostiene Hezbollah, che in Libano ha la sua base operativa), per cui Beirut non può assumere decisioni che finirebbero per avere un effetto boomerang.
Ma è sull’Iraq che gli USA hanno concentrato i maggiori sforzi. La visita del vicepresidente Biden, il quale si è recato a Baghdad con un elenco di richieste in 9 punti non è servito a cambiare la posizione del governo di al-Maliki. L’Iraq, che ha già votato due volte contro le sanzioni proposte della Lega Araba, rifiuta di fare il lavoro sporco per conto degli americani.
Washington ha ancora delle carte da giocare. Dal momento che l’Iraq è ancora sotto l’imperio dell’art. 7 della Carta ONU, dal quale potrà affrancarsi solo dietro il necessario benestare degli USA, il governo iracheno non potrà ignorare all’infinito le esigenze dell’amministrazione americana. Per riacquistare la propria sovranità senza compromettere i rapporti con il proprio vicino, al-Maliki si è detto disponibile a mediare tra l’opposizione siriana e il regime di Assad.
Il problema è che complicato dalla presenza di un terzo incomodo, la cui influenza in Iraq è ben più profonda di quella esercitata dall’America: l’Iran. L’asse Damasco-Teheran pesa come una spada di Damocle sui destini di Baghdad, la quale svolge un ruolo di “ponte” tra i due stretti alleati. È per questo che l’Iraq non potrà mai recitare un ruolo di primo piano nella strategia americana in Siria.
Inoltre ci sono diversi altri fattori, compresi quelli di natura sociologica che escludono la prospettiva di un Iraq antisiriano. Nelle zone di frontiera tra i due Paesi vivono molti gruppi legati da relazioni familiari e tribali, ideologici e religiosi che costituiscono di fatto un’entità unica a prescindere dal confine che li separa. Un’eventuale, improbabile partecipazione dell’Iraq contro la Siria non avrebbe altra conseguenza che la disintergazione di uno Stato già profondamente diviso al proprio interno.

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Quello che i media non dicono sulla Siria

Carta di Laura Canali tratta dal volume di Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

Dall’inizio delle rivolte in Siria in molti si aspettavano che la NATO lanciasse una nuova operazione con il pretesto di “proteggere i civili”, sulla falsariga di quanto accaduto in Libia. Anche l’opposizione guidata dal neonato Consiglio Nazionale siriano aveva iniziato a far circolare questa idea, poi categoricamente smentita dalla stessa Alleanza Atlantica.
In realtà l’Occidente non potrà ripetere a Damasco ciò che aveva fatto a Tripoli, benché voci in tal senso continuino a diffondersi (qui e qui). Non sono le minacce di Assad a spaventare le cancellerie nostrane. La verità è che la Siria ricopre un ruolo troppo delicato all’interno degli equilibri mediorientali perché le potenze occidentali possano avventurarsi in una nuova missione “umanitaria”. La Libia è ricca di petrolio ma povera di significato geopolitico, per cui Europa (rectius: Francia e Regno Unito) e Usa avevano solo da guadagnare dal rovesciare Gheddafi. La Siria, al contrario, riveste un decisivo peso politico nella regione (e possiede scarso petrolio: produce 385.000 barili al giorno). Perfino Israele teme le conseguenze della caduta di Assad. Condizioni che sconsigliano qualunque possibilità di intervento.
Ciò che la stampa sembra non comprendere è che la vera partita della Siria si gioca sul tavolo della Lega Araba, non su quello dell’Occidente. Ma la stessa Lega, dopo la sospensione iniziale, sta ora adottando un approccio più morbido alla questione. La missione appena approvata non cambierà di una virgola situazione, proprio come tutti si aspettano. In generale, la Lega sta cercando di imporre sanzioni con la consapevolezza che non potranno mai funzionare. La risposta l’ha offerta alcune mesi fa l’analista Ibrahim Saif: colpire la Siria, per i Paesi arabi, significherebbe danneggiare le proprie economie.

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Quello che tutti sapevano: l’Iran contrabbanda armi in Iraq

di Luca Troiano

Negli ultimi mesi l’esercito iraniano avrebbe fornito armi di contrabbando agli insorti in Iraq e Afghanistan per accelerare il ritiro degli Stati Uniti.
La notizia è del Wall Street Journal. Secondo il giornale le armi e i proiettili inviati dal corpo dei pasdaran avrebbero già ucciso soldati americani. Gli iraniani avrebbero anche consegnato razzi a lungo raggio ai taliban in Afghanistan, aumentando la capacità bellica degli insorti in modo da colpire le postazioni Isaf da maggiore distanza.
Accuse definite “ridicole” dal Ministro della Difesa iraniano, Ahmad Vahidi. Secondo Teheran si tratta di chiaro tentativo degli americani di scaricare sugli altri le colpe dei propri errori.

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