Afghanistan, si fa presto a dire democrazia

Sabato 5 aprile si è votato in Afghanistan per eleggere il nuovo presidente che andrà a sostituire Hamid Karzai, eletto per la prima volta nel 2004 ma di fatto in carica dalla fine del 2001, dopo la caduta del regime dei talebani. La partecipazione al voto è stata molto bassa nelle zone rurali, dominate dai talebani. C’è stata una grande affluenza, invece, nelle città, dove gli aventi diritto si sono recati in massa alle urne, tanto che molti seggi hanno dovuto essere urgentemente riforniti di schede vista l’insufficienza di quelle già predisposte.

La grande attesa che circonda le elezioni presidenziali afghane è dovuta principalmente al fatto che si tratterà del primo esperimento di passaggio dei poteri da un presidente all’altro tramite elezioni.  Le presidenziali in Afghanistan sono considerate tra le elezioni più importanti del 2014: il loro esito non è importante solo per la politica afghana, ma anche per gli effetti che potrebbero prodursi sui soldati statunitensi ancora sul territorio afghano – che dovrebbero completare il ritiro entro la fine dell’anno – e più in generale su alcuni temi di importanza mondiale, come la lotta al terrorismo. 

Se paragonate a quelle del 2009, queste elezioni sono state un successo. Tuttavia si è votato in un clima di alta tensione, dovuto all’omicidio della fotografa tedesca Anja Niederghaus, già Premio Pulitzer, e alle minacce dei talebani. In tutto il paese si sono verificati episodi di violenza: un seggio su dieci non è stato aperto per motivi di sicurezza, nonostante fossero stati dispiegati circa 200 mila soldati per garantire la regolarità delle operazioni. Inoltre sono già 162 i ricorsi presentati per denunciare varie irregolarità nello svolgimento delle votazioni: riguardano il mancato accesso ai seggi, la mancanza di schede, l’esistenza di schede false e anche la denuncia di pressioni operate dai leader politici locali. In realtà le denunce di irregolarità sono state oltre mille. Continua a leggere

Egitto, una Costituzione ancora da migliorare

Il 14 e 15 gennaio, per la seconda volta in poco piú d’un anno e per la terza dal 2011, l’Egitto è tornato a votare per la Costituzione. Schiacciante la vittoria dei «sí», col98,13% dei voti a favore (ma ha votato appena il 38,59% degli elettori). La nuova Carta fondamentale sostituirà quella approvata un anno fa coi Fratelli Musulmani al potere. Col Paese ancora in preda alle convulsioni dell’èra post-Morsi, deposto lo scorso 3 luglio in séguito a un colpo di Stato de facto — anche se quasi nessuno vuole definirlo tale —, la seconda transizione è già entrata in una potenziale fase di chiusura.

Il progetto è opera d’una commissione composta di cinquanta esponenti in rappresentanza di partiti, sindacati, l’Università al-Azhar (con tre membri), le chiese cristiane (tre seggi), polizia e forze armate, con dieci donne e altrettanti giovani. Dopo tre mesi di lavori, il testo è stato licenziato lo scorso dicembre, per esser sottoposto alla volontà popolare pochi giorni fa. Le modifiche rispetto al testo previgente comprendono il ruolo della religione nella legislazione, l’autorità militare del Paese, il sistema di governance, nonché i diritti e le libertà dei cittadini egiziani.

La nuova Carta fondamentale esordisce tracciando i princípi basilari dello Stato: secondo l’articolo 1, «l’Egitto è una Repubblica araba, sovrana, unita e indivisibile, il cui ordinamento politico è basato sulla cittadinanza e lo Stato di diritto». A differenza della Costituzione precedente, questo testo esordisce ponendo enfasi particolare sul carattere unitario dello Stato e sul principio di cittadinanza — nozione sconosciuta rispetto al diritto islamico classico, e assente nel precedente testo. Il richiamo a quest’istituto è sicuramente un progresso rilevante.

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L’attentato di Beirut è un avvertimento all’Iran

Sono due le esplosioni che hanno scosso il quartiere Bir Hassan nella parte meridionale di Beirut (il video sul sito del Corrieree che hanno causato 23 vittime nella giornata di martedì 19 novembre, sconvolgendo il clima di tranquillità che da sempre ha caratterizzato questa zona residenziale. Secondo una prima rivendicazione dietro l’attentato ci sarebbero le brigate Abdullah Azzam (qui la scheda su Long War Journale l’attacco sarebbe legato agli eventi siriani. 

Ancora una volta, dunque, il Libano è scosso da eventi legati alla guerra civile siriana e per le terza volta nel giro di pochi mesi la periferia di Beirut (ed in particolare le aree controllate da Hezbollah) sono prese di mira da gruppi jihadisti attivi nel Paese. Gli altri due attentati si sono verificati rispettivamente il 9 luglio e il 15 agosto. Il primo aveva colpito il quartiere di Bir al Abed, roccaforte di Hezbollah ed era stato rivendicato dalla sedicente brigata 313 dei ribelli siriani; nel secondo un’autobomba era esplosa nel cuore della periferia sud di Beirut, a Ruayss, altro centro nevralgico del “Partito di Dio”, uccidendo una ventina di persone. 

E’ importante cercare di capire quale oppure chi è il vero obiettivo dell’esplosioneSecondo Ludovico Carlino, esperto di fondamentalismo islamico, le brigate Abdullah Azzam (che prendono il nome dal principale mentore di bin Laden, assassinato nel 1989) sono un gruppo jihadista nato nel 2004 ed operativo in Libano, nella Striscia di Gaza e nel Sinai. Secondo la loro visione Israele, Iran ed Hezbollah farebbero parte di una coalizione tesa a soffocare la rivoluzione siriana, e pertanto sono obiettivi da colpire.

Secondo Lorenzo Trombetta su Limes, che ricostruisce brevemente il quadro geopolitico che contorna la guerra siriana, illustrando le ragioni del coinvolgimento iraniano, l’obiettivo dell’attentato non può che essere Teheran:

L’attacco all’ambasciata iraniana di Beirut segna più di un precedente: uno dei maggiori simboli del potere di Teheran nel paese dei Cedri non era mai stato preso di mira nemmeno durante gli anni della guerra civile libanese (1975-90); obiettivi iraniani, in generale, non erano mai entrati nel mirino in modo diretto ed esplicito durante l’aspra crisi politico-militare che ha dilaniato il Libano dal 2004 al 2008.

Come più volte accaduto anche di recente e sempre in Libano in occasione di attentati contro militari del contingente Onu nel sud del paese (Unifil), anche allora chi intendeva inviare avvertimenti politici a questo o a quell’altro attore rivale lo faceva attaccando i suoi simboli: militari in divisa, agenti dei servizi segreti, sedi diplomatiche.

Lo stesso è avvenuto il 19 novembre a Beirut: attaccare o tentare di attaccare l’ambasciata iraniana è un’azione mirata a inviare un messaggio fin troppo esplicito. E al di là di chi sia realmente il mandante – ormai anche un gruppo di buontemponi arabisti e studiosi di Islam può produrre rivendicazioni verosimili e diffonderle usando alcuni siti ‘autorevoli’ – il fronte armato che si presenta come il “difensore dei sunniti” in Libano, in Siria e in Iraq ha ricordato alla Repubblica islamica che la presenza in forze dei suoi uomini e dei suoi alleati a sostegno di Asad ha un prezzo.

Tuttavia l’attentato di martedì 19 novembre, sottolinea Trombetta, è diverso dagli ultimi due avvenuti nella capitale libanese. Entrambi sono stati interpretati come un monito contro il recente attivismo del movimento sciita nella guerra siriana contro il variegato fronte dei ribelli. Stavolta, invece, l’azione è avvenuta nei pressi di una sede diplomatica straniera. E non una qualsiasi, bensì quella del principale sponsor di Hezbollah, l’Iran:

Il 19 novembre invece non è stato colpito un simbolo religioso (una moschea, un centro culturale) né civile (una scuola, un mercato), bensì politico. E non sono stati colpiti gli Hezbollah o la loro comunità di riferimento, ma i loro padrini regionali. Si è voluta colpire la scelta politica di Teheran di tuffarsi a piedi nudi nella trincea siriana.

È sempre più diffusa negli ambienti siriani e libanesi vicini al sunnismo politico e ostile agli Asad, all’Iran e agli Hezbollah, la percezione di essere “invasi”, “occupati” da “agenti iraniani”. In tal senso, di recente su uno dei siti solidali con la radicalizzazione in senso islamista della rivolta siriana è circolato un poster emblematico: una carta del Medio Oriente trasfigurata, in cui una longa mano iraniana si estendeva dall’Asia Centrale fino alla Siria. La didascalia recitava in arabo e in inglese: “No all’occupazione iraniana”.

Come sottolinea l’agenzia Ansa, l’attentato è avvenuto mentre in Siria le forze governative, sostenute da Teheran e dalle milizie alleate del movimento sciita libanese Hezbollah, sono all’offensiva contro i ribelli. E la televisione di Damasco ha (ovviamente) puntato il dito contro l’Arabia Saudita e il Qatar, sponsor dei gruppi ribelli. Uno dei maggiori esponenti del gruppo Abdullah Azzam, l’emiro Majid bin Muhammad al-Majid, è guarda caso un cittadino saudita, ma è anche vero che il suo nome compare nella lista degli 85 principali ricercati del Regno.

Il regime di Assad sembrava prossimo al tracollo solo qualche mese fa, ma poi molte cose sono cambiate e le ultime settimane hanno registrato una forte avanzata dell’esercito lealista. Un colpo all’opposizione è stato assestato nei giorni scorsi, ad Aleppo, quando è stato ucciso Abdul Qadir al-Saleh, leader della formazione Liwa al-Tawhid, una delle fazioni più forti grazie ai 10 mila combattenti a disposizione.

Perciò è nell’evolversi (sfavorevole ai ribelli) del conflitto siriano che vanno cercate le radici profonde dei recenti attentati a Beirut. La questione della violenza settaria che persegue lo scopo di destabilizzare tutto il Medio Oriente è fuorviante. Come Trombetta ha ripetuto più volte, la componente confessionale serve agli attori politici rivali per muovere le piazze, per ottenere e mantenere consenso sotto la costante minaccia del nemico, per assicurarsi sempre forze nuove, ma non è il motore principale delle tensioni mediorientali e libanesi in particolare.

Dopo aver colpito per due volte il protetto (Hezbollah) ora la furia jihadista ha alzato il tiro puntando al protettore (l’Iran). E, conclude Trombetta, è a Beirut che si inviano i messaggi più espliciti.

Libia verso il collasso, ma l’Italia continua a fare affari

Fino a pochi giorni fa la Libia appariva un Paese “solo” in difficoltà nel portare a compimento la transizione verso la democrazia. Oggi invece è ufficialmente avviata allo sfascio. Ma nel caos l’Italia continua a guadagnare.

Ieri la manifestazione pacifica a Tripoli per chiedere ai gruppi armati di Misurata di lasciare la città è finita nel sangue quando i miliziani hanno aperto il fuoco sul corteo. Per evitare rappresaglie delle milizie della capitale, peraltro già annunciate, il governo di Ali Zeidan (rapito e rilasciato nel giro di poche ore appena qualche settimana fa) ha ordinato a tutte le milizie armate di lasciare Tripoli, “senza eccezione alcuna”. Non è chiaro ora cosa succederà; in ogni caso si tratta solo dell’ultimo rovescio di una situazione in costante peggioramento, dovuta all’inefficacia di politiche utili a restaurare il controllo delle autorità centrali sul resto del Paese. 

Nel biennio post gheddafiano, vari Paesi, tra cui l’Italia, si sono impegnati a formare i membri delle forze armate del Paese. In più il governo libico ha cercato in vari modi di scongiurare il pericolo rappresentato dai miliziani integrandoli nei corpi di sicurezza, talvolta utilizzando una politica soft (mostrando i vantaggi dell’ingresso nell’esercito regolare piuttosto che la permanenza in un gruppo armato), talaltra attraverso posizioni più dure, come la minaccia di revocare ogni forma di sostegno a queste milizie. Il problema è che tali gruppi paramilitari godono di vari appoggi in parlamento, perché diversi blocchi di potere interni all’assemblea hanno cercato di aumentare la propria forza legandosi a milizie esterne. Inoltre, lo scorso agosto, dopo un attacco di alcune milizie presso i campi di addestramento vicino Tripoli ha reso la cooperazione tra Libia e Stati Uniti sul fronte militare impraticabile, privando le istituzioni militari della competenza offerta dal Pentagono in una fase così delicata.

Un ulteriore colpo alle possibilità di stabilizzazione della Libia lo sta dando quello che per decenni era stata la sua più grande fortuna: la produzione petrolifera. Negli ultimi mesi i principali impianti estrattivi sono caduti sotto il controllo di milizie armatelavoratori in scioperotribù berbere che reclamano il riconoscimento di maggiori diritti e fazioni federaliste in lotta contro Tripoli, provocando il crollo della produzione.

Nella scorsa settimana, il comandante delle Petroleum Facilities Guards (una milizia di quasi 20mila uomini che di fatto garantisce la protezione degli impianti estrattivi del Paese), Ibrahim Jadhranha annunciato la creazione di una compagnia petrolifera indipendente in Cirenaica, guidata dall’autoproclamato governo regionale di Barqa. La nuova compagnia petrolifera avrà sede a Tobruk, dove si trova il terminal di Hariga. In qualità di leader del Cyrenaican political bureau (il governo locale guidato da Abd-Rabbo El-Barassi), Jadhran ha detto che la sua Libyan Gas and Oil Corporation agirà “con trasparenza e senso di giustizia”. I ribelli hanno infatti dichiarato che venderanno il greggio per poi tenere la parte che spetta loro, restituendo le altre due parti alle regioni della Tripolitania e del Fezzan. La notizia della nascita della compagnia arriva a pochi giorni di distanza dall’ultimatum del governo che chiedeva la rimozione del blocco alle esportazioni petrolifere entro una dieci giorni.

La ripartizione dei proventi petroliferi unilateralmente decisa dalla Cirenaica apre la strada ad una divisione interna con la Tripolitania, ormai un dato di fatto e di lunga data. Il Cyrenaican political bureau sostiene così la necessità di formare un governo autonomo, parallelo a quello centrale, magari inaugurando una possibile federazione di Stati. Al momento, tuttavia, i continui scontri tra miliziani lasciano intravedere più lo spettro di un nuovo scenario afghano che una pacifica ripartizione dei poteri.

La mancanza di introiti petroliferi sta generando poi un altro problema di cui nessuno sembra occuparsi: quello della fame. Senza le rendite dell’oro nero, il governo libico non può finanziare neanche le misure prioritarie, come le importazioni di grano. Per un Paese di 6 milioni di abitanti, privo di un proprio settore agroindustriale, questo significa avviarsi verso una catastrofe umanitaria. E pensare che l’immensa riserva di idrocarburi di cui il Paese gode sarebbe sufficiente a garantire ai libici un reddito pro capite che, se equamente distribuito, porterebbe la popolazione a livelli di benessere superiori alle classi più agiate del Libano o del Kuwait.

Ecco la Libia di oggi. Per completare questo ritratto a tinte fosche, non poteva mancare il fondamentalismo islamico. , con i gruppi estremisti che ordinano al governo una sempre maggiore aderenza delle leggi civili alla shari’ia.

L’unica cosa che nella Libia odierna non sembra deteriorarsi sono i rapporti con l’ItaliaEni conferma che i flussi di gas verso il nostro Paese, attraverso il gasdotto Greenstream, sono stati spesse volte interrotti negli ultimi giorni, a causa delle proteste berbere. Secondo Paolo Scaroni, ad del gruppo Eni, l’Italia può comunque superare un inverno senza il gas libico, benché Tripoli contribuisca al 12% del nostro fabbisogno quotidiano di oro blu. Ma al di là di questo, l’Italia trova nella crisi libica un’inesauribile fonte di guadagno: se in un primo momento l’intervento Nato contro Gheddafi e la conseguente instabilità sembravano aver inciso negativamente sul volume di affari italiani, a due anni di distanza Roma si è invece confermata il principale partner economico di Tripoli. 

La Libia post-rivoluzionaria è tutto questo: fame, insicurezza, strapotere delle milizie, jihadismo strisciante. Un Paese che si sente tradita da una rivoluzione che prometteva una società nuova e soprattutto libertà dopo quarantadue anni di regime, ma che per l’Italia resta sempre un bel suol d’affari.

Nassiriya. Dieci anni fa la strage, quattro anni fa l’insabbiamento, oggi il petrolio per l’Eni

Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un camion cisterna forzò senza troppa fatica il posto di blocco all’ingresso della base italiana “Maestrale” di Nassiriya, seguito da un altro automezzo imbottito d’esplosivo. L’attentato provocò 19 morti italiani, nove iracheni e un gran numero di feriti. Il bilancio sarebbe stato ancora peggiore se il militare Andrea Filippa, di guardia all’ingresso della base, non fosse riuscito a fermare i due attentatori sul camion uccidendoli quando il mezzo era sul cancello di entrata, evitando così una strage di più ampie proporzioni. Quel giorno la guerra entrò di nuovo nella vita degli italiani, lasciandosi dietro una scia di sangue e di polemiche.

I nostri soldati si trovavano a Nassiriya dal 19 luglio per partecipare all’operazione di peacekeeping, autorizzata dalle Nazioni Unite e conseguente alla guerra avviata dagli Stati Uniti per deporre Saddam Hussein. Il nome della missione, cominciata ufficialmente il 15 luglio, era “Antica Babilonia”. L’operazione sarebbe terminata il primo dicembre 2006, quando Nassiriya tornò sotto il controllo dell’esercito americano. In tutto, 33 italiani furono uccisi nel corso della missione.

Dopo l’attentato vennero aperte diverse inchieste. Non soltanto per accertare chi fossero i responsabili dell’attacco, ma anche per stabilire se ci fossero state negligenze da parte dei comandi militari nel prevedere l’attacco e nel difendere adeguatamente la base. Come ricostruisce Il Post:

L’inchiesta sulle responsabilità dei militari italiani è stata lunga e complessa e ha coinvolto diversi ufficiali tra cui i due generali responsabili del settore, Vincenzo Lops e Bruno Stano, oltre al comandante della base, il colonnello Georg Di Pauli. Con la sentenza  del 20 gennaio 2011 la Corte di Cassazione confermò quella della corte d’appello militare che aveva assolto tutti e tre gli ufficiali da ogni responsabilità penale, ma rinviò il caso alla giustizia civile per il risarcimento dei danni ai familiari delle vittime.

La Cassazione, in questa come in altre sentenze  che hanno riguardato il caso, stabilì che erano state sottovalutate le avvisaglie di un attacco imminente e che non erano state prese le adeguate misure per contrastarlo. Ad esempio: all’ingresso della base non era stato costruito un percorso obbligatorio a zig-zag per evitare che un mezzo potesse lanciarsi a grande velocità nel parcheggio della base, la riserva di munizioni non era stata adeguatamente protetta, mentre gli hesco bastionerano stati riempiti di ghiaia e non di sabbia come sarebbe stato più prudente in caso di pericolo di attentati.

Dopo la strage, iniziò l’opera di insabbiamento. Durissimo questo commento su Globalist:

Il giorno dei solenni funerali di Stato, a Roma, fu un’orgia di nazionalismo e di retorica patriottarda a reti unificate. Poi – nel silenzio anch’esso a reti unificate – i comandanti furono accusati di “imprudenza, imperizia e negligenza”.

Avevano sottovalutato gli allarmi e non avevano adeguatamente protetto la base. I blocchi anticarro non erano stati riempiti di sabbia, come si vede in qualsiasi film di guerra, ma di ghiaia e sassi che, al momento dell’attentato, si sono trasformati in proiettili. Il deposito di munizioni era a ridosso degli alloggi militari e le munizioni italiane hanno moltiplicato il volume di fuoco dell’esplosivo iracheno. La decantata professionalità dell’esercito professionale voluto da D’Alema era deflagrata con tutto l’edificio.

Nel 2009 il colonnello Di Pauli era imputato in un processo a Roma proprio per questi reati gravi. Un generale, Stano, era già stato condannato in primo grado a due anni di reclusione e poi assolto in appello (non per non aver commesso il fatto, ma per aver obbedito a ordini superiori). Imputato con lui, ma assolto già in primo grado, il generale Vincenzo Lops, che lo aveva preceduto al comando della base. Ma a dicembre di quell’anno tutto si ferma. Nel decreto sul rifinanziamento delle missioni, primo esempio di larghe intese visto che l’hanno sempre votato Pd e Pdl insieme, scivola una norma che stabilisce l’improcessabilità per quei reati degli alti papaveri in divisa a meno che non lo chieda il ministro della guerra in persona. All’epoca era l’indimenticabile La Russa. Così la Cassazione non iniziò nemmeno a esaminare le carte e il Tribunale militare interruppe il processo a Di Pauli. La norma venne ribattezzata “salva-generali”. Altri due commi del decreto resero più semplice l’uso delle armi per i soldati in missione di “pace”.

Ed oggi, al di là della retorica commemorativa, cosa rimane di quella strage? Grazie alla norma salva-generali, le vittime di Nassiriya non avranno mai giustizia. In compenso, oggi in Iraq c’è qualcuno che ricava molti, molti profitti. Come l’Eni, grazie ai barili di petrolio estratti dal giacimento di Zubairsituato in prossimità di Bassora e considerato uno dei più grandi depositi di oro nero al mondo.

Come scriveva UniMondo nel 2009:

Allora avevamo ragione. L’Italia è andata a Nassiriya, per il petrolio. O, almeno, anche per il petrolio. Dopo tutte le smentite seguite in questi anni alle segnalazioni di Un ponte per…  ora abbiamo la conferma: sia l’Eni che il Ministero del petrolio iracheno hanno confermato l’esistenza di una gara di tipo particolare “riservata” a Eni, Nippon Oil, e Repsol per Nassiriya, un giacimento di 4,4 miliardi barili con una potenzialità di 300mila di barili/giorno. L’Eni si è detta “fiduciosa” di aggiudicarsela, e i commenti di Paolo Scaroni, il suo amministratore delegato, ostentano sempre maggiore ottimismo.

L’Eni – va da sé – ha sempre smentito, ma non ha mai smesso di lavorare per mantenere il “diritto di prelazione” su Nassiriya.

Il 5 gennaio 2009 Platts Oilgram, l’autorevolissima agenzia di informazione sull’energia della McGrow Hill, rivela, citando fonti irachene del ministero del Petrolio, che fin dallo scorso agosto era stato firmato un Memorandum of Understanding congiunto con l’Eni e la giapponese Nippon Oil per lo sviluppo del giacimento di Nassiriya e la costruzione di una raffineria della capacità di 300mila barili al giorno. Platt riferisce anche che all’interno del ministero del Petrolio erano state sollevate obiezioni perché l’accordo era stato realizzato senza gara di appalto e senza il coinvolgimento dell’ufficio competente per i contratti e le licenze. La stessa Platts Oilgram ha informato il 13 gennaio che l’accordo prevederebbe per la Nippon Oil la costruzione della raffineria, e per l’Eni lo sviluppo del giacimento petrolifero.

In effetti nell’agosto 2008 l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, si era recato in Iraq dichiarando al rientro (a margine di “Cortina Incontra”): “Nella nostra ultima visita in Iraq ci siamo presentati con tutti gli argomenti che Eni può mettere sul tavolo … E credo che la nostra presenza in quel paese possa essere articolata”.

Se le rivelazioni di Platt sono vere, l’Eni avrebbe in tasca Nassiriya sin da agosto, e la gara annunciata in questi giorni potrebbe essere nient’altro che la ratifica di una decisione già presa, forse non a caso con due governi “amici”.

Facciamo attenzione ai tempi. In aprile cade il Governo Prodi, che aveva ritirato le truppe, nello stesso mese Scaroni annuncia “L’Eni è pronta a tornare in Iraq” (Repubblica, Corriere della Sera). Fonti confidenziali ci hanno riferito che l’anno precedente, a seguito del ritiro del contingente militare italiano, gli Usa sarebbero intervenuti per contrastare le trattative sin da allora in corso su Nassiriya.

Ultimo atto. La gara di appalto “riservata”.

Dopo una procedura di prequalificazione, con la quale sono state selezionate 35 imprese internazionali (per l’Italia, l’Eni e il Gruppo Edison), ammesse a partecipare al primo round di gare per l’assegnazione di contratti di servizio per lo sviluppo di 8 fra giacimenti petroliferi e di gas iracheni, il ministero del Petrolio di Baghdad ha poi annunciato un secondo giro di gare per la assegnazione di altri 11 giacimenti. Entrambi i round dovrebbero concludersi con l’assegnazione dei contratti entro il 2009. Inspiegabilmente, però, in nessuno dei due round è compreso il giacimento di Nassiriya.

Perché? Era forse già “assegnato”. Cosa ha discusso a Baghdad Paolo Scaroni nella visita lampo di dicembre 2008, appena pochi giorni prima dell’annuncio del secondo round di gare di appalto?

Nel novembre 2009 viene firmato l’accordo preliminare tra il governo iracheno per Zubair e l’Eni, capogruppo di un consorzio internazionale composto da Occidental Petroleum Corporation, Korea Gas Corporation e Missan Oil Company. Il giacimento diventa remunerativa nel giro di un anno esatto, quando nel novembre 2010 la produzione si attesta sui 200.000 barili al giorno. Oggi la produzione è di 320.000 b/g e si lavora per portarla ad 850.000 entro il 2016, come annunciato dal primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki, e l’Amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni, a margine di un incontro a Baghdad tenuto lo scorso 2 settembre.

Per chiudere il cerchio, dato che il 30% del capitale di Eni è ancora in mano pubblica, un terzo dei profitti totali dell’azienda (e dunque anche dei ricavi di Zubair) entra nelle casse dello Stato. Quello stesso Stato che, in nome di quei profitti, prima spedisce i suoi militari in Iraq e poi garantisce l’impunità agli ufficiali responsabili della loro strage.

PS: Quando parliamo di Iraq, non dobbiamo mai dimenticare che il conflitto voluto da George W. Bush aveva un obiettivo ben preciso: prendere possesso dei giacimenti iracheni per avere il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regioneOggi possiamo dire che l’operazione si è risolta con un totale fallimento. A dieci anni dall’invasione l’Iraq non esiste: la guerra ha lasciato un Paese spaccato lungo le linee etniche, con un governo centrale debole e contestato.

Il ruolo di Cipro nella guerra di Siria

Nei due anni in cui la guerra civile siriana si è protratta, esperti e commentatori di politica estera di tutto il mondo hanno passato al vaglio la posizione dei vari attori in gioco: locali (Turchia, Iran, Israele, Libano, Giordania), regionali (Egitto e petromonarchie del Golfo) e globali (Stati Uniti e UE da una parte, Russia e Cina dall’altra).

Poco o nulla si è invece detto su Cipro, nell’ultimo anno salita alla ribalta per i suoi problemi finanziari ma praticamente mai in relazione al conflitto siriano. Con ciò trascurando che Nicosia, in virtù della propria posizione geografica, della propria appartenenza all’Unione Europea, del fatto di essere per metà (quella Nord) sotto occupazione da parte dell’esercito turco, e della presenza di due basi militari britanniche (Akrotiri e Dhekelia), e in ultimo dei suoi stretti legami con la Russia, è pienamente integrata nello scenario di crisi.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il movimento di mezzi militari all’interno e intorno all’isola ha prodotto tensioni, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, nell’opinione pubblica greco-cipriota. Il portavoce del governo, Christos Stylianides, il ministro della Difesa, Fotis Fotiou, e il ministro degli Esteri, Ioannis Kasoulides, hanno cercato di contenere il senso d’allarme ribadendo che l’isola rappresenta un “centro di stabilità, pace e sicurezza” nella regione.

La crescita della tensione e la strategia di contenimento

Tali dichiarazioni sono state una replica alle preoccupazioni suscitate dall’arrivo di sei jet Typhoon britannici, all’inizio di settembre, e dalla missione di controllo, decisa con inconsueta rapidità, effettuata da due di essi nello spazio internazionale tra la Siria e Cipro, lo scorso 8 settembre. Come confermato dal ministro della Difesa britannico, due aerei da combattimento hanno attraversato lo spazio tra i due paesi, non rispondendo alle richieste d’identificazione provenienti da Cipro.

Gli esperti hanno interpretato l’accaduto come una risposta del governo siriano agli avvertimenti ricevuti dagli Stati Uniti e da altri paesi Nato. Gli aerei non identificati erano probabilmente due Sukhoi Su-24s di fabbricazione russa, dotati di armamento pesante.

Il 16 settembre un altro episodio è accaduto non lontano dall’isola, alimentando le tensioni nella regione. Un elicottero siriano, dopo essere entrato nello spazio aereo turco ed aver ricevuto un avvertimento da due jet F-16, è stato abbattuto all’altezza del confine tra la Siria e la provincia turca dell’Hatay.

Il senso d’allarme a Cipro è stato rafforzato dall’arrivo di una fregata francese nei dintorni di Larnaca, nella parte meridionale dell’isola, e di alcuni aerei francesi e statunitensi presso la base britannica di Akrotiri, nei pressi di Limassol.

Tutto ciò è parso difficilmente conciliabile con le parole di rassicurazione pronunciate dai rappresentanti della Repubblica di Cipro. Il portavoce del governo ha infatti dichiarato che in nessun caso l’isola sarebbe diventata una “base di operazioni militari”, e quindi un possibile bersaglio degli attacchi siriani. Alle sue parole ha fatto eco il ministro della Difesa, Fotiou, ribadendo che il ruolo della Repubblica di Cipro sarebbe stato limitato all’eventuale assistenza umanitaria, accogliendo i possibili profughi provenienti dalla Siria, dal Libano o da altri paesi limitrofi.

Fotiou ha aggiunto che proprio il riconoscimento di Cipro come territorio sicuro ha indotto i paesi coinvolti nello scenario di crisi a pensare all’isola come destinazione verso cui dirigere i propri cittadini in caso di necessità. Sarebbe contraddittorio, ha osservato il ministro, utilizzare come piattaforma d’attacco un paese d’accoglienza per le vittime del conflitto.

Tuttavia, alcuni analisti hanno osservato come sia difficile trascurare due dati di fatto: la vicinanza di Cipro alla costa siriana, a poco più di cento chilometri, e la presenza nell’isola, oltre alle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, di sofisticate apparecchiature di spionaggio. Cipro ospita infatti la Joint Service Signals Unit, una delle maggiori postazioni di sorveglianza al mondo.

In effetti, nei convulsi giorni di fine agosto, quando l’attacco missilistico a Damasco pareva imminente, Regno Unito e USA avevano messo in pre-allarme le proprie basi aeree sull’isola, ma il 31 agosto il ministro degli Esteri Kasoulides ha ribadito che “dall’isola di Cipro non partirà alcun attacco militare contro la Siria ed abbiamo ricevuto garanzie in questo senso”.

Casualmente, proprio il giorno prima la Russia aveva accettato di ristrutturare le condizioni del prestito di 2,5 miliardi di euro fatto a Cipro, richiedendo, fino al 2016, solo il pagamento di cedole semestrali con interessi (molto più accessibili) al 2,5% e rinviando la restituzione del capitale ai quattro anni successivi.

Siria, la propaganda delle armi chimiche

1.‭ ‬A due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità,‭ ‬la Siria è un campo minato.‭ ‬Vi sono coinvolte le maggiori potenze regionali e globali,‭ ‬ciascuna secondo una precisa scelta di campo.‭ ‬Troppi gli interessi in gioco,‭ ‬sufficienti a tenere acceso il focolaio di guerra per un tempo indeterminato.‭ ‬Un terreno di trappole incrociate,‭ ‬la più temuta delle quali è rappresentata dalle armi chimiche.‭ ‬Quelle che secondo il presidente americano Obama rappresentavano la cosiddetta‭ “‬linea rossa‭”‬,‭ ‬superata la quale gli Stati Uniti avrebbero rivisto‭ “‬tutta la gamma delle risposte strategiche‭” ‬a loro disposizione.‭ ‬Limite che secondo voci ufficiali‭ (‬nell’ordine:‭ ‬Coalizione Nazionale Siriana,‭ ‬Stati Uniti d’America,‭ ‬Europa,‭ ‬Francia,‭ ‬Regno Unito‭) ‬il regime di Damasco avrebbe già oltrepassato‭; ‬ma nessuno può provarlo con certezza.‭ ‬Ogni conferma viene annunciata tra gli squilli di tromba per poi affievolirsi quando si tratta di esibire le prove.
Da qui una serie di domande:‭ ‬le armi chimiche sono state usate davvero‭? ‬Se sì,‭ ‬da chi‭? ‬In caso contrario,‭ ‬perché se ne parla con sempre maggiore insistenza‭? ‬E perché le versioni sono così contrastanti‭?
Agli ultimi due interrogativi possiamo rispondere fin da ora.‭ ‬In Siria,‭ ‬accanto alla guerra sul campo infiamma la guerra parallela dei media.‭ ‬In un conflitto dove a procedere è solo il numero delle vittime,‭ ‬le parole diventano armi,‭ ‬e la propaganda,‭ ‬strategia.‭ ‬Le informazioni sul campo,‭ ‬veicolate attraverso il web per aggirare la censura del regime,‭ ‬assurgono a verità assolute o a bufale a seconda di chi le afferma.‭ ‬Buona parte dell’informazione sul campo giunge infatti dai filmati pubblicati su YouTube da ribelli e attivisti e poi acriticamente ripresi dalla stampa occidentale.‭ ‬Ma se all’inizio le cronache fai-da-te erano l’unico mezzo per estrarre notizie dal territorio,‭ ‬in seguito il fenomeno mediatico si è ingigantito al punto da sostituire l’informazione improvvisata con la disinformazione strategica.‭ ‬Come sosteneva l’analista Lorenzo Trombetta già nel‭ ‬2011,‭ ‬in Siria scompare il fatto e domina l’opinione.‭ ‬Da guerra sul campo si passa alla guerra di percezioni.‭ ‬Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria.‭
La minaccia del loro possibile utilizzo è parte integrante del registro narrativo di tutti i soggetti coinvolti nella mischia siriana:‭ ‬dell’Occidente,‭ ‬per tenersi fuori dal conflitto‭; ‬del regime,‭ ‬per giustificare la sua brutale repressione‭; ‬dei ribelli‭ – ‬o meglio,‭ ‬dell’opposizione all’estero‭ – ‬per invocare l’intervento di una comunità internazionale che sembra udire solo da questo orecchio.

2.‭ ‬Partiamo dall’inizio.‭ ‬Ufficialmente,‭ ‬la Siria non ha armi chimiche.‭ ‬Di fatto,‭ ‬le forze di Assad possiedono circa‭ ‬650‭ ‬tonnellate di gas Sarin,‭ ‬200‭ ‬di iprite e una quantità indefinita di agente‭ ‬15.‭ ‬La conferma dell’esistenza dell’arsenale chimico siriano,‭ ‬immaginato fin dagli anni Settanta,‭ ‬è indirettamente arrivata il‭ ‬23‭ ‬luglio‭ ‬2012‭ ‬dalle stesse autorità di Damasco,‭ ‬quando il portavoce del Ministero degli Esteri,‭ ‬Jihad Maqdisi,‭ ‬dichiarò che la Siria‭ “‬userà le armi chimiche solo in caso di attacco esterno‭”‬.
L’eventualità che il regime utilizzi gli agenti non convenzionali contro ribelli o civili è dunque remota.‭ ‬Eppure,‭ ‬esattamente cinque mesi dopo l’annuncio di Mqdisi‭ ‬-‭ ‬il‭ ‬23‭ ‬dicembre‭ – ‬nel corso di un’offensiva delle forze lealiste in tre quartieri di Homs vengono lanciati alcuni ordigni contenenti del gas.‭ ‬Si contano sette morti e una cinquantina di persone affette complicazioni respiratorie.‭ ‬Il portavoce del Consiglio rivoluzionario siriano,‭ ‬Walid Faris,‭ ‬parla senza mezzi termini di‭ “‬armi chimiche‭”‬,‭ ‬facendo esplodere il caso.‭ ‬La conferma dell’uso dell’agente‭ ‬15‭ ‬a Homs arriva un mese dopo,‭ ‬il‭ ‬15‭ ‬gennaio,‭ ‬dalle righe di‭ ‬un articolo su Foreign Policy,‭ ‬che rivela i dettagli di un’inchiesta del consolato americano.‭ ‬Sette giorni dopo,‭ ‬la testata ritratta:‭ ‬troppe contraddizioni nelle testimonianze,‭ ‬troppo pochi indizi certi su cui fondare delle conclusioni certe.‭ ‬Da allora,‭ ‬le indagini volte ad appurare se l’uso di tali armi sia avvenuto o meno sono andate avanti.‭ ‬Senza mai arrivare ad una risposta certa:‭ ‬non soltanto se queste armi siano state usate,‭ ‬ma anche‭ ‬-‭ ‬e soprattutto‭ – ‬da chi.
Gli sviluppi successivi non chiariscono questi dubbi.‭ ‬Anzi,‭ ‬li accentuano.‭ ‬Due casi di sospetto uso di gas nocivi si verificano ad Aleppo a‭ ‬metà marzo e‭ ‬fine aprile.‭ ‬E‭’ ‬in seguito a quest’ultimo‭ ‬episodio che il presidente‭ ‬Obama invia una lettera al Congresso per diffondere il contenuto di un rapporto d’intelligence,‭ ‬secondo il quale vi erano evidenze circa l’avvenuto uso del Sarin,‭ ‬ma la missiva si smentisce da solo dicendo che‭ “‬non possiamo provarlo‭“‬.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬secondo il‭ ‬Global Post,‭ ‬sulla base delle foto e dei video in possesso della testata,‭ ‬i sintomi mostrati dalle vittime non corrispondono a quelli tipici causati da esposizione al gas Sarin.‭ ‬In questo clima di ambiguità,‭ ‬l’Unione Europea si mostra scettica.‭ ‬Nessuno dei suoi tradizionali alleati sceglie di sostenere l’America su questa strada.‭ ‬Ma Obama,‭ ‬ufficialmente per impedire ulteriori episodi come quelli di Aleppo,‭ ‬si dichiara pronto ad‭ ‬inviare armi ai ribelli.‭ ‬In realtà non succede nulla,‭ ‬e le giornate riprendono a scorrere più o meno oziosamente finché il‭ ‬7‭ ‬maggio,‭ ‬a gettare benzina sul fuoco ci pensano poi le dichiarazioni di Carla Del Ponte,‭ ‬ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale,‭ ‬la quale afferma che il gas Sarin‭ ‬sarebbe stato usato dai ribelli e non dagli uomini di Assad.‭ ‬Affermazioni presto‭ ‬smentite sia dagli USA che dall’ONU.

3.‭ ‬Venti giorni dopo il mondo si sveglia con una notizia bomba.‭ ‬Il‭ ‬27‭ ‬maggio il quotidiano francese‭ ‬Le Monde pubblica una lunga analisi‭ (‬corredata anche da‭ ‬fotografie‭) ‬secondo cui il regime di Damasco avrebbe iniziato a utilizzarle contro i ribelli in maniera sempre più frequente a partire dal mese di aprile.‭ ‬Il giornalista Jean-Philippe Rémy e il fotografo Laurent Van der Stockton,‭ ‬corrispondenti della testata e clandestini in Siria per due mesi,‭ ‬raccontano in maniera molto dettagliata le diverse fasi degli attacchi chimici a cui hanno assistito.‭ ‬In particolare testimoniano un attacco nel quartiere di Jobar,‭ ‬a circa due chilometri a nord est dalle mura di Damasco,‭ ‬nonché episodi simili avvenuti in‭ ‬altre zone della capitale.‭ ‬Per la prima volta due giornalisti di un quotidiano occidentale documentano direttamente l’uso di queste temutissime armi.‭ ‬Non solo:‭ ‬è l’indagine più approfondita sulle armi chimiche in Siria condotta al di fuori dei circuiti di intelligence.
Eppure qui nasce un equivoco.‭ ‬Le testimonianze riportate da Rémy e Van der Stockton,‭ ‬come correttamente specificato dallo stesso Le Monde in un‭ ‬editoriale pubblicato l’indomani,‭ ‬benché certamente dimostrino l’uso di agenti tossici nel conflitto,‭ ‬non offrono comunque una prova inconfutabile dell’uso di armi chimiche.‭ ‬Perché‭ – ‬ecco il disguido‭ ‬-‭ ‬non tutte le sostanze possono considerarsi‭ “‬armi chimiche‭”‬,‭ ‬ma solo quelle citate dalla Convenzione del‭ ‬1993.
Noncurante di tale precisazione,‭ ‬il ministro degli Esteri francese,‭ ‬Laurent Fabius,‭ ‬non perde tempo a‭ ‬dichiarare l’esistenza di nuove prove al riguardo.‭ ‬Nello stesso giorno l’Unione Europea,‭ ‬incapace di trovare un accordo circa il prolungamento dell’embargo sulle forniture di armi in Siria,‭ ‬preferisce alzare le braccia‭ ‬lasciando ai singoli Stati membri ogni decisione sul potenziale invio di armamenti ai ribelli.‭ ‬A distanza di qualche settimana,‭ ‬sia il premier inglese David Cameron che il presidente USA Barack Obama ribadiranno quanto già detto da Fabius.‭ ‬Salvo poi ammettere di non avere prove sufficienti per confermare l’effettivo uso degli agenti chimici sul campo.‭ ‬È un copione che si ripete.
L’indagine di Le Monde,‭ ‬lungi dal fugare ogni dubbio,‭ ‬pone anzi un quesito ad oggi rimasto senza risposta:‭ ‬se due giornalisti sono stati in grado di assistere direttamente al‭ (‬presunto‭) ‬utilizzo di armi chimiche in Siria,‭ ‬come è possibile che non ci siano riusciti i servizi di intelligence delle grandi potenze mondiali‭?

4.‭ ‬A prima vista,‭ ‬l’atteggiamento di Obama lascia perplessi:‭ ‬nell’ultimo anno il registro comunicativo dell’amministrazione Obama si è dipanato in‭ ‬un’altalena di posizioni il cui risultato finale è stato in ogni caso l’immobilismo.‭ ‬Se nell’agosto del‭ ‬2012‭ ‬il presidente metteva in guardia il regime di Damasco anche solo dal‭ “‬muovere le armi chimiche all’interno del Paese‭”‬,‭ ‬nell’agosto successivo ha dichiarato che soltanto‭ “‬un loro eventuale uso sarebbe intollerabile‭”‬,‭ ‬per poi segnare un vero e proprio cambio di passo a partire dalla prima metà di quest’anno,‭ ‬quando l’avvenuto uso di armi chimiche verrà più volte confermato da una serie di rapporti d’intelligente.
Nel pomeriggio di giovedì‭ ‬13‭ ‬giugno‭ (‬in Italia era notte‭)‬,‭ ‬la Casa Bianca‭ ‬annuncia quello che molti ripetono da tempo:‭ ‬il regime siriano ha usato armi chimiche contro la popolazione.‭ ‬La prova arriva dall’analisi di diverse fonti di intelligence,‭ ‬prendendo in esame i piani militari del regime siriano,‭ ‬i rapporti su particolari attacchi condotti nell’ultimo anno,‭ ‬gli esami clinici di sangue e urine nonché le descrizioni dei sintomi riportati dalle persone esposte ai gas,‭ ‬confermano l’avvenuto utilizzo degli agenti chimici.‭ ‬L’uso sarebbe avvenuto‭ “‬su scala ridotta‭” ‬in diverse occasioni nel corso dell’ultimo anno,‭ ‬uccidendo complessivamente tra le‭ ‬100‭ ‬e le‭ ‬150‭ ‬persone,‭ ‬ma secondo l’intelligence degli USA il numero di morti potrebbe essere più alto.‭ ‬In seguito all’annuncio,‭ ‬Ben Rhodes,‭ ‬tra i più importanti consiglieri di Obama per la sicurezza nazionale,‭ ‬dichiara che le novità sulle armi chimiche porteranno a un‭ “‬maggiore impegno degli Stati Uniti‭” ‬sul fronte siriano,‭ ‬senza tuttavia specificare,‭ ‬in cosa dovrebbe consistere questo coinvolgimento.‭ ‬Le conclusioni della Casa Bianca arrivano nello stesso giorno in cui‭ ‬le Nazioni Unite comunicano le ultime stime sulle vittime del conflitto:‭ ‬almeno‭ ‬93mila morti tra lealisti,‭ ‬ribelli e‭ ‬-‭ ‬soprattutto‭ ‬-‭ ‬civili.
Finora il sostegno degli Stati Uniti alla causa dei ribelli si è mostrato piuttosto tiepido,‭ ‬limitandosi alla fornitura di cibo,‭ ‬medicinali kit di primo soccorso.‭ ‬Un’assistenza sostanzialmente‭ ‬inutile se messa in confronto con le grandi quantità di armi che si pensa siano consegnate regolarmente dall‭’‬Iran e dalla‭ ‬Russia all’esercito lealista.‭ ‬Ciclicamente torna in auge l’ipotesi di istituire una zona interdetta al traffico aereo militare‭ (‬No-fly-zone‭) ‬al confine tra Siria e Giordania,‭ ‬ma in sede ONU una mossa del genere sarebbe subito bloccata dalla Russia,‭ ‬memore dell’esperienza libica.‭ ‬L’unica strada,‭ ‬a questo punto,‭ ‬sarebbe quella di armare direttamente i ribelli,‭ ‬compito peraltro già assolto dalle petromonarchie del Golfo‭ (‬Qatar in testa,‭ ‬Arabia Saudita e,‭ ‬benché non se ne pali mai,‭ ‬Kuwait‭)‬.‭ ‬Un’analoga proposta era già stata avanzata lo scorso anno dall’allora direttore della CIA,‭ ‬David Petraeus,‭ ‬col sostegno del Dipartimento di Stato e del Pentagono,‭ ‬ma la Casa Bianca aveva respinto l’idea.‭ ‬Solo su una cosa sono tutti d’accordo:‭ ‬è escluso ogni intervento sul campo.‭
Generalmente,‭ ‬non pochi attivisti,‭ ‬bloggers e altri esponenti della‭ (‬contro)informazione accusano gli Stati Uniti di strumentalizzare la questione delle armi chimiche proprio al fine di prepararsi una scusa per intervenire militarmente nel caos siriano,‭ ‬sulla falsariga di quanto avvenuto esattamente dieci anni fa in Iraq.‭ ‬In realtà,‭ ‬le cose stanno molto diversamente:‭ ‬l’America non ha nessuna intenzione di impelagarsi in un altro conflitto mediorientale,‭ ‬e la stessa‭ ‬opinione pubblica statunitense vuole che Washington stia alla larga dalla Siria.‭ ‬Tuttavia c’è precisa una ragione per cui il presidente Obama ha più volte modificato i propri paletti.

5.‭ ‬C’è un altro attore che mette lo spettro delle armi chimiche al centro della propria retorica,‭ ‬ed è la Coalizione nazionale siriana.‭ ‬La quale si pone come unico legittimo referente del popolo siriano agli occhi della comunità internazionale,‭ ‬ma i cui legami con le forze ribelli sul campo sono quanto meno indefiniti.‭ ‬Più volte i suoi massimi dirigenti,‭ ‬come il presidente‭ (‬poi dimissionario‭) ‬Moaz al-Khatib o il vicepresidente‭ ‬George Sabra hanno lanciato l’allarme sul possibile impiego di agenti non convenzionali,‭ ‬denunciando che‭ “‬la Siria riterrà il mondo responsabile nel caso in cui il regime non esitasse ad usarle‭”‬.‭ ‬L’opposizione spera così di squalificare ulteriormente Assad agli occhi del mondo e allo stesso tempo strappare aiuti più concreti‭ – ‬leggasi:‭ ‬armi‭ ‬-‭ ‬rispetto al generico‭ (‬e a conti fatti infruttoso‭) ‬sostegno diplomatico ricevuto sinora.‭
A riprova di quanto affermato dall’alto ci sono le evidenze filmate provenienti dal basso.‭ ‬Il clamore sui fatti di Homs nel dicembre‭ ‬2012,‭ ‬ad esempio,‭ ‬nasce dalla pubblicazione di diversi video amatoriali,‭ ‬mostranti alcuni feriti alle prese con complicazioni respiratorie poi frettolosamente attribuite agli effetti del gas Sarin,‭ ‬Altri video mostrano le testimonianze di alcuni medici che attribuiscono l’origine di tali sintomi a‭ “‬gas velenosi‭”‬.‭ ‬Due settimane prima l’emittente panaraba al-Arabiya aveva ripreso altri video improvvisati per realizzare un‭ ‬servizio sulle‭ “‬tracce di armi chimiche” usate contro i civili.
Tuttavia,‭ ‬nella galassia dell’opposizione‭ ‬c’è anche chi si mostra scettico.‭ ‬A fare eccezione sono soprattutto gli attivisti sul campo,‭ ‬pur denunciando le atrocità commesse dalle forze lealiste,‭ ‬compreso l’uso indiscriminato di bombe a grappolo,‭ ‬incendiarie e al fosforo,‭ ‬non credono che il regime userà mai le armi chimiche e parlano piuttosto di una‭ “‬partita mediatica‭” ‬intorno all’argomento.
L’impressione è che quanto più ci si allontana dalla Siria,‭ ‬tanto si più agita la minaccia delle armi chimiche per attirare l’attenzione di una comunità occidentale sensibile solo a questo argomento.‭ ‬Completando il ventaglio delle tante,‭ ‬troppe versioni contrastanti.

6.‭ ‬Al di là del fatto che la Casa Bianca,‭ ‬se solo volesse,‭ ‬avrebbe già pronto l’appiglio per agire,‭ ‬visti gli ultimi,‭ ‬succitati riscontri dell’intelligence,‭ ‬la verità è che nel definire l’utilizzo l’uso di gas letali come la‭ “‬linea rossa‭” ‬oltre la quale Assad avrebbe varcato il punto di non ritorno,‭ ‬Obama intendeva garantirsi la pressoché totale certezza di non dover intervenire nel conflitto.‭ ‬Che la linea rossa fosse stata fissata‭ ‬proprio affinché non venisse superata l’aveva chiarito lo stesso presidente americano,‭ ‬il quale confidava sulla razionalità di un regime che non vuole bruciare le ultime chances di ottenere l’immunità per sé e la sua cricca,‭ ‬una volta che la sconfitta fosse apparsa inevitabile.‭ ‬Agitare lo spettro delle armi chimiche risponde ad un calcolo legato più alla diplomazia che alla pianificazione strategico-militare.‭ ‬Basta seguire le date.
La Casa Bianca ha confermato delle armi chimiche da parte di Asad nella giornata del‭ ‬13‭ ‬giugno,‭ ‬quattro giorni prima della riunione del G8‭ ‬in programma in Irlanda del Nord.‭ ‬A margine del summit,‭ ‬era previsto un incontro bilaterale tra il presidente USA e il suo omologo russo Vladimir Putin,‭ ‬in cui Obama‭ ‬sperava di coinvolgere Mosca in una‭ (‬vera‭) ‬trattativa sulla guerra a Damasco.‭ ‬In altre parole,‭ ‬l’obiettivo degli Stati Uniti era squalificare Assad agli occhi del suo più fedele paladino sul piano diplomatico a tal punto da indurlo a rivedere il suo sostegno al regime.‭ ‬In tal caso sarebbe stato possibile riproporre una risoluzione che preveda l’istituzione di una No-fly-zone senza correre il rischio che questa venga cassata dal veto di Mosca.‭ ‬Ma Putin non ha abboccato,‭ ‬soprattutto ora che la‭ ‬credibilità degli Stati Uniti è messa in forse dalla vicenda Snowden.
La domanda sul perché Obama abbia impresso questa sterzata solo ora è presto spiegata.‭ ‬Fino agli inizi del‭ ‬2013‭ ‬la fine di Assad appariva molto vicina:‭ ‬con la perdita di importanti basi militari,‭ ‬le continue defezioni tra gli alti gradi dell’esercito e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran il destino del regime pareva segnato.‭ ‬Da allora,‭ ‬le sorti del conflitto si sono letteralmente capovolte,‭ ‬sulla scia di una serie di eventi che ne allontanano la fine e che hanno indebolito notevolmente il fronte dei ribelli:‭ ‬il maggiore‭ ‬coinvolgimento di Hezbollah,‭ ‬la riconquista di Qusayr‭ ‬da parte del regime,‭ ‬il gemellaggio di Jabat al Nusra con al Qaeda in Iraq.‭ ‬ Inoltre,‭ ‬il presidente conserva la fedeltà delle Forze armate e lfappoggio di alcune fasce della popolazione che considerano il mantenimento dellfattuale potere il male minore rispetto a un futuro incerto,‭ ‬potenzialmente condizionato dalla presenza dell’islamismo radicale.‭ ‬E con l’opposizione‭ – ‬sia quella armata sul campo,‭ ‬che quella diplomatica all’estero‭ – ‬sempre più divisa,‭ ‬l’ipotesi che alla fine il presidente rimanga in sella è tutt’altro che peregrina.
La soluzione al conflitto proposta dalla Russia porta proprio su questa strada.‭ ‬Assad‭ ‬-‭ ‬col sostegno di Mosca‭ ‬-‭ ‬punta a rimanere al suo posto fino al‭ ‬2014,‭ ‬quando saranno in programma le elezioni‭ “‬democratiche‭” ‬in ossequio al piano di riforme da lui stesso proposto lo stesso anno.‭ ‬E con una parte della popolazione radunata intorno alla sua figura,‭ ‬mentre milioni di altri cittadini saranno impossibilitati a votare in quanto sfollati sia all’interno del Paese che nei campi profughi allestiti in Turchia,‭ ‬Giordania e Iraq,‭ ‬non è difficile immaginare quale sarà l’esito delle urne.‭ ‬Con Assad confermato‭ – “‬democraticamente‭” ‬-‭ ‬alla guida del Paese,‭ ‬per la comunità internazionale sarà molto più difficile continuare ad invocarne l’allontanamento.
Dopo due anni di combattimenti sempre più aspri,‭ ‬100mila vittime,‭ ‬una catastrofe umanitaria e del rischio di uno spill over nella regione,‭ ‬l’esito del conflitto potrebbe risolversi nella permanenza di Assad.‭ ‬Un’eventualità che l’America punta a scongiurare in tutti i modi,‭ ‬compreso il ricorso allo spettro delle armi chimiche.‭ ‬Fallita l’occasione offerta dal G8,‭ ‬e con il regime di Damasco in grado di controllare ancora buona parte del territorio‭ (‬la presa di Quasyr ne è la prova‭)‬,‭ ‬l’unico modo di convincere‭ ‬Mosca a riprendere un negoziato è riguadagnare terreno militarmente.‭ ‬Da qui la decisione,‭ ‬sempre sulla base delle prove raccolte sull’uso di agenti chimici da parte del regime,‭ ‬di‭ ‬inviare armi ai ribelliinviare armi ai ribelli‭ ‬per riequilibrare una situazione al momento sbilanciata dalla parte di Assad.

7.‭ ‬Proprio ai ribelli vale la pena dedicare una chiosa finale.‭ ‬Se alla fine del‭ ‬2012‭ ‬le forze lealiste avevano iniziato a spostare gli stock di agenti chimici all’interno del Paese‭ – ‬provocando la reazione verbale di Obama‭ – ‬non è stato perché avessero intenzione di usarle,‭ ‬bensì per trasferirle in luoghi in più sicuri in vista dell’approssimarsi della minaccia dei ribelli.‭ ‬In quei giorni,‭ ‬le formazioni anti-Assad rivendicavano la conquista di diverse postazioni militari siriane,‭ ‬dove erano custoditi enormi quantitativi di armi e munizioni.‭ ‬Il vero dilemma è cosa accadrebbe se le armi possano finire in mano di ribelli,‭ ‬in particolare quelle di Al-Nusra e delle altre formazioni jihadiste,‭ ‬probabilmente meno propense ad evitarne l’uso rispetto alle divisioni del regime.‭ ‬È probabile che almeno qualche lotto di gas letali lo abbiano già acquisito:‭ ‬le affermazioni di Carla Del Ponte dello scorso maggio‭ – ‬e la foga con cui sia l’America che l’ONU si sono affrettate a smentirle‭ ‬-‭ ‬sono molto indicative in tal senso.‭
Cosa ne sarà dell’arsenale chimico nel caso in cui i ribelli riuscissero a spodestare Assad non è ancora ben chiaro.‭ ‬Sul punto,‭ ‬la narrazione delle opposizioni siriane‭ – ‬sia armate che diplomatiche‭ –
non ha mai espresso una posizione.‭ ‬Per tale ragione,‭ ‬pare esista un accordo sottobanco col governo siriano‭ (‬e con i russi‭) ‬per mantenere gli stock di armi chimiche in sicurezza.‭ ‬Ma un analogo accordo non c’è con i ribelli.‭ ‬I quali,‭ ‬una volta entrati in possesso di tali armi,‭ ‬potrebbero farne uno strumento di pressione nei confronti dell’Occidente in vista di una trattativa sulla Siria che verrà.‭ ‬Inoltre,‭ ‬in questa ipotesi la presenza di formazioni jihadiste armate di gas Sarin a due passi di Israele costringerebbe l’America ad intervenire‭ – ‬stavolta militarmente‭? ‬-‭ ‬per proteggere il suo alleato,‭ ‬alfa e omega della politica estera mediorientale di Washington.‭
Lasciando da parte tali infausti scenari,‭ ‬la conseguenza è che nella guerra civile siriana le armi chimiche conteranno dopo,‭ ‬quando il conflitto sarà finito,‭ ‬piuttosto che nell’attuale fase di perdurante ostilità.‭ ‬Al momento il loro ruolo investe più la sfera delle percezioni che quella degli eventi,‭ ‬nel tentativo delle parti‭ – ‬ciascuna secondo i propri fini‭ – ‬di smuovere l’impasse a suon di colpi mediatici.‭ ‬Con la conclusione che l’unico campo di battaglia sul quale le armi chimiche sono state certamente usate è quello della propaganda.

* Articolo comparso in forma ridotta su The Fielder

Si scrive Unione Europea, si legge divisione energetica

L’indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l’indipendenza economica; l’indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest’ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.
Per trovare un senso alle tante, troppe divisioni che lacerano l’Unione Europea dall’interno, riporto per intero questo editoriale di Gabriele Crescente su Presseurop, dal significativo titolo L’energia è politica:

A chi si chiede come mai il tentativo dell’Ue di trovare un accordo sull’embargo sulle armi alla Siria sia fallito in modo cosi imbarazzante, una piccola macchia sulle carte potrebbe offrire qualche risposta. È il gigantesco giacimento di gas South Pars/North Dome nel Golfo persico, a metà tra le acque territoriali di Iran e Qatar. Teheran, alleata di Damasco, vuole costruire un gasdotto attraverso la Siria per raggiungere le sponde del Mediterraneo e il ricco mercato europeo. Doha, il principale sponsor dei ribelli, ha un progetto rivale che attraverserebbe una Siria post-Assad e la Turchia con la stessa destinazione finale. Curiosamente, la degenerazione della crisi siriana all’inizio del 2011 è avvenuta pochi mesi dopo l’inizio dei negoziati per il progetto iraniano alla fine del 2010.

Attraverso i loro campioni nazionali Gdf e Shell, Francia e Regno Unito sono tra i principali partner dell’industria gasifera del Qatar. La Russia ha da tempo stretto un patto d’acciaio con l’Iran per contrastare i tentativi dei paesi sunniti del Golfo e dei loro alleati occidentali di rompere il suo quasi monopolio sulle forniture all’Europa. La Germania è legata alla Russia dal gasdotto Nord Stream, promosso dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, mentre l’italiana Eni è un partner chiave di Gazprom. Che Parigi e Londra abbiano idee diverse rispetto a Berlino e Roma sul futuro assetto della Siria sembra così un po’ meno sorprendente.

La crisi siriana non è l’unico scenario in cui l’energia ha spaccato l’Unione europea ultimamente. Il dibattito sui rischi per l’ambiente e la salute legati allo sfruttamento delle riserve europee di gas di scisto è sempre più pilotato dagli opposti interessi nazionali, e complicato dalle pressioni dell’industria nucleare russa e dalle incertezze della transizione energetica tedesca. Questa settimana la posizione dell’Ue nella disputa commerciale con la Cina sui pannelli solari è stata fortemente indebolita dal disaccordo tra Francia e Germania sull’imposizione di tasse doganali sull’importa zione dei prodotti delle industrie cinesi sovvenzionate dallo stato.

Dopo la smentita delle tradizionali teorie sul “peak oil”, il mondo sembra andare verso una rivoluzione energetica epocale. Gli investimenti nel gas di scisto e negli idrocarburi non convenzionali potrebbero rendere gli Stati Uniti autosufficienti entro il 2020, liberandoli dalle importazioni e dalle loro pesanti implicazioni geopolitiche. Lo scarso interesse di Washington per la crisi siriana ne è una prova. Se le recenti notizie dal Giappone si rivelassero fondate, lo sfruttamento dei diffusissimi idrati di metano potrebbe abbassare ulteriormente il prezzo dell’energia – per i paesi che vi hanno accesso.

Entro allora il pericolante sistema europeo di riduzione delle emissioni di CO2 avrà perso ogni senso. Per l’Ue proteggere la competitività delle sue industrie di fronte a concorrenti che pagano metà delle bollette della luce sarà sempre più difficile, specialmente se non troverà il modo di rendere convenienti le energie pulite. Ma soprattutto, energia e politica diventeranno indistinguibili. Tutta la retorica sulla costruzione dell’unione politica si ridurrà a una barzelletta, come sta già accadendo al maldestro tentativo di creare una diplomazia comune. I governi europei devono sedersi a un tavolo insieme ai rappresentanti delle loro industrie energetiche per mettere a punto una visione coordinata. Se non lo faranno, non saranno solo i federalisti europei a piangerne le conseguenze.

Sullo shale gas e delle divisioni che sta generando all’interno della UE ho già scritto. Per approfondire il tema della partita energetica in Siria si veda Limesdove si spiega come il futuro di Damasco sarà in buona misura determinato dagli idrocarburi.
Per quanto riguarda, invece, le altre partite energetiche in corso in Europa, nella ricostruzione di Presseurop manca un tassello che penso sia il caso di aggiungere.

A fine marzo ha sorpreso tutti l’improvviso clima di distensione tra Israele e Turchia. Dopo l’incidente della Mavi Marmara nel 2010 e le mancate scuse del governo israeliano, tra i due Paesi era sceso il gelo. Invece, nel corso della visita del presidente Obama a Tel Aviv, il premier Netanyahu ha contattato il suo omologo turco Erdogan per esprimergli le scuse del suo paese per l’accaduto di tre anni fa. Poco dopo un comunicato ufficiale del governo di Ankara dichiarava completamente normalizzate le relazioni tra i due Paesi.
Tutto bene, se non fosse che la riconciliazione tra i due più potenti e stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, contrariamente a quanto sostenuto dai media, non è stata merito di Obama.

In ballo c’è ben altro, come l’accordo per un progetto congiunto turco-israeliano per la costruzione di un gasdotto sottomarino che da Israele, via Turchia, esporti gas naturale verso l’Europa. Punto di partenza sarebbe proprio quel giacimento Leviathan che negli ultimi due anni ha contribuito non poco a rinfocolare le tensioni tra Gerusalemme e Ankara coinvolgendo anche Cipro.

Non è allora un caso che la vantaggiosa riconciliazione Israele e Turchia sia giunta appena un mese dopo la notizia che il gruppo turco Zorlu avrebbe avanzato un’offerta a Gerusalemme per costruire il gasdotto in questione. Perché Israele, il suo gas, ha fretta di venderlo, e i turchi hanno fretta di fare affari.
E non è un caso che l’allentamento delle tensioni tra i due Paesi sia coinciso con la crisi di Cipro, che tra i due litiganti ha fatto fuori il terzo, rendendo possibile un negoziato bilaterale. Questo dopo che in un primo momento Tel Aviv e Nicosia avevano stretto accordi che avrebbero facilitato la ricerca congiunta di giacimenti, la perforazione, lo sfruttamento, la distribuzione e la protezione degli stessi. Probabilmente più per mettere fretta ai turchi che per una reale volontà di collaborazione con i ciprioti. Da qui l’offerta del gruppo Zorlu per la realizzazione del progetto.

Con uno stato israeliano potenzialmente esportatore d’energia, le conseguenze geopolitiche nel levante Mediterraneo sarebbero notevoli. Gli idrocarburi diventerebbero per gli israeliani quell’arma strategica che non hanno mai avuto e che, viceversa, ha consentito ai Paesi arabi confinanti – notoriamente anti-israeliani – di avere uno strumento di pressione nello scacchiere geopolitico globale (chi non ricorda lo shock petrolifero del ’73?), inducendo non poche nazioni a limitare il proprio sostegno nei confronti di Gerusalemme. Per l’Europa, invece, un tale scenario segnerebbe la nascita di nuove fratture diplomatiche tra i suoi membri.
Con mezza Europa attaccata al rubinetto israeliano, dimezzato sarebbe anche il sostegno alla causa palestinese, di cui Bruxelles si è fatta carico con una piccola quota prevista nel bilancio comunitario, ma che potrebbe venire meno al primo pugno sul tavolo di Tel Aviv.

Se l’energia è politica, non stupiamoci che l’Europa energeticamente litigiosa sia anche politicamente divisa.

In Pakistan ha vinto il gattopardo

Le prime elezioni a segnare il primo passaggio da un governo democratico a un altro senza l’intermezzo di una dittatura militare hanno premiato Nawaz Sharif, che dunque sarà primo ministro per la terza volta.

Che campagna elettorale è stata?

Internazionale offre una panoramica della vigilia, comprensiva di partiti in lizza e temi caldi. A caratterizzare queste elezioni sono stati anche:

  1. l’arresto dell’ex dittatore Musharraf;
  2. il diritto di voto concesso per la prima volta ai trangender;
  3. la scia di sangue (2.700 morti, 2.500 feriti, quasi 1.200 episodi di violenza solo negli ultimi quattro mesi e mezzo) con cui i taliban hanno cercato di sospendere la campagna e orientare il voto, arrivando a spazzare via a suon di bombe un intero partito, l’Awami National Party (Anp) di Peshawar.

Dai risultati del voto dipenderà anche il futuro del presidente Asif Ali Zardari, il cui mandato scade alla fine dell’anno.

Che governo sarà?

Francesca Marino, direttrice di Stringer Asia e profonda conoscitrice della realtà politica di Islamabad, scrive su Limes che con Sharif ha vinto il “vecchio” Pakistan:

A vantaggio di Sharif ha giocato sicuramente l’aver incentrato la sua campagna elettorale sulla ripresa economica e gli accordi presi con grandi industriali, banchieri e latifondisti vari. La lotta contro la corruzione del povero Imran, in confronto, non poteva reggere: senza mazzette, sorry, ma in Pakistan non si fanno affari e Sharif lo sa molto bene.
Passata l’euforia elettorale, però, visto che Nawaz Sharif è il primo politico nella storia pakistana a essere stato eletto premier per la terza volta, sul tappeto rimane la dura realtà. Nawaz e suo fratello Shahbaz, Chief Minister del Punjab per anni, sono dichiaratamente vicini agli integralisti islamici e proteggono da tempo, finanziando con denaro pubblico anche la madrasa di Muridke che alleva jihadi per la Lashkar-i-Toiba, Mohammed Hafeez Saeed e altre organizzazioni ‘benefiche’ come la Sipah-i-Saba e la Jaish-i-Mohammed.
Sharif ha cavalcato in campagna elettorale l’onda dell’antiamericanismo per poi scendere, una volta assicuratosi la vittoria, a più miti consigli: gli serve un prestito del Fondo monetario internazionale per tentare di far ripartire l’economia.

Intanto, nelle altre provincie cresce la rabbia contro la ‘dominazione punjabi’. Nel Sindh, tradizionale feudo dei Bhutto, ha vinto il Ppp pur non avendo fatto campagna elettorale. Karachi si è trasformata nel set di un brutto film di gangster e in alcune circoscrizioni si è dovuto ripetere il voto a causa dei brogli documentati.

Morale della favola: la situazione interna rimane esplosiva, l’esercito un’incognita da tenere d’occhio, la politica estera una potenziale bomba a orologeria. Con Sharif al governo e Imran Khan a Peshawar gli scenari geopolitici potrebbero cambiare di molto, con serie conseguenze per l’Occidente e per i paesi confinanti.
E forse lo spettro Usa della bomba in mano ai jihadi appare un passo più vicino. 

In Libia stabilità e sicurezza sono ancora un miraggio

L‘attentato all’ambasciata francese di Tripoli ci ricorda che, ancora a due anni dalla rivoluzione, la Libia respira un’atmosfera di tranquillità solo apparente. Il Paese non riesce ad uscire dalla fase d’instabilità che ne ha finora penalizzato la già complicata transizione. Le milizie sono sempre al loro posto: il governo non è riuscito a disarmarle, e neppure la loro assimilazione nelle forze di sicurezza procede secondo i piani.
Così, in questa normalità fatta di caos e scarsa chiarezza su chi eserciti il monopolio della forza, e nel bel mezzo di un complesso processo di ricostruzione delle istituzioni, l’esecutivo si trova ora stretto tra due fuochi. Da un lato le milizie, che continuano ad esercitare un’influenza sulle autorità centrali, e dall’altro il Dipartimento di Stato USA, che chiede maggiori sforzi per arginare la crescente radicalizzazione all’interno dei gruppi salafiti.
Intanto, gli episodi di violenza si susseguono. Ne sono un esempio i ripetuti attacchi alla minoranza copta, perpetuati nell’indifferenza delle forze di sicurezza del governo. Ma anche le stesse istituzioni sono ostaggio dei ricatti delle milizie. L’ultimo caso è proprio di oggi, martedì 30 aprile: un gruppo di uomini a bordo di un camion armato con cannoni antiaerei ha occupato il Ministero di Giustizia, costringendo il personale a lasciare l’edificio.

Secondo Linkiesta, l

’attentato di ieri ai danni dell’ambasciata francese a Tripoli è solo l’ultimo di una serie di incidenti che testimoniano una crescente saldatura tra elementi jihadisti e alcuni gruppi salafiti:

Al Qaeda cerca di saldare due ideologie in parte contrapposte: la lotta locale dei miliziani salafiti che hanno come obiettivo un “emirato” libico (o Cirenaico) e il jihad globale. Inoltre cerca di far interagire i due fronti: la Cirenaica, di cui si è detto, e il Fezzan nuova retrovia strategica di Aqim (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e degli altri gruppi jihadisti sahariani. Qui Aqim, grazie alla benevolenza di alcune tribù locali in affari con i gruppi terroristici, sembra aver posizionato la propria base logistica e organizzativa.
L’attentato di Tripoli, per come si è verificato (un’autobomba) e per le rivendicazioni appare come un segnale della probabile saldatura tra queste componenti. Tripoli non era mai stata oggetto di attentati di questo tipo. L’operazione segna certamente un’escalation della tensione anche in funzione anti-francese dopo l’intervento del governo di Hollande in Mali.

Benché le voci di una crescente minaccia islamista continuino a rincorrersi, secondo il reporter Cristiano Tinazzi, invece, il problema non è al-Qa’ida o lo jhadismo in generale, bensì l’incapacità del potere centrale di assicurarsi e gestire legittimamente il monopolio della forza.
Come spiega in un passaggio della sua corrispondenza su Limes:

Oltre a molteplici milizie che ancora oggi si comportano come gruppi di autodifesa locale, come a Misurata e in altre località libiche, c’è da fare i conti con il Libian shield, una sigla “ombrello” all’interno della quale operavano durante il conflitto decine di katibe. Oggi diversi gruppi dello Shield lavorano a stretto contatto con gli americani, tanto che l’organizzazione stessa avrebbe inviato un’unità speciale di recupero alla missione diplomatica americana di Bengasi attaccata l’11 settembre 2012- quando morirono l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani.
Delle forze speciali quindi, i cui membri sarebbero stati selezionati dalla Cia e ai quali sarebbero andati parte degli 8 milioni di dollari destinati dall’amministrazione statunitense alla costituzione di forze antiterrorismo in Libia. Rischiando un parallelismo, potrebbero essere accostati alla Sawha o Sons of Iraq irachena, delle milizie filo-Usa.
Nella nuova Libia abbiamo così due poteri ufficiali, esercito e polizia, e due poteri paralleli molto più forti che li affiancano, Libyan shield e Ssc, spesso in conflitto tra loro. Il Supreme security council dipende dal ministero degli Interni, il Libyan shield dalla Difesa. I due gruppi talvolta si scontrano anche militarmente. Le milizie dello “Scudo libico” avrebbero condotto anche l’ultimo assedio a Bani Walid lo scorso novembre 2012, sotto gli occhi impotenti delle autorità centrali. In realtà, la confluenza o meno nella Ssc non implica necessariamente una collisione con le milizie dello Scudo, come dimostra la katiba dei “Martiri di Souq el Jumaa”, facente parte della Brigata Tripoli (nel Ssc) ma in strettissimi rapporti con diverse milizie di Misurata.
Le possibilità che ha al Qaida di attecchire nel contesto dell’estremismo religioso nel quale operano diversi gruppi di ispirazione salafita (ma tutti o quasi i libici, a parte una piccola percentuale di sufi, sono salafiti senza per questo essere estremisti) sono scarse.

Guarda caso, l’attentato all’ambasciata francese a Tripoli proprio nei giorni i cui il premier libico Ali Zidan annunciava la nascita di una Guardia nazionale, legata al ministero della Difesa e allo Stato maggiore libico, indipendente da gruppi politici e religiosi.