Anche l’aramaico tra le vittime dell’ISIS

La brutalità medievale che fa da eco all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq minaccia non solo la popolazione locale ma anche la cultura. Distruzioni di moschee e monumenti seguono di pari passo decapitazioni ed esecuzioni di massa al fine di spingere intere comunità ad arrendersi senza combattere. All’inizio dell’estate il Ministro del Turismo di Baghdad quantificava in circa 4.370 i siti distrutti dai jihadisti tra Mosul, Diyala, Kirkuk, Anbar e Salahuddin; bollettino impossibile da aggiornare vista la difficoltà di reperire informazioni dai luoghi occupati. Tuttavia l’emergenza culturale non riguarda solo simboli religiosi e località archeologiche: in pericolo c’è anche una delle più lingue più antiche del mondo, l’aramaico. Continua a leggere

Qatar e Russia, nemici amici a tutto gas

In matematica, cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia: 2 + 2 fa sempre 4. Chiamasi proprietà commutativa. Nella geopolitica, invece, l’ordine degli elementi influisce sempre sul risultato: due o più Paesi possono essere alleati, avversari o addirittura nemici a seconda del tempo e del luogo in cui avviene la loro interazione. Si parla allora di realpolitik. E’ il caso di Qatar e Russia: nemici fino all’altro ieri per la questione siriana, i due (ex?) rivali sono adesso impegnati nella creazione di un nuovo cartello energetico capace di mettere in difficoltà l’Occidente. Continua a leggere

L’Europa della pace assediata da quattro guerre

Nell’estate che va concludendosi, l’Europa ha commemorato il centenario dello scoppio della Grande Guerra e i settant’anni dello sbarco in Normandia assistendo al divampare di quattro guerre appena fuori dai suoi confini. Alla liturgia delle celebrazioni si è sovrapposta la drammatica realtà di quattro guerre (Gaza, Iraq, Libia e Ucraina) che assediano il continente lungo quasi tutto il perimetro delle sue frontiere terrestri, dalla sponda Sud del Mediterraneo alle sconfinate pianure dell’Est. A cento anni dall’attentato di Sarajevo, l’Europa della pace si riscopre inseguita dallo spettro della guerra. Continua a leggere

Egitto, i perchè della crisi energetica

Dall’inizio dell’estate l’Egitto sta affrontando la peggiore crisi energetica degli ultimi anni, con interruzioni di corrente ormai all’ordine del giorno. I black out programmati hanno registrato tuttavia un’impennata dall’inizio di questa estate, attestandosi su una media di cinque ore al giorno. Secondo il Ministro dell’Energia Mohamed Shaker, l’Egitto abbisogna di almeno 10.000 megawatt di elettricità, che saranno gradualmente coperti entro novembre attraverso l’attivazione di quattro nuove centrali e il ripristino di altre tuttora in manutenzione, ma intanto le interruzioni aumentano e tutto ciò che il governo ha fatto finora è stato invitare la popolazione a moderare i consumi. Continua a leggere

ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere

Per fermare l’ISIS, Siria e Iran bombardano l’Iraq

La mattina del 24 giugno, alcuni caccia non identificati hanno bombardato un mercato nella città islamista-detenuto di Al Qa’im nel nord-ovest dell’Iraq. Si tratta di una località prossima al confine siriano, recentemente caduta nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Data la prossimità con la Siria, si è pensato che si trattasse di velivoli dell’aviazione di Damasco, e due giorni dopo il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha confermato questa voce. Il premier ha detto di non aver chiesto l’intervento dell’esercito siriano, ma di aver accolto con favore la notizia del bombardamento. “Ogni aiuto contro l’Isil è il benvenuto”, ha dichiarato.

E aiuti, a quanto pare, ne stanno arrivando. Oltre alla Siria, anche l’Iran è pienamente coinvolto nella controffensiva per arginare i jihadisti.  Secondo il New York Times, l’Iran sta fornendo armi al governo iracheno per contrastare i ribelli. Non solo. Fin dai giorni scorsi, alcuni droni iraniani decollano da un aeroporto vicino Baghdad e per sorvolare l’Iraq in missioni segrete di sorveglianza, circostanza nota anche ai funzionari della difesa statunitense. Quindi il sostegno del Paese dei mullah non si limita all’invio di consiglieri militari già annunciato nei giorni scorsi, ma si sta sviluppando in una partecipazione diretta alle sorti del conflitto. Non dimentichiamo che nei giorni scorsi l’ISIS ha preso di mira una località (Qasre Shirin) alla frontiera tra i due Paesi, uccidendo due funzionari iraniani. Continua a leggere

ISIS lancia l’offensiva anche in Iran

Da giorni le tv di tutto il mondo ripetono come i militanti dell’ISIS proseguano la loro avanzata all’interno dell’Iraq, conquistando città e procedendo ad esecuzioni sommarie di militari e altri agenti di sicurezza catturati. Quello che quasi nessuno ha detto è che i jihadisti hanno sferrato un attacco anche alle guardie di frontiera iraniane vicino alla località diQasre Shirin, al confine con l’Iraq. Il fatto sarebbe avvenuto qualche giorno fa, ma si è saputo solo ieri attraverso il passaparola sui social media, stante la consueta censura di Teheran ogniqualvolta si verifichino incidenti di frontiera con Baghdad.

Tra le prove dell’avvenuto scontro circola questa fotografia dei corpi di due funzionari di Teheran uccisi. È probabile che sia stata anche la diffusione di questa immagine a convincere le autorità iraniane a fare chiarezza sui fatti di Qasre Shirin. Il primo a parlarne apertamente è stato Fath Allah Hosseini, deputato locale nel Parlamento iraniano, il quale tuttavia ha cercato di “minimizzare” la vicenda, ripetendo che le frontiere iraniane sono sicure e che in ogni caso i residenti di Qasre Shirin non temono un’avanzata dell’ISIS fino alla frontiera. In seguito, in una dichiarazione all’agenzia di stampa YJC, il generale di brigata Ahmad Reza Pourdastan ha confermato che l’incidente ha avuto luogo, aggiungendo però che gli aggressori appartenevano al Partito per la vita libera del Kurdistan, gruppo militante curdo conosciuto anche con l’acronimo Pejak. Continua a leggere