Category: Grande Medio Oriente


Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

Leggi l’articolo completo »

L’ondata della primavera araba ha messo in crisi non solo l’apparato politico tradizionale dell’Egitto (si veda la bagarre elettorale in corso), ma anche la sua rete di relazioni estere. A parte la rinata atmosfera di tensione con Israele, è interessante dare uno sguardo ai rapporti tra l’Egitto e l’altro peso massimo della regione mediorientale. L’Arabia Saudita.
Con la caduta i Mubarak i rapporti tra la repubblica egiziana e il regno saudita si sono incrinati. La crisi delle relazioni tra Il Cairo e Ryadh si è recentemente inasprita in seguito all’arresto dell’avvocato ed attivista per i diritti umani Ahmad Gezawi in Arabia Saudita, con l’accusa di vilipendio al re ed in seguito anche di contrabbando di stupefacenti. Le conseguenti manifestazioni di protesta di cittadini egiziani davanti all’ambasciata saudita del Cairo hanno provocato la decisione saudita di chiudere l’ambasciata.
In realtà i rapporti tra i due Paesi sono tesi fin dallo scoppio della rivoluzione egiziana. Questo articolo su al-Quds, tradotto da Medarabnews, spiega cosa c’è dietro:

La rabbia dei sauditi, data la loro avversione nei confronti dei Fratelli Musulmani, è cresciuta in seguito alla conquista, da parte degli islamisti, di 75 seggi al Consiglio del Popolo, tanto da spingere il principe Nayef  Bin Abdulaziz, attuale ministro degli interni, a definire la confraternita come  “l’origine dei flagelli della regione”.

Il problema fondamentale è che i responsabili sauditi non hanno capito che l’Egitto è cambiato, che Hosni Mubarak non tornerà a governarlo e che il suo regime è scomparso definitivamente; perciò è necessario che si adattino a questo cambiamento e che imparino a conviverci. L’arresto di egiziani o di arabi in generale, e la detenzione senza processo, come accadeva un tempo, non sono più accettabili all’epoca delle rivoluzioni arabe e della rivoluzione informatica e digitale.

La crisi Gezawi non è tra il popolo egiziano e quello saudita, bensì tra il popolo egiziano e le autorità del regno, e rappresenta un monito per tutte le altre autorità arabe che abusano  dei cittadini arabi perché i loro governi, deboli o corrotti, non difendono i propri cittadini come dovrebbero.

L’Egitto è cambiato, ed anche i popoli arabi, e ciò che si taceva prima delle rivoluzioni non verrà più nascosto dopo di esse. Riconosciamo che alcuni media egiziani hanno superato il giusto limite nella critica nei confronti della monarchia saudita, ma anche molti autori sauditi sono andati troppo oltre insultando il popolo egiziano, ed entrambe le cose non sono ammissibili.

La reazione scomposta di Ryadh è solo l’ultima dimostrazione dell’incapacità della dinastia saudita di affrontare una serie di sconvolgimenti  a cui non era preparata.
La ciliegina sulla torta delle incomprensioni politiche è rappresentata dalla riapertura dei rapporti bilaterali con l’Iran, acerrimo rivale di Ryadh. Uno smacco per la Casa di Sa’ud. Ma quest’ultima sa bene quali argomentazioni mettere sul tavolo per ricucire i rapporti con i vecchi amici. L’ottimo blog Lissnup segnala che il 10 maggio l’Arabia Saudita ha effettuato un deposito di un miliardo di dollari presso la Banca Centrale del Cairo come contributo per la ripresa dell’economia egiziana:

Saudi Arabia has made a deposit of USD 1 billion in the Central Bank of Egypt (CBE), a senior Egyptian official has said.
Egypt’s Minister of Planning and International Cooperation Fayza Abul-Naga expressed last night her country’s appreciation and gratitude to Saudi Arabia and the custodian of the two holy mosques King Abdullah bin Abdulaziz for the contribution and support, aimed at improving the condition of the Egyptian economy during its current circumstances.

The last remaining USD 500 million sum of the amount was signed in Marrakech, Morocco, by minister Abul-Naga and the Saudi Minister of Finance Dr. Ibrahim bin Abdulaziz Al-Assaff, which targets the financing of priority state development projects in Egypt.
The amount also includes USD 250 million for the purchase of petroleum products intended for the Egyptian public and a USD 200 million non-refundable grant to support small to medium-sized enterprises.

Tuttavia si tratta di briciole in confronto ai sontuosi aiuti che Ryadh aveva promesso nelle settimane successive alla defenestrazione dell’alleato Mubarak. Ciò che la Casa di Sa’ud non riesce ad accettare che ora in Egitto, oltre ad un regime, ad avere voce in capitolo ci sia anche un popolo. Soggetto col quale la casa regnante nutre una malcelata diffidenza, se non addirittura timore. All’indomani della decisione di Riyadh di chiudere l’ambasciata in Egitto, ad esempio, centinaia di blogger egiziani e sauditi hanno fraternizzato su Twitter scambiandosi messaggi di solidarietà. Episodio che ha aumentato le preoccupazioni della casa regnante circa una possibile ripresa delle manifestazioni nel cuore del regno.
Tutto ciò, sul piano concreto, si è tradotto nella riluttanza a sostenere finanziariamente la fragile economia del Cairo. Nell’attesa di conoscere il nome del successore di Mubarak alla guida del Paese.

In metà maggio il presidente del Niger Mahamadou Issoufou si è recato in Arabia Saudita accompagnato dai principali ministri del suo governo, dove ha incontrato re Abdullah, così come importanti leader religiosi, funzionari di governo e imprenditori. Scopo del viaggio è il miglioramento delle relazioni bilaterali e, in particolare, la promozione di investimenti arabi nel Paese nordafricano. Issoufou ha affermato come l’agricoltura, le risorse naturali (uranio in primis) e gli appalti per infrastrutture rappresentino le maggiori opportunità di investimento per le aziende straniere.  Opportunità di cui il Niger, attualmente uno dei Paesi più poveri del mondo, avrebbe davvero bisogno. L’unico settore dove Niamey ha finora attratto capitali esteri è quello estrattivo, complice la fame di uranio del colosso nucleare francese Areva  e la sete di petrolio di quello cinese CNOOC.
Da quando è salito al potere nell’aprile 2011, Issoufou ha cercato di impegnarsi nel ricostruire una rete di relazioni internazionali per il Niger, dopo gli anni di isolamento sotto il precedente regime di Mamadou Tandja. Ma la visita nel regno saudita ha un significato ulteriore. Affari a parte, è da rimarcare l’enfasi sui legami storici tra i due Paesi che entrambe le delegazioni hanno tenuto a sottolineare:

Earlier in his opening remarks, Al-Mobty [presidente del Consiglio delle Camere Saudite, n.d.r.] said the two countries enjoy friendly relations based on common understanding and feelings of fraternity. He recalled the historical visit of the late King Faisal, who went to open the first Arabic school in Niger in 1962. He said that the current ambassador of Niger in the Kingdom is a graduate of that school.

Se il Niger ha interesse ad attrarre capitali stranieri, è da vedere quale interesse nutrano i sauditi verso lo Stato nordafricano.
Allargando lo sguardo, scopriamo che la petromonarchia di Ryadh è molto attiva in tema di investimenti in Africa. In frebbaio la Derba group, società di proprietà di un miliardario saudita, ha concluso un accordo da 4,3 miliardi di dollari per sette progetti industriali in Etiopia. Oppure pensiamo ai 376.000 di terreno acquistati in Sudan tra il 2004 e il 2009 per coltivarvi cereali. Ed è solo la punta dell’iceberg. Anche in Argentina i sauditi hanno concluso un accordo da 83 milioni di dollari per la gestione di un terreno da 30.000 acri dove allevare animali da macello – contro il quale non sono mancate le proteste. L’Arabia Saudita è capofila nel fenomeno del land grabbing in giro per il mondo. Anzi, ne è stata l’iniziatrice. E il Niger, benché prostrato dalla crisi alimentare che sta affliggendo il Sahel, potrebbe essere la prossima tappa.


C’è anche un altro dettaglio. Abbiamo detto che il Niger è ricco di uranio, che viene estratto nella regione dell’Agadez. Nel 2006 il Paese ne è stato il quarto esportatore al mondo, con riserve accertate per 272.900 tonnellate (5% a livello mondiale). Uranio e altri minerali costituiscono il 40% dell’export del Paese. Una ricchezza che fa gola a molti: soprattutto ai francesi di Areva.
Ma anche gli arabi – sauditi in testa – sembrano interessati. In dicembre scrivevo:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile.

Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata

La ragione dell’interessamento di Ryadh potrebbe essere proprio questa. Gli indizi ci sono tutti.I legami storici e religiosi con Niamey consentirebbero ai sauditi di godere di una via preferenziale nella corsa all’uranio nigerino.
Inoltre, il colosso Areva è sempre più impopolare. A fine aprile i lavoratori dell’impianto estrattivo di Imouraren, ora in costruzione, sono entrati in sciopero in segno di protesta per le condizioni disumane in cui operano a fronte di un salario misero. E i sindacati hanno minacciato di estendere la mobilitazione a tutti gli stabilimenti di Areva presenti in Niger.
Al solito l’Occidente è percepito come invasore e accaparratore di risorse (come effettivamente è). Per calmare la sollevazione, Niamey potrebbe decidere di rivedere i propri accordi con la compagnia francese a vantaggio dei sauditi. Così come potrebbe affidare il business del petrolio ai cinesi, nel caso in cui la produzione di oro nero dovesse aumentare in accordo alle previsioni del governo.
Uranio e petrolio dovrebbero garantire al Niger una crescita del 14% per il 2012. Un miracolo economico che fa gola  a molti, ma forse noi europei non saremo in prima fila.

Domenica scorsa Samira Rajab, ministro per l’informazione del Bahrein, ha rivelato l’esistenza di un progetto di fusione tra il suo Paese e l’Arabia Saudita. Formalmente, entrambi i regni manterrebbero ciascuno la propria sovranità e il proprio posto nelle Nazioni Unite, ma assumerebbero decisioni comuni in tema di politica estera e sicurezza:

Saudi Arabia and Bahrain are expected to announce closer political union at a meeting of Gulf Arab leaders on Monday, a Bahraini minister said, a move dismissed by the opposition as a ruse to avoid political reform.

Khalifa bin Salman Al Khalifa, Bahrain’s hardline prime minister, is believed to oppose concessions to the Shi’ite opposition. He backs the idea of a union.
“The great dream of the peoples of the region is to see the day when borders disappear with a union that creates one Gulf,” the official Bahrain News Agency quoted him as saying on Sunday.
Speaking after foreign ministers met in Riyadh, Khalid bin Ahmed Al Khalifa, Bahrain’s foreign minister, told Reuters on Sunday the plans for a union were ambitious.
All aspects of union are on the table, between all members,” he said.
Saudi Arabia and Bahrain are already joined at the hip, though the island’s social liberalism could come under threat if a merger took place.
Saudi Arabia allows Bahrain access to an oilfield it owns, providing 70 percent of its budget, while Saudis have traditionally flocked to Bahrain for weekend relief from Islamic restrictions on gender mixing, female driving and drinking alcohol.

L’entità che i due Paesi andrebbero a creare non è ancora chiara. Il Telegraph ipotizza un’integrazione simile all’Unione Europea. In ogni caso, il primato lo avrebbero sempre i Sa’ud: vedere i due reami in posizione di parità è semplicemente impensabile. Di fatto è un’annessione mascherata. Comunque sia è l’ultima trovata per fermare la rivolta che infiamma l’arcipelago, ancora in corso a distanza di un anno nonostante la repressione sponsorizzata dai sauditi e caratterizzata dal totale silenzio della stampa internazionale – a parte qualche titolone nella settimana del CP di Formula Uno.
OpenDemocracy, che in questa lunga analisi illustra uno scenario sottostante più complesso di quanto appaia ad un primo sguardo:

The reason it seems lies a little deeper than simply aligning forces to meet the Iranian threat. The most urgent question is to negate Shi’a political mobilisation from becoming a threat to Saudi energy security. A union with Bahrain would effectively subsume the Shi’a question, rendering moot the need for a longterm solution which gives too much ground to Shi’a interests.
Secondly, this huddling is driven by a fundamental mistrust of American intentions in the Persian Gulf. An increasing train of thought in the Gulf, to which Bahraini unionists enthusiastically subscribe, states that America is willing to enter a grand bargain with Iran to serve its long-term interests in the region. In such a future, Bahrain would simply be cast aside as inconsequential collateral in pursuit of the overarching US goal.
This thinking has also taken root in parts of the elite in Saudi Arabia, especially since America abandoned its long term ally in Hosni Mubarak in 2011, much to the horror of Saudi Arabia’s leadership. Indeed, arguably it was America’s decision to dump Mubarak which led as a direct consequence to the GCC Peninsula Shield Force ↑ ↑ entering Bahrain on March 14, 2011; and which now drives Saudi Arabia to push for a closer integrated Gulf Union, starting of course with Bahrain.
While the reaction of the other Gulf States is likely to be sceptical towards such a Union, it remains to be seen exactly how far King Abdullah can persuade his fraternal rulers to go. Therefore, it makes sense to see the push for a Gulf Union not as the first step in a regional alliance, but as the beginning of a merger between Saudi Arabia and Bahrain to fend off the chance that Shi’a political mobilisation will destroy vital Saudi interests.
Some in Bahrain are happy to embrace this path. But it is unlikely that it will herald positive changes in the Kingdom. Any merger between the nations will be likely to inflame the delicate sectarian balance in the tiny Kingdom yet further, a situation which requires genuine political reform, and not military and economic mergers.

Un anno fa, di fronte al ribollire della regione, il gigante saudita – culla dell’Islam e peso massimo della regione, nonché dell’equilibrio petrolifero mondiale -bha mostrato un atteggiamento di malcelata indifferenza, almeno all’inizio. Ma quando il vento di proteste è giunto fino in Bahrein, re Abdallah si è subito attivato affinché la (poi ribattezzata) Primavera araba si spegnesse in un fuoco di paglia. Per riuscire nell’intento, la casa regnante si è servita proprio del Consiglio di Cooperazione del Golfo (poi ribattezzato Consiglio di Contro-rivoluzione del Golfo), organismo internazionale che controllano e che riunisce tutti gli Stati della penisola arabica con la sola eccezione dello Yemen.
In concreto, l’azione delle petromonarchie capitanate da Ryadh ha seguito un piano ben preciso di Cooptazione e contenimento: dapprima hanno stretto un patto sottobanco con Washingon, assicurando il formale sostegno della Lega Araba alla crociata contro Gheddafi in cambio dell’immunità del proprio cortile; poi hanno sedato le proteste dei sudditi con una poderosa iniezione di sussidi; infine hanno aiutato il regime bahreinita inviando 1.500 soldati (1.000 sauditi, gli altri dagli EAU) a Manama.
Il tutto nella consapevole distrazione degli Stati Uniti, i quali sostennero persino di non essere stati informati dell’invasione saudita nonostante il Segretario alla Difesa Robert Gates si trovasse proprio in Bahrein appena due giorni prima dell’operazione.

L’Iran si oppone, invocando una manifestazione di protesta per venerdì. L’unione tra Bahrein e regno saudita (rectius: annessione del primo nel secondo). Albawaba riporta una panoramica delle iniziative iraniane per ostacolare l’operazione, domandandosi persino se il matrimonio saudo-bahreinita potrà, nel caso venga davvero celebrato, potrà sopravvivere alla presenza di un terzo incomodo così ingombrante.
Per Teheran, vorrebbe dire la fine delle speranze circa un cambio di regime a Manama in favore della maggioranza sciita. E’ questa la ragione per cui la sollevazione di Manama può essere definita una piccola rivolta dalle grandi conseguenze:

Per quanto anche in questo caso i manifestanti chiedano maggiore democrazia e riforme del sistema politico, nel piccolo atollo del Golfo, è centrale la questione religiosa.

In Bahrain esiste, infatti, un’incolmabile distanza tra la maggioranza sciita (circa due terzi della popolazione totale) e la minoranza sunnita, al governo da quasi tre secoli.

A un occhio disattento le rivolte del Bahrain potrebbero sembrare meno centrali nella politica internazionale rispetto ai contemporanei e terribili avvenimenti libici, ma così non è. Ciò che sfugge è la centralità geopolitica del piccolo arcipelago. Una vittoria dei rivoltosi con conseguente dipartita del sovrano porterebbe ad un totale rovesciamento dei rapporti di potere a favore della maggioranza sciita e, se questo avvenisse, le conseguenze potrebbero esseere enormi.

L’unione tra Ryadh e Manama potrebbe fare da apripista per la trasformazione del CCG in un’entità sovranazionale simile alla UE. Ma i pareri contrari non mancano neppure all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Se Arabia Saudita e Qatar che si dicono d’accordo, dall’altra parte ci sono Kuwait ed Emirati Arabi Uniti che hanno espresso riserve su alcuni punti del piano, nonché l’Oman che ha riserve sul piano in generale.
Il punto è che sessant’anni fa gli Stati europei decisero di associarsi per mettere in comune le energie con cui ripartire dopo il suicidio collettivo consumato in due sciagurate guerre mondiali. In altre parole, noi ci unimmo per andare avanti. I Paesi del Golfo, invece, vorrebbero unire le forze per spegnere le sollevazioni e garantire così la sopravvivenza dei propri regimi conservatori. In altre parole, vogliono unirsi per restare fermi, mantenendo lo status quo.
Impresa sempre più complicata. L’Arabia Saudita non ha solo una rivolta nel cortile di casa – e due guerre civili, quelle in Siria e Yemen, in corso rispettivamente a Nord e a Sud; deve anche fronteggiare una rivolta dentro casa. Quella nelle province orientali a maggioranza sciita, forziere delle riserve energetiche del Paese – e per estensione del mondo. A Qatif le manifestazioni, iniziate nel febbraio 2011, continuano ancora adesso. Segno che il tempo da solo non basta a spegnere il fuoco delle rivoluzioni.
L’unione col Bahrein potrebbe non essere sufficiente a riportare l’ordine a Manama. In compenso, potrebbe destabilizzare ulteriormente le province orientali saudite. Non sempre l’unione fa la forza. L’ancient régime è sempre in bilico.

Le elezioni in Algeria hanno visto la partecipazione del 42,36%degli aventi diritto. Il Fronte di Liberazione Nazionale, partito al potere dai tempi della guerra d’indipendenza contro la Francia, avrà 220 seggi. Sommati ai 68 conquistati dal Raggruppamento nazionale democratico (il partito nato da una costola del Fln) otteniamo 288 seggi su 462. Non sarà necessario, come in passato, scendere a compromessi con gli islamisti.
A questi ultimi non è riuscita la cavalcata al potere sulla falsariga di quanto abbiamo visto in Tunisia ed Egitto. L’Alleanza verde, formata dal Movimento sociale per la pace (Msp), Ennahda e Islah, ha avuto appena 48 seggi. Nemmeno l’altra lista islamista, Adala del leader radicale Djaballa, che si era staccato da Islah perché non condivideva la scelta di allearsi con il Msp, ha avuto successo, raggiungendo appena i 7 seggi. Il Fronte delle forze socialiste (Ffs), che aveva boicottato due tornate elettorali nel 2007  e2009, ha ottenuto 21 seggi. Sono state elette 144 donne, inferiori alla quota del 30% prevista, comunque superiore al 7% precedente.
Questa attenta analisi sul sito della Treccani, che rivela alcuni importanti retroscena della campagna elettorale dal punto di vista del regime, ci aiuta ad approfondire lo scenario:

Jamal Zenati, dalle pagine del quotidiano el-Watan, ci spiega in maniera piuttosto perentoria come “l’appuntamento del prossimo 10 maggio rappresenti qualcosa di più di una semplice elezione legislativa”. A seguito delle modifiche apportate al testo costituzionale nel 2008 che hanno permesso al presidente della Repubblica algerina di essere eletto per la terza volta, si è creata, secondo Zenati, una spaccatura tra un potere presidenziale sempre più autonomo, ed un parlamento sempre meno protagonista sulla scena politica. Ecco perché, continua l’autore, “le elezioni legislative non rappresentano più un momento di espressione della sovranità popolare”, ma il “preludio ad uno scrutinio presidenziale”. … Ad avvalorare questa lettura un articolo di Ghania Oukazi apparso sul Quotidien d’Oran. Oggetto dell’analisi la battaglia tutta interna all’ex-partito unico algerino, il FLN (Fronte di liberazione nazionale – Jabha al-tahrîr al-watanî), nella quale sembra evidente agli occhi di Oukazi la longa manus del Presidente Bouteflika, che è riuscito a ridefinire gli equilibri interni al proprio partito in modo da mantenerne il controllo.

L’Alleanza Verde ha subito parlato di brogli, nonostante la presenza di 500 osservatori internazionali. In effetti in Africa – e nei Paesi in via di sviluppo in generale – la denuncia di irregolarità da parte della fazione perdente è consuetudine, ma le previsioni parlavano di un testa a testa tra FLN e islamisti. E i toni entusiasti con i quali i commentatori locali hanno celebrato la partecipazione, la regolarità delle operazioni e (soprattutto) il consenso intorno al presidente Bouteflika suonano quanto meno sospetti. In ogni caso, dopo il voto si apre la sfida delle riforme - ammesso che il governo abbia davvero la volontà di attuarle.

Per comprendere il contesto particolare in cui l’Algeria è inserita, bisogna riflettere su alcuni punti.
In generale, gli esperti hanno evidenziato come la “primavera araba” sembra aver toccato solo superficialmente l’Algeria. Per la verità qui le rivolte erano scoppiate già nel novembre 2010 (dunque oltre un mese prima dell’immolazione di Mohamed Bouazizi), nelle regioni interne del Paese, per arrivare poi ad Algeri nel gennaio successivo. La concomitanza con i moti in corso in Tunisia ha fatto sì che l’opinione pubblica internazionale aprisse gli occhi solo in quel momento. Le ragioni dell’insurrezione erano legate a questioni prettamente sociali, piuttosto che politiche: il rincaro dei beni di prima necessità – farina, riso, olio e latte – dovuto alla riduzione delle sovvenzioni statali, aveva aggravato le già difficili condizioni di vita della popolazione, ancora scottata dalla precedente ondata inflattiva del 2008 (l’anno dei 31.500 migranti a Lampedusa). Ancora oggi l’autosufficienza alimentare è un miraggio e i prodotti di consumo restano legati all’importazione, dal momento che il comparto interno non è considerato una priorità.
Oltre alla crisi alimentare, a mortificare le speranze dei giovani algerini c’è la mancanza di lavoro. Grazie alle sue notevoli riserve di idrocarburi, l’Algeria è il secondo paese più ricco d’Africa, alle spalle del Sudafrica. Una ricchezza che ha permesso al Paese di estinguere il proprio debito estero, ma non di risollevare le condizioni di vita della popolazione, posto che essa non viene ridistribuita secondo criteri di equità o di necessità. La rendita serve di fatto ad alimentare il sistema di potere, ossia Bouteflika e la sua cricca. Inoltre il settore energetico, il quale genera enormi profitti ma richiede al contempo poderosi investimenti, non garantisce ricadute altrettanto positive sul piano occupazionale. Non c’è da stupirsi che il 40% dei giovani sotto i trent’anni sia ancora disoccupato, nonostante gli ambiziosi piani di sviluppo del settore, coronati dall’annuncio di nuove raffinerie. Ciò di cui davvero il Paese necessita è un programma che punti alla crescita di un’economia diversificata.
Eppure l’abbozzo di “primavera sociale” del 2010-2011 non si è tradotto in rivoluzione, come è invece avvenuto in Egitto e nella vicina Tunisia. È come se gli algerini abbiano preferito non alzare il livello dello scontro, lasciando che la protesta si spegnesse.
L’Algeria ha un background politica distinto rispetto, ad esempio, a quello dell’Egitto. Un aspetto a volte sottovalutato nelle analisi che leggiamo sul tema e che include gli incipit di rivolta del 1988 e del 1992, per proseguire con la drammatica guerra civile degli anni Novanta.  Linkiesta ripercorre queste fasi:

Il 5 ottobre 1988 è la data da cui partire per comprendere il passato, il presente ma soprattutto il futuro dell’Algeria … Quell’ottobre di 24 anni fa, il Paese nord africano conobbe una Primavera araba “ante litteram” quando migliaia di giovani ma non solo, stanchi di un trentennio di partito unico caratterizzato inizialmente da una sbornia socialista e da una mala gestione e corruzione in seguito, scesero in strada assaltando uffici e ministeri, dando alle fiamme i simboli dello stato. La risposta non si fece attendere: l’esercito uscì dalle caserme e aprì il fuoco contro i dimostranti, uccidendone almeno 169 e ferendone migliaia (qualcuno avanza il numero di 500 morti). Il regime algerino (contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno in molti Paesi arabi) aveva subito intuito che in uno scontro sarebbe stato spazzato via. Così nel febbraio del 1989 offrì molte concessioni, con l’abrogazione della costituzione, l’instaurazione del multipartitismo, la nascita della prima stampa araba indipendente, ma soprattutto l’apertura all’economia di mercato.
Il sogno di una profonda riforma democratica del sistema svanì però in meno di 4 anni. Dopo aver stravinto le elezioni Locali del giugno 1990 (prime elezioni libere nel Paese) il Fronte islamico della salvezza, guidato da Abbas Madani e Ali Belhaj, si ripete nel dicembre del 1991 vincendo nel primo turno delle legislative l’82% dei seggi.
Ed eccoci alla seconda data che sarà fatale per l’apertura democratica ma non solo. Sarà il bivio che stravolgerà per 17 anni la storia recente dell’Algeria. L’11 gennaio del 1992 l’esercito costringe l’allora Presidente Chadli Benjadid a dimettersi interrompendo il processo elettorale. Le assemblee comunali dove ha vinto il Fis vengono sciolte, gli eletti e i militanti arrestati e spediti nei campi allestiti nel deserto del Sahara. Qui inizia l’incubo algerino, un bagno di sangue collettivo (la tragedia nazionale) costato la vita ad oltre 250mila persone con migliaia di dispersi, da cui la società fatica ancora a riprendersi.

Gran parte delle narrazioni sugli eventi che hanno avuto luogo nel mondo arabo si concentrano su elementi simbolici come la folla di Tahrir, il martellamento dei social network, Il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Tutti fattori che hanno rivestito un ruolo fondamentale nel successo delle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto in virtù del proprio richiamo all’aggregazione e alla partecipazione popolare, che hanno costretto i regimi a reagire e poi a mollare. In Algeria tutto questo non c’è stato, complici un’opposizione miseramente frammentata, in cui gli islamisti non sono una forza preponderante, e un regime costituito da strateghi politici molto furbi e tattici. In compenso c’è una memoria collettiva ancora profondamente segnata dalla guerra civile.
Emblematica questa (amara) conclusione su In 30 secondi, al termine di un’esauriente disamina sul risultato elettorale:

Qualcuno penserà che dobbiamo accontentarci. Gli “islamisti” hanno perso e tutto sommato le elezioni sono regolari.
Ci sono donne in parlamento, almeno.
Ma, appunto, è una vera mascherata che accontenta tutti tranne la stragrande maggioranza degli algerini, che rimangono lì, relegati sullo sfondo, come i selvaggi in un quadro orientalista, mentre all’unanimità il mondo plaude al regime mafioso e sanguinario di Bouteflika.
Il mondo sta dicendo loro che la cosiddetta “primavera araba” è stata un incidente, non un complotto.

Dopo mesi di trattative sottobanco (ma ben note ai meglio informati), nell’anniversario della morte di bin Laden i presidenti Obama e Karzai hanno sottoscritto un accordo in base al quale l’impegno militare degli Stati Uniti si estende fino al 2024.
A parte l’iniziale cortocircuito comunicativo dello staff della Casa Bianca – che prima nega e poi ammette l’arrivo di Obama a Kabul, senza spiegare il perché della bugia -, nel merito l’accordo offre più domande che risposte.
Se da un lato gli USA forniranno un sostegno allo sviluppo delle forze di sicurezza afghane, dall’altro non c’è nessun aiuto finanziario concreto per il bilancio della difesa di Kabul. Ancora, si dice che l’Afghanistan si impegna a fornire accesso alle proprie basi oltre il 2014, ma non è chiaro se gli americani manterranno delle basi permanenti nel Paese – un’ambiguità non certo casuale: benché i funzionari USA insistano che il ritiro definitivo sarà completato entro il 2014, la realtà sul campo dice gli americani resteranno ben oltre tale data.
Un anno fa scrivevo che per l’America il ritiro dall’Afghanistan comporterà solo un riposizionamento delle truppe nel cuore dell’Asia Centrale:

Contrariamente a quanto sostenuto da Obama, secondo Mosca gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di ritirarsi dall’Asia centrale. Anzi, la Casa Bianca starebbe cercando di rinforzare la propria presenza nella regione trasferendovi parte delle strutture militari ora d’istanza a Kabul.
La presunta trattativa con le maggiori fazioni dei taliban volta a negoziare la fine del conflitto, in linea con la strategia del Grande Medio Oriente voluta dagli Usa, comporterà un profondo riassestamento dentro e fuori i confini del Paese. Nel primo caso, si va verso una ripartizione di fatto dell’Afghanistan sulla base di principi etnici; nel secondo, gli americani manterranno la propria influenza in loco da una nuova posizione, proprio dirimpetto ai giganti Russia e Cina.
L’offerta alle repubbliche ex sovietiche di un ruolo di sostegno alla coalizione in Afghanistan non sarebbe che il primo passo verso il collocamento di contingenti supplementari proprio nel cuore della regione. Un progetto noto fin dal settembre del 2009 e confermato da una successione di elementi circostanziali, di cui il potenziamento delle rotte verso Kabul è solo il più recente.

Insomma la longa manus del Pentagono non lascerà la regione.  C’è chi parla dell’Afghanistan come di una nuova OkinawaCome mai per l’America è così importante rimanere in Afghanistan? Per rispondere a questa domanda è necessario indagare sul campo. Intendo dire, su ciò che sta realmente accadendo sul campo, oltre le considerazioni di carattere strategico segnalate su tutti i siti e blog che si occupano di geopolitica.
Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

Fantascienza? No, se pensiamo che l’America, sia pur indirettamente, sta ricoprendo un ruolo tutt’altro che secondario nella narcoguerra in Messico. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che agenti della Dea americana (Drug Enforcement Administration) e forze dell’ordine messicane hanno aiutato i cartelli della droga messicani a riciclare denaro proveniente dal traffico di droga, nel tentativo di infiltrarsi nel cartello. Denaro riciclato anche grazie alla compiacenza delle banche USA.
Ancora. Contrariamente da quanto affermato in questa ricostruzione, in Afghanistan alcune risorse naturali ci sono eccome. Come scrivevo mesi orsono, secondo alcune ricerche della US Geological Survey il Paese costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra:

Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell'Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].

Nel sottosuolo afghano c’è praticamente di tutto. Mancherebbe solo il petrolio. Sorpresa: c’è anche quello!
La presenza di oro nero nel Paese è stata accertata fin dal 1959, come spiegato dalla US Geological Survey in questa pagina - visibile solo tramite Wayback Machine, perché l’originale è stata rimossa. Che motivo c’era di occultarla?
Il governo Karzai ha concesso le prime licenze d’esplorazione già nel 2010 (interessante questa analisi della Reuters). I giacimenti di oro nero hanno una consistenza stimata di circa 1,6 miliardi di barili: non è molto, ma abbastanza per promuovere dei progetti di estrazione.
Paresntesi. Fino ad oggi l’importanza dell’Afghanistan sotto il punto di vista energetico era nota come luogo di transito per oleodotti o gasdotti. Progetti come la Trans-Afghanistan Pipeline e Afghanistan Oil Pipeline che vedevano coinvolta la compagnia UNOCAL, di cui l’attuale presidente afghano Karzai era stato consulente e collaboratore. Il triangolo Bush-Karzai-UNOCAL è illustrato su Globalresearch, dove si spiega che la scelta di Karzai alla guida del Paese era stata dettata proprio dai suoi trascorsi nella compagnia.
Meno note, per l’appunto, sono le potenzialità del Paese come produttore di idrocarburi. Ragione alla base della frenetica attività diplomatica per dare stabilità alla neonata democrazia afghana, secondo questa analisi pubblicata dieci anni fa – in tempi non sospetti:

As the war in Afghanistan unfolds, there is frantic diplomatic activity to ensure that any post-Taliban government will be both democratic and pro-West. Hidden in this explosive geo-political equation is the sensitive issue of securing control and export of the region’s vast oil and gas reserves. The Soviets estimated Afghanistan’s proven and probable natural gas reserves at 5 trillion cubic feet – enough for the United Kingdom’s requirement for two years – but this remains largely untapped because of the country’s civil war and poor pipeline infrastructure.
More importantly, according to the U.S. government, “Afghanistan’s significance from an energy standpoint stems from its geographical position as a potential transit route for oil and natural gas exports from central Asia to the Arabian Sea.”
To the north of Afghanistan lies the Caspian and central Asian region, one of the world’s last great frontiers for the oil industry due to its tremendous untapped reserves. The U.S. government believes that total oil reserves could be 270 billion barrels. Total gas reserves could be 576 trillion cubic feet.

Il paradigma è sempre lo stesso. Esportiamo la “democrazia”, in cambio di gas e petrolio.
Gli USA hanno fretta che questa “democratizzazione” dia i suoi frutti perché non sono gli unici ad essere a conoscenza del petrolio afghano. Lo scorso dicembre la Cina National Petroleum Corporation è diventata la prima azienda straniera ad ottenere una concessione per l’estrazione di petrolio e gas in Afghanistan. I funzionari stimano che l’accordo potrebbe essere un valore di oltre 700 milioni di dollari (dieci volte tanto, secondo altre stime).
Non c’è da stupirsi come mai gli americani puntino a rimanere inchiodati a Kabul il più a lungo possibile.

In Occidente l’opinione pubblicato ha sviluppato due immagini della rivoluzione egiziana e, più in generale, della primavera araba. Una è quella dei giovani di Piazza Tahrir, riuniti dal martellante passaparola sui social media. L’altra è quella degli islamisti dalle lunghe barbe che approfittano di uno dei rari momenti di (semi)democrazia al Cairo per tentare l’ascesa al potere.
Come spesso accade, le nostre ricostruzioni contengono un fondo di verità innaffiato da un insieme di luoghi comuni. Ad ogni modo, la condizione di rivoluzione incompiuta che caratterizza l’Egitto di oggi – ben messa in risalto dagli scontri in Piazza Tahrir, iniziati in dicembre e rinfiammati in questi giorni – è principalmente conseguenza di due fattori.

In primo luogo, i problemi socioeconomici del Paese, rimasti irrisolti e senza un barlume di prospettive ad un anno dalla defenestrazione di Mubarak.
Si, perché al di là della visione romanzata dei giovani che chiedevano a gran voce rappresentaza e democrazia, i motivi per cui la gente è scesa in strada sono molto più materiali: povertà diffusa, diseguaglianze economiche, disoccupazione, giovanile, deficit alimentare, infrastrutturale e scolastico. Tutto questo nonostante una crescita che nei trent’anni targati Mubarak ha viaggiato a ritmi del 5% annuo, con punte del 7% nel 2007 e 2008, forte anche degli investimenti esteri che dal 2004 al 2010 hanno sfiorato quota 50 miliardi di dollari.
Se andiamo a vedere, non c’è da stupirsi che le statistiche sul PIL non si siano tradotte in maggior benessere per la popolazione. I due terzi delle entrate di valuta estera del Paese derivano da rendite energetiche, turismo, diritti di transito lungo il Canale di Suez e rimesse degli emigrati. Le riforme intervenute negli ultimi anni hanno riguardato settori a limitato impatto occupazionale, senza quasi sfiorare i settori chiave. L’esplosione demografica, il decremento della produzione agricola (ormai l’Egitto importa la metà dei suoi alimenti base) e le scarse politiche di sostegno dell’ex presidente hanno fatto il resto. Con il paradossale effetto che, mentre in trent’anni il PIL egiziano è letteralmente volato, oggi gli egiziani sono molto più poveri rispetto a cento anni fa.

In secondo luogo, la presenza dei militari al potere, ormai (ufficialmente) diventati il vero ostacolo alla libertà. In Egitto le forze armate non sono i garanti della laicità, come in Turchia. Di fatto sono – e si concepiscono – come uno Stato nello Stato. Lo Stato, quello vero, lo comandano da sessant’anni: tutti e tre i presidenti del Paese – Nasser, Sadat e Mubarak – sono stati ufficiali nell’esercito. Un’istituzione che ha sempre goduto del rispetto e della stima del popolo. Ma da quando nel 1977 Sadat firmò gli accordi di Camp David con Israele e USA, l’esercito è stato progressivamente emarginato, messo in condizione di non poter più combattere. In cambio, il regime ha foraggiato i generali di aiuti economici e affidato loro la gestione di investimenti ed attività economiche. Oggi i militari costruiscono infrastrutture e centri commerciali, gestiscono alberghi e villaggi turistici, così come ospedali e media, producono e commercializzano pane, latte e acqua minerale. Si stima che il 40% dell’economia del Paese sia in mano all’esercito. Non a caso le riforme a cui accennavo più sopra non hanno minimamente incoraggiato l’iniziativa privata, salvaguardando le rendite di posizione dei militari da quel fenomeno che noi chiamiamo concorrenza.
Non è un caso che oggi si sita cominciando a riflettere sulla natura pilotata della sollevazione popolare. Un anno fa scrivevo:

Piazza Tahrir è stata lo sfondo, e non la protagonista, del rovesciamento del regime.
L’idea che una manovra per rovesciare Mubarak fosse in atto ben prima che la folla riempisse piazza Tahrir non è del tutto peregrina. Agevolare l’uscita di scena dell’ottuagenario presidente aveva l’obiettivo di garantire una successione ordinata nel governo del Paese. In tal modo sarebbe stato possibile sfruttare le prossime elezioni presidenziali per far emergere una nuova figura, espressione degli alti comandi militari, in linea con la tradizione degli ultimi decenni. Una figura che non sarebbe stata quella di Gamal Mubark [figlio di Hosni, n.d.r.].
C’è una fondamentale differenza tra il regime così come Nasser lo aveva creato e la dittatura di Hosni Mubarak. Il regime consisteva – e consiste – in un complesso istituzionale e burocratico incentrato sulle gerarchie militari, che coinvolgesse ogni aspetto della società egiziana. Mubarak, al contrario, è venuto a distinguere i suoi interessi da quelli dell’esercito, a chiaro vantaggio dei primi. Era logico che i militari vedessero nell’anziano presidente una minaccia per l’establishment consolidato.
I manifestanti non hanno mai chiesto la caduta del regime, ma solo quella del ra’is. Un dettaglio che nei convulsi giorni della rivolta è sfuggito a molti. Ai militari di sicuro non piaceva lo spettacolo delle folle in strada, ma la crisi politica seguita all’insorgere delle manifestazioni ha offerto loro l’opportunità di pensionare il presidente e di salvare il regime. E con esso, anche i propri interessi.
Dall’inizio delle manifestazioni, l’attività dell’esercito si è mostrata opaca. Il consiglio militare ha abolito la costituzione e sciolto il parlamento, ufficialmente per promuovere il cambiamento politico ma di fatto togliendo di mezzo le restanti istituzioni del Paese. Tutto il potere è caduto in mano ai militari. Nessuno dei rappresentati di piazza Tahrir è mai stato chiamato al loro tavolo.
Questo è il punto. A piazza Tahrir non c’è stata una rivoluzione. Non sono stati i manifestanti a rovesciare Mubarak, ma di fatto un colpo di stato militare celato dietro la maschera di una protesta per la democrazia. Quando fu chiaro che Mubarak non avrebbe volontariamente rassegnato le dimissioni, i militari hanno preso in mano il potere attraverso la creazione di un consiglio militare, lasciando che l’indignazione della folla fornisse una visione edulcorata dei fatti ad uso e consumo del romanticismo occidentale. Dall’11 febbraio i militari hanno il pieno controllo del Paese.
 …
Pertanto, la realtà che abbiamo di fronte è molto diversa da quella che l’entusiasmo di piazza Tahrir ci aveva fatto vedere.  Non è che non in Egitto non sia successo niente, ma ciò che è successo non è una copia fedele di quello che i media hanno ritratto. A parte lo spettacolo offerto dalla folla, il regime è rimasto esattamente dove era. Con l’aggravante di godere del favore dell’opinione pubblica sia interna che esterna al Paese. L’esaltazione di quei giorni di gennaio è andata spegnendosi in una sconfortante conferma della morale gattopardiana: in Egitto è cambiato tutto affinché non cambiasse nulla.

Le forze armate concentrano su di sé il potere politico e quello economico. Logico che abbiano tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

afghan interactive

Dopo alcuni mesi di relativa calma, i taliban hanno alzato di nuovo la testa. In una serie di attacchi a Kabul e in alcune province dell’est (Logar, Paktia e Nangarhar), i ribelli hanno nuovamente dimostrato la propria capacità di infiammare l’Afghanistan anche in quelle zone che fino a due settimane fa sembravano apparentemente sicure, come il centro della capitale.
Una sintesi dei fatti si trova su Slate. Qui una cronologia.
Anche se il numero di morti complessivo è stato relativamente contenuto - solo un civile ucciso a Kabul, ma 11 in totale di cui la metà bambini – si tratta in ogni caso di un episodio inquietante. Gli attacchi di per sé sono degni di nota, ma la natura tempestiva e coordinata dell’assalto testimonia che la capacità bellica degli insorti non è ancora stata smorzata. Ad aver mostrato una defaillance, se mai, è il sistema di sicurezza delle forze afghane. Una combinazione di eventi che solleva seri dubbi circa le prospettive di pace per il dopo 2014, quando le forze occidentali si saranno ritirate.
Dubbi palesati anche dal New York Times:

For the Haqqani network, a family of border criminals and smugglers that has gained an astonishing notoriety in recent years as a leading killer of allied troops in Afghanistan, the attacks on Sunday represented more than just the ability to paralyze the mostly tightly secured districts of Kabul for hours. They were proof that the Taliban offshoot could create the vast network of logistical support and planning needed to mount terrorist attacks without anything leaking to the intelligence groups so tightly focused on it.

Si sa per certo che la rete di Haqqani gode di rifugi sicuri nel Nord Waziristan, dove nonostante i droni sparino addosso a tutto ciò che abbia la barba la minaccia dell’insorgenza non è mai stata debellata.
Sventato l’attacco, i funzionari americani hanno fatto di tutto per sottolineare che l’offensiva non avrebbe comunque modificato la strategia degli Stati Uniti a Kabul. Una frase già sentita altre volte, come da copione. Chi invece ha rilasciato una dichiarazione concreta è l’Australia, che ha annunciato il ritiro delle proprie truppe con un anno d’anticipo.
BBC commenta i fatti ponendo alcune domande, ancora senza risposta:

  • Come mai ribelli sono riusciti a stoccare grandi quantità di armi e munizioni all’interno dell’edificio usato per lanciare gli attacchi;
  • Come mai un così gran numero di miliziani sono riusciti a penetrare nel cuore della città, sulla falsariga di un’operazione che deve aver richiesto mesi di pianificazione;
  • Se gli insorti hanno comunicato tra loro durante l’attacco.

I taliban hanno agito nel cuore della capitale afghana nonostante la presenza dei militari e dell’intelligence occidentale. La possibilità di ottenere armi ed esplosivi in questa zona non sarebbe stato possibile senza l’aiuto del personale di sicurezza afghano. Ipotesi più che probabile, considerate la corruzione diffusa e le infiltrazioni di insorti all’interno delle forze armate regolari.
Significativo che l’attacco sia arrivato un mese dopo l’annuncio dei taliban di sospendere le trattative di pace, e appena un giorno dopo la nomina di Salahuddin Rabbani a capo del Consiglio per la pace in Afghanistan. Rabbani, che ha il compito di cercare di trovare un terreno per la riconciliazione, è il figlio dell’ex presidente afghano e Presidente del Consiglio di pace afghano Burhanuddin Rabbani, ucciso l’anno scorso.
Probabilmente l’operazione intendeva infliggere all’Occidente un colpo psicologico, più che fisico, minando gli sforzi negoziali degli USA per raggiungere un accordo entro il 2014.
Al 2014 mancano meno di due anni. Ma ogni giorno che passa l’Afghanistan scivola sempre di più in un abisso di incertezza, e sempre e più velocemente.

Nella civiltà dell’immagine, chi controlla i media è re. Meglio ancora: è demiurgo, poiché crea la realtà che afferma.
A nessuno è sfuggito il decisivo ruolo di al-Jazeera nel corso della primavera araba, dove si è distinta per attenzione e professionalità attraverso le dirette non stop da piazza Tahrir o da Tripoli assediata sotto le bombe. Tanto da meritarsi il Peabody award 2011 per la copertura full time nei giorni più caldi delle rivolte.
Quello che in pochi si sono chiesti è quale interesse abbia l’emiro del Qatar, proprietario di fatto dell’emittente, a dare voce alle richieste di libertà e diritti umani per altri popoli, al contrario negati in casa propria. Il Qatar e le aziende che ne fanno capo sono di fatto poco più di un patrimonio personale in mano alla sua famiglia. Come può parlare di democrazia proprio lui che è forse il sovrano più autocratico al mondo?
Al-Jazeera ha 65 uffici con 3.000 dipendenti e 400 giornalisti sparsi per il mondo, frutto di un bilancio da 100 milioni di dollari interamente finanziato dall’emiro. Con la sua reputazione e con questo capitale di avviamento, è sempre stata in grado di orientare l’opinione pubblica. Tra le iniziative promosse dal Qatar, è quella in cui maggiormente affiora la volontà di potenza del piccolo e ricchissimo Stato del Golfo: tutte le altre – diplomatiche, economiche e militari – non sarebbero state neppure immaginabili senza l’influenza di al-Jazeera. Si veda questa analisi.
Facile immaginare che un così ampio attivismo potesse condurre ad una ridefinizione degli equilibri geopolitici nel Golfo.

Il peso massimo della regione, com’è ovvio, è l’Arabia Saudita. Gli altri Stati sono più o meno satelliti di Ryadh, con la sola eccezione del Qatar.
Negli ultimi anni la casa di Sa’ud ha mostrato sempre più insofferenza verso il populismo di al-Jazeera, al punto da vietare ai propri cittadini di apparire sull’emittente – unico “trasgressore”, Osama bin Laden.
Poi sono arrivate le rivolte arabe a rivoluzionare tutto. La rimozione di Ben Alì e Mubarak, vista all’inizio come una minaccia per la stabilità della regione, si è poi dimostrata un’occasione per sostituire – democraticamente – due regimi laici con governanti nuovi di zecca espressione dei Fratelli musulmani e della costellazione salafita. Entrambi lautamente finanziati proprio dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Un primo passo per la restaurazione de facto dell’islamismo nelle terre che furono parte del califfato medioevale.
Il comune interesse pilotare il corso della primavera araba ha portato ad un riavvicinamento tra i due Paesi.
Prova ne è la brusca virata nella linea editoriale di al-Jazeera Quando i movimenti di protesta hanno raggiunto gli Stati del Golfo – in particolare il Bahrain, per non parlare delle province orientali dell’ Arabia Saudita -, la copertura di Al Jazeera è stata inspiegabilmente addomesticata rispetto alle dirette fiume dei giorni di Tahrir. Il direttore generale della rete, Wadah Khanfar, che nel corso della sua direzione aveva stretto un buon rapporto con i governanti del Qatar e l’influente religioso Yousef al-Qaradawi, è stato costretto a dimettersi (benché insista che sia stata una sua scelta). Un doppio standard che non è sfuggito agli spettatori.

Per due rivali che tornano ad essere amici, ci sono due amici che rischiano di diventare rivali. Negli anni il Qatar ha instaurato una proficua relazione con l’Iran, non soltanto perché condividono il più grande giacimento di gas del mondo (North Field/South Pars). Doha si è attivamente impegnata in tutti i dossier più caldi che coinvolgono la diplomazia iraniana (non ultimo, il programma nucleare di Teheran), diventandone di fatto il volto presentabile. Sempre a Doha, ad esempio, sono in corso i negoziati per la risoluzione della controversia su Abu Musa e altre due isole di fronte allo Stretto di Hormuz occupate dall’Iran e rivendicate dagli EAU con l’appoggio degli altri Paesi del Golfo.
A guastare le relazioni c’è ora la crisi siriana, dove i due Paesi sono schierati su fronti opposti: Teheran è la prima sostenitrice di Assad, mentre Doha sta facendo di tutto per farlo cadere. Una divergenza che traspare sempre di più a livello mediatico.
Si veda questa intervista a Jihad Ballout, ex Media Relations Manager di al-Jazeera, sul canale satellitare iraniano Press Tv. Egli accusa l’emiro del Qatar di pilotare la linea editoriale dell’emittente, ricordando la raffica di dimissioni di dipendenti, soprattutto in Libano, in segno di protesta per la manipolazione delle informazioni sulla Siria.
Press Tv è prona agli interessi della Guida Suprema Ali Khamenei tanto quanto al-Jazeera lo è a quelli dell’emiro al-Thani. Non a caso apre ogni notiziario con le ultime dal Bahrein e da Qatif (dove la gente chiede la testa di re Abdullah), per poi dare ampio spazio alle manifestazioni di sostegno ad Assad.
Le schermaglie tra i contendenti sono appena iniziate.

A prima vista l’evolversi della crisi in Siria dipana i suoi effetti anche nel vicino Iraq. Baghdad diventa così uno spettatore tutt’altro che disinteressato rispetto alla piega degli eventi. Ma ad uno sguardo più attento scopriamo che il rapporto di complementarità tra i due Paesi è esattamente rovesciato.
Il primo ministro Nouri al-Maliki e i partiti sciiti temono l’ascesa dei militanti sunniti in caso di sconfitta di Assad, così offrono sostegno diplomatico al regime affinché la situazione possa normalizzarsi e dunque risolversi in favore del presidente siriano. Allo stesso tempo, stanno favorendo l’afflusso di miliziani al fianco delle forze governative.
Anni fa era la Siria ad inviare combattenti in Iraq contro l’invasore americano, soprattutto a beneficio dell’esercito del Mahdi di Moqtada al-Sadr. Oggi le parti sono ivertite, e sempre più iracheni sono coinvolti in Siria.

Le notizie di militanti iracheni impegnati dalla parte di Assad sono iniziate a circolare dopo che alcune bombe sono esplose in diverse località siriane. La sequenza parte con un un doppio attentato suicida a Damasco il 23 dicembre 2011, che ha ucciso 44 persone. Il 6 gennaio un altro ordigno è esploso in una zona residenziale della capitale mietendo altre 26 vittime. Il 10 febbraio un’esplosione in Aleppo ha fatto altri 28 morti.
Funzionari degli Stati Uniti si dicono convinti che dietro gli attentati ci sia la firma di al-Qa’ida in Iraq. Cosa indirettamente confermata da Ayman al-Zawahiri, che in un video di pochi giorni dopo ha incita gli islamisti di tutto il mondo ad andare in Siria per rovesciare il presidente Assad. Nello stesso giorno, perfino il viceministro iracheno Adnan al-Assadi si è lasciato sfuggire che diversi jihadisti locali erano andati in Siria per partecipare alla lotta contro il regime di Assad – come confermato dagli Stati Uniti. Meno di 24 ore dopo, al-Assadi si è rimangiato tutto smentendo tale eventualità, così come quella di un contrabbando di armi in corso dall’Iraq alla Siria. Ma già nel dicembre 2011, la polizia in Ninive aveva segnalato un traffico di armi ed esplosivi tra la provincia e la Siria. Altri rapporti testimoniano analoghi traffici da altre località del Paese (qui e qui).
Anche le tribù locali sostengono attivamente l’opposizione siriana. Ci sono state diverse manifestazioni in Anbar, a sostegno dell’opposizione siriana, come quela di Falluja del 16 febbraio e quella diHit il 2 marzo. I residenti di al-Qaim, cittadina irachena vicina al confine, ammettono di aiutare i siriani per “restituire il favore” ricevuto ai tempi dell’occupazione americana. Fuori dal coro troviamo un gruppo di al-Anbar che si fa chiamare Libero Esercito Iracheno, formato da musulmani sunniti, il cui compito è monitorare il confine per porre fine a qualunque aiuto da parte di Baghdad a Damasco.

Riassumendo, oggi gli insorti iracheni utilizzano le stesse reti di comunicazione e trasporto percorse – in senso inverso – negli anni dal 2003 al 2008. Ne consegue che la crescente violenza in Siria è in parte frutto di un disegno tracciato dall’interno del vicino Iraq. Tutti a Baghdad sono interessati al corso degli eventi a Damasco: il primo ministro al-Maliki, al-Qa’ida, i trafficanti di armi, i sadristi. Ciascuno di loro ha qualcosa da guadagnare o proteggere. E finché l’instabilità permane, sempre più iracheni saranno incoraggiati a gettarsi nella mischia. Alimentando una spirale di violenza sempre più fuori controllo.

Le cronache dell’Iraq riportano la strage di decine di adolescenti colpevoli del solo fatto di essere “emo”. L’intera vicenda può essere ricostruita seguendo il sito “A paper Bird”, che si occupa di diritti civili (in particolare quiqui e qui). Non è il caso di aggiungere nulla su un fatto in sé così drammatico.
Piuttosto, è interessante notare ciò che i media non dicono o, peggio ancora, ignorano di proposito.
Da al-Akhbar apprendiamo l’esistenza di una “Polizia morale” irachena, di cui non avevamo mai sentito parlare in precedenza. Nonostante il sito del Ministero degli Interni- che la chiama Polizia della Comunità – si sforzi di adornarla di qualità di ogni sorta (“deve promuovere i principi di cittadinanza, democrazia, pace civile e i diritti dell’uomo..”), essa ha tutta di essere un omologo del Mutaween, la polizia religiosa saudita, con le stesse competenze ma sotto le mentite spoglie di un nome più presentabile.
Forse non dirò nulla di nuovo, ma è evidente come i diritti civili di persone omosessuali o appartenenti a sottoculture, in quella che fu la Mesopotamia, non siano pienamente garantiti.
Causa ed effetto di questa triste realtà sono i pregiudizi nei confronti delle anzidette categorie, ben riflessi nei titoli osceni sulle pagine dei giornali. Il quotidiano Al-Bayan, degli EAU parla dei “discendenti di Dracula a Baghdad”; per l’egiziano al-Wafad gli emo sono la “conferma dell’esistenza dei vampiri in Iraq”.
Moqtada al-Sadr, tramite il suo sito, ha descritto gli emo come “folli e sciocchi”, aggiungendo però che devono essere trattati nel rispetto della legge. Già, ma quale? Quella civile, più tollerante, o piuttosto quella religiosa?
La cosa più inquietante è che perfino le risposte della autorità suonano quanto meno ambigue, se non proprio dello stesso tenore. Il responsabile del comitato di sicurezza del distretto di Kadhmiya, ad esempio, ha detto che gli emo sono “adoratori del diavolo che bevono gli uni il sangue degli altri”.
È interessante leggere le parole del capo della Polizia della comunità: “la polizia e il Ministero dell’Istruzione stanno collaborando per consentirci di entrare nelle scuole e contenere gli emo” (forse un termine più ortodosso per dire “arrestare”?).
Infine, nessun partito politico, religioso o laico che sia, ha pubblicamente chiesto di indagare sul caso, né ha speso una parola per commemorare i ragazzi uccisi. La paura di erodere il consenso popolare – o quel che ne rimane – sconsiglia una tale presa di posizione.

Dall’inizio di febbraio il precipitare degli eventi in Siria ha offerto due drammatiche conferme.
Da un lato, dopo l’ultima mattanza di Homs la crisi siriana può di fatto considerarsi degenerata in guerra civile.
Dall’altro, il nuovo veto di Cina e Russia – il secondo dopo quello di ottobre – davanti al Consiglio di Sicurezza ci riporta indietro di vent’anni, all’epoca della Guerra Fredda.

Un voto contro l’Occidente: così il Ministro degli esteri turco Davutoglu ha definito il veto di Russia e Cina, ma onestamente non potevamo aspettarci un esito differente.
La Cina giustifica la propria scelta in base al principio di non ingerenza negli affari altrui e alla necessità di non concedere un pericoloso precedente alla comunità internazionale (rectius: alla NATO). Se il mondo si muove per i siriani oggi, pensano a Pechino, c’è il rischio che faccia lo stesso per uiguri e tibetani domani: comodo pretesto per soppiantare con le armi quel crescente potere che la Cina sta guadagnando col commercio.
Più complessa la posizione del Cremlino. Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.
Dichiarandosi nel pieno rispetto del diritto internazionale, Mosca aveva chiesto a Washington, e di riflesso ai Paesi arabi, di rispettare la sovranità della Siria per facilitare una soluzione politica della crisi, ma tanto non poteva ovviamente bastare per indurre le controparti a rinunciare alla proposta di risoluzione. I russi contavano sul fatto che l’America non poteva permettersi una nuova avventura militare proprio ora: si è appena ritirata dall’Iraq, è ancora impantanata in Afghanistan ed è concentrata sullo Stretto di Hormuz, dove le tensioni non sembrano smorzarsi. Ma tutto ciò non è bastato per scalzare il dossier siriano dal tavolo di Obama.
Per la verità, le previsioni russe non erano del tutto errate. Obama non vuole impegnarsi in un nuovo conflitto a pochi mesi dalle elezioni ma non può neppure restare a guardare, con la Lega Araba che continua a tirarlo per la giacca. Pare che la Casa Bianca abbia chiesto all’Egitto di inviare proprie truppe in Siria.
Per ostacolare ogni iniziativa contro Damasco, la Russia aveva dunque cercato di mettere le mani avanti presentando una propria bozza di risoluzione al CdS. Ma tale piano ha ricevuto le pesanti critiche di Occidente e Lega Araba perché ammetteva comunque la permanenza di Assad al potere in vista di una presunta transizione democratica. Nel frattempo si è affrettata a ribadire che darà esecuzione ai contratti di vendita di armi fintantoché le Nazioni Unite non pronunceranno un pacchetto di sanzioni che li vietino. Inoltre ha espresso il proprio disappunto per la decisione della Turchia di schierarsi con la Lega Araba e ancora di più ha criticato la decisione di quest’ultima di ritirare i propri osservatori,(le cui conclusioni, peraltro, mostrano una realtà sul campo alquanto diversa da quella propagandata dai media ufficiali), vedendo tale mossa come un alzare le braccia della diplomazia con conseguente ricorso all’intervento straniero come extrema ratio. In effetti è stato proprio dopo il ritiro della missione che la Lega Araba ha rimesso la questione sul tavolo del Consiglio di Sicurezza. L’intenzione era chiara: lasciare il lavoro sporco agli altri (cioè a noi) per concentrarsi sul dopo, ossia le successive elezioni che nei piani di Ryadh e Doha avrebbero consegnato il potere agli islamisti sunniti.

Leggi l’articolo completo »

A parte è la proposta di quote rosa nelle prossime elezioni, le notizie che arrivano dalla Libia testimoniano una situazione sempre più critica. Dapprima la manifestazione a Bengasi davanti alla sede del CNT, con tanto di lancio di granate e annesso tentativo di sfondare i cancelli del palazzo di governo. Poi la caduta di Bani Walid, tornata in mano ai gheddafiani, nonostante il Ministro degli interni avessenegato il loro ritorno alla carica.
Secondo Mustafa Fetouri, scrittore libico e accademico originario di Bani Walid, alla base della rivolta in città c’era la paura che la tribù Warfalla fosse privata delle proprie posizioni all’interno del nuovo ordine. Inoltre, è una località abbastanza remota e isolata dai centri principali, dunque intrinsecamente poco controllabile, ed è forse l’unica in tutta la Libia i cui abitanti appartengono quasi tutti alla stessa tribù.
Si combatte anche altrove, come ad Assabia, tornata anch’essa a sostenere il regime decaduto. Emblema di una realtà sul campo che descrive come la gente, e forse gli stessi vertici, stanno perdendo la fiducia nella divisione equa del potere. Lo stesso Jalil non sa più che messaggi lanciare: prima ha riconosciuto che la Libia potrebbe cadere in un pozzo senza fondo, poi si è rimangiato tutto dichiarando che il suo non è un Paese diviso.
Oltre alle milizie, a spaccare il Paese c’è un altro conflitto, più strisciante, che sta prendendo vita tra fondamentalisti, decisi a chiedere una legislazione basata sulla shar’ia, e islamisti moderati. I libici stanno scoprendo che la libertà, duramente conquistata in battaglia, è ora in forse.
La Libia sta scivolando nella stessa spirale di violenza che ha infiammato l’Iraq nel 2003. “I confronti con l’Iraq sono azzardati”, ha dichiarato Geoff Porter, di Risk Consulting Nord Africa, Certo, ci sono delle analogie: “Lotta tra fazioni, un governo la cui legittimità viene apertamente messa in dubbio e nessuna prospettiva immediata di ritorno di una società pacifica”, ma anche sostanziali differenze, come la mancanza di una forza occupante e la possibilità di riprendere la produzione petrolifera, seppure azzoppata, fin da subito.
Ma è forse una valutazione troppo ottimistica. Finché le milizie saranno armate, il controllo del governo, l’industria del petrolio e tutto l’ordine stabilito saranno a rischio.
Inoltre gli arsenali di Gheddafi continuano a far paura: le armi trafugate dai depositi stanno inondando il mercato nero in Africa. Nascoste nel terreno restano ancora circa 11 tonnellate di bombe inesplose. E i continui scontri con le tribù Tuareg, alleate di Gheddafi, potrebbero ostacolare le attività estrattive dell’uranio in Niger, dove la francese Areva detiene importanti concessioni – potrebbe consumarsi qui la vendetta delle tribù nei confronti dell’Occidente per l’eliminazione del qa’id

Nel caos che si sta delineando, gli interessi italiani sono messi a serio rischio – ammesso che sussistano ancora. Il retroscena della visita di Monti a Tripoli, secondo Lettera43, è quello di una missione fallita. La dichiarazione di Tripoli, sottoscritta dai due governi, è ben altra cosa rispetto agli impegni del vecchio Trattato di Amicizia del 2008, che in cambio di 5 miliardi di dollari in 20 anni di rimborsi coloniali garantiva all’Italia la supremazia nell’assegnazione di appalti e giacimenti, oltre al contenimento dell’immigrazione clandestina. Nonostante le rassicurazioni delle scorse settimane, la posizione di Eni in Libia potrebbe essere ridimensionata in favore di altri concorrenti (Total?). C’è poi la questione delle partecipazioni finanziarie in Italia, che il governo provvisorio libico avrebbe intenzione di ridurre; per il momento, è certo che la Banca centrale di Tripoli non sottoscriverà l’aumento di capitale di Unicredit.
Leggi l’articolo completo »

Nel suo ultimo discorso pubblico, il presidente Assad ha dichiarato che un intervento arabo in Siria sarebbe peggio di un intervento occidentale. Ormai anche lui si è reso conto che il vero nemico da fronteggiare non è la NATO, bensì la Lega Araba, sempre più istigata dal Qatar. Lo stesso emiro di Doha ha deciso di giocare a carte scoperte invocando pubblicamente un’operazione militare per porre fine alle violenze.
Anche gli Stati Uniti sostengono la necessità di un’iniziativa armata contro Damasco, come ribadito nella recente conferenza stampa tra il Segretario di Stato H. Clinton e il Primo ministro qatarino Hamad bin Jassim bin Jabr Al-Thani. I due Paesi sono ufficialmente allineati nella destabilizzazione della Siria.
Tempo fa un quotidiano kuwaitiano ha perfino anticipato un piano miitare indicando gli obiettivi di possibili bombardamenti. La domanda è: chi condurrebbe questo attacco? Non certo gli USA, sia per le ragioni che avevo spiegato qui, sia per la precaria situazione economica negli States e sia perché, dopo le due guerre scellerate in Iraq e Afghanistan, avventurarsi in un nuovo conflitto sul campo sarebbe un suicidio politico – soprattutto a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di avere le prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).
Si va dunque verso una deriva settaria del conflitto in corso, anticamera di una guerra civile che porterebbe allo sfaldamento della società siriana.

Leggi l’articolo completo »

 

In settimana il segretario del Tesoro statunitense Geithner ha compiuto un viaggio in Asia per convincere i giganti economici del continente a ridurre le proprie importazioni di greggio iraniano. Giappone e Corea del Sud hanno promesso di diversificare, l’India no.
Ma è la posizione della Cina a lasciare perplessi un po’ tutti, americani e iraniani compresi. Pechino a parole condanna le sanzioni; di fatto in questi giorni il premier Wen Jiabao si recherà in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar per cercare alternative alle forniture iraniane. Il che farebbe guadagnare alla Cina una maggiore capacità negoziale con Teheran.
Conscio del rischio di perdere importanti quote di export, l’Iran ha messo in guardia i suoi vicini dall’aumentare la propria produzione per compensare il minore acquisto di petrolio iraniano da parte dei Paesi importatori, sia europei che asiatici: “Se le nazioni del Golfo decidono di sostituire il petrolio iraniano, poi saranno ritenute responsabili per ciò che accadrà“, ha dichiarato Mohammad Ali Khatibi, rappresentante iraniano nell’Opec, in risposta all’annuncio del ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi della disponibilità di Ryadh ad aumentare il proprio output in qualsiasi momento per soddisfare la domanda dei paesi consumatori.

In realtà il potere negoziale dell’Iran va sempre più affievolendosi. Se i compratori cercano alternative al greggio di Teheran, anche i produttori pensano ad una allo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato del 40% del greggio che esportano.
Leggi l’articolo completo »

Venerdì 6 gennaio, Qatar e Mauritania hanno firmato una serie di accordi e protocolli d’intesa al fine di rafforzare le relazioni bilaterali a seguito di un round di colloqui ufficiali tra l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani e il presidente mauritano Sidi Mohamed Ould Abdel Aziz a Nouakchott.
Ma l’incontro si è rivelato meno cordiale del previsto quando l’emiro ha iniziato a esortato il presidente Mohamed Abdel Aziz ad aprire un dialogo con i movimenti islamici nel Paese, in particolare con quello guidato da Sheikh Mohammed al-Hassan (qui il suo sito. Ha inoltre chiesto il sostegno del presidente affinché faccia pressione sul presidente siriano Bashar al-Assad per fermare lo spargimento di sangue.
Il presidente Aziz, visibilmente stizzito, ha respinto tali richieste, criticando l’atteggiamento del Qatar contro la Siria ed esprimendo il suo pieno appoggio ad Assad. Rifiuto che la delegazione del Qatar ha preso come un insulto.
Ora, lo scorso anno anche la Mauritania è stata scossa dal ciclone della Primavera araba, uscendone tuttavia indenne. Le manifestazioni di piazza hanno avuto scarso seguito e in breve tempo la situazione si è normalizzata. Il Paese è povero, afflitto dalla schiavitù (ufficialmente abolita, di fatto ancora praticata), indebolito dalla corruzione e governato dal dittatore Aziz con la compiacenza della Francia, ex madrepatria e principale investitore estero.
Nel vortice della disperazione e delle rivendicazioni sociali, il fondamentalismo trova sempre un fertile terreno. Nella regione del Sahel, da mesi divenuto il nuovo feudo di Al-Qa’ida, i jihadisti avrebbero già iniziato a reclutare nuovi membri in località tranquille e isolate. Il fenomeno sta attirando l’attenzione delle forze di sicurezza di Nouakchott, le quali intendono intensificare i controlli ai confini per prevenire ulteriori infiltrazioni.

La domanda se si tratti di un pretesto del Qatar per inaugurare un nuovo scenario libico da quelle parti dovrebbe farci riflettere. Benché la Mauritania appaia lontana e marginale rispetto a noi, il suo destino si intreccia strettamente col nostro.
Leggi l’articolo completo »

Dalla morte di Gheddafi la stampa italiana non si è più occupata della Libia, ignorando del tutto la realtà di un Paese ormai ad un passo dalla guerra civile. I violenti scontri scoppiati martedì 3 gennaio nel centro di Tripoli tra le forze fedeli al CNT e le brigate di Misurata sono solo l’ultimo episodio di questa escalation. Non proprio una buona notizia, considerato che Mario Monti sarà in visita nella capitale libica tra due settimane.
Anche la stampa estera sembra sottovalutare la gravità della situazione, se pensiamo che l’Economist mette la Libia al terzo posto nelle stime di crescita economica per il 2012. Ma a due mesi dalla fine della guerra, il governo provvisorio non è ancora riuscito a mettere sotto controllo le milizie rivali che ha riempito il vuoto di potere lasciato dalla caduta del qa’id. Jalil parla anche di infiltrazioni dei lealisti di Saadi Gheddafi all’interno del CNT. Senza sicurezza non potranno esserci crescita e sviluppo.

In attesa che i denari provenienti dai conti esteri di Gheddafi congelati contribuiscano a rabbonire i contendenti, il governo libico sta studiando alcune soluzioni per evitare che la situazione esploda.
La prima è quella più ovvia: una missione internazionale di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite, invocata da Jalil per irrobustire un apparato di sicurezza insufficiente – e comunque instabile, perché da mesi soldati e poliziotti non prendono il salario.
La seconda è integrare le milizie all’interno dello stesso apparato. Lo testimoniano due visite ufficiali. Quella di Jalil a Baghdad nello scorso novembre per studiare il modello Iraq, che all’indomani della caduta di Saddam ha tamponato l’emergenza di migliaia di combattenti assorbendoli nelle proprie forze armate. E quella più recente del presidente sudanese Bashir a Tripoli, il quale si è detto disponibile a collaborare col governo libico per disarmare i ribelli. Incontro, quest’ultimo, che ha provocato molte polemiche alla luce del mandato di cattura internazionale che pende sulla testa di Bashir. Se Tripoli si era impegnata a garantire un giusto processo sia a Saif-al-Islam Gheddafi che all’ex primo ministro al-Mahmoudi, l’ospitalità offerta ad un Capo di Stato ricercato per genocidio lascia più di un dubbio sull’attenzione che la nuova Libia riserva al tema dei diritti umani.

Leggi l’articolo completo »

Sullo scacchiere internazionale il Qatar è lo Stato più cool del momento. Dopo aver giocato un ruolo fondamentale nella caduta di Gheddafi e nella promozione delle sanzioni contro la Siria da parte della Lega Araba, la nuova missione della diplomazia di Doha è quella di facilitare i colloqui per la pace nel conflitto afghano. A tal fine, l’emirato consentirà l’apertura di un ufficio dei taliban proprio a Doha, per fornire una piattaforma di dialogo con la comunità internazionale. Già nel 2001, prima che i taliban fossero sconfitti in Afghanistan, il Qatar aveva ospitato alcune loro delegazioni.
Ma l’iniziativa, che porta la firma dell’iperattivo del primo ministro (e ministro degli Esteri) Hamid bin Jassim Al-Thani, porta con sé una serie di domande.

Innanzitutto, chi sono i “taliban” in questione? In America se lo chiedono da almeno un paio d’anni, da quando l’amministrazione Obama accettò l’idea di favorire la reintegrazione politica di quelle fazioni che avessero offerto la garanzia della rottura di ogni rapporto con al-Qa’ida.
Riformulando la domanda, la questione è: il mullah Omar parteciperà ai colloqui? Forse. Pare nei giorni scorsi una delegazione di cinque membri guidata da Tayyib Agha, assistente di Omar, si sia recata a proprio a Doha per negoziare uno scambio di prigionieri con gli USA. Gli emissari hanno chiesto la liberazione di cinque uomini (la richiesta iniziale era venti) detenuti di Guantanamo, tra cui spicca il comandante Mohammed Fazil, indicato come possibile negoziatore nella successiva fase ufficiale delle trattative, quando l’ufficio di Doha sarà reso operativo. Tuttavia, dalle ultime notizie sembra che i taliban intendano sospendere gli attacchi alle forze di sicurezza pakistane per lanciare una nuova offensiva contro quelle Usa e Nato in Afghanistan – come dimostrano i recenti attacchi. Non esattamente il miglior biglietto da visita per intavolare una trattativa.
Allora, chi sono questi taliban? Probabilmente, si tratta dei gruppi mediaticamente inclusi nella rubrica di taliban “moderati’ che vivono a Kabul, quelli della cricca del presidente Hamid Karzai. Gira voce che anche il figliastro di Gulbuddin Hekmatyar sia in soggiorno a Kabul per incontrare i funzionari Nato per conto del padre, forse con la prospettiva di rivedersi più in là, a Doha. Poca cosa, tuttavia, rispetto alla vastità della galassia dei taliban, considerato che i comandanti dei vari gruppi in Pakistan sono sempre più ai ferri corti.
L’incontro preliminare di Doha è fallito a causa dell’opposizione del presidente Kazai. Peraltro, il presidente afghano ha sempre cercato di sabotare qualunque iniziativa volta a favorire un negoziato diretto tra americani e taliban. Non vuole ritrovarsi ai margini di una trattativa in cui la posta in palio è la sua stessa vita. Reintegrare i gruppi talebani più influenti, una volta chiuso l’ombrello protettivo degli americani (nel 2014?), è per lui l’unica alternativa all’esilio.

Leggi l’articolo completo »

Carta di Laura Canali per Limes 6/08 "Progetto Obama"

La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l’analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.
L’idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l’export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l’esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l’export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.
Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.
Leggi l’articolo completo »

La società saudita Kingdom Holding, di proprietà del principe Walid bin Talal, nipote del re saudita Abdullah, ha acquistato una partecipazione in Twitter del valore di 300 milioni dollari (230 milioni di euro).
Le Figaro stima che questo investimento rappresenta il 3,75% del capitale del social network, arrivato dopo l’iniezione di 800 milioni di dollari da parte del gruppo russo DST Global. Secondo Semiocast,
Il principe considera questo accordo un dono per tutti i cittadini arabi. Ogni giorno su Twitter compaiono fino a 2 milioni di tweet in arabo, volume che tuttavia rappresenta solo l’1% dei messaggi quotidiani sul sito. Sufficienti a ricoprire un ruolo importante nella mobilitazione sociale che da un anno sta facendo sussultare i Paesi arabi, Arabia Saudita comprea.

Il principe Talal Bin ha numerosi investimenti nel campo dei media nel mondo arabo ed anche in quello occidentale (tra cui Citigroup e News Corp, quest’ultimo editore, tra le altre testate, del Wall Street Journal).
La rivista Forbes lo colloca al 26esimo posto tra gli uomini più ricchi del mondo; il Time lo considera il Warren Buffet arabo. Adesso si prepara a creare una nuova emittente panaraba per il 2012, in alternativa ad al-Jazeera e al-Arabiya. I giornali hanno parlato di lui più per le frivolezze (come l’Airbus 380 praticamente tramutato in palazzo itinerante) piuttosto che per l’accusa di stuproai danni di una modella per cui è indagato ad Ibiza, o per la donazione di 10 milioni di dollari che l’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, respinse all’indomani dell’11 settembre quando si scoprì che il principe Walid aveva contribuito a mobilitare il fondamentalismo.
Episodi che gettano un’ombra sulla sua figura, coì come sulle reali intenzioni dietro l’ingresso in Twitter.

Leggi l’articolo completo »

1. Con le parole “Benvenuti a casa” Obama ha salutato il rientro degli ultimi soldati americani d’istanza in Iraq. Per la prima volta nella storia, uno Stato celebra in pompa magna la propria sconfitta in guerra.
I numeri dell’Iraq dopo quasi nove anni all’insegna di questa scellerata campagna militare sono terribili, senza nient’altro da aggiungere. “Chiedete ad un qualsiasi iracheno se si sta meglio oggi o se si sentivano più sicuri sotto Saddam”, ha icasticamente affermato un veterano nel corso di un’intervista a Press Tv, ricordando i costi umani della guerra: 1,3-1,4 milioni di morti, 4 milioni di orfani, 5 milioni di rifugiati. Oltre ad un’intera generazione segnata dal trauma dell’occupazione.
I numeri degli USA non sono migliori: tra i 3.600 e i 4.400 miliardi di dollari di costi e oltre 4.500 soldati uccisi. Senza contare un tasso di disoccupazione tra i veterani del 12% (la media nazionale è il 9%), caso strano nel Paese che più di ogni altro è riuscito ad assicurare una seconda vita (nell’amministrazione, nelle università, o persino nei talk show) ai suoi eroi che dopo aver smesso la divisa.
Qual è il significato di fondo della disastrosa campagna irachena? Nel 2003 Bush decise di invadere l’Iraq per indurre l’Arabia Saudita ad aumentare la produzione petrolifera allo scopo di adeguarla al crescente fabbisogno interno degli americani. Oggi il prezzo del petrolio è quintuplicato rispetto a otto anni fa e la democrazia in Iraq ha portato al potere la maggioranza sciita, consegnando di fatto all’Iran un ampio margine di manovra nelle questioni interne del Paese. Il peggiore scenario possibile sia per Ryadh che per Washington.

Leggi l’articolo completo »

Ufficialmente gli Stati Uniti non inizieranno una nuova guerra in Siria; in compenso hanno già ingaggiato una guerra psicologica contro i Paesi limitrofi per farli ad intervenire al loro posto. Le pressioni su Giordania, Libano e Iraq non hanno finora sortito effetti.
Il Primo ministro di Amman ha giustificato il rifiuto di imporre sanzioni economiche a Damasco perché questo avrebbe delle ricadute negative l’economia giordana. Inoltre ha la Carta delle Nazioni Unite dalla sua: “se si invoca l’art. 7 per imporre sanzioni alla Siria, noi invochiamo l’art. 50 che eslude i Paesi limitrofi,” ha dichiarato.
Il Libano è legato alla Siria a doppio filo sia dal punto di vista economico (tutte le merci transitano attraverso il territorio siriano) che della sicurezza (la Siria sostiene Hezbollah, che in Libano ha la sua base operativa), per cui Beirut non può assumere decisioni che finirebbero per avere un effetto boomerang.
Ma è sull’Iraq che gli USA hanno concentrato i maggiori sforzi. La visita del vicepresidente Biden, il quale si è recato a Baghdad con un elenco di richieste in 9 punti non è servito a cambiare la posizione del governo di al-Maliki. L’Iraq, che ha già votato due volte contro le sanzioni proposte della Lega Araba, rifiuta di fare il lavoro sporco per conto degli americani.
Washington ha ancora delle carte da giocare. Dal momento che l’Iraq è ancora sotto l’imperio dell’art. 7 della Carta ONU, dal quale potrà affrancarsi solo dietro il necessario benestare degli USA, il governo iracheno non potrà ignorare all’infinito le esigenze dell’amministrazione americana. Per riacquistare la propria sovranità senza compromettere i rapporti con il proprio vicino, al-Maliki si è detto disponibile a mediare tra l’opposizione siriana e il regime di Assad.
Il problema è che complicato dalla presenza di un terzo incomodo, la cui influenza in Iraq è ben più profonda di quella esercitata dall’America: l’Iran. L’asse Damasco-Teheran pesa come una spada di Damocle sui destini di Baghdad, la quale svolge un ruolo di “ponte” tra i due stretti alleati. È per questo che l’Iraq non potrà mai recitare un ruolo di primo piano nella strategia americana in Siria.
Inoltre ci sono diversi altri fattori, compresi quelli di natura sociologica che escludono la prospettiva di un Iraq antisiriano. Nelle zone di frontiera tra i due Paesi vivono molti gruppi legati da relazioni familiari e tribali, ideologici e religiosi che costituiscono di fatto un’entità unica a prescindere dal confine che li separa. Un’eventuale, improbabile partecipazione dell’Iraq contro la Siria non avrebbe altra conseguenza che la disintergazione di uno Stato già profondamente diviso al proprio interno.

Leggi l’articolo completo »

1. I delicati sviluppi della fase post rivoluzionaria in Egitto disorientano tanto gli osservatori esterni quanto i suoi stessi cittadini. Innanzitutto, era prevista una multa di 500 lire egiziane (circa la metà di uno stipendio medio) per i non votanti, per cui l’entusiasmo per la grandiosa partecipazione di un popolo che di fatto tornava al voto dopo trent’anni di regime va ridimensionato.
In breve, il primo turno è stato vinto dai partiti islamici: il Partito di Libertà e Giustizia (ossia i Fratelli musulmani), ha ottenuto oltre il 40%; il Partito Al-Nour (salafiti) il 20% e il Partito Al-Wasat (Movimento Islamico) circa il 6%.
Quanto ai partiti tradizionali, Al-Wafd è quarto. Altre forze variano dal 2% all’1%. Alcuni addirittura sono addirittura allo 0%.
Se i Fratelli Musulmani (40-45%) si alleassero con il raggruppamento salafita (20%), l’Islam politico si troverebbe a dominare la Camera bassa egiziana. Ufficialmente gli stessi Fratelli Musulmani hanno escluso un tale scenario, ma il movimento non è nuovo a rimangiarsi la parola data. Non dimentichiamoci che si è presentato nel 77% dei seggi nonostante la formale promessa di limitarsi a meno della metà per placare i timori dell’opposizione laica.
Un’analisi a caldo delle elezioni è offerta da In 30 secondi (qui e qui). Medarabnews afferma che il problema della transizione egiziana non sta nella volontà di partecipazione democratica dei cittadini egiziani, ma nello scontro per il potere in atto tra la giunta militare e le principali forze politiche del Paese.
I principali attori politici hanno dimostrato di anteporre spesso i propri interessi a quello generale. A beneficiarne è stata proprio la giunta, la quale ha mantenuto il potere gestendo a proprio vantaggio le rivalità e le fratture esistenti nel panorama politico e nella società egiziana. I militari peraltro controllano ampi settori dell’economia nazionale, sia nell’industria che nell’agricoltura. Settori che in gran parte risparmiati dalla liberalizzazione economica.
Tirando le somme, gli scontri e le tensioni che hanno preceduto l’apertura delle urne,il controverso e ingarbugliato sistema elettorale e l’ormai evidente riluttanza dell’esercito a porsi sotto il controllo di un governo democraticamente eletto, non possono che raffreddare le speranze in un’evoluzione democratica del Paese.

Leggi l’articolo completo »

oil supply and demand

L’incidente di Fukushima non ha affatto fermato la corsa al nucleare. Dopo i Paesi industrializzati e quelli emergenti, anche quelli arabi sembrano puntare con decisione allo sviluppo dell’atomo. I Paesi che prima dell’11 marzo avevano iniziato a progettare dei reattori sono rimasti su questa strada. A cominciare da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tra i principali esportatori di petrolio della regione.
Nel febbraio 2007 il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha stretto un accordo con l’IAEA per lo promozione dell’energia atomica per scopi civili. L’intento era sviluppare una fonte di energia da destinare agli impianti di dissalazione delle acque.

Ad aprire la strada è stata l’Arabia Saudita, principale produttore di petrolio del mondo. Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Leggi l’articolo completo »

La Shar’ia alla base della futura costituzione, la frammentazione di Tripoli tra le varie tribù, le vendette personali a margine della lotta contro i lealisti, lo spettro di al-Qa’ida tra le istituzioni e le forze di sicurezza. E l’inquietante prospettiva che i ribelli di Bengasi, ai quali l’Occidente ha concesso fiducia ad occhi chiusi, faranno (forse) rimpiangere il pur sanguinario Gheddafi.
Qualcuno comincia finalmente ad interrogarsi sulle intenzioni dei ribelli che hanno partecipato alla presa di Tripoli. In un primo momento accolti con tutti gli onori, ora i vari miliziani di Misurata, Bengasi e Zintan non hanno intenzione di lasciare la capitale, ciascuno dietro il pretesto di garantirne la sicurezza .
Intanto il cancro del fondamentalismo sta già iniziando a disseminare le sue metastasi. Un gruppo non meglio identificati di ribelli, islamisti e (forse) esponenti di al-Qa’ida, autodefinitosi “Comitato della distruzione degli idoli”, ha profanato le tombe della madre e di altri membri della famiglia Gheddafi, bruciandone i resti.
Leggi l’articolo completo »

Carta di Laura Canali tratta dal volume di Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

Dall’inizio delle rivolte in Siria in molti si aspettavano che la NATO lanciasse una nuova operazione con il pretesto di “proteggere i civili”, sulla falsariga di quanto accaduto in Libia. Anche l’opposizione guidata dal neonato Consiglio Nazionale siriano aveva iniziato a far circolare questa idea, poi categoricamente smentita dalla stessa Alleanza Atlantica.
In realtà l’Occidente non potrà ripetere a Damasco ciò che aveva fatto a Tripoli, benché voci in tal senso continuino a diffondersi (qui e qui). Non sono le minacce di Assad a spaventare le cancellerie nostrane. La verità è che la Siria ricopre un ruolo troppo delicato all’interno degli equilibri mediorientali perché le potenze occidentali possano avventurarsi in una nuova missione “umanitaria”. La Libia è ricca di petrolio ma povera di significato geopolitico, per cui Europa (rectius: Francia e Regno Unito) e Usa avevano solo da guadagnare dal rovesciare Gheddafi. La Siria, al contrario, riveste un decisivo peso politico nella regione (e possiede scarso petrolio: produce 385.000 barili al giorno). Perfino Israele teme le conseguenze della caduta di Assad. Condizioni che sconsigliano qualunque possibilità di intervento.
Ciò che la stampa sembra non comprendere è che la vera partita della Siria si gioca sul tavolo della Lega Araba, non su quello dell’Occidente. Ma la stessa Lega, dopo la sospensione iniziale, sta ora adottando un approccio più morbido alla questione. La missione appena approvata non cambierà di una virgola situazione, proprio come tutti si aspettano. In generale, la Lega sta cercando di imporre sanzioni con la consapevolezza che non potranno mai funzionare. La risposta l’ha offerta alcune mesi fa l’analista Ibrahim Saif: colpire la Siria, per i Paesi arabi, significherebbe danneggiare le proprie economie.

Leggi l’articolo completo »


Difficile dire cosa è davvero il Qatar. E’ uno dei più piccoli Stati al mondo, ma ambisce a svolgere un ruolo regionale e globale assolutamente sproporzionato rispetto alla sua forza militare nonché alle sue dimensioni. Diversificazione energetica, copertura mediatica e attività diplomatica sono gli strumenti che conferiscono proiezione geostrategica al Paese.
Nelle rivoluzioni arabe (ancora?) in corso Doha sta svolgendo un ruolo di primo piano. A proprio beneficio. O per conto di qualcuno meno presentabile ai nostri occhi.

Partiamo dalla Libia.
Il Qatar è stato il secondo Paese (dopo la Francia) a riconoscere il CNT come unico interlocutore in Libia. Si è impegnato presso la Lega Araba affinché questa appoggiasse l’intervento Nato. Nei mesi estivi ha ricevuto tutti i maggiori esponenti del Consiglio di Bengasi.
Ora che la guerra è finita, l’ex ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abd al-Rahman Shalgam, accusa apertamente il Qatar di interferire negli affari interni di Tripoli. A distanza di qualche giorno, l’ex Primo ministro Mahmoud Jibril si è messo sulla stessa linea. Curioso che entrambi abbiano espresso questi pensieri solo dopo aver abbandonato i rispettivi incarichi di governo.
Non tutti sanno che Libya Tv, il canale televisivo degli insorti, ha sede in Qatar. Waddah Khanfar, ex direttore generale di al-Jazeera polemicamente dimessosi, ha deciso di fondare una nuova emittente satellitare in Libia con soldi del Qatar.
Le dure critiche di Jibril, tecnocrate di scuola americana e rappresentante dell’ala liberale del CNT, riflettono la lotta che va profilandosi tra Occidente, promotore dell’intervento in Libia, e le altre potenze che si contendono un posto al sole nell’eldorado energetico in riva al Mediterraneo – come il Qatar. Mesi fa Doha di era detta disponibile ad aiutare i ribelli nel riattivare le esportazioni energetiche. In che modo? Comprando petrolio e gas per poi rivenderli a noi occidentali, ovviamente ricavandone un utile. Al riguardo, il Qatar è il primo esportatore al mondo di gnl (50 miliardi di m3 all’anno).
Dalla parte degli interessi occidentali troviamo lo stesso Jibril, Shalgam e Mohmoud al-Shammam (Ministro delle comunicazioni, fondatore di Libya Tv). Dall’altra parte, quella del Qatar, ci sono il Presidente del CNT Mustapha Jalil, il leader religioso al-Salaabi, che in marzo incitava i ribelli alla lotta (dal Qatar) e l’ex combattente di al-Qa’ida Abdul Hakim Belhaj.

Leggi l’articolo completo »

In attesa di calare il sipario sulla missione Isaf nel 2014, le potenze occidentali sono già pronte a sollevarne un altro, quello sui ricchi giacimenti nel sottosuolo afghano.
Non tutti sanno che l’Afghanistan costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra. Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell'Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].
Non va infine sottovalutato il ruolo logistico dell’Afghanistan per il transito di futuri gasdotti (come il TAP) e oleodotti provenienti dai ricchi giacimenti dell’Asia centrale e diretti ai terminal sull’Oceano Indiano.

Leggi l’articolo completo »

È un’ipocrisia tipicamente occidentale: salutare (a parole) le elezioni nei Paesi arabi come l’inizio di una vera democrazia, salvo poi incrociare le dita nella speranza che non siano i movimenti islamisti a vincerle. Cosa peraltro scontata, in una regione senza alcuna esperienza di pluripartitismo e dove la Fratellanza Musulmana è forse l’unica istituzione che funziona. Per questo la vittoria degli islamisti di al-Nahdha (Movimento della Rinascita, erroneamente traslitterato Ennahda qui in Occidente) nelle prime elezioni libere in Tunisia è stata accolto dai media internazionali con mal celata preoccupazione.
Sintetizzando, i laici del Partito Democratico Progressista, considerati gli antagonisti naturali di al-Nahdha, sono stati i grandi sconfitti, assieme al Polo Democratico Modernista. Ha fatto meglio il movimento di centrosinistra Ettakatol, ma la vera sorpresa è venuta dal Congresso per la Repubblica di Mouncef Marzouki, storico avversario del deposto Ben Alì.

Secondo gli osservatori internazionali le operazioni di voto si sono svolte in piena correttezza e senza disordini. Ma non tutto è andato secondo copione. La parità uomo-donna nelle candidature per l’Assemblea Costituente, che ha formalmente posto la Tunisia all’avanguardia mondiale sulla questione delle pari opportunità, non era che uno specchio per le allodole. Vista la polverizzazione delle formazioni (più di un centinaio) in lizza, ad essere eletti saranno verosimilmente solo i capolista, che al 94% sono uomini, con buona pace dei sostenitori delle quote rosa.
Ad ogni modo, non c’è da stupirsi della sconfitta dei laici. I movimenti che affermano di rappresentarli mancano della capacità organizzativa di al-Nahdha. Inoltre, la strategia della contrapposizione laici-islamisti si è rivelata un boomerang, poiché la demonizzazione dell’avversario ha avuto il duplice effetto di mobilitare la reazione popolare in favore di quest’ultimo, nonché di compattarne un fronte interno tutt’altro che omogeneo.

Leggi l’articolo completo »

Carta di Laura Canali tratta da Limes 3/2011 "(Contro)rivoluzioni in corso"

La rivalità sottesa tra Cina e Russia, da un lato e Occidente, dall’altro, ha conosciuto un nuovo capitolo in sede di Consiglio di Sicurezza Onu, dove i colossi orientali hanno opposto il proprio veto all’inasprimento delle sanzioni contro di regime di Bashar al-Assad in Siria. L’ultima volta che Cina e Russia avevano opposto un veto congiunto risale al 2008, per bloccare una proposta risoluzione contro lo Zimbabwe, e prima ancora nel 2007, in occasione di un analogo provvedimento contro il Myanmar.
La scelta di Mosca e Pechino è stata duramente criticata dall’ambasciatore Usa Susan Rice, secondo la quale “i popoli del Medio Oriente possono ora vedere quali nazioni hanno scelto di ignorare le loro richieste di democrazia per sostenere invece dei dittatori crudeli”. Dichiarazioni ad uso e consumo della propaganda nostrana.
Dalla nascita delle Nazioni Unite, il diritto di veto è stato usato 263 volte: 119 volte dall’Unione Sovietica, 82 dagli Stati Uniti, 32 volte dal Regno Unito, 18 dalla Francia, mentre Cina e Russia lo hanno esercitato rispettivamente solo 8 e 7 volte. Nei quarant’anni della Guerra fredda l’attività del Consiglio di Sicurezza è stata paralizzata dai veti incrociati. Successivamente, il Paese ad imporre più volte il proprio veto sono stati proprio gli Usa, per lo più per proteggere il proprio alleato Israele.

Leggi l’articolo completo »

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 118 other followers