Categoria: Grande Medio Oriente


Le prime elezioni a segnare il primo passaggio da un governo democratico a un altro senza l’intermezzo di una dittatura militare hanno premiato Nawaz Sharif, che dunque sarà primo ministro per la terza volta.

Che campagna elettorale è stata?

Internazionale offre una panoramica della vigilia, comprensiva di partiti in lizza e temi caldi. A caratterizzare queste elezioni sono stati anche:

  1. l’arresto dell’ex dittatore Musharraf;
  2. il diritto di voto concesso per la prima volta ai trangender;
  3. la scia di sangue (2.700 morti, 2.500 feriti, quasi 1.200 episodi di violenza solo negli ultimi quattro mesi e mezzo) con cui i taliban hanno cercato di sospendere la campagna e orientare il voto, arrivando a spazzare via a suon di bombe un intero partito, l’Awami National Party (Anp) di Peshawar.

Dai risultati del voto dipenderà anche il futuro del presidente Asif Ali Zardari, il cui mandato scade alla fine dell’anno.

Che governo sarà?

Francesca Marino, direttrice di Stringer Asia e profonda conoscitrice della realtà politica di Islamabad, scrive su Limes che con Sharif ha vinto il “vecchio” Pakistan:

A vantaggio di Sharif ha giocato sicuramente l’aver incentrato la sua campagna elettorale sulla ripresa economica e gli accordi presi con grandi industriali, banchieri e latifondisti vari. La lotta contro la corruzione del povero Imran, in confronto, non poteva reggere: senza mazzette, sorry, ma in Pakistan non si fanno affari e Sharif lo sa molto bene.
Passata l’euforia elettorale, però, visto che Nawaz Sharif è il primo politico nella storia pakistana a essere stato eletto premier per la terza volta, sul tappeto rimane la dura realtà. Nawaz e suo fratello Shahbaz, Chief Minister del Punjab per anni, sono dichiaratamente vicini agli integralisti islamici e proteggono da tempo, finanziando con denaro pubblico anche la madrasa di Muridke che alleva jihadi per la Lashkar-i-Toiba, Mohammed Hafeez Saeed e altre organizzazioni ‘benefiche’ come la Sipah-i-Saba e la Jaish-i-Mohammed.
Sharif ha cavalcato in campagna elettorale l’onda dell’antiamericanismo per poi scendere, una volta assicuratosi la vittoria, a più miti consigli: gli serve un prestito del Fondo monetario internazionale per tentare di far ripartire l’economia.

Intanto, nelle altre provincie cresce la rabbia contro la ‘dominazione punjabi’. Nel Sindh, tradizionale feudo dei Bhutto, ha vinto il Ppp pur non avendo fatto campagna elettorale. Karachi si è trasformata nel set di un brutto film di gangster e in alcune circoscrizioni si è dovuto ripetere il voto a causa dei brogli documentati.

Morale della favola: la situazione interna rimane esplosiva, l’esercito un’incognita da tenere d’occhio, la politica estera una potenziale bomba a orologeria. Con Sharif al governo e Imran Khan a Peshawar gli scenari geopolitici potrebbero cambiare di molto, con serie conseguenze per l’Occidente e per i paesi confinanti.
E forse lo spettro Usa della bomba in mano ai jihadi appare un passo più vicino. 

L‘attentato all’ambasciata francese di Tripoli ci ricorda che, ancora a due anni dalla rivoluzione, la Libia respira un’atmosfera di tranquillità solo apparente. Il Paese non riesce ad uscire dalla fase d’instabilità che ne ha finora penalizzato la già complicata transizione. Le milizie sono sempre al loro posto: il governo non è riuscito a disarmarle, e neppure la loro assimilazione nelle forze di sicurezza procede secondo i piani.
Così, in questa normalità fatta di caos e scarsa chiarezza su chi eserciti il monopolio della forza, e nel bel mezzo di un complesso processo di ricostruzione delle istituzioni, l’esecutivo si trova ora stretto tra due fuochi. Da un lato le milizie, che continuano ad esercitare un’influenza sulle autorità centrali, e dall’altro il Dipartimento di Stato USA, che chiede maggiori sforzi per arginare la crescente radicalizzazione all’interno dei gruppi salafiti.
Intanto, gli episodi di violenza si susseguono. Ne sono un esempio i ripetuti attacchi alla minoranza copta, perpetuati nell’indifferenza delle forze di sicurezza del governo. Ma anche le stesse istituzioni sono ostaggio dei ricatti delle milizie. L’ultimo caso è proprio di oggi, martedì 30 aprile: un gruppo di uomini a bordo di un camion armato con cannoni antiaerei ha occupato il Ministero di Giustizia, costringendo il personale a lasciare l’edificio.

Secondo Linkiesta, l

’attentato di ieri ai danni dell’ambasciata francese a Tripoli è solo l’ultimo di una serie di incidenti che testimoniano una crescente saldatura tra elementi jihadisti e alcuni gruppi salafiti:

Al Qaeda cerca di saldare due ideologie in parte contrapposte: la lotta locale dei miliziani salafiti che hanno come obiettivo un “emirato” libico (o Cirenaico) e il jihad globale. Inoltre cerca di far interagire i due fronti: la Cirenaica, di cui si è detto, e il Fezzan nuova retrovia strategica di Aqim (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e degli altri gruppi jihadisti sahariani. Qui Aqim, grazie alla benevolenza di alcune tribù locali in affari con i gruppi terroristici, sembra aver posizionato la propria base logistica e organizzativa.
L’attentato di Tripoli, per come si è verificato (un’autobomba) e per le rivendicazioni appare come un segnale della probabile saldatura tra queste componenti. Tripoli non era mai stata oggetto di attentati di questo tipo. L’operazione segna certamente un’escalation della tensione anche in funzione anti-francese dopo l’intervento del governo di Hollande in Mali.

Benché le voci di una crescente minaccia islamista continuino a rincorrersi, secondo il reporter Cristiano Tinazzi, invece, il problema non è al-Qa’ida o lo jhadismo in generale, bensì l’incapacità del potere centrale di assicurarsi e gestire legittimamente il monopolio della forza.
Come spiega in un passaggio della sua corrispondenza su Limes:

Oltre a molteplici milizie che ancora oggi si comportano come gruppi di autodifesa locale, come a Misurata e in altre località libiche, c’è da fare i conti con il Libian shield, una sigla “ombrello” all’interno della quale operavano durante il conflitto decine di katibe. Oggi diversi gruppi dello Shield lavorano a stretto contatto con gli americani, tanto che l’organizzazione stessa avrebbe inviato un’unità speciale di recupero alla missione diplomatica americana di Bengasi attaccata l’11 settembre 2012- quando morirono l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani.
Delle forze speciali quindi, i cui membri sarebbero stati selezionati dalla Cia e ai quali sarebbero andati parte degli 8 milioni di dollari destinati dall’amministrazione statunitense alla costituzione di forze antiterrorismo in Libia. Rischiando un parallelismo, potrebbero essere accostati alla Sawha o Sons of Iraq irachena, delle milizie filo-Usa.
Nella nuova Libia abbiamo così due poteri ufficiali, esercito e polizia, e due poteri paralleli molto più forti che li affiancano, Libyan shield e Ssc, spesso in conflitto tra loro. Il Supreme security council dipende dal ministero degli Interni, il Libyan shield dalla Difesa. I due gruppi talvolta si scontrano anche militarmente. Le milizie dello “Scudo libico” avrebbero condotto anche l’ultimo assedio a Bani Walid lo scorso novembre 2012, sotto gli occhi impotenti delle autorità centrali. In realtà, la confluenza o meno nella Ssc non implica necessariamente una collisione con le milizie dello Scudo, come dimostra la katiba dei “Martiri di Souq el Jumaa”, facente parte della Brigata Tripoli (nel Ssc) ma in strettissimi rapporti con diverse milizie di Misurata.
Le possibilità che ha al Qaida di attecchire nel contesto dell’estremismo religioso nel quale operano diversi gruppi di ispirazione salafita (ma tutti o quasi i libici, a parte una piccola percentuale di sufi, sono salafiti senza per questo essere estremisti) sono scarse.

Guarda caso, l’attentato all’ambasciata francese a Tripoli proprio nei giorni i cui il premier libico Ali Zidan annunciava la nascita di una Guardia nazionale, legata al ministero della Difesa e allo Stato maggiore libico, indipendente da gruppi politici e religiosi.

Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo “Afghanistan Opium Risk Assessment 2013“, pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando  i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani.
Il documento dell’Onu prevede aumenti delle coltivazioni in 12 delle 34 province afgane. Soltanto nella provincia di Herat si segnala un trend negativo, mentre le regioni libere dal papavero saranno appena 14, in calo rispetto alle 17 dell’anno scorso e alle 20 del 2010. L’Afghanistan è già il maggiore produttore di oppio al mondo, come aveva rilevato un altro rapporto dell’agenzia dello scorso novembre (si veda anche qui).
Il prezzo, nota il New York Times, è al massimo e decisamente più redditizio rispetto altre colture. Agli agricoltori vanno 203 dollari al chilo contro i 43 centesimo per il grano e 1,25 dollari per il riso.
Sotto silenzio è un grave effetto collaterale del conflitto: l’elevato numero di bambini resi dipendenti dalla sostanza.

Secondo Globalist:

Analizzando i dati si osserva un incremento tendenziale delle aree di coltivazione, mentre l’andamento dei prezzi negli ultimi tre anni si sviluppa a serpente: nel 2010 l’oppio afghano costava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e il 600 dollari, mentre l’oscillazione tra il 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo.
Esponenti di Ong che lavorano coi contadini afghani su progetti per la produzione di colture alternative all’oppio sostengono che il problema principale sia l’accesso ai mercati, che resta proibitivo, almeno se comparato agli oppiacei. Non è certo contro i contadini afghani che si può puntare il dito per questa situazione, ma al fallimento delle politiche adottate (o non adottate) per affrontare il problema. Una responsabilità che ricade in primis sul governo di Kabul, ma che allo stesso tempo evidenza il fallimento, almeno nelle zone in cui la produzione di oppio è aumentata, dell’azione svolta dalla macchina di assistenza internazionale.
Le strategie di stop alla produzione di oppio messe in piedi negli anni scorsi hanno avuto l’effetto di rendere i contadini afghani schiavi dei signori della guerra, che oggi ancora lucrano sull’incremento della produzione di oppio di cui parla il rapporto Onu. Quando le colture oppiacee sono state distrutte i contadini si sono trovati con debiti fino al collo da ripagare alla malavita afghana. Vittime di questa situazione sono state le figlie dei produttori “consegnate” a criminali e trafficanti come spose o schiave per saldare i debiti. Sul fenomeno è stato realizzato un film dal titolo “Opium-brides”.
Già nel 2008 un rapporto di Iom (International Organization for Migration) parlava della pratica del “debt marriage” legato alla produzione e al traffico di sostanze oppiacee. Nello stesso anno il Presidente Hamid Karzai, sostenuto dalla Comunità internazionale ma non riconosciuto come un leader credibile da molta parte della popolazione afghana, che guarda al governo di Kabul come la testa del pesce da cui derivano i soprusi e la corruzione dilaganti nel paese, condannava l’uso di ragazze come merce di scambio tra contadini e trafficanti. A parole Karzai è bravo, i fatti però gli sbattono in faccia che sulla produzione di oppio, con tutte le conseguenze del caso, ha fallito nel modo più totale. Sarà anche perché secondo alcune stime la produzione di oppio in Afghanistan conta tra il 15 e il 20 per cento del Pil?.

Secondo Osservatorio Iraq:

Nel complesso, le province di Farah, Baghdis e Nimroz sono quelle in cui è stato registrato un incremento moderato nella produzione di oppio, mentre un aumento significativo ha caratterizzato la provincia di Herat (area di Shindand).
In sintesi, riporta lo studio dell’Onu, le aree rurali classificate come “meno sicure” hanno una probabilità maggiore di coltivare l’oppio di quelle con migliori condizioni di sicurezza.
Le comunità rurali periferiche, dovendo scegliere tra il debole governo afghano e gli insorti, sulla base dei benefit e delle politiche adottate dall’uno e dagli altri, tenderebbero ad optare per la parte che è davvero in grado di sostenere l’economia locale.

L’Afghanistan produce il 90% di tutte le droghe oppiacee al mondo, sebbene sino a tempi recenti non ne fosse un importante consumatore.
Al contempo, in un anno la produzione di eroina è aumentata del 18%, portando da 131.000 a oltre 154.000 gli ettari di terreno agricolo dedicati alla coltivazione del papavero da oppio.

Secondo stime della Nato, metà dei fondi a disposizione dell’insurrezione proverrebbe proprio dal narcotraffico.
Oggi l’economia afghana dipende, quasi esclusivamente, da due fonti di reddito: gli aiuti concessi dalla comunità internazionale e il traffico dell’oppio.
Il paese, con una popolazione teorica di 35 milioni di abitanti, presenta un preoccupante livello di tossicodipendenza: oltre un milione di individui – poco meno della metà (40%) sarebbero donne e minori.
Le ragioni di questo fenomeno?
Data l’elevata quantità, l’oppio è un diversivo a buon mercato – meno di cinque euro/grammo (il prezzo dell’oppio grezzo è di poco superiore ai 200 euro al chilogrammo): domanda e offerta si incontrano sostenendosi vicendevolmente.
A poco, o nulla, sono serviti i numerosi tentativi di sostituirlo con altri prodotti agricoli: al fine di limitare la produzione di oppio, nella seconda metà del 2010 sono state distribuite oltre 50 tonnellate di bulbi di zafferano (a cura del Provincial reconstruction team italiano di Herat), destinate alla coltivazione di almeno trenta ettari.
I risultati sono stati tutt’altro che soddisfacenti:
- produzione, lavorazione e mercato dello zafferano non sono stati sviluppati in maniera coordinata;
- l’assenza di specifici processi di trattamento – causa della perdita di colore e profumo dello zafferano – ne ha precluso la vendita all’estero (a fronte di una sostanziale assenza di mercato interno);
- le vie di accesso ai mercati regionali e internazionali sono limitate e di difficile praticabilità;
- gli aiuti economici promessi ai coltivatori afghani sono stati disattesi – convincendo molti di questi a proseguire o a riavviare la coltura dell’oppio.
In sintesi, “l’offensiva dello zafferano” è fallita.

Circa il 15% del PNL afghano dipende dall’esportazione di droga, per un totale di 2,4 miliardi di dollari l’anno (fonte Onu).

Secondo il Servizio federale russo per il controllo degli stupefacenti (Fskn), la produzione di eroina in Afghanistan è aumentata di 40 volte dall’inizio dell’operazione della Nato in questo Paese nel 2001.
Ancora oggi l’oppio è il migliore alleato dei talebani, e non vi è dubbio che il ritiro delle truppe internazionali nel 2014, porterà un’ulteriore impennata di questo commercio. Il rapporto Undoc citato all’inizio mostra peraltro una correlazione tra l’andamento delle coltivazioni e l’insicurezza nel Paese, oltre che con la mancanza di politiche agricole di sostegno.
Il generale Fernando Termentini spiega che gli USA nemmeno distruggono più i campi di coltivazione. Anzi, pare che le forze armate americane restino attivamente a guardia di quei campi di papaveroPossibile? Sì.
Un anno fa spiegavo:

Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

La cosa non dovrebbe stupirci. Controllare il commercio globale della droga, significa controllare la liquidità nei circuiti bancari mondiali. E controllare i flussi finanziari, vuol dire controllare il mondo.
In ogni caso, l’unico vero vincitore del conflitto afghano è e resta il narcotraffico.

Il fermo (e non “sequestro”) dei 4 reporter italiani in Siria ha costretto i media a gettare la luce sulla formazione militare islamista ritenuta responsabile del gesto: Jabhat al-Nursa (Fronte di Supporto).
Si tratta di  una sigla di miliziani fondamentalisti d’ispirazione qaidista, iscritta nella lista USA dei gruppi terroristi, salita alla ribalta agli inizi dello scorso anno come sedicente responsabile di una serie di attentati contro il regime di Bashar al-Assad. Secondo il Washington Post sarebbe il quarto gruppo armato attivo in Siria per dimensioni (benché i numeri sull’effettiva consistenza delle bande ribelli citati nell’articolo siano esagerati). In gennaio girava voce che avesse instaurato un emirato islamico nella Siria orientale, come ribadito oggi da Pepe Escobar sull’Asia Times.

Il fattore Iraq

Un’analisi di Ennio Remondino su Globalist traccia una sintesi della Siria in cui i 4 italiani erano stati fermati. Tra le altre cose, l’articolo spiega come il progressivo aggravarsi del conflitto in Siria stia favorendo l’infiltrazione e l’ascesa di movimenti jihadisti, provenienti soprattutto dall’Iraq (alcune foto). Un anno fa scrivevo:

oggi gli insorti iracheni utilizzano le stesse reti di comunicazione e trasporto percorse – in senso inverso – negli anni dal 2003 al 2008. Ne consegue che la crescente violenza in Siria è in parte frutto di un disegno tracciato dall’interno del vicino Iraq. Tutti a Baghdad sono interessati al corso degli eventi a Damasco: il primo ministro al-Maliki, al-Qa’ida, i trafficanti di armi, i sadristi. Ciascuno di loro ha qualcosa da guadagnare o proteggere. E finché l’instabilità permane, sempre più iracheni saranno incoraggiati a gettarsi nella mischia. Alimentando una spirale di violenza sempre più fuori controllo.

Comunemente si pensa che la politica dell’Iraq verso la Siria sia eterodiretta dall’Iran, ma questa semplicistica interpretazione trascura un fatto. In realtà, il tiepido sostegno del premier al-Maliki al regime di Assad è dettato dalla preoccupazione che la maggioranza sunnita possa sconfiggere il presidente e prendere il controllo della Siria che verrà. Così ufficialmente Baghdad si mantiene neutrale verso Damasco, ma allo stesso tempo i continua ad invocare una soluzione diplomatica al conflitto. Limes, in una lunga analisi sulle relazioni tra Iraq e Siria alla luce della guerra civile a Damasco, spiega:

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Alleanze qaidiste

Al-Qa’ida in Iraq entra ufficialmente nel conflitto siriano l’11 marzo, quando rivendica la paternità di un attentato in cui perdono la vita 48 soldati siriani e nove guardie irachene.
Praticamente un mese dopo, l’8 aprile, Abu Bakr al-Baghdadi, capo del gruppo qaidista, annuncia che la fusione tra la sua organizzazione e Jabhat al-Nusra in Siria. Nel contempo, afferma che lo Stato Islamico in Iraq è stato coinvolto nella guerra civile siriana fin dall’inizio, di fatto confermando l’idea da sempre sostenuta dal regime siriano di una rivolta condotta dai jihadisti.
Ma a smentire la notizia della fusione è proprio il capo di al-Nusra, che in un messaggio audio promette fedeltà ad Ayman al-Zawahri, prendendo però le distanze da al-Qa’ida in Iraq. Non solo. L’annuncio di al-Baghdadi solleva anche la reazione del Free Syrian Army, il quale ribadisce la propria distanza ideologica da al-Nusra.
Come si spiegano tutte queste prese di posizione? Secondo Lorenzo Declich:

Alcuni analisti, visto “l’omaggio”, affermano che “l’ordine” di fondere le due organizzazioni sia arrivato direttamente da Ayman al-Zawahiri.
Se così fosse la Jabhat al-nusra avrebbe disatteso un ordine.
Più probabilmente l’intera vicenda è, lasciando da parte al-Zawahiri, il risultato di un antagonismo fra le sigle irachena e siriana.
Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico Iracheno, cioè al-Qaida irachena, non ha più molto seguito in Iraq, essendosi votato sostanzialmente al caos per aver perseguito negli anni una strategia dinamitarda cieca (molte vittime innocenti). La Jabhat al-nusra, invece, ha in pochi mesi raccolto attorno a sé molti consensi e molti combattenti, impegnandosì certamente in attacchi terroristici-dinamitardi, ma anche in vere e proprie battaglie, nelle quali ha potuto mostrare il coraggio dei propri affiliati.
Questa “mossa” del capo di al-Qaida in Iraq può essere dunque letta come un estremo tentativo di “mettere il cappello” sulla Jabhat al-nusra.
Un tentativo che, fra l’altro, si è rivelato un boomerang mediatico, andando controcorrente rispetto a quella che era stata individuata dagli osservatori come una “strategia di dissimulazione” della Jabhat al-nusra, tesa a farsi ben volere dalla popolazione.
Una strategia che stava funzionando e che ora non funzionerà più, o funzionerà molto meno.
Da diverse aree della Siria “liberata”, luoghi dove le nuove entità politiche stanno costruendo il “dopo Asad”, giungono fra l’altro notizie di tensioni fra militanti della Jabhat al-nusra e di altre formazioni.
Tensioni che fanno preconizzare un lungo e turbolento “post-Asad”.
Al tutto si aggiungono le dichiarazioni sdegnate dei Comitati di Coordinamento Locali i quali, nonostante le violenze e le armi, rimangono l’unico vero organismo politico della rivolta siriana:
“I Comitati di Coordinamento Locali” si afferma in un comunicato “rifiutano completamente le affermazioni di [...] Zawahiri riguardanti la fondazione di uno Stato islamico in Siria [...]. I CCL condannano le interferenze di Zawahiri negli affari interni alla Siria [...] Solo i siriani decideranno il futuro del loro paese. I CCL ribadiscono, di nuovo, che la rivoluzione siriana ha come obbiettivi la libertà, la giustizia e uno Stato civile, pluralista e democratico”.

Assad dopo Assad?

I risvolti politici delle giravolte di cui sopra sono evidenti. A parole, l’obiettivo comune dell’opposizione siriana – nelle sue varie diramazioni – è la caduta di Assad, ma la frammentazione esistente al suo interno e le infiltrazioni jihadiste vanno tutte a vantaggio del presidente siriano. Il quale  sembrava spacciato fino a pochi mesi fa e invece ora, complice l’inerzia della comunità internazionale, potrebbe rimanere in carica fino alle presidenziali del 2014. E magari anche vincerle.

La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo -, Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

A due anni dalla rivoluzione, la Libia è ancora  fuori controllo. Pareva almeno che gli interessi italiani fossero garantiti: il primato di ENI nell’estrazione di idrocarburi, in particolare, era rimasto invariato, e nuovi contratti erano stati siglati sia col cane a sei zampe che con altre nostre grandi aziende (es: Iveco, Sirti, Salini).
Già, pareva.

Sabato 2 marzo la Mellitah Oil & Gas, joint venture paritetica fra la libica NOC e l’ENI, ha bloccato il locale impianto di trasformazione del gas a causa di alcuni scontri a fuoco nel distretto di Nuqat al Khams. La struttura, che tratta circa 100.000 barili al giorno prodotti dal pozzo di El Feel e che rifornisce clienti come Edison, Gaz de france e Sorgenia ha arrestato la produzione e di mettere in sicurezza il personale e le installazioni, con la conseguente interruzione del flusso di gas attraverso il gasdotto Greenstream. Tale conduttura, anch’essa in comproprietà tra NOC ed ENI, convoglia tutto il gas che l’Italia importa dalla Libia (circa 150 mln m3 al giorno).

L’impianto è stato riavviato lunedì 4, ma il ripristino dei flussi di gas attraverso  il Greenstream non sarà immediato. Per ENI il danno è stato tutto sommato limitato.
Secondo Linkiesta, però, c’è molto di che preoccuparsi:

in zona è presente un gruppo armato il quale “da giorni opera con l’obiettivo di fermare la produzione petrolifera e gasifera in particolare dal giacimento di al Wafa che si trova all’interno del sito e che rifornisce l’Italia e l’Unione Europea con 8 milioni di metri cubi di gas all’anno attraverso il gasdotto South Stream che arriva in Italia. Questa milizia ha chiesto il pizzo al governo. Vuole dei soldi in cambio dei quali è disposto a garantire la sicurezza dell’area desertica della Libia”.

E’ un copione già visto: alla fine di una guerra civile, le varie tribù cercano di accaparrarsi le rendite che possono. Pretendendo un compenso dal governo – e probabilmente anche dalle compagnie – per garantire la “protezione” dell’impianto.

Il governo di Tripoli ha subito schierato l’esercito a difesa dell’impianto. Sempre Linkiesta - che riporta in tabella le importazioni italiane di gas per Paese di provenienza dal 1990 al 2011 -   interpreta questa mossa sotto un duplice profilo.
Da un lato, la Libia teme di perdere le sue preziose rendite, più che mai fondamentali in un periodo di cronica instabilità come quello in corso. Dall’altro – e questo è interessante – tale mossa può servire per dimostrare ai vari fornitori nazionali in che modo si stia muovendo il settore del gas, per tentare di rinegoziare alcuni contratti dopo il brusco calo dei consumi dal dopo-crisi. E qui entra in gioco la Russia:

Eni è ancora legata a contratti del tipo “take-or-pay” con la Russia: se i volumi “prenotati” non vengono ritirati, Eni deve corrispondere una penale. Molti dei contratti libici, poi, sono legati a strutture contrattuali estremamente onerose, in cui il partner locale riceve una percentuale altissima del profitto (tra le più alte al mondo). Rinunciare al gas libico serve per dimostrare ai libici che di Libia si può fare a meno; e serve per dimostrare ai russi che di gas ce n’è così tanto, che ci si può permettere di chiudere un rubinetto a piacimento. Nel frattempo, se poi il rubinetto si chiude, si compra più gas dalla Russia, evitando di corrispondere onerose penali.

Del resto, se i consumi in Italia sono crollati, la Russia ci ha rimesso molto in termini di volumi esportati. Nel 2006 in Italia si consumavano ancora 83,5 miliardi di metri cubi di gas, di cui 22,5 di provenienza moscovita. Nel 2011 la domanda è scesa a 76,7 miliardi, coperti per 19,6 dai russi. Anche dall’Algeria le importazioni sono diminuite nello stesso periodo, passando da 25 a 21,3 miliardi. La Libia in periodi “normali” rappresenta il 12,5% delle importazioni italiane di gas. Ecco la mappa dei gasdotti e dei rigassificatori:

In merito a questo presunto “bilanciamento” del Cane a sei zampe tra Libia e Russia si scatena lo scetticismo degli operatori del settore. La voce tra gli addetti è che Eni, che controlla tutti gli accessi per l’importazione di gas in Italia, sfrutti le vicende libiche per ottenere vantaggi in chiave russa – come sarebbe già successo con la precedente chiusura di Greenstream in occasione della guerra civile libica. Le chiusure rappresenterebbero eventi dalla gestione difficile per molti operatori nazionali che operano su base geografica più limitata. Per fortuna, stavolta l’interruzione è durata poco e ha avuto luogo in un finesettimana, quando i consumi sono più bassi. Così, in poco tempo i malumori si sono chetati, e l’Eni ha un esercito in più a proteggerla.

Con il Greenstream a secco, e l’Italia è energicamente più vulnerabile.
E questo aspetto, soprattutto ora che Gazprom è vicina al controllo del gas di Israele, che Rosnerft ha rafforzato la sua alleanza con ENI e che le compagnie russe sono in piena corsa per acquisire le aziende energetiche greche DEPA e DESFA a prezzi di saldo, sta favorendo la realizzazione dei piani di Mosca nella geopolitica energetica italiana ed europea.

Annamaria Rivera sul Manifesto ricorda come Belaid avesse denunciato più volte l’escalation della violenza politica, che rischiava, diceva, di mettere in grave pericolo la transizione democratica in Tunisia: lui stesso era stato più volte minacciato di morte. Nei primi due giorni di febbraio ci sono stati almeno sei atti di violenza politica in 48 ore ad opera, si dice, delle famigerate «Leghe di protezione della rivoluzione» – milizie armate al servizio di Ennahda.
Il fatto è che di milizie, in Tunisia, ce ne sono ben altre. E in questo aspetto sta forse la risposta al perché dell’uccisione di Belaid.

Giorni prima del suo assassinio, il leader dell’opposizione tunisina aveva rilasciato un’intervista al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al-Khaleej. Alla domanda: “Qual è la sua opinione sulla crisi in Siria?“, Belaid ha risposto che quello che sta accadendo a Damasco è una cospirazione di americani e sionisti per sostituire il regime siriano con la complicità di alcuni Paesi arabi, usati come strumenti per agevolare la presenza statunitense nella regione.

Facciamo un passo indietro.

Nel mese di ottobre il settimanale francese, Marianne aveva rivelato l’esistenza di due campi di addestramento jihadisti in Tunisia, rimarcando la scarsa attenzione del governo in proposito.
Secondo la testata, i campi si troverebbero nella regione Tanarka, a nord, e vicino al confine libico e algerino,non lontano dall’oasi di Ghadamès, nel sud. Un (anonimo) diplomatico europeo  citato nell’articolo ha sottolineato come le autorità di Tunisi fossero state avvertite della situazione, senza però prendere provvedimenti. Probabilmente, la questione era stata tenuta segreta per non alterare la già fragile transizione che lo Stato nordafricano sta attraversando.
Nel pezzo si leggeva che, per il governo algerino, il confine con la Tunisia è diventato una delle maggiori principali preoccupazioni. In poche settimane, due importanti operazioni hanno messo in evidenza l’entità del pericolo: la prima ha smentellato una rete jihadista nella località di Annaba; nella seconda le forze di sicurezza algerine hanno recuperato missili terra-aria – provenienti dalla Libia – a Tebessa, giunti fin lì dopo aver attraversato la Tunisia. L’articolo paventava la possibilità di attacchi terroristici in Europa nell’eventualità – poi concretizzata – di un intervento militare francese in Mali.
Il governo di Tunisi ha smentito quanto affermato nel rapporto. Però  il 21 dicembre le forze di sicurezza tunisine hanno annunciato l’arresto di 16 uomini sospettati di appartenere ad un gruppo legato ad al-Qa’ida nel Maghreb islamico, a riprova che il problema del jihadismo da quelle parti esiste eccome.

Chokri Belaid è stato il primo – e unico – uomo politico tunisino a rivelare l’esistenza di questi campi di addestramento segreti nel Paese. Lo ha fatto in questo video (segnalatomi da un’amica) nel corso di un’accesa discussione televisiva. Le strutture in questione sono finanziate dal Qatar attraverso Ennahda, braccio politico della Fratellanza Musulmana, e servono a formare jihadisti da inviare poi in Siria. In un passaggio  Belaid parla di circa 5000 uomini reclutati nella zona al confine tra Tunisia e Algeria e poi mandati in Siria attraverso la Turchia. In un altro video, Belaid rivela la complicità del governo con i salafiti.
La denuncia di Belaid non poteva non infastidire qualcuno. In quest’ultimo video un leader religioso emette addirittura una fatwa per farlo uccidere. Quattro giorni prima del suo assassinio.

Chokri Belaïd era uno dei politici più importanti dell’opposizione di sinistra in Tunisia. Il 6 febbraio è stato ucciso a Tunisi, di fronte alla sua casa. Dopo la sua uccisione sono iniziate in alcune zone del paese una serie di manifestazioni e proteste contro la polizia. Tutti i partiti si affrettano a condannare l’attentato, in una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata.
Ma la situazione si complica anche a livello politico, dopo che il partito di governo Ennahda (al-Nahda) si è opposto alla proposta del suo leader Hamadi Jebali, e primo ministro, di sciogliere il governo in carica e formarne uno nuovo di unità nazionale formato da tecnici, con un “mandato limitato per gestire gli affari del paese fino alle elezioni, che dovranno svolgersi il prima possibile”.

Si tratta solo dell’ultimo – e più grave – episodio che testimonia come negli ultimi mesi la realtà sociale e politica nel Paese maghrebino si sia fatta particolarmente tesa e violenta, per quanto messa in ombra dal più risonante marasma egiziano.
Egitto col quale la Tunisia condivide il fatto di essere governata da un partito espressione della Fratellanza Musulmana, al punto che ora si teme un’evoluzione simile a quella in corso al Cairo.
Ma qui la “contrapposizione” tra tra laici e islamisti rimarcata dalla stampa nostrana non c’entra quasi nulla. Lorenzo Declich spiega che la reazione della popolazione all’omicidio di Belaid esprime la sfiducia nei confronti del nuovo sistema di potere (partiti secolari compresi), che si è spartito le poltrone mentre la Tunisia sprofonda nel baratro:

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale.

Giacomo Fiaschi, esperto di comunicazione e da anni residente in Tunisia, aggiunge:

alla domanda “chi c’è dietro alla mano omicida che ha stroncato l’esistenza di Chokri Belaïd?” la risposta non può essere che una: chi ha interesse a destabilizzare il Paese, e nessuna formazione, nessun movimento politico attualmente in campo può avere questo interesse. Ma, a questo proposito, conviene ricordare che le mani su questo paese, per oltre un secolo, non è stata solo la politica di chi l’ha governato, o ha fatto finta di governarlo, ad avercele.

Una pista porta alla polizia.

Due mesi fa la fine di Assad pareva vicina: con la perdita di importanti basi militari, le continue defezioni tra gli alti gradi e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran, la contesa sembrava ormai volgere a favore dei ribelli.

Invece, dopo 60.000 morti il dittatore è ancora al suo posto. E ora potrebbe addirittura vincere.

A sorpresa, Moaz al-Khatib, leader  del Syrian National Coalition. propone ora una exit strategy dalla guerra civile. Fra le condizioni il leader della Snc ha posto la liberazione di 160.000 detenuti ribelli nelle carceri di Stato e il rinnovo dei passaporti per gli esuli siriani.
Khatib ha già indicato un possibile interlocutore: Farouq al- Sharaa, vice-presidente siriano, considerato “come l’unico membro del regime a non avere le mani grondanti di sangue”. Insieme ad altri funzionari, questi si sarebbe opposto più di una volta alla linea sanguinaria di Assad.

Per adesso il regime di Damasco non risponde. O meglio, replica come meglio sa fare: continuando la sua propaganda. Fahed al- Freij, ministro della Difesa, ha annunciato che l’esercito non ha paura nè degli attacchi di Israele nè delle minacce internazionali. E la stampa vicina al presidente giudica l’offerta di dialogo come una mossa tardiva, una manovra meramente politica che arriva con due anni di ritardo.
Russia e Iran, grandi sostenitori di Assad, giudicano “incoraggiante” l’offerta di Khatib.

Siamo vicini ad una svolta? Probabilmente no. Innanzitutto perché le affermazioni del leader dell’opposizione sono a titolo personale. In caso di una risposta del regime sarà necessario il sostegno di tutto il SNC, al momento caratterizzato da profonde divisioni. E il regime potrebbe sfruttare i segnali di debolezza che giungono dall’altra parte per garantirsi un margine contrattuale più ampio.
Linkiesta sintetizza così le polemiche sollevate dalla proposta di Khatib:

Si tratta di una iniziativa che sin dall’inizio non ha trovato d’accordo tutti i membri della Coalizione. Ieri infatti l’ufficio legislativo del gruppo e il direttivo del Consiglio nazionale siriano (Cns) l’hanno definita «frutto di una posizione del tutto personale di Khatib, in contrasto con lo statuto della Coalizione, che invece vieta qualsiasi dialogo con il regime di Damasco».

Si è detto invece favorevole a questa idea solo uno degli esponenti del Cns, Samir Satuf, intervistato ad Algeri dall’emittente Al Maiadin. Satuf ha spiegato di «essere favorevole, anche se ritengo che sia difficilmente realizzabile. Le condizioni poste da Khatib sono relativamente importanti, perché in realtà avremmo bisogno di un cessate il fuoco immediato». Secondo Satuf, oltretutto, il regime potrebbe avere difficoltà a liberare 160 mila detenuti, molti dei quali, ricorda l’esponente del Cns, sarebbero «morti nel corso dei mesi».

Più netta invece è stata la reazione di Haytham al Maleh, dirigente del Consiglio nazionale siriano, che all’emittente satellitare Al Arabiya ha spiegato: «l’idea di aprire al dialogo con il regime è unicamente di Khatib il quale non ci ha consultati prima di annunciare la sua proposta». Più morbida invece è la reazione di Abdel Ahad Stif, del direttivo della Coalizione nazionale siriana, il quale sostiene che «pur non essendo questa idea corrispondente ai principi della nostra coalizione, può essere certamente discussa. Bisogna evitare di fare il gioco di chi vuole dividere l’opposizione siriana usando questo pretesto».

Per difendersi dalle critiche Khatib ha spiegato che la sua iniziativa aveva come obiettivo quello di «ridurre le sofferenze del popolo in Siria». Intervistato dall’emittente araba Al Jazeera, in collegamento telefonico dal Cairo, l’imam di Damasco si è difeso dalle accuse di aver tradito i principi dell’opposizione con l’apertura al dialogo con Assad, spiegando che «non ci sono conflitti interni alla Coalizione e in particolare con i membri del Cns. Noi vogliamo solo cercare una via di uscita per aiutare il nostro popolo».

Secondo gli analisti arabi questa «fuga in avanti» di Khatib dimostra le difficoltà in cui versano i ribelli siriani.

Il leader dell’opposizione siriana sa bene che gli unici a conquistare qualche villaggio in questi mesi sono stati i miliziani che fanno capo ad al Qaeda, con i quali non potrà mai governare la futura Siria e che fanno sempre più paura all’occidente. Nella migliore delle ipotesi quindi, nel caso cioè di una caduta del regime di Assad in Siria, «scoppierà certamente un duro scontro tra i gruppi jihadisti e quelli laici dell’opposizione». Ne è convinto anche il leader dei salafiti giordani, Mohammed Shalabi, impegnato da mesi a reclutare e inviare giovani jihadisti in Siria a combattere contro le truppe di Damasco per conto del Fronte di Salvezza, gruppo legato ad al Qaeda.

A indebolire la posizione dei ribelli, rafforzando quella di Assad, è stato anche il raid aereo israeliano di due giorni fa in Siria, che ha provocato due morti e cinque feriti.

Su questo punto, va detto che a una settimana dal bombardamento compiuto in Siria, i caccia dell’aviazione israeliana continuano a violare lo spazio aereo libanese ma nessuno sembra trovarlo illegale.
Intanto, la guerra continua a devastare tutte le regioni della Siria. Quelle orientali sono in mano ad al-Qa’ida, dove il fronte al-Nusra pare aver creato un emirato islamico. In mezzo ci sono i profughi (4 milioni), di cui la comunità internazionale sembra non interessarsi.

Le elezioni in Giordania (qui i risultati preliminari) confermano un parlamento fedele a re Abdallah: come nel 2008 e nel 2010, l’assemblea nazionale vedrà la presenza predominante di esponenti delle basi di potere del regime, in particolare degli apparati di sicurezza, del mondo degli affari e dei gruppi tribali. Soltanto poco più di una ventina dei 150 seggi totali sono andati a uno schieramento diviso al suo interno di gruppi di sinistra e islamici. Risultati scontati e non hanno prodotto nessun cambiamento.

L’affluenza alle urne è stata del 56,56%, per un totale di un milione e 251 mila votanti. È stato dunque superato quel 50% considerato la soglia minima dagli osservatori locali per considerare legittimo il nuovo parlamento, nonostante l’invito Fronte Islamico d’Azione, braccio politico dei Fratelli Musulmani a boicottare le elezioni, descritte come “fraudolente”. Fratellanza che ora parla di compravendita di voti e finte tessere elettorali.
In effetti, nei giorni precedenti alle consultazioni non sono mancati di casi di arresti per voto di scambio. A cominciare da quelli di Ahmed Safadi, ex deputato ora finito in carcere con l’accusa di compravendita voti e di possesso illegale di tessere elettorali, e di Mohammed Khushman, segretario dell’Unione Nazionale Giordana. Ma anche il regime stesso è coinvolto nel meccanismo dello scambio. Inoltre, con la corruzione diffusa che infetta i vari apparati dello Stato, è scontato supporre che siano proprio gli alti gradi del potere a scegliere quali personaggi perseguire e quali no.

Per gli osservatori internazionali, va bene così. La favola della “Giordania isole felice e moderata” continua a nascondere i reali problemi del Paese. – non ultimo, lo sfruttamento del lavoro minorile.
Ci si è limitati a sottolineare che la pressione esercitata dai movimenti di protesta (rimando al mio post precedente) ha permesso di ottenere alcune riforme: già il fatto che le elezioni siano state supervisionate da una commissione indipendente è un segnale di cambiamento e di apertura, come pure la quota rosa di quindici seggi da destinare alle donne, tre in più rispetto alla scorsa tornata, e la scelta del primo ministro che Abdallah II dovrà condividere con il Parlamento. Trascurando però che la legge elettorale impedisce con la selezione dei candidati di garantire un’effettiva competizione plurale: i partiti infatti potevano candidare solo il 20% dei parlamentari, mentre il restante 80 è stato scelto su base locale, favorendo in tal modo i candidati tribali vicini al re. a favore di una scelta su base tribale più che individuale.
In ogni caso, nonostante l’immagine glamour costruita attorno alla Regina Rania, la Giordania questa volta potrebbe essere contagiata dai mutamenti regionali. Abdallah II intanto è stato costretto a chiedere un alto prestito al Fondo Monetario: 2 miliardi di dollari.

Linkiesta nota le implicazioni della partita giordana non solo per quanto riguarda la politica interna di Amman, ma per il futuro di tutto lo scacchiere mediorientale. Dove la parte del leone, manco a dirlo, la fa il Qatar:

Dietro la battaglia antimonarchica dei Fratelli Musulmani ci sarebbe, infatti, il Paese protagonista della primavera araba e della caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia: il Qatar. Le autorità del piccolo emirato avrebbero minacciato ritorsioni in campo politico ed economico nei confronti della Giordania per la posizione assunta dal re, Abdallah II, che intende ostacolare l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani proprio nella vicina Siria. Secondo quanto rivela il periodico giordano Al Majalla, un esponente della Coalizione nazionale siriana dell’opposizione ha riferito alle autorità di Amman che il governo qatariota sarebbe irritato per la scelta dell’esecutivo giordano di sostenere i gruppi dell’opposizione siriana antagonisti dei Fratelli Musulmani.
Il periodico giordano sostiene che il Qatar avrebbe più volte chiesto ad Amman di entrare nell’asse di cui fanno parte anche Turchia e Egitto per far cadere il regime di Bashar al Assad a vantaggio del gruppo islamico. Doha avrebbe inviato una serie di messaggi ad Amman che si ostinerebbe a restare legata all’Arabia Saudita, preoccupata per l’avanzata dei Fratelli Musulmani nella regione. Il pericolo è che il Qatar possa usare la sua emittente televisiva Al Jazeera per avviare una campagna contro la casa reale giordana, già in difficoltà sul fronte interno per la scelta dell’opposizione islamica di non partecipare alle elezioni di domani.

Sullo sfondo, l’emergenza dei profughi siriani, ancora in attesa dell’aiuto internazionale. A causa della guerra centinaia di migliaia di persone hanno lasciato la Siria per rifugiarsi nella vicina Giordania. Amman per ora tiene aperte le porte, ma le condizioni disagiate dei campi spingono alcuni rifugiati a tornare in patria, nonostante la guerra in corso.

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime - è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione - segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

L’agenzia stampa siriana SANA ha confermato le indiscrezioni riportate dalla tv di Stato sull’attacco aereo compiuto da Israele nei confronti di un sito militare nei pressi di Damasco, negando dunque che l’obiettivo del raid fosse fosse un convoglio che trasportava missili SA-17 russi a Hezbollah.

Eppure fonti americane confermano questa seconda versione (si veda anche qui). Alcuni funzinari israeliani avrebbero anche avvertito i loro omologhi USA circa la volontà di procedere. La Russia condanna.

L’obiettivo del raid non è l’unico aspetto controverso.

In un primo si era parlato di un attacco lungo il confine siro-libanese; ora invece si parla di un intervento all’interno del territorio siriano, non lontano da Damasco. Ma per colpire un deposito di armi o un convoglio?

Entrambe le cose, perché ora appare chiaro che i raid sono stati due.

Questa la sintesi dei fatti offerta dal blog Falafel Café:

Domenica scorsa Netanyahu l’aveva detto. «Il Medio Oriente non aspetta: o ci muoviamo o rischiamo di trovarci tonnellate di esplosivo chimico in casa. A est, a nord, a sud del nostro Paese tutto è in fermento, dobbiamo prepararci». Quarantotto ore dopo ecco che alle 2 di notte (ora israeliana, l’1 in Italia) di mercoledì 30 gennaio dodici caccia dell’Israeli Air Force e un drone radiocomandato decollavano dalle basi israeliane. Direzione Siria.

Il veicolo radiocomandato è arrivato sopra la città di Al-Zabadani verso le 4,30 del mattino. Qui, in pochi secondi, ha sganciato i suoi missili contro un convoglio che da Damasco stava viaggiando verso il confine libanese. L’esplosione è avvenuta a circa 5 chilometri dall’autostrada Damasco-Beirut. All’interno del mezzo militare munizioni, armi di vario tipo. Soprattutto sistemi missilistici di fabbricazione russa, a partire dagli SA-17.

Più o meno alla stessa ora i dodici caccia – dieci velivoli secondo altre fonti – sorvolavano i cieli sopra il Libano a gruppi di 2-3, passavano sopra Damasco e una volta a Jamraya, a pochi chilometri dalla capitale, attaccavano un deposito di munizioni. Nell’edificio, secondo l’agenzia di Stato siriana – che smentisce qualsiasi attacco a convogli a Al-Zabadani – almeno due persone avrebbero perso la vita, altre cinque sarebbero ferite in quello che non chiamano deposito militare, ma «centro di ricerca che lavorava per rafforzare la resistenza ai ribelli e ai nemici».

Quello che è certo è che la località di Al-Zabadani, dove ha colpito il drone, per Gerusalemme è diventato un centro nevralgico del passaggio di armi da Damasco a Beirut. «Da mesi in città c’è un clima di relativa calma», spiegano da Gerusalemme. «Pochissima resistenza ad Assad, poche vittime tra i civili e, soprattutto, cibo che non scarseggia. Dall’anno scorso il dittatore siriano ha concesso una sorta di indipendenza all’area in cambio di due cose: nessun gruppo ribelle e lasciapassare ai convogli militari di Damasco».
La località, secondo gl’israeliani, non sarebbe stata scelta a caso da Assad. «Nelle stesse zone, prima dell’accordo con il dittatore, passavano le armi (missili anti-carro, munizioni, mitra, ecc) fornite dagli occidentali ai ribelli siriani pagate dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, ovviamente, da Washington.
Che qualcosa stava cambiando, in Israele, lo si era capito anche da quel ch’è successo la scorsa settimana quando l’esercito ha installato due Iron Dome – il sistema anti-missilistico super-sofisticato – nel Nord, tra Haifa e il confine con il Libano. «Magari la guerra non arriva domani, ma dobbiamo essere pronti per ogni scenario», ha spiegato Amir Eshel, generale delle forze armate israeliane. E nel farlo ha parlato, per la prima volta, anche dell’Egitto. Il governo Netanyahu, nella riunione di domenica, ha chiaramente spiegato che «il governo guidato dal presidente Morsi e dai Fratelli Musulmani non funziona più. Nessuno degli aspetti chiave del Paese – l’esercito, la sicurezza interna e la polizia – è ormai sotto il controllo di Morsi».

Conclusione che lascia intravedere nuove nubi all’orizzonte di uno scenario regionale già instabile.

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UPDATE

Long War Journal:

Durante la scorsa settimana, i funzionari israeliani hanno espresso una crescente preoccupazione per quanto riguarda la situazione in Siria. Domenica scorsa, Israele ha schierato batterie Iron Dome nel nord, tra cui vicino a Haifa, anche se un portavoce dell’IDF ha detto che lo schieramento “non è legato a valutazioni della situazione attuale.”

Il giorno seguente, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Israeliano Yaakov Amidror è stato inviato a Mosca per una “visita lampo”, nel tentativo “di convincere il Cremlino ad adottare misure per evitare che i depositi [di armi] della Siria possano cadere nelle mani di gruppi terroristici”. Lo stesso giorno, il New York Times ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “ha avuto [una recente] maratona di riunioni con i capi militari e di intelligence e di ministri  per diversi giorni, con insoliti protocolli si segretezza.”

Martedì, Al-Monitor ha riferito che il capo dell’agenzia d’intelligence IDF, il Magg. Gen. Aviv Kochavi, si è incontrato con i funzionari del Pentagono, tra cui il presidente del Joint Chiefs of Staff generale Martin Dempsey.

Per capire cosa è successo ad In Amenas dobbiamo innanzitutto sgomberare il campo dai pregiudizi di parte.

Un articolo del prof Michel Chossudovsky su Global Resarch (tradotto qui) fa risalire le origini di AQIM ad un’iniziativa della CIA in funzione della guerra in Afghanistan, a cui si somma oggi il ruolo occulto rivestito da Arabia Saudita e Qatar (quest’ultimo definito come un fedele alleato degli Stati Uniti).

Il testo, come tutti quelli dello stesso autore, è pesantemente intriso di antiamericanismo. E questo impedisce un’analisi obiettiva della situazione reale.
Affermare che gli USA abbiano finanziato la Jihad islamica in Afghanistan – così come altri gruppi paramilitari in giro per il mondo – in funzione antisovietica e anticomunista è storia; ma vedere la mano americana dietro ogni formazione terroristica che minacci la stabilità dell’Occidente, al fine di giustificare la necessità di un intervento armato risolutore agli occhi dell’opinione pubblica, è complottismo puro.

Le origini di AQIM – e di riflesso, la spiegazione dei fatti di In Amenas – sono molto più sottili. Lorenzo Declich, studioso del mondo islamico contemporaneo serio e affidabile, ricostruisce la vicenda in tre distinti contributi su Islametro.

Il primo prende le mosse da alcuni suoi appunti del 2010, integrati con alcuni passaggi di un articolo del prof. Jeremy Keenan sul penultimo volume di Limes, per rivelare che:

La storia dell’AQMI è controversa. Tempo fa osservavo quanto i suoi legami con al-Qaida “centrale” fossero scarsi – i suoi vertici, sembra, snobbano l’AQMI – e mettevo in evidenza il fattore locale: talvolta, in questi anni, si è fatta molta fatica a distinguere l’AQMI da una banda di predoni “normali” (vedi i links sopra).

Ora arriva un’analisi accurata (preceduta da un libro: “The Dark Sahara: America’s War on Terror in Africa”) di Jeremy Keenan, professore associato di ricerca presso la School of Oriental and African Studies della London University.

L’articolo narra di una situazione molto complicata: dietro all’AQMI, secondo Keenan, vi sono principalmente il governo algerino, con i suoi servizi segreti, e in seconda battuta i servizi segreti americano e britannico.

Obiettivo algerino: riarmarsi e divenire il cliente privilegiato degli americani nell’area.

Obiettivo americano (e britannico): stabilire le proprie basi militari in aree di grande importanza strategica ed economica.

Operazioni di false flag, infiltrazioni nei gruppi esistenti ed altre amenità sono le strategie usate da queste agenzie.

Tutto, ovviamente, nel quadro della Guerra al Terrore.

Keenan riprende il tema su Limes, descrivendo la prima operazione di false flag algerino-statunitense, che data 2003:

Sotto il comando di un agente infiltrato dei servizi segreti, Amari Sayfi (alias Abd el-Razzaq Lamri, anche noto come El Para), circa sessanta terroristi del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) – una formazione con base in Algeria, rinominata nel 2006 al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (Aqim) – presero in ostaggio trentadue turisti europei nel Sahara algerino. Con gran fanfara, l’amministrazione Bush etichettò prontamente El Para come “L’uomo di bin Laden nel Sahara”

[...]

Il fiorire di organizzazioni jihadiste “simili” ad AQIM nell’area sub-sahariana non sarebbe, secondo Keenan, che l’ultima tappa di un percorso di destabilizzazione dell’area preparatorio dell’intervento esterno, il quale sta avvenendo in queste ore (se volete approfondire andatevi a prendere l’articolo di Keenan).

AQIM è frutto di un’iniziativa di Algeri rispetto alla quale Washington ha avuto un ruolo (se lo ha avuto) solo secondario, per non dire subalternoCon buona pace dei classici cliché antiamericanisti. Ma andiamo oltre.

Il secondo (icasticamente intitolato false flag) tratteggia il background dietro il sequestro di In Amenas, mettendone in luce alcune contraddizioni:

I francesi bombardano il Mali ma al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQIM) colpisce in Algeria.

I jihadisti non avevano neanche quasi fatto in tempo a dichiarare che l’occidente avrebbe pagato il conto per l’attacco francese, le cancellerie occidentali non avevano neanche quasi fatto in tempo a dichiarare il proprio appoggio, anche logistico,  che 41 “occidentali” (americani, norvegesi, inglesi) sono stati rapiti presso uno stabilimento per il trattamento del gas della BP.

Lo stabilimento si trova a In Amenas, nel sud-est, vicino alla frontiera con la Libia e molto lontano dalla frontiera maliana.

L’attacco, sembra, è stato ben preparato. Si tratta del più imponente rapimento mai realizzato nel Sahel.

A rivendicare l’attacco è Mokhtar Belmokhtar, a nome di una katiba (battaglione) di “nuova formazione“, un battaglione di “giovani attivisti” formotasi nel Mali settentrionale.

Il “Battaglione di Quelli che Firmano col Sangue” (كتيبة الموقعين بالدم).

Eppure l’Algeria aveva chiuso le frontiere col Mali quasi subito, il 14 gennaio.

Le frontiere nel Sahara sono poca cosa, si dirà.

Ma Mokhtar Belmokhtar non è esattamente ciò che si può definire una “novità”.

Trattasi di uno dei capi storici di AQIM.

Riprendiamo il nostro Jeremy H. Keenan, un “non esattamente sprovveduto” rispetto al tema della “Guerra al terrorismo” nel Sahara-Sahel.

Su Open Democracy, un think tank “non esattamente complottista”, Keenan scrive (25 settembre 2012):

I tre leader di AQMI nel Sahara, Abdelhamid Abou Zaid, Yahia Djouadi e Mokhtar Belmokhtar (hanno molti soprannomi), sono stati e sono tuttora agenti del DRS [cioè il Département du Renseignement et de la Sécurité algerino, it.: Dipartimento di informazione e sicurezza, DIS]. Sono responsabili del rapimento di oltre 60 ostaggi occidentali (due sono stati uccisi e due sono morti) e della maggior parte degli altri attacchi terroristici perpetrati nella regione del Sahara-Sahel negli ultimi anni. Questa è una cosa che molte intelligence sanno bene.

Per chi legge in inglese (dicembre 2012): How Washington helped foster the Islamist uprising in Mali.

Potete leggere anche qui per diffidare di chi farà una facile equazione con la Siria.

qui per avere un certo background.

Il terzo (flas flag 2) è la continuazione del precedente:

Gli americani ripetono fino quasi a morirne che l’attacco è orchestrato da al-Qa’ida.

Al-Qa’ida quale?

Nell’area ci sono due formazioni legate in qualche forma ad al-Qa’ida: al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) e Movimento per il tawhid e il Jihad nell’Africa Occidentale (si usa l’acronimo MUJAO).

La seconda è una scissione della prima.

Ma questo commando non fa parte né dell’una né dell’altra.

Uno fra i mille siti che fanno monitoraggio del jihadismo mondiale, Jihadica, ci racconta che Mokhtar Belmokhtar, cioè colui che parla a nome di questi salnguinolenti firmatari,  è stato sospeso da AQMI nell’ottobre 2011.

Questi però sarebbe ancora collegato con al-Qa’ida “centrale”, cioè quella organizzazione che ha base nel Waziristan, a cavallo fra Pakistan e Afghanistan.

Quindi nel Sahara-Sahel avremmo tre formazioni qaidiste, in una qualche relazione – di scontro o di alleanza – fra loro.

Secondo DEBKA (sempre da prendere con le molle ma stavolta riprende una fonte mauritana che non ho ritrovato) Mokhtar Belmokhtar, che noi conosciamo per essere collegato coi servizi di sicurezza algerini e che da sempre viene snobbato da “al-Qa’ida centrale”, oltre a chiedere la cacciata dei francesi dal Mali chiede la liberazione dello “sceicco cieco”, Omar Abd el-Rahman, il responsabile del primo attacco al World Trade Center di New York, tuttora in carcere negli Stati Uniti.

Una richiesta che suona davvero ridicola per il suo anacronismo.

Pensate che, a suo tempo, se n’è interessato anche l’attuale Presidente egiziano, Mohamed Morsi.

I combattenti del commando di In Amenas sarebbero una “brigata internazionale”.

Sarebbe un commando “vecchio stile”, insomma, reclutato in Mali.

Che però conosce benissimo In Amenas al punto che, come dice un ex ostaggio algerino: “non sono andati nel sito dell’algerina Gtp, né in quello dell’italiana Sarpi, vuoti al momento dell’attacco”. I terroristi, secondo lui, “avevano delle complicità all’interno perché conoscevano le camere degli stranieri e tutti i dettagli sul funzionamento della base”.

Mokhtar Belmokhtar, quindi, diventa il capo di un gruppo qaidista decisamente “retro” che ha contatti con al-Qa’ida centrale. Fa attaccare (perché lui non ci va, a In Amenas) una istallazione economica strategica per l’Algeria in un’operazione che sulle prime si configura come il più importante sequestro mai avvenuto nell’area e subito dopo come una grande carneficina di ostaggi e terroristi. Chiede ai francesi di andarsene dal Mali ma anche di liberare Omar Abd el-Rahman.

Perché a me suona così finto?

La somma delle riflessioni di Declich ci conduce alle ultime righe del primo articolo, che da AQIM ci porta fino alla guerra civile in Siria:

Bene, ho scritto tutto questo per un motivo preciso, ovvero per raccontare come sia tutto sommato facile infiltrarsi in un’organizzazione terroristica jihadista.

E quale sia la relazione perversa fra jihadismo e “occidente”.

Il jihadismo si nutre di retorica antioccidentale, l’occidente si nutre di jihadismo.

Queste organizzazioni esistono, nascono da sé, e poi vengono infiltrate ed eterodirette.

Non è facile, invece, infiltrarsi in movimenti di liberazione, in rivoluzioni, in movimenti.

Questo ci porta in Siria e ci spiega perché il fiorire del jihadismo non può che essere considerato una “manna dal cielo” per chi, fino a oggi, è stato alla finestra a guardare una manica di criminali massacrare civili inermi.

Senza jihadisti, possibilmente infiltrati, non si può controllare la Siria di domani.

A due anni dai raduni in piazza Tahrir, dagli scontri con le forze di sicurezza, dai morti, oggi l’Egitto ha una nuova Costituzione, un Parlamento e un presidente liberamente eletti. Eppure piazza Tahrir continua a riempirsi. L’Egitto è l’immagine di un Paese in transizione: a volte accelera verso il cambiamento, altre fa dei passi indietro. Ma i problemi di sempre rimangono: dalla corruzione alla violenza, passando per la discriminazione delle donne e per le tensioni tra copti e musulmani. A cui si aggiungono l’impunità dei vecchi esponenti del regime e le persone uccise come diretta conseguenza degli scontri di piazza avvenuti negli ultimi tempi. Poi ci sono i casi degli abitanti dell’isola di Qursaya, di Muhammad Sabry, e di tutti quei civili che ancora oggi sono costretti a subire processi militari.
Ripensando ai giorni di inizio 2011 c’è un particolare che da allora la stampa internazionale sembra aver trascurato: la mobilitazione che portò alla caduta del trentennale regime di Mubarak, più che ad una sincera richiesta di rappresentanza e partecipazione, era il frutto della mancanza di lavoro, di prospettive, di futuro. In definitiva, la gente soffriva la mancanza non tanto della democrazia, quanto del pane quotidiano.
Dopo tutto, l’aspirazione alla democrazia è anche l’esigenza di migliori condizioni economiche. Dobbiamo partire da qui per comprendere come mai la piazza principale del Cairo continua a ribollire.

L’economia in panne

La caduta di Mubarak ha avuto pesanti conseguenza sull’economia egiziana: le riserve in valuta estera, da 36 miliardi di dollari, sono calate a 15,5 miliardi (dati febbraio 2012); la crescita è crollata dall 5% del 2010 all’1,8% dell’anno seguente (per il FMI si attesterà al 3,3% nel 2013); la percentuale di giovani disoccupati e che non seguono nemmeno programmi di studio o formazione supera il 40%. Soltanto per non far aumentare il numero di disoccupati sarebbe necessario creare più di 750.000 posti di lavoro all’anno.
L’esportazione dei capi d’abbigliamento segnerà una caduta del 20% per tutto il 2013, e gli scioperi portuali hanno gettato seri dubbi sulla raggiungere il suo obiettivo dichiarato di esportare 17,5 miliardi di dollari di merci entro la fine dell’anno. Stesse previsioni per altri settori chiave dell’economia.
Oggi il Paese importa praticamente tutto e per pagarlo ha riserva valutarie che bastano per tre mesi. Intanto incombe una svalutazione che potrebbe deprezzare la moneta nazionale fino al 50%. Problemi che Morsi e il suo gabinetto non si mostrano in grado di affrontare.
Linkiesta:

La crescita dei prezzi al consumo, che con le famose rivolte del pane a metà degli anni Duemila aveva posto le premesse della Rivoluzione del 2011, non si è affatto fermata, alimentando insieme alla povertà il dissenso popolare. Il presidente Mohammed Morsi, eletto lo scorso giugno come candidato dei Fratelli musulmani, ha dimostrato per il momento di non contestare, né di volersi sottrarre alle regole dell’economia globale e alle sue logiche neoliberiste, limitandosi nei fatti a pararne le conseguenze più negative sulla gente comune attraverso il varo di una serie di politiche assistenziali che però avranno difficoltà nel contrastare in modo duraturo l’aumento della povertà nel paese.
Non è un caso che le recenti azioni legali conclusasi con la rinazionalizzazione di alcune imprese pubbliche, privatizzate negli ultimi anni dell’era Mubarak a tutto vantaggio di clienti corrotti del passato regime siano state vittoriosamente portate avanti dai sindacati, piuttosto che dai Fratelli musulmani. Intanto, scioperi e disservizi continuano a singhiozzo con conseguenze anche gravi sulla manutenzione di strutture e impianti. Risultato: una serie impressionate di incidenti (e morti) nel settore ferroviario. Sono ancora moltissime le fabbriche che rimangono chiuse, mentre uno dei principali settori generatori di reddito, il turismo, continua a risentire degli effetti dell’interezza e dei timori generati da questa nei possibili visitatori.
A due anni dalla Rivoluzione e a poco più di sei mesi dalla vittoria di Morsi la domanda rimane la stessa: i Fratelli musulmani che per anni hanno coltivato nella clandestinità l’opposizione al regime di Mubarak, una volta usciti allo scoperto per partecipare alla rivoluzione, riusciranno a trasformarsi in un vero e proprio partito politico? Al momento quelle che erano le logiche religioso-assistenziali dei Fratelli sembrano essere transitate direttamente nell’agenda del Partito della giustizia e della libertà e di conseguenza in quella del governo, mentre riforme annunciate (come quella di un tetto minimo e massimo per i salari) restano inevase.
Per un governo abituato a governare a colpi di maggioranza il rischio è quello di perdere proprio quella maggioranza, alienandosi il consenso di quella parte della classe media e laica che aveva creduto nella capacità di Morsi e dei Fratelli di operare riforme effettive al di là della maggiore o minore prossimità all’Islam dei singoli.

Cosa farà Morsi? Secondo Il Mondo di Annibale:

Il Qatar, sempre più attivo, intende soffiare l’Egitto e la Fratellanza Musulmana al “competitori” sauditi, e mette sul tavolo un prestito di 5 miliardi dollari. L’emiro di soldi ne ha e può farlo. L’interesse è chiaro. Ma 5 miliardi di dollari basteranno? No. Forse aiuteranno Morsi a prender tempo, ma resta necessario l’aiuto finanziario del FMI, e quelli i soldi li prestano in nome delle solite politiche che Morsi non può permettersi.
Le scelte suicide che il FMI pretende in cambio di altri 5 miliardi, privatizzazioni, sgradite ai militari, e liberalizzazione dei prezzi, oggi sovvenzionati. Per i poveri, oggi il 40% del Paese vive con due dollari al giorno, sarebbe una catastrofe.
Morsi a inserire una tassazione progressiva non ci pensa proprio, pensa piuttosto ad allargare la base dei prodotti sottoposti a IVA. Ma è chiaro che questa manovra colpisce più i poveri che i ricchi. Se si eliminassero le sovvenzioni che bloccano i prezzi poi, sarebbe una carneficina.
Il fatto è che il tempo stringe e le elezioni politiche incalzano. Cosa farà Morsi?
L’impressione è che non si sforzerà di pensare a una politica economica, si aggrapperà al prestito del Qatar per prender tempo e negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, quanto meno per non trovarsi costretto a capitolare davanti al Fondo prima delle elezioni e inimicarsi proprio quei ceti meno abbienti ai quali chiede il voto.

Questa la durissima critica all’operato del presidente di Mohamed Elmasry, docente all’Università di Waterloo:

Mentre era intento a prendere il massimo dei poteri, Morsi non ha mai prestato attenzione ai gravissimi problemi economici dell’Egitto. La Banca Centrale ha annunciato di avere una riserva di moneta di 12 miliardi di dollari, quanto basta a coprire gli importi dei soli tre mesi prossimi. La sterlina egiziana sta perdendo velocemente terreno nei confronti del dollaro americano, con un’inflazione del 20%, dal momento che il paese importa il 70% del suo fabbisogno.Il governo Morsi ha richiesto un prestito di 4.8 miliardi al Fondo monetario internazionale (FMI) per coprire il deficit di budget, ma Standard&Poor ha abbassato il rating del credito egiziano a lungo termine di un livello, proprio questa settimana: al ‘B-‘, ossia sei gradini sotto il limite dell’investment grade.
Morsi conta sulla pressione americana nei confronti del FMI e sui paesi del Golfo affinché concedanoall’Egitto tutto quello di cui ha bisogno.
Gli americani sono contenti di Morsi, con la sola clausola che segua i loro “5 comandamenti”: evitare commenti retorici contro Israele; non ristabilire relazioni diplomatiche con l’Iran; supportare i ribelli siriani; ignorare la rivolta civile in Bahrein e non offrire asilo politico al presidente islamista del Sudan.
Morsi non ha ne’ un piano a lungo termine ne’ obiettivi intermedi per rimettere l’Egitto in carreggiata verso lo sviluppo economico e la giustizia sociale (…).
L’Egitto sta affrontando gravi problemi e le risposte di Morsi sono queste: ‘non è colpa nostra, abbiamo ereditato questi problemi e incolpiamo l’opposizione per l’instabilità politica e i media indipendenti per i feedback negativi di questi 6 mesi di governo’.
Secondo le previsioni, non ci saranno terreni agricoli disponibili in Egitto nei prossimi 183 anni a partire da oggi, dal momento che gli egiziani continuano a costruire sui territori arabili lungo il fiume Nilo.

Analisi che però tralascia un dato fondamentale. Dove ha fatto la prima visita il Presidente egiziano Morsi? In Cina. Il risultato più tangibile dell’incontro con Hu Jintao fu l’apertura di una linea di credito dalla Banca cinese alla Banca Nazionale d’Egitto per 200 milioni di dollari. ”5 comandamenti” a parte, il totale degli scambi tra il Cairo e Pechino è salito a 8,8 miliardi dollari nel 2011 mentre quelli con gli USA ammontavano a 8,3 miliardi. Scettica verso le rivolte arabe, Pechino sarà l’asso nella manica di Morsi? Forse, comunque sia, da sola non basterà a sostenere un’economia che al momento non sta sulle proprie gambe.

L’incertezza politica

Se l’economia va male, la politica non se la passa meglio. Dapprima Morsi ha rischiato di inimicarsi la piazza con quel controverso decreto con cui si attribuiva pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione” – benché la vicenda sia stata fraintesa dalla stampa e strumentalizzata dall’opposizione -, poi è stata la volta della nuova Costituzione, approvata con referendum popolare ma che lascia perplessi sotto molti punti di vista.
Le lacune del progetto costituzionale sono evidenziate da OsservatorioIraq. In sintesi, il processo di redazione del testo si è svolto in tutta fretta tra il 22 e il 30 novembre, e la bozza di Costituzione che ne è emersa ha provocato molte divisioni. Non solo. Alcuni articoli della proposta costituzionale sono mal formulati, come quello sul bilancio. Il potere giudiziario viene indebolito in diverse maniere. Non vi è menzione di un meccanismo per la protezione delle donne e delle minoranze religiose. Infine, l’Egitto non è mai stato così confessionale da definire apertamente il sunnismo come la fonte esclusiva della sua tradizione islamica.
Da un lato, la Costituzione stata approvata dal 63,8% dei votanti al referendum confermativo; dall’altro, ha votato solo il 32,9% della popolazione. E non sono mancati gli strascichi polemici, con le fazioni politiche contrarie al progetto costituzionale che hanno presentato ricorso contro i risultati del referendum, a loro dire viziati da evidenti “frodi e violazioni”.
L’Egitto è uscito così dal referendum in uno stato di totale ostilità tra governo e opposizione. Brutto segno in in vista delle prossime elezioni legislative, dove l’incertezza regna sovrana.
In ogni caso, riguardo alla consultazione referendaria erano i numeri dell’affluenza alle urne quelli che preoccupavano Morsi. Dietro la questione del voto, c’erano almeno 20 miliardi di dollari in investimentiSoldi che il Qatar si era detto pronto a versare nelle casse dello Stato egiziano in cambio della nuova Costituzione, e che vanno ad aggiungersi ai quasi 5 miliardi summenzionati.

A proposito: l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani sta ridisegnando il quadro dei complicati equilibri regionali nel Golfo. Non c’è solo il Qatar: tutte le monarchie della penisola arabica sono in qualche modo interessate (leggi: preoccupate) riguardo all’evolversi degli eventi al Cairo. Per una sintesi delle implicazioni geopolitiche, si veda questa analisi di Sultan Sooud Al Qassemi su Osservatorio Iraq. Da leggere dall’inizio alla fine.

La libertà di stampa (che non c’è)

Infine, non mancano le accuse di censura e di repressione del dissenso.
Poche settimane fa il vicepresidente Mahmoud Mekki, che aveva svolto un ruolo di primo piano nei colloqui di unità nazionale, ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico. Ufficialmente, spiegando di “non essere portato per la politica”, sebbene  dalle sue parole emerga una critica velata alle politiche del presidente.
Qualche tempo dopo, il general manager di Al-Arabiya Abdul Rahman al-Rashed, ha denunciato la difficoltà di criticare la Fratellanza Musulmana da parte dei media, dal momento che la trappola ideologica sapientemente costruita dall’organizzazione fa sì che ogni critica nei suoi confronti venga interpretata come una critica all’Islam.

Riassumendo, i giovani di piazza Tahrir sono sempre lì. Ma l’Egitto di oggi non è ancora quello che essi speravano quando la riempirono la prima volta, quel 25 gennaio di due anni fa.

Vincere le elezioni è una cosa, avere la maggioranza per governare è un’altra”. Questa affermazione su Le Monde sintetizza appieno l’ultima tornata elettorale in Israele. Benché i sondaggi della vigilia dessero per certa la vittoria del duo formato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, leader del Likud, in tandem  con l’ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, a capo del partito Yisrael Beiteinu, le urne hanno dato ben altro responso.
Questo il riassunto de Il Post:

La coalizione del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu ha vinto di misura le elezioni che si sono tenute martedì 22 gennaio in Israele. Il suo partito nazionalista liberale Likud insieme conIsrael Beitenu (“Israele, casa nostra”) della destra sionista laica ha ottenuto complessivamente31 seggi in parlamento, un numero molto distante dai 42 previsti dai sondaggi più recenti. Proprio per questo motivo, Netanyahu ha spiegato che cercherà di formare un governo con il più ampio consenso parlamentare possibile, così da avere una certa stabilità politica nei prossimi mesi.
Il partito centrista Yesh Atid (“Qui c’è il futuro”) fondato dall’ex giornalista Yair Lapid ha ottenuto, a sorpresa, 19 seggi ed è quindi il secondo partito di Israele. Ha superato di quattro seggi il Partito Laburista di sinistra che si è fermato a 15 e che nel precedente parlamento ne aveva solo 7. Tra i partiti ultraortodossi lo Shas, che nel 2006 aveva partecipato alla coalizione di governo di Ehud Olmert, ha ottenuto 11 seggi, mentre lo Yahadut Hatorah ne ha ottenuti 7. Tra i partiti di destra si è anche distinto HaBayit HaYehudi (“La casa degli ebrei”) che potrà contare su 11 seggi in Parlamento. Nel centrosinistra il partito Meretz-Yashad ha ottenuto 6 seggi come l’Hatnuah, mentre Kadima si è fermato a 2 seggi. Tra i partiti arabi, la Lista araba unita ha avuto 5 seggi, il partito politico Balad 3 seggi e Hadash 4 seggi.

Nella serata di martedì, Netanyahu ha tenuto un breve discorso per ringraziare gli elettori per avergli dato l’opportunità di guidare il paese per la terza volta. Ha poi spiegato di volersi confrontare con tutti i principali partiti per formare un’ampia e, per quanto possibile, solida coalizione di governo.

Per i risultati ufficiali e per avere un quadro completo del prima, durante e dopo elezioni, si veda il blog Falafel Café.
Il significativo arretramento della coalizione Likud-Beytenu esprime un messaggio chiaro: il Paese non vuole la svolta a destra. Ma ora è spaccato a metà. Se la maggioranza ideale per un governo stabile dovrebbe poter contare su 70 o 72 seggi, è evidente che, per ottenerla, Netanyahu potrebbe cercare l’aiuto dei partiti di centro come Kadima e Yesh Atid. Lettera 43 ipotizza i prossimi scenari.

Come spiega un esito così imprevisto? Secondo Globalist::

queste elezioni hanno avuto un esito diverso da quello che molti commentatori e analisti davano invece per scontato: non solo per il risultato finale, ma anche per l’affluenza al voto, la più alta degli ultimi anni.
Un aspetto che ha sorpreso molti e che sembra l’indice di un Paese in cerca di un’alternativa all’immobilismo che – a giudizio di alcuni – ha segnato le stagioni più recenti. E non solo in politica estera ma anche in quella interna, dove i morsi di una crisi crescente hanno indebolito la classe media e portato nelle piazze la gente sempre più in difficoltà con il caro vita. Una denuncia e un malcontento che Lapid ha saputo intercettare, cavalcando la speranza di una qualche svolta. Adesso il pallino è nelle mani del vecchio presidente Shimon Peres: dovrà affidare l’incarico, e non potrà esimersi dallo scegliere in prima battuta Netanyahu. Ma la strada per il premier in pectore appare tutt’altro che in discesa.

Linkiesta la vede così: Israele è stanca di avere la questione sicurezza al primo posto dell’agenda. Con il successo dell’ex giornalista tv Yair Lapid, la classe media trova una voce: più attenzione per l’economia e meno privilegi per gli ultraortodossi:

La tendenza Lapid era individuabile per le strade, ma non nei sondaggi. Lapid è uno scatto d’orgoglio della classe media israeliana. È stanca della gestione oltranzista dei rapporti internazionali, tanto da – ormai – ignorarla. Si preoccupa delle questioni economiche, e non riesce a comprendere come un paese in forte crescita come Israele non sia in grado di garantire la sopravvivenza della media borghesia, tanto da costringere il governo a tagli della spesa draconiani e a nuove tasse. Il governo è sempre sembrato più preoccupato delle richieste degli ultra-ortodossi, che di affrontare la questione abitativa: il paese negli ultimi cinque anni ha subito il terzo maggior aumento mondiale nei costi immobiliari, dopo Cina e Hong-Kong.
Il premier Netanyahu aveva compreso che la batosta era nell’aria: 31 seggi sono un disastro. Insieme ai nazionalisti di “Yisrael Beiteinu”, il partito di Avigdor Lieberman, alle elezioni del 2009 aveva ottenuto 42 deputati. Il 25 ottobre aveva annunciato la fusione tra i due partiti di governo, ma i risultati sperati non sono arrivati. Ha provato a cambiare le carte offrendo una posizione “last minute” come ministro delle Finanze alla “stella nascente” del Likud Moshe Khalon, ma non è servito. Khalon è un personaggio di buon richiamo per la classe media perché da ministro delle Comunicazioni era riuscito ad abbassare di molto i costi delle telefonia, ed alcuni mesi fa aveva misteriosamente dichiarato di voler lasciare il governo.
Così, tariffe dei cellulari a buon mercato hanno potuto poco contro le idee di Lapid, portavoce del sentimento borghese. Lapid vuole prendere di petto la questione degli ultra-ortodossi: sono 700.000 persone, figliano a raffica, e di quelli in età da lavoro il 60% sceglie la disoccupazione. Nelle loro scuole non s’insegna la matematica e l’inglese, e soprattutto il pensiero critico: sono viste come “centri di programmazione mentale” per essere costretti a far parte tutta la vita di una sorta di setta religiosa. Mantenere gli ultra-ortodossi in esplosione demografica costa allo stato oltre un miliardo di euro l’anno.

Per approfondire la figura di Yair Lapid, ex giornalista e più che mai astro nascente della politica israeliana, si veda su Internazionale e Lettera43.

Il dato di fondo è questo. In un’elezione dove tutti si proclamano vincitori, il vero sconfitto è proprio il premier uscente Netanyahu. Globalist:

Netanyahu ha fallito clamorosamente. Infatti in Israele si è votato non per decorrenza della legislatura, o per crisi di governo, ma perché il premier ha sciolto la Knesset, alla ricerca di una maggioranza ancor più ampia di quella che aveva. Il risultato? Calo vertiginoso del suo partito, nascita di una destra estrema, ancor più estrema di lui, tenuta degli utraortodossi, alleati odiati, e soprattutto vittoria di un centro tumultuoso e nuovo, guidato da un giovane giornalista televisivo, Lapid, che da zero arriva a 19 seggi in un colpo solo. La fine del re non poteva essere più amara.
Ha fatto la sua guerra pre-elettorale a Gaza, ha portato al calor bianco le relazioni con la Casa Bianca, ha sfidato i giovani della protesta di piazza, invaso la Cisgiordania di colonie, ha pensato leggi incredibili ai danni dei cittadini di etnia araba d’Israele, in partenariato con il suo ministro degli esteri, ha avuto il pieno sostegno bellicista del leader laburista che in virtù di questo ha ridotto il suo partito ai margini della politica, poi ha sciolto il Parlamento. E ha perso ben 9 seggi su 120, pari a una percentuale molto vicina all’8% dei voti!.

Nel discorso della vittoria (?) pronunciato a Tel Aviv, il premier ha dichiarato che cercherà di costruire una coalizione più ampia possibile ma che non rinuncerà all’idea di un governo forte per contrastare la minaccia del nucleare iraniano e risolvere i problemi economici interni. Come se la retorica anti-iraniana possa ancora avere un senso, visto che la debolezza del terzo governo Netanyahu si rifletterà proprio sulla linea da adottare nei confronti di Teheran, oltreché del processo di pace con i palestinesi.
L’era post Netanyahu comincia oggi.

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