Anche la Cina alle prese con la minaccia jihadista

Contrariamente a quanto si pensi, il fondamentalismo islamico non rappresenta un pericolo solo per gli Stati Uniti e l’Occidente: anche la Cina deve fare i conti con questa minaccia.

Il 1° marzo, presso la stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia dello Yunnan, otto uomini armati di coltelli si sono scagliati contro la folla, compiendo in pochi minuti una strage: 33 morti e 143 feriti. L’agenzia di stampa Xinhua lo ha definito l’11 settembre della Cina. Alcuni mesi prima, precisamente il 28 ottobre, nella celeberrima piazza Tienanmen, a Pechino, una jeep si è lanciata a tutta velocità contro i passanti che si trovavano di fronte all’ingresso principale della Città Proibita, provocando la morte di cinque persone (i tre attentatori e due turisti). In un primo momento si era parlato di un attentato legato alla repressione cinese in Tibet, ma nei giorni seguenti la polizia ha arrestato cinque sospetti militanti islamici di etnia uigura.

Pechino gli uiguri, una convivenza difficile

Su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, la Cina conta circa 20 milioni di musulmani: meno del 2% della popolazione. Tra essi primeggiano proprio gli uiguri, un popolo concentrato nella regione dello Xinjiang. Attualmente costituiscono uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dal governo cinese: nonostante ci sia incertezza sui numeri, si può ragionevolmente supporre che 8 milioni circa risiedano in patria e 3 milioni all’estero.

Lo Xinjiang – “Nuova frontiera” in lingua cinese – comprende gli aridi deserti occidentali del Paese. Molti fattori ne indicano il forte collegamento con l’Asia centrale: cultura, economia, lingua e religione. Gli uiguri sono infatti una popolazione di stirpe mongola, turcofona e musulmana. Secondo la storiografia cinese contemporanea, lo Xinjiang rappresenta una inalienabile parte della Cina da più di un millennio, ma la sua conquista definitiva è avvenuta solo nel 1759. In seguito, nella regione si istituì un governo integrato nel sistema imperiale cinese e cominciò una massiccia immigrazione di funzionari e lavoratori Han da ogni parte del Paese. Un processo d’integrazione che avrebbe conosciuto un punto di svolta con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese da Con e le riforme di Mao Zedong. In analogia alle politiche etniche già attuate in Unione Sovietica, volte a spezzare l’omogeneità culturale, religiosa e storica delle minoranze interne con le popolazioni turche stanziate in Asia Centrale, l’identità uigura venne definitivamente codificata in una serie di provvedimenti legislativi, la cui attuazione venne affidata ai funzionari locali inviati dalla capitale. Continua a leggere

In America Latina tutti vogliono un canale alternativo a Panama

Poco meno di un mese fa, parlando degli interessi cinesi in aree del mondo tradizionalmente appannaggio degli Stati Uniti, scrivevo:

Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversiconsentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

L’azienda in questione, concessionaria del progetto nonché della gestione del canale per i prossimi cinquant’anni, si chiama Empresa Desarrolladora de Grandes Infraestructuras Sa. ed è presieduta da un tale Wang Jing. Personaggio oscuro, di cui si sa ben poco, ma che per quanto riguarda il canale fa sul serio. In una conferenza stampa ha spiegato di avere in caldo un piano di investimento da 40 miliardi di dollari per realizzare l’opera entro sei anni.

L’accordo tra il Nicaragua e la compagnia prevede che questa paghi 10 milioni di dollari all’anno al governo durante i primi dieci anni e una percentuale dei profitti legati al traffico sul canale – un iniziale 1% e poi a crescere, fino ad una percentuale non ancora precisata – in seguito. Alla scadenza della concessione, la gestione del canale delle relative infrastrutture sarà trasferita al Paese latinoamericano.

Il canale che il Nicaragua – uno degli Stati più poveri dell’America Latina – intende costruire con l’aiuto dei cinesi non manderà certo in pensione quello di Panama, ma secondo i costruttori sarà in grado di attirare il 4,5% del commercio marittimo mondiale. Per il Paese i vantaggi saranno notevoli: si prevedono 40.000 posti di lavoro e il raddoppio del PIL in virtù dei traffici legati al canale, almeno in teoria.

Alzando lo sguardo, un’opera così sontuosa non poteva non trovare un ampio fronte di opposizione. Il Nicaragua non è l’unico Paese in America centrale che aspira a fare concorrenza a Panama: Guatemala e Honduras sostengono di avere alternative migliori – purché messe in pratica con i soldi di Pechino, ovviamente. Dall’altra parte, gli USA e lo stesso Panama guidano il fronte del no.

Oggi l’analista Maurizio Stefanini approfondisce la questione su Limes esaminandone le ripercussioni dal punto di vista geopolitico:

Di un canale del Nicaragua alternativo a quello di Panama si parla da diverso tempo, e la sua possibile realizzazione è stata già motivo di contenziosi sia con il Costa Rica sia con la Colombia.

Ortega ha cercato di appianare le possibili obiezioni degli Stati Uniti invitando Barack Obama durante il suo ultimo viaggio in America centrale a far investire anche gli imprenditori statunitensi nel progetto insieme ai cinesi; presumibilmente ne hanno parlato anche Obama e Xi Jiniping. È significativo che solo dopo i due incontri – tra Ortega e Obama e tra quest’ultimo e Xi Jinping – e il successivo viaggio in Nicaragua del sottosegretario Usa per l’America Centrale Liliana Ayalde, il progetto sia stato presentato ai deputati.

Quando si iniziò a parlare del progetto, si era diffuso un certo allarme legato a un possibile “complotto” Russia-Cina-Iran-Venezuela per costruire un’alternativa a Panama; questa alternativa, si disse, sarebbe servita soprattutto a Chávez per dirottare verso Pechino il tradizionale export di petrolio con destinazione Usa. Ma Chávez non c’è più, Maduro sta provando a riannodare le relazioni con Washington, anche in Iran ci sono venti di cambiamento, la Cina è già sbarcata alla grande in America Latina e comunque la principale preoccupazione di Ortega sembra soprattutto quella di far soldi.

Preoccupate sono anche Costa Rica e Colombia. In particolare, dopo il voto dell’Assemblea Nazionale, Noemí Sanín, ex ministro degli Esteri colombiana (nonché ex candidata presidenziale ed ex ambasciatore a Londra, Madrid e Caracas) ha ricordato che tra i giudici del Tribunale dell’Aja che lo scorso 19 novembre avevano dato un responso particolarmente favorevole al Nicaragua in una storica disputa sul confine marittimo tra i due paesi c’era anche la cinese Xue Hanqin; a questo punto il conflitto di interessi darebbe il diritto alla Colombia di chiedere una revisione. Infatti, proprio le acque che la Corte ha assegnato al Nicaragua sarebbero necessarie a costruirvi il canale “cinese”.

Da Panama, Alberto Alemán Zubieta, l’ex amministratore del canale quando l’amministrazione fu trasferita dagli Usa al governo locale il 31 dicembre 1999, definisce il progetto nicaraguense “dispendioso e inutile”. A proposito di conflitti di interessi, forse neanche in questo caso si tratta di un critico propriamente al di sopra delle parti.

Il traffico nell’Istmo è abbastanza importante da spingere non solo all’ampliamento del canale di Panama e alla realizzazione del canale del Nicaragua, ma anche alla creazione di “canali secchi”. Il 13 giugno, durante la sua visita a Taiwan, il presidente del Guatemala Otto Pérez Molina ha infatti confermato l’intenzione di realizzare un gasdotto, un oleodotto, una strada ad alta velocità e una ferrovia lunga 390 chilometri che unisca i due oceani, spiegando che tutto il progetto si trova “a uno stadio molto più avanzato rispetto al canale del Nicaragua”. Al progetto che costerebbe 10 miliardi di dollari parteciperebbero Venezuela, Cina e l’imprenditoria salvadoregna. Jorge Arriaza, direttore esecutivo della Asociación Salvadoreña de Industriales (Asi), ha detto di sperare in una sostanziosa riduzione dei costi del commercio con l’estero.

Giusto una settimana dopo, il 20 giugno, il presidente dell’Honduras Porfirio Loboha annunciato che la cinese Harbour Engineering Company Ltda. sarebbe interessata a investire 20 miliardi per una ferrovia di 600 chilometri tra Atlantico e Pacifico e che l’accordo sarà firmato l’8 luglio. Questo progetto, da realizzare in 15 anni, sarebbe accompagnato dalla costruzione di due porti, una raffineria, un oleodotto, un cantiere e la posa di cavi in fibra ottica, creando 300 mila posti di lavoro. Anche Costa Rica e Colombia sarebbero interessati a progetti del genere.

Cina, il miracolo economico è ufficialmente finito

Per anni la stampa di mezzo mondo ha celebrato i grandi numeri dell’economia cinese. Dalle riforme di Deng Xiaoping, avviate nel 1979, Pechino ha conosciuto quasi 35 anni di crescita pressoché ininterrotta. Si diceva che il PIL cinese avrebbe toccato quota 123 trilioni di dollari entro il 2040. Nel 2009, quando la crisi metteva al tappeto sia Europa che USA, su Twitter si leggevano proclami del tipo: “1949: solo il socialismo può salvare la Cina. 1979: solo il capitalismo può salvare la Cina. 1989: solo la Cina può salvare il socialismo. 2009: solo la Cina può salvare il capitalismo“-
Certo, di tanto in tanto il Dragone mostrava qualche scricchiolio, ma la maggioranza degli economisti insisteva sempre che si trattasse di cali momentanei, e che in poco tempo i numeri di Pechino sarebbero tornati a stupire, come puntualmente accadeva. E poi, si diceva, male che vada la Cina cadrà in piedi.
Altri tempi. Oggi la corsa cinese pare essersi definitivamente fermata.

In maggio l’indice delle attività manifatturiere cinesi ha segnato, per la prima volta da sette mesi, un calo sotto la soglia dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione a causa della diminuzione degli ordini.
Nello stesso mese  le esportazioni hanno segnato il tasso di crescita annuale più basso in quasi un anno all’1%, con i flussi sia verso gli Stati Uniti sia verso l’Europa – i primi due mercati della Cina – in discesa per il terzo mese consecutivo. Anche le importazioni sono diminuite dello 0,3%, contro attese di un aumento del 6%, poiché il volume di molte spedizioni di materie prime è sceso rispetto a un anno prima.
Di fronte a tanti indici che scendono, ad aumentare sono solo i timori di un ulteriore rallentamento della crescita nel secondo trimestre e di un ulteriore taglio delle stime per l’intero anno. Tirando giù anche le borse.

Dopo lunghi periodi di sviluppo con tassi a doppia cifra, la dura realtà ci mostra una locomotiva asiatica che rallenta a vista d’occhio: negli ultimi 3 anni il segno più è passato dal 10,4% del 2010 al 9,3% del 2011 per arrivare al 7,8% del 2012, il dato più basso da 13 anni a questa parte. E le stime vengono costantemente riviste all’ingiù: anche in questo 2013 la Cina crescerà meno di quanto previsto, ossia “solo” del 7,7% a fronte dell’8,4% sperato.
Secondo uno studio, la crescita potrebbe arrestarsi del tutto a partire dal 2015, quando il calo della popolazione in età lavorativa – conseguenza della scellerata politica del figlio unico – e l’aumento del tasso di dipendenza dovrebbero portare a un calo del tasso di risparmio. Sempre ammesso che in termini reali non sia già prossima allo zero già oggi.

Secondo il prof. Gordon G.Chang, editorialista di Forbes, questi dati non sono credibili. In un articolo pubblicato sul volume 6/12 (“Usa contro Cina”) di Limes, Chang ricorda che, storicamente, il dato della produzione di energia elettrica ha sempre superato quello della crescita del PIL. Considerato che nel 2012 l’aumento medio mensile di produzione elettrica è stato del 2,1%, se ne deduce che lo scorso anno la crescita cinese potrebbe essersi quasi fermata. Lo stesso dato sull’energia elettrica potrebbe essere stato gonfiato per per apparire il quadro più roseo di quanto non sia.
Inoltre, Chang ricorda che a settembre 2012 l’indice composito delle attività manifatturiere – definito il termometro dell’economia nazionale – si è contratto per l’undicesimo mese consecutivo, mentre l’indice dei prezzi alla produzione nello stesso mese ha segnato un -3,6%. Dati preoccupanti, perché, ricorda l’esperto, deflazione e crescita raramente vanno a braccetto.
Inoltre, i profitti delle imprese di Stato, più difficili da contraffare dei dati sul PIL, sono calati del 11,4% nei primi nove mesi del 2012.
I tempi in cui Pechino veniva invocata come salvatrice del capitalismo sembrano un lontano ricordo.

Nel 2009 la Cina ha attraversato quasi immune la tempesta finanziaria globale attraverso un programma di stimolo economico da 1,1 mila miliardi di dollari – iniettati nel sistema direttamente o indirettamente, tramite le banche – in un’economia che all’epoca valeva 4,4 mila miliardi. Ancora oggi gli investimenti pubblici costituiscono il primo pilastro della crescita di Pechino. Che tuttavia ha i suoi inconvenienti.
In primo luogo l’inefficienza della spesa: in Cina ci vogliono sette yuan di investimenti per crearne uno di PIL. Insomma l’economia cinese si basa in gran parte su investimenti interni senza ritorno, che ne gonfiano artificiosamente i numeri.
Da anni si sa che la crescita cinese è “drogata” dal settore immobiliare. In Cina ci sono milioni di  caseaeroporti e addirittura intere città completamente vuoti. Se da un lato rimpinza l’economia interna con grandi numeri e posti di lavoro, dall’altro impedisce alla Cina di compiere il grande salto verso le produzioni ad alto valore aggiunto, crea diseguaglianza sociale (attraverso la speculazione edilizia e la corruzione a essa strettamente legata) e devasta il territorio.

In secondo luogo, c’è il crescente indebitamento, soprattutto delle amministrazioni locali. Oggi, secondo i calcoli dell’economista Larry Lang, il debito consolidato (Stato centrale + amministrazioni periferiche) potrebbe aver toccato quota 200% in rapporto al PIL. In Cina, secondo Lang, ogni provincia è una Grecia.
L’agenzia di rating Fitch deve averlo capito, tanto che lo scorso 9 aprile ha declassato il debito di Pechino da AA- ad A+. Il 19 giugno anche Moody’s ha lanciato un avvertimento in tal senso.
Non è il debito estero a essere in questione, quanto una serie di “debolezze strutturali di fondo” che ne mimano la stabilità. E i segnali di una crescente difficoltà circa la tenuta del debito cominciano a farsi evidenti.

In terzo luogo, quella immobiliare non è l’unica bolla che tiene a galla il Paese. L’espansione economica di Pechino, infATTI, è sorretta da una rapida espansione del credito frutto di un sistema bancario ombra che sta raggiungendo dimensioni ipertrofiche. Una bolla creditizia, dunque, aggravata dall’eccessiva libertà con cui le autorità centrali manipolano i tassi. Probabilmente perché non hanno la più pallida idea di cos’altro fare.
Nonostante la decelerazione della crescita, nel primo trimestre di quest’anno i prestiti bancari sono aumentati del 60%, mentre l’aggregato monetario M2 (l’offerta totale di moneta nel quadro dell’economia di un Paese, compreso il denaro depositato presso le banche) è aumentato del 15,8%. Ossia livelli record per entrambi i parametri.
Aumentando i prestiti non si stimola la crescita economica. Comunque arrivino i soldi, non tornano più indietro. Eppure l’espansione creditizia prosegue, semplicemente perché non può fermarsi senza correre il rischio di far capitolare il sistema.
Interessante che nel 2012 la Cina entrare nel mondo dei covered bond, ufficialmente per mitigare gli effetti della caduta dei prezzi degli immobili e quelli del debito pubblico degli enti locali, di fatto – almeno secondo diversi operatori finanziari – per permettere alle banche cinesi di sbarazzarsi di tutti i crediti deteriorati che hanno in portafoglio.

Le speranze riguardo ad una possibile ripresa del Dragone sono pressoché nulle per due ragioni. La prima è che delocalizzare in Cina non conviene più: sempre più spesso, le aziende straniere decidono di chiudere i propri stabilimenti a Shenzhen o Shanghai per aprirne altri in Vietnam o nelle Filippine, dove il costo del lavoro è più basso. Chiudendo le fabbriche, scende la produzione manifatturiera, per trent’anni pilatro del miracolo di Pechino.
La seconda è legata al profilo demografico del Paese, così come è stato plasmato dalla trentennale politica del figlio unico. Quando le riforme di Deng aprirono la strada alla crescita, l’economia poteva avvalersi dell’aumento della forza lavoro garantito da una forte rendita demografica. Oggi, invece, la popolazione non cresce più. Al contrario, comincerà a contrarsi entro un decennio, forse già nel 2020. Secondo le stime del governo, nel 2016 la Cina dovrebbe toccare il picco della forza lavoro. Dovrebbe, perché vari indizi suggeriscono che il picco sia stato già raggiunto nel 2010. In parole povere, tra non molto ogni singolo lavoratore cinese porterà sulle spalle due genitori e quattro nonni. Se la demografia ha il suo peso, nel caso della Cina si tratterà di una zavorra.
In conclusione, i problemi della Cina, a lungo mascherati da controverse forme di “cosmesi” economica, sociale e politica, cominciano ad avvitarsi su se stessi.

Per sapere tutto sulla bolla speculativa cinese si veda anche questo post sul blog dell’economista Jesse Colombo, costantemente aggiornato.

La strana tempistica del caso Prism

A volte il destino gioca davvero dei brutti scherzi. Lo scandalo Prism (“Datagate” è un neologismo adottato solo dalla stampa italiana), al di là dei pur considerevoli risvolti sulla privacy dei cittadini, comporta altresì delle rilevanti implicazioni geopolitiche.
Per comprenderle, basta dare un’occhiata a un paio di coincidenze quanto meno sospette. Una porta fino in Cina, l’altra in Europa.

La prima

Le rivelazioni di Verax, al secolo Edward Snowden, ex membro della CIA attualmente impiegato della Booz Allen Hamilton (una delle aziende che producono e gestiscono i sistemi di intercettazione usati dall’intelligence Usa) presso l’Nsa Regional Security Operations Center di Kunia nelle Hawaii, sono giunte a pochissimi giorni dal vertice in California tra Obama e il presidente cinese Xi Jinping, in cui uno degli argomenti in programma erano i (presunti?) atti di cyberspionaggio di Pechino contro interessi statunitensi.

Nelle settimane precedenti, si erano diffusi articoli, inchieste ed anche un dossier governativo sui furti di dati e tecnologia sensibili attuati per via informatica e attribuiti ad hacker cinesi. Elementi funzionali alla strategia del presidente Obama, che puntava ad ampliare il proprio margine negoziale nei confronti del suo omologo.

La pubblicazione delle attività di cyberspionaggio condotte dalla NSA ha però oscurato le notizie sulle azioni cinesi nello stesso campo. È evidente che la pubblicazione di questi documenti ha indebolito la posizione di Obama proprio alla vigilia di un incontro in cui il presidente si apprestava a chiedere conto a Xi Jinping delle operazioni di cyberspionaggio e di cyberwarfare cinesi.

Inoltre, è singolare che, al momento delle sue rivelazioni, Edward Snowden si trovasse (ora non più) a Hong Kong, entità autonoma della Repubblica Popolare Cinese con cui gli USA hanno siglato un accordo di estradizione. L’ex agente CIA, che ha spiegato che le sue azioni sono motivate da considerazioni di carattere etico, potrebbe dunque essere arrestato e spedito negli States dove subirebbe un processo.
I profili giuridici della vicenda sono analizzati dal Time: l’art. 19 della Legge Fondamentale di Hong Kong (una sorta di Costituzione della Regione Amministrativa Speciale) protegge l’indipendenza del sistema giudiziario dalle interferenze di Pechino; tuttavia la Corte d’Apello di Ultima istanza della città potrebbe richiedere una reinterpretazione della norma al Congresso del Popolo di Pechino, passando il cerino all’autorità centrale.

Più complessi i risvolti politici.

Una richiesta di estradizione metterebbe Obama in un serio imbarazzo. Dopo aver oiù volte cercato di pungolare la Cina sul tema dei diritti umani (si veda il caso Chen Guangcheng dello scorso anno) e della libertà d’espressione, ora l’America “baluardo” della libertà potrebbe chiedere a all’autocratica Pechino la consegna di un uomo, colpevole di aver agito proprio in nome della libertà.

Il tutto mentre è in corso il processo nei confronti di un altro celebre whistleblower, quel Bradley Manning artefice dello scandalo Wikileaks.

La seconda

Come nota Le Monde, tradotto da Presseurop, il dossier Prism è solo l’ultimo dei molti incidenti occorsi tra USA e UE su privacy e sorveglianza, dovuti soprattutto all’inettitudine di un’Europa sistematicamente in ritardo sugli avvenimenti e dotata di una capacità di azione limitata. Episodi simili erano gà avvenuti in passato.

Non solo all’interno della UE. E’ emerso, ad esempio,  che nel 2007 la NSA avrebbe incastrato un banchiere svizzero per ottenere “informazioni bancarie segrete”.

Preoccupata dagli ultimi sviluppi, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha promesso di fare pressione su Obama per apprendere i dettagli del programma in occasione del vertice di Berlino della prossima settimana.

C’è però un fatto.

Nel mese prossimo è previsto l’avvio dei negoziati commerciali per creare un’area di libero scambio tra Europa e USA. Il caso vuole che, in vista dell’inizio delle trattative, le compagnie tecnologiche e finanziarie americane abbiano fatto pressione per ottenere un allentamento delle restrizioni sulla condivisione dei dati tra le due sponde dell’Atlantico. Secondo il Financial Times, anche qui tradotto da Presseurop:

L’anno scorso Bruxelles ha presentato una bozza di legge sulla protezione dei dati che concederebbe ai legislatori Ue il potere di rafforzare le leggi sulla privacy. Le compagnie Usa si oppongono a molte di queste misure per timore di un danno ai loro affari. La legislazione Ue sulla privacy deve ancora essere approvata dagli stati membri e dal Parlamento europeo, e gli Stati Uniti sperano ancora di annacquare la proposta attraverso i negoziati sull’accordo commerciale.

La conclusione, secondo il quotidiano britannico, è che lo scandalo potrebbe aumentare le divergenze tra USA e UE in merito alla protezione dei dati che avrebbero dovuto essere affrontate durante il negoziato.

Così la Cina sta accerchiando l’America

“È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne”, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la “noia” lamentata da Halevi, bensì il fatto che l’economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione. Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell’incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.

Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su Foreign Policy, tradotto da Linkiesta, l’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l’interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno eroso la fiducia reciproca. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.

Ciò che nell’articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un netto squilibrio verso Pechino. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l’intransigenza cinese sul da farsi in Siria.

Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington.

Alla stampa italiana – ma non a Limes- è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in America Centrale. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (Trinidad & Tobago, Costa Rica e Messico) siano tutti politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti, e che appena il mese scorso il presidente Obama sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente Biden ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell’arrivo di Xi.
Limes nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un chiaro messaggio alla Casa Bianca:

Il pivot to Asia di Obama sta creando una rete economico-politico-militare di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l’area d’influenza di Pechino.
ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L’America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l’Asia Orientale.

C’è dell’altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversi, consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.

La Cina vuole il petrolio del Canada, quello dello Stato dell’Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea Keystone XL contro cui Obama si è battuto – senza successo – in Congresso. Il primo passo di questo “accaparramento di petrolio”  è stata l’acquisizione della compagnia canadese Nexen per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.
Finora la maggioranza repubblicana al Senato – la quale ha l’acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil – ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: se quel petrolio non andrà all’America, sarà la Cina ad acquistarlo. L’economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l’ambiente.
Infine, con il recente ingresso – con lo status di osservatore – della Cina nel Consiglio Artico, l’influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.

Fino all’11 settembre l’America aveva tentato di contenere l’ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l’indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La Cina, al contrario, nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall’economia, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall’altra parte l’azione diplomatica di Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in Nord America, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se la guerra, sosteneva il  il generale von Clausevitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l’economia rispetto alla guerra. Non c’è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un’oculata strategia di politiche economiche e commerciali. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l’Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. Una guerra di fatto c’è già. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.
In conclusione, se lo scopo del pivot to Asia avviato da Obama due anni fa era quello di contenere la Cina, ora l’America rischia di scoprirsi “contenuta” a sua volta.

A differenza di Bruxelles Berna riconosce la Cina come economia di mercato

A tre anni dall’inizio dei negoziati, Cina e Svizzera hanno deciso di siglare un trattato di libero commercio.

Ciò è possibile perché, a differenza dell’Unione Europeariconosce la Cina come un’economia di mercato; di conseguenza, non deve imporre le barriere decise da Bruxelles.

Secondo Linkiesta:

Né a Bruxelles, né a Berlino, e neppure a Londra – è la Svizzera che il primo ministro cinese Li Keqiang ha scelto per la sua prima visita in Europa. Nella capitale tedesca si è recato subito dopo; nella capitale comunitaria non ci pensa nemmeno, per il momento, a causa della larvata guerra commerciale che si sta combattendo nell’industria delle telecomunicazioni e in quella dei pannelli solari

Se Li ci ha passato due giorni – un tempo considerevole per un leader, François Hollande in Cina ad aprile ha trascorso meno di 24 ore – è anche perché la Svizzera sembra essere meglio preparata che altri paesi a cogliere i frutti della globalizzazione. Nel 2012 le esportazioni svizzere verso la Cina hanno raggiunto 26,3 miliardi di dollari, 2.800 dollari per abitante. L’acquisto della società di orologeria Corum (130 persone e 140 milioni di franchi di fatturato) da parte del gruppo China Haidian è stata ben accolta, anche se è ben poca cosa rispetto a ciò che le multinazionali svizzere realizzano in Cina: a fine 2011 occupavano quasi 191mila persone, in aumento di 80mila unità rispetto al 2007.
Non sorprende che sia ormai prossima la firma del primo accordo di libero scambio tra la Cina e un grande paese occidentale (o quantomeno più grande che l’Islanda, con cui l’accordo è stato firmato in aprile).

Secondo Ticino News, l’area di libero scambio potrebbe essere il primo passo per rendere la Svizzera la piattaforma finanziaria delle attività internazionali delle grandi imprese cinesi:

Ma c’è un aspetto che è stato sottovalutato nei commenti alla visita in Svizzera del primo ministro Li Keqiang e che potrebbe aprire prospettive ancora più allettanti per il nostro Paese. Il Governo cinese sta infatti lentamente liberalizzando il proprio mercato finanziario e soprattutto sta cercando di internazionalizzare la propria valuta, che finora non è convertibile. La possibilità di operare in renminbi è stato finora concessa a Hong Kong e prossimamente verrà concessa anche a Singapore. Non è escluso (anzi, direi molto probabile) che questo processo continui e che la Svizzera possa essere il primo Paese a poter operare con la moneta cinese. Ciò porterebbe al trasferimento in Svizzera di importanti attività finanziarie di molte imprese cinesi ed occidentali con un conseguente rilancio della piazza finanziaria elvetica. In altri termini, il nostro Paese potrebbe diventare la piattaforma finanziaria cinese nel campo commerciale e anche degli investimenti diretti in Europa.

Inoltre, a riprova dei crescenti legami commerciali tra i due Paesi, il 30 maggio la consigliera federale e Ministro dei Trasporti Doris Leuthard, in vista di lavoro in Cina, ha firmato due accordi che prevedono una maggiore collaborazione nei settori dei trasporti e delle foreste. Nel corso della giornata ha incontrato diversi ministri cinesi negli ambiti di sua competenza.

Il trattato potrebbe avere delle ricadute anche nei confronti dell’Unione Europea.

Secondo Limes, la tempistica dell’accordo sino-elvetico è tutt’altro che casuale:

L’Ue, infatti, si appresta ad imporre dei dazi all’importazione sui pannelli solari prodotti dalle aziende cinesi, accusate di praticare il dumping (la vendita sotto costo).
La proposta era stata avanzata il 9 maggio scorso dal commissario del Commercio Europeo Karel De Gucht e prevederebbe una tassa pari al 47% del valore del prodotto. Bruxelles ha tempo fino al 5 giugno per applicare o no il dazio per un periodo di prova di 6 mesi. L’eventuale decisione di applicare permanentemente il provvedimento verrebbe presa a dicembre.
I membri dell’Ue non sono d’accordo sul da farsi. Secondo l’agenzia Reuters, infatti, 15 paesi sarebbero contro il provvedimento antidumping. La Merkel, che sa bene quanto sia importante il mercato cinese per le aziende tedesche, ha affermato che farà tutto il possibile affinché il provvedimento non diventi permanente. Francia e Italia invece, che desiderano proteggere le rispettive industrie nazionali, si sono schierate a favore del dazio.
L’applicazione permanente del provvedimento antidumping taglierebbe le gambe alla Cina in un settore dove l’export in Europa le frutta circa 21 miliardi di euro. Una cifra sufficiente a spiegare la risolutezza delle parole di Zhong Shan, rappresentante per il commercio internazionale di Pechino: “in caso dell’applicazione di leggi protezionistiche contro i pannelli solari cinesi prenderemo provvedimenti per difendere l’interesse nazionale”.

Cina e India, insieme per forza

Nei giorni scorsi premier cinese Li Keqiang si è recato in visita a Delhi per risolvere la questione dello sconfinamento dell’Esercito di Liberazione del Popolo (Pla) di circa 20 chilometri oltre la Line of actual control (Lac) che separa i due Paesi sull’Himalaya.

Dall’incontro tra il primo ministro di Pechino e il suo omologo indiano, Manmohan Singh, è scaturita una dichiarazione congiunta che impegna India e Cina ad affrontare con minor belligeranza le dispute territoriali sull’Himalaya, allo stesso tempo intensificando il commercio e gli investimenti congiunti.
Il documento, redatto in otto punti,  si concentra sul miglioramento delle transazioni economiche e dell’import-export fra i due Paesi. Si parla di un possibile interscambio, entro il 2015, di 100 miliardi di dollari rispetto ai 66,5 miliardi del 2012. E’ emersa anche la disponibilità da parte della Cina ad aprire maggiormente i mercati ai prodotti indiani. Le complementarietà tra le due economie sono reali: se di Pechino è la potenza industriale, è altrettanto riconosciuta l’importanza dell’India come esportatrice di derrate agricole ma anche prodotti avanzati come software.

Gli altri punti prevedono l’incremento delle traduzioni reciproche di classici letterari, l’accordo sul pellegrinaggio Kailash Mansarovar Yatra, che prevede la visita da parte di devoti indiani ad alcuni templi tibetani e, tema caro all’India, la promessa cinese di inviare quotidiane informazioni all’India sul livello delle acque nel fiume Brahmaputra, che nasce in Tibet (dove è chiamato Yarlung Zangpo) e che sarà presto parzialmente bloccato da tre nuove dighe in costruzione dal lato cinese. Aspetto che lascia però in sospeso la richiesta indiana di creare una «commissione sull’acqua» fra India e Cina, ma che crea maggiore comunicazione fra i due partner.

Tuttavia le reciproche diffidenze permangono, così come le divergenze geopolitiche e strategiche.

Come nota Giorgio Cuscito su Limes, malgrado gli accordi economici i due Paesi rimangono rivali strategici. M

ettendo da parte le tensioni storiche, Li e Singh hanno tranquillizzato l’opinione pubblica e confermato la volontà di entrambi i governi di risolvere il problema dei confini tramite il dialogo.

Gli interessi economici hanno pertanto stroncato sul nascere nuove tensioni tra i due giganti.

Tuttavia sul piano strategico le parti restano distanti, se non altro nel rapporto con gli USA e per il fatto che la Cina è uno storico alleato del Pakistan, nemico di Delhi per antonomasia. Pertanto è improbabile che il consenso tra i due Paesi vada oltre la stretta collaborazione economica.

Tra le cause di tensione latente tra le due nazioni c’è l’acqua, più ancora dell’energia – che pure i due Paesi si contendono in Medio Oriente come nel resto del mondo. I grandi fiumi che irrigano l’India nascono tutti dallo stesso “serbatoio” che è l’Himalaya, in gran parte sotto la sovranità di Pechino. E con lo scioglimento dei ghiacciai, la regolarità dei corsi di quei fiumi per il futuro prossimo è in forse. Per questo le dispute territoriali (che cinquant’anni fa sfociarono in una guerra aperta), nascondono una posta in gioco molto concreta.

In conclusione, qualche anno fa si parlava di “Cindia” più per il piacere di coniare neologismi pop che non per una qualche fondatezza logica nella definizione (su questo blog è infatti usata solo a fini tassonomici). Ma se Cindia è una sintesi efficace per descrivere relazioni e complementarità tra le due più popolose nazioni del pianeta, da qui a trasformarla in un’alleanza geostrategica ce ne corre.

Cina vs Usa, la (cyber)guerra fredda

In febbraio, in occasione del discorso sullo stato dell’unione, Barack Obama ha annunciato un nuovo impegno nazionale per difendere l’America dagli attacchi informatici, volti a rubare segreti aziendali o a sabotare le infrastrutture energetiche. Chiaro riferimento alla Cina, pur non espressamente menzionata dal presidente.
Per tirare in ballo Pechino, Obama ha aspettato l’ultima decade di marzo, in seguito alla pubblicazione di un controverso rapporto sulla sicurezza informatica del Paese.

Con il termine Cyber Warfareanche detta guerra cibernetica, si intende l’alterazione e/o la distruzione dell’informazione e dei sistemi di comunicazioni nemici, paralizzandone o comunque limitandone il regolare flusso di informazioni. Per approfondire si veda l’esauriente pagina di Wikipedia. Secondo questa analisi su Linkiesta:

Secondo la definizione di Daniela Pistoia, vice presidente del settore ricerca e progettazione sistemi avanzati di Elettronica spa, «con il termine Cyber Warfare ci si riferisce al complesso di attività difensive (cyber-security) e offensive (cyber-attack) condotte mediante l’uso combinato e distribuito di tecnologie elettroniche, informatiche e infrastrutture di telecomunicazione. Che prevedono l’intercettazione, la manipolazione o la distruzione dell’informazione e dei sistemi di comunicazione degli avversari».

Il Cyber Warfare non si sta limitando però a cambiare il campo di battaglia: sta letteralmente ridisegnando la geopolitica delle superpotenze. Ne è fermamente convinto il professor Sergio Luigi Germani, direttore del Centro studi “Gino Germani” e condirettore scientifico della conferenza: «I Paesi occidentali sono in forte ritardo su questo fronte» dice. «Un ritardo – prosegue – determinato da un deficit concettuale di fondo: restiamo ancorati alle categorie dell’era nucleare, ormai obsolete. Ma lamentiamo anche il ritardo da parte del mondo dell’università e della ricerca, mentre potenze orientali come Cina, Russia e India vantano in questo settore chiave un profondo pensiero strategico».
In Cina, Russia e India la cyberguerra si combatte anche in tempi di pace. Attraverso la guerra psicologica, la guerra della disinformazione, l’intelligence, il sabotaggio e lo spionaggio digitale.

«Mentre in Occidente, ad esempio, consideriamo Cyber Warfare come qualcosa di differente e separato dal Cyber Crime, in Russia le realtà si trovano a convivere e viaggiare di pari passo: molto spesso, infatti, le autorità dello stato si avvalgono della preziosa collaborazione di hacker “patriottici” per mettere a segno attacchi decisivi».

Secondo Limes, che Cina e Stati Uniti si spiino non dovrebbe suscitare clamore. Pechino spia gli americani per rubare segreti tecnologici e accusa gli Stati Uniti di violare i siti governativi:

La questione cibernetica è emersa lo scorso novembre, quando il New York Times ha reso noto che le e-mail di alcuni suoi giornalisti erano stati violate da hackercinesi.
L’attacco si è verificato dopo la pubblicazione di un inchiesta sulle sconfinate ricchezze dell’ex primo ministro Wen Jiabao. I cinesi probabilmente volevano scoprire quali informazioni fossero nelle mani del giornale e chi le aveva fornite.
In seguito, i quotidiani americani hanno diffuso i contenuti di un rapporto dell’azienda di sicurezza informatica Mandiant intitolato “Apt1: Exposing One of China’s Cyber Espionage Units”, secondo cui il governo cinese è il diretto responsabile della maggior parte degli attacchi cibernetici subiti dalle imprese americane.
In particolare, la advanced persistent threat n.1 (Apt1) cinese è l’unità 61398dell’Esercito popolare di liberazione (Pla), responsabile della difesa (e dell’offesa) informatica del paese. L’unità fa capo alla terza sezione del Pla General staff department, dedicata alla sigint (signal intelligence, la raccolta d’informazioni attraverso l’intercettazione e l’analisi dei segnali trasmessi tra persone o macchine).

A onor del vero, non tutti sono convinti che gli attacchi siano di provenienza cinese. Linkiesta: Continua a leggere

Le mani della Cina sull’Artico

La Cina vuole l’Artico. Se nell’Antartico, infatti, la sua presenza risale al 1984, il Polo Nord è salito agli onori delle cronache cinesi con una spedizione del 1995, costituita con l’obiettivo di condurre ricerche sul clima e sull’ambiente, cui sono seguite altre due missioni nel 2003 e nel 2008 e  la creazione di una stazione di ricerca nel luglio 2004.
Ovviamente, le attività di ricerca sono prodromiche rispetto a ben altri interessi. Un anno fa scrivevo:

Le acque (finora) incontaminate dell’Artico hanno da tempo attirato l’attenzione degli Stati – e delle compagnie petrolifere. Adesso anche la Cina, geograficamente fuori dalla regione, si è messa in corsa per accaparrarsi una fetta del profondo Nord. E la sua immensa capacità di investimento assicura che sarà un giocatore chiave nella partita.

Così, mentre gli Stati Uniti ci concentrano sull’oceano Pacifico, orientandosi verso una inevitabile regionalizzazione della propria politica estera, la Cina – che peraltro nel Pacifico è già ampiamente presente – volge il suo sguardo verso l’Artico alla ricerca di spazi vuoti da colmare.

Eravamo in aprile e l’allora premier di Pechino Wen Jiabao era in visita in Europa. Prima tappa: Islanda, dove concluse un accordo per lo sviluppo in comune di attività di ricerca, esplorazione ed estrazione.
Oggi, con l’apertura della Norvegia all’ingresso della Cina nel Consiglio Artico, l’opera di corteggiamento ai Paesi del profondo Nord sta cominciando a dare i suoi frutti. Secondo Linkiesta:

Oslo si dichiara ben disposta ad accettare la Cina, in qualità di osservatore, nel Consiglio Artico: l’organizzazione che riunisce gli otto Paesi che si affacciano sulla regione polare (Canada, Russia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Usa, Svezia e Finlandia).
È un’istituzione nata nel 1996 per regolare il rapporto tra gli Stati e le popolazioni indigene dell’area, in direzione dello sviluppo sostenibile e della conservazione ambientale. Oggi gli abitanti passano decisamente in secondo piano di fronte all’opportunità di spartirsi le risorse della regione polare, in prospettiva sempre più accessibili a causa dello scioglimento dei ghiacci.

Il Consiglio Artico è diventato così un’istituzione improvvisamente importante, politica, sotto la cui egida si succedono i trattati: Risoluzione della controversia sul Mare di Barents tra Russia e Norvegia (2010), Accordo di ricerca e di soccorso (2011), istituzione di un Segretariato Permanente del Consiglio Artico (gennaio 2013), tentativi di trovare un accordo vincolante su eventuali fuoriuscite di petrolio (atteso nel 2013), Codice IMO (International Maritime Organization) per la navigazione polare (atteso pr il 2014).
Di fronte a tutto questo attivismo, non c’è da stupirsi che anche Cina, Giappone, Corea del Sud e Unione Europea stiano facendo di tutto per mettere un piede nel Consiglio, che si riunirà per deliberare il 15 maggio a Kiruna, nella Lapponia svedese.

Pechino ha continuato a corteggiare gli altri Paesi e, giusto la settimana scorsa, anche la restia Norvegia si è finalmente accodata.
Oltre alle materie prime, l’Artico fa tuttavia gola anche per il “passaggio a nord-est” (Northern Sea Route): la nuova rotta, resa possibile dal progressivo arretramento dei ghiacci, che mette in comunicazione Atlantico settentrionale e Pacifico attraverso il mare Glaciale Artico. Attualmente, l’80 per cento dell’energia che la Cina importa attraversa lo stretto di Malacca, un passaggio stretto e affollato per una rotta decisamente lunga. Percorrere il passaggio a nord-est farebbe risparmiare circa 4mila miglia marine, per una media di due settimane di viaggio e 300mila euro su ogni nave che naviga dal nord Europa a Shanghai. Pechino vorrebbe iniziare un servizio commerciale su questa rotta entro la prossima estate.

A proposito del passaggio a nord-est, Libertaria Nation aggiunge:

Nel 2012 la rompighiaccio Xue Long (Dragone dei Ghiacci) è diventata la prima nave cinese a navigare lungo la Northern Sea Route(rotta di navigazione dal Pacifico all’Atlantico dal Mare di Bering allo stretto di Barents, al largo delle coste russe), e dopo è tornata indietro attraverso una stretta rotta tra l’Islanda e il Mare di Barents attraverso il Polo Nord. Questo viaggio ha “enormemente incoraggiato” le compagnie di spedizione cinesi, per usare le parole di Huigen Yang, direttore del Polar Research Institute of China (sì, la Cina sta guardando con estremo interesse l’Artico, tanto da aver organizzato un osservatorio permanente).
Per la Cina, numero due dell’economia mondiale dopo gli USA, l’autostrada del Nord sarebbe un consistevole risparmio di tempo e denaro. Attraverso l’Artico la distanza Shangai-Amburgo è più breve di ben 5.200 chilometri che attraverso il Canale di Suez, ha spiegato Yang.

Nel frattempo, Pechino ha ottenuto anche un altro risultato. In occasione della visita di Xi Jinping in Russia, la prima da presidente della Repubblica Popolare Cinese, i due Paesi hanno stretto un importante accordo di cooperazione enrgetica. Tre i punti principali:

  • il raddoppio delle importazioni cinesi di petrolio dalla Rosneft a 620 mila barili al giorno;
  • la costruzione di un nuovo gasdotto, che consentirà a Mosca di diversificare la propria offerta di idrocarburi, finora rivolta quasi esclusivamente all’Europa;
  • la concessione alla China National Petroleum Corp della possibilità di procedere ad esplorazioni offshore nell’Artico, eventualmente con l’aiuto finanziario di altre compagnie come Exxon, Statoil e la nostra Eni.

In un mondo sempre più affamato di energia, l’Artico è il nuovo traguardo. E la Cina, benché in partenza da lontano, sta correndo per tagliarlo per prima

L’America invierà truppe in Africa. Non contro al-Qa’ida, ma contro la Cina

All’inizio di febbraio il governo del Niger ha autorizzato il dispiegamento dei droni USA per le operazioni di sorveglianza ed intelligence contro le milizie jihadiste attive nella regione del Sahel (si veda anche l’approfondimento di Antonio Mazzeo).

La notizia non sarebbe così sconvolgente, se non fosse solo la punta dell’iceberg di un programma molto più ampio e articolato.

Gli Stati Uniti stanno dispiegando truppe in 35 Paesi africani, a cominciare da Libia, Sudan, Algeria e appunto Niger. La notizia, annunciata dall’agenzia AP a Natale e passata pressoché inosservata sui principali organi d’informazione, pare gettare le basi per un futuro intervento americano nel Continente nero.
In particolare, reparti speciali delle forze armate USA, coadiuvati dagli eserciti locali, saranno in grado di partecipare a più di cento esercitazioni militari sul campo già dal prossimo anno.

Ufficialmente, Washington intende eradicare la minaccia terroristica nel Nord Africa. Lo stesso conflitto in Mali (d’iniziativa francese, ma col supporto americano) testimonia che una dozzina d’anni dopo l’11 settembre, la guerra al terrore ha inaugurato un nuovo fronte: quello del deserto.
Dunque il problema esiste.

Tuttavia, un tale dispiegamento di forze nel continente avrà l’effetto di rendere tutta l’Africa, e non solo la regione sahariana, un immenso teatro di operazioni militari degli Stati Uniti. Curioso, se pensiamo che la presenza di al-Qa’ida e affini non è segnalata in quasi nessuno dei 35 Paesi in questione.

Quasi tutti, però, sono in affari con aziende cinesi. E quasi tutti sono ricchi di risorse: petrolio, diamanti, rame, oro, ferro, cobalto, uranio, bauxite, argento, legname e frutti tropicali.
Ecco dunque il vero obiettivo dell’AFRICOM: eliminare l’influenza della Cina dalla regione.
Non bastando più il soft power (il Washington consensus è ormai un retaggio del passato), per vincere la sfida col Dragone cinese si ritorna alla muscolarità del caro vecchio hard power. Ma niente colpi di Stato stile Guerra Fredda, stavolta: è sufficiente dispiegare le proprie truppe in difesa del regime locale (quasi mai democraticamente eletto) contro i gruppi armati eventualmente attivi sul territorio. Obiettivo dei regimi: mantenere il potere. Obiettivo degli Stati Uniti: acquisire appalti e concessioni estrattive.

Come conferma Unimondo:

L’invasione non ha pressoché nulla a che fare con l’”islamismo”e quasi tutto a che fare con l’acquisizione di risorse, in particolare minerali, e con l’accelerazione della rivalità con la Cina.

Come nella guerra fredda, la divisione del lavoro prescrive che il giornalismo e la cultura popolare occidentali mettano a disposizione la copertura a una guerra santa contro un “arco minaccioso” di estremismo islamico, non diverso dalla fasulla “minaccia rossa” di una cospirazione mondiale comunista.

La vicenda Kony deve pur insegnarci qualcosa.