Libia verso il collasso, ma l’Italia continua a fare affari

Fino a pochi giorni fa la Libia appariva un Paese “solo” in difficoltà nel portare a compimento la transizione verso la democrazia. Oggi invece è ufficialmente avviata allo sfascio. Ma nel caos l’Italia continua a guadagnare.

Ieri la manifestazione pacifica a Tripoli per chiedere ai gruppi armati di Misurata di lasciare la città è finita nel sangue quando i miliziani hanno aperto il fuoco sul corteo. Per evitare rappresaglie delle milizie della capitale, peraltro già annunciate, il governo di Ali Zeidan (rapito e rilasciato nel giro di poche ore appena qualche settimana fa) ha ordinato a tutte le milizie armate di lasciare Tripoli, “senza eccezione alcuna”. Non è chiaro ora cosa succederà; in ogni caso si tratta solo dell’ultimo rovescio di una situazione in costante peggioramento, dovuta all’inefficacia di politiche utili a restaurare il controllo delle autorità centrali sul resto del Paese. 

Nel biennio post gheddafiano, vari Paesi, tra cui l’Italia, si sono impegnati a formare i membri delle forze armate del Paese. In più il governo libico ha cercato in vari modi di scongiurare il pericolo rappresentato dai miliziani integrandoli nei corpi di sicurezza, talvolta utilizzando una politica soft (mostrando i vantaggi dell’ingresso nell’esercito regolare piuttosto che la permanenza in un gruppo armato), talaltra attraverso posizioni più dure, come la minaccia di revocare ogni forma di sostegno a queste milizie. Il problema è che tali gruppi paramilitari godono di vari appoggi in parlamento, perché diversi blocchi di potere interni all’assemblea hanno cercato di aumentare la propria forza legandosi a milizie esterne. Inoltre, lo scorso agosto, dopo un attacco di alcune milizie presso i campi di addestramento vicino Tripoli ha reso la cooperazione tra Libia e Stati Uniti sul fronte militare impraticabile, privando le istituzioni militari della competenza offerta dal Pentagono in una fase così delicata.

Un ulteriore colpo alle possibilità di stabilizzazione della Libia lo sta dando quello che per decenni era stata la sua più grande fortuna: la produzione petrolifera. Negli ultimi mesi i principali impianti estrattivi sono caduti sotto il controllo di milizie armatelavoratori in scioperotribù berbere che reclamano il riconoscimento di maggiori diritti e fazioni federaliste in lotta contro Tripoli, provocando il crollo della produzione.

Nella scorsa settimana, il comandante delle Petroleum Facilities Guards (una milizia di quasi 20mila uomini che di fatto garantisce la protezione degli impianti estrattivi del Paese), Ibrahim Jadhranha annunciato la creazione di una compagnia petrolifera indipendente in Cirenaica, guidata dall’autoproclamato governo regionale di Barqa. La nuova compagnia petrolifera avrà sede a Tobruk, dove si trova il terminal di Hariga. In qualità di leader del Cyrenaican political bureau (il governo locale guidato da Abd-Rabbo El-Barassi), Jadhran ha detto che la sua Libyan Gas and Oil Corporation agirà “con trasparenza e senso di giustizia”. I ribelli hanno infatti dichiarato che venderanno il greggio per poi tenere la parte che spetta loro, restituendo le altre due parti alle regioni della Tripolitania e del Fezzan. La notizia della nascita della compagnia arriva a pochi giorni di distanza dall’ultimatum del governo che chiedeva la rimozione del blocco alle esportazioni petrolifere entro una dieci giorni.

La ripartizione dei proventi petroliferi unilateralmente decisa dalla Cirenaica apre la strada ad una divisione interna con la Tripolitania, ormai un dato di fatto e di lunga data. Il Cyrenaican political bureau sostiene così la necessità di formare un governo autonomo, parallelo a quello centrale, magari inaugurando una possibile federazione di Stati. Al momento, tuttavia, i continui scontri tra miliziani lasciano intravedere più lo spettro di un nuovo scenario afghano che una pacifica ripartizione dei poteri.

La mancanza di introiti petroliferi sta generando poi un altro problema di cui nessuno sembra occuparsi: quello della fame. Senza le rendite dell’oro nero, il governo libico non può finanziare neanche le misure prioritarie, come le importazioni di grano. Per un Paese di 6 milioni di abitanti, privo di un proprio settore agroindustriale, questo significa avviarsi verso una catastrofe umanitaria. E pensare che l’immensa riserva di idrocarburi di cui il Paese gode sarebbe sufficiente a garantire ai libici un reddito pro capite che, se equamente distribuito, porterebbe la popolazione a livelli di benessere superiori alle classi più agiate del Libano o del Kuwait.

Ecco la Libia di oggi. Per completare questo ritratto a tinte fosche, non poteva mancare il fondamentalismo islamico. , con i gruppi estremisti che ordinano al governo una sempre maggiore aderenza delle leggi civili alla shari’ia.

L’unica cosa che nella Libia odierna non sembra deteriorarsi sono i rapporti con l’ItaliaEni conferma che i flussi di gas verso il nostro Paese, attraverso il gasdotto Greenstream, sono stati spesse volte interrotti negli ultimi giorni, a causa delle proteste berbere. Secondo Paolo Scaroni, ad del gruppo Eni, l’Italia può comunque superare un inverno senza il gas libico, benché Tripoli contribuisca al 12% del nostro fabbisogno quotidiano di oro blu. Ma al di là di questo, l’Italia trova nella crisi libica un’inesauribile fonte di guadagno: se in un primo momento l’intervento Nato contro Gheddafi e la conseguente instabilità sembravano aver inciso negativamente sul volume di affari italiani, a due anni di distanza Roma si è invece confermata il principale partner economico di Tripoli. 

La Libia post-rivoluzionaria è tutto questo: fame, insicurezza, strapotere delle milizie, jihadismo strisciante. Un Paese che si sente tradita da una rivoluzione che prometteva una società nuova e soprattutto libertà dopo quarantadue anni di regime, ma che per l’Italia resta sempre un bel suol d’affari.

Raid USA in Libia e Somalia, ma al-Qa’ida è sempre più forte

La notizia ha fatto il giro del mondo. Nell’arco di poche ore, gli Stati Uniti hanno messo a segno in Africa due importanti operazioni per la lotta al terrorismo.
A Tripoli, le forze speciali americane avevano catturato Nazih Abdul-Hamed Nabih al-Ruqai’i, noto col nome di battaglia di Abu Anas al-Libi, un membro di Al Qaeda su cui Washington aveva messo una taglia di cinque milioni di dollari per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania del 1998. Il governo libico non era stato informato dell’operazione e ha chiesto spiegazioni a Washington. Tuttavia, secondo sua moglie, al-Libi sarebbe stato catturato dai libici.
Poche ore dopo, un altro blitz è scattato in Somalia, nei giorni del ventesimo anniversario  (3 ottobre 1993) della battaglia con i miliziani di Aidid in cui furono uccisi 18 soldati statunitensi. I Navy Seals si sono avvicinati alla costa e hanno tentato di entrare nella palazzina sul mare che ospitava, forse, il leader dei miliziani qedisti somali, Mukthar Abu Zubery alias Godane, probabile mente dell’assalto al centro commerciale di Nairobi. Dopo un’ora, però, i militarsi di sono dovuti ritirare.

La duplica operazione testimonia l’evoluzione della strategia USA nella lotta al terrorismo. Circa un anno fa il Pentagono pianificava l’invio di piccoli contingenti di forze speciali in 35 Paesi del continente africano, ufficialmente in ossequio ad un progetto - che Washington coltivava da un pezzo – di creare una rete in grado di mettere le forze armate regolari nelle condizioni di rispondere in autonomia alle minacce locali. Di fatto, l’opzione di affidarsi a piccole squadre di forze speciali si mostrava insufficiente. parendo volta ad arginare l’avanzata della Cina  (che Obama è sempre e affannosamente costretto a rincorrere), più che quella del terrorismo.

Un primo cambio di paradigma si è avuto già in maggio, quando il Pentagono ha dislocato una parte della forza d’intervento rapido per il Mediterraneo nella base siciliana di Sigonella. Secondo Limes Il motivo era più che altro dettato da ragioni di politica interna: il presidente Obama doveva alleviare la pressione per i nuovi sviluppi dello scandalo attorno all’attentato in Libia dello scorso settembre. Inoltre, pochi giorni dopo lo stesso Obama ribadiva che l’unica opzione per colpire i terroristi era rappresentata dai droni.
Tuttavia l’invio di militari lasciava intendere la possibilità di una risposta militare più convenzionale, e le voci di presunti invii di forze speciali nel Mediterraneo per attaccare i responsabili dell’attentato si rincorrevano già da tempo.

Secondo Limes:

La quasi simultaneità delle due operazioni, pur non concertata, ne amplifica il significato geostrategico: gli Stati Uniti non sprigionano la loro forza in modo indiscriminato contro qualsivoglia cellula jihadista ma agiscono in risposta a minacce specifiche quando si presenta l’occasione.

Corollario: gli americani sfruttano strumenti militari che vanno da squadre estremamente addestrate pronte a essere catapultate sul campo ad armi iper-tecnologiche, leggi droni. L’importante è che questi strumenti soddisfino alcuni criteri: segretezza (o discrezione), economicità (di sangue e denaro), flessibilità (soprattutto geografica).

La regola aurea impone flessibilità e rapidità nella risposta contro un nemico che – metafora in voga oltre Atlantico – “metastatizza” velocemente tra Africa e Asia Occidentale. E comporta due conseguenze dal punto di vista geopolitico.

In primo luogo, l’obbligo di disporre di una rete militare molto articolata e presente in diversi spicchi di globo. Basti guardare all’area nei pressi della Somalia. Anche per la vicinanza con un altro teatro piuttosto inflazionato dal jihad qaidista, lo Yemen, attorno al Corno d’Africa si è costruita una vera e propria collana di perle.Piste d’atterraggio, basi per droni o truppe speciali esistono a Manda Bay (Kenya), Entebbe (Uganda), Nzara (Sud Sudan), Arba Minch (Etiopia), Camp Lemonnier (Gibuti), Victoria (Seychelles).

Nell’Oceano Indiano è stanziata almeno una trentina di navi da guerra americane, molte di queste di classe Lewis e Clark, spesso usate come Afloat Forward Staging Bases: rampe di lancio per commando come quello che sabato ha fatto incursione in Somalia, ospedali di primo soccorso e siti di detenzione degli obiettivi. Senza contare i mercenari e le spie gestite dalla Cia operanti a Mogadiscio.

Anche attorno alla Libia non si scherza. Le basi di Rota (Spagna), Sigonella (Sicilia) e Suda (Creta) sono comunemente usate dalle forze speciali statunitensi. Proprio in quella italiana ha sede la Quick Reaction Force dei marines, stanziata nel bel mezzo del Mediterraneo per dispiegare le truppe velocemente in caso di crisi, evitando ritardi tragici come quello di 15 ore in seguito all’assalto al consolato di Bengasi del settembre 2012.


[Carta di Laura Canali]

La seconda conseguenza geopolitica è il mancato rispetto della sovranità nazionale. Sebbene sia difficile chiamare “Stati” alcuni i territori teatro degli ultimi raid, la questione non è meramente accademica. Uscita dalla guerra contro Gheddafi, la Libia sta cercando – senza riuscirci – di dotarsi di istituzioni in grado di imporre i più basilari cardini del concetto statuale, a cominciare dal monopolio della legittima coercizione: in sostanza, disarmare le milizie.

Il raid americano è visto come un duro colpo alle “autorità centrali”. Come nel caso del governo pakistano in occasione dell’uccisione di Bin Laden, le élites di Tripoli si sono viste costrette a “chiedere spiegazioni” per “il rapimento di un cittadino libico”. Eppure, sono proprio le classi politiche che sarebbe nell’interesse statunitense rafforzare che Washington sorpassa nel caso in cui queste siano “incapaci o non intenzionate ad agire”.

C’è un altro aspetto che le operazioni in Libia e Somalia permettono di dibattere: la scelta dello strumento. Forze speciali, stavolta, non droni. Non l’arma che più allontana cacciatore e preda ma il suo esatto contrario, quella in virtù della quale l’uomo è più esposto al pericolo sul campo.

Obama aveva ed ha ancora risposte da dare al Congresso USA sull’attentato di Bengasi, in cui morì l’ambasciatore Steven. Oggi porta a casa la cattura di al-Libi, ma a Washington, come nelle cancellerie europee, ci si chiede quali saranno i contraccolpi della nuova azione extraterritoriale USA. L’ultimo aspetto accennato nell’articolo appena citato pone un quesito interessante: cosa ha spinto gli USA a mettere da parte i velivoli senza pilota per tornare alle “vecchie maniere” delle operazioni con stivali a terra? Probabilmente perché nel frattempo anche il terrorismo ha un fatto un salto di qualità.
Secondo Linkiesta, dalla morte di bin Laden al-Qa’ida non è mai stata così forte:

Raramente un’Amministrazione che ha fatto affidamento sull’uso massiccio dei droni per fiaccare la rete del terrore ha autorizzato operazioni delle forze speciali fuori dal perimetro degli scenari di guerra. Quando lo ha fatto era per via dell’enorme valore simbolico e strategico dell’obiettivo (Bin Laden), oppure per mandare un segnale di forza a chi pensava che l’America di Obama stesse frettolosamente impacchettando le cianfrusaglie della guerra al terrore di Bush. Ordinare un’incursione dei Navy Seals in casa del nemico è operazione rischiosa, come dimostra il raid somalo per catturare o uccidere il leader di al Shabab Mukhtar Abu Zubayr: dopo ore di combattimenti attorno al compound dove alloggiava Abu Zubayr, nella città di Barawe, il commando americano è stato costretto alla ritirata senza avere portato a termine la missione. L’esito, però, non toglie nulla al significato politico della mossa di Obama, leader che mostra risolutezza proprio quando si moltiplicano i segni della sua fragilità, e ricorda all’America che al Qaida è tutt’altro che sconfitta. Prima dei raid del fine settimana diversi eventi, dal Kenya alla Siria, hanno ricordato la forza del terrorismo islamico e della sua rete in perenne espansione.

I due eventi – l’attacco a Nairobi e il cambio di casacca di una parte consistente dei ribelli siriani – non sono direttamente collegati fra loro, ma suscitano alcune domande comuni: quanto è potente al Qaida oggi? Qual è la sua struttura? E’ ancora un’organizzazione governata da un comando centrale e affiancata da gruppi consentanei oppure è diventata una materia più fluida? Katherine Zimmerman, analista di terrorismo presso l’American Enterprise Institute, un think tank di Washington, sostiene che “al Qaida non è mai stata così forte”.

Nel suo recente studioThe al Qaeda Network: A New Framework for Defining the Enemy spiega che il network terroristico che fa capo a Zawhairi si sta espandendo, anche se non secondo i parametri con cui la comunità politica americana ha inquadrato il modus operandi di al Qaida. La base ha fatto una grande operazione di decentramento in cui si distinguono affiliati e associati. Gli associati sono forze semi-indipendenti che intraprendono azioni non direttamente ordinate dalla cerchia di Zawhairi; con i meriti guadagnati sul campo possono salire al rango di “affiliati” che rispondono direttamente al nucleo centrale, come successo ad al Qaida nella penisola araba, la branca più importante del gruppo del terrore. Questo meccanismo “non ha reso al Qaida più debole”, scrive Zimmerman, anzi “la relazione fra affiliati ha aumentato la resistenza generale del network” e i rapporti orizzontali sono la garanzia della sopravvivenza della rete anche nel caso che la leadership centrale cada.

Quando parliamo di al-Qa‘ida dobbiamo fare una precisazione. Se ci si riferisce al gruppo Zawahiri-bin Laden della seconda metà degli anni Novanta, mutilato progressivamente dei suoi quadri dal 2002 con l’invasione USA dell’Afghanistan, il problema non esisterebbe. Quella al-Qa‘ida fa parte di un passato remoto. Ma se invece ci riferiamo alle attività terroristiche di altre organizzazioni coperte dal marchio al-Qa‘ida, allora il problema esiste eccome.

Secondo Policymic, sono almeno sei i gruppi jihadisti di cui gli americani dovrebbero essere preoccupati. Sei fronti potenzialmente aperti, che l’America dovrà essere in grado di gestire in nome della sua sicurezza. Oltre agli Shabaab e Boko Haram, attivi nell’Africa subsahariana, i pericoli arrivano da AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico), azionista di maggioranza di tutti i traffici illeciti di armi, droga ed esseri umani nel Sahel; AQAP (al-Qa’ida nella Penisola Arabica), chiave di lettura dell’attenzione quasi ossessiva che l’America riserva allo Yemen; infine il Fronte al-Nusra e lo Stato islamico in Iraq, attivi nella guerra in Siria e che rappresentano un’ombra su quanto potrà accadere a Damasco nell’immediato futuro post conflitto.

Le prove della crescente instabilità delle aree ad alta presenza jihadista sono sotto gli occhi di tutti. L’ultimo episodio in ordine di tempo è il rapimento del premier libico Ali Zeidan, avvenuto nella notte, A prescindere dai legami (ancora da verificare) con la cattura di al-Libi, il fatto dimostra quanto già sapevamo da un pezzo: in Libia lo Stato non c’è. E laddove manca lo Stato, il jihadismo ne comanda uno parallelo, come in Afghanistan e in Somali.
Andando indietro di qualche giorno, l’assalto al centro commerciale Westgate a Nairobi dimostra che la lotta contro il jihadismo somalo, che si pensava vinta con il ritiro delle milizie da Mogadiscio, è entrata in una nuova fase.
Infine l‘Iraq. Il drammatico bilancio, 975 morti, degli attentati di settembre fa tornare alla memoria gli anni dal 2006 al 2008, quando le violenze settarie fecero decine di migliaia di vittime. Quello che a tutti sfugge è la coincidenza tra l’ondata di sangue e la notizia, datata fine agosto, dei negoziati per l’apertura di una base per droni USA in territorio iracheno e della contemporanea decisione di Baghdad di revocare il suo precedente rifiuto di concedere l’immunità alle forze statunitensi. Non a caso, un attacco suicida ha colpito la base militare di Ramadi proprio il giorno seguente alla pubblicazione di un rapporto (in arabo) in cui si spiega che è stato proprio il governo iracheno a chiedere l’installazione della base, e che il numero di combattenti jihadisti in Iraq è cresciuto dai 5.000 del 2007 ai 20.000 del 2013.

Il gas libico ostaggio delle milizie

Greenstream percorso dell'oleodotto (in verde) - immagine: Wikipedia

fonte: Wikipedia

Brutte notizie dalla Libia. Lunedì 30 settembre un assalto di miliziani berberi all’impianto ENI di Nalut ha provocato l’interruzione del flusso di gas attraverso la conduttura Greenstream, che dalla località libica di Melillah veicola a Gela 8,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

A fine giornata i flussi di importazione sono stati circa la metà rispetto ai 18 milioni di metri cubi che il gasdotto trasporta normalmente in Italia e che costituiscono circa il 10% del nostro fabbisogno quotidiano.

L’occupazione della centrale ENI è stata una condotta dai manifestanti berberi che protestano per il mancato inserimento della loro lingua nella nuova Costituzione della Libia, e più in generale contro la marginalizzazione della loro etnia (che rappresenta il 10% della popolazione libica) nella nuova configurazione politica del Paese.

Si tratta dellennesima interruzione del flusso di idrocarburi dalla Libia, da cui l’Italia è costretta ad importare sempre meno gas. Il mese scorso la produzione di oro blu nel Paese è scesa ai livelli più bassi da due anni a questa parte, ossia dai tempi della guerra civile. Anche le estrazioni di petrolio sono scese. All’inizio di quest’anno, la Libia produceva almeno 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno; in settembre il livello è crollato a 263.000 barili, con una punta negativa ad inizio mese di appena 100.000.

Questo perché gli impianti di estrazione sono spesso e volentieri oggetto di attacchi o sequestri da parte delle milizie armate che si contendono il potere nella nuova Libia. Ciascuna formazione spera così di orientare le scelte del governo a proprio favore, ma al momento l’unico risultato di queste scorribande sono i blackout energetici e la perdita di milioni di dollari al giorno per le casse statali. Mettendo a rischio, di riflesso, anche la sicurezza energetica del nostro Paese.

In Libia stabilità e sicurezza sono ancora un miraggio

L‘attentato all’ambasciata francese di Tripoli ci ricorda che, ancora a due anni dalla rivoluzione, la Libia respira un’atmosfera di tranquillità solo apparente. Il Paese non riesce ad uscire dalla fase d’instabilità che ne ha finora penalizzato la già complicata transizione. Le milizie sono sempre al loro posto: il governo non è riuscito a disarmarle, e neppure la loro assimilazione nelle forze di sicurezza procede secondo i piani.
Così, in questa normalità fatta di caos e scarsa chiarezza su chi eserciti il monopolio della forza, e nel bel mezzo di un complesso processo di ricostruzione delle istituzioni, l’esecutivo si trova ora stretto tra due fuochi. Da un lato le milizie, che continuano ad esercitare un’influenza sulle autorità centrali, e dall’altro il Dipartimento di Stato USA, che chiede maggiori sforzi per arginare la crescente radicalizzazione all’interno dei gruppi salafiti.
Intanto, gli episodi di violenza si susseguono. Ne sono un esempio i ripetuti attacchi alla minoranza copta, perpetuati nell’indifferenza delle forze di sicurezza del governo. Ma anche le stesse istituzioni sono ostaggio dei ricatti delle milizie. L’ultimo caso è proprio di oggi, martedì 30 aprile: un gruppo di uomini a bordo di un camion armato con cannoni antiaerei ha occupato il Ministero di Giustizia, costringendo il personale a lasciare l’edificio.

Secondo Linkiesta, l

’attentato di ieri ai danni dell’ambasciata francese a Tripoli è solo l’ultimo di una serie di incidenti che testimoniano una crescente saldatura tra elementi jihadisti e alcuni gruppi salafiti:

Al Qaeda cerca di saldare due ideologie in parte contrapposte: la lotta locale dei miliziani salafiti che hanno come obiettivo un “emirato” libico (o Cirenaico) e il jihad globale. Inoltre cerca di far interagire i due fronti: la Cirenaica, di cui si è detto, e il Fezzan nuova retrovia strategica di Aqim (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e degli altri gruppi jihadisti sahariani. Qui Aqim, grazie alla benevolenza di alcune tribù locali in affari con i gruppi terroristici, sembra aver posizionato la propria base logistica e organizzativa.
L’attentato di Tripoli, per come si è verificato (un’autobomba) e per le rivendicazioni appare come un segnale della probabile saldatura tra queste componenti. Tripoli non era mai stata oggetto di attentati di questo tipo. L’operazione segna certamente un’escalation della tensione anche in funzione anti-francese dopo l’intervento del governo di Hollande in Mali.

Benché le voci di una crescente minaccia islamista continuino a rincorrersi, secondo il reporter Cristiano Tinazzi, invece, il problema non è al-Qa’ida o lo jhadismo in generale, bensì l’incapacità del potere centrale di assicurarsi e gestire legittimamente il monopolio della forza.
Come spiega in un passaggio della sua corrispondenza su Limes:

Oltre a molteplici milizie che ancora oggi si comportano come gruppi di autodifesa locale, come a Misurata e in altre località libiche, c’è da fare i conti con il Libian shield, una sigla “ombrello” all’interno della quale operavano durante il conflitto decine di katibe. Oggi diversi gruppi dello Shield lavorano a stretto contatto con gli americani, tanto che l’organizzazione stessa avrebbe inviato un’unità speciale di recupero alla missione diplomatica americana di Bengasi attaccata l’11 settembre 2012- quando morirono l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani.
Delle forze speciali quindi, i cui membri sarebbero stati selezionati dalla Cia e ai quali sarebbero andati parte degli 8 milioni di dollari destinati dall’amministrazione statunitense alla costituzione di forze antiterrorismo in Libia. Rischiando un parallelismo, potrebbero essere accostati alla Sawha o Sons of Iraq irachena, delle milizie filo-Usa.
Nella nuova Libia abbiamo così due poteri ufficiali, esercito e polizia, e due poteri paralleli molto più forti che li affiancano, Libyan shield e Ssc, spesso in conflitto tra loro. Il Supreme security council dipende dal ministero degli Interni, il Libyan shield dalla Difesa. I due gruppi talvolta si scontrano anche militarmente. Le milizie dello “Scudo libico” avrebbero condotto anche l’ultimo assedio a Bani Walid lo scorso novembre 2012, sotto gli occhi impotenti delle autorità centrali. In realtà, la confluenza o meno nella Ssc non implica necessariamente una collisione con le milizie dello Scudo, come dimostra la katiba dei “Martiri di Souq el Jumaa”, facente parte della Brigata Tripoli (nel Ssc) ma in strettissimi rapporti con diverse milizie di Misurata.
Le possibilità che ha al Qaida di attecchire nel contesto dell’estremismo religioso nel quale operano diversi gruppi di ispirazione salafita (ma tutti o quasi i libici, a parte una piccola percentuale di sufi, sono salafiti senza per questo essere estremisti) sono scarse.

Guarda caso, l’attentato all’ambasciata francese a Tripoli proprio nei giorni i cui il premier libico Ali Zidan annunciava la nascita di una Guardia nazionale, legata al ministero della Difesa e allo Stato maggiore libico, indipendente da gruppi politici e religiosi.

Il gas libico è ostaggio delle tribù, e l’Italia di Putin

A due anni dalla rivoluzione, la Libia è ancora  fuori controllo. Pareva almeno che gli interessi italiani fossero garantiti: il primato di ENI nell’estrazione di idrocarburi, in particolare, era rimasto invariato, e nuovi contratti erano stati siglati sia col cane a sei zampe che con altre nostre grandi aziende (es: Iveco, Sirti, Salini).
Già, pareva.

Sabato 2 marzo la Mellitah Oil & Gas, joint venture paritetica fra la libica NOC e l’ENI, ha bloccato il locale impianto di trasformazione del gas a causa di alcuni scontri a fuoco nel distretto di Nuqat al Khams. La struttura, che tratta circa 100.000 barili al giorno prodotti dal pozzo di El Feel e che rifornisce clienti come Edison, Gaz de france e Sorgenia ha arrestato la produzione e di mettere in sicurezza il personale e le installazioni, con la conseguente interruzione del flusso di gas attraverso il gasdotto Greenstream. Tale conduttura, anch’essa in comproprietà tra NOC ed ENI, convoglia tutto il gas che l’Italia importa dalla Libia (circa 150 mln m3 al giorno).

L’impianto è stato riavviato lunedì 4, ma il ripristino dei flussi di gas attraverso  il Greenstream non sarà immediato. Per ENI il danno è stato tutto sommato limitato.
Secondo Linkiesta, però, c’è molto di che preoccuparsi:

in zona è presente un gruppo armato il quale “da giorni opera con l’obiettivo di fermare la produzione petrolifera e gasifera in particolare dal giacimento di al Wafa che si trova all’interno del sito e che rifornisce l’Italia e l’Unione Europea con 8 milioni di metri cubi di gas all’anno attraverso il gasdotto South Stream che arriva in Italia. Questa milizia ha chiesto il pizzo al governo. Vuole dei soldi in cambio dei quali è disposto a garantire la sicurezza dell’area desertica della Libia”.

E’ un copione già visto: alla fine di una guerra civile, le varie tribù cercano di accaparrarsi le rendite che possono. Pretendendo un compenso dal governo – e probabilmente anche dalle compagnie – per garantire la “protezione” dell’impianto.

Il governo di Tripoli ha subito schierato l’esercito a difesa dell’impianto. Sempre Linkiesta - che riporta in tabella le importazioni italiane di gas per Paese di provenienza dal 1990 al 2011 -   interpreta questa mossa sotto un duplice profilo.
Da un lato, la Libia teme di perdere le sue preziose rendite, più che mai fondamentali in un periodo di cronica instabilità come quello in corso. Dall’altro – e questo è interessante – tale mossa può servire per dimostrare ai vari fornitori nazionali in che modo si stia muovendo il settore del gas, per tentare di rinegoziare alcuni contratti dopo il brusco calo dei consumi dal dopo-crisi. E qui entra in gioco la Russia:

Eni è ancora legata a contratti del tipo “take-or-pay” con la Russia: se i volumi “prenotati” non vengono ritirati, Eni deve corrispondere una penale. Molti dei contratti libici, poi, sono legati a strutture contrattuali estremamente onerose, in cui il partner locale riceve una percentuale altissima del profitto (tra le più alte al mondo). Rinunciare al gas libico serve per dimostrare ai libici che di Libia si può fare a meno; e serve per dimostrare ai russi che di gas ce n’è così tanto, che ci si può permettere di chiudere un rubinetto a piacimento. Nel frattempo, se poi il rubinetto si chiude, si compra più gas dalla Russia, evitando di corrispondere onerose penali.

Del resto, se i consumi in Italia sono crollati, la Russia ci ha rimesso molto in termini di volumi esportati. Nel 2006 in Italia si consumavano ancora 83,5 miliardi di metri cubi di gas, di cui 22,5 di provenienza moscovita. Nel 2011 la domanda è scesa a 76,7 miliardi, coperti per 19,6 dai russi. Anche dall’Algeria le importazioni sono diminuite nello stesso periodo, passando da 25 a 21,3 miliardi. La Libia in periodi “normali” rappresenta il 12,5% delle importazioni italiane di gas. Ecco la mappa dei gasdotti e dei rigassificatori:

In merito a questo presunto “bilanciamento” del Cane a sei zampe tra Libia e Russia si scatena lo scetticismo degli operatori del settore. La voce tra gli addetti è che Eni, che controlla tutti gli accessi per l’importazione di gas in Italia, sfrutti le vicende libiche per ottenere vantaggi in chiave russa – come sarebbe già successo con la precedente chiusura di Greenstream in occasione della guerra civile libica. Le chiusure rappresenterebbero eventi dalla gestione difficile per molti operatori nazionali che operano su base geografica più limitata. Per fortuna, stavolta l’interruzione è durata poco e ha avuto luogo in un finesettimana, quando i consumi sono più bassi. Così, in poco tempo i malumori si sono chetati, e l’Eni ha un esercito in più a proteggerla.

Con il Greenstream a secco, e l’Italia è energicamente più vulnerabile.
E questo aspetto, soprattutto ora che Gazprom è vicina al controllo del gas di Israele, che Rosnerft ha rafforzato la sua alleanza con ENI e che le compagnie russe sono in piena corsa per acquisire le aziende energetiche greche DEPA e DESFA a prezzi di saldo, sta favorendo la realizzazione dei piani di Mosca nella geopolitica energetica italiana ed europea.

Armi libiche spedite in Siria. Cosa nasconde l’assalto di Bengasi

Un pool di analisti indipendenti è giunto alla conclusione che l’assalto al consolato americano di Bengasi nel quale ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens è stato reso possibile da una sistematica disorganizzazione e da condizioni di sicurezza totalmente inadeguate. Qui il rapporto completo. La sintesi de Il Post:

Nel proprio rapporto, la commissione ricorda che ben prima degli attacchi erano state inviate dall’ambasciata di Tripoli richieste al Dipartimento di Stato per aumentare le misure di sicurezza nel paese. L’intelligence è inoltre accusata di essersi dedicata all’analisi di singoli pericoli per i funzionari statunitensi in Libia senza tenere in considerazione un quadro più generale, dal quale emergeva con una certa evidenza il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Il rapporto cita come esempio diversi episodi avvenuti a Bengasi mesi prima dell’11 settembre come il crescente numero di omicidi, un attacco a un convoglio britannico e l’esplosione di un ordigno all’esterno di uno dei palazzi della missione diplomatica statunitense in Libia. Nei risultati dell’indagine ci sono anche critiche evidenti contro due uffici del Dipartimento, incaricati della sicurezza dei diplomatici statunitensi (“Diplomatic Security”) e dei rapporti con il vicino Oriente (“Near Eastern Affairs”), accusati di non essersi coordinati a sufficienza. Diversi funzionari sono stati anche accusati di avere svolto con scarsa efficacia le mansioni che erano state loro assegnate. Nella versione resa pubblica dell’indagine non ci sono comunque riferimenti a persone specifiche.

Chi ha negato aiuto?

Già qualche settimana fa Fox News ha rivelato che, durante l’assalto, gli uomini della CIA a Bengasi avevano chiesto rinforzi, ma qualcuno li ha negati. Secondo alcune voci, il presidente Obama avrebbe addirittura osservato l’attacco in tempo reale tramite le riprese dei droni dall’alto.

Nelle settimane seguenti, Limes ha rivelato che almeno una dozzina di velivoli da combattimento ha attraversato l’oceano nei giorni successivi all’assalto di Bengasi in direzione delle basi in Sicilia e a Creta. Gli Stati Uniti si tengono pronti per un attacco in Libia, ma l’operazione comporta rischi per almeno quattro motivi: non sa ancora bene chi colpire; c’è il rischio di alienarsi l’appoggio della Libia; manca una copertura legale per l’operazione; si potrebbe lasciare ai libici l’onere di occuparsi delle minacce libiche.

L’indagine indipendente commissionata dal Dipartimento di Stato ha già fatto cadere alcune teste. In seguito alla diffusione del rapporto, il responsabile della sicurezza per il corpo diplomatico del Dipartimento di stato americano, Eric Boswell, ha rassegnato le proprie dimissioni con effetto immediato. Secondo AP, si sono anche dimessi anche altri due funzionari del Dipartimento.

Il caso Petraeus

Inutile ricordare che le dimissioni più illustri sono state quelle del generale David Petraeus. Ufficialmente, l’uscita di scena di Petraeus è stata la conseguenza di un’indagine dell’FBI che voleva verificare una presunta violazione della sua casella email: sono state trovate così le missive con la sua biografa Paula Broadwell. Un terremoto partito dalle mail minatorie che la sua amante inviava a un’altra donna, percepita come una minaccia per la sua relazione. Il fatto è che i primi sospetti di una relazione con la Broadwell erano emersi già qualche mese fa; eppure il caso è scoppiato solo a novembre. Petraeus (qui la sua biografia mediatica) era un perfetto capro espiatorio nella vicenda dell’attacco dei jihadisti al consolato di Bengasi, utilizzando la giustificazione del tradimento coniugale tenuta a lungo nel cassetto. All’interno dell’agenzia si era fatto molti nemici, tutti avevano notato la sua assenza ai funerali di Stevens. Nella sua testimonianza, il generale ha puntato il dito sui vertici delle altre agenzie di intelligence federali, accusandole di aver modificato il primo rapporto CIA sui fatti di Bengasi in cui già si parlava di attacco terroristico.

Armi libiche verso la Siria

In realtà, c’è un motivo per cui tutti i rapporti che sull’affaire Bengasi sono così confusi. Oggi si sa che nella sede diplomatica agiva sotto copertura un nutrito staff della CIA, cui appartenevano ben 23 dei trenta funzionari in servizio presso il consolato (ammesso che fosse davvero un consolato). Gli altri erano in forza al Dipartimento di Stato. La missione, iniziata già poco dopo lo scoppio della rivolta nel febbraio 2011, aveva l’obiettivo di svolgere operazioni di antiterrorismo, oltre che di mettere in sicurezza gli armamenti pesanti rimasti (in)custoditi negli arsenali gheddafiani per evitare che cadessero nelle mani di jihadisti infiltratisi tra ribelli. Tuttavia quelle armi non sarebbero rimaste inutilizzate, poiché ci sono anche prove che i funzionari USA – in particolare, proprio l’ambasciatore Stevens – fossero a conoscenza dei flussi di armi pesanti dalla Libia ai ribelli siriani.

Ad esempio, si pensa ci sia qualche legame tra l’attentato di Bengasi e una nave libica con un carico di missili antiaerei SA-7-da 400 tonnellate, ancorata nel sud della Turchia, pronta per essere spedita ai ribelli siriani. L’uomo che ha organizzato la spedizione sarebbe Abdelhakim Belhadj, già noto alle cronache e collaboratore di Stevens durante la rivoluzione. Secondo Fox News, l’ultima riunione di Stevens prima di morire è stata con il console turco Ali Sait Akin per negoziare il trasferimento di tale carico. Poiché i funzionari intorno a Stevens erano quasi tutti agenti della CIA, l’agenzia di spionaggio era certamente a conoscenza del traffico di armi made in USA verso la Siria. E oggi si sa che i ribelli in lotta contro Assad sono composti in realtà al 95% da combattenti stranieri, anche qui con folte schiere di jihadisti al seguito (quiquiquiquiquiquiquiquiqui e qui), benché la presenza di al-Qa’ida sia ancora limitata (qui, qui e qui).

 

Molti hanno ipotizzato che la mancanza di misure di sicurezza adeguate fosse dovuta alla necessità per la CIA di mantenere un profilo basso, al fine di proteggere la propria copertura. I fatti hanno poi dimostrato come queste precauzioni sarebbero state necessarie tanto per l’ambasciatore Stevens quanto per la copertura stessa.

Diplomazia all’italiana: bombe sulla Libia, pasticcio sulla Palestina

Per avere un’idea del perché l’Italia sia ai margini del panorama internazionale, basta dare un’occhiata a questi due esempi.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militareil generale Giuseppe Bernardis, in un libro intitolato “Missione Libia 2011. Il contributo dell’Aeronautica Militare”, svela che i bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia sono stati tenuti nascosti per motivi politici. Ora, che i nostri caccia abbiamo colpito il suolo libico non è mai stato un mistero – benché il governo Berlusconi abbia sempre ufficialmente smentito -, ma a distanza di un anno, il generale Bernardis rivela pubblicamente i numeri della missione:

Negli oltre sette mesi di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, “è stata fatta un’attività intensissima – racconta – che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’Aeronautica Militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo”.
Oggi dunque apprendiamo che velivoli italiani hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite, per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio – autorizzate dal governo Berlusconi il 26 aprile, la prima venne effettuata il 28 nell’area di Misurata – sono state 456, solo considerando quelle di “attacco al suolo contro obiettivi predeterminati” (310) e quelle di “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146), senza contare gli “attacchi a obiettivi di opportunità”, il cui numero è stato minore.

Parlando a braccio, il generale è però meno diplomatico e attribuisce questa carenza di informazione ad una precisa volontà politica di “non dire quello che si faceva”. “A volte per questioni di politica interna – ha detto Bernardis – si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c’era una situazione critica di politica interna”.

E sempre dei motivi di opportunità imposero al governo di richiedere con insistenza che le operazioni belliche fossero condotte sotto l’ombrello della NATO, causando un duro confronto diplomatico con la Francia, contraria a conferire il mandato all’Alleanza Atlantica. Allora Berlusconi dichiarò di aver ottenuto un successo diplomatico; in realtà si trattò di un copione già visto: il classico ricorso al “vincolo esterno” con cui i vari governi sono soliti annunciare al pubblico le cose politicamente impresentabili. Con la differenza che invece del solito “ce lo chiede l’Europa”, l’esecutivo disse: “ce lo chiede la NATO”. E poco importava che fossimo stati noi (perdonate il bisticcio di parole) a chiedere di chiedercelo.

Altro capitolo: la Palestina. L’Italia, che dapprima aveva annunciato di astenersi, alla fine ha votato per il sì.
Secondo Europa,la scoperta di un’autonomia forte italiana nell’arena internazionale sta diventando un tratto distintivo di questo governo:

L’Italia, se vuole essere una nazione credibile sul piano economico, e con la quale dunque fare business, deve dimostrare di avere un alto profilo politico riconosciuto. Non più paese “minore” e quasi sotto tutela americana – a distanza di ventitré anni dalla caduta del Muro! – ma attore forte e autonomo, nazione-cerniera tra due sponde del Mediterraneo, come si addice alla sua posizione geografica e alla sua storia. Monti è apparso consapevole, fin dall’inizio del suo mandato, dello stretto nesso che deve esserci tra capacità di fare politica sul piano internazionale, crescita dello status dell’Italia e della sua credibilità, e possibilità di uscire dalla crisi economica, restando nel club delle potenze mondiali.

In questo quadro va visto il sì italiano all’innalzamento dello status della Palestina all’Onu. Va visto come innanzitutto una prova di forte soggettività italiana, che in molti non si aspettavano. In passato si sono mitizzate le posizioni mediterranee dei Moro, degli Andreotti e dei Craxi, ma nessuno prima di questo governo aveva “osato” tanto, smarcandosi apertamente da Washington e da Tel Aviv. E questo non è avvenuto in ossequio a una scelta “filoaraba”, come sarebbe apparso evidente in passato, ma in virtù di una capacità nuova di usare pienamente la propria forza politica e diplomatica su tutti i fronti, sapendo anche dire no a richieste irricevibili di amici e alleati storici.

Peccato che, per essere credibili, bisogna essere innanzitutto coerenti. Una qualità di cui il nostro Paese sembra non disporre.
Lettera 43 svela questo retroscena:

Poteva essere il momento del riscatto per il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata. E, invece, il modo rocambolesco con cui l’Italia ha annunciato sul palcoscenico internazionale il suo sì all’ingresso della Palestina come Stato osservatore alle Nazioni unite è stata la dimostrazione dell’estrema debolezza del suo mandato.
LA POSIZIONE DELL’ASTENSIONE. Il nobile bergamasco, arrivato al ministero nel novembre del 2011 dopo la caduta del governo di Silvio Berlusconi, sosteneva la posizione ambigua dell’astensione, discostando Roma dalla linea non ufficiale dell’Unione europea. Una scelta diplomaticamente debole e strategicamente miope.
Dopo anni di discredito internazionale, infatti, l’Italia sta cercando di guadagnare peso a Bruxelles. E proprio il Medio Oriente trasformato dalla Primavera araba offre l’occasione di cambiare rotta, ottenendo importanti ritorni sul piano geopolitico.
SCAVALCATO DA MONTI. La posizione del ministro era perdente in partenza e ha lasciato poche strade al premier Mario Monti e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La soluzione – necessaria – è stata presa senza grosse remore: Monti ha chiamato Tel Aviv per annunciare il sì, dopo che lo stesso ambasciatore israeliano a Roma aveva ottenuto tutt’altre rassicurazioni.
Pur nel linguaggio felpato della diplomazia, la lettura è univoca: la Farnesina è stata scavalcata e l’autorevolezza del ministero messa in discussione di fronte al mondo.

La guerra in Libia non è ancora finita

In questi giorni la città libica di Bani Walid, sulla costa nord-occidentale del Paese, un tempo fortezza del colonnello Gheddafi e la cui popolazione appartiene quasi totalmente alla tribù dei Warfallah, è stretta sotto assedio da parte delle forze governative.
La città si era proclamata indipendente de facto nei mesi scorsi, ma adesso il nuovo governo di Tripoli pare deciso a riprenderne il controllo. Molto probabilmente perché la località è divenuta un covo di ricercati per crimini commessi durante la guerra civile, almeno secondo la versione delle autorità.

Un ampio resoconto degli ultimi fatti si trova su Altrenotizie:

Secondo i resoconti dei media occidentali, Bani Walid non sarebbe mai stata completamente “liberata” dai guerriglieri, nonostante la città fosse stata dichiarata libera dalle forze legate al regime il 17 ottobre dello scorso anno, tre giorni prima dell’esecuzione di Gheddafi.
Le tensioni a Bani Walid erano in ogni caso tornate a riaccendersi pericolosamente lo scorso 25 settembre, quando il parlamento di Tripoli (Congresso Generale Nazionale) aveva ordinato ai ministri della Difesa e degli Interni di trovare, anche con l’uso della forza, i responsabili del rapimento e dell’uccisione del 22enne Omran ben Shaaban.
Quest’ultimo era un ex ribelle che aveva individuato Gheddafi a Sirte dopo che il suo convoglio era stato colpito da un bombardamento NATO mentre cercava di lasciare la città sotto assedio. Shaaban era stato rapito a luglio a Bani Walid e, nel tentativo di fuggire ai suoi sequestratori, era stato raggiunto da due colpi di arma da fuoco. Successivamente Shaaban è stato liberato grazie all’intervento del presidente del Congresso, Mohamed Magarief, ma è comunque deceduto in un ospedale francese dove era stato trasferito.
Dai primi di ottobre, dunque, le milizie di Misurata e di altre località libiche hanno cominciato a circondare la città, mettendola sotto assedio dopo il fallito tentativo di trovare un accordo con i capi tribali. Le milizie hanno a lungo impedito le forniture di beni di prima necessità, così come l’evacuazione dei civili, mentre la Croce Rossa ha ottenuto il via libera per accedere
 agli ospedali solo il 10 ottobre scorso.

La punizione indiscriminata inflitta alla popolazione di una città che ha rappresentato una roccaforte del regime di Gheddafi fino alla fine testimonia ancora una volta la natura delle forze sulle quali i paesi occidentali hanno fatto affidamento per rovesciare il rais. I presunti “liberatori” della Libia, come hanno messo in luce svariate ricerche sul campo condotte dalle più autorevoli organizzazioni umanitarie, si erano infatti ben presto distinti per le innumerevoli violazioni dei diritti umani commesse, comprese esecuzioni sommarie, torture e detenzioni di massa senza accuse né processi.
A sollevare sospetti inquietanti sui metodi impiegati dagli ex ribelli a Bani Walid sono stati alcuni medici che operano negli ospedali della città, i quali hanno raccontato l’arrivo nelle loro strutture di feriti civili che presentavano sintomi tali da far pensare all’uso da parte delle milizie di armi con gas velenosi.

La città è senza luce né gas. Secondo Marinella Correggia (le cui analisi sono sempre da prendere con le molle…) l’ospedale è al collasso. Le famiglie sono in fuga dalle violenze. Almeno 22 persone sono state uccise la scorsa settimana e un centinaio ferite, ma secondo al-Jazeera i morti sarebbero 200.
L’esercito dichiara di controllare l’85% della città.
C’è poi il giallo che riguarda Khamis, il più giovane dei figli di Gheddafi, dato per morto quattro volte (l’ultima, ufficialmente, nell’estate 2011), secondo un rapporto deceduto due giorni fa e invece, secondo alcuni voci, ancora vivo e vegeto.
Tra tanti dubbi, l’unica certezza è che a un anno dalla fine della guerra civile la Libia non è ancora pacificata.

Gheddafi fu ucciso da un agente segreto francese. Dov’è la notizia?

La non-notizia di oggi è che l’assassino di Gheddafi era un agente segreto straniero mischiato alle brigate rivoluzionarie. Indovinate di quale nazionalità…

Tra gli ambienti diplomatici occidentali nella capitale libica il commento ufficioso più diffuso è che, se davvero ci fu la mano di un sicario al servizio degli 007 stranieri, questa «quasi certamente era francese». Il ragionamento è noto. Fin dall’inizio del sostegno Nato alla rivoluzione, fortemente voluto dal governo di Nicolas Sarkozy, Gheddafi minacciò apertamente di rivelare i dettagli dei suoi rapporti con l’ex presidente francese, compresi i milioni di dollari versati per finanziare la sua candidatura e la campagna alle elezioni del 2007. «Sarkozy aveva tutti i motivi per cercare di far tacere il Colonnello e il più rapidamente possibile»

Secondo il Corriere, fu Assad a passare alla NATO il numero del telefono satellitare di Gheddafi agli 007 francesi. In cambio il presidente siriano avrebbe ottenuto che Parigi chiudesse un occhio sulla repressione contro la popolazione in rivolta, limitando così la pressione internazionale su Damasco.

Per capire perché questa rivelazione è un pò la scoperta dell’acqua calda dobbiamo fare un salto indietro a metà febbraio 2011. La narrativa ufficiale di quella che poi sarebbe degenerata nella guerra civile libica parla di una rivolta nata in Cirenaica, e presto estesa in tutto il Paese, in seguito alla brutale repressione di manifestazioni popolari spontanee.
A questa versione se ne affianca un’altra, più articolata e meno “vendibile” al grande pubblico. La repentina degenerazione della crisi libica dalle manifestazioni di piazza alla guerra civile ha da subito alimentato  i sospetti che si sia trattato di un colpo di Stato in fieri. Tale golpe, raccontava l’analista Karim Mezran sulle pagine di Limes un anno fa, sarebbe stato deciso pochi mesi prima  in un albergo di Parigi dai servizi segreti francesi con la complicità di Nuri al-Mismari, ministro del cerimoniale di Gheddafi. Le rivolte avrebbero poi costretto gli organizzatori ad accelerare il piano. Le defezioni dei militari e degli alti gradi del governo (su tutti: il ministro della Giustizia Mustafa Abdel Jalil e quello dell’Interno Abdel Fattah Yunis), stranamente rapide e a macchia di leopardo, la rapida genesi del CNT, la diffusione di cos’ì tante armi leggere in mano a così tanta gente, e soprattutto la frenetica attività diplomatica della Francia in favore dell’intervento armato troverebbero spiegazione proprio in questa imprevista accelerazione.
Qualcuno si è chiesto come mai la Francia ha premuto con tutte le sue forze per convincere le altre potenze della necessità di un intervento armato, poi consacrato dalla risoluzione 1973 del CdS? Oppure perché è stata la prima a riconoscere il CNT - sorto dal nulla da un giorno all’altro – come unico interlocutore in Libia? O come mai Parigi non ha neppure atteso l’avvio ufficiale della missione Unified Protector, inviando i propri caccia nei cieli libici con un giorno d’anticipo?
Sugli interessi francesi in Libia e sul piano messo in atto per strapparla all’Italia si veda questa analisi su Il Sussidiario.

A un anno di distanza i fati dimostrano che la Francia ha fatto male i calcoli. Se mai ce ne fosse bisogno, questo articolo sul blog di Alex Thurston spiega perché l’intervento NATO in Libia è stato un errore. E gli effetti collaterali provocati dal rovesciamento di Gheddafi sono sotto gli occhi. Innanzitutto l’insorgenza dei tuareg nel Nord del Mali, che avrebbe poi condotto alla dichiarazione d’indipendenza dell’Azawad e alla sua successiva caduta in mano ai qaidisti. Senza contare l’afflusso di profughi in Ciad, Tunisia, Egitto ed Europa (via Lampedusa) e un ruolo non secondario nella crisi alimentare che tuttora affligge la regione del Sahel.

Nel 1307 Filippo IV il Bello, re di Francia, espose una serie di accuse infamanti contro i cavalieri Templari – con cui era stato in affari e di cui era debitore – per azzerare i propri debiti e mettere le mani su gran parte del patrimonio dell’ordine. Sette secoli più tardi, la storia si è ripetuta nella figura di Nicolas Sarkozy, esecutore del suo ex amico e socio Muammar Gheddafi.
In tanti hanno bevuto la storiella dell’intervento umanitario. In realtà Sarkozy ha voluto la caduta di Gheddafi per strappare la Libia all’influenza italiana, guadagnando posizioni nel Nord Africa. L’eliminazione fisica dell’ex alleato era necessaria per evitare che quest’ultimo fosse tradotto davanti ad un tribunale internazionale per crimini di guerra, dove avrebbe meritato un posto d’onore ma all’interno del quale avrebbe rivelato alcuni segreti che, per il bene delle cancellerie occidentali, sarebbe stato meglio che restassero tali.

La nuova Libia è una polveriera

Dopo l’assalto di Bengasi, costato la vita all’ambasciatore americano Chis Stevens, il governo libico ha deciso di prendere provvedimenti. Domenica 23 settembre Tripoli ha ordinato a tutti i gruppi armati non ancora affiliati all’esercito di posare le armi entro 48 ore.
Il giorno dopo l’esercito è già intervenuto per sgomberare una caserma occupata da una milizia. Questo venerdì il governo ha annunciato di aver disarmato una decina di milizie. Nello stesso giorno centinaia di libici manifestano per chiedere lo scioglimento delle milizie.

Facendo un salto indietro di due settimane, Cristiano Tinazzi, uno dei pochi corrispondenti italiani sul campo, racconta che l’attacco al consolato americano è solo l’ennesima dimostrazione dell‘instabilità in cui versa il Paese a un anno dalla fine della guerra:

La Libia è rimasta ‘sommersa’ nel panorama informativo, quasi oscurata, nonostante in questi mesi vi siano state crisi regionali (come quella avvenuta nel sud, con i continui scontri tra Toubou e Zwai), un turbolento movimento indipendentista in Cirenaica, la dissacrazione del cimitero di guerra inglese il 4 marzo scorso a Bengasi, una serie di attentati sempre in Cirenaica ad opera del gruppo ‘prigioniero sceicco Omar Abdel Rahman’ tra i quali l’attacco al convoglio dell’ambasciatore britannico l’11 giugno scorso.
Il 6 giugno era stato invece colpito il muro di cinta del consolato americano con un ordigno rudimentale e il 22 maggio un razzo aveva colpito la sede della Croce Rossa. Anche Tripoli non è esente da violenze. Il 19 agosto tre autobomba sono state fatte detonare nel centro della città: due morti e cinque feriti. Il 15 luglio viene rapito il presidente del Comitato olimpico libico, Ahmad Nabil al-Alam, rilasciato poi il 22 dello stesso mese.
In tutto questo periodo decine di persone sono state uccise, sequestrate o detenute in carceri ufficiali o clandestine. Anche molti ufficiali dell’esercito sono colpiti. Sempre a Tripoli il 19 giugno l’aeroporto internazionale era stato chiuso dopo che la milizia di Tarhuna aveva occupato lo scalo (dopo il rapimento e la probabile uccisione del suo leader, Abouajila Al-Habchi, da parte di milizie rivali), innescando uno scontro a fuoco con la milizia di Zintan e con quella dei ‘martiri di Suq al-Jumma’. Anche la tensione su linee di frizione tribali e cittadine in diverse zone del paese è rimasta alta. Sulle montagne, tra la tribù di Zintan e quella dei Mashaha, tra le milizie di Misurata e quelle di Bani Walid; nei pressi del bastione gheddafiano sono stati rapiti due giornalisti di Misurata lo scorso 7 luglio ed è stato sventato un attacco in massa dei misuratini all’ultimo momento. Il 24 agosto vicino Tarhuna è stato circondato un campo di addestramento di sospetti gheddafiani.
Per non parlare degli attacchi ad edifici religiosi (moschee, scuole e cimiteri) sufida parte di gruppi salafiti.

Da segnalare un’analisi dell’ISPI, di cui riporto questo interessante passaggio:

Sul fronte dell’islam radicale c’è chi ricorda la lunga tradizione della “jihad” in Cirenaica. È importante però non invertire il nesso di causa-effetto: l’islamismo radicale in Libia è stato alimentato soprattutto dall’oppressione del regime. Per buona parte dei libici, l’unico modo di dissentire da Gheddafi era quello di aderire o appoggiare Al Qaida. I libici sono stati per anni il secondo maggior gruppo, dopo i sauditi, a combattere sui fronti iracheno e afghano. Sono in particolare città come Derna, in Cirenaica, ad aver alimentato il fronte qaedista. Per esempio, proprio il numero due dell’organizzazione, Abu Yahya al-Libi, era appunto libico ed è stato ucciso da un attacco di droni americani a inizio giugno 2012. Abu Yahya al-Libi, cittadino libico nato nel 1963, era considerato dagli Stati Uniti l’uomo più importante dopo Ayman al-Zawahiri, che dalla morte di Osama bin Laden guida l’organizzazione terroristica. Al-Libi non è stato mai descritto come un grande combattente, ma piuttosto come un ottimo organizzatore e propagandista. Si dice che al-Libi abbia cominciato la sua carriera terroristica negli anni Novanta, quando si è trasferito in Afghanistan. Nel 2002 è stato arrestato dalle forze americane a Bagram, ma dopo soli 3 anni riuscì a fuggire facendo perdere le sue tracce.
Alcuni “allievi” di Abu Yahya al-Libi sono attivi in Libia anche oggi. Sufian bin Qumu, per esempio, che ha lavorato anche a contatto con Osama Bin Laden, prima di essere catturato dagli americani e detenuto a Guantanamo per sei anni, guida una milizia nella zona di Derna che sfoggia la bandiera nera di Al Qaeda ed è stata accusata di violenze. Qumu ha apertamente dichiarato che non intende deporre le armi finché in Libia non sarà instaurato un governo di tipo islamico-talebano. Sempre a Derna e in Cirenaica sono attive formazioni salafite, come il gruppo Ansar al-Sharia, che si rifiutano di riconoscere la legittimità dell’autorità centrale. Bisognerà indagare le responsabilità dell’attacco all’interno di questi gruppi.
Le avvisaglie di un atto simile c’erano tutte, anche se non di tale tragicità e rilevanza. Le elezioni di luglio, che hanno avuto un buon esito, hanno fatto probabilmente abbassare la guardia. I problemi, tuttavia, come avevamo evidenziato, rimanevano tutti. Il mese di agosto lo aveva chiaramente di-mostrato: attacchi di gruppi salafiti agli “eretici” sufi, con la distruzione di diversi santuari; altri attentati a istituzioni libiche addebitati, forse troppo frettolosamente, a ex-gheddafiani.