Categoria: Conflitti


L‘attentato all’ambasciata francese di Tripoli ci ricorda che, ancora a due anni dalla rivoluzione, la Libia respira un’atmosfera di tranquillità solo apparente. Il Paese non riesce ad uscire dalla fase d’instabilità che ne ha finora penalizzato la già complicata transizione. Le milizie sono sempre al loro posto: il governo non è riuscito a disarmarle, e neppure la loro assimilazione nelle forze di sicurezza procede secondo i piani.
Così, in questa normalità fatta di caos e scarsa chiarezza su chi eserciti il monopolio della forza, e nel bel mezzo di un complesso processo di ricostruzione delle istituzioni, l’esecutivo si trova ora stretto tra due fuochi. Da un lato le milizie, che continuano ad esercitare un’influenza sulle autorità centrali, e dall’altro il Dipartimento di Stato USA, che chiede maggiori sforzi per arginare la crescente radicalizzazione all’interno dei gruppi salafiti.
Intanto, gli episodi di violenza si susseguono. Ne sono un esempio i ripetuti attacchi alla minoranza copta, perpetuati nell’indifferenza delle forze di sicurezza del governo. Ma anche le stesse istituzioni sono ostaggio dei ricatti delle milizie. L’ultimo caso è proprio di oggi, martedì 30 aprile: un gruppo di uomini a bordo di un camion armato con cannoni antiaerei ha occupato il Ministero di Giustizia, costringendo il personale a lasciare l’edificio.

Secondo Linkiesta, l

’attentato di ieri ai danni dell’ambasciata francese a Tripoli è solo l’ultimo di una serie di incidenti che testimoniano una crescente saldatura tra elementi jihadisti e alcuni gruppi salafiti:

Al Qaeda cerca di saldare due ideologie in parte contrapposte: la lotta locale dei miliziani salafiti che hanno come obiettivo un “emirato” libico (o Cirenaico) e il jihad globale. Inoltre cerca di far interagire i due fronti: la Cirenaica, di cui si è detto, e il Fezzan nuova retrovia strategica di Aqim (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e degli altri gruppi jihadisti sahariani. Qui Aqim, grazie alla benevolenza di alcune tribù locali in affari con i gruppi terroristici, sembra aver posizionato la propria base logistica e organizzativa.
L’attentato di Tripoli, per come si è verificato (un’autobomba) e per le rivendicazioni appare come un segnale della probabile saldatura tra queste componenti. Tripoli non era mai stata oggetto di attentati di questo tipo. L’operazione segna certamente un’escalation della tensione anche in funzione anti-francese dopo l’intervento del governo di Hollande in Mali.

Benché le voci di una crescente minaccia islamista continuino a rincorrersi, secondo il reporter Cristiano Tinazzi, invece, il problema non è al-Qa’ida o lo jhadismo in generale, bensì l’incapacità del potere centrale di assicurarsi e gestire legittimamente il monopolio della forza.
Come spiega in un passaggio della sua corrispondenza su Limes:

Oltre a molteplici milizie che ancora oggi si comportano come gruppi di autodifesa locale, come a Misurata e in altre località libiche, c’è da fare i conti con il Libian shield, una sigla “ombrello” all’interno della quale operavano durante il conflitto decine di katibe. Oggi diversi gruppi dello Shield lavorano a stretto contatto con gli americani, tanto che l’organizzazione stessa avrebbe inviato un’unità speciale di recupero alla missione diplomatica americana di Bengasi attaccata l’11 settembre 2012- quando morirono l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani.
Delle forze speciali quindi, i cui membri sarebbero stati selezionati dalla Cia e ai quali sarebbero andati parte degli 8 milioni di dollari destinati dall’amministrazione statunitense alla costituzione di forze antiterrorismo in Libia. Rischiando un parallelismo, potrebbero essere accostati alla Sawha o Sons of Iraq irachena, delle milizie filo-Usa.
Nella nuova Libia abbiamo così due poteri ufficiali, esercito e polizia, e due poteri paralleli molto più forti che li affiancano, Libyan shield e Ssc, spesso in conflitto tra loro. Il Supreme security council dipende dal ministero degli Interni, il Libyan shield dalla Difesa. I due gruppi talvolta si scontrano anche militarmente. Le milizie dello “Scudo libico” avrebbero condotto anche l’ultimo assedio a Bani Walid lo scorso novembre 2012, sotto gli occhi impotenti delle autorità centrali. In realtà, la confluenza o meno nella Ssc non implica necessariamente una collisione con le milizie dello Scudo, come dimostra la katiba dei “Martiri di Souq el Jumaa”, facente parte della Brigata Tripoli (nel Ssc) ma in strettissimi rapporti con diverse milizie di Misurata.
Le possibilità che ha al Qaida di attecchire nel contesto dell’estremismo religioso nel quale operano diversi gruppi di ispirazione salafita (ma tutti o quasi i libici, a parte una piccola percentuale di sufi, sono salafiti senza per questo essere estremisti) sono scarse.

Guarda caso, l’attentato all’ambasciata francese a Tripoli proprio nei giorni i cui il premier libico Ali Zidan annunciava la nascita di una Guardia nazionale, legata al ministero della Difesa e allo Stato maggiore libico, indipendente da gruppi politici e religiosi.

Il fermo (e non “sequestro”) dei 4 reporter italiani in Siria ha costretto i media a gettare la luce sulla formazione militare islamista ritenuta responsabile del gesto: Jabhat al-Nursa (Fronte di Supporto).
Si tratta di  una sigla di miliziani fondamentalisti d’ispirazione qaidista, iscritta nella lista USA dei gruppi terroristi, salita alla ribalta agli inizi dello scorso anno come sedicente responsabile di una serie di attentati contro il regime di Bashar al-Assad. Secondo il Washington Post sarebbe il quarto gruppo armato attivo in Siria per dimensioni (benché i numeri sull’effettiva consistenza delle bande ribelli citati nell’articolo siano esagerati). In gennaio girava voce che avesse instaurato un emirato islamico nella Siria orientale, come ribadito oggi da Pepe Escobar sull’Asia Times.

Il fattore Iraq

Un’analisi di Ennio Remondino su Globalist traccia una sintesi della Siria in cui i 4 italiani erano stati fermati. Tra le altre cose, l’articolo spiega come il progressivo aggravarsi del conflitto in Siria stia favorendo l’infiltrazione e l’ascesa di movimenti jihadisti, provenienti soprattutto dall’Iraq (alcune foto). Un anno fa scrivevo:

oggi gli insorti iracheni utilizzano le stesse reti di comunicazione e trasporto percorse – in senso inverso – negli anni dal 2003 al 2008. Ne consegue che la crescente violenza in Siria è in parte frutto di un disegno tracciato dall’interno del vicino Iraq. Tutti a Baghdad sono interessati al corso degli eventi a Damasco: il primo ministro al-Maliki, al-Qa’ida, i trafficanti di armi, i sadristi. Ciascuno di loro ha qualcosa da guadagnare o proteggere. E finché l’instabilità permane, sempre più iracheni saranno incoraggiati a gettarsi nella mischia. Alimentando una spirale di violenza sempre più fuori controllo.

Comunemente si pensa che la politica dell’Iraq verso la Siria sia eterodiretta dall’Iran, ma questa semplicistica interpretazione trascura un fatto. In realtà, il tiepido sostegno del premier al-Maliki al regime di Assad è dettato dalla preoccupazione che la maggioranza sunnita possa sconfiggere il presidente e prendere il controllo della Siria che verrà. Così ufficialmente Baghdad si mantiene neutrale verso Damasco, ma allo stesso tempo i continua ad invocare una soluzione diplomatica al conflitto. Limes, in una lunga analisi sulle relazioni tra Iraq e Siria alla luce della guerra civile a Damasco, spiega:

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Alleanze qaidiste

Al-Qa’ida in Iraq entra ufficialmente nel conflitto siriano l’11 marzo, quando rivendica la paternità di un attentato in cui perdono la vita 48 soldati siriani e nove guardie irachene.
Praticamente un mese dopo, l’8 aprile, Abu Bakr al-Baghdadi, capo del gruppo qaidista, annuncia che la fusione tra la sua organizzazione e Jabhat al-Nusra in Siria. Nel contempo, afferma che lo Stato Islamico in Iraq è stato coinvolto nella guerra civile siriana fin dall’inizio, di fatto confermando l’idea da sempre sostenuta dal regime siriano di una rivolta condotta dai jihadisti.
Ma a smentire la notizia della fusione è proprio il capo di al-Nusra, che in un messaggio audio promette fedeltà ad Ayman al-Zawahri, prendendo però le distanze da al-Qa’ida in Iraq. Non solo. L’annuncio di al-Baghdadi solleva anche la reazione del Free Syrian Army, il quale ribadisce la propria distanza ideologica da al-Nusra.
Come si spiegano tutte queste prese di posizione? Secondo Lorenzo Declich:

Alcuni analisti, visto “l’omaggio”, affermano che “l’ordine” di fondere le due organizzazioni sia arrivato direttamente da Ayman al-Zawahiri.
Se così fosse la Jabhat al-nusra avrebbe disatteso un ordine.
Più probabilmente l’intera vicenda è, lasciando da parte al-Zawahiri, il risultato di un antagonismo fra le sigle irachena e siriana.
Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico Iracheno, cioè al-Qaida irachena, non ha più molto seguito in Iraq, essendosi votato sostanzialmente al caos per aver perseguito negli anni una strategia dinamitarda cieca (molte vittime innocenti). La Jabhat al-nusra, invece, ha in pochi mesi raccolto attorno a sé molti consensi e molti combattenti, impegnandosì certamente in attacchi terroristici-dinamitardi, ma anche in vere e proprie battaglie, nelle quali ha potuto mostrare il coraggio dei propri affiliati.
Questa “mossa” del capo di al-Qaida in Iraq può essere dunque letta come un estremo tentativo di “mettere il cappello” sulla Jabhat al-nusra.
Un tentativo che, fra l’altro, si è rivelato un boomerang mediatico, andando controcorrente rispetto a quella che era stata individuata dagli osservatori come una “strategia di dissimulazione” della Jabhat al-nusra, tesa a farsi ben volere dalla popolazione.
Una strategia che stava funzionando e che ora non funzionerà più, o funzionerà molto meno.
Da diverse aree della Siria “liberata”, luoghi dove le nuove entità politiche stanno costruendo il “dopo Asad”, giungono fra l’altro notizie di tensioni fra militanti della Jabhat al-nusra e di altre formazioni.
Tensioni che fanno preconizzare un lungo e turbolento “post-Asad”.
Al tutto si aggiungono le dichiarazioni sdegnate dei Comitati di Coordinamento Locali i quali, nonostante le violenze e le armi, rimangono l’unico vero organismo politico della rivolta siriana:
“I Comitati di Coordinamento Locali” si afferma in un comunicato “rifiutano completamente le affermazioni di [...] Zawahiri riguardanti la fondazione di uno Stato islamico in Siria [...]. I CCL condannano le interferenze di Zawahiri negli affari interni alla Siria [...] Solo i siriani decideranno il futuro del loro paese. I CCL ribadiscono, di nuovo, che la rivoluzione siriana ha come obbiettivi la libertà, la giustizia e uno Stato civile, pluralista e democratico”.

Assad dopo Assad?

I risvolti politici delle giravolte di cui sopra sono evidenti. A parole, l’obiettivo comune dell’opposizione siriana – nelle sue varie diramazioni – è la caduta di Assad, ma la frammentazione esistente al suo interno e le infiltrazioni jihadiste vanno tutte a vantaggio del presidente siriano. Il quale  sembrava spacciato fino a pochi mesi fa e invece ora, complice l’inerzia della comunità internazionale, potrebbe rimanere in carica fino alle presidenziali del 2014. E magari anche vincerle.

Dunque la Corea del Nord ha comunicato di essere pronta ad un attacco nucleare contro gli Stati Uniti in tempi brevi. Il Segretario alla Difesa Usa  Chuck Hagel ha detto che il Pentagono prende “molto seriamente” le provocazioni del Nord, annunciando che nei prossimi giorni installerà un nuovo sistema di difesa sull’Isola di Guam nel Pacifico. Precisamente si tratta del Terminal High Altitude Area Defense System (THAAD), un sistema che comprende diverse soluzioni integrate per intercettare il passaggio dei missili nemici e abbatterli, prima che possano causare danni esplodendo al suolo.

Secondo Limes, la minaccia non va sottovalutata: benché Pyongyang non disponga (ancora) di missili capaci di raggiungere la costa occidentale dell’America, infatti, il suo potenziale bellico nordcoreano resta di tutto rispetto. Inoltre, l’insidia nordcoreana pone all’amministrazione Obama un problema finanziario, oltre che strategico, posto che il sistema antibalistico statunitense risulta tecnologicamente obsoleto e complessivamente sottofinanziato.
Tuttavia l’America non sembra veramente spaventata. In Italia la stampa sta dando ampio risalto al rischio di una guerra atomica innescata dal regime nordcoreano, trascurando il fatto che la Corea del Nord minaccia da anni il Sud e gli Stati Uniti. Peraltro la realtà dei fatti parla di una macchina bellica meno temibile di quanto si pensi, nonostante le ingenti risorse che il regime investe nel suo mantenimento.
Il Post riassume perché non c’è davvero molto di cui preoccuparsi: Leggi l’articolo completo »

La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo -, Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

Martedì 5 marzo l’esercito della Malesia ha sferrato l’attacco all’Esercito reale del sultanato di Sulu, una formazione di 200 miliziani filippini asserragliata da un mese nello Stato di Sabah, nella parte nordorientale del Borneo. L’azione è giunta dopo diversi tentativi di mediazione compiuti dal premier malesiano Najib Razak e dal presidente filippino Benino Aquino, che nelle settimane precedenti avevano più volte invitato i ribelli islamici guidati da Jamalul Kiram – conosciuto come “il sultano di Sulu” – ad abbandonare le armi.

Secondo Asia Files:

All’inizio c’è stata soltanto curiosità per l’azione di un centinaio di filippini armati, decisi a rivendicare la regione di Sabah in Malaysia come parte di un antico sultanato. Con i morti dello scorso fine settimana, i bombardamenti aerei e la caccia all’uomo lanciata della truppe malaysiane nelle ultime ore, quello nel Borneo è diventato un caso diplomatico e politico, che coinvolge tanto il governo di Kuala Lumpur quanto quello di Manila e rischia di risvegliare rivendicazioni sopite da decenni.

Le rivendicazioni del 73enne sultano Jamalul Kiram III mettono inoltre Kuala Lumpur davanti a un altro dilemma, scrive Asia Sentinel. In questa vicenda il governo malaysiano sembra essersi dimostrato più assertivo nel rivendicare la propria sovranità, abbandonando a esempio il basso profilo tenuto verso le rivendicazioni territoriali cinesi nelle acque che quasi lambiscono le coste settentrionali del Borneo in cui ha sempre evitato la linea dura seguita invece da Vietnam e Filippine nelle proprie dispute con Pechino.
È opinione, sottolinea il sito, che a Kuala Lumpur guardino allo Stato orientale come un mero serbatoio di voti cui lasciare maggiore autonomia e margine d’azione per gli affari delle élite locali e centrali per lo sfruttamento delle risorse energetiche .
L’invasione guidata dagli uomini dell’autoproclamato Esercito reale di Sulu rischia inoltre di far riaffiorare rivendicazioni sopite da decenni. Le stesse Filippine, che oggi invocano la calma, negli Sessanta del secolo scorso provarono ad avanzare rivendicazioni sulla regione in quanto parte fino al diciannovesimo secolo del sultanato di Sulu, ora in territorio filippino.
Ogni disputa con la Malaysia è stata però di fatto abbandonata da decenni.

Sempre Asia Files rivela questo background:

Sullo sfondo della vicenda si intreccia una doppia tornata elettorale sia nelle Filippine, dove a maggio si andrà ai seggi per il Senato, sia in Malaysia, dove entro qualche settimana il primo ministro Najib Razak dovrà evitare alla coalizione del Fronte nazionale e soprattutto al partito Umno una replica del voto del 2008, quando per la prima volta non raggiunse la maggioranza di due terzi.
Per questo il premier malaysiano giustifica la linea dura con la morte degli agenti e con la necessità di ristabilire la sicurezza. Gli occupanti si affidano, al contrario, alla storia e ai soldi. Sabah e le isole meridionali delle Filippine erano parte del regno almeno fino al diciannovesimo secolo. Nel 1878 Sabah fu data in affitto alla British North Borneo Company, i britannici ne fecero un protettorato. Un’altra versione aggiunge un passaggio precedente, con l’affitto concesso nel 1876 a commercianti olandesi che cedettero i diritti ai britannici. Con l’indipendenza della Malaysia nel 1963 la sovranità passò a Kuala Lumpur, che continuò a pagare un seppur simbolico affitto di 1.500 dollari l’anno al sultano. Uno di quei casi in cui il nodo sta nella diversa interpretazione del termine “pajak”, vendita per Londra, affitto in perpetuo per Sulu.
Per Manila e il presidente Benigno Aquino la partita è invece doppia. Da una parte si deve considerare il voto e la sorte dei circa 800mila filippini, molti dei quali immigrati irregolari, che ora si sentono in pericolo e a rischio espulsione, come già avvenuto domenica ad almeno 300 di loro.
Dall’altra l’occupazione e l’assedio rischiano di minare il processo di pace con i separatisti del Fronte islamico di liberazione Moro, con cui il governo filippino ha raggiunto un accordo quadro di pace lo scorso ottobre, proprio con la mediazione di Kuala Lumpur.

Secondo Terre sotto vento, che ricostruisce la genesi storica della contesa:

Gli eredi del Sultano da tempo fanno pressione sui presidenti filippini di perseguire attivamente le richieste di sovranità su Sabah. Mantenere viva l’istanza incrementerà la loro richiesta di essere giustamente compensati come proprietari privati di diritto di un territorio. La richiesta filippina si ancora soltanto sui diritti di proprietà asseriti dai discendenti del sultano di Sulu, richiesta che fu avanzata nel 1962 dal Presidente Diosdato Macapagal, l’anno prima che gli Inglesi formalmente abbandonarono la loro colonia su Malaya, Borneo Settentrionale, Sarawak e Singapore, lasciando la strada per lo stato indipendente della Malesia.
Lo storico Onofre Corpuz scrive: “Il Borneo settentrionale era fondamentale alla nuova Melsia senza del quale avrebbe avuto una maggioranza cinese nella sua popolazione, poiché Singapore doveva essere parte della Malesia. UK, USA e Giappone avevano interessi nel nuovo stato basati su considerazioni globali strategiche. La richiesta sarebbe stato portata avanti semmai in isolamento diplomatico. Il futuro della richiesta filippina negli anni 80 non era chiaro”.

Sudestasiatico aggiunge:

Secondo l’analisi di Noel Tarrazona, giornalista e membro della facolta’ dell’Universidad de Zamboanga, dietro i recenti negoziati di pace siglati tra il governo filippino e il Fronte Islamico di Liberazione Moro (Moro Islamic Liberation Front, da cui l’acronimo MILF)–gruppo nato dalla scissione avvenuta nel 1977 in seno al Fronte di liberazione nazionale Moro (Moro National Liberation Front – MNLF)–si nascondo accordi segreti tra Manila e Kuala Lumpur per il riconoscimento definitivo dei territori di Sabah in cambio dell’apertura di un consolato filippino. Accordi che avrebbero mandato su tutte le furie quello che ancora oggi viene riconosciuto come il Sultano di Sulu, Jamalul Kiram III, nonche’ la leadership di MNLF.

A due anni dalla rivoluzione, la Libia è ancora  fuori controllo. Pareva almeno che gli interessi italiani fossero garantiti: il primato di ENI nell’estrazione di idrocarburi, in particolare, era rimasto invariato, e nuovi contratti erano stati siglati sia col cane a sei zampe che con altre nostre grandi aziende (es: Iveco, Sirti, Salini).
Già, pareva.

Sabato 2 marzo la Mellitah Oil & Gas, joint venture paritetica fra la libica NOC e l’ENI, ha bloccato il locale impianto di trasformazione del gas a causa di alcuni scontri a fuoco nel distretto di Nuqat al Khams. La struttura, che tratta circa 100.000 barili al giorno prodotti dal pozzo di El Feel e che rifornisce clienti come Edison, Gaz de france e Sorgenia ha arrestato la produzione e di mettere in sicurezza il personale e le installazioni, con la conseguente interruzione del flusso di gas attraverso il gasdotto Greenstream. Tale conduttura, anch’essa in comproprietà tra NOC ed ENI, convoglia tutto il gas che l’Italia importa dalla Libia (circa 150 mln m3 al giorno).

L’impianto è stato riavviato lunedì 4, ma il ripristino dei flussi di gas attraverso  il Greenstream non sarà immediato. Per ENI il danno è stato tutto sommato limitato.
Secondo Linkiesta, però, c’è molto di che preoccuparsi:

in zona è presente un gruppo armato il quale “da giorni opera con l’obiettivo di fermare la produzione petrolifera e gasifera in particolare dal giacimento di al Wafa che si trova all’interno del sito e che rifornisce l’Italia e l’Unione Europea con 8 milioni di metri cubi di gas all’anno attraverso il gasdotto South Stream che arriva in Italia. Questa milizia ha chiesto il pizzo al governo. Vuole dei soldi in cambio dei quali è disposto a garantire la sicurezza dell’area desertica della Libia”.

E’ un copione già visto: alla fine di una guerra civile, le varie tribù cercano di accaparrarsi le rendite che possono. Pretendendo un compenso dal governo – e probabilmente anche dalle compagnie – per garantire la “protezione” dell’impianto.

Il governo di Tripoli ha subito schierato l’esercito a difesa dell’impianto. Sempre Linkiesta - che riporta in tabella le importazioni italiane di gas per Paese di provenienza dal 1990 al 2011 -   interpreta questa mossa sotto un duplice profilo.
Da un lato, la Libia teme di perdere le sue preziose rendite, più che mai fondamentali in un periodo di cronica instabilità come quello in corso. Dall’altro – e questo è interessante – tale mossa può servire per dimostrare ai vari fornitori nazionali in che modo si stia muovendo il settore del gas, per tentare di rinegoziare alcuni contratti dopo il brusco calo dei consumi dal dopo-crisi. E qui entra in gioco la Russia:

Eni è ancora legata a contratti del tipo “take-or-pay” con la Russia: se i volumi “prenotati” non vengono ritirati, Eni deve corrispondere una penale. Molti dei contratti libici, poi, sono legati a strutture contrattuali estremamente onerose, in cui il partner locale riceve una percentuale altissima del profitto (tra le più alte al mondo). Rinunciare al gas libico serve per dimostrare ai libici che di Libia si può fare a meno; e serve per dimostrare ai russi che di gas ce n’è così tanto, che ci si può permettere di chiudere un rubinetto a piacimento. Nel frattempo, se poi il rubinetto si chiude, si compra più gas dalla Russia, evitando di corrispondere onerose penali.

Del resto, se i consumi in Italia sono crollati, la Russia ci ha rimesso molto in termini di volumi esportati. Nel 2006 in Italia si consumavano ancora 83,5 miliardi di metri cubi di gas, di cui 22,5 di provenienza moscovita. Nel 2011 la domanda è scesa a 76,7 miliardi, coperti per 19,6 dai russi. Anche dall’Algeria le importazioni sono diminuite nello stesso periodo, passando da 25 a 21,3 miliardi. La Libia in periodi “normali” rappresenta il 12,5% delle importazioni italiane di gas. Ecco la mappa dei gasdotti e dei rigassificatori:

In merito a questo presunto “bilanciamento” del Cane a sei zampe tra Libia e Russia si scatena lo scetticismo degli operatori del settore. La voce tra gli addetti è che Eni, che controlla tutti gli accessi per l’importazione di gas in Italia, sfrutti le vicende libiche per ottenere vantaggi in chiave russa – come sarebbe già successo con la precedente chiusura di Greenstream in occasione della guerra civile libica. Le chiusure rappresenterebbero eventi dalla gestione difficile per molti operatori nazionali che operano su base geografica più limitata. Per fortuna, stavolta l’interruzione è durata poco e ha avuto luogo in un finesettimana, quando i consumi sono più bassi. Così, in poco tempo i malumori si sono chetati, e l’Eni ha un esercito in più a proteggerla.

Con il Greenstream a secco, e l’Italia è energicamente più vulnerabile.
E questo aspetto, soprattutto ora che Gazprom è vicina al controllo del gas di Israele, che Rosnerft ha rafforzato la sua alleanza con ENI e che le compagnie russe sono in piena corsa per acquisire le aziende energetiche greche DEPA e DESFA a prezzi di saldo, sta favorendo la realizzazione dei piani di Mosca nella geopolitica energetica italiana ed europea.

Il conflitto in Darfur inizia il 26 febbraio 2003, quando il Fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendicò pubblicamente un attacco su Golo, quartier generale del distretto di Jebel Marra. A dieci anni di distanza, sebbene via una tregua, gli scontri sono ancora in corso: 510 vittime e un migliaio di feriti solo nelle ultime settimane di violenze tra le tribù arabe nella provincia occidentale del Sudan, in guerra ormai permanente.
In occasione del decennale, l’associazione Italians for Darfur, che riunisce giornalisti, artisti, educatori e operatori umanitari impegnati da anni nella promozione di campagne per i diritti umani in Sudan, ha pubblicato il suo rapporto annuale sul Darfur.
Il blog Le persone e la dignità sul Corriere ne offre questa sintesi:

Non è molto noto, ad esempio, che circa il 50 per cento della popolazionedel Darfur è stato direttamente coinvolto nel conflitto; che, nonostante risoluzionisul disarmo delle milizie e l’embargo sulle armi deliberato sin dal 2004, queste continuano a circolare; che un’imponente missione di caschi blu dell’Onu ha sostanzialmente fallito l’obiettivo di riportare la pace.
Ancora oggi, il bilancio della crisi del Darfur è pesante e non sembra destinato a migliorare. Sono poche le persone che superano i 35 anni di vita, molti bambini muoiono prima di averne compiuti sei, ogni giorno ne muoiono 75. La scolarizzazione è ancora molto bassa e si riesce a garantire un’educazione minima solo al 65 per cento dei bambini, la maggior parte dei quali peraltro vive ancora nei campi profughi, soffre di depressione e disturbi post-traumatici.

Secondo l’Ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Uniteil numero di sfollati interni nei campi che stanno ricevendo aiuti alimentari è salito a 1.430.000 e oltre due milioni di abitanti del Darfur continuano a essere direttamente colpiti dal conflitto. Altri 280.000 profughi sono rifugiati nel Ciad orientale.

La procuratrice della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, ha recentemente dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che “in Sudan continuano a essere commessi crimini con l’obiettivo dichiarato dal governo di fermare la ribellione in Darfur”. Gli episodi presi in considerazione comprendono bombardamenti, attacchi via terra, il blocco della distribuzione di aiuti umanitari e violenze dirette contro le popolazioni civili.

Unimondo, che riporta la testimonianza all’agenzia MISNA di padre Feliz da Costa Martins, superiore della parrocchia di Nyala, aggiunge:

Negli anni tra il 2003 e il 2007, la crisi nel Darfur ha provocato un numero imprecisato di vittime (centinaia di migliaia per le Nazioni Unite, non più di 5000 per il governo sudanese) e circa due milioni di sfollati inclusi 200.000 profughi nel confinante Ciad.
“Le cose sembravano migliorate tra il 2009 e il 2011, poi da un anno a questa parte e soprattutto negli ultimi mesi si è tornato a sparare e a fuggire” dice il missionario comboniano, da anni nella regione occidentale del Sudan, teatro dopo il conflitto di una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

“La situazione al nord è peggiore, ma i riflessi dell’instabilità e delle violenze sono ben percepibili in tutto il Darfur. Spostarsi da una zona all’altra è diventato pericoloso a causa della presenza delle «harakat» (movimenti), in alcuni casi gruppi di banditi, in altri milizie al soldo di qualcuno, ma non c’è un controllo territoriale basato su sfere di influenza come negli anni del conflitto. C’è insicurezza e basta” insiste il missionario, per cui gli avvenimenti degli ultimi mesi “gettano nuove ombre sul futuro di questa parte dal paese”.
Due anni fa, nel luglio 2011, l’indipendenza delle regioni meridionali da Khartoum, ottenuta dopo un conflitto ultraventennale, ha inferto un duro colpo anche ai movimenti ribelli dei territori occidentali, la cui agenda vede ora in testa l’abbattimento di un regime più debole ai loro occhi di quanto non fosse mai stato prima. “L’indipendenza di Juba ha reso realtà il sogno dell’emancipazione dal governo centrale. Oggi tutti i movimenti sorti dalla scissione dei gruppi ribelli rivendicano la caduta del presidente al Bashir, un tema fino a pochi anni fa assente dalle loro agende” aggiunge il missionario. Mentre a contribuire alla nuova ondata di violenze nella regione, “è stata la massiccia presenza di armi che, nonostante l’embargo, hanno continuato a circolare sul territorio. E l’illusione da parte della comunità internazionale che la situazione in Darfur si andasse risolvendo. Un errore, alla luce di quanto sta accadendo, che potrebbe rivelarsi fatale”.

Antonella NApoli su Limes racconta la nuova corsa alle risorse dietro la volontà di Khartoum di stanare i ribelli antigovernativi:

L’emergenza più grave dall’inizio del 2013 è stata registrata nell’area del Jebel Amir, zona collinare del nord Darfur. Almeno 25 villaggi sono stati distrutti, con centinaia di vittime e migliaia di sfollati. Gli scontri tra alcune comunità in lotta tra loro per il controllo di una miniera d’oro hanno spinto alla fuga oltre 90 mila persone.

Quella in Darfur non è stata, non è, la ‘solita’ guerra civile.

Il Sudan è un paese ‘estremo’ non solo per le disparità tra il centro del potere, in pieno boom economico, e le martoriate e aride aree del Darfur, dove languono gli scampati alle violenze dei janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’.
La regione occidentale sudanese è ancora teatro di una crisi politica e umanitaria. Il Sudan, nell’ultimo anno e mezzo, ha affrontato cambiamenti decisivi, a cominciare dalla separazione il 9 luglio del 2011 dal Sud Sudan, che a seguito di un referendum per l’autodeterminazione è diventato indipendente. Per tutto il 2012 sono proseguiti i negoziati relativi agli accordi sulla ripartizione del petrolio, sulla cittadinanza e sulla demarcazione del confine. Ma il tavolo delle trattative si è più volte interrotto fino ad arrivare a uno scontro armato che ha fatto temere l’inizio di un nuovo conflitto su larga scala.
Per scongiurare la ripresa delle ostilità tra i due fronti, che si sono combattuti per oltre vent’anni in una guerra civile che ha causato 2 milioni di morti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite ha approvato all’unanimità una risoluzione che ha imposto la cessazione delle ostilità. Contestualmente il conflitto in Darfur si è ulteriormente intensificato, propagandosi nella zona di Abyei, nel Kordofan del Sud e nel Nilo Blu, spingendo centinaia di migliaia di civili a fuggire da queste aree. La situazione di grande instabilità ha favorito il proliferare della contrapposizione a Khartoum che ha ‘costretto’ il servizio d’intelligence e sicurezza nazionale e la polizia statale a perpetrare violazioni dei diritti umani contro persone ritenute critiche nei confronti del governo, per aver esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione.

Spicca il silenzio dei media sul tema. Del Darfur nessuno parla e Omar al-Bashir, sul cui capo pende da anni un mandato di cattura internazionale spiccato dal Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità, non solo lo sa. Ma ne approfitta più che può.

Due mesi fa la fine di Assad pareva vicina: con la perdita di importanti basi militari, le continue defezioni tra gli alti gradi e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran, la contesa sembrava ormai volgere a favore dei ribelli.

Invece, dopo 60.000 morti il dittatore è ancora al suo posto. E ora potrebbe addirittura vincere.

A sorpresa, Moaz al-Khatib, leader  del Syrian National Coalition. propone ora una exit strategy dalla guerra civile. Fra le condizioni il leader della Snc ha posto la liberazione di 160.000 detenuti ribelli nelle carceri di Stato e il rinnovo dei passaporti per gli esuli siriani.
Khatib ha già indicato un possibile interlocutore: Farouq al- Sharaa, vice-presidente siriano, considerato “come l’unico membro del regime a non avere le mani grondanti di sangue”. Insieme ad altri funzionari, questi si sarebbe opposto più di una volta alla linea sanguinaria di Assad.

Per adesso il regime di Damasco non risponde. O meglio, replica come meglio sa fare: continuando la sua propaganda. Fahed al- Freij, ministro della Difesa, ha annunciato che l’esercito non ha paura nè degli attacchi di Israele nè delle minacce internazionali. E la stampa vicina al presidente giudica l’offerta di dialogo come una mossa tardiva, una manovra meramente politica che arriva con due anni di ritardo.
Russia e Iran, grandi sostenitori di Assad, giudicano “incoraggiante” l’offerta di Khatib.

Siamo vicini ad una svolta? Probabilmente no. Innanzitutto perché le affermazioni del leader dell’opposizione sono a titolo personale. In caso di una risposta del regime sarà necessario il sostegno di tutto il SNC, al momento caratterizzato da profonde divisioni. E il regime potrebbe sfruttare i segnali di debolezza che giungono dall’altra parte per garantirsi un margine contrattuale più ampio.
Linkiesta sintetizza così le polemiche sollevate dalla proposta di Khatib:

Si tratta di una iniziativa che sin dall’inizio non ha trovato d’accordo tutti i membri della Coalizione. Ieri infatti l’ufficio legislativo del gruppo e il direttivo del Consiglio nazionale siriano (Cns) l’hanno definita «frutto di una posizione del tutto personale di Khatib, in contrasto con lo statuto della Coalizione, che invece vieta qualsiasi dialogo con il regime di Damasco».

Si è detto invece favorevole a questa idea solo uno degli esponenti del Cns, Samir Satuf, intervistato ad Algeri dall’emittente Al Maiadin. Satuf ha spiegato di «essere favorevole, anche se ritengo che sia difficilmente realizzabile. Le condizioni poste da Khatib sono relativamente importanti, perché in realtà avremmo bisogno di un cessate il fuoco immediato». Secondo Satuf, oltretutto, il regime potrebbe avere difficoltà a liberare 160 mila detenuti, molti dei quali, ricorda l’esponente del Cns, sarebbero «morti nel corso dei mesi».

Più netta invece è stata la reazione di Haytham al Maleh, dirigente del Consiglio nazionale siriano, che all’emittente satellitare Al Arabiya ha spiegato: «l’idea di aprire al dialogo con il regime è unicamente di Khatib il quale non ci ha consultati prima di annunciare la sua proposta». Più morbida invece è la reazione di Abdel Ahad Stif, del direttivo della Coalizione nazionale siriana, il quale sostiene che «pur non essendo questa idea corrispondente ai principi della nostra coalizione, può essere certamente discussa. Bisogna evitare di fare il gioco di chi vuole dividere l’opposizione siriana usando questo pretesto».

Per difendersi dalle critiche Khatib ha spiegato che la sua iniziativa aveva come obiettivo quello di «ridurre le sofferenze del popolo in Siria». Intervistato dall’emittente araba Al Jazeera, in collegamento telefonico dal Cairo, l’imam di Damasco si è difeso dalle accuse di aver tradito i principi dell’opposizione con l’apertura al dialogo con Assad, spiegando che «non ci sono conflitti interni alla Coalizione e in particolare con i membri del Cns. Noi vogliamo solo cercare una via di uscita per aiutare il nostro popolo».

Secondo gli analisti arabi questa «fuga in avanti» di Khatib dimostra le difficoltà in cui versano i ribelli siriani.

Il leader dell’opposizione siriana sa bene che gli unici a conquistare qualche villaggio in questi mesi sono stati i miliziani che fanno capo ad al Qaeda, con i quali non potrà mai governare la futura Siria e che fanno sempre più paura all’occidente. Nella migliore delle ipotesi quindi, nel caso cioè di una caduta del regime di Assad in Siria, «scoppierà certamente un duro scontro tra i gruppi jihadisti e quelli laici dell’opposizione». Ne è convinto anche il leader dei salafiti giordani, Mohammed Shalabi, impegnato da mesi a reclutare e inviare giovani jihadisti in Siria a combattere contro le truppe di Damasco per conto del Fronte di Salvezza, gruppo legato ad al Qaeda.

A indebolire la posizione dei ribelli, rafforzando quella di Assad, è stato anche il raid aereo israeliano di due giorni fa in Siria, che ha provocato due morti e cinque feriti.

Su questo punto, va detto che a una settimana dal bombardamento compiuto in Siria, i caccia dell’aviazione israeliana continuano a violare lo spazio aereo libanese ma nessuno sembra trovarlo illegale.
Intanto, la guerra continua a devastare tutte le regioni della Siria. Quelle orientali sono in mano ad al-Qa’ida, dove il fronte al-Nusra pare aver creato un emirato islamico. In mezzo ci sono i profughi (4 milioni), di cui la comunità internazionale sembra non interessarsi.

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime - è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione - segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

Un pool di analisti indipendenti è giunto alla conclusione che l’assalto al consolato americano di Bengasi nel quale ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens è stato reso possibile da una sistematica disorganizzazione e da condizioni di sicurezza totalmente inadeguate. Qui il rapporto completo. La sintesi de Il Post:

Nel proprio rapporto, la commissione ricorda che ben prima degli attacchi erano state inviate dall’ambasciata di Tripoli richieste al Dipartimento di Stato per aumentare le misure di sicurezza nel paese. L’intelligence è inoltre accusata di essersi dedicata all’analisi di singoli pericoli per i funzionari statunitensi in Libia senza tenere in considerazione un quadro più generale, dal quale emergeva con una certa evidenza il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Il rapporto cita come esempio diversi episodi avvenuti a Bengasi mesi prima dell’11 settembre come il crescente numero di omicidi, un attacco a un convoglio britannico e l’esplosione di un ordigno all’esterno di uno dei palazzi della missione diplomatica statunitense in Libia. Nei risultati dell’indagine ci sono anche critiche evidenti contro due uffici del Dipartimento, incaricati della sicurezza dei diplomatici statunitensi (“Diplomatic Security”) e dei rapporti con il vicino Oriente (“Near Eastern Affairs”), accusati di non essersi coordinati a sufficienza. Diversi funzionari sono stati anche accusati di avere svolto con scarsa efficacia le mansioni che erano state loro assegnate. Nella versione resa pubblica dell’indagine non ci sono comunque riferimenti a persone specifiche.

Chi ha negato aiuto?

Già qualche settimana fa Fox News ha rivelato che, durante l’assalto, gli uomini della CIA a Bengasi avevano chiesto rinforzi, ma qualcuno li ha negati. Secondo alcune voci, il presidente Obama avrebbe addirittura osservato l’attacco in tempo reale tramite le riprese dei droni dall’alto.

Nelle settimane seguenti, Limes ha rivelato che almeno una dozzina di velivoli da combattimento ha attraversato l’oceano nei giorni successivi all’assalto di Bengasi in direzione delle basi in Sicilia e a Creta. Gli Stati Uniti si tengono pronti per un attacco in Libia, ma l’operazione comporta rischi per almeno quattro motivi: non sa ancora bene chi colpire; c’è il rischio di alienarsi l’appoggio della Libia; manca una copertura legale per l’operazione; si potrebbe lasciare ai libici l’onere di occuparsi delle minacce libiche.

L’indagine indipendente commissionata dal Dipartimento di Stato ha già fatto cadere alcune teste. In seguito alla diffusione del rapporto, il responsabile della sicurezza per il corpo diplomatico del Dipartimento di stato americano, Eric Boswell, ha rassegnato le proprie dimissioni con effetto immediato. Secondo AP, si sono anche dimessi anche altri due funzionari del Dipartimento.

Il caso Petraeus

Inutile ricordare che le dimissioni più illustri sono state quelle del generale David Petraeus. Ufficialmente, l’uscita di scena di Petraeus è stata la conseguenza di un’indagine dell’FBI che voleva verificare una presunta violazione della sua casella email: sono state trovate così le missive con la sua biografa Paula Broadwell. Un terremoto partito dalle mail minatorie che la sua amante inviava a un’altra donna, percepita come una minaccia per la sua relazione. Il fatto è che i primi sospetti di una relazione con la Broadwell erano emersi già qualche mese fa; eppure il caso è scoppiato solo a novembre. Petraeus (qui la sua biografia mediatica) era un perfetto capro espiatorio nella vicenda dell’attacco dei jihadisti al consolato di Bengasi, utilizzando la giustificazione del tradimento coniugale tenuta a lungo nel cassetto. All’interno dell’agenzia si era fatto molti nemici, tutti avevano notato la sua assenza ai funerali di Stevens. Nella sua testimonianza, il generale ha puntato il dito sui vertici delle altre agenzie di intelligence federali, accusandole di aver modificato il primo rapporto CIA sui fatti di Bengasi in cui già si parlava di attacco terroristico.

Armi libiche verso la Siria

In realtà, c’è un motivo per cui tutti i rapporti che sull’affaire Bengasi sono così confusi. Oggi si sa che nella sede diplomatica agiva sotto copertura un nutrito staff della CIA, cui appartenevano ben 23 dei trenta funzionari in servizio presso il consolato (ammesso che fosse davvero un consolato). Gli altri erano in forza al Dipartimento di Stato. La missione, iniziata già poco dopo lo scoppio della rivolta nel febbraio 2011, aveva l’obiettivo di svolgere operazioni di antiterrorismo, oltre che di mettere in sicurezza gli armamenti pesanti rimasti (in)custoditi negli arsenali gheddafiani per evitare che cadessero nelle mani di jihadisti infiltratisi tra ribelli. Tuttavia quelle armi non sarebbero rimaste inutilizzate, poiché ci sono anche prove che i funzionari USA – in particolare, proprio l’ambasciatore Stevens – fossero a conoscenza dei flussi di armi pesanti dalla Libia ai ribelli siriani.

Ad esempio, si pensa ci sia qualche legame tra l’attentato di Bengasi e una nave libica con un carico di missili antiaerei SA-7-da 400 tonnellate, ancorata nel sud della Turchia, pronta per essere spedita ai ribelli siriani. L’uomo che ha organizzato la spedizione sarebbe Abdelhakim Belhadj, già noto alle cronache e collaboratore di Stevens durante la rivoluzione. Secondo Fox News, l’ultima riunione di Stevens prima di morire è stata con il console turco Ali Sait Akin per negoziare il trasferimento di tale carico. Poiché i funzionari intorno a Stevens erano quasi tutti agenti della CIA, l’agenzia di spionaggio era certamente a conoscenza del traffico di armi made in USA verso la Siria. E oggi si sa che i ribelli in lotta contro Assad sono composti in realtà al 95% da combattenti stranieri, anche qui con folte schiere di jihadisti al seguito (quiquiquiquiquiquiquiquiqui e qui), benché la presenza di al-Qa’ida sia ancora limitata (qui, qui e qui).

 

Molti hanno ipotizzato che la mancanza di misure di sicurezza adeguate fosse dovuta alla necessità per la CIA di mantenere un profilo basso, al fine di proteggere la propria copertura. I fatti hanno poi dimostrato come queste precauzioni sarebbero state necessarie tanto per l’ambasciatore Stevens quanto per la copertura stessa.

giovedì 6 dicembre il sito israeliano Debka (si veda anche Russia Today) riporta che di fronte alla Siria sono d’istanza 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 cacciabombardieri, 10 tra cacciatorpedinieri e fregate, inviati lì dagli Stati Uniti in attesa dell’ordine di intervenire. Non sono soli: ci sono anche inglesi, francesi e uomini della NATO. E non dimentichiamo che lungo il confine con la Turchia ci sono delle batterie di missili Patriot dell’Alleanza Atlantica.
La ragione dietro un tale dispiegamento di forze è semplice: il terrore dell’America è che il regime di Assad, ormai alle strette, possa giocare l’ultima carta che ha in mano. Quella delle armi chimiche. Alcuni (anonimi) funzionari del Dipartimento di Stato accusano la Siria di essere sul punto di farne uso, ed anche la BBCcitando fonti del Foreign Office, afferma che la leadership di Damasco è pronta a utilizzarle.

Alcune notazioni.

La prima. Secondo alcuni funzionari del Pentagono, non vi è alcuna prova che la Siria impiegherà le armi chimiche, e che non è nemmeno chiaro se siano state spostate dai siti di stoccaggio oppure no. Inoltre, anche a fronte di una situazione disperata è improbabile che Assad ricorra a questi strumenti: l’uso del sarin (gas nervino di cui Damasco avrebbe centinaia di tonnellate), ad esempio, è strategicamente inadatto nel contesto delle lotte urbane che finora hanno caratterizzato la guerra civile.

La seconda. Onestamente, è difficile dire se il timore americano per le armi segrete di Assad sia reale o piuttosto una false flag: l’esperienza irachena deve pur averci insegnato qualcosa. Tuttavia alla storia delle armi di distruzione di massa sembrano averci creduto gli israeliani, se è vero che squadre di forze speciali israeliane operano attualmente all’interno della Siria, nel tentativo di individuare e sabotare gli arsenali chimici e biologici del regime.

La terza. Gli Stati Uniti paiono non avere una grande cognizione di ciò che succede in campo. La decisione di sostenere la guerra dalla parte dei ribelli, senza sporcarsi le mani direttamente e purché il conflitto resti sigillato all’interno del perimetro siriano, rende impossibile controllarne il coinvolgimento e prevedere le conseguenze.
Ad esempio, in questi giorni Washington ha inserito il gruppo ribelle al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche (si veda anche qui). Nei mesi scorsi il gruppo ha orchestrato diversi attentati costati la vita a centinaia di persone, e nelle sue fila si contano alcuni ex qaidisti. Eppure è in prima linea nella lotta contro Assad, dunque essenziale nella strategia di proxy war che l’America sta attivamente sostenendo.

La quarta. Gli USA devono ridurre le spese militari per diminuire il loro cronico deficit di bilancio in doppia cifra, eppure ogni tanto si sente parlare di migliaia di soldati spediti qua e là nelle zone di crisi. Sempre in migliaia e sempre inosservati, visto che nessuno pare incrociarli lungo il loro cammino. In principio furono i 12.000 soldati spediti a Malta e pronti ad intervenire nella Libia post Gheddafi, come denunciato dalla deputata del Congresso Cynthia McKinney. Poi le forze speciali stanziate a Sigonella e Souda (Creta) e in procinto di entrare sempre in Libia all’indomani dell’attacco costato la vita all’ambasciatore Chir Stevens. E oggi i 10.000 a largo delle coste siriane, secondo quanto rivelato da Debka che, non dimentichiamolo, è un sito di spie israeliane, da prendere con le molle.
Ma gli americani come potrebbero spedire migliaia di uomini in un Paese in fiamme, posto che (al-Nusra deve far riflettere) non sanno neppure chi sono i ribelli che stanno sostenendo?

La quinta. Alla guerra sul campo se ne affianca un’altra mediatica (ne è un esempio questo video in cui i ribelli uccidono dei conigli con delle presunte armi chimiche). E ciascuno ha la sua posizione, come in ogni derby che si rispetti. D’altra parte il web abbonda di cretini 2.0, e loro sì, alla storia dei 10.000 soldati ci credono davvero. Loro credono a tutto, tranne che ai media tradizionali.

Per avere un’idea del perché l’Italia sia ai margini del panorama internazionale, basta dare un’occhiata a questi due esempi.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militareil generale Giuseppe Bernardis, in un libro intitolato “Missione Libia 2011. Il contributo dell’Aeronautica Militare”, svela che i bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia sono stati tenuti nascosti per motivi politici. Ora, che i nostri caccia abbiamo colpito il suolo libico non è mai stato un mistero – benché il governo Berlusconi abbia sempre ufficialmente smentito -, ma a distanza di un anno, il generale Bernardis rivela pubblicamente i numeri della missione:

Negli oltre sette mesi di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, “è stata fatta un’attività intensissima – racconta – che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’Aeronautica Militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo”.
Oggi dunque apprendiamo che velivoli italiani hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite, per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio – autorizzate dal governo Berlusconi il 26 aprile, la prima venne effettuata il 28 nell’area di Misurata – sono state 456, solo considerando quelle di “attacco al suolo contro obiettivi predeterminati” (310) e quelle di “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146), senza contare gli “attacchi a obiettivi di opportunità”, il cui numero è stato minore.

Parlando a braccio, il generale è però meno diplomatico e attribuisce questa carenza di informazione ad una precisa volontà politica di “non dire quello che si faceva”. “A volte per questioni di politica interna – ha detto Bernardis – si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c’era una situazione critica di politica interna”.

E sempre dei motivi di opportunità imposero al governo di richiedere con insistenza che le operazioni belliche fossero condotte sotto l’ombrello della NATO, causando un duro confronto diplomatico con la Francia, contraria a conferire il mandato all’Alleanza Atlantica. Allora Berlusconi dichiarò di aver ottenuto un successo diplomatico; in realtà si trattò di un copione già visto: il classico ricorso al “vincolo esterno” con cui i vari governi sono soliti annunciare al pubblico le cose politicamente impresentabili. Con la differenza che invece del solito “ce lo chiede l’Europa”, l’esecutivo disse: “ce lo chiede la NATO”. E poco importava che fossimo stati noi (perdonate il bisticcio di parole) a chiedere di chiedercelo.

Altro capitolo: la Palestina. L’Italia, che dapprima aveva annunciato di astenersi, alla fine ha votato per il sì.
Secondo Europa,la scoperta di un’autonomia forte italiana nell’arena internazionale sta diventando un tratto distintivo di questo governo:

L’Italia, se vuole essere una nazione credibile sul piano economico, e con la quale dunque fare business, deve dimostrare di avere un alto profilo politico riconosciuto. Non più paese “minore” e quasi sotto tutela americana – a distanza di ventitré anni dalla caduta del Muro! – ma attore forte e autonomo, nazione-cerniera tra due sponde del Mediterraneo, come si addice alla sua posizione geografica e alla sua storia. Monti è apparso consapevole, fin dall’inizio del suo mandato, dello stretto nesso che deve esserci tra capacità di fare politica sul piano internazionale, crescita dello status dell’Italia e della sua credibilità, e possibilità di uscire dalla crisi economica, restando nel club delle potenze mondiali.

In questo quadro va visto il sì italiano all’innalzamento dello status della Palestina all’Onu. Va visto come innanzitutto una prova di forte soggettività italiana, che in molti non si aspettavano. In passato si sono mitizzate le posizioni mediterranee dei Moro, degli Andreotti e dei Craxi, ma nessuno prima di questo governo aveva “osato” tanto, smarcandosi apertamente da Washington e da Tel Aviv. E questo non è avvenuto in ossequio a una scelta “filoaraba”, come sarebbe apparso evidente in passato, ma in virtù di una capacità nuova di usare pienamente la propria forza politica e diplomatica su tutti i fronti, sapendo anche dire no a richieste irricevibili di amici e alleati storici.

Peccato che, per essere credibili, bisogna essere innanzitutto coerenti. Una qualità di cui il nostro Paese sembra non disporre.
Lettera 43 svela questo retroscena:

Poteva essere il momento del riscatto per il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata. E, invece, il modo rocambolesco con cui l’Italia ha annunciato sul palcoscenico internazionale il suo sì all’ingresso della Palestina come Stato osservatore alle Nazioni unite è stata la dimostrazione dell’estrema debolezza del suo mandato.
LA POSIZIONE DELL’ASTENSIONE. Il nobile bergamasco, arrivato al ministero nel novembre del 2011 dopo la caduta del governo di Silvio Berlusconi, sosteneva la posizione ambigua dell’astensione, discostando Roma dalla linea non ufficiale dell’Unione europea. Una scelta diplomaticamente debole e strategicamente miope.
Dopo anni di discredito internazionale, infatti, l’Italia sta cercando di guadagnare peso a Bruxelles. E proprio il Medio Oriente trasformato dalla Primavera araba offre l’occasione di cambiare rotta, ottenendo importanti ritorni sul piano geopolitico.
SCAVALCATO DA MONTI. La posizione del ministro era perdente in partenza e ha lasciato poche strade al premier Mario Monti e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La soluzione – necessaria – è stata presa senza grosse remore: Monti ha chiamato Tel Aviv per annunciare il sì, dopo che lo stesso ambasciatore israeliano a Roma aveva ottenuto tutt’altre rassicurazioni.
Pur nel linguaggio felpato della diplomazia, la lettura è univoca: la Farnesina è stata scavalcata e l’autorevolezza del ministero messa in discussione di fronte al mondo.

E’ proprio destino che il Congo non conosca pace. Il conflitto in corso è cominciato lo scorso aprile, quando centinaia di soldati del governo congolese disertarono e si unirono ai ribelli dell’M23, movimento erede diretto del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), formazione paramilitare di prevalente etnia Tutsi attiva dal 2006 e da allora coinvolta nel conflitto del Kivu.

Il 20 novembre l’M23 ha preso la città di Goma, dopo aver incontrato la debole resistenza delle forze armate della RDC. Davanti a oltre mille persone radunate in uno stadio, il movimento ha annunciato (probabilmente solo a scopo di propaganada) il suo obiettivo: prendere Kinshasa.
Nei giorni precedenti l’M23 aveva posto un ultimatum alla capitale: demilitarizzazione della zona intorno a Goma e riapertura del canale di accesso con l’Uganda. Al rifiuto del governo di accettare tali condizioni, i ribelli sono passati all’azione. Nella confusione generale che ne è seguita, i soldati della RDC hanno aperto il fuoco alla frontiera col Ruanda, uccidendo due persone, secondo fonti ruandesi. Kinshasa ha chiesto scusa.
Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il Segretario Generale Ban Ki-Moon hanno di nuovo ribadito la loro condanna all’aggressione da parte dell’M23. Quest’ultimo ha già detto che le forze d’interposizione delle Nazioni Unite rimarranno a Goma, anche se non è chiaro se, ora che la città è caduta, la loro missione potrà comunque continuare.
Non indifferente è il prezzo, dal punto di vista umanitario, che il Congo orientale sta pagando. Alcune agenzie umanitarie stimano 1,6 milioni di sfollati tra Nord e Sud Kivu.

I problemi del Congo sono un drammatico riflesso di ciò che accade nel vicino Ruanda. I membri dell’M23 sono principalmente (ma non tutti) di etnia Tutsi, sterminata dagli Hutu durante il genocidio del 1994. Conclusa la pulizia etnica, i Tutsi sono gradualmente tornati ad occupare i posti di comando nel Paese, che avevano fin dai tempi del dominio coloniale. Ciò ha spinto molti Hutu, nel timore di subire ritorsioni, ad attraversare il confine e rifugiarsi nel Congo orientale. Il Ruanda mantiene da allora un grande interesse verso quella zona: sono in molti a denunciare (compresi alcuni rapporti ONU) che Kigali armi e addestri i ribelli che provano ad assicurarsene il controllo.
Negli ultimi anni, Kinshasa ha combattuto due guerre contro il vicino Ruanda, l’ultima delle quali (dal 1998 al 2003) è ricordata come il più grande conflitto armato della storia africana, coinvolgendo in un modo o nell’altro metà dei Paesi del continente (in particolare Zimbabwe, Namibia, Angola, Sudan e Ciad).

Lo scenario internazionale, l’importanza di Goma e l’identikit dei gruppi coinvolti sono illustrati in questa analisi di Daniele Arghittu e Michela Perrone su Limes. In sintesi, i potenti d’Africa stanno giocando nella RDC una partita a scacchi con l’Occidente. Gli eredi delle forze coloniali stanno perdendo influenza politica ed economica a favore della Cina, la quale offre ciò che l’Africa necessita: investimenti e denaro per i governi e le imprese. Anche Joseph Kabila, presidente congolese dal 2001, quando ereditò la poltrona dal padre (assassinato nel corso del secondo conflitto col Ruanda), non ha esitato a fare affari con il colosso asiatico. La perdita di interesse dei Paesi occidentali (in particolare quelli anglosassoni) per Kinshasa ha consentito ai movimenti filoruandesi (e anti-Kabila) di crescere e rafforzarsi indisutrbati.
Ora, dal 1° gennaio il Ruanda entrerà nel Consiglio di Sicurezza ONU al posto del Sudafrica, dando luogo ad una situazione diplomatica paradossale per cui a livello internazionale tutti sanno che il Ruanda fiancheggia i ribelli, ma poi si spingono a denunciarlo apertamente:

L’imbarazzo dell’Unione Europea è evidente: nella riunione del Consiglio dei ministri degli Affari Esteri della scorsa settimana è stato condannato il comportamento dell’M23, ma il Ruanda non è mai stato nominato. Philippe Bolopion, direttore per l’Onu dello Human Rights Watch, cioè dell’Osservatorio per i diritti umani, teme che i dubbi e le incertezze delle Nazioni Unite possano avere gravi conseguenze sulla popolazione: «Se il Consiglio di sicurezza vuole realmente proteggere i civili a Goma, deve inviare un messaggio più chiaro a Kigali. Sorprende il silenzio degli Stati Uniti su questo punto, a dispetto della loro influenza sul Ruanda».
Un passo importante tuttavia è stato compiuto: per la prima volta l’Onu ha accusato il Ruanda di appoggiare l’M23, insinuando addirittura che Kagame [il presidente ruandese] possa essere la mente del movimento. Il rapporto, che avrebbe dovuto uscire solo a fine novembre, è stato anticipato qualche giorno fa dall’agenzia di stampa Reuters.

La storia recente ci insegna che ciò che succede a Goma ha sempre avuto ripercussioni a Kinshasa, nonostante i 1.600 km che le dividono:

La presenza sul territorio congolese dei cosiddetti “genocidari” – gruppi armati responsabili dei massacri, uniti a migliaia di hutu moderati, di donne e bambini – ha offerto a Paul Kagame il pretesto per ingerirsi nella situazione politica del Kivu e dell’intera Rdc.
Il governo di Kigali, negli anni, ha cambiato alleanze e strategia. Nel corso della prima guerra del Congo – tra il 1996 e il 1997 – ha appoggiato, insieme all’Uganda, l’Afdl (Alliance de forcés démocratiques pour la libération du Congo, Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo), un gruppo ribelle di stanza in Kivu con a capo Laurent-Désiré Kabila, padre dell’attuale presidente. Kabila senior ha guidato forze a maggioranza tutsi contro i gruppi armati hutu, giungendo a controllare Goma e i due Kivu (Nord e Sud). Successivamente, nel 1997, ha rovesciato la dittatura trentennale di Mobutu, assumendo la guida dell’intero paese.
Non sentendosi adeguatamente garantito nei propri interessi da Laurent-Désiré Kabila, il Ruanda ha cominciato a sostenere un altro gruppo ribelle originario di Goma, l’Rcd (Rassemblement congolais pour la démocratie, Raggruppamento congolese per la democrazia), formato principalmente da banyamulenge, i tutsi congolesi in Kivu. L’Rcd ha conquistato Bukavu, la capitale del Kivu del Sud, dando il via alla seconda guerra del Congo – meglio conosciuta come guerra mondiale africana per il numero degli Stati coinvolti – che si è conclusa solo nel 2003. Da quel momento i territori attorno a Goma ospitano un crogiolo di gruppi ribelli in conflitto, appoggiati più o meno direttamente – e con fortune alterne – da Ruanda, Uganda e Burundi. Il 23 marzo 2009 diverse fazioni ribelli hanno firmato un trattato di pace con il governo della Rdc, ottenendo di essere integrate nelle Fardc.

Questo il quadro politico. Al quale se ne affianca uno economico, dalle tinte non meno fosche: se la guerra è il più grande dei drammi per chi c’è dentro, allo stesso tempo è anche un ghiotto business per chi sta fuori. Il Congo non fa eccezione. Tralasciando la deforestazione, che vede coinvolte anche aziende italiane, la ricchezza (e la sventura) del Kivu vengono dalle sue immense risorse minerarie. E la cosa ci riguarda molto da vicino.
Con il nome Coltan si indica una combinazione di due minerali, columbite e tantalite, essenziale nell’industria elettronica perché in grado di ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione, ad esempio nei telefonini, nelle videocamere e nei computer portatili. I condensatori al tantalio permettono un notevole risparmio energetico e quindi una maggiore efficienza dell’apparecchio.
In Congo, il coltan veniva già sfruttato prima della Seconda Guerra Mondiale, ma è diventato di importanza strategica solo da qualche anno, con il boom dell’industria high-tech. Con l’aumento della richiesta mondiale di tantalio si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione, in particolare nella regione congolese del Kivu.
Nota da anni (si veda questa lunga ed esauriente analisi su Peacelink del 2005), la corsa al minerale ha avuto una drammatica impennata nell’ultimo biennio, dando origine ad un duplice saccheggio: il primo tra le multinazionali con l’appoggio del governo di Kinshasa, il secondo di frodo, ad opera di migliaia di persone, minatori e contrabbandieri. E dei gruppi ribelli che sfruttano le miniere clandestine per finanziare la lotta armata. Un lungo rapporto della situazione sul campo, corredato da un elenco di aziende accusate di trafficare questi minerali, si trova sul sito Pace per il Congo.
MetalliRari riporta che secondo l’associazione Enough Project’s Raise Hope for Congo Campaign: “i gruppi armati guadagnano centinaia di milioni di dollari l’anno, vendendo quattro principali minerali: stagno,tantaliotungsteno e oro. Questo denaro consente alle milizie di acquistare un gran numero di armi e di continuare la loro campagna di violenza brutale contro i civili”. In ottobre l’associazione ha pubblicato un rapporto che classifica le maggiori aziende del settore high-tech in base ai progressi compiuti sui minerali insaguinati:

“Credo che Nintendo sia l’unica azienda che in pratica si rifiuti di riconoscere il problema o cerchi di intraprendere una qualche iniziativa a riguardo,” ha riferito alla CNN Sasha Lezhnev, co-autore del rapporto e analista politico per Enough Project. “E questo nonostante sia da due anni che tenti di mettermi in contatto con loro.”
Anche Canon, Nikon, Sharp e HTC occupano posizioni basse in classifica. Intel, HP, Motorola Solutions, AMD, RIM, Phillips, Apple, e Microsoft invece hanno un buon punteggio.
HP e Intel sono andate oltre al loro dovere per quanto riguarda i ‘minerali insanguinati’,” ha riferito Sasha Lezhnev in conferenza stampa.

Il sangue del Congo scorre nei nostri cellulari. E quello dei congolesi, nei luoghi dove esso viene estratto.
Già nell’aprile 2011 l’International Crisis Group denunciava in una lunga analisi il fallimento dei tentativi di tracciare la provenienza dei minerali. Poiché l’adozione del Dodd-Frank Act da parte del Congresso USA nel 2010 (entrato in vigore lo scorso agosto) richiede alle grandi imprese americane di rivelare l’origine dei minerali che utilizzano, l’istituto aveva inviato una missione nel Nord Kivu per valutare le diverse strategie impiegate per combattere il contrabbando delle risorse provenienti da quella zona. Con risultati finora non proprio confortanti.

L‘Operazione Tempesta (in croato oluja) fu un’operazione militare su larga scala coordinata dall’esercito croato, col supporto militare delle forze bosniache e della NATO, contro l’esercito serbo della Krajina e delle milizie ribelli della Regione Autonoma della Bosnia occidentale. Scattata il 4 agosto 1995 e durata ben 84 ore, aveva il fine di riportare sotto il controllo croato la cosiddetta Krajina serba, ossia le zone in Dalmazia e Slavonia occupate dalle forze di Belgrado, e porre fine all’accerchiamento di Bihac. Le ostilità si conclusero l’8 agosto con la totale vittoria croata. Un centinaio di serbi (soldati e civili) furono uccisi o dispersi e oltre 250.000 rastrellati e obbligati alla fuga da città e villaggi razziati e dati alle fiamme.

Nell’aprile 2011, Ante Gotovina e Mladen Markač, due generali del neonato esercito nazionale croato alla testa dell’operazione, sono stati giudicati dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, come i responsabili di “crimini contro l’umanità, mancato rispetto del diritto bellico, persecuzioni, deportazioni, saccheggio, distruzione, omicidi, atti inumani e crudeltà”. Lo scorso 16 novembre, una sentenza d’appello dello stesso Tribunale ha ribaltato quel verdetto.
Di fatto, la sentenza di assoluzione rappresenta della linea da sempre portata avanti dal governo croato, per il quale Oluja fu un’operazione militare conforme al diritto internazionale. La versione ufficiale sostenuta sin dagli esordi dall’allora presidente Tudjman, nonché dai governi che seguirono, è che quella croata fu una guerra di difesa non giudicabile come crimine di guerra. Così regolare da meritare finanche una festività nazionale – quella del 4 agosto, appunto -, celebrato dal 1992 come “giorno del ringraziamento della patria”.
L’adesione della Corte dell’Aja alla versione croata non chiude tuttavia la vicenda. Molti punti restano da chiarire. Su Limes, Enza Roberta Petrillo pone una serie di domande, già sollevate Milorad Pupovac, parlamentare croato al vertice del Samostalna demokratska srpska stranka, il partito che rappresenta la minoranza serba, a cui Zagabria non ha mai voluto rispondere. Ad oggi, infatti, non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità da parte del governo croato per i crimini commessi con l’operazione Oluja. Un aspetto che negli anni ha rallentato non poco il processo di adesione della Croazia alla UE e che getta una luce sinistra sulla storia recente del Paese. Poco si sa della rete di connivenze, anche di livello internazionale, che per anni ha protetto Gotovina e i suoi.

C’è da chiedersi come il ripensamento della Corte sia stato possibile, nonostante le oltre 1.300 pagine di motivazione della sentenza di primo grado conclusero che il bombardamento e gli altri crimini avevano lo scopo di rimuovere permanentemente dalla Krajina la popolazione serba, ascrivendo questo disegno criminoso (joint criminal enterprise) direttamente al presidente Tuđjman e ai vertici dello Stato croato.
Linkiesta ipotizza tre ragioni:

Il primo è che le Nazioni Unite vogliono smantellare il tribunale, e rinviare la causa in primo grado ne avrebbe rinviato la chiusura di almeno due anni: se quindi i giudici non se la sentivano di condannare, nonostante la mole di prove raccolte, piuttosto che far ripartire da capo il giudizio hanno preferito assolvere. Il secondo è che questa sentenza non assolve solo gli imputati anche la Croazia, come hanno scritto molti commentatori: il disegno criminale di ripulire la Krajina dei suoi abitanti serbi era infatti stato ascritto direttamente ai vertici dello stato croato – incluso il padre della repubblica, Tuđman – e quindi implicava una forma di responsabilità morale per lo stato che ora si prepara a diventare membro dell’Unione Europea.

Diversi storici e analisti hanno poi scritto che l’Operazione Tempesta fu concepita con l’aiuto di esperti militari americani e fu attuata in consultazione e con l’informale consenso dell’amministrazione Clinton, la quale puntava proprio su questa avanzata croata per porre termine alla guerra di Bosnia (come poi avvenne). Una forma di corresponsabilità americana per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione Tempesta sarebbe quindi stata ipotizzabile: la sentenza fuga ogni ombra. Il presidente del Tribunale, che ha presieduto anche la corte d’appello che ha emesso questa sentenza, è americano: il che non prova nulla, naturalmente, ma legittima la domanda.
Infine, questa sentenza può essere letta come una conferma della tesi – opposta a quella che emerge dalle pagine degli storici e dalle scelte della procura del Tribunale – secondo la quale la responsabilità delle guerre jugoslave è tutta dei serbi e solo loro hanno commesso gravi crimini. Molti serbi vi leggono proprio questa intenzione. Di tutti i possibili motivi reconditi della sentenza questo sarebbe forse il peggiore, perché è il più controproducente (ne parlerò dopo il 29 novembre, quando il Tribunale giudicherà due ex guerriglieri kosovari imputati di crimini di guerra).

In ogni caso, questa sentenza incrina gravemente la credibilità del Tribunale e non cancella nessuno dei numerosi singoli crimini accertati dai giudici di primo grado. Nel gioco di strumentalizzazioni seguite alla sentenza, a perderci sono stati per l’ennesima volta quei 250.000 cittadini serbi dimenticati da Zagabria e utilizzati come pedine da Belgrado. E che in Krajina non sono mai più tornati.

Oggi, mentre Zagabria festeggia, Belgrado è sdegnata. Il presidente serbo Tomislav Nikolic ha definito la sentenza un verdetto “scandaloso”, ispirato da “una decisione politica”. E tra i due Paesi si riaprono vecchie ferite. Per dirne una, l’affare Gotovina mette a serio rischio la partita di calcio tra Croazia e Serbia del prossimo 22 marzo, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 2014. Nikolic ha anche annunciato che la Serbia ridurrà al minimo “livello tecnico” i rapporti con la Corte dell’Aja. Prima conseguenza, il rinvio a data da destinarsi di una conferenza organizzata dal TPI, prevista per il 22 novembre proprio a Belgrado.
Non è l’unico tribunale contro cui Belgrado protesta. Il 6 novembre, la Corte Europea di Giustizia ha condannato Lubiana e Belgrado a risarcire tre risparmiatori che si erano visti “congelare” i propri risparmi, custoditi prima della guerra nella filiale di Sarajevo della Ljubljanska Banka e in quella di Tuzla della serba Investbanka. Nel suo verdetto, la Corte di Strasburgo ha condannato Serbia e Slovenia, oltre a risarcire i tre richiedenti, anche al pagamento di 4.000 euro di danni, sottolineando poi che nella stessa situazione esaminata dalla sentenza si trovano circa 8.000 persone. Lubiana e Belgrado sarebbero già al lavoro per formare un team legale comune per affrontare il ricorso e che il tema dei “risparmi jugoslavi” ha dominato il recente vertice a Lubiana tra i premier dei rispettivi Paesi Ivica Dacic e Janez Jansa. Per una corte che assolve due criminali di guerra, un’altra condanna due Stati per aver trattenuto i risparmi di tre cittadini stranieri: paradossi della giustizia a cui Belgrado intende opporsi con ogni mezzo.

Qualche chilometro più in là, in Bosnia, il clima non è migliore. Nel diciassettesimo anniversario degli Accordi di Dayton il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik lancia una proposta rivoluzionaria: creare un’ulteriore entità croata. Nella visione di Dodik la Bosnia potrà sopravvivere solo come federazione di tre entità a base etnica: dividersi in tre per restare una, sembra essere il messaggio. E così Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia con il preciso mandato di vigilare sul rispetto degli accordi di Dayton, lancia l’allarme al Consiglio di Sicurezza ONU.
Il fatto è che in questo momento l’idea rischia di sembrare credibile:  la Comunità Internazionale è distante e impegnata a risolvere altre questioni, le modifiche alla Costituzione bosniaca sono sollecitate dall’Unione Europea e l’idea di Dodik, provocatoria o meno che sia, pare sempre più l’unico modo per mettere fine allo stallo istituzionale che di fatto dura da diciassette anni.

Tutti esempi che dimostrano come a quasi vent’anni di distanza, il frastuono della guerra produce ancora oggi i suoi sinistri echi. Come scrivevo lo scorso aprile:

Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; e noi che di quegli eventi siamo (colpevolmente) stati meri spettatori non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti.

L’11 novembre lo sceicco Moaz al-Khatib è stato scelto come leader della  Coalizione nazionale siriana per l’opposizione e le forze rivoluzionariecreata a Doha lo scorso fine settimana (qui un resoconto sommario dell’evento).

Il Guardian ci offre un ritratto dell’uomo investito del compito di tenere uniti tutti i gruppi che si oppongono al regime di Assad: ex imam della moschea degli Ommayadi di Damasco, Khatib è un geofisico e un religioso scappato dalla Siria a luglio di quest’anno, dopo aver scontato lunghe condanne in prigione. Le pene inflittegli dal regime e il fatto che è rimasto in Siria fino a poco tempo fa l’hanno reso un candidato molto più credibile di tanti altri oppositori che vivono da anni in esilio. Ma soprattutto, si legge a metà del pezzo, Khatib è considerato un moderato, come dimostra un suo discorso tenuto lo scorso settembre in cui esprimeva la sua visione di una Siria tollerante e rispettosa di tutte le minoranze religiose ed etniche.

Tuttavia il giornalista e blogger Mohanad Hage Ali ci racconta un’altra storia: sul suo sito, Khatib si è spinto ad affermare che i giovani arabi utenti di Facebook si trasformano in “spie americane o israeliane” nel momento in cui condividono informazioni sul social network. A proposito di Israele, in un altro post definisce gli ebrei ”adoratori di oro” e “nemici di Dio”, affermando che una delle conquiste di Saddam Hussein è stata proprio quella di “scoraggiare gli ebrei”. Infine, se la prende anche con gli sciiti, considerati dei “negazionisti”.

Non senza sarcasmo, l’autore si domanda se la stampa occidentale e l’opposizione siriana, prima di conferire a qualcuno la patente di “moderato”, non farebbero meglio a effettuare una semplice ricerca su Google…

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