Category: Conflitti


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Dopo alcuni mesi di relativa calma, i taliban hanno alzato di nuovo la testa. In una serie di attacchi a Kabul e in alcune province dell’est (Logar, Paktia e Nangarhar), i ribelli hanno nuovamente dimostrato la propria capacità di infiammare l’Afghanistan anche in quelle zone che fino a due settimane fa sembravano apparentemente sicure, come il centro della capitale.
Una sintesi dei fatti si trova su Slate. Qui una cronologia.
Anche se il numero di morti complessivo è stato relativamente contenuto - solo un civile ucciso a Kabul, ma 11 in totale di cui la metà bambini – si tratta in ogni caso di un episodio inquietante. Gli attacchi di per sé sono degni di nota, ma la natura tempestiva e coordinata dell’assalto testimonia che la capacità bellica degli insorti non è ancora stata smorzata. Ad aver mostrato una defaillance, se mai, è il sistema di sicurezza delle forze afghane. Una combinazione di eventi che solleva seri dubbi circa le prospettive di pace per il dopo 2014, quando le forze occidentali si saranno ritirate.
Dubbi palesati anche dal New York Times:

For the Haqqani network, a family of border criminals and smugglers that has gained an astonishing notoriety in recent years as a leading killer of allied troops in Afghanistan, the attacks on Sunday represented more than just the ability to paralyze the mostly tightly secured districts of Kabul for hours. They were proof that the Taliban offshoot could create the vast network of logistical support and planning needed to mount terrorist attacks without anything leaking to the intelligence groups so tightly focused on it.

Si sa per certo che la rete di Haqqani gode di rifugi sicuri nel Nord Waziristan, dove nonostante i droni sparino addosso a tutto ciò che abbia la barba la minaccia dell’insorgenza non è mai stata debellata.
Sventato l’attacco, i funzionari americani hanno fatto di tutto per sottolineare che l’offensiva non avrebbe comunque modificato la strategia degli Stati Uniti a Kabul. Una frase già sentita altre volte, come da copione. Chi invece ha rilasciato una dichiarazione concreta è l’Australia, che ha annunciato il ritiro delle proprie truppe con un anno d’anticipo.
BBC commenta i fatti ponendo alcune domande, ancora senza risposta:

  • Come mai ribelli sono riusciti a stoccare grandi quantità di armi e munizioni all’interno dell’edificio usato per lanciare gli attacchi;
  • Come mai un così gran numero di miliziani sono riusciti a penetrare nel cuore della città, sulla falsariga di un’operazione che deve aver richiesto mesi di pianificazione;
  • Se gli insorti hanno comunicato tra loro durante l’attacco.

I taliban hanno agito nel cuore della capitale afghana nonostante la presenza dei militari e dell’intelligence occidentale. La possibilità di ottenere armi ed esplosivi in questa zona non sarebbe stato possibile senza l’aiuto del personale di sicurezza afghano. Ipotesi più che probabile, considerate la corruzione diffusa e le infiltrazioni di insorti all’interno delle forze armate regolari.
Significativo che l’attacco sia arrivato un mese dopo l’annuncio dei taliban di sospendere le trattative di pace, e appena un giorno dopo la nomina di Salahuddin Rabbani a capo del Consiglio per la pace in Afghanistan. Rabbani, che ha il compito di cercare di trovare un terreno per la riconciliazione, è il figlio dell’ex presidente afghano e Presidente del Consiglio di pace afghano Burhanuddin Rabbani, ucciso l’anno scorso.
Probabilmente l’operazione intendeva infliggere all’Occidente un colpo psicologico, più che fisico, minando gli sforzi negoziali degli USA per raggiungere un accordo entro il 2014.
Al 2014 mancano meno di due anni. Ma ogni giorno che passa l’Afghanistan scivola sempre di più in un abisso di incertezza, e sempre e più velocemente.

Clandestine drones: Obama administration’s critical tool

Un’interessante analisi su FPIF illustra per sommi le linee guida della pianificazione militare americana. Dopo aver esordito affermando che:

“Despite the talk of massive cuts, the U.S. military will continue to be the profligate, inefficient, and remarkably ineffective institution we’ve come to know and squander our treasure on”;

il testo si concentra sul concetto di guerra offshore:

“Even if the U.S. military is dragging its old habits, weaponry, and global-basing ideas behind it, it’s still heading offshore.  There will be no more land wars on the Eurasian continent.  Instead, greater emphasis will be placed on the Navy, the Air Force, and a policy “pivot” to face China in southern Asia where the American military position can bestrengthened without more giant bases or monster embassies.

For Washington, “offshore” means the world’s boundary-less waters and skies, but also, more metaphorically, it means being repositioned off the coast of national sovereignty and all its knotty problems.  This change, on its way for years, will officially rebrand the planet as an American free-fire zoneunchaining Washington from the limits that national borders once imposed. “

L’archetipo delle operazioni militari del futuro lo abbiamo già visto lo scorso anno, ed è stato il blitz che ha portato all’uccisione di bin Laden:

“the raid that killed Osama bin Laden as a harbinger of and model for what’s to come.  It was an operation enveloped in a cloak of secrecy.  There was no consultation with the “ally” on whose territory the raid was to occur.  It involved combat by an elite special operations unit backed by drones and other high-tech weaponry and supported by the CIA.  A national boundary was crossed without either permission or any declaration of hostilities.”

Ecco il punto. CIA e Pentagono stanno progettando un futuro in cui le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni di guerra e antiterrorismo:

“Since November 2002, when a Hellfire missile from a CIA-operated Predator drone turned a car with six alleged al-Qaeda operatives in Yemen into ash, robotic aircraft have led the way in this border-crossing, air-space penetrating assault. The U.S. now has drone bases across the planet, 60 at last count.  Increasingly, the long-range reach of its drone program means that those robotic planes can penetrate just about any nation’s air space.

War has always been the most human 
and inhuman of activities.  Now, it seems, its inhuman aspect is quite literally on the rise.”

A corollario di quanto detto, va sottolineato che molte delle 60 basi in questione risultano peraltro clandestine.
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La Jugoslavia poteva essere salvata”. Negli ultimi vent’anni questa storia si è sentita più volte, ciclicamente riesumata dalla formalità delle ricorrenze; il ventennale del primo attacco a Sarajevo – che cade il 5 aprile – non fa eccezione.
La Jugoslavia crollò in seguito a due guerre d’indipendenza tra la Serbia e altrettante repubbliche federali. La prima, contro la Slovenia, durò 11 giorni nell’agosto del 1991 e lasciò pochi segni, presto cancellati. La seconda, contro la Croazia, fu molto più cruenta e si concluse solo nell’estate del 1995 con la riconquista da parte di Zagabria dell’autoproclamata Repubblica Serba della Krajina, Stato fantoccio alle dipendenze di Belgrado.
La Bosnia dichiarò l’indipendenza nel 1992 e fu trascinata in una guerra di tutti contro tutti molto più violenta di quella serbo-croata, terminata alla fine del 1995 con gli accordi di Dayton. La Macedonia si era separata già sul finire del 1991 e senza spargimenti di sangue. Ciò che restava della Jugoslavia sopravvisse fino al 2003, quando fu sostituita dall’Unione di Serbia e Montenegro. Tre anni dopo il Montenegro raggiunse l’indipendenza per via referendaria. E per finire il Kosovo ha proclamato unilateralmente la propria secessione da Belgrado nel 2008.
Con la dietrologia non si va da nessuna parte, ma non va dimenticato che la disgregazione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia era iniziata molto prima che le armate dessero fuoco alle polveri. La Federazione veniva da un travagliato decennio, gli anni Ottanta, segnati dalla crisi economica iniziata nel ‘79 e mai finita, dall’instabilità politica successiva ala morte di Tito e dall’erosione – comune a tutto il blocco orientale – della mitologia comunista. A ciò si aggiunse il ritorno delle suggestioni etnico-nazionaliste, brandite dalle élite a cui faceva gola la ripartizione delle risorse delle rispettive repubbliche e funzionali alla necessaria mobilitazione delle masse. Di lì a poco, la caduta del Muro di Berlino avrebbe fato da innesco a questo processo centrifugo.

Ufficialmente la storia è andata così, ma c’è un cortocircuito mentale in questa ricostruzione. Di fronte alle carneficine balcaniche ci siamo ripetuti che l’Europa poteva e doveva fare di più, ma nessuno sa spiegare di preciso cosa. A noi europei – o meglio, a noi che nei quarant’anni precedenti eravamo stati al di qua della cortina di ferro – certe dinamiche sfuggirono quasi completamente. Alle nostre orecchie la causa del conflitto furono le fanatiche ambizioni serbocentriche di Slobodan Milosevic, a cui si contrapponevano il desiderio di libertà degli altri popoli a lui sottoposti. L’opinione pubblica dei dodici (quanti erano i membri della UE), così come i governi, si schierarono apertamente dalla parte delle istanze indipendentiste, ma fu proprio questa confusa partigianeria per il principio di indeterminazione a far precipitare le cose.
Fu la Germania a premere affinché l’Europa riconoscesse la sovranità di Lubiana e Zagabria. L’allora cancelliere Helmut Kohl, spalleggiato dal ministro degli esteri Hans-Dietrich Genscher, furono irremovibili in questo proposito. Il tentativo di riequilibrare la destabilizzazione balcanica attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, a ragion veduta, fece da apripista ad un conflitto uscito presto fuori controllo, al di là del fatto che la realtà sul campo denotasse già segni di ebollizione.
Perché l’Europa sposò acriticamente la posizione di Berlino? Per la stessa ragione per cui è sempre Berlino, al giorno d’oggi, a dirigere di fatto i conti pubblici all’interno dell’Eurozona. Se la chiamano Locomotiva d’Europa, non è solo per le sue potenzialità economiche. Ma allora, perché Berlino aveva adottato proprio quella posizione per raffreddare il calderone balcanico? Probabilmente per due ragioni. Da un lato, in ossequio al principio di autodeterminazione, lo stesso che aveva consentito ai tedeschi dell’est di riunirsi all’ovest giusto pochi mesi prima. Dall’altro, per forzare i tempi verso la cancellazione di ciò che restava dell’ordine mondiale stabilito a Jalta. In altre parole, Kohl vedeva negli eventi in corso in Jugoslavia la possibilità di archiviare la pax europea del 1945 per forgiare una nuova politica estera libera dai lacci e laccioli a cui era stata costretta in quanto ex superpotenza sconfitta.

Vent’anni dopo, qual’è la morale della storia?
Allora, come oggi, Berlino si è servita dell’impalcatura europea per tutelare i propri interessi a scapito di quelli di chi le stava intorno. Oggi la Locomotiva mantiene una robusta presenza nell’ex Jugoslavia, favorita da relazioni economico-finanziarie che sono prosperate nei decenni in perfetta continuità con l’era di Tito. Massimo risultato col minimo sforzo.
Per l’Europa, invece, vale l’esatto contrario. Maldestra e inconsistente negli anni caldi del conflitto, Bruxelles ha cercato di riparare alle proprie mancanze attraverso la progressiva integrazione delle ex martoriate repubbliche forte della ricca dote promessa – benessere, fondi strutturali, libertà di circolazione -, prima che la crisi economica e i mal di pancia post allargamento del 2004 rallentassero tutto. E per ripulirsi la coscienza (oltre alla memoria?) delle atrocità di quegli anni, ha più volte esercitato pressioni affinché i responsabili degli eccidi fossero consegnati alla Corte penale dell’Aja, al punto da condizionare la stessa adesione alla UE alla collaborazione nella persecuzione dei criminali di guerra- lasciandolo intendere tra le righe, ovviamente.
Ironia della sorte, l’Europa cerca di riunire le sei repubbliche jugoslave proprio oggi che pare sul punto di implodere, incapace di ricomporre gli squilibri economici e politici – su tutti, l’ambiguità di un’unione monetaria a cui corrispondono 27 differenti politiche fiscali – che l’eurocrazia aveva generato.
La Croazia diventerò il 28esimo membro dell’Unione il 1° luglio 2013; la Serbia è ufficialmente candidata da quest’anno, il Montenegro lo è dal 2010 e la Macedonia già dal 2005.
Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti. E pensare che oggi, in un’epoca in cui i giovani si dicono convinti di vivere un periodo più difficile di quella dei propri genitori, la stragrande maggioranza delle persone ancora rimpiange la perdita di un Paese unito.

Scontri tribali, instabilità politica e due tentativi di secessione, uno mascherato (Cirenaica) e un altro minacciato (tribù Toubou): in Libia sta succedendo tutto isieme. Come se su Tripoli si fosse abbattuta una tempesta perfetta.
Certamente i 12.000 soldati millantati dal membro del Congresso USA Cynthia Mc Kinney, dislocati a Malta e pronti ad entrare nel Paese per riportare l’ordine, erano una bufala; i numeri dei morti che giungono dal fronte al libico, al contrario, sono reali e preoccupanti.
Le notizie più drammatiche arrivano dal Sud, e precisamente dalle città di Sabha, Zwiya e Kufra, vicino al confine con il Ciad. Qui è in corso un aspro conflitto tra la tribù dei Toubou e quella degli Abu Seif, che in sei giorni di combattimenti ha lasciato sul campo 147 morti. L’accordo per il cessate-il-fuoco raggiunto il 28 marzo ha resistito lo spazio di una giornata; il 29 le milizie hanno ripreso le ostilità.
La situazione appare talmente grave che uno dei capi tribù si è spinto al punto di chiedere un intervento internazionale per fermare quella che lui definisce una “pulizia etnica del suo popolo, oltre che a minacciare la creazione di uno Stato indipendentese il CNT non riuscirà a porre fine ai massacri .
A questo punto le speranze che le animosità possano placarsi in tempo per le elezioni di giugno sono ridotte all’osso.

Una transizione positiva dipende dalla compresenza di alcuni fattori cruciali: una leadership forte e coesa, una società civile attiva e un senso di unità nazionale. Tutti ancora assenti nella nuova Libia, politicamente frammentata fin dall’inizio della rivolta, guidata da un CNT privo di un consenso ampio e infiammata dalle milizie che non hanno mai smesso di spararsi addosso. Lo scenario all’orizzonte è che la Quarta sponda si trasformi in un nuovo Iraq.
Pochi giorni fa l’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril – di fatto destituito per volontà del Consiglio militare di Tripoli, che forte dei suoi 20.000 uomini è praticamente indipendente dal CNT – si è recato a Bruxelles per mettere in guardia i leader europei dall’abbandonare la Libia prima che il Paese si sia stabilizzato. Chiaro il messaggio sotteso (più caos per la Libia = più grane per l’Europa), ma altrettanto evidente è l’alzata di braccia del CNT, la cui leadership ormai è puramente formale e intorno al quale tutto sembra sgretolarsi.
In Cirenaica, cuore petrolifero e agricolo del Paese, i leader tribali e i miliziani della Cirenaica hanno eletto Ahmed Al-Zubair, discendente di, re Idris, islamista e conosciuto per essere il prigioniero politico rimasto più a lungo in carcere sotto Gheddafi, come nuovo governatore della provincia semiautonoma. Il CNT ha definito tale iniziativa un “invito alla frammentazione”, ma non si vede in che modo possa impedirla. La questione è sarà possibile arrivare ad una forma di equilibrata decentralizzazione senza alimentare le temute spinte autonomistiche.
Ci sono poi i berberi, che costituiscono il 10% della popolazione e più di una volta sono scesi in strada per chiedere maggiori tutele, manifestando il proprio rifiuto verso qualunque decisione governativa che non tenga conto delle loro esigenze.
Difficile dire se la nuova Libia sarà una, o due, o chissà. Di certo non sarà più così come l’abbiamo conosciuta quando alla sua guida c’era Gheddafi. Ma una Libia divisa è destinata a disintegrarsi in entità politicamente ed economicamente irrilevanti – con la sola, notevole eccezione della summenzionata Cirenaica, che oggi pare lontana da Tripoli più di quanto non lo fosse un anno fa, agli albori della rivoluzione.

Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum nel luglio scorso, molte fondamentali questioni sono rimaste irrisolte. Da quel momento, vari cicli di colloqui hanno prodotto più frustrazioni che progressi.
Benché sia Nord che Sud Sudan affermino di non volere la guerra, le tensioni al confine tra rischiano di precipitare in un conflitto vero e proprio. Alle incursioni delle truppe di terra di Khartoum si sono aggiunti i bombardamenti arerei, che secondo Juba avrebbero preso di mira i giacimenti petroliferi di Heglig
Dopo gli scontri il presidente del Sudan Omar al-Bashir ha sospeso il vertice con il suo omologo del Sud Kiir in programma il 3 aprile, spingendo il segretario ONU Ban Ki-Moon a lanciare un appello alla calma.

Nelle ultime settimane alcuni segnali avevano lasciato sperare in un netto miglioramento della situazione. Innanzitutto, il 13 marzo Khartoum e Juba avevano siglato due accordi  in materia di cittadinanza e gestione delle frontiere, concordando inoltre di tenere un vertice bilaterale tra i due presidenti su invito del Sud in un rinnovato spirito di collaborazione reciproca. Esattamente una settimana dopo, Bashir aveva annunciato di aver deferito ad una commissione tecnica la sua decisione se aderire o meno alla proposta congiunta di Unione Africana e Lega Araba per l’invio di aiuti nel Sud Kordofan. La commissione prevede di rilasciare una relazione nei prossimi giorni.
Tali segni di progresso nel contesto dei negoziati tra Khartoum e Juba avevano incoraggiato un cauto ottimismo presso la comunità internazionale. A quel punto sarebbero state necessarie ulteriori pressioni diplomatiche, ai più alti livelli, per fare in modo che il vertice di aprile potesse scrivere la parole fine sulle dispute tra l’ultimo nato degli Stati africani e l’ex madrepatria. Va letta in questo senso una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano che persuadeva le parti a “preparare il vertice in buona fede per il vertice previsto per l’inizio di aprile allo scopo di trovare un accordo globale riguardo alle questioni in sospeso – su tutte, la ripartizione dei proventi petroliferi e lo status della provincia di Abyei.
L’agenda del vertice avrebbe fatto meglio ad includere la proposta di rimandare il termine ultimo, previsto per l’8 aprile entro cui tutti gli appartenenti a minoranze etniche del Sud residenti in Sudan dovranno registrarsi all’anagrafe di Khartoum come stranieri o, in alternativa, lasciare il Paese. Considerato che si parla di circa 700.000 persone, trasferire così tanti individui in così poco tempo è totalmente impossibile. Ma qui non c’è il petrolio di mezzo, per cui non c’è di che stupirsi se questo tema fosse assente dalle esortazioni made in USA.
A causa de conflitto in corso e del conseguente rinvio del vertice, tutto ciò è passato in cavalleria.

Adesso il combattimento è chiuso , ma forse non per molto. Da oggi le parti sono (per l’ennesima volta) in trattativa, stavolta nella vicina Etiopia - che cerca forse di avvantaggiarsi sul Kenya, promotore dell’oleodotto che affrancherà Juba dal controllo di Khartoum?
L’uso della violenza come una tattica di negoziazione non è nuova, ma è una strategia pericolosa. La violenza può aumentare al di là di quello che gli strateghi avevano previsto. Ed è inoltre costosa, soprattutto per due Paesi del terzo mondo. Il Sudan non sembra essere in grande forma, sia economicamente che politicamente. Darfur e Sud Kordofan restano ferite aperte. E in tempo di carestia, anche il cibo diventa un’arma di guerra. l’attuale altalenante ritmo di bastone e carota non è sostenibile.
Infine, in questo caso, non sembra funzionare. La violenza non sembra aver portato una soluzione favorevole a Khartoum.

Non va dimenticato che i problemi li ha anche Juba. Per riportare la calma tre mesi dopo il devastante attacco nello Stato di Jonglei nel mese di dicembre (circa 140.000 gli sfollati), il governo del Sud Sudan aveva anche lanciato una serie di iniziative volte a favorire il disarmo delle milizie locali. A tal fine erano stati dispiegati 15.000 soldati nel Jonglei, e le prime relazioni governative sul disarmo volontario parlavano circa 4.000 fucili stati raccolti nella Bor County. Tuttavia si tratta di un numero poco significativo, visto che non vi sono dati precisi sulle armi totali in circolazione. Vi è il sospetto che molte di esse siano state nascoste nella boscaglia o portate fuori dal Paese.

Da circa due anni nel Baluchistan, la più estesa provincia del Pakistan, rapimenti e ritrovamenti di cadaveri mutilati con chiari segni di torture si susseguono senza sosta. Generalmente si tratta di uomini tra i venti e quarant’anni, ma da qualche tempo il numero di donne è in forte crescita. Amnesty International segnala centinaia di casi.
I media pakistani non ne parlano: le cronache del Baluchistan occupano sempre le ultime pagine sui giornali si Islamabad (con tanto di vere e proprie distorsioni), ed anche le forze dell’ordine sembrano si mostrano indifferenti a questa catena di sparizioni e omicidi.
Tale mancanza di interesse, sorprendente a prima vista, diventa più comprensibile quando emerge che i principali indiziati dei delitti non sono bande di ribelli, bensì l’esercito e l’ISI, l’onnipotente agenzia di intellicence del Paese asiatico.
Ecco la guerra sporca del Pakistan nella sua provincia più refrattaria (qui e qui due video). Mentre l’attenzione straniera è concentrata più a Nord, sul fronte Afpak, e sui taliban, l’esercito di Islamabad combatte per reprimere un popolo che non si riconosce sotto sua bandiera. La rivolta dei baluchi, in corso da quattro anni (ma radicata nei decenni precedenti), è contornata di interessi ed intrighi stranieri, legati alle ricchezze minerarie del luogo come alla destabilizzazione e al reciproco indebolimento dei Paesi della regione.

Il Baluchistan occupa il 44% dell’intera superficie del Pakistan, ma la sua popolazione è appena la metà di quella di Karachi (sei milioni). I 46.000 soldati pakistani d’istanza sul territorio non bastano a presidiarlo efficacemente. E in tali vaste lande desertiche trovano rifugio combattenti di ogni risma: taliban, agenti segreti americani, indiani e iraniani, trafficanti di droga. Gli americani dispongono anche di una base (ufficialmente chiusa) da cui sferrare attacchi con i droni.
Sullo sfondo, il popolo baluchi è animato da un acceso fervore antipakistano. Gli studenti si rifiutano di cantare l’inno nazionale o di alzare la sua bandiera. Le università sono divenute focolai di sentimento nazionalista. La rabbia è radicata nella povertà: appena il 25% della popolazione è alfabetizzata (la media nazionale è del 47%), circa il 30% è disoccupata e solo il 7% ha accesso all’acqua potabile. E mentre la provincia fornisce un terzo al Pakistan un terzo del suo fabbisogno di gas naturale, solo una manciata di città baluchi sono collegate alla rete di alimentazione.
Il gas è solo una delle risorse di cui il sottosuolo è ricco: L’azienda Tethyan ha scoperto 4 miliardi di tonnellate di minerali estraibili, dalle quali potrebbero ricavarsi circa 200.000 tonnellate di rame e 250.000 once d’oro all’anno, tali da rendere il Baluchistan una delle più grandi miniere al mondo, sulla quale le companies hanno già messo gli occhi – qui un’esauriente disamina.

Sul fuoco della rivolta sono in tanti a soffiare. Qui si parla delle manovre americane nel Baluchistan iraniano nel tentativo di destabilizzare il regime degli ayatollah (video). Lo stesso Iran gioca la carta baluchi contro lo scomodo vicino Islamabad. Un rapporto militare pakistano sostiene che almeno quattro gruppi terroristici attivi nella provincia siano sostenuti da Israele e India, come peraltro confermato dai cables di Wikileaks. Il Baluchistan non sarebbe altro che una trasposizione in riva all’oceano dell’eterno conflitto per la sovranità del Kashmir.
A farne le spese non sono soltanto gli attivisti, ma anche la gente comune, vittima dei soprusi dei militari. È inquietante notare come l’escalation di violenze contro donne e bambini ricordi la storia del Bangladeshnegli anni Settanta, prima della secessione.
Tuttavia, le violazioni dei diritti umani non sono un’esclusiva dell’esercito. Come il conflitto va inasprendosi, anche i ribelli stanno diventando sempre più brutali e spietati. Negli ultimi due anni, i militanti hanno rapito operatori umanitari, ucciso giornalisti e civili (soprattutto insegnanti).
Nel vuoto di informazione che circonda tutta la vicenda, i potenti fanno quello che vogliono in ossequio all’unica legge realmente condivisa in Pakistan: quella del più forte. E pensare che questa guerra non dichiarata in Baluchistan appare ben poca cosa rispetto ai grandi problemi di Islamabad: il fondamentalismo, la talibanizzazione e la cronica instabilità politica. Ma è sintomatica della drammatica incapacità dei pakistani di vivere insieme in un Paese che, sotto l’unico collante dato dal mantello islamico, è un mosaico di etnie e culture.

Libia, un anno dopo

La bandiera rosso, nero e verde in tutti gli angoli della capitale. Le foto dei martiri appese su vetrine e veicoli. I miliziani dispiegati intorno alla città. E migliaia di persone in piazza. Tripoli ha commemorato così l’insurrezione del 17 febbraio 2011, ma l’atmosfera celebrativa non basta a nascondere le preoccupazioni per il futuro. “Siamo felici senza Gheddafi, ma abbiamo bisogno di certezze“, sembra essere il pensiero della gente. “Sembra che in questo paese non ci sia nessun governo, siamo alla deriva“.

Nella Libia di oggi non ci sono polizia o esercito. Quasi nessuno conosce i membri del CNT, una sorta di governo autonominato e costituito da pezzi dell’ex regime passati al di là della barricata. Per qualcuno le cose non vanno poi così male, dopo tutti i sacrifici patiti; per qualcun altro la fine di una dittatura ha solo aperto la strada ad un’altra. Non dimentichiamo che il Paese non ha all’attivo alcuna esperienza democratica: dall’indipendenza nel 1951 non ci sono mai state elezioni.

Russia Today segnala che ad un anno dall’avvio dell’insurrezione l’economia libica ha subito una contrazione del 60% secondo il FMI, con il PIL passato da 80,9 miliardi di dollari nel 2010 ad appena 37.4 miliardi nel 2011. La produzione di petrolio greggio si è quasi azzerata: da una media di 1,77 milioni di barili al giorno ad appena 22.000. Un crollo che ha ridotto il saldo commerciale del Paese dal 21% al 4,5% del PIL.

Ben più pressante è tuttavia il problema della sicurezza.
Anche Amnesty International sottolinea che le milizie armate rappresentano una minaccia per la stabilità della Libia. Ad essere sono attribuite svariate violazioni di diritti umani (torture, ecc) rimaste nella totale impunità. La violenza è fuori controlloSi parla di oltre 8.000 gheddafiani e un ulteriore numero di migranti dall’Africa subsahariana al momento detenuti nelle carceri, ufficialmente accusati di essere mercenari (qui un servizio della BBC).
I migranti sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto: un intero pezzo di società prima presente e ora scomparso dalla realtà del Paese. In tanti vivono tuttora nascosti, al riparo dalla furia dei miliziani. Tanti altri sono fuggiti: circa 1,3 milioni di persone, soprattutto somali ed eritrei, andati in Egitto e Tunisia per tornare nei loro Paesi. Sono stati invece 28.000 quelli che hanno cercato di raggiungere l’Italia, alla maggior parte dei quali il nostro governo non ha riconosciuto (e non sta riconoscendo) alcuna forma di protezione giuridica internazionale.

In ultimo, c’è il dilagare del fondamentalismo.
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Dall’inizio di febbraio il precipitare degli eventi in Siria ha offerto due drammatiche conferme.
Da un lato, dopo l’ultima mattanza di Homs la crisi siriana può di fatto considerarsi degenerata in guerra civile.
Dall’altro, il nuovo veto di Cina e Russia – il secondo dopo quello di ottobre – davanti al Consiglio di Sicurezza ci riporta indietro di vent’anni, all’epoca della Guerra Fredda.

Un voto contro l’Occidente: così il Ministro degli esteri turco Davutoglu ha definito il veto di Russia e Cina, ma onestamente non potevamo aspettarci un esito differente.
La Cina giustifica la propria scelta in base al principio di non ingerenza negli affari altrui e alla necessità di non concedere un pericoloso precedente alla comunità internazionale (rectius: alla NATO). Se il mondo si muove per i siriani oggi, pensano a Pechino, c’è il rischio che faccia lo stesso per uiguri e tibetani domani: comodo pretesto per soppiantare con le armi quel crescente potere che la Cina sta guadagnando col commercio.
Più complessa la posizione del Cremlino. Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.
Dichiarandosi nel pieno rispetto del diritto internazionale, Mosca aveva chiesto a Washington, e di riflesso ai Paesi arabi, di rispettare la sovranità della Siria per facilitare una soluzione politica della crisi, ma tanto non poteva ovviamente bastare per indurre le controparti a rinunciare alla proposta di risoluzione. I russi contavano sul fatto che l’America non poteva permettersi una nuova avventura militare proprio ora: si è appena ritirata dall’Iraq, è ancora impantanata in Afghanistan ed è concentrata sullo Stretto di Hormuz, dove le tensioni non sembrano smorzarsi. Ma tutto ciò non è bastato per scalzare il dossier siriano dal tavolo di Obama.
Per la verità, le previsioni russe non erano del tutto errate. Obama non vuole impegnarsi in un nuovo conflitto a pochi mesi dalle elezioni ma non può neppure restare a guardare, con la Lega Araba che continua a tirarlo per la giacca. Pare che la Casa Bianca abbia chiesto all’Egitto di inviare proprie truppe in Siria.
Per ostacolare ogni iniziativa contro Damasco, la Russia aveva dunque cercato di mettere le mani avanti presentando una propria bozza di risoluzione al CdS. Ma tale piano ha ricevuto le pesanti critiche di Occidente e Lega Araba perché ammetteva comunque la permanenza di Assad al potere in vista di una presunta transizione democratica. Nel frattempo si è affrettata a ribadire che darà esecuzione ai contratti di vendita di armi fintantoché le Nazioni Unite non pronunceranno un pacchetto di sanzioni che li vietino. Inoltre ha espresso il proprio disappunto per la decisione della Turchia di schierarsi con la Lega Araba e ancora di più ha criticato la decisione di quest’ultima di ritirare i propri osservatori,(le cui conclusioni, peraltro, mostrano una realtà sul campo alquanto diversa da quella propagandata dai media ufficiali), vedendo tale mossa come un alzare le braccia della diplomazia con conseguente ricorso all’intervento straniero come extrema ratio. In effetti è stato proprio dopo il ritiro della missione che la Lega Araba ha rimesso la questione sul tavolo del Consiglio di Sicurezza. L’intenzione era chiara: lasciare il lavoro sporco agli altri (cioè a noi) per concentrarsi sul dopo, ossia le successive elezioni che nei piani di Ryadh e Doha avrebbero consegnato il potere agli islamisti sunniti.

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A parte è la proposta di quote rosa nelle prossime elezioni, le notizie che arrivano dalla Libia testimoniano una situazione sempre più critica. Dapprima la manifestazione a Bengasi davanti alla sede del CNT, con tanto di lancio di granate e annesso tentativo di sfondare i cancelli del palazzo di governo. Poi la caduta di Bani Walid, tornata in mano ai gheddafiani, nonostante il Ministro degli interni avessenegato il loro ritorno alla carica.
Secondo Mustafa Fetouri, scrittore libico e accademico originario di Bani Walid, alla base della rivolta in città c’era la paura che la tribù Warfalla fosse privata delle proprie posizioni all’interno del nuovo ordine. Inoltre, è una località abbastanza remota e isolata dai centri principali, dunque intrinsecamente poco controllabile, ed è forse l’unica in tutta la Libia i cui abitanti appartengono quasi tutti alla stessa tribù.
Si combatte anche altrove, come ad Assabia, tornata anch’essa a sostenere il regime decaduto. Emblema di una realtà sul campo che descrive come la gente, e forse gli stessi vertici, stanno perdendo la fiducia nella divisione equa del potere. Lo stesso Jalil non sa più che messaggi lanciare: prima ha riconosciuto che la Libia potrebbe cadere in un pozzo senza fondo, poi si è rimangiato tutto dichiarando che il suo non è un Paese diviso.
Oltre alle milizie, a spaccare il Paese c’è un altro conflitto, più strisciante, che sta prendendo vita tra fondamentalisti, decisi a chiedere una legislazione basata sulla shar’ia, e islamisti moderati. I libici stanno scoprendo che la libertà, duramente conquistata in battaglia, è ora in forse.
La Libia sta scivolando nella stessa spirale di violenza che ha infiammato l’Iraq nel 2003. “I confronti con l’Iraq sono azzardati”, ha dichiarato Geoff Porter, di Risk Consulting Nord Africa, Certo, ci sono delle analogie: “Lotta tra fazioni, un governo la cui legittimità viene apertamente messa in dubbio e nessuna prospettiva immediata di ritorno di una società pacifica”, ma anche sostanziali differenze, come la mancanza di una forza occupante e la possibilità di riprendere la produzione petrolifera, seppure azzoppata, fin da subito.
Ma è forse una valutazione troppo ottimistica. Finché le milizie saranno armate, il controllo del governo, l’industria del petrolio e tutto l’ordine stabilito saranno a rischio.
Inoltre gli arsenali di Gheddafi continuano a far paura: le armi trafugate dai depositi stanno inondando il mercato nero in Africa. Nascoste nel terreno restano ancora circa 11 tonnellate di bombe inesplose. E i continui scontri con le tribù Tuareg, alleate di Gheddafi, potrebbero ostacolare le attività estrattive dell’uranio in Niger, dove la francese Areva detiene importanti concessioni – potrebbe consumarsi qui la vendetta delle tribù nei confronti dell’Occidente per l’eliminazione del qa’id

Nel caos che si sta delineando, gli interessi italiani sono messi a serio rischio – ammesso che sussistano ancora. Il retroscena della visita di Monti a Tripoli, secondo Lettera43, è quello di una missione fallita. La dichiarazione di Tripoli, sottoscritta dai due governi, è ben altra cosa rispetto agli impegni del vecchio Trattato di Amicizia del 2008, che in cambio di 5 miliardi di dollari in 20 anni di rimborsi coloniali garantiva all’Italia la supremazia nell’assegnazione di appalti e giacimenti, oltre al contenimento dell’immigrazione clandestina. Nonostante le rassicurazioni delle scorse settimane, la posizione di Eni in Libia potrebbe essere ridimensionata in favore di altri concorrenti (Total?). C’è poi la questione delle partecipazioni finanziarie in Italia, che il governo provvisorio libico avrebbe intenzione di ridurre; per il momento, è certo che la Banca centrale di Tripoli non sottoscriverà l’aumento di capitale di Unicredit.
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Nel suo ultimo discorso pubblico, il presidente Assad ha dichiarato che un intervento arabo in Siria sarebbe peggio di un intervento occidentale. Ormai anche lui si è reso conto che il vero nemico da fronteggiare non è la NATO, bensì la Lega Araba, sempre più istigata dal Qatar. Lo stesso emiro di Doha ha deciso di giocare a carte scoperte invocando pubblicamente un’operazione militare per porre fine alle violenze.
Anche gli Stati Uniti sostengono la necessità di un’iniziativa armata contro Damasco, come ribadito nella recente conferenza stampa tra il Segretario di Stato H. Clinton e il Primo ministro qatarino Hamad bin Jassim bin Jabr Al-Thani. I due Paesi sono ufficialmente allineati nella destabilizzazione della Siria.
Tempo fa un quotidiano kuwaitiano ha perfino anticipato un piano miitare indicando gli obiettivi di possibili bombardamenti. La domanda è: chi condurrebbe questo attacco? Non certo gli USA, sia per le ragioni che avevo spiegato qui, sia per la precaria situazione economica negli States e sia perché, dopo le due guerre scellerate in Iraq e Afghanistan, avventurarsi in un nuovo conflitto sul campo sarebbe un suicidio politico – soprattutto a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di avere le prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).
Si va dunque verso una deriva settaria del conflitto in corso, anticamera di una guerra civile che porterebbe allo sfaldamento della società siriana.

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L’esercito del Kenya afferma di aver spezzato la spina dorsale del gruppo al-Shabaab dopo l’uccisione di oltre 50 miliziani (notizia smentita dagli interessati), ma la realtà sul campo dice che la portata geografica della guerra in Somalia  si sta diffondendo.
Questo articolo offre una panoramica delle forze in campo: da un lato al-Shabaab (letteralmente: “la gioventù”), legata ad al-Qa’ida, che conta 2.000 combattenti (un decimo gli stranieri) e controlla vaste aree nella Somalia meridionale. Dall’altro il Governo Federale di Transizione (3.000 uomini, ma potrebbero essere il doppio), che rappresenta l’unica parvenza di autorità statuale nel Paese; Amisom (missione dell’Unione Africana, 10.000 uomini); Etiopia (1.500 uomini), da poco rientrata in guerra; Kenya (2-3.000 uomini); contractors e altri soggetti non meglio identificabili.
Anche l’America è presente (con i droni). Nell’inferno somalo, gli Stati Uniti sono spettatori interessati. La cronica instabilità nel Paese rappresenta il retroterra all’origine della pirateria, che mette a rischio le fondamentali rotte energetiche di passaggio nel Golfo di Aden e nello Stretto di Hormuz.

Da quando Nairobi ha inviato le proprie forze armate all’interno del territorio somalo, almeno 30 persone sono state uccise negli attacchi sferrati nel Nordest del Kenya, alle quali si aggiungono le 70 morte in attentati a Kampala, Uganda. Questo perché l’invasione kenyota ha galvanizzato al-Shabaab, che si pone come movimento di resistenza contro le potenze straniere, invitando i somali a ribellarsi contro i “cristiani” aggressori dal Kenya. Benché appaia improbabile che un gruppo di guerriglieri riesca a tenere testa ad un’intera coalizione di eserciti, è proprio questa capacità di mobilitare forze sempre nuove attingendo alla disperazione della gente a rappresentare l’arma segreta di al-Shabaab. Quella che gli ha permesso di respingere l’invasione etiope nel 2006.
Tuttavia anche il gruppo estremista si sta rendendo molto impopolare a causa della violenza indiscriminata e del rifiuto di qualunque soluzione politica alla crisi somala.

Sullo sfondo di questa guerra strisciante e di una tragedia umanitaria di cui nessuno sembra occuparsi, emerge la crescente rivalità tra Etiopia e Kenya, entrambi ambiguamente amici dell’Occidente ma rivali tra loro nel Corno d’Africa.
Addis Abeba, finora indiscussa potenza regionale, vede sempre di più il suo primato minacciato dall’ascesa di Nairobi. Quest’ultima non ha mai abbandonato il progetto di creazione dello Jubaland, Stato che sorgerebbe sulle ceneri dello sfaldamento somalo, alla totale dependance del governo kenyota. Non è un caso che l’esercito kenyota si sia spinto fino a Chisimao, 120 km oltre il confine. Come non lo è la decisione dell’Etiopia di gettarsi di nuovo nella mischia somala, impegnandosi nelle regioni centrali di Hiran e Galgudud e più a sud, nella valle di Shabelle, appena due mesi dopo l’invasione kenyota.

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Dalla morte di Gheddafi la stampa italiana non si è più occupata della Libia, ignorando del tutto la realtà di un Paese ormai ad un passo dalla guerra civile. I violenti scontri scoppiati martedì 3 gennaio nel centro di Tripoli tra le forze fedeli al CNT e le brigate di Misurata sono solo l’ultimo episodio di questa escalation. Non proprio una buona notizia, considerato che Mario Monti sarà in visita nella capitale libica tra due settimane.
Anche la stampa estera sembra sottovalutare la gravità della situazione, se pensiamo che l’Economist mette la Libia al terzo posto nelle stime di crescita economica per il 2012. Ma a due mesi dalla fine della guerra, il governo provvisorio non è ancora riuscito a mettere sotto controllo le milizie rivali che ha riempito il vuoto di potere lasciato dalla caduta del qa’id. Jalil parla anche di infiltrazioni dei lealisti di Saadi Gheddafi all’interno del CNT. Senza sicurezza non potranno esserci crescita e sviluppo.

In attesa che i denari provenienti dai conti esteri di Gheddafi congelati contribuiscano a rabbonire i contendenti, il governo libico sta studiando alcune soluzioni per evitare che la situazione esploda.
La prima è quella più ovvia: una missione internazionale di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite, invocata da Jalil per irrobustire un apparato di sicurezza insufficiente – e comunque instabile, perché da mesi soldati e poliziotti non prendono il salario.
La seconda è integrare le milizie all’interno dello stesso apparato. Lo testimoniano due visite ufficiali. Quella di Jalil a Baghdad nello scorso novembre per studiare il modello Iraq, che all’indomani della caduta di Saddam ha tamponato l’emergenza di migliaia di combattenti assorbendoli nelle proprie forze armate. E quella più recente del presidente sudanese Bashir a Tripoli, il quale si è detto disponibile a collaborare col governo libico per disarmare i ribelli. Incontro, quest’ultimo, che ha provocato molte polemiche alla luce del mandato di cattura internazionale che pende sulla testa di Bashir. Se Tripoli si era impegnata a garantire un giusto processo sia a Saif-al-Islam Gheddafi che all’ex primo ministro al-Mahmoudi, l’ospitalità offerta ad un Capo di Stato ricercato per genocidio lascia più di un dubbio sull’attenzione che la nuova Libia riserva al tema dei diritti umani.

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Carta di Laura Canali per Limes 6/08 "Progetto Obama"

La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l’analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.
L’idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l’export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l’esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l’export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.
Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.
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Carta di Laura Canali in Limes QS 1/11 "Corea La guerra sospesa"

Se la Corea del Nord non vantasse alcune testate al plutonio (due secondo la CIA, addirittura quindici secondo altri) nascoste da qualche parte, il mondo avrebbe del tutto ignorato la scomparsa di Kim Chong’il nonché le connesse scene di isteria collettiva.
Per comprendere la Corea del Nord bisogna innanzitutto scansare alcuni pregiudizi. Nel Paese il calendario ufficiale conta i giorni a partire dalla nascita di Kim Ilsong, il Grande Leader, nel 1912. Morto nel corpo ma non nello spirito, in quanto tuttora formale assegnatario della presidenza, il leader perpetuo è padre dell’ideologia Chuch’e (letteralmente: “oggetto principale”, sovente tradotto come “autosufficienza”), dottrina populista e nazionalista alla base dell’identità collettiva dei nordcoreani non meno dei miti cosmogonici che da millenni permeano la cultura peninsulare. Contrariamente a quanto si creda, non si tratta di un’ideologia comunista. Durante la Guerra Fredda, Kim Ilsong si schierò con Stalin e Mao solo per ricevere aiuti economici e militari, non per ragioni ideologiche. A dirla tutta, da anni la parola comunismo non figura neanche più nella costituzione, espunta dall’appena scomparso Kim Chong’il, successore del Grande Leader.

Ed ecco il primo equivoco. Il vero credo dominante in Corea del Nord non è dunque il comunismo, bensì l’ultranazionalismo razzista in salsa confuciana. Una politica che dietro la retorica populista (“la Corea innanzitutto”), un vago programma socioeconomico e uno sfrenato culto della personalità, nasconde la subordinazione dell’intera vita nazionale al rafforzamento dell’esercito, investito della missione di “liberare” il Sud. È questa propaganda a giustificare l’esistenza stessa dello stato nordcoreano.
Oggi le ampie crepe insite nella propaganda stessa rappresentano la principale minaccia esistenziale di Pyong’yang, molto più delle armate americane dislocate nel Sud. Ormai la popolazione, stremata da condizioni di vita insostenibili, crede sempre meno alle grandi menzogne ufficiali. Lo Stato è troppo povero e ha una frontiera troppo ampia per tenere 20 milioni di abitanti sempre sotto controllo.
Per continuare a giustificare la propria esistenza, il regime deve adottare forme di propaganda sempre più persuasive. Gli occasionali incidenti di confine come l’affondamento della corvetta sudcoreana Ch’onan nel marzo 2010 (46 morti) e il cannoneggiamento dell’isola di Yonp’yong ne sono un esempio. Oppure ci sono le armi nucleari, valida merce di scambio da presentare al tavolo dei sei (USA, Cina, Russia, Giappone e le due Coree) per reclamare aiuti umanitari.

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1. Con le parole “Benvenuti a casa” Obama ha salutato il rientro degli ultimi soldati americani d’istanza in Iraq. Per la prima volta nella storia, uno Stato celebra in pompa magna la propria sconfitta in guerra.
I numeri dell’Iraq dopo quasi nove anni all’insegna di questa scellerata campagna militare sono terribili, senza nient’altro da aggiungere. “Chiedete ad un qualsiasi iracheno se si sta meglio oggi o se si sentivano più sicuri sotto Saddam”, ha icasticamente affermato un veterano nel corso di un’intervista a Press Tv, ricordando i costi umani della guerra: 1,3-1,4 milioni di morti, 4 milioni di orfani, 5 milioni di rifugiati. Oltre ad un’intera generazione segnata dal trauma dell’occupazione.
I numeri degli USA non sono migliori: tra i 3.600 e i 4.400 miliardi di dollari di costi e oltre 4.500 soldati uccisi. Senza contare un tasso di disoccupazione tra i veterani del 12% (la media nazionale è il 9%), caso strano nel Paese che più di ogni altro è riuscito ad assicurare una seconda vita (nell’amministrazione, nelle università, o persino nei talk show) ai suoi eroi che dopo aver smesso la divisa.
Qual è il significato di fondo della disastrosa campagna irachena? Nel 2003 Bush decise di invadere l’Iraq per indurre l’Arabia Saudita ad aumentare la produzione petrolifera allo scopo di adeguarla al crescente fabbisogno interno degli americani. Oggi il prezzo del petrolio è quintuplicato rispetto a otto anni fa e la democrazia in Iraq ha portato al potere la maggioranza sciita, consegnando di fatto all’Iran un ampio margine di manovra nelle questioni interne del Paese. Il peggiore scenario possibile sia per Ryadh che per Washington.

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Gli esperti lo avevano detto: la Libia, per mesi unita dall’unico obiettivo di rovesciare Gheddafi, è ora sull’orlo del caos.
Dal 23 ottobre, giorno della proclamazione ufficiale della liberazione della Libia, situazione si è fatta via via più incandescente. In quarant’anni di dominio assoluto, Gheddafi era riuscito a mantenere unito un Paese intrinsecamente diviso. La sua morte si è dimostrata il pretesto di una nuova escalation di tensioni.
Il Consiglio Nazionale di Transizione ha compiuto progressi limitati per disarmare i gruppi combattenti ed estendere il suo controllo sul territorio. In assenza di un’autorità centrale funzionante, sono questi ultimi a detenere il potere reale nelle strade della Libia.

Punta dell’iceberg sono gli scontri per il controllo dell’aeroporto di Tripoli tra le guardie nazionali e le brigate di Zintan. Questi ultimi sono stati poi coinvolti in pesanti sparatorie nella località di Wamis, 190 km a sud di Tripoli, con la tribù dei Masciascià, ex sostenitrice di Gheddafi. Le due fazioni sono divise da una vecchia rivalità esacerbata da sette mesi di guerra civile.
Altro episodio plateale dell’attuale condizione di anarchia è stato il sequestro lampo di Abdul-Aziz al-Hassady, procuratore generale di Tripoli, trascinato fuori dalla sua auto e minacciato di morte in pieno giorno da un gruppo di uomini armati che gli intimavano di rilasciare alcuni loro compagni detenuti in prigione.
Si segnalano anche l’attentato al capo militare Khalifa Haftar e il breve sequestro del comandante militare Abdel Hakim Belhaj (qui la sua biografia), il cui aereo è stato bloccato alla partenza dalle brigate di Zintan.
Non si sa ancora cosa sia successo nella cittadina di Tawergha, dove 30.000 persone sono state cacciate dalle proprie case in conseguenza di quella che sembra un’azione di vendetta per il ruolo ricoperto dalla città nell’assedio di Misurata.

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Ufficialmente gli Stati Uniti non inizieranno una nuova guerra in Siria; in compenso hanno già ingaggiato una guerra psicologica contro i Paesi limitrofi per farli ad intervenire al loro posto. Le pressioni su Giordania, Libano e Iraq non hanno finora sortito effetti.
Il Primo ministro di Amman ha giustificato il rifiuto di imporre sanzioni economiche a Damasco perché questo avrebbe delle ricadute negative l’economia giordana. Inoltre ha la Carta delle Nazioni Unite dalla sua: “se si invoca l’art. 7 per imporre sanzioni alla Siria, noi invochiamo l’art. 50 che eslude i Paesi limitrofi,” ha dichiarato.
Il Libano è legato alla Siria a doppio filo sia dal punto di vista economico (tutte le merci transitano attraverso il territorio siriano) che della sicurezza (la Siria sostiene Hezbollah, che in Libano ha la sua base operativa), per cui Beirut non può assumere decisioni che finirebbero per avere un effetto boomerang.
Ma è sull’Iraq che gli USA hanno concentrato i maggiori sforzi. La visita del vicepresidente Biden, il quale si è recato a Baghdad con un elenco di richieste in 9 punti non è servito a cambiare la posizione del governo di al-Maliki. L’Iraq, che ha già votato due volte contro le sanzioni proposte della Lega Araba, rifiuta di fare il lavoro sporco per conto degli americani.
Washington ha ancora delle carte da giocare. Dal momento che l’Iraq è ancora sotto l’imperio dell’art. 7 della Carta ONU, dal quale potrà affrancarsi solo dietro il necessario benestare degli USA, il governo iracheno non potrà ignorare all’infinito le esigenze dell’amministrazione americana. Per riacquistare la propria sovranità senza compromettere i rapporti con il proprio vicino, al-Maliki si è detto disponibile a mediare tra l’opposizione siriana e il regime di Assad.
Il problema è che complicato dalla presenza di un terzo incomodo, la cui influenza in Iraq è ben più profonda di quella esercitata dall’America: l’Iran. L’asse Damasco-Teheran pesa come una spada di Damocle sui destini di Baghdad, la quale svolge un ruolo di “ponte” tra i due stretti alleati. È per questo che l’Iraq non potrà mai recitare un ruolo di primo piano nella strategia americana in Siria.
Inoltre ci sono diversi altri fattori, compresi quelli di natura sociologica che escludono la prospettiva di un Iraq antisiriano. Nelle zone di frontiera tra i due Paesi vivono molti gruppi legati da relazioni familiari e tribali, ideologici e religiosi che costituiscono di fatto un’entità unica a prescindere dal confine che li separa. Un’eventuale, improbabile partecipazione dell’Iraq contro la Siria non avrebbe altra conseguenza che la disintergazione di uno Stato già profondamente diviso al proprio interno.

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La Shar’ia alla base della futura costituzione, la frammentazione di Tripoli tra le varie tribù, le vendette personali a margine della lotta contro i lealisti, lo spettro di al-Qa’ida tra le istituzioni e le forze di sicurezza. E l’inquietante prospettiva che i ribelli di Bengasi, ai quali l’Occidente ha concesso fiducia ad occhi chiusi, faranno (forse) rimpiangere il pur sanguinario Gheddafi.
Qualcuno comincia finalmente ad interrogarsi sulle intenzioni dei ribelli che hanno partecipato alla presa di Tripoli. In un primo momento accolti con tutti gli onori, ora i vari miliziani di Misurata, Bengasi e Zintan non hanno intenzione di lasciare la capitale, ciascuno dietro il pretesto di garantirne la sicurezza .
Intanto il cancro del fondamentalismo sta già iniziando a disseminare le sue metastasi. Un gruppo non meglio identificati di ribelli, islamisti e (forse) esponenti di al-Qa’ida, autodefinitosi “Comitato della distruzione degli idoli”, ha profanato le tombe della madre e di altri membri della famiglia Gheddafi, bruciandone i resti.
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Carta di Laura Canali tratta dal volume di Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

Dall’inizio delle rivolte in Siria in molti si aspettavano che la NATO lanciasse una nuova operazione con il pretesto di “proteggere i civili”, sulla falsariga di quanto accaduto in Libia. Anche l’opposizione guidata dal neonato Consiglio Nazionale siriano aveva iniziato a far circolare questa idea, poi categoricamente smentita dalla stessa Alleanza Atlantica.
In realtà l’Occidente non potrà ripetere a Damasco ciò che aveva fatto a Tripoli, benché voci in tal senso continuino a diffondersi (qui e qui). Non sono le minacce di Assad a spaventare le cancellerie nostrane. La verità è che la Siria ricopre un ruolo troppo delicato all’interno degli equilibri mediorientali perché le potenze occidentali possano avventurarsi in una nuova missione “umanitaria”. La Libia è ricca di petrolio ma povera di significato geopolitico, per cui Europa (rectius: Francia e Regno Unito) e Usa avevano solo da guadagnare dal rovesciare Gheddafi. La Siria, al contrario, riveste un decisivo peso politico nella regione (e possiede scarso petrolio: produce 385.000 barili al giorno). Perfino Israele teme le conseguenze della caduta di Assad. Condizioni che sconsigliano qualunque possibilità di intervento.
Ciò che la stampa sembra non comprendere è che la vera partita della Siria si gioca sul tavolo della Lega Araba, non su quello dell’Occidente. Ma la stessa Lega, dopo la sospensione iniziale, sta ora adottando un approccio più morbido alla questione. La missione appena approvata non cambierà di una virgola situazione, proprio come tutti si aspettano. In generale, la Lega sta cercando di imporre sanzioni con la consapevolezza che non potranno mai funzionare. La risposta l’ha offerta alcune mesi fa l’analista Ibrahim Saif: colpire la Siria, per i Paesi arabi, significherebbe danneggiare le proprie economie.

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Difficile dire cosa è davvero il Qatar. E’ uno dei più piccoli Stati al mondo, ma ambisce a svolgere un ruolo regionale e globale assolutamente sproporzionato rispetto alla sua forza militare nonché alle sue dimensioni. Diversificazione energetica, copertura mediatica e attività diplomatica sono gli strumenti che conferiscono proiezione geostrategica al Paese.
Nelle rivoluzioni arabe (ancora?) in corso Doha sta svolgendo un ruolo di primo piano. A proprio beneficio. O per conto di qualcuno meno presentabile ai nostri occhi.

Partiamo dalla Libia.
Il Qatar è stato il secondo Paese (dopo la Francia) a riconoscere il CNT come unico interlocutore in Libia. Si è impegnato presso la Lega Araba affinché questa appoggiasse l’intervento Nato. Nei mesi estivi ha ricevuto tutti i maggiori esponenti del Consiglio di Bengasi.
Ora che la guerra è finita, l’ex ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abd al-Rahman Shalgam, accusa apertamente il Qatar di interferire negli affari interni di Tripoli. A distanza di qualche giorno, l’ex Primo ministro Mahmoud Jibril si è messo sulla stessa linea. Curioso che entrambi abbiano espresso questi pensieri solo dopo aver abbandonato i rispettivi incarichi di governo.
Non tutti sanno che Libya Tv, il canale televisivo degli insorti, ha sede in Qatar. Waddah Khanfar, ex direttore generale di al-Jazeera polemicamente dimessosi, ha deciso di fondare una nuova emittente satellitare in Libia con soldi del Qatar.
Le dure critiche di Jibril, tecnocrate di scuola americana e rappresentante dell’ala liberale del CNT, riflettono la lotta che va profilandosi tra Occidente, promotore dell’intervento in Libia, e le altre potenze che si contendono un posto al sole nell’eldorado energetico in riva al Mediterraneo – come il Qatar. Mesi fa Doha di era detta disponibile ad aiutare i ribelli nel riattivare le esportazioni energetiche. In che modo? Comprando petrolio e gas per poi rivenderli a noi occidentali, ovviamente ricavandone un utile. Al riguardo, il Qatar è il primo esportatore al mondo di gnl (50 miliardi di m3 all’anno).
Dalla parte degli interessi occidentali troviamo lo stesso Jibril, Shalgam e Mohmoud al-Shammam (Ministro delle comunicazioni, fondatore di Libya Tv). Dall’altra parte, quella del Qatar, ci sono il Presidente del CNT Mustapha Jalil, il leader religioso al-Salaabi, che in marzo incitava i ribelli alla lotta (dal Qatar) e l’ex combattente di al-Qa’ida Abdul Hakim Belhaj.

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Nel marasma della Libia dopo Gheddafi, è opinione diffusa che le rendite energetiche possono costituire il vero collante della riconciliazione nazionale. La Libia si sta impegnando per ripristinare la propria produzione ai livelli prebellici (1,6 mln di barili al giorno), ma non è affatto detto che ciò sarà possibile.
Dopo la presa di Tripoli, l’industria petrolifera riattivata su impulso del CNT si è attestata ad un livello di 300-400.000 barili al giorno. Secondo Nuri Berruien, il nuovo presidente della statale National Oil Co., la produzione potrebbe ritornare ai vecchi fasti in soli 15 mesi.
Più realisticamente, l’EIA calcola che potrà arrivare a 1,1 milioni entro la fine del 2012, ma il cammino potrebbe essere anche più lento. Ogni livello di 100.000 barili in più richiede investimenti e competenze di cui attualmente la Libia non dispone. Diversi giacimenti, raffinerie e terminal sono stati danneggiati e per recuperarli a pieno regime saranno necessari circa 30 miliardi di dollari. Servono anche tecnici stranieri, i quali non sono ancora tornati nel Paese per motivi di sicurezza.
Alcuni campi del sud del Sahara sono stati preda dei lealisti di Gheddafi decisi a vendicarsi. I libici stanno pompando petrolio da fonti orientali (Sarir e Mesla, 250.000 barili al giorno prima della guerra), gestite dalla statale Arabian Gulf Oil Co., anche se il livello di produzione non è chiaro.
Il bacino di Sirte sembra essere relativamente stabile in questo momento, ma la raffineria ha subito gravi danni.
I giacimenti nel Fezzan e in particolare il campo Elephant, in condominio tra Eni e la spagnola Repsol, produce un quinto dei 330.000 barili al giorno di capacità potenziale.

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La decisione di Obama di inviare circa 100 soldati – per lo più appartenenti alle operazioni speciali – in Uganda è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Kampala non è direttamente coinvolta nella sfera di interessi americani. Come mai l’America stia aprendo il suo quarto fronte di guerra da quando l’attuale presidente in carica?
Gli americani non avevano più truppe nel Corno d’Africa dai tempi dell’operazione Restore Hope. Dopo la battaglia di Mogadiscio, in cui 18 soldati persero la vita, il presidente Clinton decise di ritirare il proprio contingente. Stavolta, però, il nemico non è al-Shabaab in Somalia, bensì l’Esercito di Resistenza del Signore, guidato da Joseph Kony e accusato di crimini contro l’umanità. Negli anni l’LRA ha subito pesanti defezioni: se nel 2003 poteva contare su 3000 guerriglieri armati e circa 2000 fiancheggiatori, oggi le sue forze sul campo sarebbero ridotte tra le 200 e le 400 unità.
L’obiettivo di Obama è aiutare il governo di Kampala a migliorare la propria sicurezza interna. La Casa Bianca ha cercato di appoggiare l’Uganda già sotto la presidente Bush; tuttavia la tempistica di questa nuova operazione è alquanto strana, soprattutto considerando la volontà dell’amministrazione di svincolarsi dai conflitti in Iraq e Afghanistan.

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Forse la bandiera di al-Qa’ida sul tribunale di Bengasi è solo un fotomontaggio, ma i qaidisti in Libia ci sono davvero. Erano tra i ribelli supportati dalla Nato in Cirenaica; hanno combattuto contro le forze di Gheddafi a Sirte [da notare il graffito "al-Qa'ida è stata qui" nel video]. Per mesi l’Occidente ha offerto supporto militare e politico a quegli stessi terroristi a cui dà la caccia da anni, in una sorta di teatro dell’assurdo. Ora che la guerra è (formalmente?) conclusa, in Libia si sta aprendo un pericoloso ciclo di vendette tribali. Migliaia di persone sono già fuggite dalle città per paura di ritorsioni. La fragile pace raggiunta dopo la morte di Gheddafi è già a rischio, vista l’incapacità del Cnt di frenare la crescente ondata di vendette. L’unico modo per scongiurare un tale scenario è quello di disarmare le milizie ribelli. Ma la cosa si sta rivelando più difficile del previsto. I capi tribù hanno dichiarato di non avere intenzione di abbandonare le armi: ufficialmente per preservare la propria autonomia, di fatto per condizionare le decisioni politiche che rifediniranno il futuro della Libia. O più semplicemente per difendersi dalle tribù rivali. Depositi di armi in Libia ce ne sono ancora troppi e non sempre guarniti. La paura dell’Occidente è che l’immenso arsenale bellico di Gheddafi, trafugato, possa finire nelle mani sbagliate. Cosa che forse sta già avvenendo, se è vero, come afferma il Washington Post, che molte di quelle armi libiche stanno inondando l’Egitto – forse dirette verso il Sinai, dove al-Qa’ida sembra avere impiantato alcune basi sotto la protezione delle tribù del deserto. Allo smercio di armi avrebbe contribuito lo stesso Gheddafi: secondo il Cnt il qa’id ha venduto 12.500 missili Sam 7 ad al-Qa’ida del Niger (sebbene non si hanno conferme).

Altro punto. Il New York Times racconta che dopo la caduta di Tripli sono state rinvenute le prove del coinvolgimento di Gheddafi nel piano ordito da alcuni ex militanti del partito Ba’ath per rovesciare l’attuale governo iracheno. I dettagli del piano sono stati rivelati dal Primo ministro iracheno Nuri al-Maliki nel corso della visita a sorpresa a Baghdad del suo (ormai ex) omologo libico Mahmoud Jibril. In quei giorni, peraltro, in Iraq c’è stata un’ondata di arresti proprio tra gli ex baathisti. La verità è che non c’è alcun legame tra la cattura di questi ultimi e la visita di Jibril. La questione più urgente che il Cnt è chiamato ad affrontare è quella delle milizie armate, a Tripoli e nel resto del Paese. È probabile che il motivo del viaggio a sorpresa di Jibril sia stato quello di osservare da vicino il “modello Iraq”, che negli anni ha cercato di assimilare i combattenti jihadisti nelle proprie forze di sicurezza, includendo i loro leader nelle rinnovate gerarchie statali. Prendere esempio dall’esperienza irachena può essere la chiave per disciplinare le brigate a piede libero che in alcune zone (come Misurata, Zintan e la stessa Tripoli) hanno assunto de facto il controllo del territorio. Esattamente ciò che Jibril ha ammesso nella sua ultima conferenza stampa da Primo ministro: invece di aspettarsi lo scioglimento di questi gruppi, ha suggerito, il Cnt farebbe meglio a cercare di assimilarli. Significativo è che il primo provvedimento di Jibril al suo ritorno in Libia è stato la nomina di Sadiq al-Gharyan a Gran muftì della Libia (noto per la fatwa che aveva negato il funerale islamico a Gheddafi), a cui toccherà un ruolo unificante e di piacificazione come è stato quello di Ali al-Sistani in Iraq. Ma la Libia di oggi non è l’Iraq di ieri. Potrebbe essere molto peggio.

La guerra dei droni

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
La rete di basi da cui questi velivoli controllano e attaccano i nemici in Asia, penisola arabica e Corno d’Africa è in rapida espansione. L’ultima, da poco aggiunta al programma dei droni americano, si troverebbe in Etiopia, nella città meridionale di Arba Minch. La regione conta già altre due basi di lancio: una a Camp Lemonnier, nel Gibuti, dove sono dislocati 3000 soldati Usa; l’altra nelle Seychelles, esistente fin dal 2009 come rivelato da Wikileaks. Da queste tre basi il Pentagono controlla le operazioni in Somalia, Yemen, e prossimamente Uganda e Africa Centrale.

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Cosa hanno in comune le operazioni militari turche contro il Pkk nel Nord Iraq e quelle del Kenya contro gli al-Shabaab in Somalia? In entrambi i casi l’esercito di uno Stato sovrano si è spinto fino all’interno di un altro per contrastare una minaccia nemica.


In Turchia la questione curda risale al secolo scorso, col passaggio dall’impero ottomano alla repubblica kemalista. Per salvare il Paese dal baratro del disfacimento, Ataturk riforgiò il sentimento popolare nei termini della fedeltà assoluta all’ethos dello Stato, in cui qualunque cosa il potere facesse era giustificata e mai messa in discussione, pena l’incorrere nei rigori della legge. Corollario di questa transizione fu l’odio viscerale verso il pluralismo etnico-culturale, che in epoca ottomana aveva contribuito all’ascesa della decaduta potenza d’oriente. Il tentativo di forzata assimilazione che ne seguì suscitò la reazione del popolo curdo, fino allo scoppio della lotta armata del Pkk contro lo Stato turco nel 1984. Ora il governo di Ankara progetta anche di sviluppare una pattuglia di droni per colpire le basi curde dentro e fuori i confini turchi.


In Kenya l’incursione dell’esercito in territorio somalo, avvenuta in reazione ad una serie di rapimenti di lavoratori e turisti in territorio kenyota, va inserita nel più ampio contesto della guerra civile somala. Le ostilità tra Kenya e milizie Shabaab ha toccato il suo apice il 20 luglio 2010, quando i ribelli uccisero due soldati kenyoti nel corso di un feroce attacco lungo una zona di confine. Il Kenya peraltro, paga in prima persona il prezzo della catastrofe somala, sia per il dramma dei profughi che confluiscono in massa in territorio kenyota (il rifugio di Dadaab, è ormai il più grande campo profughi del mondo), che per la minaccia della pirateria a cui sono costantemente sottoposte le rotte marittime. È noto da tempo che le autorità di Nairobi reclutano giovani somali per impiegarli nella lotta contro gli Shabaab, attingendo proprio al copioso bacino di Dadaab, ma le autorità kenyote hanno sempre negato questa circostanza.

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Siamo onesti: l’esecuzione di Gheddafi sta bene a tutti. In primo luogo agli insorti, che tralasciando ogni giudizio morale (rectius: ipocrita) riguardo alle modalità, a loro modo hanno fatto “giustizia” per un quarantennio di oppressione e sofferenze. Ma anche all’Occidente, i cui leader non subiranno l’umiliazione di una paventata chiamata in correità ora che l’ex qa’id non potrà più parlare in un’aula di tribunale. Due piccioni con una pallottola alla testa, pardon una fava.
Ora che tutto è finito, la vera questione da chiarire non è cosa è successo dopo la cattura di Gheddafi, ma cosa accadrà ora che il nemico non c’è più. La morte di Gheddafi ha fatto venir meno l’unico collante tra le varie fazioni ribelli: l’esistenza di un nemico comune. Perché la nuova Libia si presenta come una costellazione tutt’altro che omogenea e già in agosto il Cnt aveva mostrato i primi scricchiolii.

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Carta di Laura Canali tratta da Limes 3/2011 "(Contro)rivoluzioni in corso"

La rivalità sottesa tra Cina e Russia, da un lato e Occidente, dall’altro, ha conosciuto un nuovo capitolo in sede di Consiglio di Sicurezza Onu, dove i colossi orientali hanno opposto il proprio veto all’inasprimento delle sanzioni contro di regime di Bashar al-Assad in Siria. L’ultima volta che Cina e Russia avevano opposto un veto congiunto risale al 2008, per bloccare una proposta risoluzione contro lo Zimbabwe, e prima ancora nel 2007, in occasione di un analogo provvedimento contro il Myanmar.
La scelta di Mosca e Pechino è stata duramente criticata dall’ambasciatore Usa Susan Rice, secondo la quale “i popoli del Medio Oriente possono ora vedere quali nazioni hanno scelto di ignorare le loro richieste di democrazia per sostenere invece dei dittatori crudeli”. Dichiarazioni ad uso e consumo della propaganda nostrana.
Dalla nascita delle Nazioni Unite, il diritto di veto è stato usato 263 volte: 119 volte dall’Unione Sovietica, 82 dagli Stati Uniti, 32 volte dal Regno Unito, 18 dalla Francia, mentre Cina e Russia lo hanno esercitato rispettivamente solo 8 e 7 volte. Nei quarant’anni della Guerra fredda l’attività del Consiglio di Sicurezza è stata paralizzata dai veti incrociati. Successivamente, il Paese ad imporre più volte il proprio veto sono stati proprio gli Usa, per lo più per proteggere il proprio alleato Israele.

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Sembra incredibile, ma nei giorni in cui l’attenzione dei media internazionali è concentrata sulla (improbabile) nascita dello Stato palestinese e sulle tensioni tra Turchia e Israele torna in auge la questione delle Falkland. Trent’anni dopo la breve guerra che oppose Regno Unito e Argentina, ad agitare nuovamente le relazioni tra i due Paesi c’è la possibilità sotto le acque dell’arcipelago si celi un cospicuo giacimento di petrolio.

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1. Non tutti sanno che in Libia vi è una forte componente islamica. Il conflitto che va profilandosi tra questa e quella liberale (l’unica mostrata dai media) potrebbe avere serie conseguenze per il futuro del Paese.
Oltre al ricco patrimonio detenuto all’estero (160 miliardi di dollari), laici e islamici si contendono la rappresentanza nei vertici della Libia che verrà. Essendo i primi la maggioranza schiacciante dei ribelli, è ragionevole pensare che ad avere voce in capitolo sul divenire dell’assetto istituzionale libico saranno soprattutto loro.
Secondo la prima bozza della nuova costituzione libica, la Libia del dopo Gheddafi sarà una “uno Stato democratico non centralizzato”, guidato da un presidente eletto con mandato quadriennale e rinnovabile una volta. Nel primo articolo della bozza si dice che la Libia è uno Stato indipendente, democratico e decentrato; l’Islam è la sua religione e principi della legge islamica (Shar’ia) sono la fonte della sua legislazione. Dal secondo al settimo si enunciano principi generali a tutela dei diritti fondamentali, del pluralismo, della libertà di opinione e associazione. L’articolo ottavo prevede l’istituzione del Parlamento (basato sul paradigma islamico del Consiglio della Shura) sotto il nome di “Il Consiglio Legislativo Supremo”, a cui spetterà il compito di emanare le future leggi. L’esecutivo è disciplinato dall’articolo nove: il governo è guidato da un Primo Ministro, responsabile del suo operato di fronte al Consiglio Legislativo. L’articolo tredici, infine, conferisce autonomia regolamentare e amministrativa ad alcune province.
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Il 9 luglio il mondo ha celebrato la nascita del Sud Sudan, ma a due mesi dall’indipendenza lo sviluppo del nuovo Stato si sta già dimostrando una strada in salita.
Neanche il referendum di gennaio che ha sancito l’indipendenza (98,83% di si) è servito a placare una guerra durata 21 anni e che ha lasciato sul terreno 2,5 milioni di vittime. Almeno sette milizie ribelli operano sul territorio meridionale, in particolare nella regione contesa di Abyei, e le Nazioni Unite stimano che più di 2.300 persone siano morte nel corso delle violenze dal giorno del referendum.
Questo perché progresso e problemi sono entrambi riflessi dello stesso potenziale: il petrolio. Il Sudan unito era il terzo maggior produttore di oro nero dell’Africa subsahariana, soprattutto grazie al Sud che ospita il 73% dei giacimenti da cui si estraggono attualmente 385.000 barili al giorno. Un particolare che spiega la perdurante contrarietà di Khartoum all’emancipazione del nuovo Stato.
Troppe volte, infatti, il conflitto sudanese è stato osservato sotto la lente della religione o della multietnicità, tralasciando il fatto che la privazione dei diritti fondamentali al popolo del Sud nei 55 anni di storia del Paese è stata innanzitutto in conseguenza del rigido controllo centrale sulle risorse periferiche. Non a caso la situazione si è aggravata dal 2004, quando il governo guidato da Omar al-Bashir sferrò una nuova offensiva per mantenere il controllo del petrolio e dell’acqua del Sud.

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