L’Australia in transizione sceglie la svolta a destra

Il conservatore Tony Abbott, leader della coalizione liberal-nazionale e vincitore delle elezioni tenutesi sabato 7 settembre, ha giurato come 28esimo neopremier australiano. Lunedì aveva rivelato la composizione del suo governo. L’unica donna della squadra è Julie Bishop, ministro degli Esteri.

Con l’avvento di Abbott, l’Australia svolta a destra dopo sei anni di governo laburista. A giugno Julia Gillard, unico primo ministro donna nella storia del paese, si era dimessa in seguito alla sconfitta nelle primarie del suo partito, dopo aver guidato un governo con una fragile maggioranza tenuta in piedi da una manciata di voti. Il suo posto è stato preso da Kevin Rudd – da lei defenestrato appena tre anni prima – sulla scia di una serie di sondaggi disastrosi che già indicavano una pesante sconfitta elettorale per i laburisti.

Al di là delle mere vicissitudini politiche, Canberra sta vivendo un periodo di profonda transizione. La fine del boom minerario, annunciata ufficialmente da Rudd in estate, ha alzato il velo sul cambiamento in corso del Paese. Le esportazioni minerarie, che avevano al Paese di arricchirsi anche nel periodo più nero della crisi economica, erano legate a doppio filo alla crescita della Cina (ne avevo parlato qui). Il rallentamento del colosso asiatico ha ridotto la domanda per le risorse del suolo australiano.

La frenata dell’industria estrattiva non poteva che mettere a nudo il recente peggioramento dei dati macroeconomici di Canberra. Benché il Paese non abbia conosciuto una fase recessiva da 22 anni a questa parte, la crescita del PIL è rallentata, mentre il tasso di disoccupazione è previsto in aumento nel 2013 al 6,25%, In maggio la Ford ha annunciato la sua intenzione di chiudere gli stabilimenti australiani entro il 2016 perché produrre auto sull’isola costa 4 volte di più che in Asia e circa il doppio rispetto all’Europa. Il rallentamento dell’economia, combinato col minore gettito fiscale dell’ultimo anno, ha provocato un deficit di bilancio di 180 miliardi di dollari.

Ciò che invece diminuisce è il corso della valuta nazionale, il dollaro australiano, e non soltanto a causa del costo della vita sempre alto. Dal novembre 2011 la Banca Centrale ha abbassato i tassi di interesse di ben due punti, portandoli all’attuale livello del 2,5%: il minimo dalla fine degli anni Cinquanta. Tuttavia la ripresa ancora non si vede; negli Stati non minerari, i conti pubblici sono peggiorati e diverse aziende mostrano segni di debolezza.

Per invertire questa tendenza, Abbott propone 40 miliardi di tagli alla spesa pubblica nei prossimi 4 anni, che verosimilmente colpiranno anche i programmi di assistenza sociale in favore della maternità retribuita e del sostegno ai disabili. Inoltre, il piano di rilancio dell’economia prevede l’abolizione di due imposte (la mining tax sui profitti minerari e la carbon tax che impone il pagamento di 20 dollari australiani per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa nell’atmosfera) particolarmente ostiche alle grandi imprese. Nelle intenzioni, la duplice misura servirà ad incoraggiare la competitività nel settore delle risorse e favorire la crescita.

A complemento di questa ricetta populista, non poteva mancare una buona dose di proclami contro l’immigrazione clandestina. Negli ultimi anni gli immigrati irregolari sono stati in costante aumento: dai 4.500 nel 2011, si è passati agli oltre 17 mila del 2012, per arrivare agli oltre 15 mila fino al luglio di quest’anno. Abbott promette di impiegare la Marina militare per rimandare indietro i barconi. In realtà, gli immigrati non sono poi così tanti, in rapporto ai flussi che ogni anno si dirigono verso gli altri Paesi sviluppati, e il tema dell’immigrazione illegale è contornato da una serie di miti che però in campagna elettorale è difficile da sfatare. Del resto, già i laburisti avevano stretto accordi con Nauru e Papua Nuova Guinea affinché i barconi fossero dirottati lontano da Canberra per impedire che nuovi immigrati si insediassero sul territorio australiano.

Dal punto di vista geopolitico, il nuovo governo intende approfondire le relazioni con la Cina, in ossequio alla concezione dell’austrocentrismo (visione politica volta ad intrecciare gli interessi politici dei paesi occidentali con quelli economici dei paesi asiatici) già inaugurata da Julia Gillard.

Nessun progresso, infine, è atteso sul tema dei diritti civili (ad es. riguardo ai matrimoni tra gay). D’altra parte, è rimasta famosa l’accusa di misoginia che l’allora premier Gillard ha rivolto ad Abbott non molto tempo fa, e che la nomina di un solo ministro donna all’interno dell’esecutivo sembra indirettamente confermare.

Austrocentrismo, il mondo secondo Canberra (Pechino e Washington permettendo)

L’ascesa cinese e il pivot to Asia americano stanno causando una serie di mutamenti strategici e politici e sociali che avranno conseguenze complesse e difficilmente prevedibili. Di sicuro le medie potenze della regione dell’Asia-Pacifico avranno un peso sempre maggiore sugli equilibri globali, a cominciare dall’Australia.

La Cina da minaccia a partner strategico

Due anni fa scrivevo come le tensioni sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale preoccupassero anche Canberra, intimorita dalla possibile espansione della Cina. Tali preoccupazioni avrebbero trovato espressione nel white paper del 2012 “Australia in the Asian Century” approvato dal governo guidato da Julia Gillard.
Secondo questo documento, l’Australia stava cambiando completamente orientamento dal punto di vista politico, economico, sociale e culturale attraverso una graduale e inesorabile apertura nei confronti dell’Asia. Un processo che se da un lato avrebbe favorito una maggiore inderdipendenza economica e culturale del Paese col sud-est asiatico, facendone un punto di contatto tra Occidente e Asia, dall’altro lo investiva di un ruolo più attivo dal punto di vista politico e militare, in conseguenza del quale Canberra non avrebbe potuto evitare di fare i conti con l’ascesa militare cinese.

A distanza di un anno, lo scenario pare cambiato: la Cina non è più considerata una minaccia ma come un’opportunità.

Come spiega l’analista Matteo Dian in una lunga analisi (da leggere per intero) su Limes:

Il white paper del 2013 approvato dal governo Gillard è diverso nella sostanza e nei toni. La Cina non è più dipinta principalmente come una minaccia militare ma soprattutto come un partner strategico. La nuova versione definisce l’incremento delle capacità militari cinesi come una “conseguenza naturale dell’ascesa economica del paese e del suo nuovo status di potenza economica.”

In sintesi il white paper 2013 disegna un Australia più asiatica, più accomodante verso l’ascesa cinese, con un budget militare ridotto e probabilmente insufficente per ricoprire il ruolo di security provider regionale promosso dai governi Howard ed ereditato dai laburisti Rudd e Gillard.
Tutto questo rappresenta “un inclinazione verso la Cina”? Una sconfitta per gli Stati Uniti che vedono il propri alleati “cambiare campo” e schierarsi con una potenza in ascesa e magari futuro egemone regionale come la Cina?
La risposta ad entrambe le domande è no. E la spiegazione è da individuarsi sia nei mutamenti degli equilibri globali e regionali sia nel “pivot verso l’Asia” dell’amministrazione Obama e nei suoi molteplici effetti.

L’Australia punta a una nuova partnership strategica con la Cina e propone manovre navali congiunte a tre che comprendano anche gli Stati Uniti. Per la premier australiana Julia Gillard, che a settembre correrà per un terzo mandato, l’occasione di proporre manovre trilaterali è stato il Forum di Boao, in Cina, considerato la Davos d’oriente.

In altre parole, per evitare di trovarsi di fronte ad un bivio, l’Australia prova a formare un triangolo, ponendosi come trait d’union tra Pechino e Washington.

Il rafforzamento del legame con Pechino dopo quarant’anni relazioni diplomatiche si inserisce nella strategia “per il secolo asiatico”, delineata ad ottobre dalla premier australiana affinché il Paese tragga vantaggio dalla crescita del continente, attraverso una serie di 25 obiettivi da realizzare entro il 2025.
Per approfondire il tema, si veda il numero di Orizzonte Cina dello scorso dicembre.

Perché l’Australia ha bisogno della Cina

Tale scelta è inevitabile. Non soltanto per ragioni strategiche. Se è vero che l’Australia è dal 2010 il Paese con la più alta qualità della vita al mondo, non va dimenticato che la crescita registrata negli ultimi anni è avvenuta – almeno parzialmente – in funzione di quella cinese.

L’interesse cinese per l’Australia è scolpito nei numeri. Nel quinquennio 2006-2011 gli investimenti cinesi sono cresciuti in media del 90% all’anno, un ritmo senza precedenti. E nei primi due mesi di quest’anno l’incremento è stato addirittura del 282%. Ad oggi la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia.

In prima fila sono soprattutto metalli e materie prime (come il carbone e il litio).
Circa un terzo dell’export di Canberra è diretto in Cina, trainato dal settore alimentare (pensiamo all’uva e agli altri prodotti agroalimentari), con volume complessivo in crescita.
Per garantirsi un flusso sempre maggiore di alimenti di base, Pechino nella Terra dei canguri sta anche facendo incetta di terreni agricoli.
Vanno forte anche i legami energetici: in maggio il colosso energetico cinese CNOOC ha firmato un accordo per importare 8 milioni di tonnellate di gas liquefatto dall’Australia.
Ed è sempre in Australia che i cinesi investono nella ricerca per lo sviluppo dell’illuminazione a tecnologia LED.

La relazione tra i due Paesi è stata recentemente consacrata da due importanti decisioni dal punto di vista finanziario. In aprile Cina e l’Australia hanno raggiunto un’intesa per convertire direttamente le proprie valute: dopo Stati Uniti e Giappone, anche l’Australia ha quindi stretto un accordo valutario con la Cina. La convertibilità Aud/Cny faciliterà gli scambi tra le aziende, con minori costi per le imprese stesse. Nello stesso tempo, Canberra ha deciso di investire il 5% delle sue riserve valutarie in titoli di Stato cinesi.

I rischi della relazione con Pechino

Tuttavia, la presenza cinese a Canberra ha anche risvolti controversi. In novembre la polizia australiana ha sequestrato un grosso carico di droga proveniente dalla Cina dal valore di 235 milioni di dollari; due mesi prima Canberra aveva vietato la vendita di oltre 23 mila automobili made in China a causa della presenza di amianto nelle guarnizioni del motore e nello scarico.
Ci sono poi delle conseguenze economiche

C’è poi un altro punto. Nel mio articolo citato più sopra spiegavo come l’economia australiana sia stata assorbita dalla bolla speculativa della Cina(per approfondire il tema della bolla cinese si veda qui). Pertanto ogni scricchiolio in quel di Pechino dispiega un’onda lunga capace di propagarsi fino a Canberra.
Lo scorso settembre il dollaro australiano è precipitato tra le preoccupazioni per la crescita della Cina. In aprile, i deludenti dati relativi alla bilancia commerciale e alla produzione manifatturiera in Cina hanno creato nervosismo sul mercato giapponese ed anche su quello australiano.

Inoltre, sul piano politico non mancano le divergenze di vedute. Giovedì 21 marzo, il Senato australiano ha approvato, all’unanimità, una mozione che si oppone all’espianto forzato di organi in Cina. Ha inoltre esortato il Governo australiano a sostenere le iniziative del Consiglio europeo e delle Nazioni Unite per contrastare il traffico di organi e a seguire gli Stati Uniti – imponendo nuovi obblighi sui visti, che richiedano di dichiarare il coinvolgimento o meno nel trapianto coercitivo di organi o tessuti del corpo.

Cattive notizie anche dal punto di vista della sicurezza. Hackers cinesi avrebbero sottratto informazioni segrete anche allo spionaggio australiano, in un grande attacco informatico agli uffici degli Esteri dei Paesi oltreconfine.

Americanista o sinica? No, austrocentrica

L’evoluzione della politica estera australiana mette Canberra di fronte ad una scelta di campo: continuare ad essere l’interlocutore principale di USA e Nazioni Unite nel sud-est asiatico, ma a costo di rinunciare gradualmente al traino della Cina; oppure, invece, completare lo spostamento dell’asse economico in atto già da tempo verso l’Asia. Nell’ultimo white paper, il premier Julia Gillard sembra però manifestare l’intenzione di cercare una terza alternativa alle due sfere di influenza.

L’idea di Gillard è rispolverare un vecchio concetto mai passato di moda: l’austrocentrismo, ossia una politica estera volta ad intrecciare gli interessi politici dei paesi occidentali con quelli economici dei paesi asiatici. L’Australia sta acquistando sempre più consapevolezza del proprio legame – economico e geopolitico – col continente asiatico, senza mai dimenticare la propria adesione ai principi e alle politiche che la vedono da sempre vicina all’Occidente.

Dal punto di vista geopolitico, ciò si traduce in una relazione triangolare con Pechino e Washington di cui Canberra aspira ad essere il vertice alto. Sempre che le geometrie variabili di Pechino e Washington, che prima o poi la non inducano l’Australia ad abbandonare questa  visione  bidimensionale per procedere ad una definitiva scelta di campo.

La Repubblica di Murrawarri e l’irrisolta questione degli aborigeni australiani

 

L’Australia è un Paese dalle dimensioni e la varietà di un continente, ma qualcosa in questa definizione parrebbe sul punto di cambiare. Se da un lato il continente resterebbe sempre uno, dall’altro le nazioni potrebbero diventare due. Ecco perché.

Al momento dell’arrivo degli inglesi in Australia c’erano ben 500 Stati indipendenti, ognuno dotato di una struttura politica ed istituzionale ben definita. Tra questi c’era la Repubblica di Murrawarri, entità che – secondo la filosofia aborigena – prosperava in armonia col territorio e la natura. Il Murrawarri Peoples Council afferma che le terre, all’arrivo degli inglesi nel Settecento, furono soltanto date “in prestito” alla regina, e che “il popolo Murrawarri non ha mai alienato la sua sovranità sulle terre, sulle acque, sullo spazio aereo e sulle risorse naturali del proprio territorio, […] ma ne ha ceduto in concessione il mero esercizio alla corona britannica”.
Da qui l’iniziativa del MPC volta ad ottenere, anche attraverso una formale richiesta alle Nazioni Unite, il riconoscimento del Murrawarri come Stato sovrano.

Secondo Fabrizio Maronta su Limes:

La Repubblica di Murrawarri sarà pure il paese più giovane del mondo, ma per i suoi abitanti è antico di millenni.
Il suo territorio occupa una regione di circa 81 mila km² nell’Outback australiano, nota come regione del fiume Culgoa, che insiste sul distretto sudoccidentale del Queensland e sul distretto di Orana del New South Wales. Da quando gli inglesi misero piede sul continente, queste terre sarebbero “in prestito” e la loro mancata restituzione, dietro esplicita richiesta dei suoi abitanti originari, configurerebbe un’occupazione abusiva.
È quanto sostiene il Murrawarri Peoples Council in una missiva del 3 aprile scorso indirizzata alla regina Elisabetta d’Inghilterra, al primo ministro dell’Australia e ai premier del Queensland e del New South Wales.
Nella lettera si dichiara l’indipendenza della nazione Murrawarri dal Commonwealth britannico, sulla scorta del fatto che “il popolo Murrawarri non ha mai alienato la sua sovranità sulle terre, sulle acque, sullo spazio aereo e sulle risorse naturali del proprio territorio, […] ma ne ha ceduto in concessione il mero esercizio alla corona britannica” e può dunque chiederla indietro in qualsiasi momento.
Quel momento è arrivato. La lettera chiedeva provocatoriamente alla corona inglese di produrre “trattati che attestino la sovranità britannica sulle terre in questione o […] documenti attestanti una esplicita dichiarazione di guerra da parte della corona britannica contro la nazione murrawarri.”
In sostanza, si tratta di un escamotage mirante a dimostrare che gli aborigeni non si sono mai sottomessi volontariamente a Londra e non ne sono mai stati conquistati con la forza; ma anche di una contestazione del principio secondo cui, all’arrivo degli inglesi, quelle australiane erano terrae nullius. In mancanza di tale documentazione, la sovranità sul territorio della neonata Repubblica è da intendersi in capo alla stessa, che dunque si attiverà per vedersela formalmente riconosciuta con un’apposita azione presso le Nazioni Unite.
La missiva indicava un termine di 28 giorni per produrre i documenti richiesti. Il silenzio sarebbe equivalso a un’ammissione implicita che “la Repubblica Murrawarri è da considerarsi uno Stato libero e indipendente, in linea con le norme e le convenzioni internazionali.” Il termine è scaduto l’8 maggio, sicché domenica 12 maggio il Murrawarri Peoples Council ha dato ufficialmente via alla campagna di riconoscimento presso l’Onu.
Nelle intenzioni, sembra tutto fuorché un esercizio di stile. Dalla dichiarazione di “continuata indipendenza” di aprile, il Peoples Council si è attivato per creare strutture istituzionali di transizione, tra cui tribunali locali, un ministero dell’Industria e uno della Difesa civile. I suoi rappresentanti parlano di incentivi fiscali per i cittadini murrawarri e confidano che la loro mossa inneschi un revival dell’indipendentismo aborigeno.
È presto per dire quale esito avrà l’azione presso le Nazioni Unite. Di certo, non sono le dimensioni (modeste) né il potenziale economico (altrettanto limitato) della piccola repubblica a poter impensierire Canberra.
Tuttavia, l’iniziativa dimostra che i rapporti tra governo australiano e comunità aborigene restano problematici e che quella delle rivendicazioni politiche dei nativi resta una questione aperta.

Riccardo Venturi su Il referendum:

La dichiarazione di indipendenza degli aborigeni Murrawarri potrebbe costituire un pericoloso precedente per l’Australia. Nessuno sembra prenderli sul serio, ma i nativi, abitanti di una porzione di deserto al confine tra il Queensland e il New South Wales, rivendicano la sovranità su un territorio di circa ottantamila chilometri quadrati, a detta loro, mai formalmente sottoposto al controllo del Commonwealth britannico. La dichiarazione di indipendenza del Murrawarri People’s Council, datata il 30 marzo scorso, sarebbe, più precisamente, una dichiarazione di continuazione di indipendenza. Secondo gli aborigeni, prima della colonizzazione ad opera del Regno Unito, l’Australia ospitava più di cinquecento nazioni indipendenti, fra le quali quella di Murrawarri. La Corona inglese avrebbe preso possesso dei territori dell’Outback australiano in base al principio di diritto internazionale di “terra nullius, negando i diritti degli indigeni.

Al contrario, dal 1992, la dichiarazione di continuata indipendenza troverebbe il suo fondamento giuridico nella sentenza della High Court australiana che invalida tale principio. La decisione storica della Corte rientrava in un contesto di pacificazione avviato dal governo australiano nei confronti delle popolazioni locali che, fino agli anni sessanta, erano state private dei diritti civili e politici fondamentali. Ecco perché, sempre secondo il neo-istituito Murrawarri People’s Council, gli europei e i loro discendenti occupano le terre aborigene senza alcun diritto. Ad aprile, il Consiglio ha inviato una lettera alla Regina Elisabetta e al Primo Ministro australiano, con lo scopo di ottenere il riconoscimento dell’indipendenza della Repubblica di Murrawarri. Nella comunicazione viene affermato che né il Regno Unito ha mai dichiarato formalmente una guerra (e quindi conquistato il territorio conteso), né i Murrawarri hanno firmato trattati sulla cessione dello stesso, portando come “prove” vari documenti ufficiali.

Ciò che emerge da questa strana vicenda di diritto internazionale va oltre l’inedita dimensione giuridica e indipendentista ed è l’emblema della complessa problematica dei diritti delle minoranze aborigene. Se c’è chi lo considera uno scherzo, c’è anche chi applaude l’iniziativa dei Murrawarri, reputandola l’unica arma in mano agli aborigeni per farsi sentire. Negli scorsi due secoli, svariate centinaia di popoli che vivono all’interno del Continente australiano hanno subìto una brutale colonizzazione che ha causato massacri e violenze e che ha ridotto la popolazione indigena del novanta percento. Con la modernità e con il graduale riconoscimento dei diritti, le loro condizioni non sempre sono migliorate: molti aborigeni subiscono forme di ghettizzazione e sono spesso abbandonati alla disoccupazione o ad un crescente disagio sociale. Tuttavia, nel 2008 è stato fatto il primo passo ufficiale in termini di presa di coscienza da parte di un governo australiano che, con l’ex Premier laburista Kevin Rudd, ha chiesto ufficialmente scusa agli aborigeni per i torti del passato e per i crimini subiti dalla cosiddetta “Stolen Generation”, istituendo il National Sorry Day. Non abbastanza per rimuovere la “Aboriginal Tent Embassy”, la tenda-ambasciata a difesa dei diritti politici e civili delle comunità aborigene, situata di fronte al parlamento australiano, né per evitare rivendicazioni come quella dei Murrawarri.

Dello stesso avviso è Mauro Indelicato de Il Faro sul mondo, secondo cui dalla vicenda

 si possono trarre almeno tre importanti considerazioni:

La prima riguarda la situazione interna dell’Australia, che evidentemente non è riuscita a risolvere la questione degli aborigeni; a nulla sono valsi gli spot delle Olimpiadi di Sydney 2000, in cui Katy Freeman, atleta aborigena, ha acceso il calderone olimpico ed è stata l’ultima tedofora, così come a poco e nulla sono serviti i tanti buoni propositi della classe politica australiana sui tentativi di riconciliazione con le popolazioni originarie dell’isola. Adesso, l’indipendenza di Murrawarri, anche se da un punto di vista economico porta via poco vista l’esiguità della grandezza del territorio, in realtà preoccupa e non poco per il timore di un effetto di emulazione degli altri popoli aborigeni presenti nel centro del paese.

L’altra considerazione ha invece un respiro più internazionale e riguarda, in generale, l’apertura forse di un’epoca in cui, sfruttando anche la debolezza dell’occidente rispetto a qualche anno fa, i popoli colonizzati vivano una stagione di emancipazione dalla madrepatria e, dopo l’indipendenza di tante colonie avvenute nell’immediato dopoguerra, adesso si arrivi all’autodeterminazione di tanti popoli inclusi all’interno del territorio della nazione dominante.

Infine, l’ultima e forse la più importante considerazione, è inerente al fatto che, in un periodo in cui si vuole mettere in crisi in tutto il mondo la funzione dello Stato nazione, visto come impedimento alla formazione del nuovo ordine mondiale ed in cui si fanno scellerati tentativi di formazione di entità sovranazionali, c’è chi ancora invece crede nella propria autodeterminazione, nel valore che può assumere un proprio Stato e resiste ai tentativi di creazione di un’unica ed universale cultura mondiale.

Il contributo più lungo e completo, comprensivo della dichiarazione d’indipendenza tradotta e nonché di opinioni che aiutano ad inquadrare la questione, è firmato da Luca Fusari su L’indipendenza, di cui segnalo questo passaggio conclusivo:

Secondo lo storico Henry Reynolds (nella foto a sinistra) la questione della sovranità aborigena non è mai stata decisa dai giudici australiani, in quanto nelle precedenti rivendicazioni i giudici hanno stabilito che essi non sono attrezzati per emettere una sentenza; la posizione dei giudici si basa sulla considerazione che la pretesa sovranità non può essere soggetta ad una decisione al di là della rivendicazione di essa. In pratica la perdita di sovranità aborigena non può essere spiegata dalla legge australiana.

Ciò nonostante per il professore, la maggior parte degli australiani accetterebbe che i popoli aborigeni avessero avuto una loro sovranità prima dell’arrivo degli inglesi e una loro definizione standard di sovranità. «Nel diritto, l’unico modo in cui la sovranità può essere persa è con la conquista mediante l’uso della forza o con un trattato, che è quanto accaduto in Nuova Zelanda con il Trattato di Waitangi. Nella legge australiana, non si afferma che l’Australia sia stata conquistata, abbiamo semplicemente evitato l’idea, così pure non ci sono mai stati dei trattati. Quindi c’è questo problema fondamentale. Qualora un gruppo di aborigeni affronti questo problema, come sembra in questo caso, un modo è quello di chiedere ai giudici australiani di dimostrare quando e come hanno perso la loro sovranità e penso che ciò sia un problema che debba semplicemente essere affrontato dai tribunali australiani».

Reynolds ritiene infine, che sia il governo australiano medesimo o una delle più grandi organizzazioni dei diritti umani possano chiedere un parere alla Corte Internazionale di Giustizia nonché fare appelli alle Nazioni Unite per dirimere la questione. Ma a suo dire, il problema in realtà dovrebbe essere affrontato dall’Alta Corte. «Ci sono voluti solo Eddie Mabo e altri due Murri Islanders per ribaltare 200 anni di leggi in materia di proprietà (Decisione Mabo Alta Corte). Non ci vogliono grandi numeri per andare in tribunale. Non riesco a vedere cosa potrebbe succedere politicamente affinché le cose cambino in poco tempo, ma i giudici possono avere a che fare con tale questione prendendo una decisione. In un certo senso, quello che ora stanno dicendo è che la più alta corte in Australia non è in grado di prendere una decisione su una questione giuridica fondamentale, il che è un atteggiamento stranamente coloniale verso il problema e penso che alla fine sia lecito aspettarsi che gli aborigeni vogliano sapere un responso su come e quando hanno perso la loro sovranità e se vi sono alcune persone disponenti residualmente di essa».

In definitiva, le rivendicazioni degli aborigeni sono una questione seria, non una goliardata come la dichiarazione d’indipendenza della Padania. Difficile dire se il tentativo avrà successo; di certo il potenziale economico e politico della Repubblica sarebbe ridottissimo, vista la sua posizione geografica (essendo l’Outback una zona prevalentemente desertica dell’entroterra australiano), pertanto non cambierebbe nulla negli equilibri politici di Canberra. Tuttavia ciò rappresenterebbe uno smacco pesante dal punto di vista dell’immagine. In ogni caso la vicenda conferma che i rapporti tra australiani ed aborigeni continuino ad essere tribolati, e non è da escludere che questa rivendicazione apra la porta a nuove pretese territoriali da parte degli antichi abitanti dell’isola o, peggio ancora, costituisca un precedente per analoghe rimostranze in Africa, America Latina o altre aree  del mondo dove i confini statuali sono stati tracciati dalla volontà dei colonizzatori, prescindendo da quella dei nativi.
Scoperchiare il vaso di Pandora della storia è sempre un grosso rischio.

Per tutti gli aggiornamenti documentali si veda su Indymedia.

Ring of Fire, la grande polveriera

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A differenza del 26 dicembre 2004, stavolta l’onda anomala non c’è stata. L’Indonesia, e il mondo intero, hanno tirato un sospiro di sollievo.
Tuttavia, mentre l’attenzione globale era concentrata sul terremoto di magnitudo 8,6, a largo di Sumatra, e sulle sue potenziali catastrofiche conseguenze, è sfuggito a tutti che non si è trattato dell’unico sisma di una certa grandezza intervenuto in quelle 24 ore.
Nell’arco di un giorno se ne sono registrati almeno altri quattro:
– Messico, stato di Michoacan 7,0, terzo in ordine di intensità solo nell’ultimo mese;
– sempre in Messico, Golfo della California, 6,9;
– costa dell’Oregon, 5,9, nessun danno segnalato;
– costa di Honshu, Giappone, 5,6, non lontano da Fukushima;

Cosa hanno in comune tutti questi eventi, all’apparenza lontani tra loro? Sono tutti localizzati lungo il cosiddetto Ring of Fire dell’oceano Pacifico. Nome macabro e poetico allo stesso tempo, e in effetti un po’ entrambe le cose. Una regione del mondo dal perimetro di oltre 40.000 km, che va dal Cile per proseguire lungo tutto la costa ovest del continente americano e poi in quella orientale del contiente asiatico, comprendendo Giappone, Filippine, Indonesia per poi toccare anche Australia e Nuova Zelanda. Qui si sono verificati l’81% dei maggiori terremoti e il 90% di quelli totali censiti dove sono seduti, e dove si trova il 90% dei 1500 vulcani attivi al mondo.
In quest’area, diretto risultato del continuo movimento piastre litosferiche, le attività geologiche sono così intense da essere state identificate e descritte ben prima che la stessa teoria delle tettonica delle placche fosse formulata.
Qui sono avvenuti alcuni dei più grandi sismi – i cosiddetti megathrust earthquakes – che gli esperti ricordino, come quello di Valdivia del 1960 (magnitudo 9,5; provocò 5000 vittime). Qui hanno avuto luogo anche le eruzioni più disastrose: quelle dei vulcani Tambora (1815), Krakatoa (1883) e soprattutto Toba (ca. 70.000 a.c.), che secondo un’accreditata teoria avrebbe portato l’umanità ad un passo dall’estinzione.

Secondo i dati del National Geophysical Data Center, il trend dei terremoti nella regione di magnitudo 6,0 o superiore è aumentato del 50% negli ultimi 110 anni.
Siamo dunque vicini al Big One, tema ricorrente del catastrofismo hollywoodiano? Secondo l’US Geological Survey, si direbbe di no. L’istituto riconosce che l’aumento statistico del numero di terremoti negli ultimi anni è (almeno in parte) dovuto all’ausilio di migliori rilevazioni. Prima molti fenomeni non erano rilevati perché colpivano zone remote o che comunque sfuggivano ad una adeguata misurazione: pensiamo ad esempio ai terremoti sottomarini. Il miglioramento dei sistemi di monitoraggio e prevenzione dopo il maremoto del 2004 ha permesso di tracciare un quadro più fedele delle attività geologiche in corso. In altre parole, con l’aumento e la migliore distribuzione dei sismografi, è statisticamente aumentato il numero dei terremoti.
Resta il fatto che i Paesi affiancati o attraverati da questa linea così turbolenta corrono rischi molto seri. Gli effetti dei cataclismi in Indonesia nel 2004 e in Giappone nello scorso anno sono ancora ben impressi nella nostra memoria, ma soprattutto in quella di coloro che li hanno subiti. Considerato che le calamità naturali non si possono evitare né prevedere, a fare la differenza tra una piccola e una grande tragedia è soprattutto la nostra capacità di prevenzione. E nonostante questo l’impatto degli eventi, in ogni caso, può sempre superare qualsiasi diligenza o cautela (Fukushima docet), fino a vanificarle.
La domanda non è se o quando, ma come.

Heartsea, ovvero Indiano e Pacifico. Il Grande Gioco del futuro si svolgerà qui

È opinione generalmente condivisa che i due grandi oceani orientali, l’Indiano e il Pacifico, siano dal punto di vista geografico il cuore dell’economia mondiale. E che ciascun oceano sia un immenso tavolo del nuovo Grande Gioco  tra la (ex) unica superpotenza, gli USA, e quelle (ri)emergenti, Cina e India.

Partiamo dall’Indiano. Abbiamo già visto come il Mar Arabico sia diventato il terreno di sfida tra Cina e India, le due maggiori – e più energivore – tra le economie emergenti.
Nonostante un ambizioso piano di diversificazione energetica (che comprende nucleare e rinnovabili) in corso d’opera da anni, Pechino è, e rimane, dipendente dal greggio mediorientale. È notizia di questi giorni che l’export di petrolio saudita verso Pechino ha superato quello verso Washington. L’India, per non essere da meno, importa grandi quantità dall’Iran – avvalendosi di mezzi creativi di pagamento (come l’oro) per aggirare le sanzioni finanziarie imposte a Teheran.
Pochi giorni fa, Obama ha rimarcato che è proprio la crescita economica di Cina e India a contribuire all’ascesa delle quotazioni del greggio. Scoprendo l’acqua calda.

Al centro dell’attenzione c’è anche l’Africa. Con la sue vaste ricchezze minerarie, il Continente nero sta diventando strategicamente importante per alimentare la crescita dei due giganti asiatici.
Lì la Cina è il primo investitore. Sono cinque le destinazioni principali dell’immenso flusso di capitali sinici: Angola, Nigeria, Sudan, Mauritania e Botswana; ma anche Etiopia, Zambia  e Mozambico rivestono un ruolo sempre più importante nelle strategie dell’ex (e futuro?) Impero di mezzo.
Non c’è da stupirsi, di conseguenza, che dal 2008 la flotta navale di Pechino sia sempre più presente nell’Oceano Indiano, ufficialmente per fronteggiare la minaccia dei pirati. Si era anche parlato di costruire basi di rifornimento nell’Oceano Indiano, come nelle Seychelles – che già ospitano una base di droni USA. La progressione bellica della Cina è stata talmente rapida ed imponente che persino gli USA ne hanno finora sottostimato l’effettiva entità.
Tanto attivismo non piace agli indiani, preoccupati di vedere ridimensionata la propria influenza in un’area che, per storia, tradizione e contiguità geografica, considerano di propria esclusiva pertinenza. Il SIPRI di Stoccolma segnala che l’India ha acquisito il 10% delle importazioni totali di armi nel periodo 2007-2011. Punta di diamante di questo programma di militarizzazione, manco a dirlo, sarà la flotta navale. Nel mese di gennaio l’India ha acquistato un sottomarino nucleare da 8140 tonnellate di fabbricazione russa
Tuttavia, al momento l’India non è ancora in grado di bilanciare i progressi della Cina, così Delhi necessita della sempre utile collaborazione con Washington, anch’essa interessata a contenere l’influenza della Cina nella regione.
Si crede che ci vorrà almeno un altro decennio prima che le marine militari indiani e cinesi siano in grado di operare a pieno regime, ma entrambi i Paesi sono determinati a stabilire già da ora una posizione dominante nell’oceano Indiano, dalla costa orientale dell’Africa allo Stretto di Malacca.

Già, lo Stretto di Malacca. Ovvero, l’altra porta dell’oceano. Quella da cui passa il 40% del commercio mondiale (5.500 mld di dollari) e che gli Stati Uniti considerano indispensabile per mantenere saldo il passaggio da e per il Medio Oriente, ossia la giugulare del greggio.
La Cina è consapevole che la sua forte dipendenza dallo Stretto della Malacca (il petrolio che importa dal Medio Oriente passa da lì) di fatto rappresenta una vulnerabilità strategica. Per tenere ben salde le mani su questo braccio di mare sta attuando la cosiddetta strategia del “filo di perle”, che consiste nello stabilire basi militari navali lungo le rotte da salvaguardare. Qui le partite in corso sono addirittura due.
La prima è con le nazioni dell‘Indocina. Pechino sta cercando di stabilire il proprio controllo su tutti i giacimenti petroliferi offshore compresi tra le contestate acque del Mar Meridionale Cinese. L’ultimo vertice dell’ASEAN, che riunisce praticamente tutti i Paesi coinvolti, non è riuscito ad assumere una posizione ferma e condivisa al riguardo, paralizzato dalla necessità dei singoli di non mettere a rischio le pur irrinunciabili relazioni con il loro Grande vicino.
L’India è presente anche qui, con evidente interesse per l’esplorazione dei giacimenti offshore del Vietnam. Ma Pechino ha avvertito Delhi di astenersi dal proseguire le operazioni. E’ evidente come i cinesi, che con molta disinvoltura mettono il naso nello spazio vitale degli indiani, non intendono concedere a questi di fare altrettanto a parti invertite.
La seconda, e ovviamente più importante, è con gli Stati Uniti. La centralità del Pacifico nel quadro della futura politica estera americana era stata annunciata già in novembre. Ma la Casa Bianca è consapevole che il riorientamento il proprio focus strategico dal Medio Oriente al più grande tra gli oceani porterà inevitabilmente ad un confronto diretto con la Cina, la quale ormai considera il Pacifico una sorta di Mare Nostrum.
Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, l’attenzione degli esperti di sicurezza passò dal dominio della terra a quello delle acque, ma la Guerra del Golfo nel 1991e le campagne mediorientali post 11 settembre avrebbero posticipato l’evoluzione strategica della talassocrazia americana di almeno un ventennio. Ora, completato il ritiro dall’Iraq e in vista del prossimo disimpegno dall’Afghanistan, gli USA hanno l’opportunità di concentrarsi su ciò che c’è al di là della West Coast. Forse è un po’ tardi, e non è detto che il containment inaugurato da Obama riuscirà a arginare la volontà di potenza sinica, ma è ancora presto per ritenere che l’oceano Pacifico sia destinato a diventare il Grande lago cinese.

Nel 1904 Sir Halford Mackinder chiamò Heartland la zona centrale del continente Eurasia, corrispondente all’incirca alla Russia e alle province limitrofe,  “cuore” pulsante di tutte le civiltà di terra e inavvicinabile per via marittima. “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo [Africa-Europa-Asia]: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Allora quelle terre erano controllate dell’Impero Russo, impegnato con Londra in quella sfida geopolitica passata alla storia come il “Grande Gioco”. Cento anni dopo, il Cuore si è trasferito dai deserti dell’Asia centrale alle acque dell’Indio-Pacifico. Un’immensa area blu che un giorno, forse, qualcuno chiamerà Heartsea.
Un gioco, due tavoli, tre giocatori. Premio in palio, la supremazia globale. La partita è iniziata.

Il mito di Kiribati sommersa dall’oceano

Da anni gli scienziati ci mettono in guardia sui pericoli del riscaldamento globale, sollevando il cupo spettro di intere città inghiottite dall’innalzamento del livello dei mari in un futuro non troppo lontano. Un futuro che invece sembrerebbe molto vicino per Kiribati, arcipelago del Pacifico in procinto di essere sommerso a causa dei cambiamenti climatici. A preoccupare gli abitanti c’è anche l’inclusione dell’acqua salmastra all’interno degli atolli, che minaccia di esaurire rapidamente le riserve d’acqua dolce.

Per salvare Kiribati da tale destino, il presidente Anote Tong ha paventato la possibilità di abbandonare le isole per trasferire tutta la popolazione altrove. Atong ha intavolato una lunga trattativa con le Fiji per l’acquisto di circa seimila acri di terreno fertile a Vaua, la maggiore isola dell’arcipelago, per trasferirvi l’inetera popolazione di Kiribati (113.000 persone). Il terreno costa 10 milioni di dollari e appartiene ad unorganizzazione religiosa con la quale c’è già un accordo. Il denaro proverrebbe dal  Revenue Equalization Reserve Fund (RERF), il fondo sovrano istituito nel 1956 e alimentato dalle royalties ricavate dall’estrazione dei fosfati. Nel 2009 la sua consistenza ammontava a 570,5 mln di dollari.

L’ambizioso progetto, secondo Tong, richiede una lenta migrazione del suo popolo sul nuovo territorio per ridurre al minimo l’impatto dell’integrazione sulla popolazione delle Fiji, che di abitanti ne hanno appena 860.000 ed economicamente non sono molto più ricchi dei futuri vicini (il reddito pro capite di Kiribati è di 1600 dollari l’anno). All’inizio partirà solo personale qualificato, gradualmente seguiranno anche gli altri. Inoltre, per preservare ciò che resta della sovranità nazionale (conquistata solo nel 1979) e fare in modo che Kiribati non si estingua come entità statuale, il governo pensa di investire per rinforzare un’unica isola dell’atollo, che rimarrebbe così l’ultimo baluardo dell’identità del Paese, consentendogli di rimanere Stato tra gli Stati. In pratica, un investimento per le future generazioni.

Fin qui, la notizia; ora qualche riflessione. Innanzitutto, Kiribati sta affondando davvero? Ecco la madre di tutte le domande, alla quale gli articoli allarmistici sul tema non rispondono. La risposta è no, e già in passato uno studio che aveva smentito tale catastrofica eventualità. Qualunque oceanografo o biologo marino sa che un atollo (e Kiribati ne conta ben 32) non può affondare. Anzi, più il livello del mare sale, più l’atollo s’innalza di conseguenza. Inoltre, l’aumento del livello del mare non ha nulla a che fare con il depauperamento delle riserve di acqua dolce, le quali sono preservate all’interno della cd. “lente“, ossia una formazione di acque sotterranee alimentate dalla precipitazioni e separata dall’acqua marina. Per approfondire si veda questo post su What’up with that, uno dei più frequentati (e attendibili) siti dedicati ai cambiamenti climatici in circolazione. Kiribati non sta affondando, né tanto meno rischia di trovarsi senz’acqua potabile. Due anni fa un pericolo analogo era stato prospettato anche per Vanuatu, poi rientrato. Se mai, ad avere problemi seri in questo momento sono proprio le Fiji, in questi giorni colpite da una violenta inondazione.

In realtà, la più grande minaccia per gli atolli come Kiribati è la pesca eccessiva poiché compromette il ciclo riproduttivo dei pesci, i quali permettono l’accumulo di sabbia di cui gli atolli stessi sono costituiti. Senza i pesci, in altre parole, l’atollo non sta in piedi. Siamo di fronte ad una nazione insulare sovrappopolata che ha bisogno di far emigrare una porzione dei abitanti affinché la formazione di terra emersa su cui essi vivono non sia minacciata dall’eccessivo sfruttamento delle risorse marittime. I proclami apocalittici del presidente Atong servono ad atirare capitali dall’estero per finanziare l’acquisto dei terreni nelle Fiji. La vecchia dottrina del “dateci più soldi” che funziona sempre, soprattutto quando confezionata all’interno di una notizia idonea a suscitare più curiosità che allarme. Ciò non toglie che i cambiamenti climatici siano una minaccia reale e da prendere sul serio. Il rapporto Valuing the ocean, pubblicato dallo Stockholm Enviromental Institute pochi giorni fa, afferma che i cambiamenti climatici potrebbero portare alla riduzione del valore economico degli oceani per un controvalore pari allo 0,37% del PIL mondiale nel 2100. C’è da riflettere.

Alle Samoa manca un venerdì, quello del 30 dicembre 2011

La geopolitica si esprime nell’amministrazione non solo dello spazio, ma anche del tempo. È così che il governo delle Samoa ha deciso di abolire la data di venerdì 30 dicembre 2011 per passare direttamente al 31, misura necessaria per scivolare ad ovest della Linea Internazionale che segna il cambiamento di data, seguendo l’esempio di Kiribati che aveva fatto la stessa scelta nel 1995 (sebbene molti atlanti rappresentino ancora la Linea come una retta).
Collocato per convenzione sul meridiano numero 180 (l’ultimo, partendo da Greenwich), questo limite creava alle Samoa non pochi inconvenienti: fisicamente l’arcipelago dista tre ore di volo dall’Australia e solo una dalla Nuova Zelanda; orologio alla mano, invece, è separato (nel tempo) di 21 ore dalla prima e di 23 dalla seconda. Con tutti i contrattempi che ne derivano nei rapporti commerciali (in termini di mancati scambi nei periodi in cui non coincidono giorni festivi e feriali), nei voli aerei e in generale nei collegamenti tra i Paesi. Tutte difficoltà che i quasi 200.000 samoani (il cui lavoro non svolto per la giornata persa sarà comunque pagato) hanno finalmente superato facendo finta che venerdì 30 dicembre non sia mai esistito.
Anche Tokelau, un altro arcipelago amministrato dalla Nuova Zelanda, ha deciso di passare direttamente al 31 dicembre. Resteranno invece ad Est della Linea le Samoa Americane, che si mantengono allineate alla data della madrepatria.

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Cina e India, giganti in rotta di collisione

Carta di Laura Canali per Heartland

I rapporti tra le due Tigri asiatiche, Paesi emergenti per eccellenza non sono ancora ben definiti. Il rispettivo peso demografico e una crescita economica a prima vista inarrestabile fanno di Delhi e Pechino l’ago della bilancia dei futuri equilibri geopolitici globali.
Tuttavia, man mano che la loro influenza cresce al pari della rispettive proiezioni strategiche, Delhi e Pechino si troveranno sempre più vicino, nel bene e nel male. Il rischio di una nuova guerra è da escludere, ma i segnali di un conflitto strisciante già in atto non mancano.
L’espansionismo della Cina fa innervosire i Paesi vicini e preoccupare quelli lontani (vedi le tensioni nel Mar Cinese Meridionale). Anche l’India è insofferente verso Pechino, non soltanto per aver perso una guerra cinquant’anni fa.
Solo nell’ultimo anno i due giganti si sono pestati i piedi più volte. Dapprima la decisione della Cina di inviare una flotta navale nel Golfo Persico per presidiare le rotte petrolifere dall’assalto dei pirati somali, mossa che secondo l’India potrebbe comprimere il suo raggio d’azione in quella che considera una regione di sua competenza. Poi il disappunto di Pechino per la joint venture indio-vietnamita per la ricerca petrolifera nel Mar Cinese Meridionale nonché per i crescenti interessi indiani in Africa.
Più che le tensioni lungo il confine dell’Arunachal Pradesh, ad irritare Delhi sono i piani orditi dalla Cina per ridimensionarla ad ogni livello. In principio furono il sostegno al Pakistan e l’opposizione ad una prossima riforma del Consiglio di Sicurezza che garantirebbe all’India quel seggio permanente a cui aspira.

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Così la Cina va alla conquista del Pacifico

di Luca Troiano

Se dagli anni Cinquanta al Duemila l’interesse della Cina per il Pacifico derivava principalmente dalla competizione diplomatica con Taiwan, oggi la partita è con gli Stati Uniti. Per imbrigliare la (ex) superpotenza mondiale, Pechino si muove lungo tutte le direttrici possibili: cielo (controllo dello spazio), terra (alleanze con i governi insulari) e mare (esplorazioni dei fondali).

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L’Australia teme la Cina, in mare e sui mercati

Le recenti tensioni sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale potrebbero coinvolgere anche l’Australia. Da giorni la marina di Canberra sta riposizionando alcune vedette lungo le coste a nord e ad ovest, sia per proteggere le fonti di energia in mare aperto che per opporre la propria presenza alla possibile espansione della Cina.


Il governo di Canberra segue l’evolversi della controversia sulle isole Spartly con una certa preoccupazione. L’arcipelago racchiude più di 750 isole, isolotti e atolli, custodi di un ricco forziere di idrocarburi celato nei fondali, e ci si chiede fino a dove arriverà l’invadenza della marina cinese pur di far valere le proprie pretese di sovranità. E di riflesso, come si comporteranno Filippine, Vietnam, Malesia e Brunei, tutti pretendenti del medesimo tesoro.
In proposito, il Ministro della Difesa Stephen Smith ha recentemente annunciato una revisione dell’attuale concetto strategico del Paese. Egli ha osservato che la percezione di nuove minacce sarà determinante nelle decisioni sul posizionamento dei propri hardware militari, compresi i cacciabombardieri, la flotta e i mezzi anfibi d’assalto.

Nel governo australiano si sta facendo strada la consapevolezza che le future sfide strategiche e sulla sicurezza proverranno da Nord. Durante la Seconda Guerra Mondiale, località come Townsville e Cairns , Darwin e Perth rappresentavano essenzialmente zone di difesa secondaria. Da allora le cose sono molto cambiate. L’ascesa della macroregione asiatica nello scacchiere degli equilibri globali, la crescente importanza del semicerchio dell’Oceano Indiano, in cui si concentrano potenze emergenti (India e Cina), riserve energetiche (Golfo Persico), focolai dello jihadismo (Somalia, Yemen, Paesi arabi, Pakistan), e l’influenza sempre maggiore esercitata dalla Cina hanno da tempo concentrato l’attenzione del mondo su quest’area a lungo trascurata. Da cui discende la duplice esigenza dell’Australia di perseguire una maggiore integrazione politica ed economica con il continente asiatico, tenendosi però al riparo da potenziali ingerenze.

In questo contesto, mantenere un’adeguata postura militare rappresenta un elemento imprescindibile nel quadro di una politica estera propositiva. Ovviamente, Canberra non vuole fare la guerra a nessuno; vuole solo fare in modo che la sua forza sia concentrata secondo una linea coerente con i propri interessi. Ossia ad Ovest.
Il Paese non si trova di fronte ad una minaccia per la sua sicurezza in senso tradizionale. Nessuno sta cercando di invadere l’Australia. Ma il pensiero geostrategico moderno impone serie considerazioni riguardo ad altre forme di sicurezza, prima fra tutte quella energetica. Difendere i giacimenti di petrolio e di gas naturale al largo della costa nordoccidentale e nel Mare di Timor è il punto di partenza per assicurarsi una crescita stabile e senza scossoni.
Canberra punta molto sulle ricchezze dei fondali. Il governo ha annunciato un piano da 245 miliardi di dollari per promuovere nuovi investimenti nelle proprie riserve offshore. Se avrà successo, il valore delle esportazioni di Gnl del Paese dovrebbe crescere ad un tasso medio annuo del 27%, garantendo introiti per 19 miliardi di dollari l’anno a partire dai prossimi cinque anni. Gli investimenti nelle fonti energetiche, così come nelle fonti minerarie, potranno aiutare il Paese ad allontanare definitivamente lo spettro della crisi.
Si comprende perché Canberra voglia cautelarsi anche militarmente, blindando l’accesso alle proprie acque.

Tuttavia, l’Australia è legata a doppio filo alla Cina. La Terra dei canguri è anzi l’esempio più lampante di come l’erogazione di capitali cinesi finisca per “drogare” le economie locali attraverso l’immissione di liquidità a costo zero.
Secondo l’Economist, l’impennata del dollaro australiano ha proiettato le quattro metropoli del Paese ai vertici della classifica mondiale per il costo della vita. Sidney e Melbourne sono rispettivamente la sesta e la settima città più costose al mondo. Perth e Brisbane, i centri che più hanno beneficiato del boom minerario australiano, occupano il tredicesimo e il quattordicesimo posto. Dieci anni fa le città erano rispettivamente al 71esimo, 80esimo, 91esimo e 93esimo posto. Tanto per avere un’idea, oggi è più conveniente vivere a Londra, Vienna, Roma o Berlino piuttosto che nelle quattro maggiori località dell’Australia.
Ogni cosa ha il suo perché. Il boom australiano è dovuto al fatto che buona parte degli sopraccennati investimenti minerari proviene da Pechino. All’indomani della crisi, l’iniezione di capitali cinesi ha rilanciato la domanda interna, compresa quella del credito. Il valore degli immobili ha subito ripreso a salire. Il successivo aumento dei tassi, deciso dalla banca centrale per evitare una spirale inflazionistica, ha richiamato ulteriori investimenti, alimentando di fatto un circolo vizioso.

In sintesi, l’economia di Canberra è stata assorbita dalla bolla speculativa di Pechino. Con la conseguenza che anche una modesta flessione congiunturale della seconda potrebbe avere conseguenze traumatiche per il sistema finanziario la prima. E l’instabilità politica interna non aiuta il governo ad elaborare una via d’uscita.
Perciò l’Australia si augura che le tensioni nel Sudest asiatico possano smorzarsi al più presto. O comunque prima che sia l’economia della Cina a decrescere.