In Tagikistan trionfa lo status quo

Emomali Rahmon è stato rieletto presidente del Tagikistan per la quarta volta. Secondo la Commissione elettorale centrale, il capo di Stato ha ottenuto l’84% dei suffragi, in una consultazione dove i votanti sono stati l’87% degli aventi diritto. Come per la maggior parte delle precedenti consultazioni elettorali dell’area post-sovietica, l’Osce ha definito le presidenziali tagike “non libere e trasparenti” in quanto caratterizzate da episodi di voto multiplo e irregolarità.

Il Tagikistan, ex repubblica sovietica incastonata in Asia centrale e divisa dalle catene montuose dell’Alai e del Pamir, che per lunghi periodi dell’anno fungono da naturale confine interno, è un Paese affetto da un endemico sottosviluppo: il suo pil pro capite è tra i più bassi al mondo e la sua unica risorsa (oltre alla scarsa attività agricola, visto solo il 7% della superficie è coltivabile, e alla pastorizia), è quella del narcotraffico. Il territorio impervio, la povertà e la debole legislazione hanno infatti reso Dushanbe un avamposto strategico del narcotraffico dei traffici illeciti da e verso l’Afghanistan, con il quale i tagiki condividono un confine di 1.200 chilometri.

A ciò si aggiunga che il Paese è retto da un regime palesemente corrotto ed inefficiente, attraversato da tensioni etniche sempre sul punto di sfociare in una guerra civile, alle prese con relazioni problematiche con i vicini, in particolare con l’Uzbekistan.

In realtà, esattamente come nel vicino Kazakistan, nessuno si cura delle lacune democratiche del regime tagiko, visto che in gioco c’è molto di più. Finora la progressiva instabilità del Tagikistan e del vicino Kirghizistan hanno suscitato l’interesse dell’Occidente solo perché Stati Uniti e Nato hanno basi logistiche nel Paese e la zona è via di passaggio per raggiungere le forze in Afghanistan. La questione afgana e la lotta al terrorismo, costantemente all’ordine del giorno presso le cancellerie occidentali, hanno sempre fatto chiudere un occhio sulle contraddizioni tagike, concedendo così a Rahmon l’opportunità di stabilizzare il proprio potere. Ora che la missione ISAF sta per concludersi, americani, russi e cinesi si contendono i favori di Dushanbe per garantirsi un posto al sole in Asia centrale. Secondo Limes:

Nello scacchiere geopolitico centroasiatico, il Tagikistan rappresenta una delle pedine più fragili: la pericolosa combinazione di autoritarismo, povertà, minacce alla sicurezza interna (come i sanguinosi combattimenti della Rasht Valley nel 2010 e nell’oblast autonomo del Gorno-Badakhshan nel 2012) e minacce derivanti dal vicino Afghanistan (con le infiltrazioni terroristico-jihadiste e il traffico di droga e armi attraverso il confine) mettono in serio pericolo la stabilità di questa repubblica.

Ciononostante, considerato il fatto che preservare la stabilità e la sicurezza regionale rappresenta un obiettivo condiviso di  Stati Uniti, Cina e Russia, il Tagikistan potrebbe beneficiare del loro attivismo locale al fine di vedersi garantita la propria sopravvivenza.

Nell’ottica statunitense, la stabilità del Tagikistan è funzionale al ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan nel 2014 in quanto parte del Northern distribution network - l’attuale corridoio di approvvigionamento per le truppe impegnate a Kabul – che sarà destinato a operare in senso inverso per completare il ritiro. Per la Cina, è una garanzia per preservare lo Xinjang da pericolose infiltrazioni terroristiche e per incrementare proficue relazioni economico-commercali bilaterali. Per la Russia, infine, rappresenta un argine al proliferare dell’islamismo radicale afghano lungo le proprie frontiere meridionali e al traffico di stupefacenti. Mosca prevede infatti di includere Dushambe all’interno dell’Unione Euroasiatica, così da consolidare la sua influenza nello spazio post sovietico.

Di fronte a questa situazione, il Tagikistan intende ricavare i maggiori vantaggi possibili attraverso una politica estera multivettoriale. Ma la sua debolezza economica e geopolitica, di fatto, vanifica ogni aspirazione.

Rahmon sarebbe infatti propenso ad accettare la proposta di Washington di ospitare una base militare statunitense nel territorio tagiko (ricavandone i proventi dell’affitto, cooperazione militare e maggiore peso politico regionale), tanto più a seguito dell’annunciata chiusura della base kirghisa di Manas.

Tuttavia, non ha la forza di superare la netta opposizione di Mosca, che si appella alla decisione comune assunta in ambito Otsc (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva) secondo la quale è fatto divieto, ai paesi membri, di ospitare basi militari di paesi terzi nel proprio territorio.

Sempre Limes, in luglio:

Mentre Washington probabilmente guarda a Tashkent come partner privilegiato e attende con qualche ansia lo sviluppo dei rapporti russo-tagiki anche alla luce della quasi certa chiusura della base kirghiza di Manas, la Cina ha sviluppato nel corso di questi anni una strategia di avvicinamento culminata nell’incontro del 19-20 giugno tra Rahmon e Xi Jinping a Pechino. Strategia che ha fatto titolare all’autorevole Jamestown Foundation questo commento sul summit: “China as lender of the last resort”.

Il Tagikistan è l’unico Stato con il quale la Cina ha sottoscritto un trattato che, previa restituzione di piccole porzioni di territorio, ha sanato la ferita ancora aperta dei famosi “trattati ineguali” di fine Ottocento. Poiché il paese è privo di risorse naturali, le avance di Pechino hanno esclusiva valenza geopolitica con l’intuibile scopo di aprire una crepa (oltre Myanmar) in un futuribile containment russo-statunitense.

Quanto al post-Isaf, sembra che la preoccupazione nata con l’intervento americano sia minore di quella della sua fine. In ogni caso, una propagazione del terrorismo di marca salafita con una destabilizzazione degli Stati centroasiatici non è tra i desiderata di nessuno dei tre grandi attori geopolitici così come un ulteriore aumento del già intenso traffico di armi e droga che vede come principali terminali le economie e le società degli stessi paesi.

Per Pechino, Mosca e Washington è probabilmente più logico preferire la stabilità dei regimi autoritari confinanti con Kabul ad un cambio di governo dalle conseguenze imprevedibili.

Cresce comunque la dipendenza di Dushanbe da Pechino. Nel 2011 i due Paesi hanno raggiunto un accordo per la ridefinizione dei rispettivi confini che prevedeva la cessione da parte del Tajikistan di un’area di 1.158 chilometri quadrati del Pamir, parte di una porzione più vasta che Pechino rivendicava da un centinaio d’anni. Da allora l’economia tagika è diventata sempre più legata agli investimenti cinesi, fino a diventarne succube. In settembre, ad esempio, la Cina ha siglato un accordo sulla fornitura di gas naturale al Tajikistan per 25-50 miliardi di metri cubi. Un progetto che secondo il governo tagiko permetterà di attrarre più di 3 milioni di dollari di investimenti. Ed è solo l’inizio.

Afghanistan, dove la droga ha vinto

Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo “Afghanistan Opium Risk Assessment 2013“, pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando  i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani.
Il documento dell’Onu prevede aumenti delle coltivazioni in 12 delle 34 province afgane. Soltanto nella provincia di Herat si segnala un trend negativo, mentre le regioni libere dal papavero saranno appena 14, in calo rispetto alle 17 dell’anno scorso e alle 20 del 2010. L’Afghanistan è già il maggiore produttore di oppio al mondo, come aveva rilevato un altro rapporto dell’agenzia dello scorso novembre (si veda anche qui).
Il prezzo, nota il New York Times, è al massimo e decisamente più redditizio rispetto altre colture. Agli agricoltori vanno 203 dollari al chilo contro i 43 centesimo per il grano e 1,25 dollari per il riso.
Sotto silenzio è un grave effetto collaterale del conflitto: l’elevato numero di bambini resi dipendenti dalla sostanza.

Secondo Globalist:

Analizzando i dati si osserva un incremento tendenziale delle aree di coltivazione, mentre l’andamento dei prezzi negli ultimi tre anni si sviluppa a serpente: nel 2010 l’oppio afghano costava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e il 600 dollari, mentre l’oscillazione tra il 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo.
Esponenti di Ong che lavorano coi contadini afghani su progetti per la produzione di colture alternative all’oppio sostengono che il problema principale sia l’accesso ai mercati, che resta proibitivo, almeno se comparato agli oppiacei. Non è certo contro i contadini afghani che si può puntare il dito per questa situazione, ma al fallimento delle politiche adottate (o non adottate) per affrontare il problema. Una responsabilità che ricade in primis sul governo di Kabul, ma che allo stesso tempo evidenza il fallimento, almeno nelle zone in cui la produzione di oppio è aumentata, dell’azione svolta dalla macchina di assistenza internazionale.
Le strategie di stop alla produzione di oppio messe in piedi negli anni scorsi hanno avuto l’effetto di rendere i contadini afghani schiavi dei signori della guerra, che oggi ancora lucrano sull’incremento della produzione di oppio di cui parla il rapporto Onu. Quando le colture oppiacee sono state distrutte i contadini si sono trovati con debiti fino al collo da ripagare alla malavita afghana. Vittime di questa situazione sono state le figlie dei produttori “consegnate” a criminali e trafficanti come spose o schiave per saldare i debiti. Sul fenomeno è stato realizzato un film dal titolo “Opium-brides”.
Già nel 2008 un rapporto di Iom (International Organization for Migration) parlava della pratica del “debt marriage” legato alla produzione e al traffico di sostanze oppiacee. Nello stesso anno il Presidente Hamid Karzai, sostenuto dalla Comunità internazionale ma non riconosciuto come un leader credibile da molta parte della popolazione afghana, che guarda al governo di Kabul come la testa del pesce da cui derivano i soprusi e la corruzione dilaganti nel paese, condannava l’uso di ragazze come merce di scambio tra contadini e trafficanti. A parole Karzai è bravo, i fatti però gli sbattono in faccia che sulla produzione di oppio, con tutte le conseguenze del caso, ha fallito nel modo più totale. Sarà anche perché secondo alcune stime la produzione di oppio in Afghanistan conta tra il 15 e il 20 per cento del Pil?.

Secondo Osservatorio Iraq:

Nel complesso, le province di Farah, Baghdis e Nimroz sono quelle in cui è stato registrato un incremento moderato nella produzione di oppio, mentre un aumento significativo ha caratterizzato la provincia di Herat (area di Shindand).
In sintesi, riporta lo studio dell’Onu, le aree rurali classificate come “meno sicure” hanno una probabilità maggiore di coltivare l’oppio di quelle con migliori condizioni di sicurezza.
Le comunità rurali periferiche, dovendo scegliere tra il debole governo afghano e gli insorti, sulla base dei benefit e delle politiche adottate dall’uno e dagli altri, tenderebbero ad optare per la parte che è davvero in grado di sostenere l’economia locale.

L’Afghanistan produce il 90% di tutte le droghe oppiacee al mondo, sebbene sino a tempi recenti non ne fosse un importante consumatore.
Al contempo, in un anno la produzione di eroina è aumentata del 18%, portando da 131.000 a oltre 154.000 gli ettari di terreno agricolo dedicati alla coltivazione del papavero da oppio.

Secondo stime della Nato, metà dei fondi a disposizione dell’insurrezione proverrebbe proprio dal narcotraffico.
Oggi l’economia afghana dipende, quasi esclusivamente, da due fonti di reddito: gli aiuti concessi dalla comunità internazionale e il traffico dell’oppio.
Il paese, con una popolazione teorica di 35 milioni di abitanti, presenta un preoccupante livello di tossicodipendenza: oltre un milione di individui – poco meno della metà (40%) sarebbero donne e minori.
Le ragioni di questo fenomeno?
Data l’elevata quantità, l’oppio è un diversivo a buon mercato – meno di cinque euro/grammo (il prezzo dell’oppio grezzo è di poco superiore ai 200 euro al chilogrammo): domanda e offerta si incontrano sostenendosi vicendevolmente.
A poco, o nulla, sono serviti i numerosi tentativi di sostituirlo con altri prodotti agricoli: al fine di limitare la produzione di oppio, nella seconda metà del 2010 sono state distribuite oltre 50 tonnellate di bulbi di zafferano (a cura del Provincial reconstruction team italiano di Herat), destinate alla coltivazione di almeno trenta ettari.
I risultati sono stati tutt’altro che soddisfacenti:
- produzione, lavorazione e mercato dello zafferano non sono stati sviluppati in maniera coordinata;
- l’assenza di specifici processi di trattamento – causa della perdita di colore e profumo dello zafferano – ne ha precluso la vendita all’estero (a fronte di una sostanziale assenza di mercato interno);
- le vie di accesso ai mercati regionali e internazionali sono limitate e di difficile praticabilità;
- gli aiuti economici promessi ai coltivatori afghani sono stati disattesi – convincendo molti di questi a proseguire o a riavviare la coltura dell’oppio.
In sintesi, “l’offensiva dello zafferano” è fallita.

Circa il 15% del PNL afghano dipende dall’esportazione di droga, per un totale di 2,4 miliardi di dollari l’anno (fonte Onu).

Secondo il Servizio federale russo per il controllo degli stupefacenti (Fskn), la produzione di eroina in Afghanistan è aumentata di 40 volte dall’inizio dell’operazione della Nato in questo Paese nel 2001.
Ancora oggi l’oppio è il migliore alleato dei talebani, e non vi è dubbio che il ritiro delle truppe internazionali nel 2014, porterà un’ulteriore impennata di questo commercio. Il rapporto Undoc citato all’inizio mostra peraltro una correlazione tra l’andamento delle coltivazioni e l’insicurezza nel Paese, oltre che con la mancanza di politiche agricole di sostegno.
Il generale Fernando Termentini spiega che gli USA nemmeno distruggono più i campi di coltivazione. Anzi, pare che le forze armate americane restino attivamente a guardia di quei campi di papaveroPossibile? Sì.
Un anno fa spiegavo:

Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

La cosa non dovrebbe stupirci. Controllare il commercio globale della droga, significa controllare la liquidità nei circuiti bancari mondiali. E controllare i flussi finanziari, vuol dire controllare il mondo.
In ogni caso, l’unico vero vincitore del conflitto afghano è e resta il narcotraffico.

Violenti scontri in Tajikistan

A quindici anni dalla fine della guerra civile che l’aveva insanguinata per un quinquennio, nella regione del Gorno-Badakhshan (Tajikistan) si registrano nuovi incidenti tra estremisti islamici ed esercito governativo:

 (ASCA) – Roma, 25 lug – Sono almeno 42 le vittime sinora accertate delle violenze fra esercito del Tajikistan e milizie ribelli islamiche nella regione semi-autonoma del Gorno-Badakhshan, provincia montagnosa nella zona orientale del Paese, nei pressi del confine con l’Afghanistan.
Il bilancio ufficiale diffuso ieri parla di 12 soldati governativi e 30 estremisti uccisi nei combattimenti e il governo ha dichiarato un temporaneo cessate il fuoco per avviare dei colloqui fra il ministro della Difesa Sherali Khayrulloyev e i rappresentanti della citta’ di Khorog, epicentro degli scontri degli ultimi giorni. L’area e’ abitata dalla minoranza etnica Pamiri ed e’ considerata una roccaforte della milizia islamica. Gli ultimi episodi di violenza sono divampati in seguito all’omicidio, avvenuto lo scorso 21 luglio, del generale Abdullo Nazarov, responsabile locale del Comitato per la sicurezza nazionale. (fonte AFP).

Secondo la BBC, le vittime potrebbero essere 200.

Raggiunto un cessate il fuoco, le forze governative hanno chiesto ai comandanti ribelli la consegna di Tolib Ayombekov, ex signore della guerra e, almeno secondo il governo, responsabile della morte di Nazarov. Per agevolare la trattativa, il governo ha offerto l’amnistia a tutti i ribelli ad eccezione dei quattro combattenti, tra i quali lo stesso Ayombekov. Quest’ultimo ha negato il proprio coinvolgimento nella morte del generale. Intervistato da Associated Press per telefono prima dello scoppio dei combattimenti, Ayombekov aveva detto che l’operazione di sicurezza era stata finalizzata esclusivamente a arrestare gli ex comandanti della guerra civile.
A causa delle operazioni militari dei giorni scorsi, il Tagikistan ha chiuso tutti i valichi di frontiera con l’Afghanistan, consentendo il passaggio solo ai rifornimenti della NATO verso Kabul.
Le comunicazioni tra la città di Khorog – capoluogo del Gorno-Badakhshan – e l’esterno sono state interrotte.

Eurasianet propone questa utile analisi per comprendere gli eventi in corso.
In sintesi, il Badakhshan è una regione montuosa e isolata di circa 250.000 abitanti – quasi tutti di etnia pamira -, situata nel Sudest del Tagikistan, che condivide una frontiera lunga - e praticamente sguarnita – con Afghanistan, Kirghizistan e Cina. Per questo rappresenta un corridoio per il traffico illegale di merci e stupefacenti, in particolare di eroina afgana. La  popolazione è costituita in gran parte da musulmani sciiti della setta ismailita, mentre il resto del Tagikistan è a maggioranza sunnita. A causa del suo isolamento, la regione è poco controllabile e dunque intrinsecamente instabile. Una vulnerabilità acuita dalle influenze destabilizzanti che provengono dal vicino teatro afghano.
Al di là delle divergenze di ordine etnico e religioso,  i motivi dell’attuale conflitto sono gli interessi economici e di potere rimasti irrisolti dai tempi della guerra civile. Dopo la pace del 1997, il governo aveva cercato di integrare le principali figure dell’opposizione nella propria struttura di potere, lasciando che gli ex capi ribelli potessero esercitare un’influenza sulle loro terre d’origine in cambio della fedeltà al regime. Ma ciò non è bastato a mantenere un equilibrio tra ex combattenti e funzionari governativi.
Per approfondire si veda questa dettagliata analisi della Jamestown Foundation.

Se la comunità internazionale non presterà sufficiente attenzione a questo angolo di mondo, i fatti in Badakhshan potrebbero avere pericolose ripercussioni di lunga durata. Non dimentichiamo che l’Afghanistan è a due passi, ed è probabile che i signori locali, approfittando del ritiro delle truppe NATO nel 2014, cercheranno di espandere la propria influenza di una regione di per sé instabile.

La nuova Guerra Fredda si gioca a tre. A cosa serve davvero lo scudo antimissile

Un anno fa avevo parlato degli ostacoli nei negoziati tra Stati Uniti e Russia in merito agli scudi antimissile che le due potenze cercano di implementare. Se nel vertice NATO di Lisbona nel 2010 era stata paventata la possibilità che Mosca partecipasse al progetto di difesa antimissile europea, i successivi sviluppi hanno smentito questa velleità. Oggi Mosca e Washington lavorano ciascuna al proprio scudo. Ufficialmente la loro funzione è esclusivamente difensiva, ma le reciproche minacce di ritorsioni svelano le paure tra le due ex protagoniste della Guerra Fredda. Un conflitto che credevamo finito e che invece oggi pare riaccendersi in Asia centrale.

Mercoledì 11 luglio Russia e Kazakhstan hanno annunciato l’intenzione di creare una difesa missilistica comune entro la fine del 2012. A breve, un analogo accordo potrebbe essere raggiunto anche con l‘Armenia. Un sistema di protezione comune esiste già tra Russia e Bielorussia.
Dal punto di vista della sicurezza, tale sistema rappresenta un passo ulteriore nel rafforzamento della cooperazione militare tra i russi e i loro vicini ex satelliti. Nel 1995, con l’accordo di Almaty (Kazakhstan) Mosca istituì il Joint CIS Air Defense System, un sistema integrato di difesa aerea che comprendesse Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, e Tagikistan. Tale meccanismo doveva rappresentare il primo passo per la formazione di uno scudo antimissile russo in Asia centrale, ma i negoziati comuni furono sospesi a causa di gravi disaccordi con l’Uzbekistan. La Russia allora scelse di impostare gradualmente le reti di difesa aerea con i singoli Stati dell’ex CSI.

Dal punto di vista geopolitico, invece, l’accordo tra Russia e Kazakhstan di fatto allontana Astana dall’orbita della NATO. Negli ultimi tempi l’Alleanza Atlantica stava mostrando un interesse sempre più spiccato per l’ex repubblica sovietica – per approfondire le relazioni bilaterali qui, per le prospettive di cooperazione qui. In giugno Astana si è dichiarata disposta a partecipare al processo di transizione in Afghanistan. Questo servizio su al-Jazeera spiega l’importanza del porto kazako di Aktau, sul Mar Caspio, come corridoio di rifornimento per le truppe d’istanza a Kabul. L’idea di fondo è che Aktau potrebbe presto entrare a far parte di una rete integrata che collega l’Asia con l’Europa, denominata Nuova Via della Seta, appoggiata dagli Stati Uniti al fine di migliorare le relazioni tra l’Asia centrale e l’Occidente – ed estendere l’influenza di Washington su un’area di primo piano nello scacchiere globale.
La vicinanza del Kazakhstan all’Occidente è poi certificata dall’appartenenza del Paese all’OCSE (di cui ha ospitato un vertice nello scorso anno) e, come i calciofili ben sapranno, dall’adesione alla UEFA.
Tutte ragioni che devono aver allarmato Mosca, sempre afflitta dalla sua cronica sindrome da accerchiamento nel timore che la NATO estenda la sua giurisdizione fin sotto i propri confini. Da qui la’accordo con Astana per promuovere una difesa comune.

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.

Resta da capire se – e fino a che punto – la Russia sarà disposta ad accettare lo scambio. Probabilmente, molto poco. Nel corso degli anni Mosca ha cercato di incrementare la propria influenza in Asia centrale facendo leva sulle organizzazioni regionali promosse con gli altri ex Stati dell’URSS, come l’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettivama tale piano presenta più di una falla. Questa ottima analisi su Diplomat spiega che il ritiro dell’Uzbekistan dal CSTO sottolinea la limitata capacità della Russia di mantenere le repubbliche ex sovietiche sotto la propria egida. Il media russi speculano che siano stati gli USA ad incoraggiato il ritiro in modo da agevolare l’installazione di basi americane in territorio usbeco, ma la verità è che anche in questo caso – come in merito agli scudi antimissile – la vecchia rivalità Mosca vs Washington non è una cornice adeguata per l’analisi delle dinamiche geopolitiche in Asia centrale. Mentre l’influenza occidentale nella regione è in declino, anche la Russia deve fare i conti con la crescente presenza di un nuovo attore: la Cina, per l’appunto. La quale vanta solide relazioni proprio con il Kazakhstan, soprattutto sul piano delle forniture energetiche. Secondo Diplomat:

Although Putin has welcomed China’s rise as enhancing the resources Moscow and Beijing can jointly use to enhance regional stability, Russia has been expanding the influence of institutions that exclude China, such as CSTO and now the proposed Eurasian Union, which could limit China’s economic penetration of Central Asia. The Chinese have thus far been content to leave Moscow to police the region’s security problems, but at some point China’s growing investment in the region may lead China to seek a greater role in the region’s security.

In conclusione, nei piani di USA e Russia l’Asia centrale rappresenta un teatro di primo piano nelle strategie volte ad arginare l’ascesa della Cina. Ma finora Mosca e Washington non sono riuscite nell’intento. Divise da una reciproca e mai sopita diffidenza, le due potenze non fanno che pestarsi i piedi. Gli ostacoli diplomatici sui progetti di difesa antimissile ne sono la prova. Nel frattempo la Cina avanza. Come dire: tra i due litiganti, il terzo gode.

la Mongolia tra ricchezza virtuale e problemi reali

Nella settimana della Conferenza di Ginevra sulla Siria, dell’escalation di tensioni tra Ankara e Damasco e dell’insediamento di Mohammed Morsi alla guida dell’Egitto e dell’inaspettatamente proficuo vertice di Bruxelles, la stampa internazionale si è mala pena accorta che giovedì 28, in Mongolia, si sono tenute le elezioni parlamentari (per chi fosse interessato ai risultati, consiglio il blog Mongolia Today).
Con tutto quello di cui c’è da scrivere, ha senso occuparsi proprio di questo? Si. Perché la Mongolia rappresenta un caso esemplare della distanza che corre tra ricchezza teorica e ricchezza effettiva di una popolazione.

La Mongolia conta quasi 3 milioni di abitanti, che vivono in un territorio nelle cui viscere si trova qualcosa come 3.000 miliardi di dollari in oro, rame e carbone, uranio e minerali vari (per approfondire consiglio questo sito). Risorse, che se ben amministrate, trasformerebbero Ulan Bator, fino a vent’anni fa satellite di Mosca, in un nuovo Qatar. O al contrario, se mal gestite, in una nuova Nigeria.
A giudicare dal risentimento popolare dovuto al crescente divario tra ricchi (pochi) e poveri (tutti gli altri), i mongoli sembrano incamminati lungo la seconda strada. Oggi un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Eppure, Gucci, Prada e Burberry, fra i marchi di lusso, non soffrono certo la mancanza di clienti presso i loro negozi recentemente aperti.
Non è un caso che entrambi i principali partiti politici – Partito popolare della Mongolia e il Partito Democratico – in campagna elettorale, oltre alla retorica nazionalista hanno promesso di investire le rendite minerarie in favore dei propri cittadini. I quali finora non hanno visto alcun vantaggio dal boom minerario, nonostante l’economia nazionale abbia registrato una crescita del 17,3% nel 2011. In compenso, il Paese paga gli alti costi ambientali e sociali dovuti alle estrazioni. Un esempio? Oyu Tolgoi, complesso minerario che potrebbe contribuire ad un terzo del PIL del Paese, ma che l’Huffington Post ha definito “uno dei 10 bei posti che le trivellazioni potrebbero distruggere“.
Già alla fine del 2010 Peacereporter descriveva uno scenario tutt’altro che roseo:

Dello sviluppo minerario beneficiano soprattutto imprese straniere. L’esempio forse più eclatante è la canadese Ivanohe Mines che ha in appalto l’enorme giacimento di rame e oro di Oyu Tolgoi, nel deserto del Gobi. Pochi giorni fa, il gigante ha collocato sulla borsa di Toronto nuove azioni che serviranno a finanziare l’ulteriore ampliamento della miniera mongola.  Le installazioni si potenziano, le materie prime pompano il motore delle economie manifatturiere in crescita, gli investitori confidano in un buon ritorno economico e i proventi tornano inCanada e non solo, dato che a Oyu Tolgoi Ivanohe Mines è partecipata anche dall’anglo-australiana Rio Tinto. Questo è uno schema classico.
Che cosa ne resta alla popolazione mongola? Briciole. Gli ex nomadi sono spossessati dei pascoli dalle grandi compagnie minerarie straniere e integrati a fatica nel tessuto urbano di una capitale, Ulan Bator, dove ormai risiede oltre la metà degli abitanti di tutto il Paese: circa un milione e mezzo su un totale di tre scarsi. Vendono tutto il loro bestiame e ci provano magari con una piccola attività commerciale, ma spesso finisce male. Non esiste una struttura industriale che possa dare lavoro a tutti, quindi molti tornano da dove erano venuti, ma in veste diversa: da pastori nomadi a minatori. A volte da salariati nei grandi giacimenti,a volte da abusivi nelle miniere d’oro abbandonate dalle grandi compagnie, perché non più redditizie. Ecco dunque i cercatori d’oro Ninja con il loro catino sulle spalle.
Il problema sociale si salda quindi con quelloambientale, perché chi scava per sopravvivere non si cura certo di immetterecianuro e mercurio - necessari per separare l’oro dalle rocce - nel ciclo naturale.
In parallelo alla disgregazione socialecresce l’alcolismo. Tra i titoli quotati alla borsa di Ulan Bator, la lunga lista di imprese minerarie o delle costruzioni è interrotta proprio dai produttori di alcolici, come laApu e la  Spirit Bal Buram. Il cerchio si chiude.
Per capodanno, il presidente Elbegdorj ha però promesso di brindare con un bicchiere di latte, niente vodka. Ha invitato tutti i cittadini mongoli a fare lo stesso.
Ecco come funziona l’economia del Paese che possiede la borsa più performante del 2010; che promette nuove ricchezze agli investitori di tutto il mondo nell’anno che verrà.

Pochi mesi dopo, sempre Peacereporter aggiungeva un altro inquietante dettaglio:

La più grande discarica nucleare del mondo. Così potrebbe diventare laMongolia, se andasse in porto un patto segreto tra il governo di Ulan Bator, Stati Uniti e Giappone, rivelato dal quotidiano di Tokyo Mainichi Shimbun.

Ed ecco la Mongolia, cioè il Paese con la minore densità demografica al mondo dopo la Groenlandia - 1,7 abitanti per chilometro quadrato – nonché un’economia a caccia di investimenti e tecnologia. È proprio il suo spazio a essere in vendita: in cambio di tecnologie nucleari – rivela il Mainichi Shimbun - il ministero degli Esteri e del Commercio (significativa fusione di funzioni) inizia a settembre 2010 le trattative con il dipartimento dell’Energia Usa e il ministero dell’Economia giapponese per concedere come discarica nucleare l’ex base militare sovietica di Bayantal, circa 200 chilometri a sud-est di Ulan Bator. 

Ed ecco che il lato oscuro del miracolo mongolo è servito.
Il primo nodo da sciogliere nella nuova legislatura sarà la ridiscussione della legge sugli investimenti esteri, che rappresentano il 62% del PIL, per decidere se le restrizioni ora imposte possono essere rimosse. Al momento è necessaria l’approvazione sia del governo che del parlamento per dare il via ad investimenti superiori ai 75 milioni di dollari o che possono permettere il controllo del 49% di imprese considerate strategiche (minerario, industria, telecomunicazioni), sull’analogo esempio dello Zimbabwe. Mossa da interpretare in funzione anticinese dopo che la Chalco – la maggiore compagnia carbonifera di Pechino – aveva dimostrato interesse per un giacimento nel deserto del Gobi, a sud del Paese. Benché l’attuale disegno di legge appaia molto annacquato rispetto al testo originario, il provvedimento permetterà di mantenere la metà dei proventi generati dalle estrazioni all’interno del Paese. Ma è anche un segnale di come il Paese inizi a sentirsi a disagio con gli investimenti stranieri. La corsa ai giacimenti ha determinato un massiccio afflusso di capitali che ora il governo non sa ancora come impiegare.
La redistribuzione di una parte dei profitti alla popolazione farebbe della Mongolia uno Stato rentier sul modello dei Paesi mediorientali, dove la rendita (energetica) sostituisce il reddito (reale): invece di avviare un processo di sviluppo, si preferisce mantenere la gente a spese del bilancio pubblico. I moti della (cosiddetta) Primavera araba hanno messo questo sistema, mettendone a nudo l’intrinseca fragilità.
In conclusione, che prezzo deve essere disposta a pagare una comunità in nome dello sviluppo del proprio Paese? E’ una domanda controversa. Le miniere provocano un effetto altamente negativo sull’ambiente e le forme di vita delle comunità del posto, e laddove le istituzioni democratiche non sono ancora radicate e non hanno potere o semplicemente in cui domina la corruzione – nella classifica di Transparency International la Mongolia si colloca 120esima su 183 nazioni - i danni possono moltiplicarsi rapidamente.

SCO, il condominio russo-cinese nel cuore dell’Asia

Il dodicesimo vertice della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha avuto luogo la settimana a Pechino. Il risultato più evidente  è stata l’ammissione dell’Afghanistan come Paese osservatore e della Turchia come partner di dialogo.
Limesonline fa un ottima sintesi di tutte le altre decisioni:

La Federazioe Russa e la Repubblica Popolare Cinese, potenze egemoni di questo gruppo, hanno sfruttato l’incontro per proporre – partendo dall’analisi dei temi regionali – una visione del mondo alternativa a quella dell’Occidente.
Alla fine del vertice è stato infatti dichiarato che:

  • Nessuno Stato della Sco dovrà entrare in un’alleanza mirata contro un altro membro dell’organizzazione – ossia i vari “stan” devono tenersi alla larga dalla Nato.
  • L’implementazione unilaterale di un sistema missilistico di difesa da parte di un paese o di un gruppo di paesi minaccia la sicurezza e la stabilità strategica – ossia la Sco si oppone allo scudo missilistico della Nato in Europa Orientale [carta].
  • Eventuali crisi regionali vanno risolte tramite la consultazione tra paesi dell’area e successivamente tra questi e gli organismi internazionali.
  • La Sco sostiene l’Afghanistan nel suo tentativo di diventare “indipendente, neutrale e pacifico” e gli conferisce lo status di osservatore. Kabul diversifica il proprio portafoglio di potenze cui chiedere soldi e si prepara al futuro post-Nato. Difficile che dopo il ritiro delle truppe dell’Alleanza Atlantica (2014) la Sco insista ancora la neutralità afghana: l’obiettivo russo-cinese è sottrarre il paese asiatico all’influenza Usa.
  • La situazione in Nord Africa e Asia Occidentale – quella che in Occidente chiamiamo “primavera araba” – desta preoccupazione. La Sco si richiama ai principi della carta dell’Onu e del diritto internazionale che prescrivono il rispetto delle scelte indipendenti di ogni paese. A scanso di equivoci, dal comunicato: “Gli Stati membri si oppongono a interventi armati o operazioni di regime change indotto e non approvano le sanzioni unilaterali”.
  • Ogni tipo di violenza in Siria deve finire – non solo quella governativa, quindi. Con il dialogo politico (che per Mosca dovrebbe coinvolgere anche l’Iran) si può raggiungere una soluzione che giovi al popolo siriano e a tutta la comunità internazionale. La presunta apertura della Russia a un futuro senza Assad “se è quello che vogliono i siriani” è pura apparenza.
  • Qualsiasi tentativo di risolvere il dossier iraniano con la forza è “inaccettabile”. La Sco plaude ai negoziati tra il 5+1 e l’Iran e si augura che quest’ultimo svolga un ruolo importante per mantenere la pace e la prosperità internazionale. Russia e Cina non vogliono che Teheran si doti dell’atomica – minaccerebbe la stabilità regionale e il territorio russo – né che Israele e/o gli Usa intervengano militarmente, danneggiando un regime amico e uno dei maggiori fornitori di petrolio di Pechino.
  • Aumenterà la cooperazione economica tra gli Stati membri. In attesa della nascita di una Banca dello sviluppo della Sco, la Cina ha garantito allo scopo prestiti per 10 miliardi di dollari. Mosca rimane il maggior partner commerciale dei paesi centroasiatici.
  • C’è bisogno di una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che tenga conto dei molteplici interessi e raggiunga il più vasto consenso possibile – ma non c’è fretta.
  • La Turchia diviene il terzo “partner di dialogo” della Sco, dopo Bielorussia e Sri Lanka. La Shanghai Cooperation Organization allarga il proprio raggio d’azione mentre Ankara, come Kabul, amplia il proprio portafoglio di interlocutori. Sarà interessante vedere come evolverà questa relazione, dato che la Turchia, membro della Nato, è coinvolta attivamente nello scudo missilistico contestato dalla Russia.
  • Nessuna accelerazione sull’ammissione di India e Pakistan: i due paesi sono candidati, come la Mongolia e l’Iran, che però a cause delle sanzioni Onu cui è sottoposto non può al momento – secondo lo statuto della Sco – aspirare alla membership. L’ingresso di due rivali strategici e potenze nucleari come New Delhi (la più grande democrazia del mondo, che finirebbe in un club di autarchi) e Islamabad altererebbe l’equilibrio di potenza dell’organizzazione.

L’agenzia di stampa cinese Xinhua riporta che gli Stati membri hanno concluso 10 accordi, tra i quali sono compresi la Dichiarazione di costruzione di un’area con pace duratura e comune prosperità durature, il Piano Strategico di Sviluppo della SCO per il medio termine, e i Regolamenti sulle misure politiche e diplomatiche e del Meccanismo di risposta agli eventi che mettono a repentaglio la pace regionale, sicurezza e stabilità.
A parte questo, il ruolo geopolitico dello SCO è ancora da definire. Sebbene l’organizzazione sia nata con lo scopo di promuovere e coordinare iniziative comuni tra gli Stati membri in tema di sicurezza, è difficile dire cosa essa faccia effettivamente. Il gruppo è impegnato sul tema dell’Afghanistan e ha già svolto esercitazioni militari congiunte, ma come tengono a sottolineare i cinesi, si tratta di un partenariato, non di un’alleanza come la NATO.
Il presidente Hu Jintao, piuttosto attivo, ha sottolineato che la SCO sostiene “un nuovo concetto di sicurezza che consente ai suoi Stati membri di mantenere con fermezza i propri interessi, esplorare percorsi di sviluppo che sono adatti alle loro condizioni individuali e lottare contro l’interventismo“. Il messaggio all’Occidente è chiaro.
Il presidente cinese ha parlato anche di Afghanistan. Gli Stati membri vogliono tracciare una road map per il futuro futuro di Kabul post-NATO, al fine di scoongiurare il rischio di una nuova guerra civile che potrebbe far sentire la sua onda lunga nel cuore dell’Asia. Non dimentichiamo che anche Pechino deve fare i conti con una minoranza musulmana all’interno dei suoi confini, gli uiguri. Inoltre, la Cina cerca di stabilire un partenariato strategico con Kabul per salvaguardare i propri interessi economici nel Paese, inerenti la costruzione di infrastrutture e lo sfruttamento di risorse minerarie.

Molto si è scritto sulla tacita rivalità tra Cina e Russia, potenze dominanti del gruppo. Benché i due Paesi abbiano concluso 10 contratti commerciali e creato un fondo d’investimento bilaterale di 4 miliardi di dollari, le divergenze (e diffidenze) rimangono. Questo articolo sul South China Morning Post ricorda che la Russia ha cercato di accrescere l’influenza di altri raggruppamenti regionali come l’Unione Eurasiatica (e, vorrei aggiungere, la Collective Security Treaty Organization), che escludono la Cina e che avrebbe messo barriere commerciali tra l’ex repubbliche sovietiche e Pechino, di fatto svuotando la SCO di gran parte del proprio contenuto. Inoltre, Russia e Cina non hanno trovato un accordo per la creazione di una Banca di Sviluppo per l’organizzazione, considerata una delle priorità del gruppo.

Non è un mistero che gli Stati dell’Asia centrale sentano la pressione dei due giganti, in competizione sia sul fronte politico che economico, con la Russia che fornisce denaro e armi ed esercita influenza, e la Cina che promette aiuti e infrastrutture in cambio di risorse naturali, generi alimentari e accordi commerciali.
In ogni caso, al momento sia Mosca che Pechino hanno bisogno della SCO, che di fatto amministrano quasi fosse un duopolio (come Francia e Germania fanno con la UE) allo scopo di mantenere lo status quo e contrastare la crescita dell’influenza statunitense nella regione. Il ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan è previsto per la fine del 2014, ma è probabile che per le forze Usa si tratterà solo di un cambio di campo in vita di un nuovo riposizionamento in Asia centrale:

la corsa al cuore del continente vede impegnate le grandi potenze globali. Usa, Russia e Cina scaldano i motori. Delle tre, Washington sembra partire svantaggiata, sia per la logistica (non ha contiguità con l’area) che per le crescenti ristrettezze di mezzi; Mosca esercita un’influenza in quanto ex madrepatria e principale sovventore dei governi coinvolti; Pechino promette e promuove sviluppo attraverso progetti finanziati con valanghe di denaro.

Una cosa però è certa. Per l’America, l’atteso addio all’Afghanistan nel 2014 non si tradurrà nell’abbandono del cuore dell’Asia. Russia, Cina e crisi economica permettendo.

Cina, padrona di tutte le acque

Ultimamente la Cina ha molti problemi con i suoi vicini. Oltre alle dispute sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale, a sollevare le cancellerie indocinesi c’è la questione del Mekong. Si tratta del dodicesimo fiume al mondo per lunghezza (4.900 km) e il decimo come portata d’acqua, e come tale è fonte di vita per tutte le aree che attraversa. Ma quest’anno il livello del fiume è stato il più basso degli ultimi trent’anni, accentuando il problema della scarsità idrica in un contesto, come quello del sudest asiatico, caratterizzato da una forte crescita demografica.
Ad aggravare la situazione ci pensa la politica. Entro il 2025 il Mekong sarà arginato, deviato, rallentato, da una ventina di dighe, di cui almeno otto in Cina (per una capacità complessiva di 15.200 MW, sufficienti per 75 milioni di persone) e undici nel suo corso inferiore. I governi interessati evitano di alzare la voce perché le élite locali sono legate a doppio filo con il regime di Pechino, dal quale ricevono finanziamenti e benefits, ma non è escluso che la questione possa innescare una spirale di conflitti in un futuro prossimo.
Benché le guerre per l’acqua rappresentino uno scenario meno frequente di quanto si creda, il problema non va comunque sottovalutato. il crescente fabbisogno idrico e il circa le conseguenze del riscaldamento globale lasciano intravedere un avvenire quanto mai complicato per il continente asiatico. Per smorzare le tensioni basterebbe programmare le politiche in un quadro di cooperazione con i Paesi a valle, ma Pechino sembra avere un’avversione per un approccio multilaterale alla questione idrica.

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Cina e Kazakistan rafforzano i legami energetici

La scorsa settimana il Kazakistan ha celebrato l’inizio della costruzione di un gasdotto diretto alla Cina, con un investimento del governo di Astana per 130 milioni di dollari.
La pipeline avrà lunghezza 1475 chilometri e sarà parte di un sistema di due condutture per complessivi 6500 chilometri in partenza da Beyneu (Turkmenistan, dove la Cina ha sviluppato un giacimento di gas) che incontrerà il gasdotto Cina-Asia Centrale a Shymkent, in Kazakhstan. Il sistema attuale fornisce gas a Pechino attraversando tre Paesi (Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan).
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La Russia chiude i rubinetti del petrolio alla Mongolia. A quando il turno dell’Europa?

di Luca Troiano

La Russia, più che un Paese, è un vero e proprio continente, nonché una fonte consistente di materie prime per i Paesi limitrofi. Ma la dipendenza energetica dal colosso eurasiatico può mettere questi ultimi in serie difficoltà. Ne sa qualcosa la Mongolia, che importa da Mosca il 90% del petrolio che consuma.
In maggio una temporanea carenza domestica (almeno questa era la ragione ufficiale) ha indotto a ridurre le proprie forniture ad Ulan Bator, provocando l’aumento dei dazi all’esportazione del 40%. La Mongolia si è così vista costretta a razionare il carburante. Non pochi osservatori, però sospettano che la decisione del Cremlino sia stata studiata a tavolino per esortare il governo mongolo ad una maggiore acquiescenza nei confronti del gigante russo.

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Non c’è pace in Kirghizistan

1. Non sembra placarsi il conflitto etnico in atto in Kirghizistan. Dal giugno 2010, le tensioni tra le varie minoranze e la maggioranza al potere ha causato morte e sconvolgimento sociale nel Paese centroasiatico. Nel Paese, infatti, sono presenti uzbeki, tagiki, russi e gli scontri avvenuti l’estate scorsa testimoniano quanto la convivenza forzata si stia problematica e foriera di turbamenti.
La questione etnica in Kirghizistan, come in tutto il resto dell’ex Urss, risale a molti decenni fa. Nel periodo tra le due Guerre, Stalin si sforò di creare uno Stato totalitario e ultracentralizzato, nettamente orientato vero la preminenza dell’elemento russo. Per riuscire nel suo intento, nell’atto di disegnare i confini delle future repubbliche dell’Unione mise in atto il vecchio stratagemma dell’”unisci per indebolire”, ossia tracciò il perimetro di ogni entità politica preoccupandosi di includere all’interno di ognuna una forte presenza di minoranze, a controbilanciare ogni eventuale spinta propulsiva avanzata dalle etnie dominanti.

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