Categoria: America Latina


Roberto Carvalho de Azevêdo, brasiliano, 55 anni, è il nuovo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), per i prossimi 4 anni. Succederà al francese Pascal Lamy, il cui mandato termina il primo settembre. Azevêdo l’ha spuntata sul messicano Herminio Blanco, al termine di una consultazione durata quattro mesi. Alla fine Azevêdo ha conquistato il consenso della maggioranza dei 157 membri dell’organizzazione, aggiudicandosi così il prestigioso incarico.

Il Brasile conquista così un’altra importante tribuna della scena internazionale, dopo l’elezione di José Graziano Da Silva alla guida della FAO nel 2011. Ma è dal 2003 che il Brasile ha assunto un ruolo chiave all’interno della WTO, dove è diventato uno dei grandi negoziatori assieme all’Unione Europea, agli USA, al Giappone, e ai BRICS le nuove potenze emergenti.
Che il Paese verdeoro sia sugli scudi non è comunque una novità. Basti ricordare che la trasformazione di un semplice acronimo in un forum per il dialogo e il coordinamento tra Brasile, Russia, India e Cina, allargato in seguito al Sudafrica, avvenuta dietro il decisivo impulso del governo Lula, con l’obiettivo di identificare le possibili convergenze nelle agende dei rispettivi governi e le eventuali azioni coordinate prevalentemente sui temi di carattere economico.
Sempre più, Brasilia sta dunque acquisendo un ruolo di primo piano sul piano geopolitico, grazie a un lavoro diplomatico paziente e meticoloso, teso a rafforzare alleanze con gli altri Paesi del Sud del mondo in tutti gli scacchieri che contano a livello internazionale. Un lavoro che mette il Brasile in prima fila per la conquista di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza ONU (se mai la sempre annunciata riforma dell’organismo dovesse concretizzarsi), e che, dal nostro punto di vista, pone inoltre una questione generale di ridisegno dei meccanismi di governance globale che va al di là della riforma delle Nazioni Unite.

Come è spiegato su Limes, pur senza essere stata particolarmente combattuta, l’elezione di Azevêdo è stata una battaglia diplomatica, e come ogni battaglia, lascia sul campo vincitori e vinti. Tra i primi c’è indubbiamente il Brasile, e di riflesso i BRICS (ma solo sul piano simbolico, visto che Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono riusciti a dare un segnale d’unità  solo in un secondo momento). Tra i secondi, invece, c’è innanzitutto il Messico, patria del candidato sconfitto, ma anche Stati Uniti ed Europa, che lo avrebbero preferito rispetto al brasiliano.
E qui tocchiamo un punto fondamentale: quello di adeguare le istituzioni globali a una geografia economica e politica mutata, dove il peso dell’economia del pianeta si sta spostando verso Est e verso Sud. Verso un sistema di rappresentanza dove inevitabilmente i nuovi equilibri trovano espressione negli incarichi, e nella mutata provenienza di coloro che sono chiamati a ricoprirli.

La nomina di un direttore brasiliano conferma dunque la lenta, ma inevitabile ridefinizione degli assetti internazionali. Dopo le tensioni provocate dalla nomina di Christine Lagarde (francese) alla direzione generale del Fondo Monetario Internazionale (a seguito dell’affaire Strauss Khan) la presidenza della Banca Mondiale è stata assegnata ad un coreano (seppure cittadino statunitense); nel contempo sono cambiate le quote decisionali all’interno dell’istituzione per consentire alle nuove potenze, Cina in primis, di acquisire posizioni più confacenti alle loro dimensioni. Si tratta di passa avanti significati, se pensiamo che finora ai paesi in via di sviluppo era riservata la carica di segretario generale delll’ONU: una posizione di prestigio ma dal contenuto meramente simbolico, poiché soggetta ai veti delle cancellerie occidentali.

Al di là dei simbolismi, fino a ieri il versante economico è sempre stato saldamente in mano ad Europa e Stati Uniti. Oggi invece si scorgono segnali di un reale cambiamento. La nomina del direttore generale del WTO, come quella dell’analogo incarico del FMI o della Banca Mondiale, sono sempre passate attraverso negoziazioni ad alto livello tra i governi europei e quello americano. Adesso è il momento di farla finita con la screditata logica politica che sta dietro a decisioni di questo tipo, volta solo a favorire gli interessi del Nord del mondo e perciò aggravando le già misere condizioni in cui versava il Sud.
Il Sole 24 ore ci ricorda che il WTO è stata l’organizzazione più odiata perché vittima dei suoi stessi “successi”: primo fra tutti la liberalizzazione nei settori manifatturieri, a causa della aziende con lavoratori privi di tutele sono entrati in concorrenza con imprese che occupavano operai e tecnici più garantiti. Ciò che messo d’accordo gli interessi di tutti -dei Paesi richi che volevano ridurre il costo del lavoro e di quelli poveri che volevano crare posti di lavoro – ma non è stata curata l’efficienza degli interventi, che sono stati disarmonici. In un contesto di cambi fissi o quasi-fissi, che impedivano ogni riequilibrio, gli effetti sono stati molto casi pesanti, accentuando le diseguaglianze e dando l’avvio alla crisi globale da cui non siamo ancora riusciti a tirarci fuori. Pertanto, secondo la testata, ci sarà anche bisogno di una nuova WTO, che non si faccia “odiare”. Il cui primo compito sarà rilanciare il ciclo di negoziati del Doha Round, lanciato nel 2001 e arenato per assenza di un accordo.

Il WTO ha bisogno di un direttore generale che vada al di là delle logiche politiche e che possa tracciare i principi economici di un nuovo ordine globale. Il mandato di Azevêdo rappresenta una sfida difficile. Non soltanto per lui. Le sue qualità sono indiscutibili, così come l’importanza del Paese da cui proviene, anche se tutto questo sbiadisce di fronte alla fatidica ineluttabilità decisionale che l’ha condotto al vertice dell’organizzazione: la presa d’atto che i vecchi equilibri sono definitivamente saltati.

Come era nelle previsioni, Nicolás Maduro, candidato alle presidenziali del Venezuela per il Partito Socialista Unito (PSUV), ha vinto la sfida contro Henrique Capriles Radonski, governatore dello stato di Miranda e leader della Mesa de la Unidad Democrática (MUD). Il delfino di Chávez ha ottenuto il 50,66% dei voti contro il 49,1% di Capriles, registrando un lieve calo (680.000 voti in meno) rispetto a quelli ottenuti dal defunto leader nelle elezioni precedenti. Alle elezioni ha partecipato circa l’80% degli aventi diritto al voto.
Cosa cambierà per il Venezuela? Ufficialmente nulla. Durante tutta la campagna elettoraleMaduro ha spiegato di volere portare avanti “l’eredità e il testamento” di Chávez, impegnandosi a consolidare lo Stato sociale inaugurato dal suo predecessore e a ridurre le disuguaglianze tuttora perduranti nel Paese.
Capriles ha usato lo slogan “Maduro no es Chávez per ricordare agli elettori le differenze tra i due personaggi, ma tanto non è bastato a compensare il gap nei confronti dell’avversario diretto. Tuttavia, il seguito da lui ottenuto testimonia quanto il Paese sia sostanzialmente diviso tra chi sostiene le politiche chaviste e chi preferisce il cambiamento promesso da Capriles. Se a dicembre 2012 vinceva su tre delle ventidue regioni adesso, il governatore di Miranda si è imposto in otto province chiave.

Maurizio Stefanini su Limes spiega come la debole vittoria di Maduro apra una serie di interrogativi sul futuro del Paese:

il motivo dell’improvviso crollo di Maduro resta ancora da spiegare. Una possibile ipotesi è che sia semplicemente un problema di scarso carisma, drammaticamente venuto alla ribalta nelle derive mistiche della sua campagna elettorale.
Un’altra è che inizi a manifestarsi la possibile divisione del chavismo.

Secondo Niccolò Locatelli, che sempre su Limes illustra le sfide che attendono il neopresidente:

La risicata vittoria elettorale non è insomma una vittoria politica per Maduro: è invece la dimostrazione che il chavismo senza Chávez – soprattutto se rappresentato da un candidato anonimo e privo di carisma – non è tanto più appetibile dell’alternativa rappresentata da un’opposizione credibile. Il voto di domenica segnala (e non è la prima volta) la stanchezza dei venezuelani verso la rivoluzione bolivariana.

Oggi in Venezuela non sono rari i black out, c’è scarsità di generi alimentari, l’inflazione è oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti.
A corollario di una situazione economica non entusiasmante (anche se Caracas è cresciuta di oltre il 5% nel 2012) ci sono due fenomeni, la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti, portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.

Ma la corruzione è figlia di un sistema di potere di cui Maduro è il vertice, peraltro non pienamente legittimato dal risultato elettorale: difficile che il neopresidente possa essere davvero incisivo al riguardo. Più praticabile, anche se per nulla facile, risanare il bilancio pubblico e cercare di ridurre la violenza.
Maduro sarà inoltre chiamato a scelte decisive in politica estera: continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino, o proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Hugo Chávez negli ultimi mesi della sua vita?

Secondo Linkiesta:

adesso c’è un fenomeno provato: Capriles è capace di ottenere più di sette milioni di voti e spaventare un chavismo, che fino a ieri sembrava impossibile battere. 
Insomma, il socialismo del XXI secolo è stato duramente bastonato e ha smesso di essere l’unico prodotto disponibile negli scaffali della politica nazionale venezuelana: lì accanto c’è adesso un’alternativa che ha già messo radici. E credibilità.
La rivoluzione non è più un offerta superiore e il modello ideologico chavista ne è uscito deprezzato. Quello che comincia allora non è un nuovo governo, ma la continuità di un’amministrazione stantia e vecchia, che fatica dopo quattordici anni al potere. E lo spettro dell’ingovernabilità bussa alla porta di Miraflores. Lo si vedeva già nei visi tristi e preoccupati di chi, pur festeggiando, ammetteva intimamente la sconfitta.

Per ogni altra valutazione sul futuro del Venezuela, rimando al mio post sulle elezioni dello scorso dicembre.

Sul piano internazionale, le prime elezioni sudamericane dopo l’era Chávez si terranno il 21 aprile in Paraguay. Ad Asunción è attualmente in carica il presidente Federico Franco, che aveva definito la morte del caudillo un “miracolo”, in quanto il presidente venezuelano aveva dato protezione a Caracas ai terroristi dell’Esercito paraguayano del popolo (Epp). Successivamente Franco, a causa delle infuriate reazioni dal Venezuela e dagli altri paesi filo-chavisti, ha dovuto correggere il tiro.
Allo stesso tempo, è ancora da definire il destino dell’Alba (Alleanza Bolivariana per i popoli di nostra America), fondata da Fidel Castro e dal defuno presidente venezuelano per offrire all’America Latina un modello alternativo al capitalismo statunitense. Per molti analisti si tratta di un progetto contro-egemonico, basato in primo luogo su alcuni concetti innovativi di immediata rilevanza economica. Al centro ci sono il recupero del ruolo dello Stato nella gestione degli scambi internazionali e nella distribuzione, e il pagamento delle merci attraverso beni e servizi. Il libero commercio cessa così di essere un obiettivo fine in se stesso: nella visione dell’Alleanza può essere utile, non deve essere un dogma. Un progetto ambizioso, insomma, ma solo i prossimi anni ci diranno se sarà in grado di sopravvivere ai suoi fondatori.
Il tutto a testimonianza di come il leader bolivariano domini la scena anche ora che non c’è più, non solo nel suo Paese.

L’eredità di Chávez

La morte di Chávez era nell’aria. Lo dimostrava il fatto stesso che il presidente fosse rientrato in Venezuela per passare in patria la fase terminale della sua malattia: la sanità di Caracas non è certo all’altezza di quella di L’Avana, quindi non sembrava sensato proseguire le cure a casa. A meno che non ci fosse più nulla da fare.
Anche se i dettagli della sua malattia non sono mai stati rivelati, si ritiene che sia morto a causa di un cancro manifestatosi nella zona pelvica. Un male che non gli ha neppure lasciato il tempo di prestare giuramento per il suo quarto mandato. E che anche per questo gli garantirà l’immortalità politica.
In ogni caso, se ne va un grande protagonista della politica internazionale.

E’ impossibile raccontare gli ultimi due decenni della storia del Venezuela senza nominare Chávez, tanto è stata importante la sua figura. Tuttavia, la rivoluzione bolivariana resta  incompiutae a questo punto c’è da chiedersi se rimarrà tale. Se si procederà a regolari elezioni, probabilmente vincerebbe un rappresentante del fronte chavista (come Nicolas Maduro, indicato come successore dallo stesso Chávez, oppure Diosdado Cabello, o Elías Jaua) e il progetto potrebbe essere portato avanti. Se invece prevalesse un candidato dell’opposizione (Capriles) il Venezuela volterebbe pagina, ad un prezzo – in termini di stabilità politica – al momento impossibile da prevedere.

Chávez, secondo Linkiesta:

Ha unito il tradizionale caudillismo latinoamericano a una orgogliosa difesa della lotta di classe, che un giorno ha ribattezzato con il nome più moderno di Socialismo del secolo XXI.

Ma la politica di Chávez in America latina ha avuto anche altre conseguenze: la rivoluzione cubana è riuscita a sopravvivere agli embarghi Usa grazie agli aiuti di Caracas. I governi di Bolivia ed Ecuador sono nati sotto la stella chavista. E il presidente Comandante è stato anche responsabile, con l’appoggio di Néstor Kirchner e di Lula, del fallimento dell’Alca, l’Area di libero commercio delle Americhe, voluto dall’allora capo degli Stati Uniti George Bush. Un episodio che ha segnato la rottura dei rapporti con l’America a stelle e strisce, con tutte le limitazioni imposte dalla globalizzazione economica.

E oggi, alla sua morte, i dati parlano chiaro: l’inflazione è la più alta al mondo, il tasso di cambio e le riserve internazionali in caduta libera. Alcune importazioni, sebbene aumentate di quasi cinque volte dal 2003, non riescono a bilanciare la carenza cronica di generi alimentari o medicine. La produzione petrolifera è in calo e le raffinerie fuori controllo. L’indebitamento poi è in ascesa: nel 2007 sfiorava i 30 miliardi di dollari, oggi è a quota 200. Mentre i piccoli agricoltori e artigiani sono alle prese con una microeconomia a brandelli e con i salari ridotti a zero. E i ranchos di Caracas crescono. L’ultima ambizione presidenziale era governare fino al 2031, in quello che, secondo Chávez, sarebbe stato il decennio d’oro (2020 /2030). Questa volta però il Comandante ha perso la battaglia.

Sempre Linkiesta spiega la centralità del petrolio nella costruzione dello Stato sociale e, di riflesso, nella propaganda del presidente. La conclusione è che spesso gli “Stati personali”, morto il leader, crollano:

Hugo Chávez è stato un Vladimir Putin sudamericano: il rischio per un paese ricco di petrolio come il Venezuela è che potentati privati emergano e diventino più forti dello stato – e Chávez ha fatto in modo che ciò non avvenisse. Se questo ha richiesto di imprimere una direzione autoritarista al paese, il lidér non si è mai fatto problemi. Il petrolio è diventato cosa di stato.
L’unica forma possibile di opposizione alla regola statale era quella borghese. Per questo sono stati impiegati tutti i mezzi per evitare che la classe alfabetizzata e benestante avesse qualsiasi tipo di espressione politica. Quando una decina di anni fa quasi due milioni e mezzo di venezuelani firmarono una petizione contro di lui, la lista dei nomi fu pubblicata (la famigerata “Lista Tascòn”) e per un periodo è stata attivamente usata per l’esautorazione dei firmatari dalle aziende statali.

L’idea di comprare consenso con il petrolio è tipica per uno stato petrolifero. E se i soldi del greggio mancavano, Chávez non si è mai fatto problemi a trovarne da altre parti: prima delle ultime elezioni nell’ottobre 2012, il presidentissimo si è fatto prestare soldi dalla Cina – tanto che l’anno scorso il deficit del paese è arrivato al 7,8%, almeno ufficialmente.
Perché alla fine, che lo si voglia o meno, il Venezuela di Chávez non si è mai riuscito a elevarsi rispetto allo status terzomondista di “paese petrolifero”. Il ritmo della vita politica, sociale, economica è dettato dalla velocità alla quale il petrolio esce dal terreno.

Si sostiene che il “chauvismo” possa rimanere nella storia come il peronismo in Argentina. Il problema, però, è che mentre il peronismo si nutre di povertà – che non manca mai – il chauvismo ha come ingrediente fondamentale il petrolio. È un’ideologia che si mantiene in vita finché ci sono barili da vendere. Sarà condannato alla cantina della storia per i limiti stessi della sua tenuta: Chávez lascia un Venezuela in cui, secondo Moisés Naim, «il deficit fiscale è pari al 20% dell’economia, un mercato nero in cui il dollaro è quotato quattro volte di più rispetto al valore ufficiale, un debito dieci volte più grande rispetto al 2003, un sistema bancario fragile e un’industria petrolifera in caduta libera».
Proprio quest’ultimo punto è stato il tallone d’Achille di Chávez: la produzione petrolifera è scesa da del 13% a 2,7 milioni di barili al giorno nel 2011 (ma c’è chi stima anche 2,3-2,5), rispetto a quando ha preso il potere nel 1999. Non è sostenibile per un paese così che la produzione diminuisca. Questo dato, unito all’effetto dei prezzi del petrolio più bassi rispetto alle previsioni, spiega anche perché il Venezuela si sia indebitato così tanto: i programmi sociali finanziati dal greggio non possono essere interrotti, e tagliare la spesa pubblica significa immediata rivolta sociale.
È così che si squarcia il velo del “neobolivarismo” sulla realtà economica del paese. È un bel brand per chi è costretto a crederci in patria, e per chi si costringe a farlo da fuori. Nonostante accurati sforzi di diversificazione verso la Cina, il maggior mercato per il petrolio venezuelano è sempre stato quello degli Stati Uniti. Chavez aveva nazionalizzato gli asset stranieri, ma stava pagando a caro prezzo la scelta, con la diminuzione della produzione.

Le sovvenzioni populiste hanno ridotto il costo della benzina a un dollaro al pieno, forse il prezzo alla pompa più basso al mondo, ma costano miliardi in termini di entrate statali, a fronte di un considerevole peggioramento della congestione sulle strade e dell’inquinamento atmosferico. E come spesso accade, il populismo ha alimentato anche il mal funzionamento della burocrazia e la corruzione, mentre poco si è fatto sul tema della sicurezza. Nell’ultimo decennio gli omicidi sono triplicati a quasi 20.000 all’anno, mentre le bande criminali rapiscono le loro vittime alle fermate degli autobus e lungo le autostrade.
Senza contare l’economia. In febbraio il bolívar, la moneta nazionale, ha subito una svalutazione del 30%. Il mondo finanziario giudica tale mossa necessaria, ancorché ritardataria e insufficiente. Caracas ora godrà di un export più competitivo e potrà riassestare le casse dello Stato, anche se c’è il rischio di veder ulteriormente aumentare un’inflazione che a gennaio ha toccato quota 22% su base annua.
Per tutte queste ragioni il New York Times afferma che Chávez, ”in definitiva, è stato un pessimo manager“.
Dello stesso tenore Gianni Riotta su La Stampa:

Indirizzando nei quartieri popolari un po’ dei profitti del petrolio di cui il Paese è ricchissimo, Chavez ottiene il consenso di tantissimi, maturato poi in ammirazione formidabile, alla Peron in Argentina: un leader, spesa pubblica sfrenata, folla adorante.

C
’è però «l’altro» Hugo Chavez, censurato dalle cronache commosse. Il Chavez che impone a tutte le tv i propri, infiniti, discorsi. Il Chavez che licenzia 19.000 lavoratori del Petróleos der Venezuela perché hanno osato scioperare senza permesso. Il Chavez che impone un suo «lodo» per togliere autonomia alla Corte Costituzionale e cambia le regole elettorali pur di conservare la maggioranza di deputati all’Assemblea Nazionale.
L’imponente spesa pubblica, una sorta di Cassa del Mezzogiorno lubrificata dal petrolio, gli fa vincere le elezioni e oggi lo fa rimpiangere a tanti cittadini. Ma spaventa e costringe all’emigrazione i migliori professionisti del ceto medio, dottori, ingegneri, docenti universitari e fa crollare investimenti e fiducia, tra nazionalizzazioni sfrenate e corruzione. Appalti, progetti locali, finanziamenti ad aziende, niente in Venezuela si muove se la macchina politica chavista non riceve le sue mazzette. La corruzione è rampante, e chi non fa parte dei clan deve andarsene. Giornalisti, intellettuali, politici, imprenditori, studenti dissidenti hanno vita dura.
Malgrado l’immensa ricchezza del petrolio il Venezuela è in panne economica. Moises Naim, ex ministro a Caracas e direttore di Foreign Policy, osserva che il Venezuela ha «uno dei deficit fiscali maggiori al mondo, alto tasso di inflazione, valuta in pessimo stato nei cambi, un debito che cresce come nessun altro, crollo della produttività, inclusa industria petrolifera. Cadono gli investimenti, sale la corruzione. Un leader arrivato al potere con la promessa di eliminare gli oligarchi e scandali, è circondato da quelli che in Venezuela si chiamano boliburgueses, casta di dirigenti chavisti, familiari, clienti che hanno ammassato enormi patrimoni in affari loschi col governo». 

Lasciamo il Venezuela per allargare lo sguardo al resto dell’America Latina.

E’ significativa la coincidenza – prima del decesso di Chàvez - tra il rientro in patria del presidente venezuelano e la rielezione in Ecuador di Rafael Correain una sorta di ideale passaggio di consegne tra due leader che hanno molto in comune – attenzione alle classi povere, così come lo scarso rispetto per la libertà di stampa – ma anche molte differenze. Correa, ad esempio, non ha mai elaborato un disegno geopolitico per fare del suo paese una potenza regionale e non può vantare la statura internazionale del suo defunto omologo. E poi non ha i soldi per poter finanziare welfare e geopolitica allo stesso modo, poiché l’economia dell’Ecuador è pari a circa un quarto di quella venezuelana e il petrolio è molto meno.
Negli stessi giorni, la Bolivia di Evo Morales procedeva alla nazionalizzazione di Sabsa, un’impresa spagnola che controlla i principali aeroporti del Paese. Una mossa tipica dei governi di Chàvez e Correa.

Costoro sono stati gli apripista di quel processo di emancipazione che ha affrancato, in varie tappe, l’America Latina dal ruolo di cortiletto di casa degli Stati Uniti in cui era stato relegato fino a non troppi anni fa. Eppure, benché nella memoria collettiva del Sud America Chávez sia destinato a rimanere un simbolo, la sua scomparsa non dovrebbe modificare di molto gli equilibri regionali. Il Subcontinente di oggi è ben diverso da quello di vent’anni fa, e alla retorica infiammata dei Chávez e compagnia si è affiancata una corrente di governi di centro-sinistra meno radicali e più attenti alla crescita economica, sul modello di Lula in Brasile.
Ma la notizia della morte del Comandante è ancora troppo calda perché si possa ipotizzare uno scenario a breve termine.

Hugo Chavez sta bene. Il 12 dicembre, il presidente venezuelano è rientrato a Caracas da Cuba, dove si era sottoposto alla radioterapia per curare il cancro. Una settimana dopo, alle elezioni amministrative il suo Partito socialista unito prevale in 20 Stati su 23. E pochi giorni prima, la Bolivia di Evo Morales, amico e alleato di Chavez, aveva sottoscritto il protocollo di adesione al Mercosur come membro a pieno titolo. Sembra imminente anche l’adesione dell’Ecuador, la cui candidatura, così come quella di La Paz, è stata sponsorizzata proprio da Chavez. 
Buone notizie, dunque? Non esattamente.

Per il 10 gennaio è in programma la cerimonia d’insediamento per il suo quarto mandato, ma non è detto che Chavez potrà esserci – in Parlamento c‘è chi propone un rinvio della cerimonia. Anzi, non è neppure detto che il navigato presidente sarà in grado di rimanere al potere.
Limes prova a tratteggiare gli scenari futuri:

Prima di partire da Caracas, Chávez ha lasciato un’indicazione chiara: il suo successore, nel caso lui non fosse in grado di esercitare i poteri presidenziali, dev’essere proprio Maduro, da poco vicepresidente e ministro degli Esteri da 6 anni. Sia, come prevede l’articolo 233 della Costituzione, per quanto riguarda la fine dell’attuale mandato (manca meno di un mese); sia se il 10 gennaio 2013, giorno in cui è prevista l’inaugurazione del nuovo sessennio presidenziale, Chávez non potesse assumere l’incarico. In questo secondo caso la Carta venezuelana prevede che i poteri presidenziali siano conferiti al presidente dell’Assemblea Nazionale (attualmente Diosdado Cabello), che deve convocare nuove elezioni entro 30 giorni: l’attuale capo di Stato ha chiesto al suo popolo di scegliere Maduro.

Il probabile passo indietro di Chávez solleva un interrogativo di lungo periodo(cosa rimarrà del chavismo?) e uno più contingente: chi dopo di lui? Maduro ha ricevuto l’appoggio presidenziale, ma succedere all’attuale capo di Stato non sarà facile: non si può dare per scontato che la boliborghesia, ossia quell’apparato di potere che ha guadagnato soldi e influenza negli anni di Chávez, si schieri unanimemente con lui. Il ministro degli Esteri è un ex autista di autobus e sindacalista dato per vicino alle posizioni più “moderate” del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv, la formazione chavista); amico del presidente dagli anni Ottanta, in qualità di cancelliere è stato in questi anni l’uomo – dopo Chávez – più in contatto con i leader dei paesi alleati.

Il dubbio sulla lealtà dei militari a un presidente diverso dall’attuale interessa naturalmente anche il fronte dell’opposizione, che intravede per la prima volta in un decennio la possibilità concreta di tornare al potere in maniera costituzionale, dopo il fallito golpe del 2002. Rientrato nell’alveo della legalità, il variegato schieramento delle forze anti-chaviste è riuscito quest’anno a unirsi e a proporre un candidato unitario alle elezioni presidenziali di novembre. Henrique Capriles Radonski, già governatore dello Stato di Miranda, ha conquistato un numero di voti record per un avversario di Chávez, circa 6,6 milioni – ma ha pur sempre perso con uno scarto del 10%, pari a più di un milione e mezzo di voti.

I problemi del Venezuela dopo 14 anni di Hugo Chávez sono noti: corruzione, violenza, inflazione alta, eccessiva dipendenza dall’export di petrolio. Se sarà necessario e possibile eleggere democraticamente un nuovo presidente, cambierà la maniera di affrontarli, a seconda che il capo di Stato sia un bolivariano o un esponente dell’opposizione.
Nel primo caso, soprattutto con Maduro al governo, è lecito immaginare continuità in politica estera e guanti di velluto nei confronti della boliborghesia. Con Capriles verrebbe salvaguardata la spesa per le classi più disagiate – che si confermerebbe una delle principali eredità di Chávez, molto più della retorica anti-imperialista – ma il paese si allontanerebbe dall’internazionale chavista (Cuba-Bolivia-Ecuador-Nicaragua-Iran-Siria-Bielorussia-Corea del Nord) per riavvicinarsi agli Usa. Un presidente dell’opposizione che non fosse Capriles forse prenderebbe decisioni diverse in politica interna, ma sicuramente si lascerebbe alle spalle le alleanze bolivariane.

Chavez esce (forse) di scena proprio nel momento in cui la crescente radicalizzazione all’interno del Mercosur (evidenziata dalle discusse prese di posizione di Cristina Kirchner) avrebbe favorito e rilanciato la proiezione in politica estera del Venezuela.
Ma nel Mercosur non è tutto oro quello che luccica. Con l’ingresso del Venezuela il Mercato comune del Sud è arrivato a coprire il 72% del territorio sudamericano, con un PIL di 3,32 miliardi di dollari, una popolazione da 375 milioni di abitanti e con una grossa fetta delle riserve provate di greggio mondiali (Caracas ne possiede il 19,6%). Ma nello stesso tempo l’interscambio commerciale tra i Paesi che ne fanno parte si è ridotto del -10,8% nell’arco gennaio-ottobre 2012, rispetto all’analogo periodo del 2011: soprattutto per il -18% di acquisti da parte dell’Argentina. Evidente che il nazionalismo economico della Kirchner sta mettendo in difficoltà anche i Paesi vicini.

Anche sul fronte interno la situazione presenta luci e ombre. Formalmente il fronte di Chavez ha vinto le elezioni locali, ma il principale esponente dell’opposizione, quel Capriles che aveva sfidato Chavez alle presidenziali di ottobre, si conferma a capo dello Stato di Miranda. E proprio la presenza di Capriles – nonché di altri leader emergenti, come Henri José Falcon Fuentes e Liborio Guarulla Garrido - sembra indicare come, nel momento in cui il carisma di Chávez viene meno, proprio nella nascita di carismi altrettanto forti l’opposizione può trovare la sua riscossa.

Dopo quasi 14 anni al potere, la stella di Chavez potrebbe essere vicina al tramonto.

Una volta i flussi migratori si dirigevano dalle colonie verso i Paesi che ne furono la madrepatria. I capitali, invece, seguivano il percorso inverso: le industrie nazionali investivano nelle economie emergenti, sfruttando le opportunità (basso costo del lavoro, materie prime, ecc.) offerte dalle loro economie in crescita.
Oggi la musica è cambiata: i flussi migratori si sono rovesciati, e così sono i talenti del Vecchio Continente, lasciati senza prospettive nelle nostre lande, ad emigrare verso il Nuovo mondo, e non più viceversa. I capitali, al contrario, da qui affluiscono copiosi per sostenere le esangui economie mediterranee.
Spagna e Portogallo sono l’esempio più lampante di questa nuova tendenza. La crisi economica ha invertito i ruoli tra colonizzati e colonizzatori. Una versione moderna della (ri)colonizzazione in cui la storia sta decretando la rivincita di quelli su questi.

Spagna

La stampa spagnola parli addirittura di “esodo” per descrivere il fenomeno della migrazione dei giovani (e non solo) iberici in terra argentina: nel 2011 50mila persone hanno lasciato la madrepatria per raggiungere l’ex colonia. All’inizio di quest’anno il Wall Street Journal segnalava che nel 2011 per la prima volta negli ultimi vent’anni la Spagna ha registrato più partenze che arrivi – in altre parole gli emigranti hanno superato gli immigrati -, e che secondo i sondaggi il 62% degli oltre cinque milioni di spagnoli oggi senza lavoro sarebbero disposti a lasciare il Paese pur di ottenerne uno. Linkiesta aggiunge che Nei primi tre mesi di quest’anno il saldo negativo si rafforza. Sono stati infatti in 132.000 ad andarsene poco più di 100.000 ad arrivare: il primo paese di destinazione è sì il Regno Unito, seguito da Francia, Stati Uniti e Germania, ma le tendenze emergenti sembrano essere altre: Ecuador (+36%), Perù (+16%), Colombia (+11%) e Cile (+10%). Un vero e proprio ritorno alle ex colonie, soprattutto nei settori edili e dell’estrazione mineraria, ma che coinvolge anche i cosiddetti cervelli in fuga.
Secondo l’OCSE, accade addirittura che cittadini originariamente argentini, emigrati in Europa durante la crisi del 2001 e naturalizzati spagnoli, stiano ora facendo ritorno a Buenos Aires e dintorni. L’inquietudine riguarda anche il numero complessivo della popolazione spagnola destinata a ridursi, nei prossimi dieci anni, dagli attuali 47 milioni a poco più di 45.
Per Maurizio Stefanini su Limes racconta come al XXII Vertice Ibero-Americano il governo di Mariano Rajoy ha chiesto di facilitare l’emigrazione dei giovani spagnoli verso l’America Latina, esortando le multinazionali della regione ad investire in Spagna:

Il dato piuttosto imbarazzante sia per la Spagna che per il Portogallo è che ormai questo vertice non rappresenta più tanto un’occasione per offrire aiuto ai paesi latinoamericani, bensì per chiederlo. Clamorose, in particolare, le interviste con cui Jesús Gracia, sottosegretario alla Cooperazione e per l’Iberoamerica nel governo Rajoy, ha chiesto di “rendere più facile l’emigrazione dei giovani spagnoli nell’Iberoamerica”. “Di fronte alla crisi spagnola, molti ibero-americani stanno tornando ai loro paesi, con alcune capacità che prima non avevano, accompagnati da giovani spagnoli con buona formazione che cercano un’opportunità di impiego. Non va visto come un dato negativo. Si stanno sviluppando nuove forme di emigrazione per rendere più facile l’inserimento lavorativo. C’è un deficit di tecnici specializzati in paesi come Colombia, Perù o Brasile dove possono essere i benvenuti”.
Nel 2012, circa 50 mila spagnoli sono emigrati: 9 mila sono andati in America Latina, il cui pil a livello regionale dovrebbe crescere del 3,2% nel 2012 e del 4% nel 2013; nel 2006 solo 3600 spagnoli erano emigrati qui. L’impressione è che stia per scatenarsi un’ondata.
Rajoy ha chiesto “regole del gioco chiare” per le imprese spagnole che investono in America Latina, al fine di evitare nuovi casi Ypf. A tutt’oggi, le imprese spagnole quotate in Borsa hanno fatturato in America Latina 115 miliardi di euro, pari a un quarto della propria cifra di affari. Il premier spagnolo ha inoltre esortato lemultilatinas - le nuove multinazionali latino-americane, che quasi in contemporanea si riunivano in un forum a Bogotá – a investire in Spagna. “Se nel passato l’America Latina è stata un’opportunità per l’Europa, adesso l’Europa è un’opportunità per l’America Latina”.Dulcis in fundo, la Spagna sta chiedendo di essere ammessa all’Unasur.
Stiamo assistendo a un capovolgimento di prospettive di dimensioni epocali. Il prossimo appuntamento sarà a Panama, il 18 e 19 ottobre 2013, nel 500esimo anniversario dalla scoperta del Pacifico proprio da parte dei Conquistadores arrivati nel territorio dell’Istmo.

Portogallo

Lisbona non se la passa tanto meglio. Dal 2009 a oggi, 440 mila persone hanno lasciato il Portogallo, spinti da un tasso di disoccupazione altissimo – 13,6 percento nel 2011 – e da un’economia in pieno stallo. Solo nell’ultimo anno 70.000 lusitani hanno preso il volo per il Brasile attratti dalle opportunità di lavoro offerte in ragione dei massicci investimenti intrapresi per la Coppa del Mondo 2014 (500 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero PIL di Lisbona).
Qualcuno ha optato anche per l’Angola: nel 2007 solo 156 portoghesi hanno chiesto un visto per l’Angola. Nel 2010 il loro numero è salito a 23.787. Luanda è sì una delle capitali più care al mondo, in stridente contrasto con l’infima qualità della vita, ma se in Portogallo lo stipendio di un ingegnere civile non raggiunge i mille euro, laggiù lo stesso ingegnere può arrivare a guadagnare quattro volte tanto.
Anche il Mozambico è una destinazione ambita: nel 2010, infatti, il Paese ha rilasciato quasi 12 mila permessi di residenza a cittadini portoghesi, il 13% in più dell’anno precedente. Il numero di residenti conta oggi 21 mila portoghesi e continua ad aumentare.
E poi c’è Macao, la Las Vegas del mondo lusofono.
Panorama riporta alcuni dati:

Il contatore dell’emigrazione corre al ritmo di circa 40 mila persone l’anno e il numero di cittadini portoghesi registrati in Angola, il più grande produttore di petrolio in Africa dopo la Nigeria, è cresciuto del 64% nel 2010, arrivando da quasi 92 mila presenze.
Il Mozambico segna +23% sul 2008 e il Brasile + 9%, con oltre 705 mila persone coinvolte. Il Primo Ministro Pedro Passos Coelho, consapevole del peso crescente dei sussidi di disoccupazione sugli sforzi per tagliare le spese e raggiungere i rigorosi obiettivi di bilancio stabiliti dal piano di salvataggio, ha invitato gli insegnanti disoccupati a prendere in considerazione le alternative in tutto il mercato di lingua portoghese.

Linkiesta aggiunge che inversione dei ruoli non riguarda solo il mercato del lavoro:

In cambio dei fondi concessi nel maggio del 2011 per evitare il default, 78 miliardi di euro, Europa e Fmi hanno imposto a Lisbona alcune condizioni, compresa una massiccia dose di privatizzazioni, a partire dalla Edp (Energias de Portugal) e dalla Ren (Reds Energéticas Nacionais). Sulla lista dei compratori l’Angola è in prima fila. Il campione degli investimenti esteri di Luanda è la Sonangol, il gigante petrolifero nazionale, che ha già una partecipazione del 14 per cento nella più grande banca privata portoghese, la Millennium Bcp. All’inizio del 2011 ha comprato una fetta della Escom Investments, del Grupo Espirito Santo, e adesso ambisce ad entrare nella Galp, la compagnia energetica statale di Lisbona.
Se in precedenza erano le banche portoghesi a dominare il mercato di Luanda, l’ex colonia è diventata colonizzatrice anche in ambito finanziario. Isabel dos Santos non è soltanto la quarantenne figlia del presidente angolano. È la manager che ha conquistato le cronache di Forbes grazie alle sue scorribande economiche. Dal 2008 è azionista di Portugal Telecom e fa parte del cda della Edp, del Banco Português de Investimento e del Banco Espirito Santo. Nel 2010 la sua Kento Holding ha comprato il dieci per cento di Zon Multimedia, leader nel mercato della pay tv e secondo provider internet portoghese. L’angolana Bic, di cui possiede una quota, ha comprato il Banco Português de Negócios – che era stato nazionalizzato nel 2008 in seguito a problemi finanziari – per una cifra molto inferiore a quella inizialmente richiesta.
In questo momento è Luanda a fare la voce grossa.

E la voce grossa, l’Angola la fa davvero. Forte dei capitali investiti a Lisbona e attraverso l’influenza dell’onnipotente Sonangol, il regime di Luanda riesce a condizionare la libertà di stampa all’interno dell’ex madrepatria, al punto da far “dimenticare” ai media lusitani che l’Angola, dopo tutto, è e rimane un Paese non democratico. Ma non è il momento per le critiche: il Portogallo ha bisogno di soldi e di esportare beni, l’Angola, invece, di soldi ne ha a palate ma ha bisogno di tutto il resto. Domanda e offerta si incontrano, e la situazione sociopolitica dell’ex colonia diventa un tabù.
Oggi 
i rapporti di forza sono questi.

Questa settimana sono ufficialmente iniziati ad Oslo i negoziati tra il governo della Colombia e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejercito del Pueblo (FARC), per porre fine a un conflitto che dura dal 1964. Al tavolo, oltre ai garanti di differenti nazionalità (norvegesi, cubani, cileni e venezuelani) siederanno dieci rappresentanti del governo di Bogotà e dieci delle FARC. L’occasione è unica e offre un reciproco vantaggio per le parti: alle FARC, l’opportunità di lasciarsi alle spalle la propria identità di gruppo terrorista, per proporsi come forza politica nel panorama colombiano; al presidente Juan Manuel Santos, un successo di prestigio in vista delle prossime elezioni.
La trattativa dovrà essere condotta con attenzione per non ripetere gli errori commessi in passato. Tuttavia, come sempre in questi casi, l’ottimismo è d’obbligo.

Bogotà non è mai stata vicina alla pace come adesso. Le FARC, indebolite dalle ultime operazioni militari del governo – costate la vita ad alcuni dei suoi comandati -, e spaccate all’interno da contrasti tra la leadership centrale e quelle periferiche, hanno accettato di sedersi al tavolo dei negoziati anche senza un formale cessate il fuoco. Inoltre, la presenza di Paesi esterni – alcuni denotati da affinità ideologiche col gruppo, come Cuba e Venezuela – e la cornice di Oslo sono ulteriori elementi che contribuiscono a placare la tensione. Ma che allo stesso tempo potrebbero rendere il processo di pace più complicato.

Innanzitutto, il declino delle FARC, prima ancora che strategico-militare, è politico. Fino a poco tempo fa, la più antica formazione guerrigliera dell’America Latina ha costruito la sua fama sulla retorica della lotta in favore dei contadini contro i soprusi dello Stato centrale. Oggi, però, la giustificazione marxista non funziona più. La scelta del gruppo di accettare un negoziato di pace segue una serie di segnali del fatto che i ceti popolari non simpatizzano né sostengono più la sua causa. Lo scorso dicembre, ad esempio, centinaia di migliaia di colombiani hanno protestato contro le FARC per l’uccisione di quattro ostaggi detenuti dal gruppo per oltre un decennio. In risposta alla crescente pressione popolare, nel mese di febbraio il leader Timoleon Jimenez (detto Timochenko), ha annunciato che le FARC avrebbero abbandonato sequestri di persona a scopo di estorsione. Anche le comunità indigene hanno espresso la propria frustrazione per i brutali metodi di reclutamento non tanto per la guerriglia armata, quanto per garantirsi sempre nuova manodopera per le miniere illegali (soprattutto d’oro), seconda fonte di finanziamento del gruppo dopo il narcotraffico.

Il declino politico del gruppo ha portato altresì ad una progressiva perdita di coesione: prova ne è il rifiuto di alcuni comandanti di locali di partecipare ai colloqui di Oslo al fianco di Timochenko.
Negli ultimi anni, e in particolare dal 2003, le FARC si sono trovate nella necessità di adottare una struttura meno centralizzata. L’offensiva militare intrapresa dall’allora presidente Alvaro Uribe solo un anno prima stava mettendo il gruppo con le spalle al muro, pertanto il gruppo decise di assegnare sempre maggiore autonomia alle milizie locali, creando così dei centri decisionali e operativi più snelli ed efficienti. Ma questo portò ad una crescente difficoltà di comunicazione tra il centro e le periferie, reso ancora più difficoltoso dal lavoro dell’intelligence governativa volto ad intercettare e disturbare i messaggi tra il comando centrale e le sue varie postazioni logistiche. Benché il centro abbia sempre mantenuto il controllo sui comandanti locali (anche punendo quelli disobbedienti), diversi i messaggi a firma di Alfonso Cano, alla guida delle FARC dal 2008 alla fine del 2011 (quando fu ucciso dall’esercito regolare), scritti  tra il 2005 e il 2007 e  intercettati dalle autorità, confermano le difficoltà dei guerriglieri di mantenere i contatti tra il comando centrale e le varie diramazioni logistiche.
Il decentramento delle FARC lascia qualche dubbio sull’efficacia di un eventuale accordo di pace. E’ difficile pensare che sarà rispettato in misura uniforme, vista la contrarietà di alcuni comandanti locali ai negoziati. Inoltre, dopo la pace bisognerà porsi il problema del reinserimento del gruppo nella vita civile, non solo in quella politica. Alcuni generali – come lo stesso Timochenko – quasi sicuramente si lanceranno nell’arena politica, ma cosa faranno quelli che ne resteranno fuori? In particolare i vertici di medio livello attualmente coinvolti nel traffico di droga o nelle estrazioni minerarie, visti gli alti proventi di tali attività e senza contropartita, non hanno incentivi all’abbandono dell’illegalità.

Infine, il processo di pace ha importanti risvolti geopolitici. Niccolò Locatelli su Limes spiega perché Fidel Castro, leader di Cuba (paese garante con la Norvegia) e Hugo Chavez, appena rieletto alla guida del Venezuela (paese accompagnante con il Cile) avrebbero molto da guadagnare dal successo delle trattative:

Oltre all’incontro dello scorso agosto, dopo l’apertura formale dei colloqui a Oslo il resto della trattativa si svolgerà a Cuba. Per il regime – in particolare per Fidel Castro – sarebbe una vittoria diplomatica se il governo colombiano e la guerriglia di ispirazione marxista-leninista arrivassero a un accordo definitivo. Da poco dopo il trionfo della rivoluzione castrista (1959) alla fine della guerra fredda il governo comunista di L’Avana è stato considerato una minaccia alla pace e alla stabilità mondiale, per via dei suoi legami con l’Unione Sovietica e del suo attivismo economico, politico e militare, non confinato all’emisfero occidentale.
Il negoziato tra Farc e Bogotá, nel quale l’isola ha la stessa qualifica di un paese simbolo della pace come la Norvegia, è l’occasione per emendare questo giudizio. Venticinque anni dopo l’assegnazione del Nobel per la pace ad Oscar Arías e 50 anni dopo la crisi dei missili, Castro potrebbe avere un ruolo simile a quello del presidente costaricano, la cui mediazione fu decisiva per terminare i conflitti in America Centrale. Il líder máximo non ha mai avuto rapporti calorosi con le Farc e ha reso nota da anni (anche attraverso un libro) la sua opposizione al proseguimento della lotta armata. Per motivi anagrafici e di salute, è lecito ritenere che il processo di pace in Colombia sia una delle ultime grandi avventure di politica estera in cui si imbarca Cuba mentre Fidel è ancora in vita: se questi riuscisse a indirizzare le trattative verso il successo, il giudizio complessivo sulla sua figura non potrebbe non tenerne conto.
Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha aspirazioni solo in parte simili. Anche lui potrebbe rivendicare parte del merito di un’eventuale fine del conflitto colombiano: il suo nuovo atteggiamento nei confronti del governo della Colombia e delle Farc stesse da quando a Bogotá è stato eletto Juan Manuel Santos è evidente. Questo cambiamento deve molto all’ex ministro della Difesa di Uribe, che una volta divenuto presidente ha adottato una linea conciliatoria nei confronti di Caracas. D’altra parte, il mutato contesto internazionale ha spinto lo stesso Chávez a riavvicinarsi alla Colombia, data l’impossibilità di perseguire sogni di grandeur emisferica. Il Venezuela, una volta santuario delle Farc, è diventato in poco tempo un alleato del governo della Colombia, verso cui ha iniziato a estradare membri della guerriglia e narcotrafficanti.
In caso di successo del processo di pace, Chávez avrebbe quindi buon gioco a esaltare il ruolo del suo paese come facilitatore e mediatore-chiave. Otterrebbe così anch’egli, come Castro, una vittoria diplomatica con cui distrarre e consolare i fautori dell’ormai irrealizzabile (in politica estera) progetto bolivariano.
Il buon esito delle trattative tra Farc e governo della Colombia avrebbe per il Venezuela anche una decisiva ricaduta pratica: contribuirebbe al ritorno della pace e della stabilità lungo gli oltre 2 mila chilometri del confine. Su questa zona i rispettivi Stati faticano ad esercitare la loro autorità: il contrabbando è florido, guerriglie e paramilitari agiscono indisturbati, si moltiplicano le violazioni dei diritti umani patite dai civili; in Venezuela ci sono attualmente oltre 200 mila profughi colombiani, di cui solo una minoranza è stata ufficialmente accettata con lo status di rifugiato da Caracas.

C’è chi l’ha definita la madre di tutte le riforme: il Governo di Cuba ha annunciato ieri che i propri cittadini potranno viaggiare all’estero – liberamente, o quasi.
Una buona notizia, a parole. Ma un attento esame della realtà ci invita a non lasciarci andare a facili entusiasmi. Secondo IlSole24Ore:

Le possibili trappole che si nascondono nelle pieghe di quest’annuncio, sono varie: la prima riguarda le autorità cubane, che mantengono il diritto alla concessione dei passaporti. E quindi resta ampio il margine di arbitrarietà con cui vengono rilasciati. La seconda riguarda i costi del passaporto che potrebbero mantenersi elevatissimi per un cubano che guadagna 15 dollari al mese. La terza trappola, messa in luce dai cubani residenti a Miami, riguarda la possibilità di rientro: l’Associazione “Cubademocratica Ya”, spiega che «le difficoltà permangono e la riforma non prevede percorsi più agevoli. I cubani dovranno richiedere permessi presso consolati cubani all’estero».

Non a caso, secondo i dissidenti, la legge trae in inganno: invece di consentire una maggiore libertà ai cubani, ne calpesta i diritti.
A frenare la mobilità dei cittadini cubani all’estero c’è poi un altro ostacolo. E stavolta Cuba non c’entra. In una lunga analisi di cui qui riporto solo alcuni passaggi, RadioCittàAperta spiega le trappole della burocrazia europea (e non cubana):

Quella della Tarjeta blanca è una pratica che documenta la richiesta di viaggio all’estero del cittadino cubano e che poi  ne registra anche il rientro. Di più: Cuba dà un permesso d’uscita di ben 11 mesi (da gennaio 2013 con la nuova legge aumentato a 24 mesi), di fronte ai soli uno,due o massimo tre mesi che concedono i Paesi europei, per esempio l’Italia. Ma ecco che qui compare il vero e concreto incubo dei cubani viaggiatori per turismo, cioè l’ottenimento dei visti  d’entrata stranieri, per esempio, del visto italiano.

Perchè è proprio questo il maggiore e impervio ostacolo al viaggio turistico in Italia per ritrovare amici, fidanzati o possibili e futuri mariti o mogli. Il no, non raro, del consolato italiano.

dopo aver inoltrato una fitta quantità di documenti, quasi una decina, che costano almeno 600 euro, e molti dei quali devono essere fatti in Italia dalla persona straniera invitante e garante.

Insomma la massa dei documenti e dei costi riguarda la parte italiana del visto, non quella cubana.

Questo punto finale dice chiaro e tondo che la presentazione della domanda e della documentazione non garantisce il rilascio del visto. … Dei Paesi europei, non di Cuba! E’ chiaro il concetto, o no?

Altro che “Finalmente i cubani possono viaggiare all’estero col solo passaporto”. Ma dove vanno, come  possono partire dall’isola se non hanno il visto d’entrata in Europa? E’ quel visto che è la chiave e l’ostacolo di tutto.

anche perchè a volte succede che lo straniero entrato con visto turistico poi non ottempera all’obbligo di rientro nel proprio paese d’origine e permane quindi clandestino.

La “tarjeta blanca” per i paesi europei (definita famigerata dai giornali italiani) non c’entra niente, abbiamo gia spiegato che l’ostacolo vero all’uscita da Cuba è la concessione, difficoltosa, dei visti d’ingresso dei paesi riceventi.

Morale della favola: al di là degli sbandierati annunci, l’efficacia del provvedimento è ancora tutta da verificare. Peraltro, non si tratta neppure di una “svolta” o tanto meno una “apertura” del regime, perché la misura era attesa da tempo, e precisamente dal sesto Congresso del Pcc dell’aprile 2011, quando Raul Castro annunciò un timido programma di riforme da implementare (lentamente) negli anni a venire.
In definitiva, cosa si nasconde dietro questa “libertà” di viaggiare?
Prova a rispondere Danilo Manera su Limes, attraverso un’attenta riflessione sulla tempistica:

Quel che accade a Cuba ha molto spesso una valenza di politica estera e va messo in rapporto con la situazione mondiale. Un annuncio come questo viene fatto dopo la vittoria elettorale dell’irrinunciabile alleato Hugo Chávez, che ha ridato respiro a Castro. Ma arriva anche in piena campagna elettorale statunitense, come scelta unilaterale (è infatti improbabile che la commissione migratoria bilaterale sia andata avanti in segreto su questi temi), dalle conseguenze imprecisabili.
Infine, i più maliziosi sottolineano la coincidenza con un momento in cui l’attenzione internazionale era rivolta al caso di Ángel Carromero, militante del Partido Popular spagnolo appena condannato a 4 anni per l’incidente d’auto in cui ha perso la vita il leader oppositore Oswaldo Payá. Le circostanze non risultano chiare e al processo non sono stati ammessi né la famiglia di Payá né la nota giornalista indipendente Yoani Sánchez.
Insieme al forte sollievo per questo riconoscimento, sia pure parziale, di uno di quei diritti elementari che il regime ha a lungo negato ai cittadini cubani, c’è dunque ancora cautela, sia nell’isola che nella diaspora, sull’effettiva libertà di viaggiare, un bene preziosissimo a qualunque latitudine.

Per avere un quadro completo sulle recenti elezioni in Venezuela, si veda questo esauriente post su BloGlobal. Qui mi limito ad alcune considerazioni.

Dopo la sua rielezione, Hugo Chavez ha promesso di diventare un “presidente migliore” e di lavorare con l’opposizione per proseguire la rivoluzione bolivariana. Opposizione che stavolta non può neppure lamentarsi di presunti brogli: il sistema di voto è completamente automatizzato e lo scarto di dieci punti sullo sfidante Capriles non lascia spazio a dubbi sull’esito finale. Ad ogni modo, per Chavez si tratta di una conferma, ma non di un successo.

In primo luogo perché, al di là dei proclami infarciti di populismo (a cominciare dalla frase con cui ha inaugurato la sua campagna elettorale: “Nei prossimi 100 giorni saranno decisi i prossimi 100 anni del Venezuela… una rivoluzione non si misura in un anno o in dieci, ma nei secoli”), le sfide per il suo governo sono veramente tante. Linkiesta:

Chávez dovrà da subito affrontare tre dei problemi sottolineati dall’opposizione in campagna elettorale: l’inflazione galoppante a tassi di quasi il 30% all’anno; il debito pubblico, passato da 34 a 150 miliardi di dollari nell’ultimo decennio; e l’insicurezza. Con un tasso che oscilla, a seconda delle fonti, tra i 49 e i 67 omicidi ogni centomila abitanti, il Venezuela è uno dei paesi più violenti dell’America Latina. Gli esperti attribuiscono questa situazione alla corruzione, all’impunità e all’assenza delle istituzioni, della polizia e della giustizia, più che alla povertà o alla disuguaglianza sociale. Ma in un caso o nell’altro resta una situazione drammatica.

Infatti, il Venezuela è il paese latinoamericano con le minori differenze economiche tra ricchi e poveri, ma la violenza non diminuisce. La crescita venezuelana, in media del 2,25% nel 1999-2011, ha avuto storicamente alti e bassi estremi e dall’ultimo anno è in fase di recupero intorno al 5%, ma resta in gran parte dipendente dall’andamento dei prezzi del petrolio.

In secondo luogo, i dati del voto vanno interpretati. Maurizio Stefanini su Limes sottolinea che il 54,42% finale di Chavez è comunque la percentuale più bassa della sua storia politica: per essere una vittoria, in altre parole, è la “peggiore” da lui mai ottenuta. La chiave di lettura, secondo l’autore, sta nel fatto che il popolo chavista è stanco di alcuni aspetti del regime, ma identifica ancora l’opposizione con l’oligarchia che nei decenni precedenti aveva (mal)governato il Paese, pensando più agli interessi del Grande Vicino americano che a quelli del popolo venezuelano:

Può essere interessante raffrontare anche i 6.151.544 voti di Capriles con i 5.674.343 voti ottenuti dalle opposizioni nel suo complesso nel 2010, e i 7.444.082 di Chávez con i 5.423.324 del Psuv (per quanto riguarda i dati attuali, stiamo ancora lavorando con quelli provvisori, ma le risultanze sono comunque significative).

In pratica, sono stati gli elettori in più rispetto al 2010 a fare la differenza per Chávez. Sono dati che si prestano a letture forse più complesse rispetto al semplice dato pur importante che il presidente in carica, salute permettendo, governerà fino al 2019. A partire dal fatto che Capriles prospettava un risultato più testa a testa, ma Chávez insisteva che di voti ne avrebbe presi 10 milioni. Una prima considerazione è che il candidato dell’opposizione ha raccolto una quantità di voti record: molti di più di quelli con cui Chávez fu eletto nel 1998 e nel 2000, e anche più di quelli con cui vinse il referendum revocatorio del 2004. Ma, crescita demografica a parte, anche la partecipazione elettorale ormai in Venezuela è sempre più alta, e la mobilitazione degli oppositori non è ancora sufficiente a sostenere la sfida.

Una seconda considerazione è che una parte del “popolo chavista” da un po’ di tempo a questa parte sembra aver assunto una linea oscillante, che per esempio ha fatto vincere all’opposizione il referendum del 2007 e pareggiare le amministrative del 2008, per poi far vincere a Chávez l’altro referendum del 2009, dare all’opposizione la quasi vittoria alle politiche del 2010 e far vincere di nuovo a Chávez queste presidenziali. Vari sondaggi hanno evidenziato in Venezuela un forte settore di chavisti scontenti, che contesta vari aspetti del regime, ma d’altra parte non vuole che vada al potere un’opposizione ancora identificata con ”l’oligarchia”.

La strategia di questo segmento di popolazione sembra dunque essere quella di far mancare sistematicamente l’appoggio a Chávez nelle votazioni meno importanti, quasi a volergli dare degli avvertimenti; ma poi sostenerlo nelle occasioni decisive, in modo da mantenerlo comunque al potere.

Una novità importante, poi, non è tanto che Chávez ha espresso un “riconoscimento a tutti coloro che hanno votato contro di noi per la loro partecipazione e la dimostrazione civica che hanno dato, malgrado non siano d’accordo con il nostro progetto bolivariano”. È da quando ha il potere che il presidente è abituato a alternare toni distensivi con invettive, insulti e minacce; finora nessuna di queste aperture di dialogo è mai stata duratura.

La stampa occidentale  - che non lo ha mai amato - è solita liquidare Chavez come un classico populista, per via delle sue politiche di nazionalizzazione e dei rapporti di amicizia che lo legano ai vertici politici di Stati ostili agli USA quali Cuba, la Russia e soprattutto l’Iran di Ahmadi-Nejad. Ciò che questa definizione tralascia di considerare è che l’attuale presidente del Venezuela è il naturale prodotto della fallimentare stagione liberista seguita alla crisi del debito di inizio anni Ottanta.
Chavez aveva sì tentato di prendere il potere attraverso un colpo di Stato, ma è stato comunque eletto democraticamente, cavalcando il malcontento delle popolazioni e offrendo un’alternativa radicale alle politiche di privatizzazione e deregolamentazione che avevano favorito pochi a danno di tutti. Chavez è stato la risposta all’egemonia economica, finanziaria e diplomatica degli Stati Uniti in quell’America Latina che Washington vedeva un pò come il proprio giardino di casa.
In questo senso, un ruolo decisivo nell’ascesa politica di Chavez nel suo Paese – e, per estensione, di Caracas nel mondo – è stato svolto dal petrolio, di cui il Venezuela è dodicesimo produttore ed esportatore a livello globale, oltre ad essere primo per riserve accertate. Il boom dell’oro nero ha consentito al colonnello di comprare il consenso delle masse attraverso il welfare, rendendo così più efficace la continua e ossessiva retorica contro gli Stati Uniti e le istituzioni a loro vicine – come la Commissione interamericana dei diritti umani, che il presidente venezuelano ha più volte minacciato di espellere dal Paese. Poco importa che l’America sia comunque il primo partner commerciale di Caracas, particolare che Chavez omette sempre coscienziosamente di ricordare.

In terzo luogo, la precaria salute del presidente – che è praticamente un segreto di Stato – lascia il Venezuela in uno stato di profonda incertezza . Ufficialmente si sa solo che nel 2011 è stato operato di cancro ma che il tumore si è manifestato di nuovo. Al netto di apparizioni dal balcone presidenziale, canti popolari in pubblico e altre giovialità, negli ultimi mesi il colonnello Hugo ha trascorso più tempo a Cuba che a Caracas, il che lascia più di un dubbio sulle sue reali condizioni fisiche.
La recente attivazione del Consiglio di Stato, organo consultivo del governo previsto dalla Costituzione del 1999 ma rimasto sulla carta fino a poche settimane fa, composto dal vicepresidente Elías Jaua e da altri 5 membri, suggerisce una progressiva condivisione dei poteri tra Chavez e i suoi più stretti collaboratori, cosa che non avverrebbe se il presidente fosse in grado di dedicarsi al 100% alle funzioni di governo.
Inoltre, tempo fa il giornalista dissidente Nelson Bocaranda ha cercato di rompere il silenzio lasciando intendere che la scomparsa del presidente, o comunque la sua impossibilità di governare per un ulteriore mandato, siano eventualità all’ordine del giorno.

Con la fine terrena di Chávez anche la rivoluzione bolivariana sarebbe in forse, lasciando il Paese in balìa dell’aumento della violenza della corruzione ai più alti livelli e del narcotraffico, con il quale i vertici politico-militari di Caracas paiono essere legati a doppio filo.

Il Brasile in affanno

Negli ultimi dieci anni il Brasile ha vissuto un periodo di prosperità senza precedenti. Ne sono la prova i 30 milioni di brasiliani passati dalla povertà al ceto medio. L’economia ha vissuto una crescita costante, passando attraverso la crisi del 2008 senza troppo scossoni, fino a raggiungere il sesto gradino sulla scala mondiale. La B dei BRICS è elogiata dagli investitori internazionali per le opportunità di sviluppo offerte, e assieme all’India è forse l’unico esempio di stabile democrazia rinvenibile nell’acronimo in questione. In rete c’è chi definisce Rio  come la culla dell’economia.
Ma adesso il Brasile sembra in fase di stallo, per non dire di rallentamento:

Il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega ieri si è sforzato di sottolineare l’unico elemento positivo nella batteria di dati divulgati dall’Istituto nazionale di statistica, vale a dire il rimbalzo del settore industriale, che ha fatto registrare una crescita dell’1,7% rispetto ai tre mesi precedenti.
«Buone notizie», ha sottolineato Mantega. E in effetti si tratta del miglior risultato da un anno a questa parte per un comparto in crisi dalla metà del 2011. Segno che, ha affermato il ministro, la politica di incentivi pubblici e sgravi fiscali messa in campo dal Governo sta dando i suoi frutti.
Mantega si aspetta un’accelerazione dell’economia al 4-4,5% nella seconda parte dell’anno, grazie anche all’aiuto che arriverà dal deprezzamento del real e dalla discesa del tasso d’interesse. Mercoledì la Banca centrale l’ha tagliato per la settima volta, portandolo al minimo storico per il Brasile (8,5%).
E tuttavia le cose potrebbero essere più complicate di come le dipinge Mantega.
A maggio, l’indice Pmi del comparto manifatturiero, un parametro che è un buon anticipatore dell’andamento del Pil, è rimasto stagnante a quota 49,3 in Brasile (quindi segnalando una contrazione dell’attività), con una flessione dei sotto-indici relativi a nuovi ordini, anche dall’estero, e della produzione.
Non a caso, Mantega ieri ha anche confermato che il Governo è prontissimo a intervenire con nuovi pacchetti di sostegno all’economia, soprattutto per incentivare gli investimenti, in parallelo all’accomodante politica monetaria della Banca centrale.

Secondo il presidente Dilma Rousseff, questa discesa ha delle responsabilità ben precise:

Secondo Dilma tutto ciò è causa delle operazioni di quantitative easing messe in atto dalle banche centrali dei Paesi sviluppati. Gli Stati Uniti prima, e più di recente l’Europa, hanno inondato il mercato finanziario di liquidità a basso costo per evitare il credit crunch da parte delle banche.
Missione riuscita nel caso degli Stati Uniti e in via di soluzione in Europa ma, secondo Dilma, a spese di Paesi come il Brasile: “Il quantitative easingè una forma artificiale di svalutazione delle monete non regolata dal World Trade Organization. Il Brasile prenderà misure istituzionali per evitare la cannibalizzazione del suo mercato interno”
Le sue parole si riferiscono al surriscaldamento del Real, la valuta brasiliana. Il rapido apprezzamento degli ultimi anni ha fatto salire i costi di produzione dell’industria locale, rendendo i prodotti made in Brazil poco competitivi. “Nessuno potrà venire da me e lamentarsi se il Brasile si difenderà”, ha detto Dilma.

A cui possiamo aggiungere le misure protezionistiche recentemente decise dall’Argentina, suscettibili di penalizzare l’export brasiliano.
Più obiettivamente, Limes identifica la principale causa della frenata in un welfare troppo generoso, eredità del decennio targato Lula ma che il demerito di orientare il sostegno all’economia troppo verso la domanda, a scapito degli investimenti. E di investimenti, il Brasile, avrebbe più che mai bisogno:

Il principale problema della crescita economica carioca (mai andata negli ultimi anni oltre il 4%, meno della metà di Russia, Turchia e Cina) è legato alla stessa origine del suo boom: l’andamento erratico (e previsto in calo) dei prezzi delle molte materie prime di cui il paese abbonda. Tanto più in un momento in cui l’economia internazionale entra nuovamente in una fase perturbata e la stessa Cina, principale partner economico del Brasile, sembra voler rallentare la sua corsa. A queste negatività si aggiungono l’alto tasso degli interessi, che è dietro l’ipervalutazione del real, la moneta brasiliana, e un welfare molto articolato e ”robusto”. Quest’ultimo fattore è il frutto di politiche pensate per far dimenticare le dolorose traversie economiche e gli altissimi costi sociali sostenuti dai brasiliani per buona parte del XX secolo. Ora però si sta trasformando in una debolezza. Quando nel 2003 con il programma “Bolsa Familia” Lula varò uno dei programmi di welfare e protezione dei redditi più generoso tra i paesi emergenti, l’allora presidente lo fece consapevolmente a spese di una crescita a ritmi ben più sostenuti. Il programma politico prevedeva una “stabilità a qualsiasi costo”: quel costo ora si è manifestato nelle spese per lo Stato sociale, che nel 2010 gravavano per il 40% sull’intera economia. Un ordine di grandezza rilevante, se si pensa che nella maggior parte dei paesi emergenti tale cifra di solito non va oltre il 20%. … Molti analisti propongono di mettere in soffitta il “modello Lula”, un insieme dei più tipici interventi di stimolo (incrementi salariali, potenziamento delle coperture di welfare, stimolo fiscale e crediti a costi bassissimi) che negli anni scorsi era stato fondamentale per risparmiare al paese la crisi del 2008. A giudicare dagli alti prezzi al consumo, dal lato della domanda sembra che tutto quello che si poteva fare sia stato fatto. Sarebbe tempo di pensare agli investimenti … Finché i tassi d’interesse si manterranno intorno al 10%, difficilmente la situazione potrà migliorare. Non è un caso se il “Doing Business Report” della Banca mondiale classifica il Brasile in 126esima posizione, tra i 183 paesi sotto osservazione. Alcune recenti decisioni politiche hanno fatto pensare a un protezionismo crescente, sicuramente stridente con lo status di peso massimo dell’export del Brasile. Un costo del denaro più in linea con la statura del paese, un tasso di interesse più contenuto e più investimenti. Quale di questi obiettivi per assicurare al Brasile una crescita più accentuata – tutti necessari ma in contrasto tra loro in termini di scelte politiche necessarie a raggiungerli – deciderà di trascurare il governo?

La situazione non più rosea dell’economia era già nota un anno fa (ne avevo parlato qui). A fine agosto di un anno fa, la decisione della Banca Centrale basiliana di tagliare i tassi d’interesse (prima di una lunga serie) aveva sorpreso un pò tutti. Allora nessuna delle economia emergenti (i BRICS, appunto) sembrava avviata verso una fase di rallentamento, e i numeri esibiti da quella carioca erano ancora lusinghieri. In seguito, la discesa dell’inflazione – ancora al 4,9%, ma pur sempre ai livelli più bassi dal 2010 – e gli altri indicatori macroeconomici hanno dato prova che la frenata è già in atto, nonostante le continue riduzioni dei tassi. Non è un caso se ora il Financial Times si chiede se Alexandre Tombini, governatore della Banca Centrale, sia stato bravo o semplicemente fortunato.

E’ ora di cambiare strada. Per riprendere il passo, il governo dovrà assumersi la responsabilità di scelte impegnative, necessarie dal punto di vista politico, complicate sotto l’aspetto economico e – questo è il punto controverso – antipatiche sotto quello sociale. In concreto, il dubbio amletico è: fare riforme per aumentare la competitività dell’industria nazionale o favorirla attraverso misure protezionistiche?
In attesa che Dilma decida cosa fare, non mi resta che concludere con le stesse parole di un anno fa:

La tentazione di rimandare ogni decisione impopolare è forte. Ma senza una energica svolta la stella del Sud rischia di spegnersi lentamente, archiviando un decennio d’oro. Quello che è valso al Brasile un posto tra i Bric [il Sudafrica ancora non ne faceva parte, n.d.a.],  tra i nuovi grandi del mondo.

Un capo di Stato democraticamente eletto di sinistra, destituito da una maggioranza parlamentare di destra e gli scontri di piazza a fare da contorno. Siamo in Paraguay, dove la repentina cacciata del presidente Fernando Lugo  ha fatto gridare all’ennesimo colpo di Stato alla sudamericana.
In realtà non si tratta di un golpe: la procedura di impeachment, con cui  il Senato ha “licenziato” Lugo, è prevista dall’articolo 225 della Costituzione paraguayana e l’ormai ex capo di Stato ha accettato le decisioni del Congresso, sia pur contrariato. Senza restare con le mani in mano, Lugo ha convocato un suo “governo ombra”, ha fatto ricorso alla Corte Suprema di Giustizia (che però lo ha respinto) e ha annunciato un giro di comizi. Ma le possibilità che ritorni al potere sono pressoché nulle.
Si è trattato di una sfiducia affrettata, ma regolare. “Il vescovo dei poveri”, da sempre appoggiato da gruppi di contadini, è stato accusato in più occasioni di aver fomentato la lotta di classe e l’occupazione terriera. Su Limesonline si legge che Lugo è stato messo sotto processo e condannato in meno di 48 ore dal parlamento paraguayano per 5 episodi, ma è attraverso questo passaggio che possiamo cogliere le dinamiche interne che hanno condotto alla sua ancorché affrettata sfiducia:

Il mandato dell’ormai ex presidente sarebbe terminato ad aprile 2013; in base alla Costituzione vigente non avrebbe potuto ricandidarsi, anche se non era stato escluso di promuovere un emendamento che permettesse la rielezione. Colorados e liberali hanno preferito estrometterlo ora, sfruttando gli ampi poteri discrezionali concessi dalla Carta al parlamento, per evitare che fosse lui a gestire il paese e le risorse del governo nei mesi precedenti alle nuove elezioni. Più che essere una minaccia alla democrazia, gli eventi del Paraguay invitano a pensare alla scollatura tra diritto e realtà. La Costituzione del paese sudamericano nei fatti dà al ramo legislativo la possibilità di far cadere il capo di Stato per motivi politici: è stato sostenuto che si tratta di un antidoto allo strapotere presidenziale, di cui Asunción non conserva un buon ricordo, dopo la dittatura di Stroessner. Vero, ma non sorprende che tale prerogativa sia stata usata per la prima volta contro un presidente “scomodo” come Lugo.

Il giornalista paraguayano Odino Hurdengbauer, citato da E-mensile, aggiunge un significativo dettaglio:

Forse potrebbero esserci anche delle manovre economiche dietro quella che sembra esclusivamente una scelta politica. Infatti da un po’ di tempo risultano nebulosi i contratti con la Monsanto per l’impianto di semi geneticamente modificati”.

In conseguenza della destituzione di Lugo, quasi tutti i governi latinoamericani hanno condannato la destituzione di Lugo, decidendo di escludere il Paraguay sia dal Mercosur – al cui prossimo vertice  la partecipazione di Asuncion è stata bandita - sia dall’Unasur. In particolare, sempre Limesonline nota che:

tra i presidenti che più hanno protestato contro il “golpe” ci sono il venezuelano Hugo Chávez e il peruviano Ollanta Humala, entrambi assurti alla popolarità per aver guidato colpi di Stato militari poi falliti, e il boliviano Evo Morales e l’ecuadoriano Rafael Correa, entrambi arrivati al potere in seguito a moti di piazza in cui presidenti legittimamente eletti sono stati estromessi dal potere. Accanto a loro c’è la presidentessa argentina Cristina Kirchner, la cui legittimazione politica è anch’essa collegata a un moto di piazza che costrinse alle dimissioni un capo di Stato legittimamente eletto, e Dilma Rousseff, il cui Brasile rimosse il presidente Collor de Mello con un voto del Congresso, in modo molto simile a quello con cui è stato costretto alle dimissioni Lugo. Peraltro Marco Aurélio García, consigliere della diplomazia brasiliana e esperto di politica internazionale per il Partito dei lavoratori (Pt), ha consigliato di “lasciar decantare” la situazione.

Il sostituto di Lugo, Federico Franco, primo presidente liberale dopo 72 anni, per  ingraziarsi le simpatie della gente in rivolta ha promesso la Luna: dal completamento della riforma agraria a un piano di industrializzazione. E di fronte al possibile boicottaggio economico dei vicini, ha minacciato di tagliare a Brasile e Argentina le risorse energetiche delle dighe di Itaipú e Yacyretá. Intanto, ai primi tagli ha già provveduto il Venezuela, che oltre a ritirare il proprio ambasciatore ha interrotto le forniture di petrolio ad Asuncion. Le cui prospettive di crescite sono tutt’altro che rosse, posto che nel 2011 gli investimenti diretti esteri in America Latina sono cresciuti del 31% ma l’unico Paese in controtendenza, Caraibi esclusi, è stato proprio il Paraguay.
Lasciando l’economia per tornare ai temi della politica, è da notare come non è la prima volta che in Paraguay non si riesce a portare una legislatura a termine. Il processo di impeachment, infatti, ha fatto dimettere in totale tre mandatari nella storia recente della nazione. Una storia fatta di sei decadi di governo da parte di un solo partito (il Colorado), di cui tre e mezzo in regime di dittatura, prima della epocale elezione di Lugo nel 2008.
In definitiva, la deposizione dell’ex vescovo dalla carica di presidente, più che uno schiaffo alla democrazia, è un invito a riflettere sulle differenze tra costituzione formale e costituzione sostanziale. Senza dimenticare i mille altri problemi del Paraguay, centrale del contrabbando (di uomini, droghe, soldi, armi) e santuario dormiente del terrorismo e dell’estremismo islamico.

Martedì Julian Assange, fondatore di Wikileaksè entrato nell’ambasciata ecuadoriana di Londra e ha formalmente  chiesto asilo politico a Quito. Si tratta di una mossa a sorpresa – per alcuni piuttosto disperata – per cercare di evitare l’estradizione in Svezia che oramai pare scontata, dopo che lo scorso 30 maggio la Corte Suprema britannica ha respinto il suo ricorso.
Già nel 2010, dopo lo scoppio della bomba Wikileaks, il ministro degli Esteri ecuadoriano aveva offerto un permesso di soggiorno ad Assange, ma la sua mossa era stata bloccata dal presidente Correa. Proprio Correa, tra l’altro, è stato intervistato lo scorso maggio da Assange per The World Tomorrow, il programma che conduce sul canale Russia Today. Nella circostanza, Assange aveva definito Correa “un populista di sinistra che ha cambiato l’Ecuador”.

Per un riassunto della vicenda Assange e dei suoi legami con l’Ecuador, si veda questa analisi di Pepe Escobar sull’Asia Times (tradotta qui), dove si legge:

I grandi gruppi dei media statunitensi stanno già conducendo una campagna denigratoria anti – Ecuador. Il paese viene deriso perché “solo uno su tre abitanti hanno accesso al web”. Correa viene duramente descritto come un mostro peggio di Hugo Chavez, con una reputazione da “sfrontato provocatore nei rapporti tra i paesi in via di sviluppo dell’America Latina e gli Stati Uniti”.

Eppure tali campagne cosiddette “denigratorie” non sono del tutto campate in aria. Certamente Correa non può definirsi un dittatore, sia chiaro, ma le violazioni alla libertà d’espressione perpetrate sotto la sua presidenza sono ampiamente documentate.
Per cominciare, si veda questo post su Journalism in America’s Blog, corredato da numerose fonti. In questo lungo rapporto di CPJ (Committee to Protect Journalists ) si denuncia come l’amministrazione Correa abbia fatto precipitare l’Ecuador in una nuova era di silenzio e repressione, attraverso una serie di misure legali restrittive tesa ad ostacolare l’attività dei media indipendenti. Concetto ribadito anche da Freedom House. L’ultima puntata di Listening Post – “The propaganda behind Obama’s drone war” -, trasmessa oggi, tra le altre cose ricorda che le autorità delle telecomunicazioni ecuadoriane hanno decretato la chiusura di sei stazioni radio e due emittenti tv in appena un paio di settimane. Ci sono poi i risarcimenti nelle cause per diffamazione intentate contro alcuni quotidiani nazionali, tra cui quello da 42 milioni di dollari contro El Universo. Si veda anche cosa scrive Examiner. Infine c’è il blog di Maurizio Campisi, che cita Human Rights Watch.

Non vi è dubbio che Correa abbia promosso una politica di riforme volte a traghettare l’Ecuador nella modernità. Tuttavia, come notava GlobalProject già nel 2009, parlando delle rivolte popolari in seguito alla legge sull’acqua:

La rivoluzione cittadina che guida Correa è un processo pieno di contraddizioni. La Costituzione dell’Ecuador, approvata il 28 settembre di 2008 dal 64% degli ecuadoriani, è una delle più avanzate del mondo in materia di ecosistema, al punto che riconosce che la natura è un soggetto di diritti. La natura o Pacha Mama, dove si riproduce e realizza la vita, ha diritto che si rispetti integralmente la sua esistenza ed il mantenimento e rigenerazione dei suoi cicli vitali, struttura, funzioni e processi evolutivi, dice l’articolo 71.
Tuttavia, il governo ha emesso un insieme di leggi che vulnerano lo spirito e la lettera della nuova Costituzione, in particolare la legge del settore minerario, quella della sovranità alimentare e quella dell’acqua. Ognuna è stata respinta dai movimenti promuovendo mobilitazioni.

Correa ha intrappreso l’attività politica nel 2005 ed è arrivato al governo, vincendo le elezioni del 2006, grazie a quasi due decadi di lotte sociali antineoliberali. Tuttavia [...] il suo personalismo gli impedisce di comprendere che lui è lì, nella presidenza, grazie a tutto lo sforzo realizzato dalla società ecuadoriana.

il chiamato socialismo del secolo XXI non può permettersi la repressione agli stessi settori che hanno formato una relazione fra forze dalle quali è sorta una Costituzione come quella promulgata nel 2008. Non si tratta che il regime di Correa abbia vocazione repressiva, oltre i germogli autoritari del presidente.
La questione è il modello di sviluppo: fino ad ora è stato il petrolio; d’ora in poi il settore minerario. Sia quello che sia il socialismo di Correa, la repressione è l’altra faccia del disegno estrattivo.

Le proteste degli indios contro l’amministrazione Correa, come si legge in un recente rapporto di Amnesty Internationalproseguono ancora oggi. Pertanto, il presidente ecuadoriano non è esattamente quel difensore della libertà di pensiero che la protezione offerta ad Assange potrebbe far sembrare.

La notizia della nazionalizzazione di YPF da parte del governo argentino ha fatto destato molto scalpore. Possiamo analizzarla sotto sue aspetti: uno politico e l’altro economico, peraltro strettamente connessi.
Se esaminiamo gli ultimi sviluppi della politica estera di Buenos Aires, salta all’occhio come, dal giorno della sua rielezione, Cristina Kirchner abbia fatto poco per guadagnarsi amici fuori dalle mura di casa.
Prima l’annuncio di future restrizioni alle importazioni per tutelare il mercato interno, rivolte anche agli altri Paesi dell’America Latina e che secondo gli analisti segneranno l’inizio della fine del Mercosur. Poi la pretesa di riaprire la discussione sulla sovranità delle Falkland, nonostante una guerra persa trent’anni fa e il fatto che gli abitanti delle isole si considerino britannici. Poi lo spocchioso abbandono del summit delle Americhe di pochi giorni fa a causa del mancato sostegno dell’America Latina  a tale richiesta. Infine la vicenda YPF, di fatto espropriata alla compagnia spagnola Repsol a cui era stata (s)venduta all’inizio degli anni Novanta.
Complice una situazione economica meno rosea di quanto appaia, con una crescita prevista al 4,2% ma con un’inflazione 9,9% a cui il suo governo non appare in grado di porre un freno (se non manipolandola, secondo l’accusa di alcuni economisti), Cristina Kirchner è sempre più alla ricerca di consensi. Che per il momento sono arrivati: applausi ed acclamazioni hanno salutato la decisione di riprendersi YPF. Ma al contempo ha gettato il discredito internazionale sul Paese. Il governo Rajoy ha detto che l’amicizia tra Spagna e Argentina può considerarsi rotta. Il FMI ha criticato duramente la decisione della Kirchner. L’Unione Europea, che in questa storia non può incidere molto, si è limitata a sospendere l’incontro bilaterale in programma il 19 e 20 aprile, mentre gli USA, per adesso,  mantengono un profilo neutrale. In ogni caso l’Argentina è finita sotto il fuoco della stampa estera.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales venne fondata nel 1922 con l’intento di sfruttare il petrolio il Paese. Nel 1993 la quota di maggioranza è stata ceduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 il governo ha ceduto il resto, dando la possibilità alla famiglia Eskenazi (proprietaria della compagnia Petersen) e ai piccoli investitori di entrare nell’azienda. Fino ad oggi il capitale sociale era così ripartito: 57,4% a Repsol; 25,5% appartenente a Petersen (di proprietà della famiglia Eskenazi); 0,02% al governo argentino e il 17% di flottante.
Adesso il progetto di nazionalizzazione prevede che il governo rilevi il 51% delle azioni di YPF sottraendole a quelle degli spagnoli, Repsol resterà al 6,4%, mentre Petersen manterrà la sua quota e il restante 17% rimarrà sul mercato.
Secondo il governo, il petrolio è una questione di interesse pubblico, posto che l’economia cresce e il suo fabbisogno di energia aumenta di conseguenza. I consumi di petrolio e gas sono aumentati rispettivamente del 38% e del 25% dal 2003 al 2010, ma la produzione è calata del 12% e del 2,3%. Di conseguenza l’Argentina è diventata importatore netto di prodotti petroliferi, per l’equivalente di 10 miliardi di dollari solo nello scorso anno. Tutto ciò a causa di Repsol, che in virtù dell’accordo di vendita ai tempi di Menem ha il diritto di incassare il 90% dei dividendi di YPF senza reinvestirli in ricerca e produzione sul territorio. Circostanza confermata dall’IEA. Nelle scorse settimane, quando la prospettiva della nazionalizzazione iniziava a farsi strada sui media, Buenos Aires aveva accusato Repsol di occultare parte degli utili di YPF per non reimpiegarli in progetti di esplorazione ed estrazione. Repsol, dal canto suo, aveva allora tentato di vendere segretamente le proprie partecipazioni in YPF alla cinese Sinopec, ma il decreto di espropriazione l’ha battuta sul tempo.

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A poche ore dall’incendio che ha ucciso almeno 377 prigionieri nel carcere di Comayagua (80 km dalla capitale Tegucigalpa), El Pais segnala che ci sono più morti ammazzati per km2 in Honduras che in qualsiasi altro paese non in guerra al mondo: 86 omicidi ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media mondiale di 8,8. Nel 1999 il tasso di omicidi era 42,1. Per fare un paragone, è quasi otto volte oltre il livello che l’OMS considera come epidemia.
Il quotidiano honduregno El Heraldo parla di 3.418 morti nel 2008. Poi, in seguito al colpo di Stato nel giugno 2009 – che ha deposto l’allora presidente deposto Manuel Zelaya, sostituito da Porfirio Lobo – i livelli di violenza sono aumentati in misura esponenziale. A farne le spese sono stati anche coloro che questa guerra hanno cercato di fermarla. Sempre nel 2009 gli omicidi politici hanno lasciato sul terreno 43 leader di comunità, 13 giornalisti e più di una dozzina di attivisti.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC, in Honduras vengono uccise circa 20 persone al giorno, per il 90% uomini. Ormai San Pedro Sula, seconda città del Paese, è considerata la più pericolosa al mondo, al pari di Ciudad Juarez (Messico) e Caracas. In totale, nel 2011 i morti sono stati oltre 6.000, tantissimi per un Paese di appena otto milioni di abitanti.

Tra le cause di questa guerra non dichiarata, un posto d’onore spetta al traffico di droga. Nel 1980 l’Honduras divenne un corridoio per il flusso di droga tra i produttori dell’America Latina e gli Stati Uniti, il più grande mercato di stupefacenti del mondo. Col tempo il suo ruolo strategico nei traffici si è gradualmente accresciuto, al punto da tessere delle reti proprie collegate ai cartelli messicani e colombiani. Secondo la DEA, il 95% del traffico di droga in viaggio dal Sud America al Nord si ferma in Mosquitia, sulla costa atlantica dell’Honduras. Nel 2011, i radar degli Stati Uniti hanno rilevato più di 90 voli illegali nei cieli honduregni, più del triplo rispetto all’anno precedente.
I timori che Honduras potesse diventare un narcostato (come poi è accaduto) avevano spinto le autorità di Washington a collaborare con quelle locali per concentrarsi su una strategia volta a bloccare l’infiltrazione dei cartelli della droga. La visita del vice Segretario di Stato per l’International Narcotics e Law Enforcement Affari, David Johnson, in Honduras e Guatemala, nell’ottobre 2010, dimostra quanto Washington consideri le due nazioni centroamericane importanti nella guerra contro la droga.
Johnson disse che gli strumenti e gli obiettivi comuni di questa sfida dovevano essere concordati nell’ambito dell’Iniziativa Merida, un programma di assistenza multimiliardario promosso dagli USA per il Messico e l’America Centrale. Tuttavia i risultati non sono finora stati incoraggianti, se pensiamo che i cartelli messicani si stanno spingendo sempre più a sud proprio per approfittare della cronica instabilità dei Paesi centroamericani.

La violenza dilagante è la punta dell’iceberg di un Paese allo sfascio. Secondo l’ultimo rapporto di Transparency International, la corruzione in Honduras mostra un livello superiore a quella di tutti gli Stati vicini ed è paragonabile a quella della Sierra Leone o dello Zimbabwe. La gente è abituata a vivere in un costante stato d’assedio e anche le Ong stanno abbandonando il Paese.
Per finire, la tragedia di Comayagua c’è anche la realtà di un sistema carcerario obsoleto e corrotto, come altri Paesi centroamericani. La struttura distrutta dall’incendio ospitava 850 detenuti a fronte di una capacità di soli 250. In generale, il sistema penitenziario è omologato per 8.000 posti, ma la popolazione carceraria conta 12.000 detenuti, con un esubero del 50%. Ed è un esempio di ciò che accade in tutta la regione: in El Salvador, ad esempio, si contano 20.000 prigionieri per 8.500 posti.

Ho già spiegato come mai la contesa delle Falklands si sia riaccesa proprio adesso, a trent’anni dalla guerra che ne decretò l’appartenenza al Regno Unito. La ragione è il petrolio, ma in politichese si preferisce non dire certe cose apertamente, preferendo ammantarle con motivazioni storico-sociologico-culturali – vere o presunte – che conferiscano un’aura di rispettabilità alle proprie pretese.
Chi volesse ripercorre la vicenda dal principio può dare uno sguardo a questo esauriente excursus.

Soffermandoci sul presente, la tensione diplomatica tra i contendenti ha subito una brusca impennata l’apice nelle ultime settimane. L’Argentina ha reagito con rabbia alla decisione della Royal Navy di inviare il suo distruttore Dauntless nell’Atlantico meridionale. Parimenti ha mal digerito la visita del principe William in “uniforme da conquistatore, giudicata una provocazione. Alle rimostranze politiche si sono poi aggiunte quelle di piazza, culminate nella manifestazione del 20 gennaio di fronte all’amabasciata di Londra, in cui alcune persone hanno anche incendiato una bandiera britannica.
Eventi a cui Londra ha replicato accusando Buenos di colonialismo e – fatto più significativo – rafforzando la difesa dell’arcipelago con l’invio di un sottomarino a propulsione nucleare Trafalgar, dotato di missili da crociera Tomahawk e siluri Spearfish. In proposito il ministero britannico della difesa ha rifiutato ogni commento ufficiale.
In ogni caso le Falklands sono ben guarnite.

L’aspetto sul quale vale la pena riflettere è che, rispetto al 1982, le parti sono invertite: ora quella forte è l’Argentina. Confortata da indicatori macroeconomici favorevoli (crescita tra il 7% e il 10%, povertà all’8.3% e disoccupazione al 7,2%), Buenos Aires sta vivendo un momento favorevole, benché in mezzo a tante luci non manchino le ombre (inflazione e surplus commerciale previsto in ribasso). Lo Stato è tornato ad essere protagonista della vita economica, dopo la scellerata parentesi liberista targata Menem. L’incremento dei prezzi di materie prime e prodotti agroalimentari hanno contribuito al rilancio dell’export, mentre l’istituzione di restrizioni all’import ha avviato il mercato interno verso la quasi totale autosufficienza.
L’economia di Londra, al contrario, è ancora in stallo a causa della crisi, anche perché appesantita da un debito (pubblico e privato) che cresce a vista d’occhio. Le estrazioni petrolifere sono diminuite di un terzo rispetto all’anno, e il referendum sull’indipendenza della Scozia previsto per il 2014 rischia di portare via anche ciò che resta dei giacimenti nel Mare del Nord.

Anche a livello internazionale la bilancia pende dalla parte dell’Argentina. Pressoché tutti i Paesi dell’America Latina sono schierati con Buenos Aires. Lo si era capito in dicembre, quando il presidente Cristina Kirchner, nel discorso di insediamento alla presidenza del Mercosur, ha ringraziato i presenti per il sostegno offerto al blocco navale argentino nei confronti di imbarcazioni delle Falklands. La prima di una serie di iniziative volte a tagliare fuori i keplers (gli abitanti delle isole) dal resto del mondo.
Londra, invece, parteggia da sola. Cameron è politicamente sempre più isolato dall’Europa. L’America mantiene un profilo neutrale, limitandosi all’augurio che le parti raggiungano un accordo attraverso il dialogo bilaterale.
Elementi che rispecchiano i mutati rapporti di forza sullo scacchiere globale. Non solo tra Argentina e Regno Unito.

Negli ultimi anni la fiducia del Sud America nelle proprie possibilità viaggia di pari passo con l’ascesa della sua economia. Il continente è riuscito a crescere a ritmi lusinghieri nonostante la crisi. I Paesi latinoamericani hanno capito che al mondo non ci sono solo Washington, Londra o Berlino. Così si sono impegnati a stringere solidi legami con le altre economie emergenti (Cina in primis), nonché a rafforzare i rapporti intracontinentali attraverso una serie di riuscite iniziative diplomatiche: Unasur e Celac su tutte.
Contemporaneamente sono cresciute le spese militari, motivata da ragioni diverse da Paese a Paese ma in definitiva volta a ridimensionare le mire straniere sui giacimenti del continente. Nel periodo 2003-2010 Il bilancio della difesa in America Latina è cresciuto con una media annua del 8,5%, fino a sfiorare i 70 miliardi di dollari. L’Argentina spenderà 5 miliardi di euro nel 2012, contro i 3,2 miliardi dello scorso anno. Oltre al completamento del programma di modernizzazione del TAM (Tanque Argentino Medium), Buenos Aires ha deciso di acquistare una cinquantina di elicotteri dalla Cina e di avviare i preparativi per la costruzione di un sottomarino nucleare (in un chiaro esempio di imitazione e/o deterrenza rispetto al Brasile). Previsto anche un programma di sviluppo nel settore dei droni.

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Haiti, tutta colpa delle Ong

A due anni dal sisma costato la vita a 316.000 persone, Haiti continua ad annaspare tra le macerie.  Gli aiuti umanitari e il forte spiegamento di forze economiche e umane non è bastato a placare i focolai di violenza e il dilagare delle epidemie. L’attenzione dei media sulla tragedia, come era prevedibile, ha mostrato al mondo le dimensioni della catastrofe solo nei primi giorni, al massimo settimane, tanto per ostentare l’impegno umano e finanziario promosso dalle Ong e al massimo da qualche vip, per poi calare il sipario sul caos che si è creato nei mesi successivi. Senza contare i soldi mai arrivati e quelli addirittura spariti.
Secondo Save the Children, ad oggi oltre 500.000 persone (600.000 secondo altre fontirestano sfollate. Solo il 2% della popolazione può usufruire di acqua potabile. L’epidemia di colera ha già ucciso circa settemila persone e ne ha colpite oltre 520.000. Benché l’origine dell’epidemia non sia mai stata accertata, è probabile che sia stata innescata dai militari del contingente nepalese dei Caschi Blu. La precarietà delle strutture, la disorganizzazione negli interventi e la colpevole sottovalutazione degli eventi hanno si che la situazione sfuggisse di mano e l’epidemia si diffondesse rapidamente. Al punto che, secondo uno studio, nella prevenzione del contagio i social media si sarebbero rivelati più efficienti dei protocolli tradizionali.

Haiti è l’ultimo esempio delle complessità presentate da una crisi umanitaria di enorme portata. Gli studi pubblicati dalla Banca Interamericana per lo Sviluppo stimano il danno complessivo tra i 7 e i 14 miliardi di dollari, una forbice troppo ampia per essere attendibile. Ci si chiede che fine abbiano fatto i 5 miliardi di dollari promessi nella famosa riunione di New York a meno di due mesi dal sisma. Lo stato di emergenza in cui tuttora versa il Paese solleva pesanti interrogativi sull’efficacia dei piani di aiuto predisposti dalla comunità internazionale.
E’ infatti accertato
Tutti hanno puntato il dito contro le organizzazioni internazionali e le Ong, alcuni membri delle quali hanno addirittura rischiato il linciaggio da parte della folla. A partire dall’indignazione interna per l’inefficacia del lavoro svolto, la stampa internazionale sente improvvisamente il dovere di pubblicare reportage sull’evidenza del degrado e la precarietà degli aiuti.
Non a caso, alle elezioni presidenziali di novembre (le prime dopo anni di colpi di Stato e vicissitudini varie) alcuni candidati hanno centrato la propria campagna elettorale sulla promessa di ridurre drasticamente l’influenza delle Ong e delle altre organizzazioni straniere nel Paese. Anche Medici Senza Frontiere è finta nel mirino dell’indignazione, colpevole (a dire degli haitiani) di decessi che potevano essere evitati.

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