L’America preme affinché il Giappone riattivi le centrali nucleari

Secondo Washington’s Blog, gli USA vogliono che il Giappone provveda al riavvio dei reattori reattori nucleari il più presto possibile. Si parte da due premesse:

1) I reattori nucleari di seconda generazione dello stesso modello di Fukushima – quelli ad acqua leggera, in gran parte realizzati dall’americana General Electric – furono scelti e diffusi non per ragioni legate alla loro sicurezza, bensì perché ritenuti i più idonei allo sviluppo di tecnologie militari. Segnatamente, perché potevano essere alloggiati su sottomarini nucleari.
Iruolo degli Stati Uniti nello sviluppo dell’industria nucleare in Giappone è testimoniato proprio dall’alto numero di questi reattori nella Terra del Sol levante. Ruolo che si è spinto fino ali aiuti – più o meno segreti – affinché Tokyo potesse sviluppare un proprio programma nucleare negli anni Ottanta.

2) Dopo il disastro di Fukushima, nel tentativo di proteggere le proprie industrie nucleari anziché i cittadini, Giappone, Stati Uniti e Unione Europea hanno alzato l’asticella del livello di radiazione ritenuto “accettabile”. Risultato? Le autorità americane e canadesi hanno praticamente smesso il monitoraggio quotidiano della radioattività perché considerata di livello “troppo basso”. Per sostenere l’economia di Tokyo, anche la Food & Drug Administration ha smesso di verificare i livelli di radioattività nel pesce importato dal Giappone.

Chiariti questi punti, eccoci al nodo della questione: il quotidiano giapponese Nikkei riporta che il presidente Obama e il Segretario di Stato Clinton hanno fatto pressione sul governo di Tokyo per una pronta ripresa del programma nucleare:

il governo degli Stati Uniti sta fortemente esortando [il governo giapponese] a riconsiderare la sua politica delle ” zero bombe nel 2030″, che era parte della strategia energetica e ambientale dell’amministrazione Noda, come “il presidente Obama desidera” .

L’8 settembre, il primo ministro Yoshihiko Noda ha incontrato il Segretario di Stato americano Clinton durante la riunione dell’APEC a Vladivostok in Russia. Anche in questo caso, rappresentando il presidente degli Stati Uniti, il Segretario Clinton ha espresso preoccupazione. Pur evitando di criticare palesemente la politica dell’amministrazione di Noda, [la Clinton] ha ulteriormente fatto pressione sottolineando che erano il presidente Obama e il Congresso degli Stati Uniti ad essere preoccupati.

L’amministrazione Noda ha inviato per una missione urgente negli Stati Uniti i suoi funzionari, compreso il Consigliere Speciale del Primo Ministro, Akihisa Nagashima, per discutere la questione direttamente con gli alti funzionari della Casa Bianca, frustrati dalla risposta giapponese.

(Secondo l’ex vice ministro dell’Energia Martin), il governo degli Stati Uniti ritiene che “La strategia energetica degli Stati Uniti subirà probabilmente un danno diretto” a causa del cambiamento della politica del Giappone verso la fine dell’energia nucleare. Ciò perché la politica nucleare giapponese è strettamente legata anche alle politiche di non proliferazione nucleare e ambientale finalizzate alla prevenzione del riscaldamento globale sotto l’amministrazione Obama.

Nell’accordo per l’energia atomica in vigore dal 1988, il Giappone e gli Stati Uniti hanno deciso in una dichiarazione generale che, fino a quando avviene nell’impianto di riprocessamento di Rokkasho, il ritrattamento del combustibile nucleare è consentito senza il preventivo consenso degli Stati Uniti. Il ruolo più importante del Giappone [nel contratto] è quello di garantire l’uso pacifico del plutonio senza possedere armi nucleari.
L’attuale accordo Giappone-USA in materia scadrà nel 2018, e il governo avrà bisogno di avviare delle preliminari, informali discussioni con gli Stati Uniti … già nel prossimo anno. C’è un pò di tempo prima della scadenza del contratto, ma se il Giappone lascia la sua politica nucleare in termini vaghi, gli Stati Uniti possono opporsi al rinnovo del permesso di ritrattamento del combustibile nucleare. Alcuni (nel governo giapponese) dicono: “Non siamo più sicuri di cosa accadrà al rinnovo del contratto”.

PS: riguardo a Fukushima, la Tepco ha ammesso che la centrale aveva già dei problemi prima che il maremoto la travolgesse…

La corsa al nucleare nel Golfo Persico – aggiornamento

Per inquadrare lo sviluppo dell’industria nucleare nei Paesi del Golfo ripropongo alcuni passaggi che avevo scritto lo scorso anno:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma. È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Nonostante siano il terzo esportatore di petrolio al mondo, anche gli Emirati Arabi Uniti progettano l’installazione di centrali nucleari.

In tutto, sono tredici i Paesi arabi che puntano all’atomo, tra quelli che hanno annunciato l’avvio di programmi nucleari e quelli che hanno rispolverato vecchi piani mai realizzati. Gli Stati del Golfo hanno bisogno di una sempre maggiore quantità di energia. Da un lato per assicurarsi una crescita annua dal 5% in su; dall’altro per garantire le forniture ad una popolazione che cresce ad un ritmo anche maggiore, onde scongiurare la ripresa di pericolose tensioni sociali (peraltro tuttora in atto). Per centrare entrambi gli obiettivi basterebbero le riserve di idrocarburi esistenti, se non fosse che la maggior parte dell’output viene destinato alle esportazioni, sia in Occidente che (sempre di più) in Cina e India. Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile. Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra. Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata.

Ci sono alcuni interessanti sviluppi.
Citigroup ha detto che l’Arabia Saudita, attualmente il maggior esportatore di greggio al mondo, potrebbe diventare importatore di petrolio entro il 2030 a causa della crescente domanda interna di energia elettrica, che nelle ore di punta segna un aumento dell’8% rispetto ad un anno fa. Se il tasso di crescita si mantiene su questi livelli, entro tale data sarà necessario bruciare circa 8 milioni di barili al giorno.
Venerdì 21 settembre l’UPI ci informa che i futuri reattori di Ryadh (qui parla di 20 anziché 16) dovrebbero produrre 41 GW. Altri 4 GW verrebbero dai sistemi geotermici e altre fonti alternative. Allo stato attuale, la produzione di energia elettrica del regno è di 52 GW generati da 79 centrali elettriche, le quali consumano una quota sempre crescente dell’output petrolifero.

Per quanto riguarda le applicazioni militari, va detto che Ryadh potrebbe dotarsi delle armi atomiche ben prima del 2030. In luglio Press Tv ha rivelato che, secondo un rapporto, i funzionari sauditi stavano cercando di trovare un “accordo segreto” con il Pakistan per comprare le armi nucleari da Islamabad. La voce girava da mesi e ha ricevuto conferme anche negli ultimi giorni. In febbraio l’Australian ricordava che già nel 2008 i sauditi avevano firmato un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per ricevere assistenza nel campo del nucleare civile, a patto però di escludere ogni possibile applicazione in campo militare. L’Arabia Saudita è il più grande alleato dell’America, ma è anche stato il loro peggior nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, dunque la prudenza è d’obbligo.
In ogni caso, Israele non permetterà mai l’eventualità di un’Arabia Saudita nuclearizzata. Innanzitutto perché il monopolio dell’arma atomica nel Medio Oriente è il presupposto fondamentale della propria salvaguardia. E poi, al contrario dell’Iran (la cui volontà di dotarsi dell’atomica è tutt’altro che provata), Ryadh sarebbe una minaccia reale per Tel Aviv.

Iran e Occidente lottano non per il petrolio, ma con il petrolio

Come secondo le attese, l’ultima fase di negoziati con l’Iran in merito al suo programma nucleare non hanno ottenuto nessun risultato significativo. Il mese scorso, dopo i colloqui a Baghdad, gli ispettori dell’AIEA avevano sperato di raggiungere un accordo con Teheran per definire un “approccio strutturato” che permettesse loro il controllo dei siti di ricerca nucleare sospettati di essere adibiti ad usi militari, ma da allora non ci sono stati progressi. Alla buona notizia della ripresa di un dialogo dopo 18 mesi ha fatto seguito la cattiva notizia di un copione già visto.
Di nuovo c’è che dal 1 luglio la Repubblica Islamica dovrà fare i conti con le ultime pesanti sanzioni inflitte dall’ONU, che potrebbero seriamente danneggiare l’economia iraniana. Il nuovo pacchetto di misure ha lo scopo di punire chiunque intrattenga affari con la Banca centrale di Teheran, con l’effetto di colpire il settore petrolifero, vitale per il mantenimento dello Stato iraniano. Benché l’India, cliente abituale del greggio persiano, abbia deciso di ricorre a metodi creativi per aggirare il muro delle sanzioni, stavolta pare proprio che l’Iran sia con le spalle al muro.
Eppure lo strumento più potente che Teheran ha in mano non è la bomba (che secondo l’Occidente è in procinto di costruire), bensì proprio la sua ricchezza principale: il petrolio.

Il maggior pericolo di un’escalation di tensioni militari con l’Iran è che i prezzi del petrolio schizzerebbero alle stelle, mandando l’economia globale in tilt – come se non avesse già abbastanza problemi.
Lo scorso dicembre è bastato che circolasse la voce della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, giugulare del mercato petrolifero mondiale, perché le quotazioni del greggio aumentassero di 3 dollari in un solo giorno.  Come ho scritto nell’occasione:

Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.

La posizione geografica della Repubblica Islamica rende l’operazione teoricamente possibile, ancorché improbabile. Inoltre, in gennaio il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta, attraverso canali segreti, ha già fatto sapere alla Guida Suprema Khamenei che l’eventuale chiusura dello Stretto rappresenta la “linea rossa” oltre la quale sarà guerra. Segno che gli USA hanno preso la minaccia sul serio.
Ma l’Iran non vuole combattere; i suoi reali obiettivi sono altri. L’economia presta molta attenzione alle aspettative, e in una fase storica caratterizzata da volatilità e profonda incertezza come questa, la prospettiva di restare a secco di oro nero è una mossa di per sé sufficiente a far vibrare ulteriormente un sistema congiunturale già claudicante. I mercati sono molto sensibili ai rumors e gli iraniani lo sanno. Non a caso, in seguito all’annuncio sanzioni economiche più severe, sempre in dicembre il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha avvertito che se le misure previste entreranno in vigore “non una goccia di petrolio passerà attraverso lo Stretto di Hormuz”. Più di recente si registrano i contrasti con gli Emirati Arabi Uniti per la sovranità sulle isole Abu Musa, di grande importanza strategica poiché situate proprio al di qua dello Stretto.

Il succo della storia è questo: il petrolio è il coltello che l’Iran ha dalla parte del manico, lo strumento attraverso il quale esercitare il proprio leverage politico. Per questo le sanzioni in vigore da luglio si rivolgono proprio al petrolio: se esso è un’arma, bisogna cercare di disinnescarla.
Punto di partenza è diversificare gli approvvigionamenti per ridurre la dipendenza dal greggio iraniano. L’efficacia delle sanzioni è stata procrastinata di sei mesi proprio per consentire ai Paesi europei – in particolare Italia, Spagna e Grecia – di cercare alternative sul mercato. La Cina ha ridotto le proprie importazioni di un quarto. Anche la Turchia ha notevolmente ridotto gli acquisti. nondimeno, più volte il Dipartimento di Stato USA ha chiesto a India, Corea e Giappone di fare altrettanto.
Di per sé, la rinuncia ad un produttore petrolifero di primaria grandezza sarebbe un boomerang per tutto il pianeta. Ma il flusso di greggio sul mercato è stato mantenuto a livelli accettabili dall’Arabia Saudita, la cui produzione ha toccato i livelli più alti degli ultimi 23 anni. Circostanza non gradita a Teheran, la quale ha accusato Ryadh di violare le quantità stabilite secondo le quote OPEC. Peraltro, la capacità dell’Iran di turbare il corretto andamento del mercato era già stata ridotta lo scorso anno dall’annuncio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di mettere sul mercato 60 milioni di barili attingendo alle proprie riserve strategiche. Nell’ultimo G8 di Chicago le maggiori potenze mondiali hanno preso l’impegno di coordinare le proprie azioni per stabilizzare le quotazioni del greggio nel caso in cui le tensioni con l’Iran lo rendano necessario. Infine, i Paesi del Golfo, con gli EAU in testa, stanno progettando di bypassare lo Stretto di Hormuz tramite  un oleodotto, completato in maggio, che sbocca direttamente sull’Oceano Indiano, dove l’influenza di Teheran non può arrivare.

Benché tutte queste risposte hanno sensibilmente ridotto il margine di manovra di Teheran sulle quotazioni, la prospettiva di un nuovo shock petrolifero rappresenta ancora un incentivo potente in mano alla Repubblica Islamica. Se nel lungo periodo le soluzioni alternative potrebbero bastare per sostituire completamente il greggio iraniano, le ripercussioni nel breve periodo sarebbero notevoli. E’ questo a preoccupare i mercati. Con una nuova spirale recessiva all’orizzonte e la crisi dei debiti sovrani ad aggravare la già fragile situazione dell’Eurozona. Va anche detto che India e Giappone, al momento, non possono rinunciare ad abbeverarsi dai pozzi iraniani: la prima perché deve mantenere in corsa un’economia in preoccupante rallentamento, il secondo perché non può più contare sull’apporto dei propri reattori nucleari, precauzionalmente spenti in seguito al disastro di Fukushima.
Mentre il mondo si preoccupa per una bomba atomica che l’Iran non ha – e nemmeno vuole, ma è un’altra storia -, e in attesa che i negoziati sul nucleare conducano da qualche parte, il ricatto del petrolio (vero o presunto) rimane una spada di Damocle sulla testa di un Occidente dal presente critico e dal futuro incerto.

Fukushima, segnali di radioattività nel Pacifico

La scorsa settimana un peschereccio giapponese travolto dall’onda anomala dell’11 marzo 2011 è stato avvistato alla deriva della costa occidentale del Canada. Si pensa sia solo la punta di un iceberg di detriti, rottami e rifiuti dispersi nell’oceano in conseguenza del cataclisma. Una montagna da milioni di tonnellate. Il problema non è solo per l’inquinamento che tali resti (soprattutto le materie plastiche) potranno disseminare nelle acque. C’è il concreto rischio che molti di essi possano essere radioattivi in quanto direttamente provenienti dalla centrale di Fukushima Daiichi – proprio oggi il governo di Tokio ha deciso di riaprire parte della zona evacuata intorno al reattore.

E così come in occasione del terremoto-maremoto dell’11 marzo, le autorità (statunitensi, in questo caso) non sono preparate per questa emergenza. D’altra parte, si tratta di un evento che non ha precedenti nella storia. Mai prima d’ora l’onda lunga della devastazione avvenuta in un continente si era propagata in modo così evidente fino ad un altro, nonostante la barriera del più grande degli oceani.
I primi effetti della possibile contaminazione sono già stati riscontrati. In Alaska si segnalano strane lesioni e calvizie improvvise tra i residenti nelle località costiere. le guarnizioni in Alaska stanno subendo lesioni misteriosi e perdita di capelli). È andata molto peggio ai pesci. Dal mese di luglio ne sono stati rinvenuti decine di migliaia lungo le rive, anche sul versante artico. Alcuni mostravano lesioni sulle pinne posteriori e irritazioni sul tessuto cutaneo, specie intorno agli occhi. Alcuni scienziati stanno investigando per capire se ci sono collegamenti tra tali anomalie e le radiazioni di Fukushima, benché tale eventualità fosse stata già ufficialmente smentita dalle autorità. Esattamente come avevano fatto quelle giapponesi all’indomani del disastro.

Per comprendere che si tratta di timori fondati basta dare uno sguardo a quanto affermato da alcuni rapporti stilati già in data 14 marzo 2011, tre giorni dopo il disastro.
I rilevatori a bordo della portaerei Reagan e di altre navi della marina militare USA, giunte a largo dell’area devastata per prestare soccorso, segnalavano basse quantità di elementi radioattivi già a 100 miglia nautiche da Fukushima. Anche l’equipaggio della flotta è stato esposto ad un basso livello di radiazioni. Se la presenza di sostanza tossiche era già rilevabile da una così ampia distanza, è probabile che materiali di tale fattura, nell’oceano, ce ne siano finiti eccome.
Oppure è possibile che l’incidente dell’11 marzo non c’entri nulla, come si ostina ripetere chi dice che a Fukushima, in fondo, “non è successo nulla”. Se anche fosse, vorrebbe dire che la fuoriuscita di radiazioni dal reattore sia iniziata molto prima di quell’infausto giorno; alternativa non meno rassicurante della prima. Non dimentichiamo che la maggior parte dei reattori in funzione negli USA appartiene allo stesso modello di Fukushima (Lwr) e ha già subito perdite di trizio e altre sostanze. A dimostrazione dell’intrinseca insicurezza delle centrali costruite secondo tale schema.
Al momento, una grande massa di acqua radioattiva sta avvicinandosi alle isole Hawaii.

In nota, due precisazioni. Non tutti i rifiuti provenienti dal Giappone sono radioattivi. Alcuni si, ma probabilmente pochi in percentuale rispetto al volume totale. Certo, anche se fossero meno dell’1% questo rappresenterebbe un rischio per la fauna, la flora e le popolazioni litoranee – il caso dell’Alaska ne è un esempio. Tuttavia basta un contatore Geiger per capire se un rottame trovato sulla spiaggia sia radioattivo o meno.
Inoltre, l’acqua di mare è di per sé radioattiva, come tutta la natura in cui viviamo. Periodicamente la concentrazione di radioattività in alcune aree può aumentare, ma si tratta di un fatto fisiologico. L’incidente di Fukushima, invece, è stato un fatto eccezionale. E chissà per quanto ancora ne affronteremo le conseguenze.

Il mondo dopo Fukushima

L’11 marzo 2011 un’onda anomala (preferisco chiamarla così; lo tsunami è un fenomeno naturale, quella no) generata da un terremoto sottomarino si abbatte sulla costa orientale giapponese, investendo in pieno la centrale nucleare di Fukushima Daiichi.
Qui troviamo una slideshow e qui una cronologia sintetica di quei drammatici momenti.
Dallo scorso dicembre, nove mesi dopo l’incidente, la situazione appare stabile, con i reattori in stato di chiusura fredda, una condizione che esclude ragionevolmente rischi immediati. In parole povere, la centrale non sta più rilasciando isotopi radioattivi come iodio-131 e cesio-137. In ogni caso, è stato il peggiore incubo atomico che la storia ricordi e l’unico altro incidente, insieme a Chernobyl, classificato come livello 7 della scala Ines.

A tutt’oggi non è chiara quale sia stata la reale portata della contaminazione. In maggio è atteso un rapporto del Committee on the Effects of Atomic Radiation delle Nazioni Unite che dovrebbe fare un pò di chiarezza. Gli studi finora condotti sui luoghi dell’incidente non lasciano presagire niente di buono.
I primi dati sull’inquinamento resi noti da Greenpeace lo scorso dicembre dimostrano che a un anno dall’incidente, la radioattività è ancora una seria minaccia per la popolazione locale.
Nel dettaglio, una squadra di ricercatori ha rilevato la radioattività nel centro della città di Fukushima e nel vicino sobborgo di Watari (qui la mappa del monitoraggio), trovando valori di oltre mille volte superiori alla radioattività di fondo registrata nell’area prima dell’incidente dell’11 marzo. In un anno i livelli di radioattività non si sono ridotti in modo significativo, il che dimostra come contaminazione sarà cronica e duratura. Per bonificare l’area in modo che la radioattività scenda sotto i 5 millisivert (mSv) sarà necessario asportare una quantità di terreno dello spessore di almeno 5 cm per svariati kmq. Basta questo per rendere l’idea di quanto sia profondo il contagio provocato dall’incidente.
Le autorità hanno costretto all’evacuazione oltre 100.000 persone residenti nel raggio di 40 km dalla centrale, ma l’organizzazione indipendente Rebuild Japan Initiative Foundation, costituitasi allo scopo di indagare sugli effetti dell’incidente, ha rivelato che nei drammatici giorni dopo l’11 marzo il governo considerò perfino l’ipotesi di evacuare Tokyo in ragione della sua vicinanza (250 km) a Fukushima .
Non va dimenticato che nei mesi caldi dell’emergenza il governo giapponese aveva più volte cercato di minimizzare l’incidente. Oggi sappiamo che poteva essere una catastrofe.

Proprio a proposito dell’evacuazione, il rapporto di Greenpeace non risparmia accuse di inefficienza alle autorità locali. Mentre il lavoro di decontaminazione viene condotto a macchia di leopardo, gli abitanti ricevono pochi e inadeguati aiuti per spostarsi in zone meno a rischio. A tal fine Greenpeace Giappone ha richiesto una serie di misure di protezione e decontaminazione affinché i cittadini siano aiutati ad allontanarsi da aree ad elevato rischio come Watari, se lo desiderano. Secondo l’organizzazione gli abitanti saranno esposti alle radiazioni ancora a lungo a causa della lentezza e inefficienza evidenziati nell’opera di decontaminazione.
Non è chiaro nemmeno quali saranno gli effetti ultimi sulla loro salute. I dati ufficiali della Fukushima Medical University dichiarano che l’esposizione della popolazione alle radiazioni sia stata minima: il 99,3% dei 10.000 residenti vicino alla centrale sottoposti a screening avrebbero ricevuto meno di 10 mSv di radioattività nei primi quattro mesi dopo l’incidente. La dose più alta registrata è stata di 23 mSv, un quarto della soglia di 100 mSv connessa ad un più elevato rischio di cancro. Un gruppo di ricercatori americani ha concluso che persino i lavoratori dentro la centrale sono stati esposti a livelli di radiazioni 10 volte inferiori rispetto alle 500mila persone che costruirono il sarcofago sdi Chernobyl. A Fukushima, il rischio di ammalarsi di tumore potrebbe aumentare dello 0,002%, e la probabilità di morire dello 0,0001%. Percentuale troppo esigua perché si possa distinguere i casi di tumore connessi alle radiazioni rispetto all’incidenza sulla popolazione generale.
Resta il fatto che nelle fasi iniziali dell’incidente molte persone vulnerabili sono state esposte a radiazioni di alcuni ordini di grandezza maggiori rispetto al limite internazionale di esposizione di 1mSv per anno, le cui conseguenze potranno valutarsi solo nel lungo periodo. Questo rapporto smentisce le rassicuranti previsioni di cui sopra affermando che in conseguenza dell’esposizione potranno registrarsi circa 420.000 casi di tumore nei prossimi anni cinquant’anni. Solo il tempo dirà chi ha ragione.
Per adesso abbiamo la testimonianza in prima persona di quel presentatore tv che mangiò l’insalata raccolta nei pressi della centrale. Voleva rassicurare la gente, ora ha la leucemia.

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USA: Byron, San Onofre e le altre. Brutte notizie dalle centrali nucleari

La Nuclear Regulatory Commission ha dato il via libera alla costruzione di due centrali nucleari in Georgia. Se ne occuperà la Southern Co., che ha deciso di investire 14 miliardi di dollari, di cui 8,3 miliardi provenienti da un prestito federale. Le due centrali dovrebbero essere operative nel 2016 e nel 2017.
La NRC non autorizzava nuove centrali dal 1978. Proprio nei giorni in cui gli americani hanno non pochi problemi con quelle vecchie.

Il 31 gennaio la società elettrica Exelon – il maggior operatore di energia nucleare negli Stati Uniti – ha diffuso un comunicato in cui segnalava un “evento inusuale” nell’impianto di Byron (Illinois, ca. 100 km da Chicago). Si trattava di una nuvola di vapore, precauzionalmente rilasciata da una valvola di sicurezza, contenente una modesta quantità di trizio. La società concludeva rassicurando che non vi sarebbe stato alcun impatto sulla salute dei lavoratori e della comunità locale.
Lo stesso giorno, anche la centrale nucleare di San Onofre (California) ha rilevato una possibile perdita di vapore da un tubo. Cosa è successo di preciso è spiegato qui. Il portavoce della NRC, Viktor Dricks, ha parlato di una piccola quantità di radiazioni che potrebbe essere sfuggita nell’atmosfera.
Anche il gestore dell’impianto si è mantenuto sulla stessa linea, sottolineando che in ogni caso non ci sono problemi per la salute umana. Esattamente ciò che le società ripetono ogni volta che un incidente si verifica. A proposito, sapete chi è questo gestore? Proprio la Southern Co. di cui sopra.
L’evento è stato causato dalla rottura di un tubo, ma nell’impianto di San Onofre sono centinaia i tubi ad avere problemi, e quello che ha generato l’allarme avrebbe subito un inconveniente molto significativo. Dulcis in fundo, un operaio è anche caduto in una piscina rifornimento di carburante, col rischio concreto di aver ingerito acqua radioattiva.

Due episodi che confermano il già precario stato di salute delle centrali d’oltreoceano. Sappiamo che il 75% di esse – rectius: tra quelle sottoposte a tale indagine, perché alcune hanno rifiutato l’ispezione – ha registrato perdite di trizio. Le compagnie si giustificano affermando che tali modeste quantità non hanno effetti sull’uomo o sull’ambiente, come nel caso di Three Mile Island, ma non poche evidenze scientifiche smentiscono cotanto ottimismo (qui qui). In alcune zone, come in prossimità dei Grandi Laghi, le falde acquifere presentano già tracce di inquinamento. E non vanno poi dimenticati gli altri rischi, sia sismici che idrogeologici, a cui le centrali sono sottoposte. Si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui.

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Gli arsenali nucleari sono tutt’altro che sicuri

Nell’ultimo vertice sulla sicurezza nucleare, tenuto a Washington nel 2010, il presidente Obama si fece promotore di un ambizioso progetto, sottoscritto da una cinquantina di Paesi, volto ad assicurare protezione a tutte le scorte globali di uranio arricchito (Heu) entro il 2014. Adesso uno studio pubblicato dalla ong americana Nuclear Threat Initiative, redatto per valutare i progressi compiuti in vista del prossimo vertice sul tema in programma a Seul a fine di marzo, lancia l’allarme sulla vulnerabilità di tali scorte a possibili di furti da parte di terroristi o di gruppi criminali.
La ricerca è opera di un team di esperti internazionali per stabilite il livello la sicurezza dei materiali atomici conservati in centinaia di siti nei 32 Paesi che (ufficialmente) detengono più di un chilo di Heu, oppure una qualunque quantità di plutonio. Gli esperti hanno preso in considerazione cinque parametri per ciascun Paese: la quantità di Heu disponibile e il numero dei siti in cui è stoccata; il livello di protezione garantito in ogni sito; la trasparenza e l’applicazione di standard internazionali; la capacità e la volontà di ogni Stato di applicare tali standard; fattori sociali quali la stabilità politica, la corruzione e l’esistenza di gruppi sovversivi che cercano di acquisire il materiale nucleare.
E’ interessante esaminare la graduatoria dal basso.
Sul fondo troviamo Corea del Nord (37), Pakistan (41) e Iran (46). La scarsa trasparenza della prima, l’instabilità interna del secondo e entrambe le ragioni per il terzo giustificano questo giudizio.
Risalendo troviamo Vietnam (48), India (49), Cina (52). Le dimensioni delle scorte e la corruzione dilagante giustificano la bassa posizione in classifica.
Israele, a causa di una mancanza di trasparenza che riflette la sua ambiguità sul tema della proliferazione, si classifica 25esimo su 32 (56). La Russia è 24esima (65); il Giappone 23esimo (68).
Per quanto riguarda le altre potenze nucleari, la Russia , la Francia 19esima (73), gli USA 13esimi (78) e il Regno Unito decimo (79).
In cima alla classifica di sicurezza troviamo Australia (94 su 100), Ungheria (89) e Repubblica Ceca (87). L’Australia vince soprattutto per il fatto di avere modeste quantità di materiale, il che riduce i problemi di stoccaggio e conservazione.
Il Regno Unito si colloca in alto per la gestione generale, ma è classificato in basso per la quantità dei siti disponibili. Inoltre, attraverso il riprocessamento del materiale sta accumulando anche enormi quantità di plutonio. Stesso discorso per gli USA, a cui manca però lo stesso livello di sicurezza. E nei quali rimane alta l’allerta per possibili attentati.
Benché il comunicato della NTI rimarchi che tutti gli Stati possono e devono fare di più, è soprattutto a questi ultimi due Paesi che lo studio in questione si rivolge come raccomandazione per migliorare i propri sistemi di controllo.

Al di là di studi e classifiche, la realtà è che nonostante miliardi di dollari spesi in tutto il mondo per la sicurezza dei siti nucleari, centinaia di strutture risultano ancora non protette. Continua a leggere

La corsa al nucleare nei Paesi del Golfo

oil supply and demand

L’incidente di Fukushima non ha affatto fermato la corsa al nucleare. Dopo i Paesi industrializzati e quelli emergenti, anche quelli arabi sembrano puntare con decisione allo sviluppo dell’atomo. I Paesi che prima dell’11 marzo avevano iniziato a progettare dei reattori sono rimasti su questa strada. A cominciare da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tra i principali esportatori di petrolio della regione.
Nel febbraio 2007 il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha stretto un accordo con l’IAEA per lo promozione dell’energia atomica per scopi civili. L’intento era sviluppare una fonte di energia da destinare agli impianti di dissalazione delle acque.

Ad aprire la strada è stata l’Arabia Saudita, principale produttore di petrolio del mondo. Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

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Il futuro dell’India è affidato al nucleare

fonte: Globalsecurity.org

Nonostante Fukushima, l’energia nucleare rimane tuttora un’opzione vitale per i Paesi in sviluppo. Neanche il disastro di Fukushima ha rallentato la corsa all’atomo. Ne è un esempio l’India, che pochi giorni fa ha ribadito i propri progetti futuri in merito.
Nel corso del raduno annuale dell’IAEA, il presidente della Commissione per l’energia atomica dell’India Srikumar Banerjee ha dichiarato che “Il ruolo del nucleare come fonte sicura, pulita e sostenibile per soddisfare le esigenze energetiche, nonché per affrontare adeguatamente i problemi del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, non può essere compromesso. Questo è tanto più vero per le economie emergenti, che mirano a fornire una migliore qualità della vita per i propri cittadini“.

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Cosa hanno in comune Usa, Russia e Cina? Le loro centrali nucleari sono a rischio!

di Luca Troiano

In seguito ai fatti di Fukushima, pressoché tutti i Paesi che ricorrono all’energia nucleare sono corsi ai ripari. La Germania ha annunciato la chiusura delle centrali entro il 2022; la Svizzera farà lo stesso. La maggior parte, invece, ha deciso di proseguire su questa strada, mettendo però sotto osservazione i propri impianti.
E non mancano le sorprese. Gli Stati dove gli impianti evidenziano le maggiori preoccupazioni sono proprio quelli economicamente e geopoliticamente più influenti: Stati Uniti, Russia e Cina.

Stati Uniti


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