Egitto ed Etiopia, si riaccende la contesa sul Nilo

Mercoledì 29 maggio l’Etiopia ha dato avvio alla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, ossia la colossale – e più volte minacciata – diga che devierà il corso del Nilo Azzurro.  Il progetto (in appalto all’italiana Salini Costruttori) presenta numeri impressionanti: una volta ultimata, l’opera sarà estesa 1780 metri e alta 145 sul Nilo Azzurro (che rappresenta l’85% della portata dell’intero fiume), il bacino che ne deriverà potrà contenere 63 miliardi di metri cubi d’acqua che dovrebbe dare all’Etiopia un impianto da 6.000 megawatt e creare la più grande potenza energetica del Corno d’Africa. Il più grande progetto idroelettrico del Continente. Costo totale: 4,8 miliardi di dollari, in gran parte provenienti da capitali cinesi.
La cerimonia semplice per l’apertura del cantiere, officiata dal vicepremier etiope Demeke Mekonnin, al Cairo è diventata la notizia dei tg della sera. Questo perché l’irrisolta questione circa lo sfruttamento del Nilo spaventa l’Egitto più dell’instabilità politica o delle tensioni nel Sinai. Due anni fa ne parlavo qui.

Al Cairo – ed anche a Khartoum, altra beneficiaria – si teme che milioni di persone rischino la fame se il progetto etiopico andrà in porto. Già oggi ogni cairota ha una disponibilità d’acqua che è la metà della media mondiale. In seguito alla costruzione della diga, non solo la portata d’acqua del fiume verrebbe drasticamente ridotta, ma anche una gran parte del limo verrebbe trattenuta dalla diga senza mai arrivare a fertilizzare i campi coltivati in Egitto.
Appena pochi giorni prima dell’avvio dei lavori, Egitto ed Etiopia si erano accordati sulla necessità di “proseguire nelle attività di coordinamento per la questione del Nilo Azzurro, impegnando entrambe le parti a non danneggiare l’altra”. L’intesa prevedeva l’istituzione di una commissione mista tra Egitto, Etiopia e Sudan per discutere del progetto etiopico al fine di trovare una soluzione che potesse essere condivisa da tutte le parti in causa. L’annuncio di Addis Abeba ha però fermato tutto, lasciando egiziani e sudanesi in grande preoccupazione.
Il portavoce del governo etiope ha dichiarato che “la deviazione del corso del Nilo Blu sarà solo temporanea e che le sue acque non saranno utilizzate per irrigare i campi, ma solo per questioni energetiche”. Nonostante le rassicurazioni ufficiali però, il governo del Cairo appare diffidente.

Secondo l’Osservatorio Iraq:

il governo egiziano è ben consapevole dei rischi che corre.
Come confermato dai dati Fao (Food and Agriculture Organization) e Aquastat (Fao’s Information system on water and agriculture), il paese ha serie difficoltà nel garantire fonti idriche rinnovabili e la maggior parte delle risorse (circa l’86%) viene principalmente utilizzata per usi agricoli.
Ora si deve considerare come, nonostante la manifesta povertà idrica, l’Egitto stia fortemente incrementando la propria produzione di grano, coltura che notoriamente richiede un notevole dispendio di ‘oro blu’.
Come potrà dunque sostenere una crescente produzione a fronte di una netta diminuzione delle risorse idriche e dei piani dei paesi del corno d’Africa sul bacino del Nilo?
Sì, perché la cronica deficienza di acqua egiziana assumerà un trend ancora più negativo nei prossimi anni: dagli attuali 640 metri cubi pro capita ai 370 del 2050. Un calo netto ed apparentemente inarrestabile.
Finora, come sottolineato dal ministro per le Risorse Idriche, Mohamed Baha’a El-Din, l’Egitto ha potuto supplire le altrui mancanze – ossia quelle degli altri Stati africani – finanziandone le economie e limitando conseguentemente le sue pretese su un fiume di cui resta comunque il principale utilizzatore.
“Negli ultimi anni l’Egitto ha fornito 26,6 milioni di dollari al Sudan, 20,4 all’Uganda e ha contribuito al finanziamento di 100 pozzi d’acqua in Tanzania per un costo di 6 milioni”.
Sempre il ministro [egiziano] ha aggiunto che è stato firmato un accordo del valore di 10,5 milioni in cinque anni con la Repubblica Democratica del Congo al fine di sostenere la gestione delle risorse idriche.
Come sostenere questi costi se il paese vive oggi una delle sue più gravi crisi economiche di tutti i tempi? E se dovesse mancare acqua all’agricoltura locale, come si garantirebbe la produzione di grano, elemento indispensabile per produrre pane?
In un interessante articolo apparso sul sito egiziano “Rebel Economy” la mancanza di pane viene definita come: “la madre di tutte le crisi”.
Non è un caso allora che l’argomento sia particolarmente sentito in patria e che molti analisti parlino di “fallimento governativo”, con Hani Raslan, capo del Dipartimento Sudan and Nile Water Basin, che denuncia: “Hanno ipnotizzato la società egiziana, facendo sembrare la questione molto più piccola rispetto a quelle che poi saranno le sue ripercussioni”.
Ripercussioni che il governo continua a minimizzare, tanto più che fonti interne al ministero della Difesa escludono qualsiasi ricorso alla forza per risolvere la questione, seminando il dubbio che l’Egitto fosse già a conoscenza delle intenzioni etiopi sin da novembre.
Tuttavia, come sempre accade in questi casi, le voci sono particolarmente discordanti. Secondo al-Ahram, dal ministero degli Esteri è stata espressa forte preoccupazione per gli obiettivi del progetto che è stato accolto con “shock e sorpresa” dagli addetti ai lavori. Una versione che contrasta dunque con l’idea che il Cairo fosse già stato avvisato del progetto.
Inoltre, le dichiarazioni dell’ambasciatore egiziano a Khartoum, Kamal Hassan, contribuiscono a complicare la situazione: l’Egitto potrebbe chiedere l’intervento della Lega araba per chiarire la situazione con l’Etiopia.
Al momento quindi l’unica certezza sembra essere quella per cui l’Egitto non può permettersi di perdere nemmeno una goccia d’acqua del patrimonio idrico fornito dal Nilo (circa 55 milioni di metri cubi), onde evitare quanto accaduto nel 2012, quando la scarsità di oro blu ha interessato alcune delle aree più povere del paese.

Come conclude il Corriere della Sera:

Diceva Erodoto, assai citato dalla stampa egiziana, che l’Egitto è un dono del Nilo. «Non dimenticate mai che fu una nostra regina, Iside, a fondarvi», ribatte la propaganda etiope. Fiumi di retorica, per ora. Finché le acque non cominceranno a scaldarsi davvero.

Il mito delle guerre per l’acqua / 2

Il 22 marzo si celebra la Giornata Internazionale dell’acqua. A 21 anni dalla sua istituzione, questo appuntamento diventa occasione per ricordare che di acqua dolce sulla Terra ce n’è veramente poca, e il mondo ha sempre più sete. Si tratta di un dato allarmante la cui percezione è debole in un Occidente, che non è immune al problema ma che si sente e si vede come tale.
Un’occhiata ai numeri dà una certa tristezza. Le persone che continuano a non avere accesso all’acqua potabile sono circa un miliardo e in totale 2,5 miliardi di esseri umani non dispongono di servizi igienico-sanitari decenti. Eppure è proprio nello scellerato uso delle risorse idriche che lo sfruttamento senza scrupoli della natura ad opera dell’uomo trova una delle sue massime (e più drammatiche) espressioni. La mancanza d’acqua uccide di più di una guerra. Per la sua importanza, l’acqua è fonte non solo di vita, ma anche di progetti, sviluppo e, purtroppo, conflitti.
Alcuni mesi fa le Nazioni Unite hanno inaugurato un progetto che studia 30 Paesi che per il 2025 soffriranno la scarsità d’acqua. Di questi Stati, 18 appartengono al Medio Oriente e al Nord Africa, tra cui l’Egitto, Israele, la Somalia, la Libia e lo Yemen. Paesi già affetti da cronica instabilità, che la mancanza di questa risorsa non potrà che aggravare.
La terza guerra mondiale si combatterà dunque per l’acqua? No. Il rischio di idroconflitti esiste, ma va contestualizzato senza lasciarsi andare a facili allarmismi.

Idroconflitti

Su come questo problema potrebbe evolversi ci sono due diversi punti di vista. Il primo prende le mosse dallo studioso del Settecento Thomas Malthus, secondo cui in presenza di scarsità di risorse è inevitabile arrivare alla guerra.

Nella prima metà del 2011, il Segretario di Stato USA Hillary Clinton  aveva commissionato all’intelligence americana uno studio sulle possibili guerre innescate dall’acqua. Il National Intelligence Estimate che ne è scaturito lanciava l’allarme sulle future minacce alla sicurezza globale. Non a caso, la decisione di diffonderne l’indice nel marzo 2012 coincise con il lancio della “Water Partnership“, un’iniziativa con cui l’amministrazione Obama intendeva creare un network di cooperazione fra governo, Ong e privati – aperta anche a Stati stranieri – per tentare di prevenire gli scenari da incubo descritti nel rapporto.

Che i governi siano consapevoli di questa prospettiva è convinto anche Gianni Tarquini, curatore del testo “La guerra dell’acqua e del petrolio”, il quale in un’intervista sul tema delle risorse naturali afferma:

Esistono documenti ufficiali della maggior potenza mondiali, gli Stati Uniti, che dichiarano esplicitamente che l’acqua dolce da bene percepito come rinnovabile e inesauribile è ormai da alcuni anni da considerare scarso e quindi altamente strategico. In una relazione segreta del 2004, resa nota dal The Guardian, il consigliere del Pentagono Andrew Marshall avvertiva sui pericoli legati al cambiamento climatico sottolineando in particolare la scarsezza dell’acqua potabile e la necessità che gli Stati Uniti agissero per appropriarsi di questo bene nei luoghi di maggior presenza e il più in fretta possibile.

Lettera43 illustra le conclusioni di una ricerca condotta dal dott. Peter Gleick, cofondatore e presidente del Pacific Institute di Oakland, in California, secondo cui negli anni che vanno dal 2010 al 2013 si sono contate 41 guerre combattute anche per l’acqua: una in Oceania, sei in Asia, otto in America Latina, 11 in Africa e 15 nell’area mediorientale. Tutte scontri nati per motivazioni religiose, politiche ed economiche, ma sfociati poi in battaglie per l’oro blu. La sua conclusione è che: “Meno acqua c’è, più aumenta il rischio di guerre per contendersela anche all’interno degli stessi Stati, per esempio tra gruppi sociali con interessi economici differenti”. Di seguito l’articolo esamina tre contesti: Cina, India e Stati Uniti – qualcuno si stupirà, ma le controversie sullo sfruttamento non lasciano indenni neppure i cittadini americani.

Altri luoghi caldi: Asia Centrale, bacino del NiloKenyaMedio Oriente, bacino del Mediterraneo. Neppure l’Italia risulta estranea alle controversie idriche: da sette secoli, ad esempio, i comuni veneti di Acquanegra e Asola si disputano lo sfruttamento del canale Seriola.

Più un mito che una realtà

Malthus aveva ragione? Non è detto. I numeri diffusi da Gleick sono preoccupanti, ma trascurano un fatto: storicamente i momenti di cooperazione sul tema dell’acqua sono stati più frequenti di quelli di scontro.
Come spiegavo due anni fa:

Tra il 1948 e il 1999, secondo l’UNESCO, si sono registrate 1.831 “interazioni internazionali”, compresi 507 conflitti, 96 eventi neutrali o non significativi, e 1.228 importanti istanze di cooperazione, a dimostrazione che nei bacini condivisi la cooperazione è più probabile del conflitto.
Ma allora perché si parla così spesso di “guerre per l’acqua”? Semplicemente perché un conflitto (rectius: l’affermazione di un possibile conflitto), trova spazio sui media molto più facilmente rispetto ad un accordo. “Le guerre dell’acqua fanno notizia, gli accordi di cooperazione no”, dichiarò a margine del meeting Arunabha Ghosh, idrologo, coautore del Rapporto per lo sviluppo umano del 2006 sul tema della gestione dell’acqua. Un altro esperto, il prof. Asit K. Biswas, intervistato dall’IPS dichiarò che le guerre dell’acqua “Non hanno assolutamente senso, perché non ci saranno – almeno non per i prossimi 100 anni”. Biswas spiegò che la vera causa delle carenze idriche nel mondo non è tanto la scarsità della risorsa quanto la sua cattiva gestione.
Ci sono anche casi in cui le deficienze di gestione diventano oggetto di strumentalizzazione, soprattutto nei paesi non democratici, dove la colpa della scarsità della scarsità idrica viene riversata sugli Stati vicini accusandoli apertamente di “rubare” l’acqua. Emblematici furono gli anatemi di Mubarak contro l’Etiopia dopo la riunione di Entebbe dello scorso anno, offerti in pasto al popolo per distogliere l’attenzione dall’inefficienza della sua amministrazione. Accuse quasi sempre seguite da minacce di possibili ostilità contro i Paesi vicini per rafforzare il consenso della gente attorno al regime di turno. Peraltro, in buona parte dei paesi autoritari l’acqua viene offerta gratuitamente proprio per ragioni di propaganda, incentivando gli sprechi e peggiorando così la situazione.

Il problema chiave è la gestione della risorsa. Contrariamente a quanto si creda, la disponibilità di acqua – sia per la quantità che per la qualità – dipende innanzitutto dall’uomo e non dalla natura. Il motivo è semplice: gli usi dell’acqua, nel corso dei millenni, sono andati diversificandosi e moltiplicandosi nella quantità richiesta; ma allo stesso tempo l’ingegno dell’uomo ha fatto sì che nel contempo si sviluppassero tecnologie in grado di soddisfare tali crescenti necessità. Tuttavia, non tutta l’umanità è riuscita a beneficiare uniformemente di tali innovazioni.
Di recente alcuni esperti tra cui Thomas Homer Dixon, direttore del Center for Peace and Conflict Studies all’Università di Toronto, hanno analizzato diversi casi di studio sul degrado ambientale e hanno concluso che non esiste un legame diretto tra la scarsità di risorse e la violenza. Al contrario Dixon ritiene che la disuguaglianza, l’esclusione sociale e altri fattori determinano la natura e la ferocia della lotta.

Un interessante speciale su Tempi (da leggere per intero) conferma questa visione:

Il Rapporto 2008 sugli Obiettivi del Millennio afferma giustamente che «attualmente non c’è ancora una penuria globale d’acqua». Il motivo è semplice: l’acqua rinnova la sua disponibilità attraverso le precipitazioni, che in un anno sono pari mediamente a 113 mila km cubi che, al netto di tutti i fenomeni naturali di dispersione, significano una disponibilità globale pro capite di 5.700 litri al giorno: nell’Unione Europea il consumo medio pro capite è attualmente di poco meno di 600 litri, negli Usa è di 1.400 litri.
Da questi dati capiamo che non esiste una scarsità d’acqua in quanto tale. Vale a dire che il problema allora non sta nella finitezza della risorsa acqua – e quindi nell’aumento della popolazione che la rende ancora più ridotta – ma nei motivi che ne impediscono il godimento da parte di ampi strati della popolazione. Detto in parole povere, il problema non è la scarsità ma l’accesso all’acqua.

Non è poi secondaria la distribuzione per settore dei consumi d’acqua: globalmente l’uso domestico assorbe appena l’8 per cento dei consumi, mentre il 22 per cento è usato dall’industria e il 70 per cento dell’acqua globalmente consumata va per le attività agricole. Si pone dunque una “questione agricoltura”, a maggior ragione se si considera che nei paesi poveri questa percentuale arriva al 95 per cento.
Ma qui entra in gioco il fattore umano, ovvero la capacità degli uomini di rispondere con il proprio ingegno e creatività ai bisogni che via via si presentano.

Se, ad esempio, prendiamo il caso di Israele, che ha una disponibilità di appena 969 litri di acqua pro capite al giorno, dovremmo trovare che sperimenta una assoluta scarsità d’acqua. Il che invece non è vero: Israele non ha problemi di accesso all’acqua e anzi, giardini sono nati dove c’era il deserto. Come mai? La estrema limitatezza nella disponibilità di acqua ha fatto sì che si usasse l’acqua in modo molto più efficiente, al punto che oggi Israele non solo ha risolto i suoi problemi interni in materia, ma ha sviluppato una tecnologia per la gestione dell’acqua che a sua volta – vendendola ad altri paesi – è diventata fonte di ricchezza essa stessa.

Il vero problema nell’accesso all’acqua è dunque il sottosviluppo, perché la povertà – economica, ma anche di conoscenze e di capacità manageriali – non mette gli uomini in condizione di usare il loro ingegno e lavoro, o di sviluppare attività economiche che diano la possibilità di acquistare i servizi di cui hanno bisogno. Più che delle guerre per l’acqua, dunque, dobbiamo preoccuparci delle guerre che impediscono l’accesso all’acqua.

Faremmo meglio a prenderne coscienza alla svelta. Altrimenti, ora che la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e dei beni comuni è diventata la nuova frontiera del capitale, il sottosviluppo e le diseguaglianze non potranno che aumentare.

Aggiornamento sulla siccità negli USA

US Siccità Monitor, 21 Agosto, 2012

Secondo la U.S. Drought Monitor, questa settimana si sono registrati alcuni miglioramenti in certe aree e notevoli peggioramenti in altre. Per quanto riguarda l’agricoltura, la siccità ha un pò allentato la presa sui terreni coltivati, rimanendo comunque ben oltre i livelli di guardia. La mancanza d’acqua riguarda l’85% del raccolto di mais, l’83% della soia, il 63% di fieno. Il 71% delle zone riservate agli allevamenti risultano colpite. Quasi la metà dei campi di grano (49%) e di soia (46%) attraversa una fase di siccità “Estrema” (D3) o “Eccezionale” (D4).

E in siccità estrema o eccezionale sono i due terzi dell’Iowa – 67,5%, con una variazione del +5% rispetto alla scorsa settimana -, il più grande produttore di mais dell’Unione. Nebraska, Kansas, Missouri e Illinois sono nella stessa condizione. Drammatico lo scenario in quest’ultimo Stato, dove la percentuale di terreni colpiti è salita al 96,72%: più del 17% rispetto a sette giorni fa. Lievi miglioramenti, invece, nel vicino Indiana, dove la pioggia ha portato un pò di ristoro: l’area dello Stato in siccità D3 o D4 è sceso di 9 punti percentuali, al 37,09%.

Ciò ha portato sia ad una diminuzione della resa agricola, sia ad una vendemmia anticipata. Ulteriori impatti di questa settimana includono la chiusura di un tratto di 11 miglia del fiume Mississippi vicino a Greenville, a causa dei livelli di acqua bassa e degli incendi in espansione dal nord della California a Idaho. Le piogge previste nel Midwest – la regione più colpita – entro le prossime due settimane, secondo i meteorologi, non basteranno a migliorare la situazione.

Russia Today ritiene che la siccità aumenterà il numero di americani che soffrono la fame, ma in realtà il mondo intero rischia una grave crisi alimentare in conseguenza della siccità negli USA.

Cina, padrona di tutte le acque

Ultimamente la Cina ha molti problemi con i suoi vicini. Oltre alle dispute sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale, a sollevare le cancellerie indocinesi c’è la questione del Mekong. Si tratta del dodicesimo fiume al mondo per lunghezza (4.900 km) e il decimo come portata d’acqua, e come tale è fonte di vita per tutte le aree che attraversa. Ma quest’anno il livello del fiume è stato il più basso degli ultimi trent’anni, accentuando il problema della scarsità idrica in un contesto, come quello del sudest asiatico, caratterizzato da una forte crescita demografica.
Ad aggravare la situazione ci pensa la politica. Entro il 2025 il Mekong sarà arginato, deviato, rallentato, da una ventina di dighe, di cui almeno otto in Cina (per una capacità complessiva di 15.200 MW, sufficienti per 75 milioni di persone) e undici nel suo corso inferiore. I governi interessati evitano di alzare la voce perché le élite locali sono legate a doppio filo con il regime di Pechino, dal quale ricevono finanziamenti e benefits, ma non è escluso che la questione possa innescare una spirale di conflitti in un futuro prossimo.
Benché le guerre per l’acqua rappresentino uno scenario meno frequente di quanto si creda, il problema non va comunque sottovalutato. il crescente fabbisogno idrico e il circa le conseguenze del riscaldamento globale lasciano intravedere un avvenire quanto mai complicato per il continente asiatico. Per smorzare le tensioni basterebbe programmare le politiche in un quadro di cooperazione con i Paesi a valle, ma Pechino sembra avere un’avversione per un approccio multilaterale alla questione idrica.

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Il far west dell’acqua. Perché privatizzare ha avuto risultati negativi

Quando a Milano nel 1888 fu costruito il primo acquedotto, tuttora uno dei migliori del Paese, si scrisse che l’acqua era un bene così fondamentale per la vita e la salute dei cittadini, che il servizio non poteva essere gestito da chi poteva trarne profitto. La firma sul provvedimento non venne apposta da un socialista rivoluzionario, ma da un sindaco-mastino della Destra storica, Gaetano Negri. Allora in Italia i conservatori erano ancora guardiani implacabili della cosa pubblica.

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Il mito delle guerre per l’acqua


Il 22 marzo è la Giornata Internazionale dell’Acqua. Una risorsa sempre più scarsa a causa dell’esplosione demografica, fino a rappresentare un “casus belli” in varie zone del mondo. Ma il futuro sarà davvero costellato di conflitti per l’acqua? Per i media sì, per gli esperti no. La soluzione è la cooperazione.

1. Nilo (Egitto ed Etiopia), Tigri ed Eufrate (Turchia, Siria ed Iraq), Danubio (Ungheria, Rep. Ceca e Slovacchia), Mekong (Cina e Paesi dell’Indocina), Indo (India e Pakistan), Colorado (Stati Uniti e Messico), Okawango (Namibia e Botswana), Canepa (Ecuador e Perù).
I fiumi, da sempre fonte di vita, nei suddetti casi sono anche fonte di discordia. Si stima che al mondo vi siano oltre 262 bacini fluviali condivisi tra più Stati: 59 in Africa, 52 in Asia, 73 in Europa, 61 in America Latina e Caraibi, e 17 in Nord America; in totale 145 Paesi al mondo hanno almeno un bacino in condominio. E, salvo rare eccezioni, quasi ovunque la domanda è sempre la stessa: a chi appartiene l’acqua?
Non c’è una risposta univoca. L’acqua non rispetta i confini nazionali, anzi in molti casi li definisce. Quasi sempre le sorgenti di un grande fiume si trovano in un paese diverso rispetto alla foce, gli affluenti si diramano in altri stati ancora mentre lo sfruttamento idrico a monte condiziona enormemente la portata d’acqua a valle. Ciascun Paese, a seconda che si trovi a monte o a valle di corso d’acqua, accorda la sua preferenza ad un criterio diverso per definire la questione. In compenso c’è una letteratura sempre più copiosa sugli episodi di velata o aperta ostilità che nel corso del tempo hanno visti protagonisti Stati rivieraschi.
Non a caso nel 1995 il presidente della Banca Mondiale aveva dichiarato che “le guerre del prossimo secolo saranno combattute per l’acqua”, e il caso del Nilo (più volte l’Egitto ha minacciato azioni belliche contro gli Stati a monte) è forse l’esempio più emblematico delle tensioni che possono nascere in previsione di una crescente scarsità di tale risorsa.
Il corpus giuridico internazionale si riduce alle Helsinki rules, redatte dall’Associazione Internazionale di Diritto, che enunciavano il principio dello sfruttamento equo e razionale delle risorse idriche. Successivamente, nel 1997 l’Onu ha adottato la “Convention on the Law of the Non-navigational Uses of International Watercourses”.

2. L’acqua appartiene alla Natura e tocca all’umanità (fino a prova contraria fa anch’essa parte della natura e non ne è padrona) garantirne l’accesso e l’utilizzo razionale, nel rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani. Ma il diritto degli Stati sovrani non e’ dello stesso avviso. Attualmente, solo l’Ecuador ha affermato nella propria costituzione la tutela dell’ambiente come bene comune. Nessun altro Stato al mondo ha riconosciuto la tutela della natura come fine ultimo dell’azione generale, al pari, ad esempio, del diritto al lavoro o alla salute.
Al contrario, l’affermazione della sovranità sui corsi d’acqua rimane ancora oggi, nel mondo dell’economia globalizzata, l’espressione piu’ forte e autorevole della supremazia statuale, intesa come controllo legittimo di un territorio e dello sfruttamento delle sue risorse. E nessuna risorsa come l’acqua e’ in grado di alimentare tensioni o di garantire uno sviluppo armonioso tra Paesi e tra comunità di uomini.
L’ecopolitica, ovvero la governance geopolitica e strategica delle risorse naturali, è sempre stata un dossier sensibile e vulnerabile per la gestione del potere degli Imperi. Anche nell’ultimo tra gli imperi territoriali in ordine cronologico, l’Unione Sovietica, si sono registrati numerosi casi di rivolta contro i Soviet locali per la cattiva gestione delle risorse naturali, in particolare quelle d’acqua. Lo scenario temuto dagli esperti di “idropolitica”, nuova branca della geopolitica, prevede un futuro costellato di guerre per il controllo dell’acqua (cd “idroconflitti”) tali da far impallidire anche quelli per il petrolio, di cui, paradossalmente, la medesima sopracitata area geografica possiede il 60% delle risorse mondiali. Non è un caso che si parli già di “acqua in cambio di pace”.
I principali fiumi contesi nell’area sono il Nilo, il cui bacino idrografico interessa dieci nazioni dell’Africa Orientale; il Giordano, che attraversa Libano, Siria, Israele, Territori palestinesi; il Tigri e l’Eufrate, che nascono entrambi in Turchia, attraversano il territorio siriano e si congiungono in Iraq prima di sfociare nel Golfo Persico con il nome di al-Shat el-Arab. Con 400 milioni di abitanti, pari al 6% della popolazione mondiale, e circa 200 miliardi di metri cubi di acqua l’anno, Nordafrica e Medio Oriente rappresentano la zona piu’ sensibile alla questione acqua a livello planetario: tenendo presente che in media un milione di persone necessitano di due miliardi di metri cubi di acqua l’anno, il fabbisogno idrico della popolazione nordafricano-e’ soddisfatto solo per un quarto.
Si prevede che nel 2030 la popolazione mondiale raggiungerà la preoccupante cifra di 8 miliardi di individui, di cui ben 3 miliardi in situazione di grave crisi idrica. E su quasi tutti i media si alternano file di esperti che già ipotizzano un inasprimento degli attuali conflitti o addirittura l’accensione di nuovi.

3. In realtà, non tutti sono dello stesso avviso. Non pochi specialisti rimarcano che la cooperazione nell’utilizzo delle acque è tutt’altro che impossibile, scansando i minacciosi proclami di quanti profetizzano un futuro apocalittico.
A sostenerlo è soprattutto la World Water Week, dal 1991 la massima assise mondiale dove vengono discussi i problemi più urgenti sull’acqua. Organizzata con cadenza annuale dallo Stockholm International Water Institute, raduna esperti, tecnici, politici, opinionisti e leader da tutto il mondo per confrontarsi sullo stato di salute dell’idrosfera.
Significativo al riguardo è stato il dibattito del 2006. il 28 agosto, nella giornata conclusiva dell’appuntamento, gli esperti riuniti concordarono un netto rifiuto sull’ipotesi di un avvenire caratterizzato da idroconflitti. La mancanza d’acqua, fu il pensiero predominante, è un problema dovuto alla cattiva gestione della risorsa, a cui è possibile rimediare attraverso una diretta collaborazione tra i paesi interessati.
Nel mondo esistono già diversi accordi bilaterali, multilaterali e transfrontalieri per la condivisione dell’acqua, ma quasi tutti sono passati sotto silenzio. Tra il 1948 e il 1999, secondo l’UNESCO, si sono registrate 1.831 “interazioni internazionali”, compresi 507 conflitti, 96 eventi neutrali o non significativi, e 1.228 importanti istanze di cooperazione, a dimostrazione che nei bacini condivisi la cooperazione è più probabile del conflitto.
Ma allora perché si parla così spesso di “guerre per l’acqua”? Semplicemente perché un conflitto (rectius: l’affermazione di un possibile conflitto), trova spazio sui media molto più facilmente rispetto ad un accordo. “Le guerre dell’acqua fanno notizia, gli accordi di cooperazione no”, dichiarò a margine del meeting Arunabha Ghosh, idrologo, coautore del Rapporto per lo sviluppo umano del 2006 sul tema della gestione dell’acqua. Un altro esperto, il prof. Asit K. Biswas, intervistato dall’IPS dichiarò che le guerre dell’acqua “Non hanno assolutamente senso, perché non ci saranno – almeno non per i prossimi 100 anni”. Biswas spiegò che la vera causa delle carenze idriche nel mondo non è tanto la scarsità della risorsa quanto la sua cattiva gestione.
Ci sono anche casi in cui le deficienze di gestione diventano oggetto di strumentalizzazione, soprattutto nei paesi non democratici, dove la colpa della scarsità della scarsità idrica viene riversata sugli Stati vicini accusandoli apertamente di “rubare” l’acqua. Emblematici furono gli anatemi di Mubarak contro l’Etiopia dopo la riunione di Entebbe dello scorso anno, offerti in pasto al popolo per distogliere l’attenzione dall’inefficienza della sua amministrazione. Accuse quasi sempre seguite da minacce di possibili ostilità contro i Paesi vicini per rafforzare il consenso della gente attorno al regime di turno. Peraltro, in buona parte dei paesi autoritari l’acqua viene offerta gratuitamente proprio per ragioni di propaganda, incentivando gli sprechi e peggiorando così la situazione.
Ma la realtà dimostra che tendere la mano al proprio vicino si dimostra più profittevole che impugnare le armi. Con l’augurio che sia il primo passo che porti i governi a considerare l’acqua come “patrimonio dell’umanità”, da gestire assieme attraverso logiche solidali e di mutuo sostegno, lontane da qualsiasi interesse economico o politico. La condivisione delle risorse può essere una strada verso la pace perché obbliga tutti a lavorare insieme, creando una naturale interdipendenza tra le nazioni.
L’acqua c’è: basterebbe cooperare. Un esempio? Israele e Giordania: dagli anni Settanta i due paesi collaborano alla gestione del fiume Giordano con reciproco vantaggio, dando vita ad un sodalizio che non si è interrotto neppure in tempo di guerra. E che ha rappresentato la base di partenza verso la cooperazione in altri settori, in particolare quello dei trasporti. Collaborare conviene a tutti. Perché costruire è sempre meglio che distruggere.