Il gas di scisto potrà cambiare il mondo ma non l’Europa

Il dibattito su vantaggi e svantaggi dell’estrazione di gas di scisto continua a dividere l’Europa. Pur tralasciando ogni appunto circa gli enormi danni all’ambiente e alle persone che l’industria dello shale sta causando negli USA, rimane il fatto che anche nella (lontana) ipotesi in cui gli ostacoli ambientali, normativi e politici fossero superati, difficilmente gli idrocarburi non convenzionali risolveranno i nostri problemi.

La scorsa settimana il Parlamento europeo ha approvato lo schema della nuova direttiva che introduce la Valutazione di Impatto Ambientale obbligatoria sulle connesse attività di esplorazione ed estrazione e che dovrebbe entrare in vigore entro il 2016. Strasburgo ha inoltre introdotto l’obbligo di indipendenza assoluta del committente rispetto all’autorità competente ed eliminato la possibilità per i Paesi membri di concedere deroghe speciali a determinati progetti (le uniche eccezioni restano le opere motivate con ragioni di sicurezza pubblica).

Negli stessi giorni la Francia ha confermato il bando alle esplorazioni stabilito da Sarkozy nel 2011, mentre il resto d’Europa procede un po’ in ordine sparso. Secondo Altreconomia:

In Europa le riserve di gas non convenzionale sarebbero pari a 15mila miliardi di metri cubi di cui 2 mila miliardi stimati solo in Polonia. Oltre 760 miliardi da estrarre nell’immediato. Un potenziale di shale gas e tight gas che interesserebbe quasi tutti  i Paesi dell’Unione. È quanto emerge da una prima lettura di una mappa diffusa dal magazine americano “Drilling Contractor”. 
Per l’Italia è evidenziata una vasta area di giacimenti ricadenti nella Pianura Padana, in regioni come l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Lombardia, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia.

Un quadro, questo, che giustifica l’accesa discussione in atto proprio tra gli Stati membri dell’Ue, che dovrebbero applicare la Direttiva così modificata quando questa diverrà legge. 
Bulgaria e Lussemburgo sono contrari alfracking. La Francia ha deciso di vietare il fracking con una legge del 13 luglio 2011, sulla quale però il Consiglio costituzionale dovrebbe pronunciarsi domani  (11 ottobre, ndr) su una sua presunta incostituzionalità. E proprio questa decisione -molto attesa non solo Oltralpe- potrebbe cambiare le carte in tavola. L’intervento del Consiglio costituzionale è stato richiesto dalla società Schuepbach Energy, secondo la quale “l’annullamento dei permessi di esplorazione è frutto di un’applicazione troppo rigorosa del principio di precauzione”.
Principio di Precauzione, più che legittimo, sulla quale si fondano proprio le ultime modifiche della Direttiva 2011/92/UE. In Svizzera, Gran Bretagna, Olanda, Austria e Svezia, invece, i progetti sono stati sospesi. In Germania, Romania, Irlanda, Repubblica Ceca e Danimarca si parla di moratoria. 

In Italia, infine, in un clima di quasi totale disinteresse, il 18 settembre -su proposta del deputato di Sel, Filiberto Zaratti- la Commissione ambiente della Cameraha approvato una risoluzione “che esclude da subito ogni attività legata al fracking, cioè l’estrazione d’idrocarburi attraverso la fratturazione idraulica del sottosuolo”. 
Un impegno per il Governo, al quale dovrebbero seguire i fatti. Anche se in merito al fracking le grandi associazioni ambientaliste come le reti di movimenti italiani continuano a sostenere che nel nostro Paese non c’è il rischio di trivellazioni con fratturazione idraulica, per lo sfruttamento di shale gas. E perciò non serve una legge nazionale, non impugnabile, che ne sancisca concretamente il divieto.

Come ho già avuto modo di illustrare, se nel resto del mondo questi idrocarburi non convenzionali stanno provocando una vera e propria rivoluzione, qui in Europa lo shale gas non dovrebbe suscitare un boom economico simile. Secondo Les Echos:

La rapidità e l’ampiezza dello sviluppo della produzione oltre Atlantico non potranno essere replicate in Europa perché non vi sono le condizioni eccezionali degli Stati Uniti: presenza di un’importante industria petrolifera e di gas, abbondante materiale di trivellazione, una vasta rete di gasdotti, grandi spazi disabitati. Tutti elementi che hanno permesso agli Stati Uniti di forare più di 200mila pozzi in pochi anni. Anche il contesto giuridico ha svolto un ruolo importante: i cittadini sono proprietari del loro sottosuolo e hanno un interesse finanziario a firmare direttamente con le compagnie. In Europa non solo le infrastrutture rimangono limitate, ma le regolamentazioni locali sono più vincolanti.La Polonia, che ha cominciato l’esplorazione nel 2008, ha solo una quarantina di pozzi. In Danimarca le prime trivellazioni sono state rinviate di un anno, per realizzare degli studi di impatto ambientale. Stessa constatazione nel Regno Unito. “In Europa ci vorranno almeno dieci anni fra l’avvio di un sito e l’entrata in produzione, rispetto ai tre anni degli Stati Uniti”, dice un industriale. “Inoltre per ragioni simili si dovrà limitare il numero di trivellazioni contemporanee nella stessa zona”. Secondo un recente studio di Bloomberg Energy Finance i costi di produzione nel Regno Unito sarebbero fra il 50 e il 100 per cento più alti rispetto agli Stati Uniti.

Meno intensa, più diluita nel tempo, la produzione di idrocarburi di scisto in Europa sarebbe più costosa e probabilmente insufficiente per influire sul prezzo o per ridurre realmente la sua dipendenza economica. Anche se la Francia riuscisse a produrre il 30 per cento del suo consumo di gas, la sua fattura energetica si ridurrebbe solo di 3-4mila miliardi di euro all’anno su un totale di 70 miliardi nel 2012. Inoltre l’impatto sull’occupazione sarebbe limitato. Le poche stime effettuate su questo punto dalle società di consulenza Sia Conseil in Francia e Poyry nel Regno Unito hanno potuto basarsi solo sull’esperienza americana, cioè fare riferimento al numero di posti di lavoro per miliardi di metri cubi prodotti o per numero di pozzi. Tutti calcoli che portano nel migliore dei casi a poche decine di migliaia di posti di lavoro per paese. Cifre senza dubbio non trascurabili nella situazione attuale, ma il gas di scisto non rappresenta quella soluzione miracolosa che permetterebbe all’Europa di uscire dalla crisi.

Eden V, la Concordia dimenticata

La rimozione della Costa Concordia sarà ricordata come l’evento mediatico del 2013. Ore e ore di diretta fiume e milioni di telespettatori incollati allo schermo, il tutto per un’operazione di recupero che il premier Letta ha definito un “orgoglio italiano” (ma rimediare a un disastro è davvero un orgoglio?). Standing ovation e applausi per tutti; alla sviolinata collettiva mancava solo l’inno di Mameli.
Roba che manco al matrimonio di Belen…

Per una Concordia recuperata ce ne sono altre dimenticate. Pochi sanno che nei fondali (e sulle rive) del Mediterraneo, soprattutto lungo le coste del Meridione, giacciono relitti mai rimossi di navi, misteriosamente affondate. Sono le cosiddette navi a perdere, vascelli inabissatisi tra gli anni ’80 e ’90 col loro carico di veleni.

La Eden V è una di queste. Dal 1988 giace incagliata sulle rive del Parco nazionale del Gargano, nell’indifferenza delle istituzioni e nonostante un’interrogazione parlamentare del 2007.

La storia completa si trova qui. Nonostante le indagini esperite, non si è mai riusciti a risalire né all’armatore né al proprietario del mercantile. Ad oggi risulta di bandiera sconosciuta. La nave, come detto, navigava vuota di carico ed è risultata priva di qualsiasi dotazione di bordo. Nessuno l’ha mai reclamata.
Il relitto non compare su nessuna mappa, ma è tuttavia visibile su Google Maps alle coordinate: 41.901526,15.385352. Ciononostante, la Eden V risulta ufficialmente smantellata.

Blogeko dedica alla vicenda questo post, dove si legge:

Non si è mai saputo cosa esattamente trasportasse la Eden V: una volta incagliatasi risultò vuota (tutti salvi e rimpatriati gli uomini dell’equipaggio, in massima parte mediorientali); vi rimando all’inchiesta che qualche anno fa le dedicò Rai News 24.

Sta di fatto che lungo la spiaggia su cui giace la Eden V è facile incontrare bidoni arrugginiti, e, come dice l’inchiesta di Rai News, migliaia di – diciamo – corpi estranei ascrivibili alla categoria dicontainer e affini giacciono nelle vicinanze sui fondali.

Infondoalmar è un database dedicato ai mercantili affondati o naufragati misteriosamente durante gli ultimi trent’anni nel Mediterraneo che, si sospetta, sarebbero stati usati per sbarazzarsi di tonnellate di rifiuti tossici, chimici e radioattivi. Si sospetta, perchè anche quando gli indizi sono numerosi le eventuali prove si trovano sotto centinaia di metri di acqua.

Su Youtube possiamo vedere un video del relitto corredato da queste info:

Marina Di Lesina (Gargano) la nave Eden V (3.119 tonnellate di stazza per 95 metri di lunghezza),si è insabbiato sulla duna del lago costiero di Lesina, fu varata in Giappone nel 1969 e si arenò su quel tratto di costa per cause mai accertate la notte del 16 dicembre 1988. Attorno allo nave,per un raggio di 3km sul litorale, giacciono 123 barili arrugginiti e maleodoranti,ma potrebbero essercene molti altri sepolti sott’acqua lungo gli 80 chilometri di costa.
In zona i vigili dell’Azienda sanitaria Foggia/1, hanno ritrovato due tonnellate di rifiuti radioattivi.
«Nei cumuli di scorie abbiamo rilevato 1.700 becquerel(unità di misura della radioattività) per Kg di sostanza. Sedici oltre la soglia di rischio per lessere umano, stabilita convenzionalmente in 100 becquerel»
Dagli archivi degli ospedali locali emergono patologie inquietanti sulla popolazione del Gargano (220.000 residenti) e di Capitanata (800.000 cittadini): leucemie mieloidi e tumori
alla tiroide superiori del 50% alla media nazionale.

Quello delle navi a perdere è un argomento troppo ampio perché possa essere esaurito in un semplice post. Basta fare un ricerca in rete digitando uno di questi nomi: CunskyJolly RossoRigel , Karin B., Marco PoloKoraline, Nicos 1Alessandro I per trovare decine e decine di documenti su navi scomparse nel mare. Alcune volte ricompaiono, altre no. In totale, sarebbero circa 30 le navi affondate nel Mediterraneo e ben 22 i Paesi coinvolti.
Mi limito a segnalare due videoinchieste: quella di Current TV del 2009 e quella di Blu Notte del 2011. Consiglio inoltre il blog di Massimiliano Ferraro, giornalista ambientalista che si è più volte occupato del tema.

Ad oggi, la Eden V risulta rimossa solo dalla memoria.

Adriatico, la corsa agli idrocarburi

Si scrive Adriatico,‭ ‬ma si potrebbe leggere Golfo Persico.‭ ‬La ricerca di idrocarburi nelle acque di quello un tempo era il confine marittimo della Cortina di ferro è infatti in costante crescita.‭ ‬Solo sul versante italiano‭ ‬si contano‭ ‬107‭ ‬piattaforme offshore dedicate all’estrazione di gas naturale – destinate ad aumentare grazie allo sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti in Puglia – ‭ ‬che attualmente coprono il‭ ‬9,2%‭ ‬del fabbisogno nazionale di gas.‭ ‬Oltre ad essere un inesauribile fonte di polemiche sul tema dell’impatto ambientale.
La novità di oggi è che lo sfruttamento dei combustibili fossili racchiusi nei fondali marini non è più una prerogativa tutta italiana.‭ ‬Anche Albania,‭ ‬Croazia e Montenegro stanno avviando una serie di attività di ricerca e coltivazione dei depositi a largo delle proprie coste.‭ ‬Con possibili risvolti anche per l’Europa.
In Albania l’attività petrolifera ha una‭ ‬lunga storia:‭ ‬il bitume veniva estratto già in epoca romana.‭ ‬L’estrazione moderna è iniziata alla fine degli anni Venti durante l’occupazione italiana e ha toccato il suo apice intorno al‭ ‬1970‭ ‬con il contributo dell’ingegneria cinese,‭ ‬che consentì a Tirana di raggiungere una produzione pari a‭ ‬43.000‭ ‬b/g‭ (‬barili al giorno‭)‬.‭ ‬Pochi per diventare un produttore mondiale di rilievo,‭ ‬ma sufficienti per essere il primo limitatamente alla regione balcanica.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬con lo strappo‭ “‬strappo di Hoxha‭” ‬del‭ ‬1978,‭ ‬l’allora dittatore al potere decretò la fine di ogni alleanza internazionale dell’Albania e ci cinesi partirono per non tornare più.‭ ‬Da allora la produzione di oro nero è costantemente scesa fino a toccare il suo minimo storico nel‭ ‬2004:‭ ‬appena‭ ‬600‭ ‬b/g.
Ora l’era petrolifera di Tirana sembra poter inaugurare un nuovo capitolo,‭ ‬come dettagliatamente illustrato da‭ ‬Balkanalisys‭ ‬già lo scorso anno.‭ ‬A partire dal‭ ‬2009‭ ‬gli investimenti privati nel settore del greggio hanno registrato una decisa impennata,‭ ‬da quando cioè sono iniziate le operazioni nel giacimento onshore di Patos Marinza,‭ ‬dove si pensa sia no custoditi più di‭ ‬7,7‭ ‬miliardi di barili.‭ ‬L’ultimo accordo di rilievo risale allo scorso‭ ‬27‭ ‬aprile,‭ ‬quando il ministero albanese dell’Economia e dell’Energia ha concluso un‭ ‬negoziato‭ ‬con la società San Leon Energy Plc.‭ ‬Investimento previsto:‭ ‬250‭ ‬milioni di dollari per i prossimi due anni.‭ ‬Tirana punta a raggiungere l’autosufficienza petrolifera entro i prossimi cinque anni,‭ ‬e c’è la possibilità che diventi esportatore netto almeno per un certo periodo. In Albania le royalties sono del‭ ‬70%‭ ‬sui pozzi già avviati‭ – ‬alcuni risalenti alla Guerra Fredda e costellati di problemi strutturali‭ – ‬mentre ammontano appena al‭ ‬10%‭ ‬sui pozzi nuovi pre-tasse,‭ ‬a cui si somma una tassa speciale del‭ ‬50%‭ ‬sui profitti.‭ ‬Buona parte del petrolio albanese finirà nelle raffinerie d’Italia.‭
Fin qui i pro.‭ ‬I contro,‭ ‬invece,‭ ‬si annidano nella corruzione e nelle precarie condizioni socioeconomiche del Paese.‭ ‬L’Albania è solo al‭ ‬69simo posto dell’indice di sviluppo umano dell‭’‬United Nations development programme.‭ ‬E l’eldorado petrolifera non ha finora contribuito a migliorare la situazione.‭ ‬Anzi,‭ ‬due anni fa ha addirittura rischiato di farla precipitare,‭ ‬è vero che è stato una delle cause principali dell’acuirsi delle tensioni tra il governo allora guidato da Sami Berisha ed opposizione capeggiata dal sindaco di Tirana Edi Rama‭ (‬vincitore delle‭ ‬elezioni dello scorso giugno‭)‬,‭ ‬poi riversatesi in‭ ‬duri scontri di piazza.‭ ‬Non dimentichiamo poi la dura coda polemica che è seguita alla‭ ‬privatizzazione‭ ‬della compagnia statale Albpetrol,‭ ‬voluta dal governo Berisha sul fiire del‭ ‬2011‭ ‬e contro cui Rama si scagliò con veemenza arrivando a definirla un‭ “‬atto antinazionale‭”‬.‭ ‬La legge di vendita era stata varata poco prima che l’Autorità di controllo concedesse alla comagnia anche una licenza di esplorazione e ricerca nei fondali marini.‭ ‬Dopo due anni di polemiche,‭ ‬accuse e strumentalizzazioni a sfondo politico,‭ ‬in febbraio il ministro dell’Economia,‭ ‬Edmond Haxhinasto,‭ ‬ha dichiarato che il processo di privatizzazione si è concluso con un sostanziale fallimento.‭
Resta infine controversa la questione dei possibili legami tra le attività in corso a Patos Marinza e lo‭ ‬sciame sismico‭ ‬che interessa le città limitrofe da circa tre anni,‭ ‬per i quali la popolazione accusa senza mezzi termini la compagnia petrolifera canadese Bankers Petroleum,‭ ‬concessionaria del giacimento.

In Croazia,‭ ‬l’avvio della ricerca è stato‭ ‬annunciato‭ ‬lo scorso‭ ‬2‭ ‬luglio,‭ ‬all’indomani dell’ingresso ufficiale come‭ ‬28esimo nell’Unione Europea.‭ ‬Dopo aver sposato entrambi i progetti‭ ‬TAP‭ ‬e‭ ‬South Stream‭ ‬per rafforzare la diversificazione delle forniture di gas,‭ ‬Zagabria punta ora ad implementare dello sfruttamento dei giacimenti ubicati a largo delle proprie coste.‭ ‬Secondo il Ministro dell’Economia,‭ ‬Ivan Vrdoljak,‭ ‬vi sarebbero circa‭ ‬20‭ ‬giacimenti in un’area di‭ ‬2000‭ ‬chilometri quadrati,‭ ‬che nei piani del governo dovrebbero garantire introiti per milioni di euro sotto forma di‭ ‬royalties‭ ‬già dal prossimo anno.
Il governo croato è ben consapevole che l’industria energetica del Paese goda di‭ ‬buone prospettive.‭ ‬In maggio,‭ ‬l’esecutivo ha proposto un ddl sugli idrocarburi che prevede una‭ ‬semplificazione delle procedure burocratiche‭ ‬necessarie per avere i permessi di ricerca e sfruttamento di‭ ‬idrocarburi‭ ‬offshore,‭ ‬nel presupposto che la vecchia legge non stimolava la ricerca di gas e petrolio.‭ ‬Ad oggi,‭ ‬infatti un investitore che potenzialmente trovi dei giacimenti non è automaticamente garantito anche il loro sfruttamento,‭ ‬ma c’è bisogno di una nuova gara.
Oltre che alla ricerca di gas lungo le coste e al suo futuro ruolo di corridoio di transito,‭ ‬la Croazia è impegnata in un altro progetto,‭ ‬destinato ad impreziosire il suo ruolo nello schacchiere energetico del Mediterraneo:‭ ‬la costruzione di un rigassificatore sull’isola di Krk‭ (‬con il‭ ‬contributo del Qatar‭)‬,‭ ‬che consentirà a Zagabria di importare sia il gas liquefatto da Doha che lo shale proveniente dagli USA da destinare poi al mercato europeo.

Infine,‭ ‬anche il Montenegro guarda con interesse ai‭ (‬possibili‭?) ‬giacimenti sottomarini.
Già in settembre il governo di Podgorica aveva indetto una gara d’appalto per lo sfruttamento del petrolio nazionale che però‭ ‬non è ancora stato scoperto,‭ ‬anche se la presenza di alcuni depositi di gas naturale lascia sperare nella analoga presenza di oro nero.‭ ‬La dimensione di ogni blocco è di circa‭ ‬300‭ ‬chilometri quadrati.‭ ‬Nella prima gara saranno pubblicati i bandi per‭ ‬13‭ ‬blocchi per una superficie totale di un massimo di‭ ‬3.000‭ ‬chilometri quadrati.
Allo stesso tempo,‭ ‬il governo ha adottato una politica fiscale per la produzione di petrolio e gas che garantisca un reddito stabile e congruo per lo Stato.‭ ‬Secondo le nuove norme,‭ ‬nelle casse pubbliche confluirà il‭ ‬70%‭ ‬degli utili di compagnie che operano in questo business.‭ ‬La compensazione per il petrolio sarà progressiva,‭ ‬dal‭ ‬5%‭ ‬al‭ ‬12%‭ ‬della produzione,‭ ‬e la tassa extra profitto sarà del‭ ‬59%.‭ ‬L’obiettivo,‭ ‬secondo il portavoce del Ministro dell’Economia,‭ ‬Vladan Dubljević,‭ ‬è quello di aspettarsi un cospicuo flusso di entrate a partire dal‭ ‬2017.
In realtà,‭ ‬non è tutto rose e fiori.
In primo luogo,‭ ‬la gara d’appalto per le esplorazioni rientra nel quadro di un piano più ampio ufficialmente volto ad attrarre capitali stranieri,‭ ‬ma che in concreto si sostanzia nella‭ ‬progressiva svendita degli asset nazionali‭ ‬per risanare l’esangue bilancio del Paese.
In secondo luogo,‭ ‬se da un lato le autorità croate si sono dette disposte a collaborare nella ricerca e nello sfruttamento delle risorse sottomarine con quelle montenegrine,‭ ‬dall’altro non sono escluse‭ ‬future tensioni tra i due vicini,‭ ‬se davvero verrà confermata l’esistenza di un grosso giacimento di oro nero al largo della penisola di Prevlaka,‭ ‬la cui delimitazione marittima è tuttora contesa con Zagabria.

Tra luci e ombre,‭ ‬il settore energetico presenta interessanti prospettive in tutti e tre i Paesi esaminati.‭ ‬Anche l’Europa sembra interessata,‭ ‬e non soltanto per i volumi di idrocarburi che l’offshore dell’Adriatico potrebbe immettere sul mercato.‭ ‬Albania,‭ ‬Croazia e‭ – ‬benché in misura inferiore‭ ‬-‭ ‬il Montenegro interessano altresì come canali di transito.‭
Già in maggio i rispettivi governi‭ ‬-‭ ‬assieme all’Italia‭ ‬-‭ ‬avevano già firmato‭ ‬un protocollo d’intesa a sostegno del Gasdotto Trans Adriatico‭ (‬TAP‭)‬,‭ ‬il progetto di diversificazione delle forniture di gas nato in concorrenza con quello sponsorrizato dall’Unione,‭ ‬il Nabucco,‭ ‬e che ha praticamente indotto Bruxelles‭ ‬a rinunciare a questo.‭ ‬Per l’Europa,‭ ‬l’accantonamento del gasdotto di verdiana denominazione rappresenta una‭ ‬sconfitta‭; ‬per i Paesi adriatici,‭ ‬invece,‭ ‬la TAP rappresenta una ghiotta opportunità di rilancio,‭ ‬a cui anche la famelica Bruxelles sembra ora strizzare l’occhio.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Egitto ed Etiopia, si riaccende la contesa sul Nilo

Mercoledì 29 maggio l’Etiopia ha dato avvio alla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, ossia la colossale – e più volte minacciata – diga che devierà il corso del Nilo Azzurro.  Il progetto (in appalto all’italiana Salini Costruttori) presenta numeri impressionanti: una volta ultimata, l’opera sarà estesa 1780 metri e alta 145 sul Nilo Azzurro (che rappresenta l’85% della portata dell’intero fiume), il bacino che ne deriverà potrà contenere 63 miliardi di metri cubi d’acqua che dovrebbe dare all’Etiopia un impianto da 6.000 megawatt e creare la più grande potenza energetica del Corno d’Africa. Il più grande progetto idroelettrico del Continente. Costo totale: 4,8 miliardi di dollari, in gran parte provenienti da capitali cinesi.
La cerimonia semplice per l’apertura del cantiere, officiata dal vicepremier etiope Demeke Mekonnin, al Cairo è diventata la notizia dei tg della sera. Questo perché l’irrisolta questione circa lo sfruttamento del Nilo spaventa l’Egitto più dell’instabilità politica o delle tensioni nel Sinai. Due anni fa ne parlavo qui.

Al Cairo – ed anche a Khartoum, altra beneficiaria – si teme che milioni di persone rischino la fame se il progetto etiopico andrà in porto. Già oggi ogni cairota ha una disponibilità d’acqua che è la metà della media mondiale. In seguito alla costruzione della diga, non solo la portata d’acqua del fiume verrebbe drasticamente ridotta, ma anche una gran parte del limo verrebbe trattenuta dalla diga senza mai arrivare a fertilizzare i campi coltivati in Egitto.
Appena pochi giorni prima dell’avvio dei lavori, Egitto ed Etiopia si erano accordati sulla necessità di “proseguire nelle attività di coordinamento per la questione del Nilo Azzurro, impegnando entrambe le parti a non danneggiare l’altra”. L’intesa prevedeva l’istituzione di una commissione mista tra Egitto, Etiopia e Sudan per discutere del progetto etiopico al fine di trovare una soluzione che potesse essere condivisa da tutte le parti in causa. L’annuncio di Addis Abeba ha però fermato tutto, lasciando egiziani e sudanesi in grande preoccupazione.
Il portavoce del governo etiope ha dichiarato che “la deviazione del corso del Nilo Blu sarà solo temporanea e che le sue acque non saranno utilizzate per irrigare i campi, ma solo per questioni energetiche”. Nonostante le rassicurazioni ufficiali però, il governo del Cairo appare diffidente.

Secondo l’Osservatorio Iraq:

il governo egiziano è ben consapevole dei rischi che corre.
Come confermato dai dati Fao (Food and Agriculture Organization) e Aquastat (Fao’s Information system on water and agriculture), il paese ha serie difficoltà nel garantire fonti idriche rinnovabili e la maggior parte delle risorse (circa l’86%) viene principalmente utilizzata per usi agricoli.
Ora si deve considerare come, nonostante la manifesta povertà idrica, l’Egitto stia fortemente incrementando la propria produzione di grano, coltura che notoriamente richiede un notevole dispendio di ‘oro blu’.
Come potrà dunque sostenere una crescente produzione a fronte di una netta diminuzione delle risorse idriche e dei piani dei paesi del corno d’Africa sul bacino del Nilo?
Sì, perché la cronica deficienza di acqua egiziana assumerà un trend ancora più negativo nei prossimi anni: dagli attuali 640 metri cubi pro capita ai 370 del 2050. Un calo netto ed apparentemente inarrestabile.
Finora, come sottolineato dal ministro per le Risorse Idriche, Mohamed Baha’a El-Din, l’Egitto ha potuto supplire le altrui mancanze – ossia quelle degli altri Stati africani – finanziandone le economie e limitando conseguentemente le sue pretese su un fiume di cui resta comunque il principale utilizzatore.
“Negli ultimi anni l’Egitto ha fornito 26,6 milioni di dollari al Sudan, 20,4 all’Uganda e ha contribuito al finanziamento di 100 pozzi d’acqua in Tanzania per un costo di 6 milioni”.
Sempre il ministro [egiziano] ha aggiunto che è stato firmato un accordo del valore di 10,5 milioni in cinque anni con la Repubblica Democratica del Congo al fine di sostenere la gestione delle risorse idriche.
Come sostenere questi costi se il paese vive oggi una delle sue più gravi crisi economiche di tutti i tempi? E se dovesse mancare acqua all’agricoltura locale, come si garantirebbe la produzione di grano, elemento indispensabile per produrre pane?
In un interessante articolo apparso sul sito egiziano “Rebel Economy” la mancanza di pane viene definita come: “la madre di tutte le crisi”.
Non è un caso allora che l’argomento sia particolarmente sentito in patria e che molti analisti parlino di “fallimento governativo”, con Hani Raslan, capo del Dipartimento Sudan and Nile Water Basin, che denuncia: “Hanno ipnotizzato la società egiziana, facendo sembrare la questione molto più piccola rispetto a quelle che poi saranno le sue ripercussioni”.
Ripercussioni che il governo continua a minimizzare, tanto più che fonti interne al ministero della Difesa escludono qualsiasi ricorso alla forza per risolvere la questione, seminando il dubbio che l’Egitto fosse già a conoscenza delle intenzioni etiopi sin da novembre.
Tuttavia, come sempre accade in questi casi, le voci sono particolarmente discordanti. Secondo al-Ahram, dal ministero degli Esteri è stata espressa forte preoccupazione per gli obiettivi del progetto che è stato accolto con “shock e sorpresa” dagli addetti ai lavori. Una versione che contrasta dunque con l’idea che il Cairo fosse già stato avvisato del progetto.
Inoltre, le dichiarazioni dell’ambasciatore egiziano a Khartoum, Kamal Hassan, contribuiscono a complicare la situazione: l’Egitto potrebbe chiedere l’intervento della Lega araba per chiarire la situazione con l’Etiopia.
Al momento quindi l’unica certezza sembra essere quella per cui l’Egitto non può permettersi di perdere nemmeno una goccia d’acqua del patrimonio idrico fornito dal Nilo (circa 55 milioni di metri cubi), onde evitare quanto accaduto nel 2012, quando la scarsità di oro blu ha interessato alcune delle aree più povere del paese.

Come conclude il Corriere della Sera:

Diceva Erodoto, assai citato dalla stampa egiziana, che l’Egitto è un dono del Nilo. «Non dimenticate mai che fu una nostra regina, Iside, a fondarvi», ribatte la propaganda etiope. Fiumi di retorica, per ora. Finché le acque non cominceranno a scaldarsi davvero.

Il mito delle guerre per l’acqua / 2

Il 22 marzo si celebra la Giornata Internazionale dell’acqua. A 21 anni dalla sua istituzione, questo appuntamento diventa occasione per ricordare che di acqua dolce sulla Terra ce n’è veramente poca, e il mondo ha sempre più sete. Si tratta di un dato allarmante la cui percezione è debole in un Occidente, che non è immune al problema ma che si sente e si vede come tale.
Un’occhiata ai numeri dà una certa tristezza. Le persone che continuano a non avere accesso all’acqua potabile sono circa un miliardo e in totale 2,5 miliardi di esseri umani non dispongono di servizi igienico-sanitari decenti. Eppure è proprio nello scellerato uso delle risorse idriche che lo sfruttamento senza scrupoli della natura ad opera dell’uomo trova una delle sue massime (e più drammatiche) espressioni. La mancanza d’acqua uccide di più di una guerra. Per la sua importanza, l’acqua è fonte non solo di vita, ma anche di progetti, sviluppo e, purtroppo, conflitti.
Alcuni mesi fa le Nazioni Unite hanno inaugurato un progetto che studia 30 Paesi che per il 2025 soffriranno la scarsità d’acqua. Di questi Stati, 18 appartengono al Medio Oriente e al Nord Africa, tra cui l’Egitto, Israele, la Somalia, la Libia e lo Yemen. Paesi già affetti da cronica instabilità, che la mancanza di questa risorsa non potrà che aggravare.
La terza guerra mondiale si combatterà dunque per l’acqua? No. Il rischio di idroconflitti esiste, ma va contestualizzato senza lasciarsi andare a facili allarmismi.

Idroconflitti

Su come questo problema potrebbe evolversi ci sono due diversi punti di vista. Il primo prende le mosse dallo studioso del Settecento Thomas Malthus, secondo cui in presenza di scarsità di risorse è inevitabile arrivare alla guerra.

Nella prima metà del 2011, il Segretario di Stato USA Hillary Clinton  aveva commissionato all’intelligence americana uno studio sulle possibili guerre innescate dall’acqua. Il National Intelligence Estimate che ne è scaturito lanciava l’allarme sulle future minacce alla sicurezza globale. Non a caso, la decisione di diffonderne l’indice nel marzo 2012 coincise con il lancio della “Water Partnership“, un’iniziativa con cui l’amministrazione Obama intendeva creare un network di cooperazione fra governo, Ong e privati – aperta anche a Stati stranieri – per tentare di prevenire gli scenari da incubo descritti nel rapporto.

Che i governi siano consapevoli di questa prospettiva è convinto anche Gianni Tarquini, curatore del testo “La guerra dell’acqua e del petrolio”, il quale in un’intervista sul tema delle risorse naturali afferma:

Esistono documenti ufficiali della maggior potenza mondiali, gli Stati Uniti, che dichiarano esplicitamente che l’acqua dolce da bene percepito come rinnovabile e inesauribile è ormai da alcuni anni da considerare scarso e quindi altamente strategico. In una relazione segreta del 2004, resa nota dal The Guardian, il consigliere del Pentagono Andrew Marshall avvertiva sui pericoli legati al cambiamento climatico sottolineando in particolare la scarsezza dell’acqua potabile e la necessità che gli Stati Uniti agissero per appropriarsi di questo bene nei luoghi di maggior presenza e il più in fretta possibile.

Lettera43 illustra le conclusioni di una ricerca condotta dal dott. Peter Gleick, cofondatore e presidente del Pacific Institute di Oakland, in California, secondo cui negli anni che vanno dal 2010 al 2013 si sono contate 41 guerre combattute anche per l’acqua: una in Oceania, sei in Asia, otto in America Latina, 11 in Africa e 15 nell’area mediorientale. Tutte scontri nati per motivazioni religiose, politiche ed economiche, ma sfociati poi in battaglie per l’oro blu. La sua conclusione è che: “Meno acqua c’è, più aumenta il rischio di guerre per contendersela anche all’interno degli stessi Stati, per esempio tra gruppi sociali con interessi economici differenti”. Di seguito l’articolo esamina tre contesti: Cina, India e Stati Uniti – qualcuno si stupirà, ma le controversie sullo sfruttamento non lasciano indenni neppure i cittadini americani.

Altri luoghi caldi: Asia Centrale, bacino del NiloKenyaMedio Oriente, bacino del Mediterraneo. Neppure l’Italia risulta estranea alle controversie idriche: da sette secoli, ad esempio, i comuni veneti di Acquanegra e Asola si disputano lo sfruttamento del canale Seriola.

Più un mito che una realtà

Malthus aveva ragione? Non è detto. I numeri diffusi da Gleick sono preoccupanti, ma trascurano un fatto: storicamente i momenti di cooperazione sul tema dell’acqua sono stati più frequenti di quelli di scontro.
Come spiegavo due anni fa:

Tra il 1948 e il 1999, secondo l’UNESCO, si sono registrate 1.831 “interazioni internazionali”, compresi 507 conflitti, 96 eventi neutrali o non significativi, e 1.228 importanti istanze di cooperazione, a dimostrazione che nei bacini condivisi la cooperazione è più probabile del conflitto.
Ma allora perché si parla così spesso di “guerre per l’acqua”? Semplicemente perché un conflitto (rectius: l’affermazione di un possibile conflitto), trova spazio sui media molto più facilmente rispetto ad un accordo. “Le guerre dell’acqua fanno notizia, gli accordi di cooperazione no”, dichiarò a margine del meeting Arunabha Ghosh, idrologo, coautore del Rapporto per lo sviluppo umano del 2006 sul tema della gestione dell’acqua. Un altro esperto, il prof. Asit K. Biswas, intervistato dall’IPS dichiarò che le guerre dell’acqua “Non hanno assolutamente senso, perché non ci saranno – almeno non per i prossimi 100 anni”. Biswas spiegò che la vera causa delle carenze idriche nel mondo non è tanto la scarsità della risorsa quanto la sua cattiva gestione.
Ci sono anche casi in cui le deficienze di gestione diventano oggetto di strumentalizzazione, soprattutto nei paesi non democratici, dove la colpa della scarsità della scarsità idrica viene riversata sugli Stati vicini accusandoli apertamente di “rubare” l’acqua. Emblematici furono gli anatemi di Mubarak contro l’Etiopia dopo la riunione di Entebbe dello scorso anno, offerti in pasto al popolo per distogliere l’attenzione dall’inefficienza della sua amministrazione. Accuse quasi sempre seguite da minacce di possibili ostilità contro i Paesi vicini per rafforzare il consenso della gente attorno al regime di turno. Peraltro, in buona parte dei paesi autoritari l’acqua viene offerta gratuitamente proprio per ragioni di propaganda, incentivando gli sprechi e peggiorando così la situazione.

Il problema chiave è la gestione della risorsa. Contrariamente a quanto si creda, la disponibilità di acqua – sia per la quantità che per la qualità – dipende innanzitutto dall’uomo e non dalla natura. Il motivo è semplice: gli usi dell’acqua, nel corso dei millenni, sono andati diversificandosi e moltiplicandosi nella quantità richiesta; ma allo stesso tempo l’ingegno dell’uomo ha fatto sì che nel contempo si sviluppassero tecnologie in grado di soddisfare tali crescenti necessità. Tuttavia, non tutta l’umanità è riuscita a beneficiare uniformemente di tali innovazioni.
Di recente alcuni esperti tra cui Thomas Homer Dixon, direttore del Center for Peace and Conflict Studies all’Università di Toronto, hanno analizzato diversi casi di studio sul degrado ambientale e hanno concluso che non esiste un legame diretto tra la scarsità di risorse e la violenza. Al contrario Dixon ritiene che la disuguaglianza, l’esclusione sociale e altri fattori determinano la natura e la ferocia della lotta.

Un interessante speciale su Tempi (da leggere per intero) conferma questa visione:

Il Rapporto 2008 sugli Obiettivi del Millennio afferma giustamente che «attualmente non c’è ancora una penuria globale d’acqua». Il motivo è semplice: l’acqua rinnova la sua disponibilità attraverso le precipitazioni, che in un anno sono pari mediamente a 113 mila km cubi che, al netto di tutti i fenomeni naturali di dispersione, significano una disponibilità globale pro capite di 5.700 litri al giorno: nell’Unione Europea il consumo medio pro capite è attualmente di poco meno di 600 litri, negli Usa è di 1.400 litri.
Da questi dati capiamo che non esiste una scarsità d’acqua in quanto tale. Vale a dire che il problema allora non sta nella finitezza della risorsa acqua – e quindi nell’aumento della popolazione che la rende ancora più ridotta – ma nei motivi che ne impediscono il godimento da parte di ampi strati della popolazione. Detto in parole povere, il problema non è la scarsità ma l’accesso all’acqua.

Non è poi secondaria la distribuzione per settore dei consumi d’acqua: globalmente l’uso domestico assorbe appena l’8 per cento dei consumi, mentre il 22 per cento è usato dall’industria e il 70 per cento dell’acqua globalmente consumata va per le attività agricole. Si pone dunque una “questione agricoltura”, a maggior ragione se si considera che nei paesi poveri questa percentuale arriva al 95 per cento.
Ma qui entra in gioco il fattore umano, ovvero la capacità degli uomini di rispondere con il proprio ingegno e creatività ai bisogni che via via si presentano.

Se, ad esempio, prendiamo il caso di Israele, che ha una disponibilità di appena 969 litri di acqua pro capite al giorno, dovremmo trovare che sperimenta una assoluta scarsità d’acqua. Il che invece non è vero: Israele non ha problemi di accesso all’acqua e anzi, giardini sono nati dove c’era il deserto. Come mai? La estrema limitatezza nella disponibilità di acqua ha fatto sì che si usasse l’acqua in modo molto più efficiente, al punto che oggi Israele non solo ha risolto i suoi problemi interni in materia, ma ha sviluppato una tecnologia per la gestione dell’acqua che a sua volta – vendendola ad altri paesi – è diventata fonte di ricchezza essa stessa.

Il vero problema nell’accesso all’acqua è dunque il sottosviluppo, perché la povertà – economica, ma anche di conoscenze e di capacità manageriali – non mette gli uomini in condizione di usare il loro ingegno e lavoro, o di sviluppare attività economiche che diano la possibilità di acquistare i servizi di cui hanno bisogno. Più che delle guerre per l’acqua, dunque, dobbiamo preoccuparci delle guerre che impediscono l’accesso all’acqua.

Faremmo meglio a prenderne coscienza alla svelta. Altrimenti, ora che la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e dei beni comuni è diventata la nuova frontiera del capitale, il sottosviluppo e le diseguaglianze non potranno che aumentare.

Italia, affogata nel cemento prima e nell’acqua dopo

Partiamo da un punto: i cambiamenti climatici sono in atto. Molti lo negano, finanche a negarne l’evidenza, ma sono in atto. E la correlazione tra questi fenomeni e l’aumento abnorme delle precipitazioni è un fatto ormai dimostrato. Il MIT stima che per ogni aumento di 1°C della temperatura globale, le regioni tropicali vedranno il 10% in più di precipitazioni estreme, con sempre più probabili inondazioni nelle regioni densamente popolate. E tra gli effetti collaterali del cambiamento climatico potrebbe emergere un fenomeno che fin qui non era stato preso in considerazione: ci sarà meno vento. Si avranno pochi uragani, ma più forti. Sandy è l’esempio lampante di questa drammatica evoluzione.

L’intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi ha conseguenze anche nel nostro Paese: sull’Italia piove in modo sempre più fitto. Nelle ultime 48 su Liguria e Toscana è piovuta tanta acqua quanta ne cadeva in sei mesi solo pochi anni fa. E per le due regioni, come spiega Il Cambiamento, si tratta di una catastrofe annunciata:

Le due regioni sono fra le peggiori: il 98 per cento dei comuni toscani, 280 in totale, ed il 99 di quelli liguri, 232, sono a rischio idrogeologico. Significa che in caso di forti precipitazioni, come quelle avvenute durante il fine settimana alluvioni e inondazioni sono praticamente inevitabili. In Liguria è a rischio tutta la fascia costiera, che occupa una frazione minima del territorio della regione (il 5 per cento) ma ospita il 90 per cento della popolazione. In Toscana 680mila persone sono quotidianamente esposte al pericolo di frane e alluvioni.
Al resto della penisola non va poi così meglio. Secondo Legambiente sono 6.633 i comuni italiani in pericolo per la fragilità del suolo. 8 comuni su 10. L’82 per cento delle amministrazioni ha a che fare con questo problema e in ben 5 regioni la minaccia riguarda il 100 per cento del territorio: Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta. Oltre 5 milioni di persone sono in pericolo in tutta Italia.
Il clima impazzito mette a nudo tutte le miserie del genere umano. il cambiamento climatico è una enorme lente d’ingrandimento , che ingigantisce i problemi, li rende più visibili e più pericolosi. Diventa così evidente, d’un tratto, tutto il potenziale distruttore della cementificazione selvaggia, vera e propria piaga italiana, concentrato di tutti i mali della nostra nazione (mafia, politica collusa, cattiva urbanistica, disinteresse per l’ambiente).

Negli ultimi 30 anni abbiamo cementificato circa 6 milioni di ettari: praticamente un quinto del territorio italiano. Oggi si contano 10 milioni di case vuote. Eppure si continua a costruire, consumando i suoli fertili. Perché? In Italia il cemento è sempre l’unica forma di sviluppo prevista.
Senza edilizia non c’è crescita, non c’è occupazione, non c’è il segno + davanti al dato sul PIL. Si può dire che l’Italia è una repubblica fondata sul cemento. O sarebbe meglio dire af-fondata, come ho spiegato un anno fa. Troppe licenze edilizie concesse con troppa disinvoltura da parte delle amministrazioni comunali. Ma su un territorio instabile come quello del Belpaese, privo di una qualunque elementare forma di pianificazione, certi spropositi provocano tragiche conseguenze.
Gli allagamenti in Toscana (dove sono stati battuti tutti i record di precipitazioni) sono il frutto di cinquant’anni di abusi. Stesso discorso per la Liguria, che secondo Greenreport:

è l’esempio dello sfascio pendulo nel quale la rendita edilizia, non sempre e non necessariamente illegale, ha trasformato il territorio italiano, delle “messe in sicurezza” solo per costruire ed appesantire il territorio con nuovo cemento ed infrastrutture che cambiano la situazione e generano nuovi rischi, dell’edilizia “contrattata”, delle “varianti, delle deroghe, che non tengono conto né delle mutate condizioni ambientali all’era del Global warming né delle mutazioni subite da un territorio a rischio abbandonato a monte e saturato a valle dall’uomo, privo di vera e sistematica manutenzione, mentre si investe in grandi opere, Tav, strade che finiscono sott’acqua… e tutto questo come se nelle fosse accaduto, nulla accadesse e nulla potesse accadere.

A tutto ciò si aggiunge l’inchiesta della procura di Genova sulla falsificazione dei dati riguardanti l’alluvione del novembre 2011 e in particolare la tempistica di esondazione del Fereggiano.
Quale sarà la prossima regione colpita dalle bombe d’acqua? Forse l’Abruzzo, dove i cantieri si sprecano, e dove nei giorni scorsi è stato lanciato l’allarme per le grandi piogge in arrivo. Ma ciò non ha minimamente sensibilizzato i politici locali a fare una prudente riflessione sull’opportunità di frenare l’avanzata del cemento.

E chi pensava che il governo dei tecnici potesse scrivere la parola fine a questa piaga si è dovuto ricredere. E’ vero che pochi giorni fa governo e le regioni hanno raggiunto l’accordo sul ddl contro il consumo di suolo agricolo, in cui è stata peraltro introdotta una moratoria che impedisca il consumo di superficie terriera, ma… fatta la legge, trovato l’inganno. Secondo l’assessore regionale toscana Anna Marson: “il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti prevede che sia determinata a livello nazionale la quantità di nuove superfici edificabili, e che essa venga poi ripartita tra le Regioni“. Da qui il concreto “rischio che la legge porti a peggiorare il consumo di suolo in atto, e addirittura a produrne di nuovo.
Inoltre, un articolo di un ddl “sulla semplificazione” apre un varco alla cementificazione anche delle porzioni protette del nostro martoriato territorio. Sottolinea Il Fatto Quotidiano: Mario Monti è il primo Presidente del Consiglio ad esser anche membro del consiglio di amministrazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano). Forse è venuto il momento di scegliere: proteggere l’ambiente e contemporaneamente spalancare la porta al cemento sarebbe troppo anche per un politico italiano di professione. Figuriamoci per un tecnico.

Se l’Italia viene lasciata (metaforicamente) affogare nel cemento prima, non possiamo stupirci che poi affoghi (concretamente) nelle valanghe d’acqua che ad ogni autunno irrompono nelle zone più instabili. Un anno fa Ermete Realacci denunciava:

Mentre ancora si scava nel fango per cercare i dispersi dell’alluvione ha colpito Liguria e Toscana, mentre la fragilità del territorio accresce con eventi meteorologici sempre più estremi, l’incapacità del Governo nel far fronte alle priorità del paese, come quella di mettere in sicurezza il territorio dal rischio frane e smottamenti, è diventata intollerabile”.

Ok, il governo in questione era quello Berlusconi, ma con i tecnici la musica è rimasta la stessa. Il problema è tanto chiaro quanto di difficile soluzione. Perché i cambiamenti climatici sono troppo rapidi per la proverbiale lentezza della nostra classe dirigente. Tecnica o politica che sia.

————-

[UPDATE 14 novembre]

Linkiesta pubblica questa analisi: La buona urbanistica può salvarci dai cambiamenti climatici

L’America preme affinché il Giappone riattivi le centrali nucleari

Secondo Washington’s Blog, gli USA vogliono che il Giappone provveda al riavvio dei reattori reattori nucleari il più presto possibile. Si parte da due premesse:

1) I reattori nucleari di seconda generazione dello stesso modello di Fukushima – quelli ad acqua leggera, in gran parte realizzati dall’americana General Electric - furono scelti e diffusi non per ragioni legate alla loro sicurezza, bensì perché ritenuti i più idonei allo sviluppo di tecnologie militari. Segnatamente, perché potevano essere alloggiati su sottomarini nucleari.
Iruolo degli Stati Uniti nello sviluppo dell’industria nucleare in Giappone è testimoniato proprio dall’alto numero di questi reattori nella Terra del Sol levante. Ruolo che si è spinto fino ali aiuti – più o meno segreti – affinché Tokyo potesse sviluppare un proprio programma nucleare negli anni Ottanta.

2) Dopo il disastro di Fukushima, nel tentativo di proteggere le proprie industrie nucleari anziché i cittadini, Giappone, Stati Uniti e Unione Europea hanno alzato l’asticella del livello di radiazione ritenuto “accettabile”. Risultato? Le autorità americane e canadesi hanno praticamente smesso il monitoraggio quotidiano della radioattività perché considerata di livello “troppo basso”. Per sostenere l’economia di Tokyo, anche la Food & Drug Administration ha smesso di verificare i livelli di radioattività nel pesce importato dal Giappone.

Chiariti questi punti, eccoci al nodo della questione: il quotidiano giapponese Nikkei riporta che il presidente Obama e il Segretario di Stato Clinton hanno fatto pressione sul governo di Tokyo per una pronta ripresa del programma nucleare:

il governo degli Stati Uniti sta fortemente esortando [il governo giapponese] a riconsiderare la sua politica delle ” zero bombe nel 2030″, che era parte della strategia energetica e ambientale dell’amministrazione Noda, come “il presidente Obama desidera” .

L’8 settembre, il primo ministro Yoshihiko Noda ha incontrato il Segretario di Stato americano Clinton durante la riunione dell’APEC a Vladivostok in Russia. Anche in questo caso, rappresentando il presidente degli Stati Uniti, il Segretario Clinton ha espresso preoccupazione. Pur evitando di criticare palesemente la politica dell’amministrazione di Noda, [la Clinton] ha ulteriormente fatto pressione sottolineando che erano il presidente Obama e il Congresso degli Stati Uniti ad essere preoccupati.

L’amministrazione Noda ha inviato per una missione urgente negli Stati Uniti i suoi funzionari, compreso il Consigliere Speciale del Primo Ministro, Akihisa Nagashima, per discutere la questione direttamente con gli alti funzionari della Casa Bianca, frustrati dalla risposta giapponese.

(Secondo l’ex vice ministro dell’Energia Martin), il governo degli Stati Uniti ritiene che “La strategia energetica degli Stati Uniti subirà probabilmente un danno diretto” a causa del cambiamento della politica del Giappone verso la fine dell’energia nucleare. Ciò perché la politica nucleare giapponese è strettamente legata anche alle politiche di non proliferazione nucleare e ambientale finalizzate alla prevenzione del riscaldamento globale sotto l’amministrazione Obama.

Nell’accordo per l’energia atomica in vigore dal 1988, il Giappone e gli Stati Uniti hanno deciso in una dichiarazione generale che, fino a quando avviene nell’impianto di riprocessamento di Rokkasho, il ritrattamento del combustibile nucleare è consentito senza il preventivo consenso degli Stati Uniti. Il ruolo più importante del Giappone [nel contratto] è quello di garantire l’uso pacifico del plutonio senza possedere armi nucleari.
L’attuale accordo Giappone-USA in materia scadrà nel 2018, e il governo avrà bisogno di avviare delle preliminari, informali discussioni con gli Stati Uniti … già nel prossimo anno. C’è un pò di tempo prima della scadenza del contratto, ma se il Giappone lascia la sua politica nucleare in termini vaghi, gli Stati Uniti possono opporsi al rinnovo del permesso di ritrattamento del combustibile nucleare. Alcuni (nel governo giapponese) dicono: “Non siamo più sicuri di cosa accadrà al rinnovo del contratto”.

PS: riguardo a Fukushima, la Tepco ha ammesso che la centrale aveva già dei problemi prima che il maremoto la travolgesse…

La corsa al nucleare nel Golfo Persico – aggiornamento

Per inquadrare lo sviluppo dell’industria nucleare nei Paesi del Golfo ripropongo alcuni passaggi che avevo scritto lo scorso anno:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma. È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Nonostante siano il terzo esportatore di petrolio al mondo, anche gli Emirati Arabi Uniti progettano l’installazione di centrali nucleari.

In tutto, sono tredici i Paesi arabi che puntano all’atomo, tra quelli che hanno annunciato l’avvio di programmi nucleari e quelli che hanno rispolverato vecchi piani mai realizzati. Gli Stati del Golfo hanno bisogno di una sempre maggiore quantità di energia. Da un lato per assicurarsi una crescita annua dal 5% in su; dall’altro per garantire le forniture ad una popolazione che cresce ad un ritmo anche maggiore, onde scongiurare la ripresa di pericolose tensioni sociali (peraltro tuttora in atto). Per centrare entrambi gli obiettivi basterebbero le riserve di idrocarburi esistenti, se non fosse che la maggior parte dell’output viene destinato alle esportazioni, sia in Occidente che (sempre di più) in Cina e India. Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile. Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra. Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata.

Ci sono alcuni interessanti sviluppi.
Citigroup ha detto che l’Arabia Saudita, attualmente il maggior esportatore di greggio al mondo, potrebbe diventare importatore di petrolio entro il 2030 a causa della crescente domanda interna di energia elettrica, che nelle ore di punta segna un aumento dell’8% rispetto ad un anno fa. Se il tasso di crescita si mantiene su questi livelli, entro tale data sarà necessario bruciare circa 8 milioni di barili al giorno.
Venerdì 21 settembre l’UPI ci informa che i futuri reattori di Ryadh (qui parla di 20 anziché 16) dovrebbero produrre 41 GW. Altri 4 GW verrebbero dai sistemi geotermici e altre fonti alternative. Allo stato attuale, la produzione di energia elettrica del regno è di 52 GW generati da 79 centrali elettriche, le quali consumano una quota sempre crescente dell’output petrolifero.

Per quanto riguarda le applicazioni militari, va detto che Ryadh potrebbe dotarsi delle armi atomiche ben prima del 2030. In luglio Press Tv ha rivelato che, secondo un rapporto, i funzionari sauditi stavano cercando di trovare un “accordo segreto” con il Pakistan per comprare le armi nucleari da Islamabad. La voce girava da mesi e ha ricevuto conferme anche negli ultimi giorni. In febbraio l’Australian ricordava che già nel 2008 i sauditi avevano firmato un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per ricevere assistenza nel campo del nucleare civile, a patto però di escludere ogni possibile applicazione in campo militare. L’Arabia Saudita è il più grande alleato dell’America, ma è anche stato il loro peggior nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, dunque la prudenza è d’obbligo.
In ogni caso, Israele non permetterà mai l’eventualità di un’Arabia Saudita nuclearizzata. Innanzitutto perché il monopolio dell’arma atomica nel Medio Oriente è il presupposto fondamentale della propria salvaguardia. E poi, al contrario dell’Iran (la cui volontà di dotarsi dell’atomica è tutt’altro che provata), Ryadh sarebbe una minaccia reale per Tel Aviv.

Aggiornamento sulla siccità negli USA

US Siccità Monitor, 21 Agosto, 2012

Secondo la U.S. Drought Monitor, questa settimana si sono registrati alcuni miglioramenti in certe aree e notevoli peggioramenti in altre. Per quanto riguarda l’agricoltura, la siccità ha un pò allentato la presa sui terreni coltivati, rimanendo comunque ben oltre i livelli di guardia. La mancanza d’acqua riguarda l’85% del raccolto di mais, l’83% della soia, il 63% di fieno. Il 71% delle zone riservate agli allevamenti risultano colpite. Quasi la metà dei campi di grano (49%) e di soia (46%) attraversa una fase di siccità “Estrema” (D3) o “Eccezionale” (D4).

E in siccità estrema o eccezionale sono i due terzi dell’Iowa - 67,5%, con una variazione del +5% rispetto alla scorsa settimana -, il più grande produttore di mais dell’Unione. Nebraska, Kansas, Missouri e Illinois sono nella stessa condizione. Drammatico lo scenario in quest’ultimo Stato, dove la percentuale di terreni colpiti è salita al 96,72%: più del 17% rispetto a sette giorni fa. Lievi miglioramenti, invece, nel vicino Indiana, dove la pioggia ha portato un pò di ristoro: l’area dello Stato in siccità D3 o D4 è sceso di 9 punti percentuali, al 37,09%.

Ciò ha portato sia ad una diminuzione della resa agricola, sia ad una vendemmia anticipata. Ulteriori impatti di questa settimana includono la chiusura di un tratto di 11 miglia del fiume Mississippi vicino a Greenville, a causa dei livelli di acqua bassa e degli incendi in espansione dal nord della California a Idaho. Le piogge previste nel Midwest – la regione più colpita – entro le prossime due settimane, secondo i meteorologi, non basteranno a migliorare la situazione.

Russia Today ritiene che la siccità aumenterà il numero di americani che soffrono la fame, ma in realtà il mondo intero rischia una grave crisi alimentare in conseguenza della siccità negli USA.

Polizia interna e signori della guerra, ecco l’esercito della Shell in Nigeria

[Image]Lo scorso 9 febbraio l’amministratore delegato di Shell Nigeria, Mutiu Sunmonu, in un incontro pubblico a Londra, ha indirettamente ammesso l’esistenza di legami finanziari tra la compagnia e alcuni gruppi armati nel Delta del Niger per proteggere le proprie attività nel Paese.

Questo articolo di Greenpeace ricostruisce la vicenda. Per la prima volta un alto grado della società riconosce il ruolo della stessa nell’inasprimento di un conflitto che provoca circa mille vittime all’anno. Diverse indagini indipendenti hanno confermato che la Shell ha esacerbato il conflitto attraverso il finanziamento di gruppi di miliziani responsabili di violazioni dei diritti umani, e lo stesso Sunmonu riconosce che “alcune delle cose che facciamo nel Delta potrebbe effettivamente involontariamente provocare conflitti“. Ma il dirigente giustifica questa eventualità con la difficoltà di distinguere i miliziani dai contractors affidabili, cosa impossibile perché la Shell ha anche una rete di informatori in Nigeria.

A più di sei mesi dalle dichiarazioni di Sunmonu,  l’ong inglese Platform rivela che Shell investe in Nigeria quasi il 40% del proprio budget annuale per la sicurezza. Nel dettaglio, si parla di 383 milioni di dollari a fronte di un miliardo totale nel biennio 2007/09.

Platform, citando documenti ufficiali della multinazionale di cui è entrata in possesso (si veda qui), conferma come  buona parte di tali fondi sia andata a soggetti – tra cui le forze governative, ma anche signori della guerra attivi nel Delta – che per tutelare gli interessi della Shell si sono resi responsabili di numerose violazioni dei diritti umani. In cifre, 65 milioni di dollari sono stati spesi in favore dei reparti speciali della polizia denominati “kill & go”, come lascia intendere il nome tra i più violenti di tutto il Paese, mentre per ulteriori uscite di 75 milioni non si trovano delle giustificazioni esaurienti. La compagnia mantiene anche un copro di polizia interna da 1200 uomini.

In Nigeria, Shell lamenta di subire il furto di circa 150.000 barili al giorno a fronte di oltre 2 milioni prodotti e che, solo nel 2008, 62 dipendenti o collaboratori sono stati sequestrati e tre uccisi. Ma le elargizioni alle forze di polizia locali non hanno fatto che aumentare la corruzione presso gli apparati di sicurezza locali.
Ad ogni modo, ciò che la big oil spende per la sua protezione è molto più i quanto costerebbero il trattamento e la bonifica del Delta. In luglio una petizione di 300.000 persone ha formalmente chiesto alla big oil di ammettere i danni ambientali provocati nell’area e di rimediarli attraverso una concreta opera di pulizia.

La triste realtà è che anche il governo sovvenziona i signori della guerra per prevenire i furti di greggio. Il Wall Street Journal segnala che da un lato Abuja investe 450 milioni di dollari solo per quest’anno per un programma di amnistia degli ex miliziani, ma dall’altro li paga per proteggere gli oleodotti. Il messaggio di fondo è che la militanza conviene, perché offre più premi che rischi.