Boko Haram diffonde il jihad anche in Camerun

I due preti italiani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, e la suora canadese Gilberte Bussier, rapiti nella notte fra venerdì e sabato nella diocesi di Maroua, nel Nord del Camerun, sono stati presi dagli islamisti nigeriani di Boko Haram. Il gruppo, come sappiamo, opera prevalentemente nelle regioni settentrionali della Nigeria, dove il governo di Lagos opera da anni una violenta repressione.

Negli ultimi tempi Boko Haram ha iniziato a “sconfina” anche nelle regioni settentrionali del Camerun, zone dalla vocazione prevalentemente turistica, anche se ultimamente viene sconsigliato di recarvisi. Giò alla fine del 2013 lo stesso gruppo terroristico rapì un missionario francese, Georges Vandenbeusch, curato della parrocchia di Nguetchewe, e una famiglia francese sempre nella regione di Moroua che, dopo essere stati trattenuti per 3 mesi in Nigeria, vennero rilasciati.

Di lì in poi è stato un continuo susseguirsi di incidenti tra il gruppo jihadista e le forze di sicurezza di Yaoundè. A metà gennaio i villaggi di frontiera nel nord del Camerun sono stati abbandonati a seguito di pesanti combattimenti tra l’esercito nigeriano e i militanti Boko Haram a Banki, nello Stato di Borno. Il 3 marzo sette persone, sei islamisti e un soldato camerunense, sono state uccise negli scontri a fuoco scoppiati dopo l’incursione del gruppo islamista nigeriano di Boko Haram nel nord del Camerun. E adesso il rapimento dei religiosi a Maroua. Continua a leggere

Egitto, una Costituzione ancora da migliorare

Il 14 e 15 gennaio, per la seconda volta in poco piú d’un anno e per la terza dal 2011, l’Egitto è tornato a votare per la Costituzione. Schiacciante la vittoria dei «sí», col98,13% dei voti a favore (ma ha votato appena il 38,59% degli elettori). La nuova Carta fondamentale sostituirà quella approvata un anno fa coi Fratelli Musulmani al potere. Col Paese ancora in preda alle convulsioni dell’èra post-Morsi, deposto lo scorso 3 luglio in séguito a un colpo di Stato de facto — anche se quasi nessuno vuole definirlo tale —, la seconda transizione è già entrata in una potenziale fase di chiusura.

Il progetto è opera d’una commissione composta di cinquanta esponenti in rappresentanza di partiti, sindacati, l’Università al-Azhar (con tre membri), le chiese cristiane (tre seggi), polizia e forze armate, con dieci donne e altrettanti giovani. Dopo tre mesi di lavori, il testo è stato licenziato lo scorso dicembre, per esser sottoposto alla volontà popolare pochi giorni fa. Le modifiche rispetto al testo previgente comprendono il ruolo della religione nella legislazione, l’autorità militare del Paese, il sistema di governance, nonché i diritti e le libertà dei cittadini egiziani.

La nuova Carta fondamentale esordisce tracciando i princípi basilari dello Stato: secondo l’articolo 1, «l’Egitto è una Repubblica araba, sovrana, unita e indivisibile, il cui ordinamento politico è basato sulla cittadinanza e lo Stato di diritto». A differenza della Costituzione precedente, questo testo esordisce ponendo enfasi particolare sul carattere unitario dello Stato e sul principio di cittadinanza — nozione sconosciuta rispetto al diritto islamico classico, e assente nel precedente testo. Il richiamo a quest’istituto è sicuramente un progresso rilevante.

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Sudafrica, cosa (non) è cambiato dalla fine dell’apartheid

Nelson Mandela è scomparso il 5 dicembre. Oggi, concluse le esequie, il cordoglio lascia spazio alla riflessione. Com’è cambiato il Sudafrica del post apartheid? La transizione democratica può dirsi riuscita? E quale eredità ha lasciato, Madiba, al di là della leggenda? Una risposta a queste domande l’abbiamo avuta non più tardi di 15 mesi qua, quando l’eccidio dei minatori di Marikana ha aperto gli occhi al mondo sulle precarie condizioni in cui i neri del Sudafrica permangono a vent’anni dalla nascita della democrazia. E che è solo la punta dell’iceberg di un malcontento più diffuso.

Partiamo da un fatto. Le elezioni sudafricane del 1994, le prime aperte e multirazziali nella storia del Paese e di cui nel marzo prossimo si celebrerà il ventennale, sono tuttora considerate uno dei momenti salienti dell’ondata di democratizzazione che ha caratterizzato l’ultimo scorcio del secolo scorso. A partire da quell’evento il Sudafrica è potuto uscire dall’isolamento politico in cui era stato confinato dai consessi internazionali a causa della politica di segregazione razziale. Oggi il Paese che Mandela ha contribuito a costruire è dotato di una Costituzione (nata nel 1996), di un collaudato sistema parlamentare, di servizi di base, di scuola e sanità. Nel 2005 è entrato come membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu e nel 2010, per volontà della Cina ha fatto ingresso nel convivio dei Brics, certificando così il suo status di potenza mondiale in ascesa.

E’ infatti sul piano economico che i Sudafrica testimonia la sua vitalità rispetto al resto di un Continente nero (mai troppo) emergente. Il Sud Africa è il Paese più sviluppato del continente africano (produce il 33% del PIL dell’Africa Sub-sahariana, i tre quarti del PIL dell’area SADC ed è attualmente il 26° Paese per PIL al mondo), la cui economia è caratterizzata dall’elevato sviluppo di industria e terziario che può contare su notevoli risorse minerarie e dove trovano spazio anche le Pmi. La borsa di Hohannesbur è diciassettesima al mondo per capitalizzazione (per fare un confronto, Milano  23esima).

Non è tutto oro ciò che luccica

Tuttavia i dati macroeconomici nascondono una realtà interna molto meno rosea, che fanno del Sudafrica una sorta di miracolo mancato. Nel primo decennio di democrazia, il PL è cresciuto in media del 2,9% annuo. Può sembrare tanto per noi europei, visto che la crisi ci ha abituato a percentuali da prefisso, ma si tratta in realtà di un risultato modesto. Se pensiamo che nello stesso periodo l’incremento demografico è quasi stato pari a quello dell’economia (+2% all’anno), ne consegue che il reddito pro capite è pressoché rimasto immutato. In secondo luogo, la crescita non è bastata a garantire un lavoro a gran parte della popolazione. Il tasso di disoccupazione sfiora oggi il 25%, livello che raddoppia (48%) se ci si focalizza sui giovani sotto i 34 anni. Per avere un raffronto, nell’Africa subsahariana la disoccupazione giovanile è al 12% e nel Maghreb travolto dalla Primavera araba al 24. E la maggior parte dei disoccupati ha ovviamente la pelle scura. Secondo la Banca centrale sudafricana, per assorbire tutta la forza lavoro disponibile l’economia dovrebbe crescere al ritmo del 7% annuo; invece le previsioni parlano di un incremento di appena il 2% – a fronte del 2,7% previsto solo un anno fa – per il 2013, del 2,8% nel 2014 e del 3,2% nel 2015. Inoltre, se mettiamo al confronto il Pil con l‘Indice di sviluppo umano, dove Pretoria si piazza al 93° posto in una classifica di 182 Paesi, appare evidente come il Sudafrica sia il secondo Paese più ineguale al mondo, dopo la vicina Namibia.

Ufficialmente la povertà è diminuita dal 52,5% della popolazione nel 1995 al 47% dieci anni dopo, e la fetta di popolazione sudafricana che vive con meno di due dollari al giorno è calata di sette punti percentuali,  dal 12% al 5%. Ma se andiamo ad esaminare l’andamento dell’indice di Gini (che misura la distribuzione del reddito all’interno di un Paese), scopriamo che questo è salito dallo 0,63 del 2000 allo 0,69 del 2005: in altre parole, la disuguaglianza è aumentata. Oggi il 10% più ricco della popolazione detiene il 51% della ricchezza nazionale, mentre il 10% più povero solo lo 0,2%. Il rapporto medio tra i redditi dei rispettivi gruppi è abissale: 255 a 1. Tradotto in altri termini, in Sudafrica Primo e Terzo Mondo convivono l’uno a fianco all’altro. Questo a conferma che l’alto piazzamento di un Paese nelle graduatorie finanziarie internazionali non comporta, per ciò solo, un automatico miglioramento del benessere dei suoi cittadini.

La presa d’atto che a vent’anni dalla fine dell’apartheid la maggioranza nera è ancora sostanzialmente esclusa dalla vita economica del Paese ha indotto il governo a lanciare il Black Economic Empowerment, una strategia mirante a far sì che la composizione etnica della forza lavoro in tutte le istituzioni, private e pubbliche, rifletta l’assetto demografico della popolazione sudafricana, aumentando così la partecipazione della popolazione nera nell’economia. Ma se nel settore pubblico (con la guida del Paese saldamente nelle mani dell’African National Congress, il partito in cui milità Mandela) la composizione della forza lavoro si avvia pian piano a rispecchiare quella società sudafricana, nel settore privato i bianchi predominano ancora sulle minoranze e sulle donne. E non sono mancate critiche secondo le quali a beneficiare del programma sia stata soprattutto l’élite (bianca e nera) vicina al partito di governo, definendo il BEE addirittura una corruzione legalizzata.

Dalla dittatura della minoranza bianca…

Qui si apre il capitolo della politica. Dal 1994 il Sudafrica è retto da un partito, l’Anc appunto, espressione della maggioranza nera e dominatore incontrastato delle ultime tornate elettorali (69% dei voti nel 2009). Un partito che fuori appare come un monolite, ma che al suo interno è frammentato tra capi e gruppi etnico-clientelari al punto da sembrare talvolta sull’orlo dell’implosione , e che in ogni caso rischia di trasformarsi in partito-Stato per assenza di alternative. Ciò non deve stupire se pensiamo che negli oltre cento anni di storia del Sudafrica indipendente (affrancatosi dalla dominazione inglese nel 1910), Pretoria è stata di fatto governato da tre partiti in tutto, le cui parabole descrivono altrettante fasi della biografia essenziale della nazione: il South African Party (dal 1910 al 1948, spesso in coalizione con lo Union Party); il National Party, formazione che faceva capo essenzialmente agli afrikaner e responsabile della radicalizzazione delle politiche di segregazione (dal 1948 al 1994); e infine dall’African National Congress. Pur essendo il Sudafrica uno Stato democratico, non sfugge che i partiti in questione hanno esercitato un’egemonia ben più ampia rispetto a quanto accade nelle altre democrazie liberali.

Di fatto, la svolta che ha portato all’ascesa dell’Anc da movimento fuorilegge a partito di governo è partita dall’esterno. Se l’isolamento internazionale aveva indotto il Sudafrica a promuovere una politica di nazionalismo economico, il mutamento dello scenario globale a partire dagli anni Settanta e Ottanta stava rendendo questa soluzione non più praticabile. Il cosiddetto Washington consensus,  la cui ortodossia prevedeva la libera circolazione di merci e capitali, rappresentava una sfida per la minoranza bianca in capo a Pretoria. In questo contesto, le esigenze di crescita e la necessità di attrarre investimenti esteri richiedevano un’apertura verso istituzioni e pratiche democratiche. Nel contempo, il trend demografico stava spingendo la popolazione bianca sotto la soglia del 20% (che avrebbe toccato nel 2000), il che rappresentava un serio problema per la stabilità del regime. Fu così, secondo l’interpretazione corrente, che gli afrikaner, rassegnati all’impossibilità di salvare il regime, decisero di cedere il potere prima di essere sconfitti.

L’accordo Mandela – De Klerk fu un atto grandioso. Ai suoi protagonisti valse il Nobel per la Pace, e ai sudafricani la speranza di una nuova era. Per la sua scelta di favorire una transizione democratica negoziata, Frederik De Klerk venne ribattezzato il “Gorbaciov sudafricano”. In effetti, l’ultimo presidente bianco del Sudafrica e l’ultimo presidente sovietico qualcosa in comune ce l’hanno davvero, a parte il fatto di essere entrambi nati in marzo e che nessuno dei due è fuggito dalla rispettiva nazione (avrebbero entrambi potuto, vista la consistenza dei loro conti segreti in Svizzera) con l’avvento della democrazia. Due anni fa il New Times dedicò ai due un articolo dal significativo titolo “Come perdere un Paese con garbo“, definendoli vincitori nelle rispettive sconfitte. Non sapremo mai quali fossero i rispettivi retropensieri nell’atto di ammainare il vessillo ciascuno del proprio regime, e almeno nel caso sudafricano si è supposto che al National Party sarebbe bastata una dura repressione Tienanmen style per mantenere il potere ancora per un decennio, ma probabilmente questo avrebbe indotto De Klerk e il suo governo a sopravvivere in un perenne stato d’assedio. La scelta del presidente fu allora quella di accettare la scommessa di Mandela, partecipando alla fondazione di un Paese dove bianchi e neri potessero convivere da uomini liberi e non più da schiavi e padroni, e la Storia (almeno nelle nostre lande) gliene ha reso merito.

...a quella della maggioranza nera

A vent’anni da quello storico compromesso, la storia del Sudafrica non può certo dirsi a lieto fine. Indubbiamente, l’Anc ha garantito stabilità politica al Paese, evitando quasi sempre l’uso di mezzi non democratici (Marikana a parte) per il raggiungimento dei propri obiettivi, compresa l’imposizione di programmi economici impopolari ma necessari. Ma il divario esistente tra ricchi (quasi tutti bianchi) e i poveri (quasi tutti neri) testimonia che  oggi, smaltita la sbornia post apartheid il Sudafrica sta pian piano che la razza continua in buona misura a determinare la condizione sociale dei suoi cittadini. Per non parlare della corruzione, cancro tipico di tutti i Paesi nel cui governo c’è scarsa o nessuna alternanza, che continua a drenare risorse statali. Secondo Transaprency, ancora nel 2012 oltre il 47% dei sudafricani – secondo uno studio di Transparency International reso pubblico a luglio – ha dovuto pagare tangenti per accedere a servizi essenziali. Una piaga divenuta prassi e che l’Anc, secondo osservatori interni, ha coscientemente favorito.

La transizione democratica avrà pur consentito il passaggio di consegne alla maggioranza nera, ma il progetto di una società matura ed egualitaria sembra comunque aver fallito. Se l’azione di Mandela e De Klerk aveva cancellato la forma politica della segregazione razziale, le sue radici psicologiche e le determinanti sociali sono rimaste intatte, nascoste dalla svolta democratica del 1994 come una velenosa polvere rimossa sotto un tappeto che la cronaca provvede ciclicamente a rialzare. Pensiamo all’omicidio di Eugène Terre’Blanche, sostenitore dell’apartheid e leader dell’estrema destra boera, avvenuto il 3 aprile 2010, a pochi mesi dai mondiali di calcio organizzati proprio in Sudafrica. Terre’Blanche, al netto dei dettami apertamente razzisti e inegualitari, era di fatto il portavoce di una frustrazione da tempo serpeggiante nella galassia bianca, specie afrikaner, più volte sul punto di sfociare verso l’estremismo. Certo, l’Anc vanta anche un significativo parco di elettori bianchi, ma in pochi anni sono stati oltre un milione quelli che hanno abbandonato il Paese, destinazione America o Europa. Fra i restanti, molti si chiedono se prima o poi non toccherà anche a loro fare le valigie.

La conclusione è che l’Anc non è stato all’altezza della sua missione. Di questo avviso è la scrittrice Nadine Gordimer, Premio Nobel per la Letteratura e grande amica del defunto Madiba, secondo cui gli eredi di Mandela non solo non stati all’altezza di quello che a tutti gli effetti è considerato il Padre della Patria, ma ne hanno addirittura tradito il sogno. Ed è questo, prosegue la scrittrice, il fallimento più cocente. Forse il sogno di Mandela era troppo ambizioso. O forse, come pensa Gordimer, i suoi eredi sono troppo poco ambiziosi, o troppo poco onesti. O più probabilmente, è ancora presto per vedere i frutti di quella grande visione che Madiba ha inseguito per tutta la vita e che oggi fatica a sopravvivergli.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Corno d’Africa, l’eredità coloniale

In Africa i processi di costruzione dello Stato sono stati essenzialmente di tipo esogeno. Durante l’era della colonializzazione, le potenze europee cercarono di imporre e consolidare barriere tra i territori e distinzioni artificiali tra i gruppi etnici. Questo non significa che la regione manchi del tutto di storie e tradizioni nazionali: proprio parlando del Corno d’Africa, si pensi all’Etiopia, che ancora oggi rivendica di essere il Paese più antico del continente. Tuttavia, i confini sono stati tracciati dalle madrepatrie con squadra e righello prescindendo dalle dinamiche antropiche sul campo. Nel Corno la maggiore - benché non l’unica - potenza coloniale è stata l’Italia. In Eritrea l’inizio della colonizzazione si ebbe nel 1869. con l’avvio delle trattative per l’acquisto della baia di Assab, e fu completata nel 1890 dopo l’acquisizione dell’importante città portuale di Massaua e di ulteriori possedimenti nell’entroterra. In Somalia il processo è stato più travagliato, poiché ancora prima del ritiro dell’Egitto dal Corno d’Africa nel 1884 si era aperta un’aspra lotta tra italiani, inglesi e francesi per il controllo dell’intera regione; nel 1892 la costa meridionale venne riconosciuta come Somalia italiana. In Etiopia la presenza italiana è durata lo spazio di un quinquennio (1936 – 1941) durante l’era fascista. In Africa il colonialismo italiano conobbe orrori e palesi ingiustizie analoghi a quelli compiuti dalle altre nazioni, se non peggiori: furono circa 500.000 le vittime africane sotto l’egida dell’Italia liberale e fascista. Ma è anche vero che negli anni venti e trenta furono realizzate numerose opere stradali dando vita a una rete di circa 18.794 km di strade principali e secondarie, oltre ad opere ferroviarie ed altre infrastrutture. Rimasugli della parentesi italiana si incontrano ancora oggi nell’architettura (soprattutto in Eritrea), nella (il tigrino e dell’amarico annoverano vari prestiti dall’italiano), e nell’amministrazione (In Somalia quasi tutte le leggi e gli atti giudiziari nascono da leggi italiane).

Ferite ancora aperte

Dopo aver ampiamente illustrato le dinamiche della regione, ci si stupirà di costatare che queste, perfino a decenni di distanza, siano tuttora un riflesso di alcune storture risalenti alla parentesi coloniale. Valgano due esempi. Il primo è l’Ogaden, a cui facevamo cenno nella seconda parte delle presente analisi. Si tratta di un vasto territorio dell’Etiopia che dal punto di vista federale fa parte della Regione somala del Paese, in quanto il suo popolo è prevalentemente composto da somali. Con la creazione dell’Africa Orientale Italiana in seguito alla guerra d’Etiopia, l’Ogaden venne annesso alla Somalia italiana, per poi tornare all’Etiopia nel 1954. Nel 1977 il dittatore somalo Mohamed Siad Barre tentò di riannettere la regione tramite una guerra-lampo contro l’Etiopia, con l’obiettivo di ricostituire quella “Grande Somalia” così come appariva sulle mappe di mussolinana memoria. Il secondo è la questione eritrea, di cui abbiamo sottolineato l’omogeneità culturale e linguistica con la nemica Etiopia. Ebbene, il colonialismo italiano ha costituito la principale base di legittimazione storica, politica e geografica dell’identità nella nazione eritrea nei trent’anni in cui questa fu in guerra con l’Etiopia per conquistare l’indipendenza, fino alla secessione de facto di Asmara da Addis Abeba nel 1991, Ancora nel 1998, quando i due Paesi tornarono ad imbracciare le armi per dispute territoriali, i mediatori internazionali fecero ricorso all’antica cartografia coloniale per definire in modo “oggettivo” i confini tra i due Stati.

Africa bel suol d’affari

La maggior parte degli italiani ignora la storia dei crimini compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali con il suo drammatico bilancio umano. Avvolti nell’ombra sono anche gli sviluppi successivi. Non si può dire che, negli ultimi decenni, la politica estera italiana nel Corno d’Africa abbia portato giovamento a questa regione. In primo luogo, per il sostegno che il nostro Paese ha sempre avuto per Siad Barre. L’ex uomo forte di Mogadiscio ha sempre avuto dei forti legami con l’Italia, avendo prestato servizio nella polizia post-coloniale prima e nell’Arma dei Carabinieri (frequentò la Scuola Allievi ufficiali di Firenze) poi. Una volta preso il potere nel 1969 si impegnò a mantenere salde le relazioni con Roma. Emblematico l’incontro al Quirinale, l’11 settembre 1978, con l’allora presidente Sandro Pertini, il quale elogiò gli “ideali di indipendenza e di democrazia” a cui Siad avrebbe “votato con infaticabile impegno la sua nobile esistenza”. Poco importa che una volta tornato in patria il dittatore fece giustiziare 17 oppositori politici. La politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari della Farnesina sarebbe stata una costante nelle relazioni italo-somale: nel corso degli anni a Mogadiscio sono andati moltissimi esponenti politici italiani, tutti prodighi di promesse e di riconoscimenti, ma l’apice sarebbe arrivato negli anni Ottanta, con l’avvento del PSI al governo. E’ risaputo che Bettino Craxi fosse il miglior amico di Siad Barre, con il quale aveva firmato importanti accordi commerciali; meno noti sono i suoi affari con Aidid, assai prima che la stampa internazionale lo dipingesse come il “nuovo Saddam”. Che dire poi dei traffici di rifiuti tossici dal nostro Paese in direzione di Mogadiscio, spesso patrocinati dalla ‘Ndrangheta, la scoperta dei quali sarebbe costata la vita alla giornalista Ilaria Alpi? E’ difficile stabilire con esattezza il numero dei carichi spediti sulle coste somale nel corso degli anni, ma si sa per certo che le navi dei veleni battono queste rotte ancora oggi, come racconta la relazione della Direzione Nazionale Antimafia datata dicembre 2011.

I rapporti tra Italia ed Eritrea non sono da meno. Secondo un corposo dossier degli ispettori ONU, reso pubblico lo scorso luglio, aziende italiane avrebbero fornito armi, elicotteri e veicoli utilizzati dalle forze armate del regime, nonostante l’embargo internazionale a cui Asmara è sottoposta. Nel documento si parla anche delle denunce di estorsioni presentate dai cittadini eritrei residenti a Milano ed ignorate dalla polizia, e soprattutto si accusano le nostre autorità di non collaborato con le Nazioni Unite. D’altra parte il silenzio del nostro Paese sui soprusi commessi dal regime eritreo è stato più volte denunciato nel corso degli anni.
Quanto ai rapporti con l’Etiopia, infine, va rimarcato che l’Italia è il primo esportatore della UE verso Addis Abeba, con un interscambio commerciale che nel 2012 ha raggiunto quota 300 milioni di euro. Non mancano però i motivi di attrito. Lo scorso anno il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di Rodolfo Graziani, colui che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso del del colonialismo italiano, fu “il più sanguinario assassino” di quel periodo. Alla notizia, i discendenti dell’imperatore Hailé Selassié hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un “incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio”, ma che “ancora più spaventosa” è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia. Al presidente della Repubblica hanno scritto anche gli studiosi riuniti nella 18esima Conferenza internazionale sugli studi etiopici, tenuta nella città etiope di Dire Dawa dal 29 ottobre al 2 novembre 2012, rimarcando come questo episodio potrebbe compromettere le pur buone relazioni esistenti con il nostro Paese. Lo sconcerto è stato tale da indurre molti osservatori a riflettere sul “problema irrisolto dell’Italia con il proprio passato coloniale“. In effetti è inquietante come la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Un piano Marshall per il Corno d’Africa?

L’Italia potrebbe fare molto per favorire lo sviluppo di questa regione. E’ vero che negli ultimi anni la nostra diplomazia si è adoperata per rafforzare la proiezione economica di Roma nell’area, soprattutto in Somalia e in Eritrea, ma in concreto quasi mai l’agenda italiana ha previsto degli obiettivi che andassero oltre la mera penetrazione commerciale; quest’ultima, poi, non sempre è avvenuta in perfetta trasparenza, come le Nazioni Unite hanno stabilito in riferimento ai nostri rapporti con Asmara.
L’immobilismo politico, l’incompetenza della sua classe dirigente e la più totale mancanza di pianificazione delle prerogative nazionali in politica estera impediscono all’Italia di assumere quel ruolo di guida nella stabilizzazione del Corno d’Africa, che pure le spetterebbe per ragioni storiche e culturali. Pensiamo alla Somalia. In settembre, il presidente somalo Sheikh Mohamud, in carica da un anno, nel corso della sua prima visita al nostro Paese ha dichiarato: “Nessuno è nella condizione e nella posizione migliore per aiutarci. Questo grazie alla conoscenza, al legame culturale e a quello storico che ci lega. Oggi l’Italia può di nuovo tornare a ricostruire lo stato somalo, così come è stata l’Italia ad aiutarci a crearlo 60 anni fa“.
Invece oggi il ruolo di capofila occidentale nella ripresa economica di Mogadiscio è occupato dal Regno Unito, attirato dai giacimenti petrolifere del Puntland. La scarsa proiezione internazionale di Roma, unita ad una mancanza di visione di lungo periodo sul nostro ruolo nel mondo, ha fatto sì che Londra ci soffiasse un’occasione che faremmo meglio a riprenderci al più presto. Un concreto piano di investimenti per aiutare i somali – e gli eritrei – a rialzarsi sarebbe quanto mai opportuno, posto che anche se l’Italia non si interessasse più della Somalia, la Somalia prima o poi tornerebbe comunque ad interessarsi dell’Italia. Che cosa succederebbe se Mogadiscio chiedesse a Roma un risarcimento per i veleni che le nostre navi hanno scaricato sulle loro coste? 

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Il Grande gioco della Repubblica Centrafricana

Ciò che sta succedendo nella Repubblica Centrafricana presenta aspetti inquietanti e addirittura misteriosi. Accanto ad una situazione umanitaria disastrosa (ampiamente denunciata da Amnesty International e documentata anche grazie all’uso di immagini satellitari), gli eventi susseguitisi nelle ultime settimane restituiscono un quadro molto più ingarbugliato di quanto appariva alcuni mesi fa.

I fatti

Come sappiamo, la rivolta è iniziata il 10 dicembre 2012, quando la formazione Séléka (alleanza, in lingua sango), una coalizione di gruppi ribelli di cui facevano parte anche molti dei combattenti precedentemente coinvolti nella guerra civile degli anni Duemila, hanno accusato il governo del presidente François Bozizé di non voler rispettare gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011. La coalizione, partita dal nord del Paese, ha via via occupato importanti città nelle regioni centrali e orientali fino a giungere nella capitale Bangui il 24 marzo 2013, obbligando Bozizé a lasciare il Paese – il 31 maggio l’ex presidente sarebbe stato incriminato per genocidio e crimini contro l’umanità.

Il 18 aprile, il capo delle milizie Séléka, Michel Djotodia, autoproclamatosi presidente, è stato riconosciuto come il capo di transizione di governo nel corso di un vertice regionale a N’Djamena (capitale del Ciad, sostenitore occulto dei ribelli). Ma il neo presidente non è riuscito a riportare il Paese alla normalità, la cui situazione è invece precipitata in estate. Oggi i rapporti di osservatori esterni parlano di gravi violazioni dei diritti umani (compreso l’uso di bambini soldato), stupri, torture, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate nonché della presenza di oltre 460.000 sfollati: il 10% su una popolazione di 4,6 milioni di abitanti.

In risposta alle violenze perpetrate da Séléka, in varie zone del Paese hanno fatto la loro comparsa dei gruppi cd. di Autodifesa chiamate “anti balakas” (anti machete) con il compito di respingere la presenza dei miliziani dai rispettivi territori, soprattutto nell’ovest.

Le domande

Tali sviluppi hanno avuto un’evoluzione molto strana rispetto alle premesse. Le milizie Séléka non dovrebbero più esistere. Il loro obiettivo era obbligare il governo di Bozizé a rispettare gli accordi di pace oppure a lasciare il potere in caso di rifiuto, dopodiché il neo presidente Djotodia le ha ufficialmente sciolte. Da allora, invece, le loro fila sono state ingrossate da criminali comuni e mercenari provenienti da Ciad e Sudan e, soprattutto, circa 6.000 bambini soldato. Oggi Séléka conta circa 20.000 effettivi.

Anche i gruppi di Autodifesa hanno fatto registrare un salto di qualità. Recentemente hanno conquistato l’aeroporto di Bouar, nel sudovest del Paese, andando dunque ben oltre quella che era la normale difesa dei propri villaggi. In questo caso hanno ingaggiato battaglia con milizie molto ben armate e preparate, vincendo.

Inoltre, a luglio l’Unione africana ha annunciato l’invio di una forza di peacekeeping (chiamata MICOPAX: 3500 soldati previsti, appena 2600 quelli arrivati alla fine di ottobre) per proteggere la popolazione civile ma da allora le violenze sui civili sono aumentate, anziché diminuire.  

Così le domande si accumulano: perché la forza multinazionale non è intervenuta? Perché Séléka è ancora attiva e armata? E infine, come si spiega il mutamento dei gruppi di Autodifesa da formazione volontaria ad organizzazione paramilitare? Chi c’è dietro gli uni e gli altri contendenti?

La partita di Bangui

L’impressione è che nella Repubblica Centrafricana si stia giocando una partita che va ben oltre le forze in campo.

La partita vede impegnata innanzitutto la Francia, che aveva scaricato Bozizè colpevole di aver manifestato l’intenzione di cedere diritti di prospezione e sfruttamento di materie prime minerarie a potenze esterne (in primo luogo la Cina) ma anche ad una potenza coloniale come il Sudafrica, che aveva già un contingente di militari sul posto.

Lo scorso gennaio, con la scusa dell’imminente operazione Serval in Mali, a cui negli stessi giorni si sovrapponeva l’improvvisato (quanto demenziale) tentativo di liberare un agente segreto prigioniero in Somalia, l’Eliseo ha tacitamente abbandonato Bozizé al proprio destino, di fatto appoggiando l’avanzata di Séléka. Già qualche mese dopo, però, i francesi si sono resi conto che i guerriglieri sono in realtà una accozzaglia di movimenti più che rissosi e soprattutto portatori di interessi esterni.

Tutto questo a scapito proprio di Parigi, ex madrepatria, che ha sempre attinto alle ricchezze centrafricane a prezzi di favore ma che adesso rischia di perdere posizioni. Da qui la decisione di Hollande di spedire un contingente di oltre 1.000 uomini per cercare di ristabilire l’ordine.

La conseguenza più preoccupante di tale coinvolgimento esterno è che, accanto alle più tradizionali tensioni interetniche, si registra anche un netto aumento degli scontri tra gruppi religiosi. Si tratta di un fatto nuovo in Centrafrica, dove la maggioranza della popolazione è cristiana, come lo erano Bozizè e tutti gli altri presidenti che l’avevano governata fin dall’indipendenzaLa maggior parte dei miliziani di Séléka, così come il presidente Djotodia, sono invece musulmaniMolti di loro rispondono ai richiami religiosi che arrivano da attori più o meno occulti come alcuni Paesi arabiE dove ci sono le forze dell’integralismo islamico, ci sono anche lauti finanziamenti – quasi sempre in partenza dal Golfo – a cui, in questo caso, si aggiungono il sostegno militare logistico di attori regionali come il Sudan e il Ciad. 

Ancora, lo scenario vede la presenza, nemmeno troppo mascherate, delle potenze emergenti asiatiche e della principale potenza continentale, il Sudafrica, che ha forti interessi in Centrafrica – primo fra tutti: strappare il controllo del mercato dei diamanti dalle mani di Séléka. “Soluzioni africane per problemi africani” è il mantra di Pretoria, la cui agenda odierna è però diversa da quella che aveva ai tempi di Mandela, in quanto più interessata alle risorse naturali che al progresso dei diritti umani nel continente. Così la mossa del Sudafrica è letta come un’azione di contrasto alla presenza militare francese nell’Africa subsahariana, dove Parigi gioca ancora un ruolo dominante in quella che fu la Françafrique.

E’ infine da notare come la reazione delle Nazioni Unite sia praticamente nulla, se si eccettua la proposta del Segretario generale Ban Ki-moon di inviare una missione di peacekeeping nel Paese.

Niente di nuovo sotto il sole d’Africa, dove le guerre si fanno come al solito per procura e le forze locali sono solo comparse.

Corno d’Africa, alle radici del conflitto permanente

Il quadro regionale

Nell’immaginario collettivo il Corno d’Africa assomma un po’ tutti i problemi senza fine e senza soluzione del Continente nero. Non a caso quest’area martoriata vanta due tristi primati: quello di regione più povera del continente, se non del mondo; quello del conflitto di più lunga durata, la guerra tra Etiopia ed Eritrea protrattasi per oltre trent’anni (1961 – 1991). E’ in questa estremità, più che in ogni altro luogo, che la visione geostrategica dell’Occidente fa a pugni con le sue stesse contraddizioni.
Negli ultimi anni – vale a dire dalla ingloriosa fine della missione Restore Hope in Somalia – l’attenzione di Europa e America si è posata su queste lande solo in virtù della sua dimensione internazionale, intesa come variabile regionale della drammatica lotta senza quartiere del mondo contemporaneo che contrappone l’Occidente al radicalismo islamico. Questa linea ignora tuttavia le lacerazioni interne alla regione, la quale non è peraltro immune da pregiudizi e semplificazioni. In genere si tende a spiegare le tensioni africane attraverso il consueto riferimento alla dimensione etnico-confessionale, dimenticando però che la Somalia è il Paese africano meno differenziato dai punti di vista linguistico, culturale e religioso, e che i gruppi dirigenti eritreo ed etiopico sono del tutto omogenei linguisticamente e culturalmente.
Oggi, nel Corno, continuano a coesistere tre diversi livelli di conflitto politico e militare – interni ai singoli Stati, regionali e, per l’appunto, quello tra Occidente ed estremismo di matrice islamista – che si intrecciano e si aggravano reciprocamente senza che l’intellighenzia euroatlantica riesca a capire il perché.

Somalia, la guerra permanente

E’ scontato affermare che il lembo di terra in cui i tre livelli si manifestano con maggiore intensità sia la Somalia. L’implosione dello Stato somalo (primo livello del conflitto) iniziò nel 1987 con la fondazione del Congresso della Somalia Unita (UCS), organizzazione paramilitare la cui ala militare (basata in Etiopia) era capeggiata dal generale Mohammed Farah Aidid, ex collaboratore stretto di Siad Barre edex capo dei servizi segreti, incarcerato negli anni Ottanta perché sospettato di organizzare un colpo di Stato contro il presidente. L’UCS era espressione di un clan, gli Hauia, che da sempre rappresenta la tribù maggioritaria della Somalia, e che fin dall’indipendenza occupavano le principali cariche amministrative e ancor più quelle militari. Lo stesso Siad Barre apparteneva agli Hauia; tuttavia proprio in seno a questo gruppo si annidava il principale focolaio di opposizione, a causa delle brutali aggressioni patite sotto la dittatura militare.

La guerra civile nacque dal fatto che l’UCS, dopo la caduta del dittatore, a fare fronte comune con gli altri movimenti di opposizione. La scelta di uno dei suoi più autorevoli membri, Ali Mahdi Mohamed, come presidente ad interim. suscitò l’opposizione di Aidid e del suo sottoclan, gli Habr Ghedir, dando inizio alle feroci battaglie che di li a poco avrebbero insanguinato il Paese. Sia Ali Mahdi che Aidid erano due capi militari, ed entrambi avrebbero meritato un posto d’onore in qualunque tribunale per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e i traffici di armi e rifiuti tossici per indagare sui quali i giornalisti RAI Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vennero uccisi nel centro di Mogadiscio il 20 marzo 1994. Eppure l’Occidente vedeva, nel primo, un amico da appoggiare, e nel secondo, un nemico da combattere. Probabilmente perché Ali Mahdi, tramite il suo ufficio di presidente, aveva promesso alle compagnie anglo-americane lo sfruttamento dei giacimenti di greggio situati nel nord del Paese, precisamente nella regione del Puntland. proprio prima che il filoamericano Siad Barre fosse deposto, quasi due terzi del territorio erano stati assegnati in concessione petrolifera a Conoco, Amoco, Chevron e Phillips. La Conoco aveva addirittura dato in prestito la sua sede in Mogadiscio all’ambasciata USA pochi giorni prima dell’arrivo dei Marines.
Dopo la morte di Aidid, nel 1996, altre fazioni dirette da altri capi militari avrebbero contribuito a rinfocolare il conflitto, rendendo vano ogni accordo di pace (come quelli del 1998 e del 2002) nonché tentativo di mediazione.

Il passaggio al secondo e di conseguenza al terzo livello di conflittualità si è avuto con l’avvento dell’unica altra forza effettivamente interclanica esistente in Somalia, quella degli integralisti islamici. Nel 2006 lo scontro tra l’Unione delle Corti Islamiche, poi espulse da Mogadiscio, e il Governo Federale di Transizione è stato regionalizzato con l’intervento della forza AMISOM, i peacekeepers dell’Unione Africana, a cui in seguito si sono aggiunte le truppe di Etiopia (2006 e 2011) e Kenya (2011) fino all’affiliazione di al-Shabaab alla rete di al-Qa’ida. Al-Shabaab, movimento giovanile delle Corti e suo erede di fatto, è dunque solo l’ultimo di una lunga serie di antagonisti che hanno alimentato la guerra civile somala dal 1991 ad oggi; la sua connotazione jihadista ne ha fatto una fonte di preoccupazione per la sicurezza interna dei Paesi occidentali, estendo la portata del conflitto sul piano globale.

Molti hanno interpretato l’ingresso di Addis Abeba prima e Nairobi poi nel calderone somalo come la longa manu degli Stati Uniti di Bush che, impantanati in Afghanistan e Iraq, non intendevano aprire direttamente un nuovo fronte nella guerra al terrore. In realtà il duplice intervento è dettato più probabilmente dalla competizione in atto tra i due Paesi per la supremazia regionale, nella quale la partita per la Somalia rappresenta l’elemento chiave.
Nondimeno l’attivismo del Kenya ha le sue controindicazioni. Innanzitutto sul piano umanitario: i profughi somali che non fuggono verso nord (Lampedusa) scelgono di raggiungere il campo di Dadaab, a nord del Paese, dove si affolla circa mezzo milione di persone, cifra cresciuta notevolmente dalla carestia del 2011. Vi è poi il fronte della sicurezza: l’attentato al Westgate di Nairobi ha reso il Kenya da protagonista a vittima nella lotta contro il terrorismo, in ossequio alla nuova strategia inaugurata dal gruppo.
Viene da chiedersi perché al-Shabaab non si riesca a sconfiggere. La risposta è che finora lo scontro è stato confinato a un livello quasi esclusivamente militare, mentre quasi nulla è stato fatto a supporto delle operazioni di AMISOM sul piano civile. Di conseguenza, la capitale capitale Mogadiscio ed importanti città come Baidoa, Merca e Chisimaio, formalmente liberate dal controllo jihadista, vivono in un costante stato di assedio. E  militari che la AMISOM ha finora conseugito. E il mutamento strategico della milizia, diretto a compiere azioni sempre più distruttive e mirate, potrebbe ridimensionare anche i successi della missione panafricana sul campo di battaglia.

Etiopia ed Eritrea, così simili e perciò rivali

L’altro conflitto regionale nel Corno è quello che contrappone Etiopia ed Eritrea, Paesi uniti da una storia e una tradizione comune, e ciononostante – o forse proprio per questo – divisi da tensioni cinquantennali. Le rispettive classi dirigenti condividono un identico background culturale e provengono da percorsi formativi simili: entrambe nascono dalla contrapposizione militare con il Derg (il regime militare che governò l’Etiopia dopo la deposizione dell’imperatore Hailé Selassié) e formatesi negli anni d’influenza del blocco comunista sui movimenti nazionalisti africani. L’idea che alla base delle reciproche ostilità vi sia stata e vi sia un’esasperata competizione per l’egemonia politica regionale è perciò fuorviante. L’origine del conflitto va ricercata nelle strade diverse, per molti aspetti opposte, che i due governi hanno scelto di seguire dopo la fine del regime.

Addis Abeba rappresenta l’attore più importante sulla scena del Corno d’Africa, sia per la sua centralità politica, sia per le sue aspirazioni – spesso velleitarie – di potenza regionale. Dietro l’apparente solidità si annidano tuttavia forti tensioni connesse ai difficili rapporti coi vicini. A comprometterne le storiche ambizioni concorrono poi altri fattori: l’economia, troppo fragile e seriamente limitata dalla mancanza di adeguate infrastrutture capaci di accompagnarne la crescita; il complesso quadro geopolitico regionale; i molteplici focolai di conflittualità interna che fanno dell’Etiopia di oggi una potenza a metà.
In fondo l’Etiopia è sempre l’erede di una tradizione imperiale, dove coesistono più di ottanta gruppi linguistici ed etnici. La sua vocazione, da Menelik ad oggi, non è cambiata: mantenere il controllo del territorio e assicurare stabilità. Non si cercano conflitti, l’obiettivo è piuttosto di prevenirli e controllarli. Qui però nasce la difficoltà di conciliare l’esigenza del controllo con la speranza di avviare un processo democratico. I massacri dopo le elezioni del 2005 insegnano che la caduta del regime militare nel 1991 e la trasformazione del Paese in un federalismo su base etnica non si sono tradotte nella graduale democratizzazione del Paese.
Le prime due tornate elettorali dell’Etiopia democratica (del 1995 e del 2000) non avevano causato massicce contestazioni e significativi incidenti, ma la mancanza di un’alternativa alla coalizione guidata da Zenawi ha determinato nel tempo un certo immobilismo politico, soprattutto negli Stati più periferici del Paese.

Dall’altra parte in Eritrea, dopo qualche timida apertura iniziale, viene soffocata sul nascere qualsiasi istanza di effettiva democratizzazione. Anzi, mentre in Etiopia si procede alla rifondazione dello Stato attraverso il federalismo etnico, ad Asmara viene bandito qualsiasi progetto politico facente leva su identità etniche e religiose (e più in generale qualsiasi progetto diverso da quello del governo). Qui ogni ipotesi di aggregazione politica è stroncata sul nascere, riservando al potere centrale il ruolo di sintesi tra le diverse istanze trans linguistiche ed etniche che compongono il Paese.
Rispetto all’Etiopia pesa dunque un altro tipo di dinamiche. Il neonato regime ha sempre “giustificato” l’autorefenzialità del proprio potere attraverso l’idea che il Paese è sotto assedio permanente, e che dunque la democrazia è un lusso che non ci si può permettere. Agitando lo spettro della guerra, Asmara richiede dei continui sacrifici ad un popolo pur stremato da decenni di combattimenti. E quando sul finire degli anni Novanta, ad un solo lustro dall’indipendenza formale, il moto di frustrazione popolare è così vasto da non poter più essere contenuto, il governo gioca la sua ultima carta: imbracciare di nuovo le ami contro Addis Abeba. Un maldestro tentativo del regime di ricompattare il proprio consenso che costa la vita ad oltre 19.000 eritrei, lo sfollamento di altre decine di migliaia e il tracollo economico del Paese.
L’accordo  di Algeri, che conclude il secondo conflitto etiopico-eritreo (1998-2000), affida ad una commissione indipendente delle Nazioni Unite  (Eritrea-Ethiopia Boundary Commission) il compito di definire i confini tra le due nazioni. Oggetto del contendere è in particolare la città di Badme. L’arbitrato dell’EEBC, nel 2002, stabilisce che la città debba appartenere all’Eritrea. Tuttavia il governo etiope contesta la decisione e rifiuta di ritirare il suo esercito dalla città, offrendo ad Asmara il pretesto per inscenare nuovi possibili conflitti.

L’intreccio tra primo e secondo livello di conflitto è dovuto al fatto che l’Eritrea combatte Addis Abeba anche per procura. Oggi le tensioni interne al Paese vicino si concentrano soprattutto nei territori dell’Ogaden e dell’Oromia, regioni a maggioranza musulmana in cui sono attivi due gruppi insurrezionali che ricevono un discreto supporto dall’Eritrea, e dove risiedono tuttora alcuni dei loro leader. Per l’Etiopia si tratta di un problema serio, alla luce di quanto illustrato in merito alla priorità di preservare l’unità nazionale, poiché la secessione di anche solo una delle due, viste le rispettive dimensioni, porterebbe di fatto alla completa disgregazione dello Stato. Anche le milizie al-Shabaab erano beneficiarie del sostegno di Asmara, prima che le pressioni internazionali inducessero questa a ridurre il proprio coinvolgimento.

Probabilmente il fattore di maggior peso nei rapporti tra i due contendenti è la difficoltà a far coesistere un progetto statuale legittimato dall’esperienza coloniale – quello eritreo – con l’esigenza dell’Etiopia, il secondo Paese africano per numero di abitanti, di garantirsi uno sbocco al mare. Non a caso, da parte etiope il conflitto del 1998 – 2000 fu incoraggiato dalla prospettiva di rientrare in possesso della città costiera di Assab, la cui regione, quella dancala, è dal 1991 suddivisa tra due Stati differenti. L’idea di una pronta riunificazione servì all’allora premier Zenawi per legittimare una nuova avventura bellica ai propri confini.

Ciò che non riusciamo a capire

La perdurante instabilità della regione che affonda le sue radici in una moltitudine di fattori, sia interni ai vari Paesi che attinenti alle relazioni tra di essi, e ai quali col tempo si sono aggiunti i pesi di fenomeni globali e internazionali, hanno trasformato la punta di orientale d’Africa in un miscuglio socio-geopolitico in ebollizione. Qui la disperazione dei tanti si incrocia con le trame di pochi. Perché migrazioni e terrorismo non sono che due facce della stessa disgrazia, pardon medaglia.
E noi della sponda nord del Mediterraneo non siamo immuni da responsabilità. Le primavere arabe ci hanno lasciato l’immagine di un’Occidente senza soldi e senza leadership costretto ad inseguire eventi che ieri non ha saputo prevedere e che oggi non riesce neppure ad interpretare, figuriamoci a gestire. Le dinamiche in corso nel Corno non fanno eccezione. Ne deriva un curioso – e pericoloso – paradosso: da un lato, la posizione strategica della regione, nonché le perduranti dinamiche conflittuali che lo attraversano, hanno hanno reso il Corno un fondamentale crocevia di interessi geopolitici di portata globale; dall’altro, le cancellerie di Stati Uniti ed Europa si sono sempre autoesonerate dall’incombenza di approfondirne la complessità. E questo nonostante la storia e la politica del Corno d’Africa siano segnate da una molteplicità di fattori che, in forma diversa, tendono a riproporsi di epoca in epoca, provocando ulteriori elementi di frammentazione.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

L’Angola colonizza il Portogallo con la compiacenza dell’Europa

Una degli effetti collaterali della crisi economica è il rovesciamento dei rapporti di forza che hanno caratterizzato le relazioni tra il cosiddetto Primo Mondo e il Terzo negli ultimi secoli. Una sorta di effetto boomerang che un Paese su tutti, il Portogallo, sta sperimentando sulla propria pelle.

Oggi l’Angola, dopo 400 anni di colonizzazione portoghese (1575-1975) approfittando di una crescita in doppia cifra e del momento di difficoltà dell’ex madrepatria, sta pesantemente investendo in Portogallo rilevando molte aziende. Un anno fa ne parlavo qui. Se poi aggiungiamo che una grossissima fetta di immigrati portoghesi – 150 mila secondo l’ambasciata portoghese – si è vista costretta ad emigrare a Luanda i cerca di lavoro, è evidente che i rapporti  i rapporti Nord-Sud come li abbiamo sempre conosciuti vanno sparendo.
Secondo Capire davvero la crisi:

Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni. Dopo aver acquisito quote sostanziali nel sistema bancario portoghese: 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni); gli investimenti si sono diretti verso le telecomunicazioni (28,8% di ZON Multimedia) e naturalmente il petrolio all’interno della compagnia petrolifera GALP e della piattaforma SONANGOL.

In un articolo apparso nell’aprile del 2013 sulla rivista Colombiana El Malpensante, lo scrittore e giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes in un lungo report sulla situazione attuale portoghese, riguardo ai rapporti con l’Angola scrive: “Ho già detto che il Portogallo non potrebbe esistere senza l’Angola. Questo comporta una questione di sovranità che però è ormai un problema nostro, non più del paese africano. Negli ultimi anni da Luanda sta arrivando un flusso di denaro e d’investimenti che mantiene a galla il paese. In cambio del controllo di posizioni chiave nel settore bancario, energetico, distributivo e della comunicazione, gli angolani stanno evitando che Lisbona vada a fondo.”  

L’ex potenza coloniale in crisi è diventata un supermercato dove i nuovi ricchi dell’ex colonia, a cominciare dalla famiglia del presidente Dos Santos, acquistano banche e immobili. Panorama (che ricorda come nel 2012 l’Angola sia cresciuta del 6,8%, ma si trovi anche al 157 esimo posto su 174 nella classifica dei Paesi più corrotti secondo Transparency) scende più nei dettagli di questi investimenti:

Con 30 miliardi di dollari di riserve, l’Angola sta investendoforte in Portogallo, dove ha già acquisito quote sostanziali di Banco Bpi e Bic, due dei maggiori gruppi bancari portoghesi, della compagnia petrolifera Galp e della piattaforma di telecomunicazioni Zon Multimedia. Fra i maggiori investitori figurano la compagnia petrolifera stataleSonangol e uomini d’affari vicini all’entourage presidenziale, tra cui la 40enne Isabel dos Santos, figlia del presidente angolano Eduardo dos Santos e capace donna d’affari recentemente definita da Forbes «la prima miliardaria donna africana». Il fratello José Filomeno dos Santos è invece presidente del fondo sovrano (forte di un patrimonio di 5 miliardi di dollari) alimentato dai proventi petroliferi. Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni.

In prima fila tra gli investitori angolani in Portogallo c’è appunto Isabel Dos Santos. Laureata al King’s College di Londra, la “principessa” di Luanda è uno dei personaggi chiave di questa complicata saga postcoloniale. Per la stampa nazionale è la prova evidente di come anche l’Angola, un Paese dove il 70% degli abitanti sopravvive con meno di due dollari al giorno, può anche produrre delle storie di successo nel campo della finanza internazionale; per la rivista Forbes (secondo la stessa inchiesta citata sopra) è invece una creatura inventata di sana pianta dal padre per permettere al suo “clan” di accaparrarsi di una parte dei redditi pubblici, dal petrolio ai diamanti, per poi metterli al sicuro all’estero, cioè in Portogallo.

Linkiesta elenca i principali investimenti portoghesi di Isabel e di altri esponenti del clan presidenziale:

Secondo Forbes, Isabel dos Santos Fontes, la quarantenne figlia maggiore del Presidente dell’Angola, è la prima miliardaria africana della storia. Laureata in Ingegneria al King’s College di Londra, Isabel dos Santos si lanciò nel business nel 1997 – il Miami Beach di Luanda, un ristorante i cui considerevoli successi hanno accompagnato la trasformazione della capitale dell’Angola. Per entrare nella classifica diForbes ha però avuto bisogno di ben altri investimenti: 28,8% di ZON Multimédia (vale 385 milioni di dollari), 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni). In più, Isabel dos Santos possiede un quarto di Unitel, il principale operatore telefonico in Angola, e ha progetti minerari e agricoli con Arkady Gaydamak e Lev Leviev, uomini d’affari israeliani di origine russa.

ZON (che è in processo di fusione con Optimus) e BPI (il cui maggior azionista è la Caixa spagnola) fanno parte del PSI20, l’indice principale della Borsa di Lisbona, mentre il BIC è cresciuto recentemente con l’acquisto del Banco Português de Negócios. Il fior fiore del capitalismo lusitano è (o è stato) socio di Isabel dos Santos e del marito Sindica Dokolo (di origine congolese, mentre lei è nata a Baku da madre azera): Américo Amorim (il re del sughero, uomo più ricco del Portogallo, che insieme all’impresa pubblica angolana Sonangol controlla Galp Energia dopo l’uscita parziale dell’ENI e che detiene 25% del BIC), Sonae (che controlla Optimus), il Grupo Espírito Santo (storico alleato della famiglia Agnelli, ha attività di credito, pesca e aviazione in Angola), Portugal Telecom (in Unitel), e Pedro Sampaio Nunes.

Per vari anni membro del consiglio d’amministrazione della Galp è stato Manuel Vicente, il presidente della Sonangol. La compagnia di Stato, oltre che in Galp, è presente nel Millennium Bcp – principale banca portoghese, in cui è il maggiore azionista. Vicente, che secondo la stampa specializzata è legato al fondo Carlyle, è stato nominato vice-presidente dell’Angola nel 2012 ed è dato come favorito nella corsa per succedere a Jose Eduardo Dos Santos, 71 anni, al potere dal 1979. Senza dimenticare i generali Hélder Vieira Dias, meglio noto come “Kopelipa”, e Leopoldino Nascimento “Dino”. Il primo è il più stretto collaboratore militare del presidente, il secondo ha diretto a lungo le telecomunicazioni. Possiedono un terzo dei 110 appartamenti all’Estoril Sol Residence, il più rinomato della località balneare, insieme ad altri facoltosi angolani. A questi nomi si è aggiunto proprio, prima di Ferragosto, António Mosquito che è entrato in Soares da Costa Construções con due terzi del capitale. Un’operazione, resa necessaria dall’esposizione del gruppo Soares da Costa verso le banche, in cui è intervenuto il BCP che ha identificato l’imprenditore angolano che ha già varie attività in Portogallo. Del resto in Angola la società di costruzioni nel 2012 ha realizzato 44% del fatturato (+8%, mentre in Portogallo c’è stata una flessione di 28%).

António Mosquito ha dimostrato interesse anche per il gruppo Controlinveste, proprietario del Diário de Notícias, del Jornal de Notíciase di altri media portoghesi. Se l’acquisto di cui si parla da mesi dovesse concretizzarsi, l’estensione del potere angolano nelle comunicazioni portoghesi raggiungerebbe livelli preoccupanti, dato che andrebbe ad aggiungersi a quelli della Newshold di Alvaro Sobrinho, che già controlla il settimanale Sol e ha partecipazioni in due periodici (Visão ed Expresso) e nei quotidiani Correio da Manhâ (il maggiore per circolazione) e Jornal de Negocios. Newshold si è detta interessata ad acquisire RTP (Radio e Televisâo Portuguesa) nel caso in cui il governo di centro-destra decidesse di privatizzare l’emittente.

Per avere un’idea di quale sia l’equazione di potere nei legami tra l’establishment di Lisbona e l’ex colonia basta osservare quanto accaduto negli ultimi due mesi. Lo scorso anno un settimanale di Lisbona ha pubblicato la notizia dell’inchiesta aperta nella capitale portoghese a carico di alcune figure pubbliche legate al governo angolano, provocando la dura reazione della stampa angolana. In questi mesi vari ministri si sono recati a Luanda per riallacciare i rapporti, fino ad arrivare alle scuse diplomatiche formulate dal ministro degli esteri portoghese Rui Machete a metà settembre. Il ministro ha però aggiunto che aggiungendo che “non è stato possibile” evitare l’inchiesta. Queste dichiarazioni hanno provocato grande scalpore a Lisbona, dove diversi politici ed editorialisti hanno fermamente disapprovato l’atteggiamento di sottomissione del ministro.

Ma la precisazione finale del ministro, unita al coro di dissensi verso il ministro, ha finito per offendere Luanda, accendendo dibattito sulla relazione di dipendenza che collega l’ex potenza coloniale sull’orlo del fallimento alla sua ex colonia in piena ascesa economica. Durante il suo discorso sullo stato della nazione, il 15 settembre, il presidenteDos Santos ha ritenuto che le condizioni per un “partenariato strategico” non erano più presenti, concetto ribadito anche in un successivo discorso di ottobre. A inizio novembre 14 deputati portoghesi si sono recati a a Luanda per cercare di migliorare le relazioni fra Lisbona e la sua ex colonia.

L’episodio no è passato inosservato. Il quotidiano francese online Mediapart è quello che più di ogni altro ha cercato di squarciare il velo di opacità intorno agli interessi di Luanda in quel di Lisbona. In una lunga inchiesta (via Presseurop) racconta perché la provenienza dei capitali angolani riversati nell’economia lusitana susciti parecchi dubbi. Nella prima parte dell’inchiesta si spiega:

La “rivincita del colonizzato” è più che ambigua. Un gran numero di “investimenti” angolani nel settore dell’edilizia di lusso sulla costa o nelle banche sono di dubbia origine e favoriscono solo un piccolo gruppo di imprenditori vicini al potere. Diverse persone contattate da Mediapart a Lisbona parlano di un sistema con enormi ramificazioni e di cui il Portogallo serve da centro di riciclaggio del denaro sporco per i nuovi ricchi angolani.

Per l’ex giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes, oggi professore all’Ehess di Parigi, questa pratica di riciclaggio di capitali risale a molto prima della crisi attuale. La si può datare alla fine degli anni novanta, quando l’Angola, all’epoca in piena guerra civile, aveva emesso nuove concessioni petrolifere. La decisione aveva provocato l’esplosione della produzione di oro nero nel paese, rimpinguato le casse dello stato e rafforzato la sua influenza sulla scena internazionale. La recessione dei paesi dell’Europa meridionale, a partire dal 2008, non ha fatto altro che accelerare la grande trasformazione delle relazioni fra l’Angola e il Portogallo.

Nella seconda:

“Il Portogallo riveste un ruolo strategico per il potere angolano: permette all’élite economica e politica di prepararsi una via di fuga in caso di cambio di regime, e una parte delle sue ricchezze è custodita in Portogallo. Ma il paese serve anche al riciclaggio dei capitali angolani di dubbia provenienza”, riassume Jorge Costa del Blocco di sinistra, che a gennaio dovrebbe pubblicare un libro sui “padroni angolani del Portogallo”.

Un rapporto pubblicato nel 2011 dall’ong Global witness passa in rassegna i conti – particolarmente opachi – dell’industria petrolifera in Angola e afferma chiaramente che tra i registri tenuti dal ministero del petrolio e quelli del ministero delle finanze esiste una differenza di non meno di 87 milioni di barili di petrolio rispetto alla produzione complessiva dell’anno 2008. Questo è soltanto un esempio tra i tanti del fallimento delle istituzioni, che possono favorire prelievi illeciti di fondi pubblici.

Malgrado l’entità delle operazioni è già tanto se il dibattito scuote la scena portoghese. Il caso delle scuse diplomatiche di Rui Machete lo ha soltanto sfiorato e l’interessato ha finito per evitare le dimissioni. “Tutti i politici portoghesi, al potere o all’opposizione, hanno intrattenuto rapporti con le forze angolane, da un lato o dall’altro del conflitto”, precisa Pedro Rosa Mendes.

Il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), un tempo rigidamente marxista-leninista, ha aderito all’Internazionale socialista nel 2003. Intrattiene dunque rapporti stretti con i comunisti e i socialisti, ma anche con i socialdemocratici oggi al potere in Portogallo. “Col passare delle generazioni l’Mpla ha sempre saputo adeguarsi al contesto e cambiare alleanze a seconda delle evoluzioni politiche”, prosegue Pedro Rosa Mendes.

Secondo il resoconto di Jorge Costa dopo il ritorno del Portogallo alla democrazia nel 1974 26 ministri e segretari di stato hanno occupato o continuano a occupare poltrone nelle aziende angolane dopo essere passati attraverso un ministero pubblico. L’attuale primo ministro Pedro Passos Coelho ha trascorso parte della sua infanzia in Angola. La stampa portoghese fa anche congetture sull’esistenza di una “lobby angolana” all’interno del governo, costituita da vari ministri nati o cresciuti a Luanda.

In tutto questo contesto spicca l’assenza dell’Europa, sempre secondo Mediapart dettata da una precisa ragione:

Secondo l’eurodeputata socialista Ana Gomes l’Europa sarebbe addirittura complice di questa operazione: “L’austerità e i programmi di privatizzazione imposti a Lisbona dall’Europa hanno come effetto quello di aggravare la dipendenza del Portogallo dall’Angola. E non solo l’Europa non dice niente, ma addirittura spinge in questa stessa direzione”.

In ogni caso non ci si deve aspettare una reazione da parte della Commissione europea, tenuto conto delle elezioni europee dell’anno prossimo. José Manuel Barroso, a capo della commissione dal 2004, è stato uno dei primi ministri portoghesi più vicini a Dos Santos. Nel 2003 si era recato a Luanda in compagnia di dieci ministri. In qualità di presidente della Commissione ha effettuato una visita di due giorni in Angola nell’aprile 2012 per rafforzare la cooperazione dell’Ue con Luanda.

Nel 2003 Barroso è stato uno degli invitati d’onore al matrimonio di un’altra figlia del presidente angolano, Tchizé Dos Santos. Quest’ultima, più discreta della sorellastra Isabel, ha appena rilevato il 30 per cento di una società portoghese di spedizioni di frutta.