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L’ondata della primavera araba ha messo in crisi non solo l’apparato politico tradizionale dell’Egitto (si veda la bagarre elettorale in corso), ma anche la sua rete di relazioni estere. A parte la rinata atmosfera di tensione con Israele, è interessante dare uno sguardo ai rapporti tra l’Egitto e l’altro peso massimo della regione mediorientale. L’Arabia Saudita.
Con la caduta i Mubarak i rapporti tra la repubblica egiziana e il regno saudita si sono incrinati. La crisi delle relazioni tra Il Cairo e Ryadh si è recentemente inasprita in seguito all’arresto dell’avvocato ed attivista per i diritti umani Ahmad Gezawi in Arabia Saudita, con l’accusa di vilipendio al re ed in seguito anche di contrabbando di stupefacenti. Le conseguenti manifestazioni di protesta di cittadini egiziani davanti all’ambasciata saudita del Cairo hanno provocato la decisione saudita di chiudere l’ambasciata.
In realtà i rapporti tra i due Paesi sono tesi fin dallo scoppio della rivoluzione egiziana. Questo articolo su al-Quds, tradotto da Medarabnews, spiega cosa c’è dietro:

La rabbia dei sauditi, data la loro avversione nei confronti dei Fratelli Musulmani, è cresciuta in seguito alla conquista, da parte degli islamisti, di 75 seggi al Consiglio del Popolo, tanto da spingere il principe Nayef  Bin Abdulaziz, attuale ministro degli interni, a definire la confraternita come  “l’origine dei flagelli della regione”.

Il problema fondamentale è che i responsabili sauditi non hanno capito che l’Egitto è cambiato, che Hosni Mubarak non tornerà a governarlo e che il suo regime è scomparso definitivamente; perciò è necessario che si adattino a questo cambiamento e che imparino a conviverci. L’arresto di egiziani o di arabi in generale, e la detenzione senza processo, come accadeva un tempo, non sono più accettabili all’epoca delle rivoluzioni arabe e della rivoluzione informatica e digitale.

La crisi Gezawi non è tra il popolo egiziano e quello saudita, bensì tra il popolo egiziano e le autorità del regno, e rappresenta un monito per tutte le altre autorità arabe che abusano  dei cittadini arabi perché i loro governi, deboli o corrotti, non difendono i propri cittadini come dovrebbero.

L’Egitto è cambiato, ed anche i popoli arabi, e ciò che si taceva prima delle rivoluzioni non verrà più nascosto dopo di esse. Riconosciamo che alcuni media egiziani hanno superato il giusto limite nella critica nei confronti della monarchia saudita, ma anche molti autori sauditi sono andati troppo oltre insultando il popolo egiziano, ed entrambe le cose non sono ammissibili.

La reazione scomposta di Ryadh è solo l’ultima dimostrazione dell’incapacità della dinastia saudita di affrontare una serie di sconvolgimenti  a cui non era preparata.
La ciliegina sulla torta delle incomprensioni politiche è rappresentata dalla riapertura dei rapporti bilaterali con l’Iran, acerrimo rivale di Ryadh. Uno smacco per la Casa di Sa’ud. Ma quest’ultima sa bene quali argomentazioni mettere sul tavolo per ricucire i rapporti con i vecchi amici. L’ottimo blog Lissnup segnala che il 10 maggio l’Arabia Saudita ha effettuato un deposito di un miliardo di dollari presso la Banca Centrale del Cairo come contributo per la ripresa dell’economia egiziana:

Saudi Arabia has made a deposit of USD 1 billion in the Central Bank of Egypt (CBE), a senior Egyptian official has said.
Egypt’s Minister of Planning and International Cooperation Fayza Abul-Naga expressed last night her country’s appreciation and gratitude to Saudi Arabia and the custodian of the two holy mosques King Abdullah bin Abdulaziz for the contribution and support, aimed at improving the condition of the Egyptian economy during its current circumstances.

The last remaining USD 500 million sum of the amount was signed in Marrakech, Morocco, by minister Abul-Naga and the Saudi Minister of Finance Dr. Ibrahim bin Abdulaziz Al-Assaff, which targets the financing of priority state development projects in Egypt.
The amount also includes USD 250 million for the purchase of petroleum products intended for the Egyptian public and a USD 200 million non-refundable grant to support small to medium-sized enterprises.

Tuttavia si tratta di briciole in confronto ai sontuosi aiuti che Ryadh aveva promesso nelle settimane successive alla defenestrazione dell’alleato Mubarak. Ciò che la Casa di Sa’ud non riesce ad accettare che ora in Egitto, oltre ad un regime, ad avere voce in capitolo ci sia anche un popolo. Soggetto col quale la casa regnante nutre una malcelata diffidenza, se non addirittura timore. All’indomani della decisione di Riyadh di chiudere l’ambasciata in Egitto, ad esempio, centinaia di blogger egiziani e sauditi hanno fraternizzato su Twitter scambiandosi messaggi di solidarietà. Episodio che ha aumentato le preoccupazioni della casa regnante circa una possibile ripresa delle manifestazioni nel cuore del regno.
Tutto ciò, sul piano concreto, si è tradotto nella riluttanza a sostenere finanziariamente la fragile economia del Cairo. Nell’attesa di conoscere il nome del successore di Mubarak alla guida del Paese.

In metà maggio il presidente del Niger Mahamadou Issoufou si è recato in Arabia Saudita accompagnato dai principali ministri del suo governo, dove ha incontrato re Abdullah, così come importanti leader religiosi, funzionari di governo e imprenditori. Scopo del viaggio è il miglioramento delle relazioni bilaterali e, in particolare, la promozione di investimenti arabi nel Paese nordafricano. Issoufou ha affermato come l’agricoltura, le risorse naturali (uranio in primis) e gli appalti per infrastrutture rappresentino le maggiori opportunità di investimento per le aziende straniere.  Opportunità di cui il Niger, attualmente uno dei Paesi più poveri del mondo, avrebbe davvero bisogno. L’unico settore dove Niamey ha finora attratto capitali esteri è quello estrattivo, complice la fame di uranio del colosso nucleare francese Areva  e la sete di petrolio di quello cinese CNOOC.
Da quando è salito al potere nell’aprile 2011, Issoufou ha cercato di impegnarsi nel ricostruire una rete di relazioni internazionali per il Niger, dopo gli anni di isolamento sotto il precedente regime di Mamadou Tandja. Ma la visita nel regno saudita ha un significato ulteriore. Affari a parte, è da rimarcare l’enfasi sui legami storici tra i due Paesi che entrambe le delegazioni hanno tenuto a sottolineare:

Earlier in his opening remarks, Al-Mobty [presidente del Consiglio delle Camere Saudite, n.d.r.] said the two countries enjoy friendly relations based on common understanding and feelings of fraternity. He recalled the historical visit of the late King Faisal, who went to open the first Arabic school in Niger in 1962. He said that the current ambassador of Niger in the Kingdom is a graduate of that school.

Se il Niger ha interesse ad attrarre capitali stranieri, è da vedere quale interesse nutrano i sauditi verso lo Stato nordafricano.
Allargando lo sguardo, scopriamo che la petromonarchia di Ryadh è molto attiva in tema di investimenti in Africa. In frebbaio la Derba group, società di proprietà di un miliardario saudita, ha concluso un accordo da 4,3 miliardi di dollari per sette progetti industriali in Etiopia. Oppure pensiamo ai 376.000 di terreno acquistati in Sudan tra il 2004 e il 2009 per coltivarvi cereali. Ed è solo la punta dell’iceberg. Anche in Argentina i sauditi hanno concluso un accordo da 83 milioni di dollari per la gestione di un terreno da 30.000 acri dove allevare animali da macello – contro il quale non sono mancate le proteste. L’Arabia Saudita è capofila nel fenomeno del land grabbing in giro per il mondo. Anzi, ne è stata l’iniziatrice. E il Niger, benché prostrato dalla crisi alimentare che sta affliggendo il Sahel, potrebbe essere la prossima tappa.


C’è anche un altro dettaglio. Abbiamo detto che il Niger è ricco di uranio, che viene estratto nella regione dell’Agadez. Nel 2006 il Paese ne è stato il quarto esportatore al mondo, con riserve accertate per 272.900 tonnellate (5% a livello mondiale). Uranio e altri minerali costituiscono il 40% dell’export del Paese. Una ricchezza che fa gola a molti: soprattutto ai francesi di Areva.
Ma anche gli arabi – sauditi in testa – sembrano interessati. In dicembre scrivevo:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile.

Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata

La ragione dell’interessamento di Ryadh potrebbe essere proprio questa. Gli indizi ci sono tutti.I legami storici e religiosi con Niamey consentirebbero ai sauditi di godere di una via preferenziale nella corsa all’uranio nigerino.
Inoltre, il colosso Areva è sempre più impopolare. A fine aprile i lavoratori dell’impianto estrattivo di Imouraren, ora in costruzione, sono entrati in sciopero in segno di protesta per le condizioni disumane in cui operano a fronte di un salario misero. E i sindacati hanno minacciato di estendere la mobilitazione a tutti gli stabilimenti di Areva presenti in Niger.
Al solito l’Occidente è percepito come invasore e accaparratore di risorse (come effettivamente è). Per calmare la sollevazione, Niamey potrebbe decidere di rivedere i propri accordi con la compagnia francese a vantaggio dei sauditi. Così come potrebbe affidare il business del petrolio ai cinesi, nel caso in cui la produzione di oro nero dovesse aumentare in accordo alle previsioni del governo.
Uranio e petrolio dovrebbero garantire al Niger una crescita del 14% per il 2012. Un miracolo economico che fa gola  a molti, ma forse noi europei non saremo in prima fila.

Il Delta del Niger è un terreno insidioso, non soltanto per la presenza del MEND. Oggi il ministro delle finanze di Abuja, Ngozi Okonjo-Iweala, ha lanciato l’allarme sull’impatto che i furti di petrolio stanno causando sull’economia del Paese. Tutta colpa del “bunkering” (furto di greggio direttamente dagli oleodotti) e delle altre forme di sottrazioni. Secondo il ministro, il 17% della produzione petrolifera del mese di aprile sarebbe stato sottratto, con la riduzione di un quinto della quota di entrate statali derivanti dall’oro nero.
Secondo la Shell, la maggior oil company impegnata nel Paese, la quantità di greggio trafugata ammonta ad oltre 150.000 barili di al giorno (di cui 43.000 direttamente alla compagnia), per un controvalore di circa 2 milioni di euro.

L’aspetto inquietante è che, secondo alcuni rapporti, la polizia e il governo non sarebbero affatto immuni da colpe, da un lato perché accusati di chiudere gli occhi di fronte alle sottrazioni, dall’altro perché sospettati di essere direttamente coinvolti negli stessi.

Il Nigerian Tribune denuncia senza mezze misure la complicità degli agenti di sicurezza nelle attività illegali in cambio di laute tangenti:

These illegal bunkerers had been given assurances by senior police officers in Abuja that nothing would happen to them even if they were arrested.
It was reliably gathered that the bunkerers, who now resort to breaking pipelines, carry out their illegal activities accompanied by siren-blaring escorts thereby scaring people away and creating the impression that they were government officials on assignment.
An example was a cartel known as Tekeena Oil, that loaded two foreign ships in the Niger Delta last week at the Mobil Oil filed in Eket, Akwa Ibom State.
The illegal vessels, containing about 200,000 metric tonnes of AGO and crude oil, was loaded within 24 hours before they could sail off.
Nigerian Tribune was told exclusively that before the ships could be loaded with the crude, the sum of N50 million was paid to senior police officers to give them protection.

Non meno tenero è il giudizio espresso in questa analisi sui ministri, i funzionari, i dirigenti dell’Agenzia dello Sviluppo del Delta del Niger, accusati di non avere altro interesse che saccheggiare la regione per sé e le proprie consorterie, in totale spregio per le necessità della popolazione:

They would have handed-down the share of their godfathers, touts, and hangers-on before swallowing the rest. A governor in one of the Niger Delta states has shown anger against this attitude and caused an assessment to be done by an independent body, which found only five out of 23 to have excelled. So far, two LGA bosses have been overthrown by their people. Now that the EFCC is toothless, the politicians are simply on the rampage.

La Nigeria è un rentier state: il 95% delle entrate pubbliche deriva dalle rendite petrolifere. In soldoni, il bilancio statale del 2012 prevede una produzione di petrolio di 2,48 milioni di barili al giorno (in crescita rispetto ai 2,3 milioni nel 2011) che garantirebbe una proiezione di entrate pubbliche pari a 9.406 trilioni di dollari. Di questa somma, 3.644 trilioni di dollari sono destinati al governo federale. Numeri sufficienti a rendere l’idea sull’importanza dell’oro nero nelle sorti del Paese.
Ma qui, come in molti altri Stati del Sud del mondo, il petrolio rappresenta più un problema che un’opportunità.
Abuja vanta il secondo PIL dell’Africa sub-sahariana, ma le condizioni socioeconomiche del Paese di oggi sono peggiori di quanto non lo fossero 30 anni fa. Oggi il 70% della popolazione del Delta del Niger vive con meno di un dollaro al giorno perché il grosso della rendita petrolifera della Nigeria viene incamerato dall’1%, il quale beneficia pure di una corruzione dilagante che secondo le stime del, dal 1960 avrebbe rubato all’economia nigeriana una somma tra i 300 e i 400 miliardi di dollari.
E parliamo di un Paese multipartitico dotato di istituzioni democratiche.

Le elezioni in Algeria hanno visto la partecipazione del 42,36%degli aventi diritto. Il Fronte di Liberazione Nazionale, partito al potere dai tempi della guerra d’indipendenza contro la Francia, avrà 220 seggi. Sommati ai 68 conquistati dal Raggruppamento nazionale democratico (il partito nato da una costola del Fln) otteniamo 288 seggi su 462. Non sarà necessario, come in passato, scendere a compromessi con gli islamisti.
A questi ultimi non è riuscita la cavalcata al potere sulla falsariga di quanto abbiamo visto in Tunisia ed Egitto. L’Alleanza verde, formata dal Movimento sociale per la pace (Msp), Ennahda e Islah, ha avuto appena 48 seggi. Nemmeno l’altra lista islamista, Adala del leader radicale Djaballa, che si era staccato da Islah perché non condivideva la scelta di allearsi con il Msp, ha avuto successo, raggiungendo appena i 7 seggi. Il Fronte delle forze socialiste (Ffs), che aveva boicottato due tornate elettorali nel 2007  e2009, ha ottenuto 21 seggi. Sono state elette 144 donne, inferiori alla quota del 30% prevista, comunque superiore al 7% precedente.
Questa attenta analisi sul sito della Treccani, che rivela alcuni importanti retroscena della campagna elettorale dal punto di vista del regime, ci aiuta ad approfondire lo scenario:

Jamal Zenati, dalle pagine del quotidiano el-Watan, ci spiega in maniera piuttosto perentoria come “l’appuntamento del prossimo 10 maggio rappresenti qualcosa di più di una semplice elezione legislativa”. A seguito delle modifiche apportate al testo costituzionale nel 2008 che hanno permesso al presidente della Repubblica algerina di essere eletto per la terza volta, si è creata, secondo Zenati, una spaccatura tra un potere presidenziale sempre più autonomo, ed un parlamento sempre meno protagonista sulla scena politica. Ecco perché, continua l’autore, “le elezioni legislative non rappresentano più un momento di espressione della sovranità popolare”, ma il “preludio ad uno scrutinio presidenziale”. … Ad avvalorare questa lettura un articolo di Ghania Oukazi apparso sul Quotidien d’Oran. Oggetto dell’analisi la battaglia tutta interna all’ex-partito unico algerino, il FLN (Fronte di liberazione nazionale – Jabha al-tahrîr al-watanî), nella quale sembra evidente agli occhi di Oukazi la longa manus del Presidente Bouteflika, che è riuscito a ridefinire gli equilibri interni al proprio partito in modo da mantenerne il controllo.

L’Alleanza Verde ha subito parlato di brogli, nonostante la presenza di 500 osservatori internazionali. In effetti in Africa – e nei Paesi in via di sviluppo in generale – la denuncia di irregolarità da parte della fazione perdente è consuetudine, ma le previsioni parlavano di un testa a testa tra FLN e islamisti. E i toni entusiasti con i quali i commentatori locali hanno celebrato la partecipazione, la regolarità delle operazioni e (soprattutto) il consenso intorno al presidente Bouteflika suonano quanto meno sospetti. In ogni caso, dopo il voto si apre la sfida delle riforme - ammesso che il governo abbia davvero la volontà di attuarle.

Per comprendere il contesto particolare in cui l’Algeria è inserita, bisogna riflettere su alcuni punti.
In generale, gli esperti hanno evidenziato come la “primavera araba” sembra aver toccato solo superficialmente l’Algeria. Per la verità qui le rivolte erano scoppiate già nel novembre 2010 (dunque oltre un mese prima dell’immolazione di Mohamed Bouazizi), nelle regioni interne del Paese, per arrivare poi ad Algeri nel gennaio successivo. La concomitanza con i moti in corso in Tunisia ha fatto sì che l’opinione pubblica internazionale aprisse gli occhi solo in quel momento. Le ragioni dell’insurrezione erano legate a questioni prettamente sociali, piuttosto che politiche: il rincaro dei beni di prima necessità – farina, riso, olio e latte – dovuto alla riduzione delle sovvenzioni statali, aveva aggravato le già difficili condizioni di vita della popolazione, ancora scottata dalla precedente ondata inflattiva del 2008 (l’anno dei 31.500 migranti a Lampedusa). Ancora oggi l’autosufficienza alimentare è un miraggio e i prodotti di consumo restano legati all’importazione, dal momento che il comparto interno non è considerato una priorità.
Oltre alla crisi alimentare, a mortificare le speranze dei giovani algerini c’è la mancanza di lavoro. Grazie alle sue notevoli riserve di idrocarburi, l’Algeria è il secondo paese più ricco d’Africa, alle spalle del Sudafrica. Una ricchezza che ha permesso al Paese di estinguere il proprio debito estero, ma non di risollevare le condizioni di vita della popolazione, posto che essa non viene ridistribuita secondo criteri di equità o di necessità. La rendita serve di fatto ad alimentare il sistema di potere, ossia Bouteflika e la sua cricca. Inoltre il settore energetico, il quale genera enormi profitti ma richiede al contempo poderosi investimenti, non garantisce ricadute altrettanto positive sul piano occupazionale. Non c’è da stupirsi che il 40% dei giovani sotto i trent’anni sia ancora disoccupato, nonostante gli ambiziosi piani di sviluppo del settore, coronati dall’annuncio di nuove raffinerie. Ciò di cui davvero il Paese necessita è un programma che punti alla crescita di un’economia diversificata.
Eppure l’abbozzo di “primavera sociale” del 2010-2011 non si è tradotto in rivoluzione, come è invece avvenuto in Egitto e nella vicina Tunisia. È come se gli algerini abbiano preferito non alzare il livello dello scontro, lasciando che la protesta si spegnesse.
L’Algeria ha un background politica distinto rispetto, ad esempio, a quello dell’Egitto. Un aspetto a volte sottovalutato nelle analisi che leggiamo sul tema e che include gli incipit di rivolta del 1988 e del 1992, per proseguire con la drammatica guerra civile degli anni Novanta.  Linkiesta ripercorre queste fasi:

Il 5 ottobre 1988 è la data da cui partire per comprendere il passato, il presente ma soprattutto il futuro dell’Algeria … Quell’ottobre di 24 anni fa, il Paese nord africano conobbe una Primavera araba “ante litteram” quando migliaia di giovani ma non solo, stanchi di un trentennio di partito unico caratterizzato inizialmente da una sbornia socialista e da una mala gestione e corruzione in seguito, scesero in strada assaltando uffici e ministeri, dando alle fiamme i simboli dello stato. La risposta non si fece attendere: l’esercito uscì dalle caserme e aprì il fuoco contro i dimostranti, uccidendone almeno 169 e ferendone migliaia (qualcuno avanza il numero di 500 morti). Il regime algerino (contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno in molti Paesi arabi) aveva subito intuito che in uno scontro sarebbe stato spazzato via. Così nel febbraio del 1989 offrì molte concessioni, con l’abrogazione della costituzione, l’instaurazione del multipartitismo, la nascita della prima stampa araba indipendente, ma soprattutto l’apertura all’economia di mercato.
Il sogno di una profonda riforma democratica del sistema svanì però in meno di 4 anni. Dopo aver stravinto le elezioni Locali del giugno 1990 (prime elezioni libere nel Paese) il Fronte islamico della salvezza, guidato da Abbas Madani e Ali Belhaj, si ripete nel dicembre del 1991 vincendo nel primo turno delle legislative l’82% dei seggi.
Ed eccoci alla seconda data che sarà fatale per l’apertura democratica ma non solo. Sarà il bivio che stravolgerà per 17 anni la storia recente dell’Algeria. L’11 gennaio del 1992 l’esercito costringe l’allora Presidente Chadli Benjadid a dimettersi interrompendo il processo elettorale. Le assemblee comunali dove ha vinto il Fis vengono sciolte, gli eletti e i militanti arrestati e spediti nei campi allestiti nel deserto del Sahara. Qui inizia l’incubo algerino, un bagno di sangue collettivo (la tragedia nazionale) costato la vita ad oltre 250mila persone con migliaia di dispersi, da cui la società fatica ancora a riprendersi.

Gran parte delle narrazioni sugli eventi che hanno avuto luogo nel mondo arabo si concentrano su elementi simbolici come la folla di Tahrir, il martellamento dei social network, Il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Tutti fattori che hanno rivestito un ruolo fondamentale nel successo delle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto in virtù del proprio richiamo all’aggregazione e alla partecipazione popolare, che hanno costretto i regimi a reagire e poi a mollare. In Algeria tutto questo non c’è stato, complici un’opposizione miseramente frammentata, in cui gli islamisti non sono una forza preponderante, e un regime costituito da strateghi politici molto furbi e tattici. In compenso c’è una memoria collettiva ancora profondamente segnata dalla guerra civile.
Emblematica questa (amara) conclusione su In 30 secondi, al termine di un’esauriente disamina sul risultato elettorale:

Qualcuno penserà che dobbiamo accontentarci. Gli “islamisti” hanno perso e tutto sommato le elezioni sono regolari.
Ci sono donne in parlamento, almeno.
Ma, appunto, è una vera mascherata che accontenta tutti tranne la stragrande maggioranza degli algerini, che rimangono lì, relegati sullo sfondo, come i selvaggi in un quadro orientalista, mentre all’unanimità il mondo plaude al regime mafioso e sanguinario di Bouteflika.
Il mondo sta dicendo loro che la cosiddetta “primavera araba” è stata un incidente, non un complotto.

In Occidente l’opinione pubblicato ha sviluppato due immagini della rivoluzione egiziana e, più in generale, della primavera araba. Una è quella dei giovani di Piazza Tahrir, riuniti dal martellante passaparola sui social media. L’altra è quella degli islamisti dalle lunghe barbe che approfittano di uno dei rari momenti di (semi)democrazia al Cairo per tentare l’ascesa al potere.
Come spesso accade, le nostre ricostruzioni contengono un fondo di verità innaffiato da un insieme di luoghi comuni. Ad ogni modo, la condizione di rivoluzione incompiuta che caratterizza l’Egitto di oggi – ben messa in risalto dagli scontri in Piazza Tahrir, iniziati in dicembre e rinfiammati in questi giorni – è principalmente conseguenza di due fattori.

In primo luogo, i problemi socioeconomici del Paese, rimasti irrisolti e senza un barlume di prospettive ad un anno dalla defenestrazione di Mubarak.
Si, perché al di là della visione romanzata dei giovani che chiedevano a gran voce rappresentaza e democrazia, i motivi per cui la gente è scesa in strada sono molto più materiali: povertà diffusa, diseguaglianze economiche, disoccupazione, giovanile, deficit alimentare, infrastrutturale e scolastico. Tutto questo nonostante una crescita che nei trent’anni targati Mubarak ha viaggiato a ritmi del 5% annuo, con punte del 7% nel 2007 e 2008, forte anche degli investimenti esteri che dal 2004 al 2010 hanno sfiorato quota 50 miliardi di dollari.
Se andiamo a vedere, non c’è da stupirsi che le statistiche sul PIL non si siano tradotte in maggior benessere per la popolazione. I due terzi delle entrate di valuta estera del Paese derivano da rendite energetiche, turismo, diritti di transito lungo il Canale di Suez e rimesse degli emigrati. Le riforme intervenute negli ultimi anni hanno riguardato settori a limitato impatto occupazionale, senza quasi sfiorare i settori chiave. L’esplosione demografica, il decremento della produzione agricola (ormai l’Egitto importa la metà dei suoi alimenti base) e le scarse politiche di sostegno dell’ex presidente hanno fatto il resto. Con il paradossale effetto che, mentre in trent’anni il PIL egiziano è letteralmente volato, oggi gli egiziani sono molto più poveri rispetto a cento anni fa.

In secondo luogo, la presenza dei militari al potere, ormai (ufficialmente) diventati il vero ostacolo alla libertà. In Egitto le forze armate non sono i garanti della laicità, come in Turchia. Di fatto sono – e si concepiscono – come uno Stato nello Stato. Lo Stato, quello vero, lo comandano da sessant’anni: tutti e tre i presidenti del Paese – Nasser, Sadat e Mubarak – sono stati ufficiali nell’esercito. Un’istituzione che ha sempre goduto del rispetto e della stima del popolo. Ma da quando nel 1977 Sadat firmò gli accordi di Camp David con Israele e USA, l’esercito è stato progressivamente emarginato, messo in condizione di non poter più combattere. In cambio, il regime ha foraggiato i generali di aiuti economici e affidato loro la gestione di investimenti ed attività economiche. Oggi i militari costruiscono infrastrutture e centri commerciali, gestiscono alberghi e villaggi turistici, così come ospedali e media, producono e commercializzano pane, latte e acqua minerale. Si stima che il 40% dell’economia del Paese sia in mano all’esercito. Non a caso le riforme a cui accennavo più sopra non hanno minimamente incoraggiato l’iniziativa privata, salvaguardando le rendite di posizione dei militari da quel fenomeno che noi chiamiamo concorrenza.
Non è un caso che oggi si sita cominciando a riflettere sulla natura pilotata della sollevazione popolare. Un anno fa scrivevo:

Piazza Tahrir è stata lo sfondo, e non la protagonista, del rovesciamento del regime.
L’idea che una manovra per rovesciare Mubarak fosse in atto ben prima che la folla riempisse piazza Tahrir non è del tutto peregrina. Agevolare l’uscita di scena dell’ottuagenario presidente aveva l’obiettivo di garantire una successione ordinata nel governo del Paese. In tal modo sarebbe stato possibile sfruttare le prossime elezioni presidenziali per far emergere una nuova figura, espressione degli alti comandi militari, in linea con la tradizione degli ultimi decenni. Una figura che non sarebbe stata quella di Gamal Mubark [figlio di Hosni, n.d.r.].
C’è una fondamentale differenza tra il regime così come Nasser lo aveva creato e la dittatura di Hosni Mubarak. Il regime consisteva – e consiste – in un complesso istituzionale e burocratico incentrato sulle gerarchie militari, che coinvolgesse ogni aspetto della società egiziana. Mubarak, al contrario, è venuto a distinguere i suoi interessi da quelli dell’esercito, a chiaro vantaggio dei primi. Era logico che i militari vedessero nell’anziano presidente una minaccia per l’establishment consolidato.
I manifestanti non hanno mai chiesto la caduta del regime, ma solo quella del ra’is. Un dettaglio che nei convulsi giorni della rivolta è sfuggito a molti. Ai militari di sicuro non piaceva lo spettacolo delle folle in strada, ma la crisi politica seguita all’insorgere delle manifestazioni ha offerto loro l’opportunità di pensionare il presidente e di salvare il regime. E con esso, anche i propri interessi.
Dall’inizio delle manifestazioni, l’attività dell’esercito si è mostrata opaca. Il consiglio militare ha abolito la costituzione e sciolto il parlamento, ufficialmente per promuovere il cambiamento politico ma di fatto togliendo di mezzo le restanti istituzioni del Paese. Tutto il potere è caduto in mano ai militari. Nessuno dei rappresentati di piazza Tahrir è mai stato chiamato al loro tavolo.
Questo è il punto. A piazza Tahrir non c’è stata una rivoluzione. Non sono stati i manifestanti a rovesciare Mubarak, ma di fatto un colpo di stato militare celato dietro la maschera di una protesta per la democrazia. Quando fu chiaro che Mubarak non avrebbe volontariamente rassegnato le dimissioni, i militari hanno preso in mano il potere attraverso la creazione di un consiglio militare, lasciando che l’indignazione della folla fornisse una visione edulcorata dei fatti ad uso e consumo del romanticismo occidentale. Dall’11 febbraio i militari hanno il pieno controllo del Paese.
 …
Pertanto, la realtà che abbiamo di fronte è molto diversa da quella che l’entusiasmo di piazza Tahrir ci aveva fatto vedere.  Non è che non in Egitto non sia successo niente, ma ciò che è successo non è una copia fedele di quello che i media hanno ritratto. A parte lo spettacolo offerto dalla folla, il regime è rimasto esattamente dove era. Con l’aggravante di godere del favore dell’opinione pubblica sia interna che esterna al Paese. L’esaltazione di quei giorni di gennaio è andata spegnendosi in una sconfortante conferma della morale gattopardiana: in Egitto è cambiato tutto affinché non cambiasse nulla.

Le forze armate concentrano su di sé il potere politico e quello economico. Logico che abbiano tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

Nella Guinea-Bissau l’instabilità politica è un fatto comune. Il colpo di Stato in corso è l’ultimo capitolo di una storia fatta di violenza e insicurezza. Eppure nelle periferie della capitale la vita scorre come sempre, tra indifferenza e rassegnazione. La gente è troppo impegnata ad affrontare la povertà per preoccuparsi della politica.
Ma quali sono le ragioni del golpe? Ufficialmente, i militari affermano di proteggere il paese da una “forza militare straniera” – riferimento ad un piccolo contingente angolano stanziato nel Paese -, precisando di non voler comunque assumere il potere. Ufficialmente

La Guinea-Bissau è solo la punta di un arco di instabilità che attraversa tutta l’Africa occidentale, regione interessata da frequenti rovesciamenti politici. Ad aggravare un quadro già precario c’è il traffico di droga, le cui rotte in partenza dall’America Latina attraversano l’ex colonia portoghese per poi approdare in Europa.
Negli ultimi anni la Guinea-Bissau ha attirato l’attenzione della comunità internazionale perché ritenuta uno dei principali hub del narcotraffico mondiale. Le Nazioni Unite stimano che il 60% di tutta la cocaina consumata sul mercato europeo transita da qui – e poi in altri Paesi, come il Mali, dove i proventi dei traffici avranno sovvenzionato non poco la ribellione dei Tuareg -, per un controvalore di 18 miliardi di dollari. Non a torto, questa piccola nazione è descritta come il primo narcostato d’Africa.

Come spiegato in un rapporto di Peacebuilding, una ong norvegese, la Guinea-Bissau è una base naturale per i trafficanti a causa della sua instabilità politica, della corruzione, dei suoi confini porosi e delle sue numerose isole disabitate dove gli aerei possono atterrare senza dare nell’occhio. Secondo stime ONU, in media 2.200 kg di cocaina approdano per via aerea ogni notte. Quantità anche maggiori arrivano via mare. Circa 50 signori della droga colombiani hanno stabilito il proprio quartier generale nel Paese.
Nel calderone delle cause troviamo anche due odiosi aspetti. Il primo è la questione gli aiuti umanitari. Il Paese ne è talmente dipendente che le autorità si servono della minaccia del narcotraffico per ottenere sempre più sovvenzioni dall’esterno. Un po’ come faceva Saleh in Yemen per arginare i jihadisti o Gheddafi in Libia per fare il cane da guardia all’immigrazione clandestina.
Il secondo riguarda proprio le autorità guineane, sia civili che militari, le quali risultano sempre più coinvolte nel business del contrabbando. La corruzione endemica è infatti un altro dei grandi mali del piccolo Paese. Sorge allora una domanda: se il narcotraffico è un’immensa torta, il golpe non sarà mica un’alzata di voce dei militari per reclamarne una fetta più grande?

Quello che i media non dicono sul Mali

Carta di Laura Canali per Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

In Mali è accaduto tutto nel giro di due settimane: prima il colpo di Stato che ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré, poi la ribellione dei Tuareg nel Nord, infine la proclamazione unilaterale dell’indipendenza dell’Azawad.
La sollevazione era iniziata già in gennaio, ma non vi è dubbio che nel volgere di pochi giorni sia stata agevolata dalla confusione scoppiata a Bamako a partire dal 22 marzo. E pensare che gli uomini di Sanogo avevano pensato bene di rovesciare il presidente perché accusato di inettitudine nella gestione della rivolta – qui un’analisi delle dinamiche che hanno portato dall’ammutinamento al colpo di Stato.
In pochi giorni il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) ha raggiunto i propri obiettivi militari, ossia le città capoluogo di Kidal, Gao, Timbuktu, annunciando così la fine delle operazioni e poi la creazione di un proprio Stato. L’offerta di negoziati da parte di Sanogo ha tutta l’aria di una resa di fronte all’avanzata nemica. Ad ogni modo, la richiesta di riconoscimento del nuovo Stato è stata rifiutata da Parigi (che secondo una voce sarebbe dietro il golpe a Bamako) così come dall’Unione Africana e dal resto della comunità internazionale. Risposta ovvia. D’altra parte nessuno vuole creare un precedente che alimenti ulteriori spinte centrifughe da parte di ogni popolo, tribù o clan che rivendichi dei diritti sul territorio che abita – soprattutto in Africa, dove le nazioni sono state create con compasso e righello senza tenere conto degli areali di ciascuna etnia.

Benché al momento la vita a Bamako pare già essersi normalizzata, nel resto del Mali si segnalano già 200.000 persone in fuga, e lo scenario futuro si prospetta oscuro. L’Ecowas deciderà possibili sanzioni; il resto della comuità internazionale minaccia di sospendere i programmi di aiuto umanitario – proprio nel momento in cui il Sahel si trova nel bel mezzo di una crisi alimentare tanto grave quanto pericolosa. E si tratta solo della punta dell’iceberg dei problemi.
Il rischio principale è la possibile somalizzazione dell’Azawad e del Sahel in generale. È opportuno precisare che il MNLA è solo la maggiore fazione in cui i ribelli Tuareg sono raggruppati, ma non l’unica. In particolare, sulla scena c’è anche Ansar Dine (in arabo: “I sostenitori/difensori della fede”), che dichiara di voler imporre la shari’a in Mali e i cui rapporti con il MNLA pare fossero già incrinati prima del colpo di Stato a Bamako. Ansar Dine afferma di controllare un territorio a nordest del Paese, a riprova della spaccatura in corso. Un’approfondita analisi, tra le altre cose, delle relazioni tra i vari gruppi, si trova qui.
L’altro pericolo è che AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico) approfitti della situazione per estendere la propria presenza nella regione. Secondo Le Monde, qa’idisti e Tuareg sarebbero divenuti avversari, ma non va dimenticato che sono pur sempre stati gli uni a trasformare gli altri da nomadi del deserto a mercenari e contrabbandieri.
Infine, c’è da chiedersi se lo Stato a cui i Tuareg aspirano si limiterà all’interno del Mali o se tenteranno di integrare anche i territori da essi popolati in Niger, Algeria, Mauritania, Burkina Faso e Libia.

Ciò che sta avvenendo nell’Azawad è frutto dell’effetto domino generato dalla caduta di Gheddafi in Libia. Mentre da noi Maroni parlava di fantomatiche invasioni di profughi che avrebbero invaso il Belpaese, sono gli Stati africani confinanti ad aver subito in pieno l’onda d’urto dei civili (e non solo) in fuga dalla Libia in fiamme: 900.000 persone, secondo stime ONU. E ciò in un periodo (giugno-novembre) coincidente con l’insorgere della crisi alimentare nel Sahel.
Tra le migliaia di persone che giunsero in Mali, vi era anche un considerevole numero di miliziani tuareg (dai 2.000 ai 4.000) che avevano combattuto dalla parte di Gheddafi, portando con sé buona parte della cornucopia di armi trafugate dagli arsenali sguarniti. Circostanza che ha dato nuovo impulso al movimento secessionista in Mali, ad appena due anni dalla fine dell’ultima rivolta.
Allora a guidare i ribelli era stato Ibrahim ag Bahanga, morto lo scorso 26 agosto al suo rientro in Mali dopo due anni di esilio in Libia, sospettato di pianificare una nuova sollevazione (ossia quella tuttora in corso). La figura di ag Bahanga e le dinamiche politiche dei Tuareg dopo la fine di Gheddafi sono ricostruite qui e qui.

Nota a margine. Al di là della voce riportata all’inizio, la Francia è la grande sconfitta dagli eventi in corso, poiché sta vedendo sfuggirsi di mano un’intera regione che considera di propria pertinenza. Era stata Parigi ad organizzare il (fallito) colpo di Stato da cui sarebbe scaturita la rivolta libica. Nei piani dell’Eliseo, rovesciare Gheddafi per rimpiazzarlo con un governo amico avrebbe consentito di ristabilire un controllo più diretto sulle ex colonie nel Sahara. Invece è accaduto esattamente il contrario.

Il colpo di Stato del 22 marzo nel Mali è stato il quarto avvenuto nell’Africa occidentale negli ultimi anni, dopo quelli in Mauritania (2008), Guinea (2008), e Niger (2010). Riflettiamo su questo punto, mettendo da parte la questione dei Tuareg e tutto ciò che le ruota intorno. Quattro casi, alcune analogie. Tutti i Paesi in questione, al momento del cambio di regime, stavano attraversando momenti di evidente crisi. E tutti erano in procinto di andare alle elezioni.

La storia della Mauritania, in seguito alla fine del sistema monopartitico nel 1978, include quattro colpi di mano in successione: 1978, 1984, 2005, e appunto 2008. Mentre i primi due installarono al potere dei regimi militari, il terzo venne motivato da crescenti tensioni domestiche sotto la dittatura del colonnello Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya. Quest’ultimo tentò di stemperare la situazione attraverso una moderata tolleranza verso l’apertura alla democrazia. Nel 2007 furono organizzate delle libere elezioni. Ma all’interno della leadership militare serpeggiava la convinzione che un governo civile sarebbe stato politicamente debole di fronte alle minacce che incombevano all’orizzonte, segnatamente quella jihadista. Si giunse così al colpo di Stato nell’agosto del 2008. Il leader del golpe, il generale Mohamed Ould Abdel Aziz, era peraltro già stato un elemento chiave nel precedente colpo di mano del 2005. Nel 2009 la giunta militare ha indetto le elezioni presidenziali. Abdel Aziz si è presentato come candidato e ha vinto. È al potere ancora oggi, nonostante le accuse di corruzione, affarismo e familismo.

La Guinea ha avuto due colpi di Stato: nel 1984, alla morte di Sekou Toure, presidente in carica fin dall’indipendenza, e nel 2008, alla morte del presidente Lansana Conte, salito al potere proprio 24 anni prima. Il controllo venne assunto da una giunta militare presieduta dal capitano Moussa Dadis Camara, che aveva dapprima promesso nuove elezioni, in seguito alle quali avrebbe lasciato il potere, salvo poi rimangiarsi tutto. Nel settembre 2009 ha fatto reprimere nel sangue una manifestazione dell’opposizione. Tre mesi dopo una delle sue guardie gli ha sparato un colpo in testa. Il potere è passato al generale Sekouba Konate, che ha indetto nuove elezioni (in un doppio turno nei mesi di giugno e novembre del 2010) segnate da pesanti violenze e accuse di frode. Il vincitore Alpha Condé, a lungo leader dell’opposizione, è ancora presidente.

Anche il Niger ha avuto quattro golpe. Nel 1974, quando fu rovesciato il Hamani Diori, in carica dall’indipendenza. Nel 1996 quando salì al potere il colonnello Ibrahim Mainassara, dopo una serie di governi democratici ma instabili. Nel 1999, in seguito all’assassinio di Mainassara da parte delle sue guardie del corpo e che portò alle elezioni poi vinte da Mamadou Tandja. Infine l’ultimo nel febbraio 2010, guidato dal colonnello Salou Djibo, che cacciò Tandja dopo che questi aveva modificato la costituzione per rimanere in carica oltre la scadenza naturale del suo secondo mandato. L’episodio del 2010 mostra una significativa continuità con quello precedente del 1999: Djibo, che si considerava l’arbitro della democrazia nigerino, ha poi organizzato nuove elezioni in tempi relativamente brevi. Il voto si è tenuto nei mesi di gennaio e marzo del 2011 ed è stato vinto dall’allora leader dell’opposizione – e attuale presidente – Mahamadou Issoufou.

Il Mali, prima di quello del 22 marzo, ha avuto altri due rovesciamenti: 1968 e 1991. Il primo portò al potere Moussa Traoré, che aveva spodestato il primo presidente del Paese Modibo Keita e che avrebbe governato col pugno di ferro per oltre vent’anni. Il secondo avvenne per mano di un altro militare, Amadou Toumani Touré, il quale cedette il potere a un governo eletto l’anno successivo (guadagnandosi il soprannome di “soldato della democrazia”), e poi riuscì a farsi eleggere presidente nel 2002, ottenendo un secondo mandato nel 2007. E pensare che aveva promesso di non ripresentarsi alle presidenziali. Inoltre, il governo di Touré è stato segnato da incompetenza e corruzione. Sullo sfondo, nel Paese si sono susseguite tensioni religiose e intercomunitarie, nonché una diffusa criminalità urbana. E a Nord c’erano i Tuareg, i quali hanno collezionato una lunga serie di ribellioni nel corso degli ultimi cinquant’anni: tra il 1962 e il 1964, tra il 1990 e il 1995, e infine tra il 2007 e il 2009.
Alcuni membri del governo Touré sono stati anche accusati di aver tollerato l’ingovernabilità nel vasto Nordest desertico proprio per lucrare sui traffici illeciti che fioriscono nella regione. In ogni caso, l’incapacità di fronteggiare la nuova rivolta dei Tuareg in corso nella vasta area ha determinato il colpo di mano del 22 marzo.

Quattro esempi, quattro riflessioni.
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Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum nel luglio scorso, molte fondamentali questioni sono rimaste irrisolte. Da quel momento, vari cicli di colloqui hanno prodotto più frustrazioni che progressi.
Benché sia Nord che Sud Sudan affermino di non volere la guerra, le tensioni al confine tra rischiano di precipitare in un conflitto vero e proprio. Alle incursioni delle truppe di terra di Khartoum si sono aggiunti i bombardamenti arerei, che secondo Juba avrebbero preso di mira i giacimenti petroliferi di Heglig
Dopo gli scontri il presidente del Sudan Omar al-Bashir ha sospeso il vertice con il suo omologo del Sud Kiir in programma il 3 aprile, spingendo il segretario ONU Ban Ki-Moon a lanciare un appello alla calma.

Nelle ultime settimane alcuni segnali avevano lasciato sperare in un netto miglioramento della situazione. Innanzitutto, il 13 marzo Khartoum e Juba avevano siglato due accordi  in materia di cittadinanza e gestione delle frontiere, concordando inoltre di tenere un vertice bilaterale tra i due presidenti su invito del Sud in un rinnovato spirito di collaborazione reciproca. Esattamente una settimana dopo, Bashir aveva annunciato di aver deferito ad una commissione tecnica la sua decisione se aderire o meno alla proposta congiunta di Unione Africana e Lega Araba per l’invio di aiuti nel Sud Kordofan. La commissione prevede di rilasciare una relazione nei prossimi giorni.
Tali segni di progresso nel contesto dei negoziati tra Khartoum e Juba avevano incoraggiato un cauto ottimismo presso la comunità internazionale. A quel punto sarebbero state necessarie ulteriori pressioni diplomatiche, ai più alti livelli, per fare in modo che il vertice di aprile potesse scrivere la parole fine sulle dispute tra l’ultimo nato degli Stati africani e l’ex madrepatria. Va letta in questo senso una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano che persuadeva le parti a “preparare il vertice in buona fede per il vertice previsto per l’inizio di aprile allo scopo di trovare un accordo globale riguardo alle questioni in sospeso – su tutte, la ripartizione dei proventi petroliferi e lo status della provincia di Abyei.
L’agenda del vertice avrebbe fatto meglio ad includere la proposta di rimandare il termine ultimo, previsto per l’8 aprile entro cui tutti gli appartenenti a minoranze etniche del Sud residenti in Sudan dovranno registrarsi all’anagrafe di Khartoum come stranieri o, in alternativa, lasciare il Paese. Considerato che si parla di circa 700.000 persone, trasferire così tanti individui in così poco tempo è totalmente impossibile. Ma qui non c’è il petrolio di mezzo, per cui non c’è di che stupirsi se questo tema fosse assente dalle esortazioni made in USA.
A causa de conflitto in corso e del conseguente rinvio del vertice, tutto ciò è passato in cavalleria.

Adesso il combattimento è chiuso , ma forse non per molto. Da oggi le parti sono (per l’ennesima volta) in trattativa, stavolta nella vicina Etiopia - che cerca forse di avvantaggiarsi sul Kenya, promotore dell’oleodotto che affrancherà Juba dal controllo di Khartoum?
L’uso della violenza come una tattica di negoziazione non è nuova, ma è una strategia pericolosa. La violenza può aumentare al di là di quello che gli strateghi avevano previsto. Ed è inoltre costosa, soprattutto per due Paesi del terzo mondo. Il Sudan non sembra essere in grande forma, sia economicamente che politicamente. Darfur e Sud Kordofan restano ferite aperte. E in tempo di carestia, anche il cibo diventa un’arma di guerra. l’attuale altalenante ritmo di bastone e carota non è sostenibile.
Infine, in questo caso, non sembra funzionare. La violenza non sembra aver portato una soluzione favorevole a Khartoum.

Non va dimenticato che i problemi li ha anche Juba. Per riportare la calma tre mesi dopo il devastante attacco nello Stato di Jonglei nel mese di dicembre (circa 140.000 gli sfollati), il governo del Sud Sudan aveva anche lanciato una serie di iniziative volte a favorire il disarmo delle milizie locali. A tal fine erano stati dispiegati 15.000 soldati nel Jonglei, e le prime relazioni governative sul disarmo volontario parlavano circa 4.000 fucili stati raccolti nella Bor County. Tuttavia si tratta di un numero poco significativo, visto che non vi sono dati precisi sulle armi totali in circolazione. Vi è il sospetto che molte di esse siano state nascoste nella boscaglia o portate fuori dal Paese.

All’indomani della condanna di Thomas Lubanga da parte della Corte Penale Internazionale, non si può fare a meno di notare come gli africani abbiano un posto di rilievo – alcuni direbbero troppo visibile – nella lista degli uomini ricercati ed arrestati stilata dai giudici dell’Aja.
Scorrendo l’elenco troviamo infatti una quindicina di nomi di sette nazioni diverse: Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana, il Sudan, Costa d’Avorio, Kenya e Libia. Nonostante quattro dei sette Paesi africani in questione abbiano avanzato espressa richiesta per giudicare gli imputati presso i propri tribunali. L’unica condanna finora all’attivo della Corte è stata pronunciata contro un africano (Lubanga, appunto), così come il primo mandato di arresto, emesso nel 2005 (quello verso Joseph Kony, in questi giorni oggetto di una campagna mediatica che però non dice tutta la verità sul tema).

Giustizia all’occidentale, verrebbe da dire. O giustizia dei bianchi sui neri, come notano dall’altra sponda del Mediterraneo in giù. Il presidente ruandese Paul Kagame ha detto una volta la Corte penale internazionale è stato “messa in piedi solo per i Paesi africani”.
Viene da chiedersi dove sono i vari Bush, Cheney, Rumsfeld e Wolfowitz (processati ”simbolicamente” in Malesia), oppure i generali israeliani impegnati nell’operazione Piombo fuso a Gaza, o i ribelli di Bendasi responsabili di crimini e torture non meno esecrabili di quelli compiuti dai lealisti di Gheddafi.
Lo notava anche Il Manifesto qualche mese fa, tracciando il profilo di Luis Moreno Ocampo, allora procuratore presso la Corte, che dietro la formula «Non ho giurisdizione» aveva giustificato la pronta archiviazione delle più sensibili fra le 9000 denunce arrivate sul suo tavolo all’Aja da 140 Paesi. “Diritti umani a senso unico, titolava il quotidiano, dettati da potere economico e potere politico.
Dietro la retorica della discriminazione, popolare presso i leader e parte dell’intellighenzia africani, troviamo dunque una realtà molto più sfumata. Una critica di cui la comunità internazionale è ben consapevole, e che probabilmente è stata un fattore determinante nella scelta dell’ex Ministro della giustizia del Gambia Gambia Fatou Bensouda come nuovo procuratore generale, peraltro dietro un’intensa attività di lobbying attività di lobbying dell’Unione Africana.

Nel tentativo di ampliare la gamma di indagini della Corte, l’ufficio del procuratore generale sta conducendo esami preliminari in Afghanistan, Colombia, Gaza, Georgia, Honduras e Corea del Nord, per citare solo i dossier più scottanti.
Il problema evidente è che i giudici possono occuparsi solo di pesci piccoli e medi, perché quelli grossi sguazzano negli acquari dei Paesi più influenti. Gli Stati Uniti non saranno mai convenuti in tribunale per l’uso indiscriminato della tortura in Iraq, così come la Russia per la guerra in Cecenia, o la Cina per le sue azioni in Tibet.
Nonostante le critiche, la Corte dell’Aja resta comunque un organismo unico nel suo genere. E la condanna di Lubanga, primo signore della guerra portato alla sbarra per aver utilizzato bambini soldato, rappresenta in ogni caso una pietra miliare nella giustizia internazionale. Per una volta, guardiamo il lato positivo.

Entro il 2015 un quarto delle importazioni petrolifere degli USA sarà di provenienza del Golfo di Guinea. L’industria del greggio nella regione sta attraversando una fase di intensa crescita e la posizione della regione, affacciata sull’Atlantico, consente l’erogazione di forniture dirette verso gli Stati Uniti, senza i pericoli che affliggono le esportazioni del Medio Oriente
Attualmente le nazioni rivierasche producono più di 3 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 4% dell’output mondiale, destinati per lo più ai mercati di Europa e USA. La maggioranza proviene dalla Nigeria (2,2 milioni b/g); seguono Repubblica Democratica del Congo (340.000), Guinea Equatoriale (300.000), Gabon (230.000), Camerun (66.000) e Costa d’Avorio (40.000). Al novero dei produttori potrebbe aggiungersi presto il Ghana, il quale prevede di raggiungere quota 120.000 entro agosto. In queste ultime settimane la compagnia statunitense Anadarko Petroleum Corp. ha segnalato nuove scoperte di giacimenti offshore anche a largo di Liberia e Sierra Leone.
Secondo le oil companies, il Golfo di Guinea sarà – assieme all’Artico – la nuova frontiera nella ricerca dell’oro nero. Questo paper del 2005 offre una panoramica sul regime delle concessioni petrolifere nell’area. Non è un caso che Obama abbia inviato squadre di istruttori militari nella regione (come in Uganda) per contribuire a proteggere i giacimenti e le rotte marittime. Leggi l’articolo completo »

File:Western sahara walls moroccan map-en.svg

Non solo Sahel. L’ultimo rapporto del Centro Internazionale per gli Studi terrorismo (ICTS) avverte che al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) sta estendendo la sua portata in tutto il Nord Africa, con un occhio al resto del continente.
L’aspetto più preoccupante è che l’organizzazione provvede al reclutamento di nuove milizie direttamente presso i campi profughi sovvenzionati dagli aiuti internazionali, come quello vicino a Tindouf, in Algeria. Rifugi che peraltro stanno in piedi grazie ai milioni di dollari versati dall’Occidente e in particolare dagli USA.
Lo studio analizza inoltre i crescenti legami tra AQMI e il Fronte Polisario, che lotta per la liberazione del Saharawi. Tale connessione è stata dimostrata in occasione del rapimento di Rossella Urru assieme ad altri due operatori umanitari, considerato che i terroristi hanno portato a termine il sequestro anche grazie alle indicazioni ricevute da alcuni membri del Polisario.
In generale, nel decennio che va dall’11 settembre alla Primavera araba, i sequestri, gli attentati ed altri attacchi di matrice qa’idista nella regione sono praticamente quintuplicati. L’arco di instabilità alimentato dai jihadisti si sta pian piano allargando verso Sud, addentrandosi nell’Africa subsahariana. Si parla delle relazioni con Boko Haram in Nigeria e al-Shabaab in Somalia (formalmente aderita ad al-Qa’ida da qualche settimana), nonché del traffico di armi libiche prelevate dagli incustoditi arsenali gheddafiani.
Per finanziarsi, AQMI sta collegando il proprio business sugli stupefacenti a quello dei cartelli della droga latinoamericani, attraverso una rete di traffici nel Sahel – anche qui – in condominio con il Fronte Polisario.
In definitiva, il rapporto ICTS afferma che al-Qa’ida e gli altri gruppi insurrezionalisti nella regione cercano di sfruttare l’instabilità generata dalla Primavera araba per estendere la propria influenza in tutta l’Africa, allungando i tentacoli anche in Europa e nelle Americhe. Per far fronte al crescente rischio di reclutamento nei campi profughi, lo studio raccomanda di concentrarsi non solo sulle modalità con cui gli aiuti vengono utilizzati, ma anche sui programmi di rimpatrio volontario e di reinsediamento dei rifugiati, in modo da sottrarli all’indottrinamento di cui sarebbero oggetto nei campi stessi.
Per preparare il terreno ad una soluzione reale al dramma dei rifugiati, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha chiesto all’UNHCR di effettuare un censimento della popolazione dei campi di Tindouf. 35 anni di conflitto nel Sahara occidentale hanno costretto migliaia di persone alla fuga. Strutture come quella di Tindouf sono costate oltre un miliardo di dollari in vent’anni (un terzo dei quali pagato dagli USA), di fatto col solo risultato di perpetuare le già precarie condizioni della gente in questi campi.
Gran parte degli aiuti è poi finito direttamente o indirettamente nelle mani del Fronte Polisario senza che i funzionari preposti al loro controllo se ne accorgesse. E non si tratta neppure del primo caso in cui la negligenza nell’impiego dei dollari dei contribuenti americani finisce per sovvenzionare terroristi, trafficanti di droga, e mercenari.

Fino a poche settimane fa, il Senegal poteva vantare l’orgoglioso primato di essere l’unico Paese d’Africa a non aver mai subito un colpo di Stato. Circostanza che aveva reso Dakar un modello di democrazia per l’intero continente.
Oggi questo fiore all’occhiello non c’è più, calpestato dall’ostinazione con cui il presidente in carica Abdoulaye Wade sta cercando il terzo mandato, nonostante la costituzione (da lui stesso modificata) preveda solo una possibilità di rielezione. In gennaio la Corte Costituzionale ha rigettato i ricorsi dell’opposizione, sentenziando che Wade può correre per il terzo mandato – respingendo al contempo la candidatura del cantante Youssou N’Dour. Una decisione che ha spento ogni speranza di risolvere la crisi politica che va profilandosi attraverso le vie legali.

Certo, si può obiettare che, dall’indipendenza nel 1960, in Senegal si sono succeduti solo tre presidenti (l’indimenticato Léopold Sédar Senghor, Abdou Diouf e lo stesso Wade) e che la legalizzazione dei partiti politici è giunta solo nel 1981, ma resta il fatto che il Paese aveva sempre mostrato una maggiore libertà e partecipazione rispetto a quelli vicini. I morti negli scontri tra civili e polizia nel corso delle manifestazioni dei giorni giorni testimoniano come questa stabilità potrebbe essere già il ricordo di un felice passato.

Ma cosa è stato il Senegal sotto la presidenza Wade? Da questa analisi di IRIN, che passa sotto la lente i risultati dei suoi 12 anni di governo, emergono luci ed ombre. In sintesi, da una parte il PIL è cresciuto del 5% medio all’anno, sono aumentati gli investimenti stranieri (soprattutto francesi), industria e servizi hanno consolidato un discreto grado di sviluppo. La sanità è migliorata, la popolazione al di sotto della soglia della povertà si è ridotta del 15% (ora è al 50,7%) e la società civile si è confermata un ambiente fiorente e aperto. Dall’altra parte, però, il conflitto nella Casamance rimane irrisolto, trasparenza e governance sono in visibile declino e il progressivo aumento della popolazione (3% annuo) ha fatto si che il numero di poveri, diminuito in termini relativi, abbia in realtà subito un incremento del 10% in termini assoluti. Anche la disoccupazione giovanile è aumentata.

Secondo il prof. Horace Campbell, docente di Studi Africani e Americani alla Syracuse University, con il suo colpo di mano Wade ha tradito quell’ideale di panafricanismo di cui per anni si era fatto portatore (di fatti lo definisce un panafricanista “fraudolento”). Nel corso della Conferenza dell’Unione Africana del 2007, Wade aveva detto: “Se non riusciamo ad unirci, diventeremo deboli, e se viviamo isolati in Paesi divisi, ci troveremo di fronte al rischio di crollare di fronte ad economie più forti ed unite”. Se dicevi sul serio, chiosa Campbell, dimettiti adesso.

Somalia Shabaab

Nel corso della Conferenza di Londra, i leader mondiali si sono impegnati a rafforzare il proprio sostegno per combattere la pirateria, il terrorismo e la cronica instabilità politica di Mogadiscio, in ogni caso non si può dire che questo incontro sia stato un successo, non più degli altri che lo hanno preceduto.
Ne è venuto fuori un documento contraddittorio, in cui da un lato si ripone il futuro della Somalia nelle mani del suo popolo, ma dall’altro si vuole affidare la gestione finanziaria del Paese ad un Comitato congiunto presieduto da stranieri. Inoltre, i somali della diaspora lamentano di non essere stati adeguatamente consultati.

A parole, la situazione non è poi così nera. Diversi indicatori economici offrano incoraggianti speranze di ripresa per il futuro prossimo: la Somalia, ad esempio, è il primo esportatore di bestiame al mondo, con un giro d’affari da due miliardi di dollari all’anno, e il numero di abbonamenti telefonici ogni 100 abitanti è nettamente superiore rispetto alla media regionale. C’è poi ottimismo sul fatto che i somali possano fare molto per aiutare il proprio Paese a rialzarsi.
Inoltre, sono stati fatti passi avanti nella lotta alla pirateria, i cui attacchi si sono ridotti rispetto al picco massimo raggiunto nel 2010, benché il fenomeno sia tutt’altro che debellato – ora sembra rivolgersi a largo dell’Oceano Indiano, verso obiettivi più lontani e logisticamente più rischiosi, ma meno presidiati.

In concreto non è emerso alcun progetto per smuovere l’inerzia in cui gli eventi sono cristallizzati da vent’anni. Due decenni di governi di transizione sostenuti dall’Occidente non sono bastati a riunire la parte centrale e meridionale del Paese sotto un’unica autorità, ignorando perfino la realtà di uno Stato de facto, il Somaliland, dove la guerra non c’è e le istituzioni funzionano. In totale, al tavolo di Londra c’erano ben quattro presidenti somali, oltre a quello del Governo Federale di Transizione. E fuori non meno di tre manifestazioni, tutte per motivi diversi.
Poi c’è al-Shabaab, di fronte al quale ci poniamo un dilemma analogo a quello che riguarda i taliban in Afghanistan: trattiamo anche con loro o no? Hilary Clinton lo ha escluso, perché il gruppo “ha dimostrato di non essere dalla parte della pace”. Tuttavia al-Shabaab non è una forza unitaria, bensì un’affiliazione delle milizie, alcune certamente più aperte ai negoziati per risolvere la crisi, altre meno. La capitale Mogadiscio è tuttora oggetto di attacchi da parte delle fazioni più radicali, ma la partecipazione di quelle moderate sarà indispensabile per raggiungere qualunque accordo.

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Libia, un anno dopo

La bandiera rosso, nero e verde in tutti gli angoli della capitale. Le foto dei martiri appese su vetrine e veicoli. I miliziani dispiegati intorno alla città. E migliaia di persone in piazza. Tripoli ha commemorato così l’insurrezione del 17 febbraio 2011, ma l’atmosfera celebrativa non basta a nascondere le preoccupazioni per il futuro. “Siamo felici senza Gheddafi, ma abbiamo bisogno di certezze“, sembra essere il pensiero della gente. “Sembra che in questo paese non ci sia nessun governo, siamo alla deriva“.

Nella Libia di oggi non ci sono polizia o esercito. Quasi nessuno conosce i membri del CNT, una sorta di governo autonominato e costituito da pezzi dell’ex regime passati al di là della barricata. Per qualcuno le cose non vanno poi così male, dopo tutti i sacrifici patiti; per qualcun altro la fine di una dittatura ha solo aperto la strada ad un’altra. Non dimentichiamo che il Paese non ha all’attivo alcuna esperienza democratica: dall’indipendenza nel 1951 non ci sono mai state elezioni.

Russia Today segnala che ad un anno dall’avvio dell’insurrezione l’economia libica ha subito una contrazione del 60% secondo il FMI, con il PIL passato da 80,9 miliardi di dollari nel 2010 ad appena 37.4 miliardi nel 2011. La produzione di petrolio greggio si è quasi azzerata: da una media di 1,77 milioni di barili al giorno ad appena 22.000. Un crollo che ha ridotto il saldo commerciale del Paese dal 21% al 4,5% del PIL.

Ben più pressante è tuttavia il problema della sicurezza.
Anche Amnesty International sottolinea che le milizie armate rappresentano una minaccia per la stabilità della Libia. Ad essere sono attribuite svariate violazioni di diritti umani (torture, ecc) rimaste nella totale impunità. La violenza è fuori controlloSi parla di oltre 8.000 gheddafiani e un ulteriore numero di migranti dall’Africa subsahariana al momento detenuti nelle carceri, ufficialmente accusati di essere mercenari (qui un servizio della BBC).
I migranti sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto: un intero pezzo di società prima presente e ora scomparso dalla realtà del Paese. In tanti vivono tuttora nascosti, al riparo dalla furia dei miliziani. Tanti altri sono fuggiti: circa 1,3 milioni di persone, soprattutto somali ed eritrei, andati in Egitto e Tunisia per tornare nei loro Paesi. Sono stati invece 28.000 quelli che hanno cercato di raggiungere l’Italia, alla maggior parte dei quali il nostro governo non ha riconosciuto (e non sta riconoscendo) alcuna forma di protezione giuridica internazionale.

In ultimo, c’è il dilagare del fondamentalismo.
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Si dice che se l’Occidente ha smesso di interessarsi della Somalia è perché nel suo sottosuolo non ci sono risorse da trafugare. Invece le risorse ci sono eccome e il saccheggio è già iniziato.
Il 17 gennaio la Horn Petroleum, società controllata dalla canadese Africa Oil Corp., ha ufficialmente iniziato le trivellazioni nel Puntland, Stato semiautonomo situato a Nordest, sulla punta del Corno d’Africa. La compagnia sta perforando il pozzo di Shabeel-1, nella Valle Dharoor, ad una profondità di 3.800 metri. Ci vorranno 90 giorni per raggiungere il petrolio, stimato in 300 milioni di barili. Si stima che i giacimenti del Puntland ne contengano in totale 6 miliardi.
Se l’operazione avrà successo, si procederà alla perforazione di altri due pozzi della regione di Nugaal.

Per vent’anni le attività estrattive in Somalia sono state impedite dall’incapacità delle fazioni di concordare e rispettare i termini di perforazione, oltre alla cronica instabilità del Paese.
L’esplorazione petrolifera nel Puntland ha avuto inizio nel 2005 (qui la cronologia degli eventi) e vede coinvolta, oltre alla Africa Corp. Oil, anche l’australiana Range Resources, proprietaria al 50,1% dei diritti di concessione nei blocchi di Dharoor e Nugaal (qui i progetti previsti). Gli accordi tra il governo locale e le compagnie furono contestati dal Governo Federale di Transizione perché firmati senza la sua preventiva consultazione.

Il presidente del Puntland, Abdirahman Mahmoud Farole, ha detto che grazie al petrolio la Somalia sarà testimone di una fase di rinascita dopo tanta miseria patita. Egli ha esortato i clan locali, che in precedenza avevano attaccato un convoglio della Africa Oil, a rinunciare alla violenza per cooperare alle operazioni e alla costruzione della pace nella regione. Ha aggiunto inoltre che la gente del posto beneficerà di nuovi posti di lavoro e che i ritorni sugli investimenti saranno utilizzati per migliorare i servizi resi alla comunità. Ma tra i somali, stremati da vent’anni di guerra e abituati alle promesse disattese, serpeggia un misto di paura e disillusione.

In Africa, ogni scoperta di risorse nel sottosuolo si è rivelata una maledizione per gli abitanti del posto. E nella migliore delle ipotesi tali ricchezze hanno alimentato cricche e consorterie locali.
Il caso della Nigeria è emblematico: la gente non ha beneficiato in alcun modo dei ricchi introiti petroliferi, incamerati per la maggior parte dall’1% della popolazione, se è vero che gli indicatori socio-economici del Paese sono peggiori oggi di quanto non lo fossero 30 anni fa. Si stima che, dal 1960, tra i 300 e 400 miliardi di dollari siano stati sottratti da funzionari governativi corrotti, mentre il 70% delle oltre sei milioni di persone che abitano nel delta del Niger vivono con meno meno di un dollaro al giorno. In compenso esse pagano sulla propria pelle i danni ambientali prodotti dalle oltre 7000 fuoriuscite di petrolio (quelle ufficiali…) censite dal 1970 – di cui anche l’Eni ha una fetta di responsabilità.

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Martedì 24 gennaio, a Juba, Sud Sudan e Kenya hanno sottoscritto un memorandum d’intesa per la realizzazione dell’oleodotto che trasporterà il petrolio dai giacimenti sudanesi al porto kenyota di Lamu, sull’Oceano Indiano; restano ancora da definire le tariffe. La costruzione inizierà non appena i fondi saranno resi disponibili.

In questo modo il neonato Sud Sudan potrà affrancarsi dal controllo dell’ex madrepatria del Nord, proprietaria dell’unica rete di oleodotti esistenti, con la quale i rapporti restano tesi. Il Sud vanta riserve petrolifere per 6,6 mld di barili: l’80% del petrolio del Sudan prima della secessione. Ma l’unica infrastruttura esistente per l’esportazione passa attraverso il Nord, il quale trattiene 32 $ a barile (a fronte di un’offerta di 1 $) in diritti di passaggio. Khartoum giustifica l’alto pedaggio in termini di compensazione per le alte perdite conseguenti al distacco del Sud: 5 mld $ fino al 2015 secondo il FMI; addirittura il triplo secondo il governo.

Dopo i violenti scontri per il controllo di Abyei dei mesi scorsi, oggi Juba accusa Khartoum di aver sottratto greggio per l’equivalente di 350 mln $, minacciando la chiusura di 900 pozzi che arresterebbero di fatto il flusso di petrolio – e di introiti. Questa situazione preoccupa molto la Cina, che importa il 5% del proprio fabbisogno di petrolio dai due Sudan e che si è offerta di mediare tra i governi rivali al fine di trovare una soluzione. Ma il giovane Stato potrà davvero bloccare la produzione considerato che da essa dipende il 98% delle proprie entrate?
Non solo. Secondo Juba, ci sarebbe la regia di Khartoum dietro l’esplosione di violenze tribali nello Stato di Jonglei, costate finora 6.000 morti e 120.000 sfollati.

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A parte è la proposta di quote rosa nelle prossime elezioni, le notizie che arrivano dalla Libia testimoniano una situazione sempre più critica. Dapprima la manifestazione a Bengasi davanti alla sede del CNT, con tanto di lancio di granate e annesso tentativo di sfondare i cancelli del palazzo di governo. Poi la caduta di Bani Walid, tornata in mano ai gheddafiani, nonostante il Ministro degli interni avessenegato il loro ritorno alla carica.
Secondo Mustafa Fetouri, scrittore libico e accademico originario di Bani Walid, alla base della rivolta in città c’era la paura che la tribù Warfalla fosse privata delle proprie posizioni all’interno del nuovo ordine. Inoltre, è una località abbastanza remota e isolata dai centri principali, dunque intrinsecamente poco controllabile, ed è forse l’unica in tutta la Libia i cui abitanti appartengono quasi tutti alla stessa tribù.
Si combatte anche altrove, come ad Assabia, tornata anch’essa a sostenere il regime decaduto. Emblema di una realtà sul campo che descrive come la gente, e forse gli stessi vertici, stanno perdendo la fiducia nella divisione equa del potere. Lo stesso Jalil non sa più che messaggi lanciare: prima ha riconosciuto che la Libia potrebbe cadere in un pozzo senza fondo, poi si è rimangiato tutto dichiarando che il suo non è un Paese diviso.
Oltre alle milizie, a spaccare il Paese c’è un altro conflitto, più strisciante, che sta prendendo vita tra fondamentalisti, decisi a chiedere una legislazione basata sulla shar’ia, e islamisti moderati. I libici stanno scoprendo che la libertà, duramente conquistata in battaglia, è ora in forse.
La Libia sta scivolando nella stessa spirale di violenza che ha infiammato l’Iraq nel 2003. “I confronti con l’Iraq sono azzardati”, ha dichiarato Geoff Porter, di Risk Consulting Nord Africa, Certo, ci sono delle analogie: “Lotta tra fazioni, un governo la cui legittimità viene apertamente messa in dubbio e nessuna prospettiva immediata di ritorno di una società pacifica”, ma anche sostanziali differenze, come la mancanza di una forza occupante e la possibilità di riprendere la produzione petrolifera, seppure azzoppata, fin da subito.
Ma è forse una valutazione troppo ottimistica. Finché le milizie saranno armate, il controllo del governo, l’industria del petrolio e tutto l’ordine stabilito saranno a rischio.
Inoltre gli arsenali di Gheddafi continuano a far paura: le armi trafugate dai depositi stanno inondando il mercato nero in Africa. Nascoste nel terreno restano ancora circa 11 tonnellate di bombe inesplose. E i continui scontri con le tribù Tuareg, alleate di Gheddafi, potrebbero ostacolare le attività estrattive dell’uranio in Niger, dove la francese Areva detiene importanti concessioni – potrebbe consumarsi qui la vendetta delle tribù nei confronti dell’Occidente per l’eliminazione del qa’id

Nel caos che si sta delineando, gli interessi italiani sono messi a serio rischio – ammesso che sussistano ancora. Il retroscena della visita di Monti a Tripoli, secondo Lettera43, è quello di una missione fallita. La dichiarazione di Tripoli, sottoscritta dai due governi, è ben altra cosa rispetto agli impegni del vecchio Trattato di Amicizia del 2008, che in cambio di 5 miliardi di dollari in 20 anni di rimborsi coloniali garantiva all’Italia la supremazia nell’assegnazione di appalti e giacimenti, oltre al contenimento dell’immigrazione clandestina. Nonostante le rassicurazioni delle scorse settimane, la posizione di Eni in Libia potrebbe essere ridimensionata in favore di altri concorrenti (Total?). C’è poi la questione delle partecipazioni finanziarie in Italia, che il governo provvisorio libico avrebbe intenzione di ridurre; per il momento, è certo che la Banca centrale di Tripoli non sottoscriverà l’aumento di capitale di Unicredit.
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L’esercito del Kenya afferma di aver spezzato la spina dorsale del gruppo al-Shabaab dopo l’uccisione di oltre 50 miliziani (notizia smentita dagli interessati), ma la realtà sul campo dice che la portata geografica della guerra in Somalia  si sta diffondendo.
Questo articolo offre una panoramica delle forze in campo: da un lato al-Shabaab (letteralmente: “la gioventù”), legata ad al-Qa’ida, che conta 2.000 combattenti (un decimo gli stranieri) e controlla vaste aree nella Somalia meridionale. Dall’altro il Governo Federale di Transizione (3.000 uomini, ma potrebbero essere il doppio), che rappresenta l’unica parvenza di autorità statuale nel Paese; Amisom (missione dell’Unione Africana, 10.000 uomini); Etiopia (1.500 uomini), da poco rientrata in guerra; Kenya (2-3.000 uomini); contractors e altri soggetti non meglio identificabili.
Anche l’America è presente (con i droni). Nell’inferno somalo, gli Stati Uniti sono spettatori interessati. La cronica instabilità nel Paese rappresenta il retroterra all’origine della pirateria, che mette a rischio le fondamentali rotte energetiche di passaggio nel Golfo di Aden e nello Stretto di Hormuz.

Da quando Nairobi ha inviato le proprie forze armate all’interno del territorio somalo, almeno 30 persone sono state uccise negli attacchi sferrati nel Nordest del Kenya, alle quali si aggiungono le 70 morte in attentati a Kampala, Uganda. Questo perché l’invasione kenyota ha galvanizzato al-Shabaab, che si pone come movimento di resistenza contro le potenze straniere, invitando i somali a ribellarsi contro i “cristiani” aggressori dal Kenya. Benché appaia improbabile che un gruppo di guerriglieri riesca a tenere testa ad un’intera coalizione di eserciti, è proprio questa capacità di mobilitare forze sempre nuove attingendo alla disperazione della gente a rappresentare l’arma segreta di al-Shabaab. Quella che gli ha permesso di respingere l’invasione etiope nel 2006.
Tuttavia anche il gruppo estremista si sta rendendo molto impopolare a causa della violenza indiscriminata e del rifiuto di qualunque soluzione politica alla crisi somala.

Sullo sfondo di questa guerra strisciante e di una tragedia umanitaria di cui nessuno sembra occuparsi, emerge la crescente rivalità tra Etiopia e Kenya, entrambi ambiguamente amici dell’Occidente ma rivali tra loro nel Corno d’Africa.
Addis Abeba, finora indiscussa potenza regionale, vede sempre di più il suo primato minacciato dall’ascesa di Nairobi. Quest’ultima non ha mai abbandonato il progetto di creazione dello Jubaland, Stato che sorgerebbe sulle ceneri dello sfaldamento somalo, alla totale dependance del governo kenyota. Non è un caso che l’esercito kenyota si sia spinto fino a Chisimao, 120 km oltre il confine. Come non lo è la decisione dell’Etiopia di gettarsi di nuovo nella mischia somala, impegnandosi nelle regioni centrali di Hiran e Galgudud e più a sud, nella valle di Shabelle, appena due mesi dopo l’invasione kenyota.

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Venerdì 6 gennaio, Qatar e Mauritania hanno firmato una serie di accordi e protocolli d’intesa al fine di rafforzare le relazioni bilaterali a seguito di un round di colloqui ufficiali tra l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani e il presidente mauritano Sidi Mohamed Ould Abdel Aziz a Nouakchott.
Ma l’incontro si è rivelato meno cordiale del previsto quando l’emiro ha iniziato a esortato il presidente Mohamed Abdel Aziz ad aprire un dialogo con i movimenti islamici nel Paese, in particolare con quello guidato da Sheikh Mohammed al-Hassan (qui il suo sito. Ha inoltre chiesto il sostegno del presidente affinché faccia pressione sul presidente siriano Bashar al-Assad per fermare lo spargimento di sangue.
Il presidente Aziz, visibilmente stizzito, ha respinto tali richieste, criticando l’atteggiamento del Qatar contro la Siria ed esprimendo il suo pieno appoggio ad Assad. Rifiuto che la delegazione del Qatar ha preso come un insulto.
Ora, lo scorso anno anche la Mauritania è stata scossa dal ciclone della Primavera araba, uscendone tuttavia indenne. Le manifestazioni di piazza hanno avuto scarso seguito e in breve tempo la situazione si è normalizzata. Il Paese è povero, afflitto dalla schiavitù (ufficialmente abolita, di fatto ancora praticata), indebolito dalla corruzione e governato dal dittatore Aziz con la compiacenza della Francia, ex madrepatria e principale investitore estero.
Nel vortice della disperazione e delle rivendicazioni sociali, il fondamentalismo trova sempre un fertile terreno. Nella regione del Sahel, da mesi divenuto il nuovo feudo di Al-Qa’ida, i jihadisti avrebbero già iniziato a reclutare nuovi membri in località tranquille e isolate. Il fenomeno sta attirando l’attenzione delle forze di sicurezza di Nouakchott, le quali intendono intensificare i controlli ai confini per prevenire ulteriori infiltrazioni.

La domanda se si tratti di un pretesto del Qatar per inaugurare un nuovo scenario libico da quelle parti dovrebbe farci riflettere. Benché la Mauritania appaia lontana e marginale rispetto a noi, il suo destino si intreccia strettamente col nostro.
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Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.

Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature

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Negli ultimi due secoli il colonialismo ha ridotto l’Africa da culla dell’umanità e serbatoio (e discarica) dell’Occidente. Oggi il neocolonialismo trova una estesa ed inquietante espressione nel fenomeno del land grabbing: tecnicamente, “appropriazione di terreni”.
Si tratta della controversa questione delle grandi acquisizioni di terre nei paesi in via di sviluppo da parte di imprese nazionali e transnazionali, ma anche governi e singoli individui. Benché ampiamente documentato nel corso della storia, ad inaugurare la moderna corsa alla terra non è stato un occidentale, bensì re Abdullah d’Arabia Saudita, che anni fa decise di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno, dal momento che la popolazione dei paesi del Golfo è destinato a raddoppiare da 30 milioni nel 2000 a 60 milioni nel 2030. Poi si sono fatti avanti cinesi e indiani, alla caccia di campi coltivati per sostenere la propria gigantesca richiesta alimentare. Infine sono arrivati i grandi fondi d’investimento, i quali hanno messo gli occhi sul business della produzione agroalimentare a partire dalla crisi alimentare del 2008.

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La Shar’ia alla base della futura costituzione, la frammentazione di Tripoli tra le varie tribù, le vendette personali a margine della lotta contro i lealisti, lo spettro di al-Qa’ida tra le istituzioni e le forze di sicurezza. E l’inquietante prospettiva che i ribelli di Bengasi, ai quali l’Occidente ha concesso fiducia ad occhi chiusi, faranno (forse) rimpiangere il pur sanguinario Gheddafi.
Qualcuno comincia finalmente ad interrogarsi sulle intenzioni dei ribelli che hanno partecipato alla presa di Tripoli. In un primo momento accolti con tutti gli onori, ora i vari miliziani di Misurata, Bengasi e Zintan non hanno intenzione di lasciare la capitale, ciascuno dietro il pretesto di garantirne la sicurezza .
Intanto il cancro del fondamentalismo sta già iniziando a disseminare le sue metastasi. Un gruppo non meglio identificati di ribelli, islamisti e (forse) esponenti di al-Qa’ida, autodefinitosi “Comitato della distruzione degli idoli”, ha profanato le tombe della madre e di altri membri della famiglia Gheddafi, bruciandone i resti.
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La decisione di Obama di inviare circa 100 soldati – per lo più appartenenti alle operazioni speciali – in Uganda è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Kampala non è direttamente coinvolta nella sfera di interessi americani. Come mai l’America stia aprendo il suo quarto fronte di guerra da quando l’attuale presidente in carica?
Gli americani non avevano più truppe nel Corno d’Africa dai tempi dell’operazione Restore Hope. Dopo la battaglia di Mogadiscio, in cui 18 soldati persero la vita, il presidente Clinton decise di ritirare il proprio contingente. Stavolta, però, il nemico non è al-Shabaab in Somalia, bensì l’Esercito di Resistenza del Signore, guidato da Joseph Kony e accusato di crimini contro l’umanità. Negli anni l’LRA ha subito pesanti defezioni: se nel 2003 poteva contare su 3000 guerriglieri armati e circa 2000 fiancheggiatori, oggi le sue forze sul campo sarebbero ridotte tra le 200 e le 400 unità.
L’obiettivo di Obama è aiutare il governo di Kampala a migliorare la propria sicurezza interna. La Casa Bianca ha cercato di appoggiare l’Uganda già sotto la presidente Bush; tuttavia la tempistica di questa nuova operazione è alquanto strana, soprattutto considerando la volontà dell’amministrazione di svincolarsi dai conflitti in Iraq e Afghanistan.

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Cosa hanno in comune le operazioni militari turche contro il Pkk nel Nord Iraq e quelle del Kenya contro gli al-Shabaab in Somalia? In entrambi i casi l’esercito di uno Stato sovrano si è spinto fino all’interno di un altro per contrastare una minaccia nemica.


In Turchia la questione curda risale al secolo scorso, col passaggio dall’impero ottomano alla repubblica kemalista. Per salvare il Paese dal baratro del disfacimento, Ataturk riforgiò il sentimento popolare nei termini della fedeltà assoluta all’ethos dello Stato, in cui qualunque cosa il potere facesse era giustificata e mai messa in discussione, pena l’incorrere nei rigori della legge. Corollario di questa transizione fu l’odio viscerale verso il pluralismo etnico-culturale, che in epoca ottomana aveva contribuito all’ascesa della decaduta potenza d’oriente. Il tentativo di forzata assimilazione che ne seguì suscitò la reazione del popolo curdo, fino allo scoppio della lotta armata del Pkk contro lo Stato turco nel 1984. Ora il governo di Ankara progetta anche di sviluppare una pattuglia di droni per colpire le basi curde dentro e fuori i confini turchi.


In Kenya l’incursione dell’esercito in territorio somalo, avvenuta in reazione ad una serie di rapimenti di lavoratori e turisti in territorio kenyota, va inserita nel più ampio contesto della guerra civile somala. Le ostilità tra Kenya e milizie Shabaab ha toccato il suo apice il 20 luglio 2010, quando i ribelli uccisero due soldati kenyoti nel corso di un feroce attacco lungo una zona di confine. Il Kenya peraltro, paga in prima persona il prezzo della catastrofe somala, sia per il dramma dei profughi che confluiscono in massa in territorio kenyota (il rifugio di Dadaab, è ormai il più grande campo profughi del mondo), che per la minaccia della pirateria a cui sono costantemente sottoposte le rotte marittime. È noto da tempo che le autorità di Nairobi reclutano giovani somali per impiegarli nella lotta contro gli Shabaab, attingendo proprio al copioso bacino di Dadaab, ma le autorità kenyote hanno sempre negato questa circostanza.

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Il 9 luglio il mondo ha celebrato la nascita del Sud Sudan, ma a due mesi dall’indipendenza lo sviluppo del nuovo Stato si sta già dimostrando una strada in salita.
Neanche il referendum di gennaio che ha sancito l’indipendenza (98,83% di si) è servito a placare una guerra durata 21 anni e che ha lasciato sul terreno 2,5 milioni di vittime. Almeno sette milizie ribelli operano sul territorio meridionale, in particolare nella regione contesa di Abyei, e le Nazioni Unite stimano che più di 2.300 persone siano morte nel corso delle violenze dal giorno del referendum.
Questo perché progresso e problemi sono entrambi riflessi dello stesso potenziale: il petrolio. Il Sudan unito era il terzo maggior produttore di oro nero dell’Africa subsahariana, soprattutto grazie al Sud che ospita il 73% dei giacimenti da cui si estraggono attualmente 385.000 barili al giorno. Un particolare che spiega la perdurante contrarietà di Khartoum all’emancipazione del nuovo Stato.
Troppe volte, infatti, il conflitto sudanese è stato osservato sotto la lente della religione o della multietnicità, tralasciando il fatto che la privazione dei diritti fondamentali al popolo del Sud nei 55 anni di storia del Paese è stata innanzitutto in conseguenza del rigido controllo centrale sulle risorse periferiche. Non a caso la situazione si è aggravata dal 2004, quando il governo guidato da Omar al-Bashir sferrò una nuova offensiva per mantenere il controllo del petrolio e dell’acqua del Sud.

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di Luca Troiano

In occasione della Conferenza Internazionale degli Amici della Libia, la nuova leadership di Tripoli ha ottenuto il riconoscimento da parte di Russia e Cina, ma non quello della vicina Algeria, che aldilà della disponibilità di facciata nutre non poche perplessità nei confronti del Consiglio transitorio di Bengasi.
La diffidenza di Algeri è testimoniata da due fatti: l’asilo offerto ai familiari di Gheddafi e i dubbi espressi in merito alla effettiva volontà dei ribelli di contrastare al-Qa’ida. Episodi che hanno visibilmente irritato i nuovi vertici della Libia, al punto che il portavoce del Cnt Mahmoud Shamman li qualifica al pari di un “atto di aggressione” da parte di Algeri.

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di Luca Troiano

Ora che la guerra in Libia sembra volgere al termine, vale la pena soffermarsi non tanto sul presente del Paese, lacerato da sei mesi di lotte sanguinose, quanto sul futuro da ricostruire. La parte più difficile verrà infatti dopo la guerra, nel quadro di processo di transizione verso un ordinamento che chiuda i conti con i 42 anni dell’era Gheddafi.
Il Colonnello ha (e avrà) ancora molti sostenitori all’interno del Paese, e la circostanza che il cambio della guardia al potere sia avvenuto al termine di un duro conflitto non farà che inasprire il contrasto tra le due anime libiche, ossia la Tripolitania e la Cirenaica. I ribelli hanno sempre ribadito di volere una Libia unita con Tripoli capitale, ma le ferite aperte dalla guerra sono molto profonde e per rimarginarle sarà necessaria una lunga convalescenza.

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di Luca Troiano

Il bailout, ossia la procedura di salvataggio dei Paesi in crisi, non è un’esclusiva del Vecchio continente. La scorsa settimana il governo del Sudafrica ha annunciato un prestito di 2,4 miliardi di rand (355 milioni di dollari) da destinare al vicino regno dello Swaziland, ormai sull’orlo della bancarotta e già abbandonato da altri possibili finanziatori, tra cui la Banca Africana per lo Sviluppo e il FMI. Il prestito verrà offerto in tre rate, a partire da questo mese.

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di Luca Troiano Il Corno d’Africa è ridotto alla fame. Sulla regione si è abbattuta la più grave carestia da decenni a questa parte e al momento si contano almeno 12 milioni di persone affamate, di cui quasi 3,7 milioni nella sola Somalia e 3,2 milioni in Kenya. Per affrontare la crisi alimentare, secondo la FAO, servono 1,6 miliardi di dollari, di cui 120 milioni (70 in Somalia) per interventi immediati e 300 milioni entro i prossimi due mesi. Al riguardo, la Banca Mondiale ha annunciato uno stanziamento di 500 milioni di dollari. 8 milioni saranno destinati agli interventi di emergenza mentre il grosso del contributo sarà investito in progetti a lungo termine, come ha spiegato il presidente Robert Zoellick. Altri 100 milioni di euro sono stati stanziati dall’Unione Europea per programmi affidati ad Echo, l’ufficio europeo che coordina gli interventi umanitari. Leggi l’articolo completo »

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