Doppio raid israeliano in Siria

L’agenzia stampa siriana SANA ha confermato le indiscrezioni riportate dalla tv di Stato sull’attacco aereo compiuto da Israele nei confronti di un sito militare nei pressi di Damasco, negando dunque che l’obiettivo del raid fosse fosse un convoglio che trasportava missili SA-17 russi a Hezbollah.

Eppure fonti americane confermano questa seconda versione (si veda anche qui). Alcuni funzinari israeliani avrebbero anche avvertito i loro omologhi USA circa la volontà di procedere. La Russia condanna.

L’obiettivo del raid non è l’unico aspetto controverso.

In un primo si era parlato di un attacco lungo il confine siro-libanese; ora invece si parla di un intervento all’interno del territorio siriano, non lontano da Damasco. Ma per colpire un deposito di armi o un convoglio?

Entrambe le cose, perché ora appare chiaro che i raid sono stati due.

Questa la sintesi dei fatti offerta dal blog Falafel Café:

Domenica scorsa Netanyahu l’aveva detto. «Il Medio Oriente non aspetta: o ci muoviamo o rischiamo di trovarci tonnellate di esplosivo chimico in casa. A est, a nord, a sud del nostro Paese tutto è in fermento, dobbiamo prepararci». Quarantotto ore dopo ecco che alle 2 di notte (ora israeliana, l’1 in Italia) di mercoledì 30 gennaio dodici caccia dell’Israeli Air Force e un drone radiocomandato decollavano dalle basi israeliane. Direzione Siria.

Il veicolo radiocomandato è arrivato sopra la città di Al-Zabadani verso le 4,30 del mattino. Qui, in pochi secondi, ha sganciato i suoi missili contro un convoglio che da Damasco stava viaggiando verso il confine libanese. L’esplosione è avvenuta a circa 5 chilometri dall’autostrada Damasco-Beirut. All’interno del mezzo militare munizioni, armi di vario tipo. Soprattutto sistemi missilistici di fabbricazione russa, a partire dagli SA-17.

Più o meno alla stessa ora i dodici caccia – dieci velivoli secondo altre fonti – sorvolavano i cieli sopra il Libano a gruppi di 2-3, passavano sopra Damasco e una volta a Jamraya, a pochi chilometri dalla capitale, attaccavano un deposito di munizioni. Nell’edificio, secondo l’agenzia di Stato siriana – che smentisce qualsiasi attacco a convogli a Al-Zabadani – almeno due persone avrebbero perso la vita, altre cinque sarebbero ferite in quello che non chiamano deposito militare, ma «centro di ricerca che lavorava per rafforzare la resistenza ai ribelli e ai nemici».

Quello che è certo è che la località di Al-Zabadani, dove ha colpito il drone, per Gerusalemme è diventato un centro nevralgico del passaggio di armi da Damasco a Beirut. «Da mesi in città c’è un clima di relativa calma», spiegano da Gerusalemme. «Pochissima resistenza ad Assad, poche vittime tra i civili e, soprattutto, cibo che non scarseggia. Dall’anno scorso il dittatore siriano ha concesso una sorta di indipendenza all’area in cambio di due cose: nessun gruppo ribelle e lasciapassare ai convogli militari di Damasco».
La località, secondo gl’israeliani, non sarebbe stata scelta a caso da Assad. «Nelle stesse zone, prima dell’accordo con il dittatore, passavano le armi (missili anti-carro, munizioni, mitra, ecc) fornite dagli occidentali ai ribelli siriani pagate dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, ovviamente, da Washington.
Che qualcosa stava cambiando, in Israele, lo si era capito anche da quel ch’è successo la scorsa settimana quando l’esercito ha installato due Iron Dome – il sistema anti-missilistico super-sofisticato – nel Nord, tra Haifa e il confine con il Libano. «Magari la guerra non arriva domani, ma dobbiamo essere pronti per ogni scenario», ha spiegato Amir Eshel, generale delle forze armate israeliane. E nel farlo ha parlato, per la prima volta, anche dell’Egitto. Il governo Netanyahu, nella riunione di domenica, ha chiaramente spiegato che «il governo guidato dal presidente Morsi e dai Fratelli Musulmani non funziona più. Nessuno degli aspetti chiave del Paese – l’esercito, la sicurezza interna e la polizia – è ormai sotto il controllo di Morsi».

Conclusione che lascia intravedere nuove nubi all’orizzonte di uno scenario regionale già instabile.

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UPDATE

Long War Journal:

Durante la scorsa settimana, i funzionari israeliani hanno espresso una crescente preoccupazione per quanto riguarda la situazione in Siria. Domenica scorsa, Israele ha schierato batterie Iron Dome nel nord, tra cui vicino a Haifa, anche se un portavoce dell’IDF ha detto che lo schieramento “non è legato a valutazioni della situazione attuale.”

Il giorno seguente, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Israeliano Yaakov Amidror è stato inviato a Mosca per una “visita lampo”, nel tentativo “di convincere il Cremlino ad adottare misure per evitare che i depositi [di armi] della Siria possano cadere nelle mani di gruppi terroristici”. Lo stesso giorno, il New York Times ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “ha avuto [una recente] maratona di riunioni con i capi militari e di intelligence e di ministri  per diversi giorni, con insoliti protocolli si segretezza.”

Martedì, Al-Monitor ha riferito che il capo dell’agenzia d’intelligence IDF, il Magg. Gen. Aviv Kochavi, si è incontrato con i funzionari del Pentagono, tra cui il presidente del Joint Chiefs of Staff generale Martin Dempsey.

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