Ma alla Scozia conviene davvero l’indipendenza?

Lo scorso 15 ottobre il primo ministro scozzese Alex Salmond ha ottenuto la firma di David Cameron per lo svolgimento di un referendum sull‘indipendenza della Scozia. L’Edinburgh Agreement, permetterà dunque agli scozzesi di decidere se separarsi da Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord dopo 300 anni di unione politica.
Ma a cosa va incontro una Scozia indipendente? E’ una domanda non secondaria, perché il grande passo, in ogni caso, non si prospetta come semplice.

In primo luogo, non tutti gli scozzesi sono favorevoli all’idea di una Scozia indipendente. Un sondaggio dell’Evening Standard, spiega che il numero di coloro che supportano l’idea di abbandonare il Regno Unito  in calo. Ma secondo lo Scottish Daily Record da qui al 2014 enormi quantità di denaro e di energia verranno spese nel tentativo di persuadere gli scettici che rompere con il Regno Unito è la scelta migliore. Coincidenza, nello stesso anno in Scozia sono previsti diversi eventi culturali e sportivi di grande profilo, occasioni di aggregazione e pubblicità che potrebbero dare manforte alle tesi indipendentiste.

In secondo luogo, la rinuncia al Regno Unito comporterà anche quella all’Unione Europea. Se in un primo momento è prevalsa la teoria secondo cui dopo l’indipendenza Edimburgo potrebbe unirsi all’Unione senza tanti problemi, in quanto gli scozzesi sono già cittadini UE, ora è proprio Bruxelles a smentire questa idea. Secondo il Post Internazionale:

la Scozia si ritroverebbe fuori dall’Unione Europea, come ha fatto capire anche Barroso a inizio settembre. Non ci sarebbe nessuna “eredità” di Paese membro in quanto facente parte del “vecchio” Regno Unito. Il ministro degli Esteri spagnolo Garcìa-Margallo non ha usato giri di parole: in caso di indipendenza, gli scozzesi vadano a Bruxelles e si rimettano in fila per lo sportello adibito alle pratiche di membership. La fama dei meccanismi burocratici dell’Unione non è delle migliori: ci vorrà parecchio tempo. Niente di automatico, come ha invece fin qui propagandato il governo scozzese. Un’economia fuori dall’Unione Europea non avrebbe vita facile.

In terzo luogo, l’indipendenza ha i suoi costi. Innanzitutto quelli del referendum: circa un milione di sterline. Poi la rinuncia agli oltre 100 miliardi di sterline all’anno che Edimburgo riceve da Londra. In più, il nuovo Stato si troverebbe sulle spalle un debito non indifferente. Diario del Web:

Secondo uno studio dell’organizzazione Taxpayer Scotland, uno Stato scozzese indipendente potrebbe ritrovarsi con un debito di 270 miliardi di sterline (circa 300 miliardi di euro), pari a oltre il doppio del Pil annuale: anche considerando i 6,5 miliardi di euro provenienti dai ricavi petroliferi la Scozia spenderebbe attualmente circa 10 miliardi di euro più di quanto incassi. Conclusioni contestate dai nazionalisti, secondo i quali la Scozia sarebbe perfettamente in grado di sostenersi economicamente.

Gli investimenti nelle green tech (in particolare nell’eolico offshore) potrebbero ridurre la quota di idrocarburi destinata al consumo interno per intaccare il meno possibile quella delle esportazioni, ma in ogni caso il petrolio è in via di esaurimento. Sempre il  Post Internazionale:

i ricavi provenienti dall’estrazione del petrolio dal Mare del Nord andranno per il 90 per cento ad arricchire le nuove casse autonome di Edimburgo, invece che passare per Londra. Ma il prezzo del petrolio è estremamente volatile e la produzione in quelle zone sta calando visibilmente (-17 per cento solo lo scorso anno): difficile affidare un bilancio statale di un piccolo Paese ai venti funesti del mercato petrolifero. Le migliori previsioni parlano di un debito annuo rispetto alla spesa di oltre 4 miliardi di sterline, cifra che sarebbe abbordabile da reperire sui mercati se non fosse figlia di un prezzo del petrolio di 144 dollari al barile datato tra 2008 e 2009. La scoperta di petrolio nel Mare del Nord negli anni Settanta è la madre della rinascita del separatismo scozzese, perchè con quei soldi si pensava di arrivare a una discreta e lussuosa autonomia. Ma i tempi potrebbero essere definitivamente tramontati per far leva sull’oro nero.

L’indipendenza, dunque, porta con sé anche rischi e problemi, oltre che la perdita di alcuni benefici e opportunità che la Scozia ha in quanto parte del Regno Unito. C’è da domandarsi se l’orgoglio nazionale valga tutto questo. Neppure Londra farebbe un affare, vista l’amputazione territoriale che il distacco di Edimburgo comporterebbe.
In realtà, la vera questione è il controllo sul fisco, che Edimburgo reclama a gran voce ma che Londra si ostina non mollare. Il punto è questo: solo la devolution può salvare il Regno Unito, come un articolo del Guardian – tradotto da Presseurop - notava già lo scorso gennaio:

[la devolution è] l’unico provvedimento che potrebbe effettivamente mitigare le forze centrifughe nel Regno Unito. Anche se i dettagli devono ancora essere messi a punto, il concetto è semplice: gli scozzesi dovrebbero alzare le loro tasse e spenderle come credono, ponendo fine alla loro dipendenza fiscale da Londra. Non si parla di re, soldati, bandiere, confini e passaporti. La devolution si estenderebbe al pagamento delle infrastrutture del welfare state. Il governo scozzese – ed eventualmente anche quelli del Galles e dell’Ulster – diventerebbe responsabile in maniera diretta delle politiche interne e sarebbe tenuto a risponderne al suo elettorato.

Non c’è vantaggio per gli inglesi nel lasciare che questa dipendenza continui. E bisogna riconoscere alla maggior parte dell’opinione pubblica scozzese il merito di volere che tale dipendenza abbia fine. La “maximum devolution” riporterebbe a casa sua, nel suo paese natale, la responsabilità fiscale di Adam Smith. Riporterebbe con i piedi per terra il populismo spendaccione dei nazionalisti di Salmond, probabilmente li farebbe perdere alle prossime elezioni e comprometterebbe la causa della piena indipendenza. Tutto ciò a beneficio dei Tory di Cameron.

Cameron dovrebbe lasciare che Salmond indica il suo referendum e farsi promotore della “devo-max”, che incoraggia la responsabilità fiscale e metterebbe fine alle costose sovvenzioni alla Scozia, e il cui realismo politico potrebbe ridare fiato ai Tory in Scozia. È davvero un mistero il motivo per il quale Cameron sia determinato a ostacolarla “finché avrà sangue nelle vene”.
La risposta possibile è una sola. Il potere e la smania di controllo su tutto acquisiscono una logica tutta loro quando i politici arrivano alla più alta delle cariche. In questo caso, però, la smania è controproducente. Un secolo fa le isole britanniche erano una nazione. Il governo pare orientato a farne quattro.

Solo la devolution può salvare il Regno Unito. Almeno fino al 2014.

About these ads

__________________________________________

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...