Sudan e Sud Sudan: bene l’accordo sul petrolio, ma restano gli altri problemi

Sabato 4 agosto – due giorni dopo la scadenza assegnata del Consiglio di Sicurezza ONU – Sudan e Sud Sudan hanno raggiunto un accordo provvisorio sulla ripartizione delle rendite petrolifere.
Secondo la Reuters, il mediatore dell’UA Thabo Mbeki non ha fornito i dettagli finanziari dell’operazione, ma la delegazione del Sud Sudan a dichiarato che il governo di Juba pagherà poco meno di 10 dollari al barile per il transito negli oleodotti del Nord (a fronte di una richiesta di 22), oltre a corrispondere una cifra di 3,2 miliardi di dollari a Khartoum a titolo di compensazione per la perdita dei tre quarti delle proprie riserve in conseguenza della secessione.

Il petrolio ha rappresentato una delle principali fonti di tensione tra Khartoum e Juba parti fin dall’indipendenza di quest’ultima nel luglio 2011. Se il Sud è ancora costretto a sottostare ai capricci del Nord – oleodotti e raffinerie si trovano nel territorio di Khartoum, lo stesso Nord ha subito un pesante crollo delle entrate pubbliche in mancanza degli introiti petroliferi del Sud. Una situazione aggravata dai ripetuti incidenti alla frontiera e dalla decisione di Juba di arrestare del tutto la produzione di oro nero in assenza di una soluzione. Per liberarsi dal giogo di Khartoum, Juba ha pianificato la costruzione di un oleodotto per esportare il greggio via Kenyaqui un aggiornamento.

Firmato l’accordo, la produzione dovrebbe essere riavviata in settembre. Qui nasce un problema: secondo l’IEA il rilancio sarà più problematico di quanto sembri: se nel 2011 i due Sudan generavano un output pari a 450.000 b/g, l’organizzazione stima che nel 2013 l’estrazione non sarà che un terzo rispetto a quel livello.

L’accordo di petrolio ha generato un notevole entusiasmo internazionale – si vedano le dichiarazioni delle Nazioni Unite,  di Stati UnitiCina. Tuttavia è solo un primo passo e non mancano le pressioni sulle parti per compierne ulteriori, come dimostra questa dichiarazione dell’ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Susan Rice.
Inoltre le controversie tra i due Paesi finiscano qui. Le parti hanno in programma di tornare al tavolo  tra pochi giorni per affrontare un altro tema spinoso: quello della sicurezza. Il Sudan sottolinea che l’attuazione dell’accordo di transito non entrerà in vigore fino a quando le parti non giungeranno ad un accordo sulla sicurezza delle frontiere e sullo status della provincia di Abyei. I colloqui si sono arenati sull’ipotesi di farne una zona demilitarizzata, che rappresenterebbe il primo passo per porre fine alle ostilità. Ma su questo punto le parti sono lontane, e altri negoziati saranno necessari per fare dei passi avanti. Secondo l’Unione Africana, le parti hanno tempo fino al 22 settembre a risolvere tali questioni in sospeso.

Ancora. C’è un particolare, forse insignificante (o forse no), che lega il Sud Sudan al Darfur, altra turbolenta regione. L’agenzia di stampa sudanese SUNA, nell’articolo in arabo sulle dichiarazioni post accordo contiene un passaggio che nella versione in inglese non c’è: quello in cui Khartoum chiede al Sud Sudan di tagliare ogni legame con i movimenti ribelli nel Darfur, nel Blue Nile State, e nel Sud Kordofan. Non a caso, i ribelli nel Darfur hanno accolto il negoziato tra i due Paesi con disappunto.
Khartoum è molto preoccupata di ciò che accade in quella martoriata regione. Le violenze scoppiate ad inizio agosto – culminate nell’uccisione di un funzionario del governo e di un peacekeeper pochi giorni fa – hanno già costretto alla fuga 25.000 persone.
Infine c’è la questione dei rimpatriati. Oltre 16.000 sud sudanesi bloccati nello Stato dell’Alto Nilo sono rischio dopo che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha annunciato la sua intenzione di sospendere le operazioni per i prossimi due mesi, a causa della mancanza di fondi. Nell’ultimo anno l’OIM ha riferito di aver assistito il rimpatrio di 50.000 persone utilizzando chiatte fluviali, barche, autobus, treni e aerei per farle giungere alle loro destinazioni finali.
In conclusione, l’accordo sul petrolio ha (forse) risolto il problema principale tra i due Sudan. Ma per tutti gli altri ci sarà ancora da aspettare.