Iran e Occidente lottano non per il petrolio, ma con il petrolio

Come secondo le attese, l’ultima fase di negoziati con l’Iran in merito al suo programma nucleare non hanno ottenuto nessun risultato significativo. Il mese scorso, dopo i colloqui a Baghdad, gli ispettori dell’AIEA avevano sperato di raggiungere un accordo con Teheran per definire un “approccio strutturato” che permettesse loro il controllo dei siti di ricerca nucleare sospettati di essere adibiti ad usi militari, ma da allora non ci sono stati progressi. Alla buona notizia della ripresa di un dialogo dopo 18 mesi ha fatto seguito la cattiva notizia di un copione già visto.
Di nuovo c’è che dal 1 luglio la Repubblica Islamica dovrà fare i conti con le ultime pesanti sanzioni inflitte dall’ONU, che potrebbero seriamente danneggiare l’economia iraniana. Il nuovo pacchetto di misure ha lo scopo di punire chiunque intrattenga affari con la Banca centrale di Teheran, con l’effetto di colpire il settore petrolifero, vitale per il mantenimento dello Stato iraniano. Benché l’India, cliente abituale del greggio persiano, abbia deciso di ricorre a metodi creativi per aggirare il muro delle sanzioni, stavolta pare proprio che l’Iran sia con le spalle al muro.
Eppure lo strumento più potente che Teheran ha in mano non è la bomba (che secondo l’Occidente è in procinto di costruire), bensì proprio la sua ricchezza principale: il petrolio.

Il maggior pericolo di un’escalation di tensioni militari con l’Iran è che i prezzi del petrolio schizzerebbero alle stelle, mandando l’economia globale in tilt – come se non avesse già abbastanza problemi.
Lo scorso dicembre è bastato che circolasse la voce della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, giugulare del mercato petrolifero mondiale, perché le quotazioni del greggio aumentassero di 3 dollari in un solo giorno.  Come ho scritto nell’occasione:

Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.

La posizione geografica della Repubblica Islamica rende l’operazione teoricamente possibile, ancorché improbabile. Inoltre, in gennaio il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta, attraverso canali segreti, ha già fatto sapere alla Guida Suprema Khamenei che l’eventuale chiusura dello Stretto rappresenta la “linea rossa” oltre la quale sarà guerra. Segno che gli USA hanno preso la minaccia sul serio.
Ma l’Iran non vuole combattere; i suoi reali obiettivi sono altri. L’economia presta molta attenzione alle aspettative, e in una fase storica caratterizzata da volatilità e profonda incertezza come questa, la prospettiva di restare a secco di oro nero è una mossa di per sé sufficiente a far vibrare ulteriormente un sistema congiunturale già claudicante. I mercati sono molto sensibili ai rumors e gli iraniani lo sanno. Non a caso, in seguito all’annuncio sanzioni economiche più severe, sempre in dicembre il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha avvertito che se le misure previste entreranno in vigore “non una goccia di petrolio passerà attraverso lo Stretto di Hormuz”. Più di recente si registrano i contrasti con gli Emirati Arabi Uniti per la sovranità sulle isole Abu Musa, di grande importanza strategica poiché situate proprio al di qua dello Stretto.

Il succo della storia è questo: il petrolio è il coltello che l’Iran ha dalla parte del manico, lo strumento attraverso il quale esercitare il proprio leverage politico. Per questo le sanzioni in vigore da luglio si rivolgono proprio al petrolio: se esso è un’arma, bisogna cercare di disinnescarla.
Punto di partenza è diversificare gli approvvigionamenti per ridurre la dipendenza dal greggio iraniano. L’efficacia delle sanzioni è stata procrastinata di sei mesi proprio per consentire ai Paesi europei – in particolare Italia, Spagna e Grecia – di cercare alternative sul mercato. La Cina ha ridotto le proprie importazioni di un quarto. Anche la Turchia ha notevolmente ridotto gli acquisti. nondimeno, più volte il Dipartimento di Stato USA ha chiesto a India, Corea e Giappone di fare altrettanto.
Di per sé, la rinuncia ad un produttore petrolifero di primaria grandezza sarebbe un boomerang per tutto il pianeta. Ma il flusso di greggio sul mercato è stato mantenuto a livelli accettabili dall’Arabia Saudita, la cui produzione ha toccato i livelli più alti degli ultimi 23 anni. Circostanza non gradita a Teheran, la quale ha accusato Ryadh di violare le quantità stabilite secondo le quote OPEC. Peraltro, la capacità dell’Iran di turbare il corretto andamento del mercato era già stata ridotta lo scorso anno dall’annuncio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di mettere sul mercato 60 milioni di barili attingendo alle proprie riserve strategiche. Nell’ultimo G8 di Chicago le maggiori potenze mondiali hanno preso l’impegno di coordinare le proprie azioni per stabilizzare le quotazioni del greggio nel caso in cui le tensioni con l’Iran lo rendano necessario. Infine, i Paesi del Golfo, con gli EAU in testa, stanno progettando di bypassare lo Stretto di Hormuz tramite  un oleodotto, completato in maggio, che sbocca direttamente sull’Oceano Indiano, dove l’influenza di Teheran non può arrivare.

Benché tutte queste risposte hanno sensibilmente ridotto il margine di manovra di Teheran sulle quotazioni, la prospettiva di un nuovo shock petrolifero rappresenta ancora un incentivo potente in mano alla Repubblica Islamica. Se nel lungo periodo le soluzioni alternative potrebbero bastare per sostituire completamente il greggio iraniano, le ripercussioni nel breve periodo sarebbero notevoli. E’ questo a preoccupare i mercati. Con una nuova spirale recessiva all’orizzonte e la crisi dei debiti sovrani ad aggravare la già fragile situazione dell’Eurozona. Va anche detto che India e Giappone, al momento, non possono rinunciare ad abbeverarsi dai pozzi iraniani: la prima perché deve mantenere in corsa un’economia in preoccupante rallentamento, il secondo perché non può più contare sull’apporto dei propri reattori nucleari, precauzionalmente spenti in seguito al disastro di Fukushima.
Mentre il mondo si preoccupa per una bomba atomica che l’Iran non ha – e nemmeno vuole, ma è un’altra storia -, e in attesa che i negoziati sul nucleare conducano da qualche parte, il ricatto del petrolio (vero o presunto) rimane una spada di Damocle sulla testa di un Occidente dal presente critico e dal futuro incerto.

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