Turchia: nemici vicini, amici lontani

Nei giorni tra il 7 e l’11 aprile il Sultano del Brunei Hassanal Bolkiah si è recato in visita in Turchia, dove ha incontrato il premier Recep Tayyip Erdogan, in procinto di partire per la Cina. Si è trattata della prima visita di alto livello tra i due Paesi dall’inizio delle loro relazioni bilaterali nel febbraio del 1985.
Tra le altre cose, i due governi hanno annunciato l’apertura di ambasciate nelle rispettive capitali (fino ad ora quella turca in Brunei era accreditata a Kuala Lumpur), l’abolizione dei visti d’ingresso e la cooperazione in futuri programmi di difesa, oltre a numerosi accordi commerciali.
Oggi l’interscambio commerciale tra i due Paesi ammonta a 7 milioni di euro, in continua crescita. Il Brunei è uno dei pochi Stati in tutta l’Asia con i quali Ankara ha un saldo commerciale attivo, ed è ricco di risorse energetiche – esporta 180.000 barili di petrolio al giorno ed è il terzo produttore di gnl in Asia.

Di per sé, questa notizia non ha molto peso. Se tuttavia la inquadriamo nella più generale visione delle relazioni internazionali di Ankaka, notiamo risvolti molto significativi.
Per anni il mantra della politica estera turca è stato “zero problemi coi vicini”. Invece, problemi coi vicini la Turchia sembra averne tanti, a cominciare dalla crisi sirianache sta creando sempre più grattacapi ad Ankara. Poi c’è Israele, con il quale i rapporti sembrano ormai compromessi, almeno fintantoché Erdogan e Netanyahu occuperanno i rispettivi scranni. Le relazioni con la UE si sono raffreddate, ora che Ankara pare non più interessata ad entrare nel club – ammesso che lo sia mai veramente stata. Cipro è sempre più spaccata in due. Anche con Russia e Iran, partner strategici sul piano della politica energetica, i rapporti non più così solidi a causa delle rispettive posizioni sulla Siria. Inoltre, contrariamente a quanto era stato pronosticato un anno fa, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalla primavera araba - nonostante le roboanti dichiarazioni del ministro degli esteri Davutouglu in proposito -, smentendo quanti la accreditavano come nuovo faro del mondo islamico. Era accaduta la stessa cosa vent’anni fa, all’indomani della dissoluzione dell’URSS. La nascita delle repubbliche turcofone dell’Asia Centrale offr’ ad Ankara l’opportunità di recitare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale – l’allora presidente Turgut Özal aveva parlato del XXI secolo come il possibile “secolo dei turchi“. La storia preso un’altra strada.
Il declino in politica estera rappresenta il primo scricchiolio nel sontuoso edificio messo in piedi da Ergodan nel suo decennio di governo. Il doppio gioco di cui si è reso protagonista in questi anni ha assicurato prosperità economica e influenza internazionale al prezzo di minori libertà per i cittadini e di un pericoloso islamismo strisciante, ma si trattava di un castello di carta. Peraltro, ora anche gli indicatori economici iniziano a girare in senso contrario.

Per risollevarsi da questa situazione, negli ultimi tempi la Turchia ha rivolto lo sguardo verso orizzonti più lontani. Come la Somalia, dove Erdogan si è recato lo scorso agosto con la promessa di lauti aiuti, poi ribadita nel febbraio di quest’anno. Evidente tentativo di avvantaggiarsi rispetto all’Unione Europea, interessata al destino di Mogadisho soltanto per garantirsi un posto al sole nei giacimenti petroliferi del Puntland.
Il Sudest asiatico rappresenta un’altra interessante frontiera per Ankara. Nel luglio 2010, Davutoğlu ha partecipato alla 43° riunione dei ministri degli esteri dell’ASEAN ad Hanoi, dove ha firmato un accordo per l’amicizia e la cooperazione  con l’associazione; partnership che ora la Turchia punta a rafforzare. E qui entra in gioco il Brunei. Anche se si tratta di un Paese piccolo, il sultanato gioca un ruolo molto attivo nell’organizzazione (un pò  il Qatar in Medio Oriente), di cui occuperà il turno di presidenza per il prossimo anno. Di conseguenza, stringere una più stretta collaborazione col Brunei è per la Turchia un ottimo trampolino di lancio per sviluppare le sue relazioni con la regione.
Morale della favola: quando si hanno molti problemi coi vicini, tanto vale andare a cercare amici lontani. Meglio ancora se ricchi e influenti.

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