La Francia non ha votato per Hollande ma contro Sarkozy

Grafico tratto dall'Economist

E’ ancora presto per proclamare Francois Hollande come nuovo presidente di Francia. In attesa del 6 maggio, quando si conoscerà il nome del prossimo inquilino dell’Eliseo, adesso le luci della ribalta sono tutte per Marine Le Pen, elevata dai media  a vincitrice morale delle elezioni.
A conti fatti, la vittoria di Hollande era prevedibile. Una così ampia affermazione dell’estrema destra, no.
Ciò su cui gli analisti farebbero meglio ad interrogarsi non è tanto verso quale candidato deciderà di indirizzare il proprio bacino di voti (qui un sondaggio presso i suoi elettori: 40% Sarkozy, 27% Hollande e 33% astenuti), quanto piuttosto come mai così tanti francesi abbiano scelto di votare per lei. Il 17,9% dei voti per Le Pen in Francia, assieme alla caduta del governo in Olanda (dove il partito antiislamista di Geert Wilders vanta 24 seggi su 150 in parlamento) rappresentano l’ultimo capitolo di una crescita progressiva e inarrestabile delle forze politiche di destra xenofobe e in molti casi apertamente antieuropeiste.
Anche se può apparire semplicistico, il legame tra la risposta europea alla crisi – caratterizzata da un’eccessiva austerità che sta spingendo il continente verso la recessione – e l’ascesa dei populismi di destra è più che tangibile. Dal 2008 i governi europei hanno mostrato attenzione più per le banche, principali responsabili della crisi, che per i popoli, principali vittime. Normale, dunque, che la gente sia diventata più sensibile ai messaggi semplici e di primo acchito maggiormente vicini ai loro desideri: no austerity, no euro, no immigrazione. Come se la ricetta magica per la ripresa fosse tutta lì. Non è un caso che il 30% dei voti degli operai sia andato alla bionda avvocatessa del Fronte Nationale, mentre solo il 12% ha votato per il candidato dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon. Le classi povere sono sempre più povere, quelle più ricche sempre più ricche e quella media si sta assottigliando sempre di più, trascinando verso il basso chi finora si era sentito al sicuro. Normale  - e preoccupante – assistere al riemergere dei nazionalismi. Fenomeno sul quale diversi studi avevano già lanciato l’allarme.

Passando a Sarkozy, probabilmente, diventerà il secondo presidente  in 50 anni di storia della Quinta Repubblica francese (dopo Valéry Giscard d’Estaing nel 1981) a non essere rieletto per un secondo mandato. Non tanto a causa delle sue gaffes imbarazzanti. Ad alienargli le simpatie di quello stesso elettorato che lo aveva acclamato nel 2007 è stato il suo stile, impetuoso, autoritario e irascibile, messo in risalto dagli scarsi risultati ottenuti nel quinquennio del suo mandato. Più volte ha annunciato grandi provvedimenti (talvolta senza neppure consultare il governo) per poi rimangiarsi tutto il giorno dopo. E’ stato invischiato in situazioni inopportune (come la tentata nomina di un figlio alla presidenza di un’agenzia pubblica) se non addirittura gravi e compromettenti (come la vicenda dei finanziamenti occulti alla sua campagna). Aveva sobillato il popolo dietro lo slogan lavorare di più per guadagnare di più. Invece ha tagliato le tasse ai ricchi, ha aumentato l’età pensionabile e non è riuscito a contenere un tasso di disoccupazione ormai al 10%, più alto che nelle altre economie più avanzate dell’Eurozona. Dimenticato qualcosa^ Ah, già: la tripla A persa in estate. In politica estera è stato il principale artefice di quella guerra in Libia le cui ripercussioni stanno mettendo a rischio la stabilità dell’intera regione sahariana.

Probabilmente gli elettori hanno votato Hollande più per punire il presidente in carica che per premiare il candidato socialista (qui un profilo su IlSole24ore). E l’evidente frammentazione delle intenzioni di voto - il centrista Bayrou, solo quinto classificato, ha preso ben il 9% – testimonia il clima di incertezza che domina la politica (non solo francese) in questo periodo.
Sullo sfondo ci sono i mercati, ai quali la designazione di Hollande (il quale è favorevole alla riforma del Fiscal Compact)  pare proprio non essere piaciuta.

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