Golfo del Messico, due anni dopo. Nulla è cambiato, se non in peggio

Il 20 aprile ricorreva il secondo anniversario della peggiore catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti, nonché una delle peggiori di sempre. Purtroppo, la maggior parte delle persone, e soprattutto i politici americani, molti giornalisti e i dirigenti della British Petroleum responsabile del disastro, paiono affetti da una sorta amnesia collettiva. Sembrano cioè non ricordare quel tragico evento che che è costato undici vite, ha distrutto migliaia di posti di lavoro e ha inquinato migliaia di chilometri quadrati del Golfo del Messico per un tempo indefinito, così danneggiando un intero ecosistema. Oltre all’economia di cinque Stati.
Avrebbero tutti bisogno di dare un’occhiata alla realtà di fatti per rendersi conto della gravità dei danni prodotti dall’esplosione della Deepwater Horizon.

Per cominciare, è ormai acclarato che i vertici di BP sapessero che qualcosa sarebbe potuto succedere. nel giugno 2010, a pochi mesi dal fatto, Bloomberg segnalava che le fuoriuscite di greggio dal pozzo erano iniziate già nel mese di febbraio. Il giorno 13 i tecnici della BP hanno cercato di sigillare una fessura di 64 km apertasi slungo la costa della Lousiana, secondo i documenti di perforazione esaminati. Non è ancora chiaro se tali fessure abbiamo giocato un ruolo nel disastro.
Inoltre le mogli dei lavoratori della piattaforma petrolifera periti nell’esplosione hanno raccontato dell’esistenza di problemi nel controllo della pressione del pozzo alcune settimane prima dell’esplosione, come riferito dai loro mariti. Secondo il Los Angeles Times, anche i dirigenti della compagnia erano a conoscenza di alcuni difetti nei fondamentali dispositivi di sicurezza dell’impianto. BP ha perfino omesso di eseguire i test critici poche ore prima dell’esplosione, ignorando tutti i segnali di un possibile incidente. In altre parole, avrebbe deliberatamente scelto il rischio. Nel business dell’esplorazione offshore la negligenza pare essere di casa.
Per avere un’idea dei danni causati da tale menefreghismo, basta dare uno sguardo alle seguenti evidenze raccolte nel corso di questo biennio:

  • I delfini del Golfo esposti al petrolio olio risultano essersi gravemente ammalati;
  • Si registra scarsità di gamberi nella stagione di pesca;
  • Sono stati rinvenuti gamberetti privi di occhi;
  • La mare nera ha alterato le funzioni cellulari dei pesci, soprattutto di alcune specie indispensabili per la catena alimentare; inoltre tantissimi pesci sono risultati affetti da malattie e/o piaghe sulla pelle. Si veda anche qui;
  • Secondo uno studio il petrolio è entrato nella stessa catena alimentare;
  • Gli equipaggi d’istanza nel Golfo soffrono di diverse (e misteriose) patologie;
  • Nel Golfo sta proliferando il Vibrio vulnificus, una specie di batterio letale;
  • La marea nera ha decimato il corallo d’altura, così come le tartarughe marine e in generale la flora e la fauna sul fondale marino.

Se ciò ancora non bastasse a rendere l’idea della devastazione prodotta dall’incidente, sarebbe il caso di ascoltare attentamente cosa dice il dottor Andrew Whitehead, professore associato di biologia alla Louisiana State University in questo servizio su al-Jazeera:

Whitehead is predicting that there could be reproductive impacts on the fish, and since the killifish is a “keystone” species in the food web of the marsh, “Impacts on those species are more than likely going to propagate out and effect other species. What this shows is a very direct link from exposure to DWH oil and a clear biological effect. And a clear biological effect that could translate to population level long-term consequences.”

“I’m worried about the entire seafood industry of the Gulf being on the way out,” he added grimly

In altre parole, il ciclo riproduttivo dei pesci – e di conseguenza l’intera industria ittica del Golfo – potrebbero essere compromessi.
Prroccupante ciò che si legge sul blog di Stuart Smith, avvocato statunitense celebre per aver vinto una miliardaria causa ambientale contro ExxonMobil:

New sampling data from the nonprofit Louisiana Environmental Action Network (LEAN) provide confirmation that not only is BP’s oil still very much present in the water in Bayou La Batre, but that it still exists in a highly toxic state nearly two years after the spill.

The lab-certified test results are in (see full lab report at bottom), and they are startling in that they suggest that oil is still leaking from the Macondo reservoir  – most likely from cracks and fissures in the seafloor around the plugged wellhead. Scientists believe the cracks were caused by BP’s heavy-handed “kill” efforts. 

Non solo il petrolio è ancora altamente presente nelle acque del Golfo, ma starebbe ancora fuoriuscendo dalle fratture nel fondale intorno al pozzo.

A completare un quadro già di per sé sconfortante, come spesso accade, ci pensa la politica. L’azione dei vertici USA dopo l’incidente si è dimostrata quanto meno insufficiente. Il New York Times definiscepatetica” la risposta offerta dal Congresso, incapace di approvare una legge volta a prevenire catastrofi analoghe. Praticamente nessuna delle raccomandazioni contenute nel rapporto della National Oil Spill Commission è stata tradotta in norme e regolamenti di concreta applicazione. La relazione dei commissari rivela che i nuovi sistemi di attrezzature non sono neppure ancora stati testati in condizioni di acque profonde.
Per la verità qualcosa di tangibile la politica lo ha fatto. Un rapporto segnala che la Casa Bianca avrebbe fatto pressioni sugli scienziati inviati nel Golfo affinché sottostimassero l’entità della fuoriuscita di greggio (si veda anche Forbes).

La vicenda della Deepwater Horizon, così come la crisi finanziaria del 2008 e l’incidente di Fukushima in Giappone, ci hanno insegnato la coerenza della politica nei loro rapporti con le grandi compagnie. Prima le aziende finanziano le campagne elettorali di (tutti i) candidati, e  in cambio gli eletti lasciano fare loro tutto ciò che vogliono, aiutandole perfino a coprire o minimizzare l’entità dei danni provocati.

In definitiva, a due anni dall’esplosione nulla è cambiato.  BP non se la passa male, anzi. In questi ultimi mesi ha anche richiesto permessi per effettuare nuove trivellazioni a maggiore profondità, in vista della corsa alla nuova frontiera dell’accaparramento di oro nero: l’Artico. L’incidente se lo è lasciato alle spalle.
Chi vive lungo le coste della Louisiana no. Qui la gente continua a tirare su balle di petrolio e rifiuti tossici dal mare, non fa più il bagno e non va più pescare. E non si sa se queste cose potrà mai ricominciare a farle.

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