Con l’espropriazione di YPF l’Argentina ha scelto di voltare le spalle al mondo

La notizia della nazionalizzazione di YPF da parte del governo argentino ha fatto destato molto scalpore. Possiamo analizzarla sotto sue aspetti: uno politico e l’altro economico, peraltro strettamente connessi.
Se esaminiamo gli ultimi sviluppi della politica estera di Buenos Aires, salta all’occhio come, dal giorno della sua rielezione, Cristina Kirchner abbia fatto poco per guadagnarsi amici fuori dalle mura di casa.
Prima l’annuncio di future restrizioni alle importazioni per tutelare il mercato interno, rivolte anche agli altri Paesi dell’America Latina e che secondo gli analisti segneranno l’inizio della fine del Mercosur. Poi la pretesa di riaprire la discussione sulla sovranità delle Falkland, nonostante una guerra persa trent’anni fa e il fatto che gli abitanti delle isole si considerino britannici. Poi lo spocchioso abbandono del summit delle Americhe di pochi giorni fa a causa del mancato sostegno dell’America Latina  a tale richiesta. Infine la vicenda YPF, di fatto espropriata alla compagnia spagnola Repsol a cui era stata (s)venduta all’inizio degli anni Novanta.
Complice una situazione economica meno rosea di quanto appaia, con una crescita prevista al 4,2% ma con un’inflazione 9,9% a cui il suo governo non appare in grado di porre un freno (se non manipolandola, secondo l’accusa di alcuni economisti), Cristina Kirchner è sempre più alla ricerca di consensi. Che per il momento sono arrivati: applausi ed acclamazioni hanno salutato la decisione di riprendersi YPF. Ma al contempo ha gettato il discredito internazionale sul Paese. Il governo Rajoy ha detto che l’amicizia tra Spagna e Argentina può considerarsi rotta. Il FMI ha criticato duramente la decisione della Kirchner. L’Unione Europea, che in questa storia non può incidere molto, si è limitata a sospendere l’incontro bilaterale in programma il 19 e 20 aprile, mentre gli USA, per adesso,  mantengono un profilo neutrale. In ogni caso l’Argentina è finita sotto il fuoco della stampa estera.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales venne fondata nel 1922 con l’intento di sfruttare il petrolio il Paese. Nel 1993 la quota di maggioranza è stata ceduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 il governo ha ceduto il resto, dando la possibilità alla famiglia Eskenazi (proprietaria della compagnia Petersen) e ai piccoli investitori di entrare nell’azienda. Fino ad oggi il capitale sociale era così ripartito: 57,4% a Repsol; 25,5% appartenente a Petersen (di proprietà della famiglia Eskenazi); 0,02% al governo argentino e il 17% di flottante.
Adesso il progetto di nazionalizzazione prevede che il governo rilevi il 51% delle azioni di YPF sottraendole a quelle degli spagnoli, Repsol resterà al 6,4%, mentre Petersen manterrà la sua quota e il restante 17% rimarrà sul mercato.
Secondo il governo, il petrolio è una questione di interesse pubblico, posto che l’economia cresce e il suo fabbisogno di energia aumenta di conseguenza. I consumi di petrolio e gas sono aumentati rispettivamente del 38% e del 25% dal 2003 al 2010, ma la produzione è calata del 12% e del 2,3%. Di conseguenza l’Argentina è diventata importatore netto di prodotti petroliferi, per l’equivalente di 10 miliardi di dollari solo nello scorso anno. Tutto ciò a causa di Repsol, che in virtù dell’accordo di vendita ai tempi di Menem ha il diritto di incassare il 90% dei dividendi di YPF senza reinvestirli in ricerca e produzione sul territorio. Circostanza confermata dall’IEA. Nelle scorse settimane, quando la prospettiva della nazionalizzazione iniziava a farsi strada sui media, Buenos Aires aveva accusato Repsol di occultare parte degli utili di YPF per non reimpiegarli in progetti di esplorazione ed estrazione. Repsol, dal canto suo, aveva allora tentato di vendere segretamente le proprie partecipazioni in YPF alla cinese Sinopec, ma il decreto di espropriazione l’ha battuta sul tempo.

In generale i provvedimenti di nazionalizzazione (qui una sintesi di quelli più clamorosi) sono pericolosi perché mettono a rischio la stabilità degli investimenti internazionali. La mossa è tanto più destabilizzante perché arriva da un Paese, ll’Argentina, che ha già fatto tribolare gli investitori stranieri appena un decennio fa.
Al di là del generale biasimo per tale decisione, sintetizzato in questo commento su El Paìs, restando due importanti domande a cui rispondere.
La prima è cosa potrà fare la Spagna per tutelare i propri interessi.
Rajoy ha affermato che la nazionalizzazione di YPF avrà conseguenze negative per tutti: per Madrid, per la stessa Buenos Aires e per tutto il Sud America. L’espropriazione equivale ad una dichiarazione di ostilità che tutti i forum e organi di giustizia internazionali dovrebbero condannare. Tuttavia, mentre l’Argentina fa parte del cosiddetto G20, la Spagna ne è fuori: Madrid è stata ospite negli ultimi incontri, ma non è un membro riconosciuto. Inoltre non è facile indurre gli altri 19 ad espellere o quanto meno sanzionare un membro del club con il quale tutti hanno interesse a restare in affari. Oltretutto la Spagna avrà bisogno del sostegno proprio di quell’Europa da cui viene maltrattata sul tema dei conti pubblici un giorno sì e l’altro pure. Anche nel FMI e nella Banca Mondiale la Spagna è un peso piuma.  In ogni caso non qualunque misura adottata unilateralmente non sortirà alcun effetto. Madrid è sì il primo investitore straniero in Argentina, ma come tutti sappiamo attraversa una preoccupante fase di recessione. Una precaria situazione economica può creare il clima favorevole per l’inaugurazione di misure protezionistiche, ma sconsiglia ogni revisione o peggio ancora troncamento dei legami. La dichiarazione di Rajoy ha quindi tutta l’aria di una richiesta di soccorso per un Paese debole e dalle prospettive incerte, a riprova di come le frecce nell’arco del governo di Madrid siano davvero poche.
La seconda domanda è a quanto ammonterà l’indennizzo che lo Stato argentino verserà a Repsol. Una possibile risposta arriva da questo post su OnoNero, che cita il caso delle attività di ExxonMobil in Venezuela espropriate da Chavez nel 2007. Valevano circa 9 miliardi di dollari e in seguito ad un arbitrato internazionale furono pagate poco più di 908 milioni: il 10% del valore effettivo. Se pensiamo che YPF vale più o meno la stessa cifra (9,68 miliardi, dopo un deprezzamento del 50% solo nell’ultimo mese) i proventi di un solo esercizio siano più che sufficienti per coprire il costo dell’indennizzo.

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