Sudan e Sud Sudan, guerra di armi e di nervi

Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum nel luglio scorso, molte fondamentali questioni sono rimaste irrisolte. Da quel momento, vari cicli di colloqui hanno prodotto più frustrazioni che progressi.
Benché sia Nord che Sud Sudan affermino di non volere la guerra, le tensioni al confine tra rischiano di precipitare in un conflitto vero e proprio. Alle incursioni delle truppe di terra di Khartoum si sono aggiunti i bombardamenti arerei, che secondo Juba avrebbero preso di mira i giacimenti petroliferi di Heglig
Dopo gli scontri il presidente del Sudan Omar al-Bashir ha sospeso il vertice con il suo omologo del Sud Kiir in programma il 3 aprile, spingendo il segretario ONU Ban Ki-Moon a lanciare un appello alla calma.

Nelle ultime settimane alcuni segnali avevano lasciato sperare in un netto miglioramento della situazione. Innanzitutto, il 13 marzo Khartoum e Juba avevano siglato due accordi  in materia di cittadinanza e gestione delle frontiere, concordando inoltre di tenere un vertice bilaterale tra i due presidenti su invito del Sud in un rinnovato spirito di collaborazione reciproca. Esattamente una settimana dopo, Bashir aveva annunciato di aver deferito ad una commissione tecnica la sua decisione se aderire o meno alla proposta congiunta di Unione Africana e Lega Araba per l’invio di aiuti nel Sud Kordofan. La commissione prevede di rilasciare una relazione nei prossimi giorni.
Tali segni di progresso nel contesto dei negoziati tra Khartoum e Juba avevano incoraggiato un cauto ottimismo presso la comunità internazionale. A quel punto sarebbero state necessarie ulteriori pressioni diplomatiche, ai più alti livelli, per fare in modo che il vertice di aprile potesse scrivere la parole fine sulle dispute tra l’ultimo nato degli Stati africani e l’ex madrepatria. Va letta in questo senso una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano che persuadeva le parti a “preparare il vertice in buona fede per il vertice previsto per l’inizio di aprile allo scopo di trovare un accordo globale riguardo alle questioni in sospeso – su tutte, la ripartizione dei proventi petroliferi e lo status della provincia di Abyei.
L’agenda del vertice avrebbe fatto meglio ad includere la proposta di rimandare il termine ultimo, previsto per l’8 aprile entro cui tutti gli appartenenti a minoranze etniche del Sud residenti in Sudan dovranno registrarsi all’anagrafe di Khartoum come stranieri o, in alternativa, lasciare il Paese. Considerato che si parla di circa 700.000 persone, trasferire così tanti individui in così poco tempo è totalmente impossibile. Ma qui non c’è il petrolio di mezzo, per cui non c’è di che stupirsi se questo tema fosse assente dalle esortazioni made in USA.
A causa de conflitto in corso e del conseguente rinvio del vertice, tutto ciò è passato in cavalleria.

Adesso il combattimento è chiuso , ma forse non per molto. Da oggi le parti sono (per l’ennesima volta) in trattativa, stavolta nella vicina Etiopia - che cerca forse di avvantaggiarsi sul Kenya, promotore dell’oleodotto che affrancherà Juba dal controllo di Khartoum?
L’uso della violenza come una tattica di negoziazione non è nuova, ma è una strategia pericolosa. La violenza può aumentare al di là di quello che gli strateghi avevano previsto. Ed è inoltre costosa, soprattutto per due Paesi del terzo mondo. Il Sudan non sembra essere in grande forma, sia economicamente che politicamente. Darfur e Sud Kordofan restano ferite aperte. E in tempo di carestia, anche il cibo diventa un’arma di guerra. l’attuale altalenante ritmo di bastone e carota non è sostenibile.
Infine, in questo caso, non sembra funzionare. La violenza non sembra aver portato una soluzione favorevole a Khartoum.

Non va dimenticato che i problemi li ha anche Juba. Per riportare la calma tre mesi dopo il devastante attacco nello Stato di Jonglei nel mese di dicembre (circa 140.000 gli sfollati), il governo del Sud Sudan aveva anche lanciato una serie di iniziative volte a favorire il disarmo delle milizie locali. A tal fine erano stati dispiegati 15.000 soldati nel Jonglei, e le prime relazioni governative sul disarmo volontario parlavano circa 4.000 fucili stati raccolti nella Bor County. Tuttavia si tratta di un numero poco significativo, visto che non vi sono dati precisi sulle armi totali in circolazione. Vi è il sospetto che molte di esse siano state nascoste nella boscaglia o portate fuori dal Paese.

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