Troppi africani e nessun occidentale davanti alla Corte dell’Aja

All’indomani della condanna di Thomas Lubanga da parte della Corte Penale Internazionale, non si può fare a meno di notare come gli africani abbiano un posto di rilievo – alcuni direbbero troppo visibile – nella lista degli uomini ricercati ed arrestati stilata dai giudici dell’Aja.
Scorrendo l’elenco troviamo infatti una quindicina di nomi di sette nazioni diverse: Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana, il Sudan, Costa d’Avorio, Kenya e Libia. Nonostante quattro dei sette Paesi africani in questione abbiano avanzato espressa richiesta per giudicare gli imputati presso i propri tribunali. L’unica condanna finora all’attivo della Corte è stata pronunciata contro un africano (Lubanga, appunto), così come il primo mandato di arresto, emesso nel 2005 (quello verso Joseph Kony, in questi giorni oggetto di una campagna mediatica che però non dice tutta la verità sul tema).

Giustizia all’occidentale, verrebbe da dire. O giustizia dei bianchi sui neri, come notano dall’altra sponda del Mediterraneo in giù. Il presidente ruandese Paul Kagame ha detto una volta la Corte penale internazionale è stato “messa in piedi solo per i Paesi africani”.
Viene da chiedersi dove sono i vari Bush, Cheney, Rumsfeld e Wolfowitz (processati “simbolicamente” in Malesia), oppure i generali israeliani impegnati nell’operazione Piombo fuso a Gaza, o i ribelli di Bendasi responsabili di crimini e torture non meno esecrabili di quelli compiuti dai lealisti di Gheddafi.
Lo notava anche Il Manifesto qualche mese fa, tracciando il profilo di Luis Moreno Ocampo, allora procuratore presso la Corte, che dietro la formula «Non ho giurisdizione» aveva giustificato la pronta archiviazione delle più sensibili fra le 9000 denunce arrivate sul suo tavolo all’Aja da 140 Paesi. “Diritti umani a senso unico, titolava il quotidiano, dettati da potere economico e potere politico.
Dietro la retorica della discriminazione, popolare presso i leader e parte dell’intellighenzia africani, troviamo dunque una realtà molto più sfumata. Una critica di cui la comunità internazionale è ben consapevole, e che probabilmente è stata un fattore determinante nella scelta dell’ex Ministro della giustizia del Gambia Gambia Fatou Bensouda come nuovo procuratore generale, peraltro dietro un’intensa attività di lobbying attività di lobbying dell’Unione Africana.

Nel tentativo di ampliare la gamma di indagini della Corte, l’ufficio del procuratore generale sta conducendo esami preliminari in Afghanistan, Colombia, Gaza, Georgia, Honduras e Corea del Nord, per citare solo i dossier più scottanti.
Il problema evidente è che i giudici possono occuparsi solo di pesci piccoli e medi, perché quelli grossi sguazzano negli acquari dei Paesi più influenti. Gli Stati Uniti non saranno mai convenuti in tribunale per l’uso indiscriminato della tortura in Iraq, così come la Russia per la guerra in Cecenia, o la Cina per le sue azioni in Tibet.
Nonostante le critiche, la Corte dell’Aja resta comunque un organismo unico nel suo genere. E la condanna di Lubanga, primo signore della guerra portato alla sbarra per aver utilizzato bambini soldato, rappresenta in ogni caso una pietra miliare nella giustizia internazionale. Per una volta, guardiamo il lato positivo.

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