Golfo di Guinea, la minaccia dei pirati sulle rotte del petrolio

Entro il 2015 un quarto delle importazioni petrolifere degli USA sarà di provenienza del Golfo di Guinea. L’industria del greggio nella regione sta attraversando una fase di intensa crescita e la posizione della regione, affacciata sull’Atlantico, consente l’erogazione di forniture dirette verso gli Stati Uniti, senza i pericoli che affliggono le esportazioni del Medio Oriente
Attualmente le nazioni rivierasche producono più di 3 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 4% dell’output mondiale, destinati per lo più ai mercati di Europa e USA. La maggioranza proviene dalla Nigeria (2,2 milioni b/g); seguono Repubblica Democratica del Congo (340.000), Guinea Equatoriale (300.000), Gabon (230.000), Camerun (66.000) e Costa d’Avorio (40.000). Al novero dei produttori potrebbe aggiungersi presto il Ghana, il quale prevede di raggiungere quota 120.000 entro agosto. In queste ultime settimane la compagnia statunitense Anadarko Petroleum Corp. ha segnalato nuove scoperte di giacimenti offshore anche a largo di Liberia e Sierra Leone.
Secondo le oil companies, il Golfo di Guinea sarà – assieme all’Artico – la nuova frontiera nella ricerca dell’oro nero. Questo paper del 2005 offre una panoramica sul regime delle concessioni petrolifere nell’area. Non è un caso che Obama abbia inviato squadre di istruttori militari nella regione (come in Uganda) per contribuire a proteggere i giacimenti e le rotte marittime.

C’è però un problema. Non siamo a largo della Somalia, ma i pirati si trovano anche da queste parti. Si veda questo documento del Consiglio di Sicurezza ONU dello scorso 28 febbraio, dove si legge che gli attacchi, per lo più diretti proprio alle petroliere, sono in continuo aumento. Nel 2011 si sono registrati 64 assalti rispetto ai 45 nel 2010, mentre nel Corno d’Africa, per fare un paragone, le aggressioni nello stesso periodo sono diminuite. Nei primi due mesi del 2012 gli attacchi registrati hanno già raggiunto la doppia cifra.
Si badi bene: registrati. Perché si sa per certo che alcuni armatori sono restii a denunciare gli incidenti per evitare problemi con le assicurazioni, in particolare se i carichi trasportati si rivelano illegali. Così molti episodi restano sommersi. In Nigeria si stima che circa il 60% degli attacchi dei pirati non viene denunciato. E la Nigeria, come sappiamo, affronta già abbastanza sconvolgimenti politici, responsabili di un calo della produzione dell’ordine del 40%.
Non va dimenticato che la Guinea Bissau è peraltro un crocevia dei traffici di droga in partenza dall’America Latina in direzione Europa.

Il Consiglio di Sicurezza ha esortato la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), a costituire un fronte unito per rispondere efficacemente a questa crescente minaccia. Ma ad eccezione della Nigeria nessuno di questi Paesi dispone delle risorse umane e finanziarie per riuscirci.
Sulle dimensioni della pirateria nel mondo in generale si veda questo documento del 2010. Sui costi globali del fenomeno prendiamo due esempi. Il Benin, che genera l’80% del proprio bilancio nazionale dalle tasse sui trasporti nel porto di Cotonou, denuncia un calo dei flussi marittimi del 70% a causa degli attacchi. I saccheggi dei pirati somali costano la comunità internazionale fino a 9 miliardi di dollari all’anno, secondo uno studio di Geopolicity Inc., società di consulenza specializzata in economia ed intelligence del Medio Oriente e dell’Asia, cifra che potrebbe aumentare a 13 miliardi entro il 2015.

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