Ma l’America ha davvero vinto i negoziati sul nucleare nordcoreano?

A prima vista, la moratoria ai test nucleari, al lancio di missili a lungo raggio e all’arricchimento dell’uranio da parte della Corea del Nord può essere considerata un grande successo nell’agenda di politica estera di Barack Obama a pochi mesi dalle elezioni.
In realtà, la vera vincitrice è Pyongyang.
Ufficialmente Kim Jong-Un mira ad inaugurare una nuova stagione nelle relazioni con gli USA. Ma ciò non vuol dire che la reciproca diffidenza tra le parti sia venuta meno. I funzionari dell’amministrazione Obama sottolineano che la l’accordo rappresenta solo un modesto progresso verso la concreta denuclearizzazione della Corea del Nord. Nello stesso annuncio del Dipartimento di Stato si legge che gli Stati Uniti hanno ancora serie preoccupazioni in proposito. In effetti, la decisione del regime di arrestare la sua corsa all’atomica è giunta, quasi a sorpresa, a pochi giorni dagli infruttuosi colloqui di Pechino.

Nessuno si aspettava risultati tangibili dopo l’incontro in terra cinese. Invece Pyongyang ha stupito tutti con questa concessione. Probabilmente si è trattato di un atto di forza da parte del giovane presidente Kim Jong-Un per consolidare il proprio potere. Dalla morte di suo padre, il Caro leader Kim Jong-Il, appena due mesi fa, la dinastia Kim stava per essere marginalizzata e il potere stava scivolando nelle mani dei militari, i quali non vedono di buon occhio la sospensione del programma nucleare.
D’altra parte la Corea del Nord non ha sviluppato l’arma atomica per usarla. Hillary Clinton ha spiegato che, in cambio della moratoria, l’America provvederà alla distribuzione di un pacchetto di aiuti di 240.000 tonnellate di cibo necessarie a sfamare una popolazione ormai ridotta allo stremo. Formalmente, gli USA non riconducono la concessione di aiuti alla riuscita dei colloqui sul nucleare, ma è evidente come le derrate siano state la moneta di scambio con cui hanno convinto il regime nordcoreano a fermare il suo programma. Non una moneta qualunque, ma esattamente quella che Pyongyang cercava.

Il gioco della Nord Corea è stato semplice: prima si è adornata di un piccolo arsenale nucleare e poi ha cercato il dialogo con gli USA per negoziarne la dismissione. Ovviamente, in cambio di un generoso tornaconto.
Sessant’anni di regime hanno reso la Corea del Nord uno dei Paesi più poveri del mondo. L’unico speranza di migliorare una situazione ormai insostenibile sono gli aiuti internazionali, che in genere i governi totalitari vedono con diffidenza perché normalmente condizionati dalla promessa di riforme e di aperture democratiche. A meno che la parte più debole non abbia un asso nella manica che le garantisca maggiore forza contrattuale. Ed ecco che entra in gioco l’arma atomica, brandita da Pyongyang come strumento negoziale e assicurazione sulla vita. Di fronte al collasso economico e ai travagli della successione tra il “caro leader” Kim Chong-Il e suo figlio Kim Chong-Un, il regime ha pensato bene di giocare la carta della bomba al plutonio in cambio di grano per offrire una boccata d’ossigeno ad una popolazione ridotta alla fame.
Perciò possiamo considerare Pyongyang, e non Washington, la vera vincitrice dei negoziati: ha ottenuto ciò che voleva. Dall’altra parte, gli americani se la sono cavata con poco. Il trucco ha funzionato. Almeno per questa volta.

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