Giornata della Memoria, l’occasione che perderemo

Non è facile sviluppare una riflessione per la Giornata della Memoria senza correre il rischio di scadere nella retorica, quando non addirittura nella banalità. Ciò che conta è non limitarsi alla mera commemorazione di quanti persero la vita nei campi di sterminio. Ricordare la Shoah ha senso solo se ci rendiamo conto che quanto è accaduto in quegli anni bui è accaduto (Ruanda), può accadere, e sta accadendo ancora, se nulla lo impedisce. Altrimenti il 27 gennaio non resta che una data cerchiata in rosso sul calendario. O il palcoscenico di sterili polemiche.
Peraltro, è sconfortante constatare che la legge 20 luglio 2000 n. 211, che istituisce il Giorno della Memoria, dimentichi importanti stralci di quella tragedia che fu l’Olocausto. Come il Porrajmos, lo sterminio di Rom e Sinti, più comunemente chiamati zingari, le stragi di omosessuali e Testimoni di Geova. Importanti tasselli nella ricostruzione della follia nazista oggi sepolte sotto la cenere del tempo.
Volgendo lo sguardo al presente, possiamo notare come proprio in questi giorni il Parlamento francese abbia approvato una legge che punisce il negazionismo del genocidio armeno del 1915, quello che molti definiscono “l’olocausto dimenticato del Novecento. Suscitando le ire del governo turco, per il quale la rimozione di questa drammatica pagina di storia rappresenta ancora oggi il maggiore ostacolo all’ingresso in Europa.

Il Novecento è stato il secolo dei genocidi. Troppe volte il buon proposito di fare in modo che certe cose accadessero “Mai più” è stato travolto dagli eventi. Anche l’Italia ha le sue pagine nere (Fenestrelle). Auschwitz e gli altri campi di sterminio non nacquero dal nulla.  Ma tanto più è ridondante il ricordo della tragedia in sé quanto più è superficiale l’indagine delle condizioni che portarono ad essa. Ne deriva una memoria lacunosa, in balia dei rigurgiti razzisti e xenofobi.

Se il vero dramma della Shoah fu l’indifferenza da parte di coloro che sarebbero potuti intervenire e non lo fecero, oggi il pericolo maggiore è credere che l’antisemitismo sia solo un ricordo del passato. Nell’era di internet, e in mancanza di una corretta educazione (nel senso di trasmissione di valori), i social network sono diventati veicolo di messaggi infamanti su popoli e gruppi sociali percepiti come inferiori. E non mancano convegni che definiscono il 27 gennaio il “Pesce d’aprile ebraico“.
Per questo non ha senso celebrare la Giornata della Memoria se non si presta attenzione a ciò che succede oggi.

Tale vuoto di valori, amplificato da una cronica sfiducia verso qualunque autorità e da una immotivata diffidenza per l’insegnamento tradizionale, viene colmato da ideologie e proclami che sembrano offrire facili soluzioni ai complessi problemi della modernità.
Per anni, ad esempio, abbiamo evitato di riflettere a fondo sulle radici del sentimento razzista, o finito per tollerare l’esaltazione del ventennio fascista come una sorta di “Età dell’oro” in cui tutto era meglio di adesso. O accettato che un partito di governo avesse il diritto di infiammare le piazze vomitando odio contro gli stranieri.
Di conseguenza tutto viene banalizzato, relativizzato, ridotto a stereotipo. E così appare normale che un direttore di giornale, a fronte delle accuse della stampa tedesca dopo il naufragio della Concordia e ancora col dente avvelenato per i risolini della Merkel al suo editore-padrone, non trovi di meglio che titolare a nove colonne “A noi Schettino, a voi Auschwitz”. L’inaffidabilità degli italiani a cui si ribatte con le colpe storiche dei tedeschi. Luogo comune per luogo comune.

I tedeschi sono consapevoli che la mera istituzione di una giornata di ricordo, o il divieto di pubblicazione del Mein kampf sono misure simboliche che hanno perso ogni impatto, insufficienti ad arginare il fenomeno dell’antisemitismo il cui ritorno è certificato da un recente studio accademico. Nel 2015, a 70 anni dalla morte di Hitler, scadrà la tutela del diritto d’autore sul Mein kampf, rendendo l’opera ripubblicabile a piacimento. Un problema che a Berlino stanno cominciando a porsi sul serio.
In Italia, invece, ci limitiamo alla formalità del ricordo, senza approfondire alcuno spunto di riflessione – si vedano le celebrazioni dei nostri 150 anni. Questo è tanto più grave se pensiamo che la generazione attuale sarò l’ultima che potrà ascoltare la testimonianza della Shoah dalla viva voce di coloro che l’hanno vissuta. L’ultima che avrà la possibilità di conoscere l’orrore della tragedia leggendolo negli occhi dei sopravvissuti, più che nelle pagine dei libri.
Sarà l’occasione che perderemo. La Giornata della Memoria non resterà che una data cerchiata in rosso sul calendario. E tanto ci basterà, purtroppo.

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